Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 5 agosto 2017

Il quantative easing è una trasfusione di soldi per banche, aziende grandi ma non per l'economia reale, investimenti e lavoro

8 ore fa · 

Un'altra vittima di questa economia distrutta, delle banche e dei finanziamenti negati. Un altro imprenditore suicida perché le banche gli hanno tolto l'ossigeno. 

La moneta è un bene comune, un servizio, non può essere uno strumento di controllo governato da privati con i conti alle Cayman che lo amministrano, elargendolo a loro discrezione, dopo genuflessioni iniziatorie, riti propiziatori e cerimonie sacrificali. Questa si chiama servitù volontaria ed è un nodo gordiano da sciogliere. 

Un'economia sana può esistere, basata su sistemi di scambio diretti o mediati, come il barter per le aziende (presto una bella intervista sul blog), come le criptovalute sicure, le monete complementari, come i gruppi di acquisto solidale o come i distretti locali che vanno in autoproduzione.

Non è più in discussione che oggi si possa spezzare il vincolo che asservisce i popoli al giogo bancario di chi decide se prestarti un bene/servizio facendotelo pagare a caro prezzo (introducendo terminologie abominevoli come "il costo del credito"). Oggi l'unica vera domanda è: siamo pronti a uscire dal Sistema? O ne siamo dipendenti come tossici in cerca di dosi, masochisti in cerca di frustini? Siete pronti ad essere liberi? La risposta non è affatto scontata.

Maurizio Blondet - vaccinazioni è stata fatta una legge per morte e menomazioni, il governo non sa

Nel 2013 il PD aveva proposto la «Giornata in ricordo delle persone decedute o rese disabili a causa di vaccinazioni»

Maurizio Blondet 5 agosto 2017 


“..Solo quattro anni fa, il 21 maggio 2013, un deputato del PD, Giovanni Burtone, ha proposto l’Istituzione della Giornata in ricordo delle persone decedute o rese disabili a causa di vaccinazioni. Il link diretto alla proposta di legge è questo.

Burtone, a differenza della Ministra della Salute, è laureato in Medicina ed è un medico chirurgo, come potete leggere qui.

Leggiamo nella sua proposta: «Con la legge 25 febbraio 1992, n. 210, il Parlamento ha ritenuto di dover riconoscere un indennizzo a coloro che, a causa della somministrazione di vaccinazioni obbligatorie, hanno perso la vita o sono rimasti lesi in modo irreversibile e permanente».

(La legge 25 febbraio 1992, n. 210, è questa e il comma 1 dell’articolo 1 decreta: «Chiunque abbia riportato, a causa di vaccinazioni obbligatorie per legge o per ordinanza di una autorità sanitaria italiana, lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente della integrità psico-fisica, ha diritto ad un indennizzo da parte dello Stato, alle condizioni e nei modi stabiliti dalla presente legge»)

Torniamo alla proposta di Burtone: «Con la successiva legge 29 ottobre 2005, n. 229, il Parlamento ha inteso riconoscere un ulteriore indennizzo a coloro che, sacrificando la loro vita, hanno contribuito alla tutela della salute pubblica.


(La legge 29 ottobre 2005, n. 229 è questa. Interessante il comma 3 dell’articolo 1: «Qualora a causa della vaccinazione obbligatoria sia derivato il decesso in data successiva a quella di entrata in vigore della presente legge, l’avente diritto può optare tra l’ulteriore indennizzo di cui al comma 1 e un assegno una tantum pari a 150.000 euro, da corrispondere in cinque rate annuali di 30.000 euro ciascuna»).

Decesso a causa della vaccinazione, di questo parla una legge del 2005. E dodici anni dopo la Lorenzin riesce a dire, senza vergogna, che «Noi non abbiamo oggi casi di bambini danneggiati da vaccini»?

Leggiamo ancora la proposta di Burtone del 2013: «Non dimentichiamo, infatti, che queste vittime sono state o sono nella maggior parte dei casi bambini, «usati legittimamente» per preservare la salute della collettività. Sono vittime le cui famiglie sono state tenute all’oscuro del rischio reale in cui i loro cari sarebbero incorsi. Sono cittadini ai quali il diritto ad avere una vita normale è stato negato per tutelare il bene supremo della salute.
Ricordiamoci, inoltre, che se i danneggiati dalla somministrazione di vaccini si trovano in questa situazione la colpa è da ricercare in chi ha compiuto una valutazione degli interessi collettivi al limite di quelle che sono state denominate le «scelte tragiche del diritto». Essi sono stati le vittime preventivabili in astratto di tali scelte, perché statisticamente rilevato. La stessa Corte costituzionale ha considerato i danneggiati dalla somministrazione di vaccini «come coloro che vanno in guerra e sacrificano la loro vita per il bene della popolazione»».

Da Informare per Resistere:

5 agosto 2017 - L'arte della guerra: In orbita optsat-3000, satellite spia Italiano

Mauro Bottarelli - guerra valutaria in atto, l'Euro si rafforza e la Germania piange

SPY FINANZA/ Euro, dollaro e sterlina: gli indizi della guerra valutaria in corso

Per MAURO BOTTARELLI ci sono prove di un guerra valutaria in piena regola in corso, una sorta di frenetica corsa alla svalutazione nella quale l'Europa sembra essere ostaggio

05 AGOSTO 2017 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

Ogni tanto fa piacere essere in buona compagnia. Questo è l'editoriale di prima pagina che campeggiava ieri su La Stampa, quotidiano parecchio conservativo e non certamente avvezzo agli allarmismi. Eppure la situazione è arrivata a un livello tale da non poter essere più ignorata: giovedì in giornata la divisa comune europea è arrivata a 1,1910 e anche ieri è rimasta stabilmente sopra l'area 1,1870. E lo stesso quotidiano torinese sottolineava nel suo editoriale le criticità che da giorni continuo a ribadirvi, immagino annoiandovi a morte: prima fra tutte, la natura esogena del rafforzamento, visto che con la Bce in regime di politica espansiva - ribadita a ogni piè sospinto dai suoi massimi vertici, l'ultima volta giovedì nel Bollettino mensile - e la Fed formalmente impegnata in una normalizzazione del costo del denaro Usa, la dinamica dovrebbe essere esattamente inversa. Quindi, l'unica spiegazione rimane quella che vi offro da giorni: l'instabilità politica Usa sta forzando la mano agli investitori. I quali, mossi anche dai continui report positivi sullo stato di salute dell'eurozona, spostano inflows di capitali verso il mercato europeo. E, formalmente, fanno bene: con lo scudo della Bce, infatti, non esiste porto più sereno. 

Per capire meglio la dinamica in atto, a livello globale, occorre però fare un passo indietro a giovedì, quando la Banca d'Inghilterra ha deciso di mantenere i tassi di interesse fermi allo 0,25% e gli acquisti di titoli invariati a 435 miliardi di sterline. L'istituto centrale, nella riunione del suo Comitato di politica monetaria, ha anche deciso di peggiorare le stime sulla crescita economica della Gran Bretagna a 1,7% quest'anno (da 1,9%) e 1,6% il prossimo (da 1,7%). Tagliate anche le previsioni di crescita dei salari, con un +3% per il 2018 contro il +3,5% indicato a maggio. Inoltre, la decisione sui tassi è stata votata da sei consiglieri a favore e due contrari, quella sugli acquisti di titoli all'unanimità da tutti e otto i membri: punto, quest'ultimo, di fondamentale importanza. Inoltre, l'incertezza prodotta dal Brexit sta già pesando sull'economia britannica: lo ha detto il governatore della Bank of England, Mark Carney, commentando le previsioni di crescita del Pil nel Regno Unito, riviste appunto al ribasso per l'anno in corso e il 2018. 

L'incertezza causata dalle trattative sull'uscita dall'Ue, sempre stando a Carney (ex Goldman Sachs come Draghi), sta rallentando gli investimenti delle società che aspettano di vedere cosa accadrà col divorzio di Londra da Bruxelles. Non solo, c'è anche una tendenza a tenere i salari più bassi rispetto a quanto si farebbe se non ci fossero gli interrogativi rappresentati dall'uscita dall'Ue. Reazione del mercato? La sterlina ha toccato i minimi da nove mesi nel cross con l'euro, scivolando a 0,9042 pence per euro, il livello più basso da novembre del 2016. Stessa dinamica sul dollaro, con la divisa britannica a 1,3113. Non vi pare che vi sia in atto una guerra valutaria in piena regola, una corsa alla svalutazione da cui l'Europa sembra essersi chiamata fuori? Anzi, della quale l'Europa è ostaggio?

E qui si aprono tre scenari di interesse. Primo, le parole di Mark Carney non sono soltanto la chiara ammissione di una difficoltà, sono un mezzo di pressione politica. Se infatti da un lato nessuno si aspettava un atteggiamento così da colomba e, soprattutto, l'unanimità sul pacchetto di acquisti, viste le risicate maggioranza delle ultime riunioni che indicavano un percorso più da falchi, è il peso specifico addossato al Brexit nelle revisioni di crescita (anche salariale) a dire chiaro e tondo che la Bank of England sta mettendo una pressione sempre crescente sulla premier Theresa May, non a caso sempre più isolata e debole nel suo partito. La sua sortita contro i cittadini stranieri di questa settimana riguardo i "diritti automatici" per chi lavora nel Regno Unito, soprattutto la categoria sensibile di professori e ricercatori universitari, infatti, è apparsa a molti un'uscita disperata per garantirsi l'appoggio dell'ala più oltranzista e anti-europeista del partito conservatore. Non a caso, a bacchettare più duramente l'inquilino del 10 di Downing Street al riguardo sono state proprio due delle istituzioni più rispettate del Regno, la Bank of England appunto e l'associazione che riunisce le 24 università più prestigiose del Paese, il cosiddetto "Russell Group". Il sentore è chiaro, la vita politica di Theresa May non mangerà il Christmas pudding e anche il cammino del Brexit pare destinato a un netto deragliamento. 

Secondo, l'America continua a esportare instabilità politica. E non può fare altrimenti. La Fed, infatti, da ieri ha un problema in più, in vista della riunione del Fomc di settembre: i nuovi posti di lavoro non agricoli creati a luglio sono stati 209mila contro le attese di 180mila, un dato che parla la lingua di un'impossibilità formale nel continuare a rimandare un rialzo dei tassi. Certo, di contro c'è questo dato (rappresentato nel grafico), ovvero che al netto di anni e anni di Qe, oggi il livello dell'inflazione globale è ai minimi dal 2009. Ma non basta: Donald Trump continua a vendere il suo miracolo economico a colpi di tweet, gli indici di Wall Street sfondano un record al giorno e non pare molto rituale che sia la Fed a mostrare al mondo che il Re è nudo, ovvero che quei posti di lavoro continuano a essere concentrati in settori di salario minimo e poche garanzie. 


L'altro giorno Amazon ha dato vita a colloqui per 50mila posti di lavoro full e part-time in diverse città d'America, occupazioni nei magazzini non certamente a condizioni d'oro: le file erano letteralmente chilometriche, soprattutto di over-50 pronti a tutti per maturare ciò che manca all'agognata pensione minima. Detto fatto, il super-procuratore del caso Russiagate decide di creare dal nulla, con largo anticipo e non si sa su che base giuridica, il Grand Jury sul caso: come dire, siamo pronti al primo passo per l'incriminazione. Di più, il Congresso - con mossa ancora bipartisan - dopo le sanzioni contro la Russia sta lavorando a due norme che rendano pressoché impossibile al presidente far fuori proprio il super-procuratore, Mueller. Cosa dite, il dollaro farà i salti di gioia a queste notizie o si affloscerà, con enorme soddisfazione dell'export Usa? 

Terzo e ultimo, guardate questi grafici, relativi all'ultimo report di Bank of America-Merrill Lynch sul sentiment di chi investe professionalmente, nella fattispecie su quali rischi si ritengano più probabili e pericolosi per il mercato a breve. Come vedete, ovunque campeggiano in prima fila l'euro e il rischio del fallimento quantitativo della Bce. Vi pare un segnale d'allarme degno di nota oppure no? 



Chissà, se dopo La Stampa qualche altro autorevole quotidiano comincerà a porsi la domanda, forse allora non sono proprio un catastrofista senza redenzione.

5 agosto 2017 - Mario Albanesi: "Radio di emergenza"

Immigrazione di Rimpiazzo - abbiamo nome e cognome di quegli euroimbecilli del Pd che hanno attaccato Zuccaro. Chiedano scusa

Venerdì 4 agosto 2017 - 18:52

Ong, Gratteri: qualcuno dovrebbe chiedere scusa a Zuccaro
"E' una persona per bene, molto seria e di rigore"

Gemona del Friuli, 4 ago. (askanews) – “Qualcuno dovrebbe chiedere scusa a Carmelo Zuccaro”. Così Nicola Gratteri, procuratore capo della Repubblica di Catanzaro, a Gemona del Friuli per il Laboratorio Internazionale della comunicazione. Gratteri ha raccontato il perché della sua immediata difesa del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, quando è stato attaccato per aver ventilato la possibilità di contatti tra qualche Ong e trafficanti di persone nel Mediterraneo. Tema tornato di attualità in queste ore in cui sembrerebbero emergere conferme . “Sono stato il primo a difendere Zuccaro anche quando era attaccato da persone importanti, perché lo conosco bene – ha detto Gratteri -. E’ una persona perbene, un gentiluomo. Una persona molto seria e di rigore e se ha detto non tutti le Ong hanno le carte in regola per fare il volontariato, io ci ho creduto, non ho messo un secondo per prendere le sue difese”. Poi, ha proseguito il magistrato, “ho avuto modo di capire e ho visto concretamente che c’erano dei contatti tra alcune Ong e organizzazioni criminali che si trovavano in Libia”. Quindi, ha concluso Gratteri, “sono stati affrettati i commenti negativi contro ciò che ha detto Zuccaro e qualcuno dovrebbe anche chiedere scusa”.

Fuori i francesi dalle terre italiane - insieme ai traditori che si ingrassano a sbafo da anni

VISTI DA VICINISSIMO 04 agosto 2017

Da Bolloré a Donnet: sciocchezzaio francese dell'estate

Il bretone vuole 12,5 miliardi per (ri)cedere la rete Tim allo Stato. E ha affidato il dossier a Bernabé. Dall'incontro Nagel-Mustier alle manovre "in famiglia" dell'ad di Generali: le rivelazioni di Occhio di lince.


Cari e affezionati lettori, il vostro Occhio si è concesso un lusso: weekend molto lungo in Costa Azzurra, tra Cap d’Antibes e Saint Tropez. La scelta non è stata casuale, ma d’obbligo vista la prevalenza di notizie “francesi” di questi ultimi tempi. Così ho potuto incontrare interlocutori sia nostrani che transalpini, e come al solito ho fatto il pieno di chicche per il nostro “sciocchezzaio dell’estate”. Et voilà.

NAPOLEONICO CALENDA. L’argomento più gettonato nelle ville sul mare come in quelle, più fresche, della Moyenne e della Grande Corniche, porta il nome di Emmanuel Macron e riguarda la sua guerra a Fincantieri. In realtà, ai francesi ha fatto impressione vedere il napoleonico atteggiamento del ministro Carlo Calenda, che è andato a un passo dal dichiarare guerra alla Francia. «Mais qui est-il?», continuavano a chiedermi. «Il figlio della Comencini, la regista», continuavo a rispondere, senza però riuscire a placare i loro sorrisini. Di lì a passare a parlare di Vincent Bolloré il passo è stato breve. Ci si domandava: ma se il bretone dovesse (ri)cedere la rete Telecom allo Stato, approfittando della revanche italienne che il nazionalismo dei perdenti reclama a gran voce, avrà il coraggio di chiedere i 14 miliardi che ancora sono scritti nei libri contabili o prenderà atto che il vecchio rame ai tempi della fibra non vale più un fico secco?

I PIANI DI BOLLORÉ. Per fortuna tra i miei interlocutori c’era chi ha casa a Villa Montmorency, la zona più esclusiva di Parigi situata nel cuore del XVI arrondissement, a pochi passi dalla Tour Eiffel. Ed è proprio in quello che i parigini chiamano il “quartiere dei ricchi” che abita Bolloré (a un tiro di voce dal suo amico Tarak Ben Ammar, tanto per dire): lì i miliardari s’incontrano per una passeggiata o per portare il cane a fare pipì, e si scambiano preziose informazioni. Ed è così che ho saputo che lo speculatore che si ritiene (erroneamente) padrone di Vivendi ha già indirizzato a chi di dovere la sua richiesta: 12,5 miliardi. Non sono 14, ma poco ci manca. Ed è convinto di portarli a casa, perché l’incarico di trattare lo affiderà al sempreverde Franco Bernabè, visto che che alla fine, nonostante la girandola di nomi di possibili candidati al vertice di Tim tra autocandidature (Moretti) e ballon d’essai (Gallia), sarà lui a fare l’amministratore delegato della società telefonica.

Il bretone si è convinto che Franchino, pur essendo una minestra riscaldata, grazie ai suoi rapporti con Carrai, Renzi e Giacomelli, finirà per spuntare il massimo. Peccato che il renzismo sembra finito e che se può Carletto Calenda, proprio in odio a Matteo e in uggia ai francesi, non perde occasione per mettere i bastoni tra le ruote. In realtà Franchino ha un’ambizione ancora più grande: vuole approfittare dello scontro ormai al calor bianco tra il presidente e l’amministratore delegato di Open Fiber, Franco Bassanini e Tommaso Pompei, per proporsi come l’uomo della provvidenza che può guidare la società unica delle reti di telecomunicazione che si potrebbe creare con lo spin-off della rete Tim. In questo contando (pensa lui) sull’appoggio di Cdp.

COLAZIONE DA NAGEL. A proposito, gli amici francesi mi hanno chiesto come fosse possibile che Claudio & Fabio, intesi come il presidente Costamagna e l’amministratore delegato Gallia, avessero rilasciato un’intervista congiunta al Corriere della Sera. Gli ho risposto che era dai tempi della povera Flavia Podestà che su Il Giornale aveva intervistato Mediobanca in quanto tale e non un suo specifico dirigente (in realtà Montanelli l’aveva fatta parlare con il mitico Cuccia, che però non voleva apparire) che non ricordavo una corbelleria simile. Mi tiro un po’ su, però, quando di fronte a una ricca petit déjeuner, mercoledì mattina leggo su Repubblica un articolo firmato Andrea Greco che aveva azzeccato quanto sta succedendo intorno a Mediobanca-Generali. E sì, perché proprio il giorno prima un informatissimo finanziere transalpino che vive a Londra mi aveva raccontato di una colazione domenicale nella capitale inglese tra Albertino Nagel e Jean Pierre Mustier con successivo coinvolgimento telefonico di uno spaesato Philippe Donnet, al quale i due avevano comunicato che avevano deciso di avviare il progetto di separazione tra Mediobanca e la compagnia triestina, con la progressiva cessione di quote da parte di piazzetta Cuccia, ma anche l’uscita di Unicredit da Mediobanca.

LA GRANDEUR DI MUSTIER? FANFARONNADE. Il tutto con l’obiettivo di tagliare la strada a eventuali nuove manovre di Carletto Messina, ringalluzzito dopo aver fatto fare alla sua Banca Intesa un ottimo affare prendendo le due banche venete in crisi. Come? Volete sapere se i francesi credono alla grandeur di Mustier che vuole a tutti i costi fare di Unicredit, Mediobanca e Generali tre public company senza padrone (a parte lui, ovviamente)? Ma neanche un po’: «fanfaronnade», chiosano secchi.

Philippe Donnet, ad di Generali.
ANSA

Mi prendo però una rivincita, proprio parlando di Generali e in particolare di Donnet. Dico ai miei amici: vabbè che di questi i tempi siete sopra le righe più del solito, ma quel manager dai modi un po' da satrapo, che il lungimirante “sistema Italia” ha lasciato che diventasse amministratore delegato dell’unico gruppo finanziario di peso internazionale del Paese, rischia di esagerare. Prima si è assunto un signore, tal Jason Mitchell Jacobs, che gli fa da comunicatore personale. Anzi, su Linkedin si presenta niente meno che come “Head of Ceo Communication Strategy & Planning at Generali”, che paga profumatamente nonostante che la compagnia uno stuolo di comunicatori, capeggiati da Simone Bemporad.

DONNET, MAISON ET BOUTIQUE. Ora, cosa c’entri JMJ con la finanza e le assicurazioni è difficile dirlo, visto che Donnet l’ha pescato da Italia Independent, la baracchina di Lapo Elkann, e prima ancora lavorava a Milano per Ralph Lauren e prima ancora per l’anglo-italiana Yoox Net-A-Porter Group, sempre luxury fashion. Non contento, il francese che vive da nababbo in Italia, si è stufato di andare a Trieste, e ha progressivamente spostato tutte le riunioni che lo coinvolgono a Venezia, a palazzo Morosini dove soggiorna con la sua signora. Il bello è che la di lui consorte, Helene Molinari, partecipa addirittura agli incontri della nascente Human Safety Net, un progetto che segue Bemporad (compensazione per l’arrivo di JMJ?) e che è destinato a prendere il posto della vecchia Fondazione Generali, quella da cui è stato defenestrato Cesare Geronzi l’anno scorso e che è ora presieduta da quel prezzemolino di Gabriele Galateri. Insomma, casa e bottega. Anzi, maison et boutique.

Maurizio Blondet - l'Alternativa c'è ma dobbiamo aiutare lo zombi a portare tutto il Pd nel burrone e ricominciare a tessere le fila di una geopolitica che metta al primo piano gli Interessi Nazionali

Accanto a Putin è ricomparso Ivanov. Forse è un sintomo.

Maurizio Blondet 5 agosto 2017 

Il 27 luglio, a fianco di Putin visita al presidente della Finlandia, è apparso di nuovo Sergei Ivanov. Giusto un anno fa, nell’agosto 2016, l’uomo era stato congedato , se non rimosso, dalla posizione di capo dello staff di Vladimir Putin; con tutti gli onori e ringraziamenti del caso, il presidente l’aveva nominato suo “rappresentante speciale per l’ambiente e le questioni dei trasporti”. Una carriera ventennale nella sezione esteri del KGB, poi nel ’98, quando Putin divenne direttore del FSB chiamato da lui a fargli da vice, capo del Consiglio di Sicurezza, poi energico ministro della Difesa, vice primo ministro e infine capo dello Staff – Sergei Borisovic Ivanov è sempre stato visto come il braccio destro di Putin, che lo ha sempre chiamato personalmente ai posti successivamente ricoperti, suo uomo di fiducia, e – insieme – il rappresentante dei Siloviki (“uomini della forza”), la vecchia guardia patriottica degli Kgb al potere fuori di vista. Energico carattere, personalità rilevante e fine analista, era da sempre considerato anche l’esponente dell’ala della fermezza, e il consigliere dell’ala dura accanto a Vladimir.

Il suo congedo a 63 anni fu dunque interpretato come una vittoria della linea duttile e pieghevole, diplomatica, mirante alla concciliazione ed amichevole, di Putin verso gli occidentali, contro un’ala dell’Establishment che ha sempre considerato quella linea troppo molle.

Adesso, la ricomparsa di un redivivo Ivanov accanto a Putin in una missione estera (a meno che non sia occasionale: Ivanov è stato capostazione del KGB ad Helsinki e parla l’improbabile lingua locale), è un segnale che qualcosa di profondo è cambiato nel Deep State russo. Dopo le mille provocazioni in Siria e Ucraina, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’isteria anti-moscovita del Congresso e la raffica di nuove sanzioni, e la minaccia di fornire armi anticarro a Kiev: è perduta la speranza di organizzare un modus vivendi normale e stringere accordi distensivi con gli Usa, su cui Putin basava i suoi metodi e la sua flessibile diplomazia. Nonostante una popolarità che resta mai vista (l’83%) presso i russi, Putin “si trova sempre più vulnerabile ad una critica”: quella di “mollezza”. Gli ambienti che contano, in Russia, hanno visto che la pazienza di Vladimir non ha portato a nulla, anzi: mai le relazioni con Washington e l’Europa sono state peggiori, nonostante tutti gli sforzi.

Lo ha detto lo stesso Putin durante la visita in Finlandia, a proposito delle forsennate nuove sanzioni del Congresso. Il comportamento americano “distrugge le relazioni internazionali e il diritto internazionale. Noi ci siamo comportati in modo trattenuto e paziente, ma ad un certo punto bisogna rispondere. Ci è impossibile tollerare all'infinito questo genere d’insolenza verso il nostro paese”.

Se anche Medvedev è diventato un duro…

Va notata anche la reazione del primo ministro Dimitri Medvedev alle nuove sanzioni. Medvedev può essere visto come l’opposto di Ivanov: liberista, filo-occidentale, moderato, persino “atlantista”. Succeduto a Putin come presidente della Federazione nel 2008 fino al 2012, è stato Medvedev a firmare il New START, una (ulteriore) riduzione congiunta delle armi atomiche con gli Usa, che è stato anche un”reset” (riaggiustamento) delle relazioni russo-americane, danneggiate dalla guerricciola della Georgia (armata dagli israeliani) nel 2008; ad aumentare la cooperazione con gli altri Paesi della NATO; a far entrare la Russia nella Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2011. Insomma un personaggio fin troppo conciliante, per gli eurasiatisti alla Dugin persino una quinta colonna del monetarismo, e relativamente incolore. Ebbene: la sua reazione è stata violenta, espressa in un linguaggio pesante ed in qualche modo irrevocabile, di fronte al quale le frasi di Putin (la Russia “ha ancora molti amici” in America, là esistono ancora “persone di testa sobria”) sono sembrate camomilla.

Ivanov, al centro, fra Putin e Medvedev.

Cosa ha detto, anzi scritto su Facebook, Medvedev? Che le nuove sanzioni contro la Russia portano “a tre conclusioni. La prima è che bisogna abbandonare ogni speranza di qualunque sia miglioramento den nostri rapporti con la nuova amministrazione; la seconda, che gli Usa hanno appena dichiarato una guerra economica totale contro la Russia; la terza, che l’amministrazione Trump ha ceduto il potere esecutivo al Congresso nel modo più umiliante e si trova praticamente privata del potere”.

Finito il linguaggio diplomatico e cortesemente reticente. “Lo scopo finale dell’Establishment washingtoniano è di eliminare Trump dal potere. L’isteria antirussa è diventata un fattore essenziale non solo della politica estera, ma anche della politica interna Usa, e questo è nuovo. Le sanzioni sono divenute un fattore strutturale e dureranno decenni, salvo un miracolo […] non prevedono alcuna deroga e non possono essere sollevate da un ordine speciale del presidente senza l’accordo del Congresso. Di conseguenza, le relazioni fra la Federazione Russa e gli Stati Uniti diverranno estremamente tese quali che siano la composizione del Congresso e la persona del presidente. Né potranno essere aggiustate da organismi internazionali e dal rifiuto di risolvere i problemi maggiori”.

Ed ecco la conclusione di Medvedev:

“Cosa significa per la Russia? Noi continueremo a lavorare per lo sviluppo delle sfere economiche e sociali, ci adatteremo per trovare sostituti alle importazioni, adempiremo ai compiti principali dello Stato, contando essenzialmente su noi stessi. Abbiamo cominciato ad imparare a farlo negli ultimi anni. Nella maggior parte dei mercati finanziari, gli investitori e i creditori esteri avranno paura di intervenire in Russia per via della possibilità di sanzioni. In un cero modo, ciò ci farà bene nonostante le sanzioni siano, in generale, insensate. Ci arrangeremo”.

E’ un discorso da stato di guerra. Dove Medvedev rinuncia alle sue speranze personali di integrazione globale, e descrive con precisione e crudo realismo la realtà della nuova situazione, senza edulcorazioni; e in uno scritto destinato all'intera opinione pubblica, non alla camera caritatis di un’oligarchia. E’ appena il caso di notare che da noi non solo in Italia, ma in Europa non esistono governanti così espliciti e franchi verso i concittadini; da noi danno sempre l’impressione di nasconderci qualcosa, o che la cittadinanza non possa sopportare la verità.

Putin si ripresenterà alle elezioni del 2018?

Ancor più notevole è che questo discorso del molle e liberale Medvedev può sembrare una analisi cruda e recisa del “duro” Ivanov. E se Medvedev parla come Ivanov, è un segno di una rinsaldata unità fra due ali che possono divergere sui dettagli, ma che di fronte al pericolo estremo, convergono con decisione. Il che pone una domanda su Vladimir Putin: fino a che punto questa saldatura lo indebolisce? Sarà ancora lui a gestire una politica estera così cambiata, oppure passerà la mano? Dopotutto, è al potere da diciassette anni (come presidente e come primo ministro), ed ha lasciato affiorare qua e là una certa stanchezza – ben comprensibile, nel ventennio più drammatico della storia russa e mondiale . Lui stesso ha lasciato intendere che forse non si candiderà alle presidenziali del 2018; ed anche senza dar credito alle voci di una sua malattia, sarebbe naturale un avvicendamento.

Un passo indietro può essere perfino l’ultimo dei grandi servizi che ha reso alla sua patria. Togliere il bersaglio in cui si è fissata ossessivamente , monotematicamente – tipico del deliro psicotico – la voglia americana di distruzione. Infatti, come ha raccontato il Wall Street Journal echeggiando noti pareri del Deep State, “lo scopo di [fornire] armamento letale [all’Ucraina] è alzare il prezzo che Putin paga per il suo imperialismo, fino a che si ritiri o si pieghi alla pace … I russi non vogliono soldati morti che tornano a casa nei sacchi prima delle elezioni presidenziali dell’anno prossimo”. E’ la sete di assassinio puro, ma potrebbe essere sorpresa se alle presidenziali del 2018, che l’assassino vuole rovinargli portandogli dei cadaveri sotto casa, Putin non ci fosse.

Certo è che, come scrive Dedefensa, “In ogni caso è difficile pensare che il comportamento erratico e furioso di Washington la Pazza non abbia conseguenze sulle elezioni presidenziali del 2018 , con l’annuncio, con Putin o senza lui, di un indurimento russo”.

Deir Ezzor, Siria. Così l’hanno ridotta gli americani coi loro ribelli preferiti. Presto sarà Kiev? O Milano? 

E un avvento di duri al Cremlino è estremamente pericoloso perché, a parere di chi scrive, la Russia non ha la forza reale per sfidare in una guerra mondiale gli Stati Uniti, cosa che il Deep State dissennatamente vuole; e che nello stesso tempo i duri possono sentirsi messi con le spalle al muro e tentati di azzardare il tutto per tutto militare prima che si completi il dissanguamento della Russia, economico e militare, che è lo scopo strategico degli psicotici: la situazione di disperazione in cui Roosevelt mise il Giappone spingendone i comandi a tentare Pearl Harbor. La guerra avverrà in Ucraina, è certo; nelle volontà, sarà una guerra “limitata”. Come sempre le guerre mondiali.

Bruxelles, altre sanzioni a Mosca

Inutile, in questo grave passo, guardare all’Europa per una soluzione. Sapete cosa ha fatto Bruxelles venerdì scorso? Ha imposto nuove sanzioni a tre imprenditori e aziende russe, per via delle due grandi turbine Siemens che sono apparse in Crimea mentre la Siemens le aveva vendute a un’altra regione, volendo rispettare le sanzioni Usa che vietano ogni rapporto economico con la Crimea occupata. I beni dei tre imprenditori in Europa sono stati congelati, ed essi stessi rischiano l’arresto se tornano qui.


Una politica estera zombificata è quella europea, del tutto sorda e cieca al rovesciamento velocissimo della situazione geopolitica. Bruxelles la Zombie continua ad eseguire le istruzioni di Washington la Pazza.

..E la Libia accusa Gentiloni davanti alla “comunità internazionale”. Di cui il conte dice di avere l’appoggio.

Ma nessuno supera nella zombificazione il nostro Gentiloni: non solo l’abbiamo visto fare un accordo con un Sarraj che notoriamente è un miserabile piccolo fantoccio in mano alle sue stesse milizie, e alle sua fazioni divise nel suo microscopico regno, e appena tornato a casa ha dovuto rimangiarsi le promesse fatte ad Alfano. Non solo il governo mai eletto, sulla questione libica, ha offeso Haftar, il contendente vincitore, che ha la forza reale e le alleanze reali che contano (fra cui l’Egitto da cui la sinistra vuole “la verità su Regeni”), e che ormai è stato legittimato dall’invito di Macron: ma no, Gentiloni fa come se Haftar non esistesse nemmeno, e parla con un Sarraj che continua a definire “il solo riconosciuto dalla comunità internazionale” – una comunità internazionale che palesemente non esiste più.

Il genio, felice col suo istruttore.

Adesso, il vice di Sarraj, questo Fathi Al-Mejbari, non solo ha ingiunto all’Italia “di cessare immediatamente la violazione della sovranità libica”, perché la presenza di navi da guerra italiane nelle acque libiche “non rappresenta e non esprime né la volontà dell’intero Consiglio, né del governo di intesa”. Ha anche fatto appello a quella “comunità internazionale” cui Gentiloni dice di obbedire, chiedendo al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e (oltreché alla Lega Araba e all’Unione Africana) di condannare l’intrusione italiana. Finirà che ci troveremo le nostre navi affondata dai cannoni delle milizie di Libia, e saremo condannati pure dall’Onu – dove le ONG hanno tanta voce – per violazione delle acque territoriali. Non ci stupirebbe apprendere che per aver invaso la Libia, Bruxelles la Zombi ci applicherà delle sanzioni. Ma chi più zombi della Farnesina che di fronte alle intimazioni del vicepresidente di Sarraj risponde che “ l’ostilità di alcune fazioni libiche alla missione rientra nella «dinamica del dibattito interno», «che l’Italia rispetta pienamente», e «non inficiano in alcun modo il rapporto di cooperazione tra i due Paesi»? La missione insomma va avanti.

In qualunque paese, una così fitta raffica di meritate disfatte di politica estera, di tante umiliazioni geopolitiche raccolte dalla totale insipienza dei nostri “leader”, di tante prove che questo governo non conta nulla agli occhi non solo degli “alleati”, ma delle ONG internazionali, al punto che persino un capetto libico da noi sicuramente pagato (facciamo la politica delle mazzette – senza di noi Sarraj non avrebbe i soldi per sopravvivere politicamente) può prenderci a schiaffi – in qualunque paese un gruppo di tali cretini sconfitti si sarebbe dimesso e non ne sentiremmo parlare più. Niente, questa sinistra inetta unisce la ignoranza e incapacità estera all'arroganza. E non stupisce. Un popolo-zombi si lascia governare da partiti-zombi. Risultato, si troverà in guerra senza saperlo.

Libia - quello che gli euroimbecilli al governo non riescono a tenere conto. Haftar si è conquistato sul campo il suo ruolo, fa riferimento a Tobruk il governo legittimo, ha liberato e protegge Saif al Islam figlio di Gheddafi, ucciso dai pazzi sanguinari francese, inglese e statunitense

Quanto pesano le minacce di Haftar all’Italia

5 agosto 2017 


da Il Mattino del 4 agosto (titolo originale “Le armi dei libici non fanno paura”)

Poco importa che le minacce formulate dal generale Khalifa Haftar di bombardare le navi italiane penetrate nelle acque libiche siano state davvero espresse da quello che è diventato ormai il più forte tra i protagonisti della crisi libica o siano invece forzature mediatiche.

Non esistono infatti dubbi sull’atteggiamento ostile assunto dal governo e dal parlamento di Tobruk nei confronti della missione navale italiana varata in base all’accordo stipulato su richiesta del governo di Fayez al-Sarraj all’Italia.


In termini militari occorre valutare quanto siano credibili le minacce di attacco alle nostre navi. La marina di Haftar dispone di motovedette non in grado di impensierire pattugliatori e fregate italiane. Le sue forze aeree schierano due dozzine di decrepiti Mig 21 e Mig 23 e qualche Mirage F-1 armati di bombe a caduta libera e razzi.

Velivoli mantenuti operativi grazie all’aiuto russo ed egiziano e armi imprecise, difficili da impiegare contro navi militari anche se i jet di Haftar hanno già in passato attaccato qualche petroliera o mercantile impegnati in traffici illegali.

Il pattugliatore Comandante Borsini (nella foto sotto) ha solo un cannone da 76 millimetri e 2 cannoncini da 25 per difendersi da eventuali attacchi aerei mentre la nave logistica che secondo le autorità libiche è attesa a Tripoli l’8 agosto (forse una nave per operazioni anfibie classe San Giorgio) dispone unicamente di cannoncini ma la missione italiana ha una copertura aerea e radar poco visibile ma garantita dai caccia Typhoon basati a Trapani e dalle navi dell’operazione Mare Sicuro, inclusa la fregata lanciamissili Carlo Margottini (foto più in basso) dotata di modernissimi missili antiaerei MBDA Aster 15 e Aster 30.


La minaccia di Haftar impone poi di ricordare che il 21 settembre 1973 (quattro anni dopo la salita al potere di Gheddafi), due jet Mirage libici mitragliarono la corvetta italiana Pietro De Cristofaro in acque internazionali a 33 miglia dalle coste libiche, uccidendo un marinaio italiano e ferendone gravemente altri due.

Se una riedizione di quella battaglia appare improbabile, in termini politici Haftar pretende da tempo un riconoscimento ufficiale dall’Italia (lo stesso che gli ha accordato Emmanuel Macron con il vertice con al-Sarraj organizzato alle porte di Parigi) e di venire interpellato su ogni questione che riguardi la sovranità libica.

Sul piano istituzionale è vero che al-Sarraj guida il governo voluto e sostenuto dall’Onu ma è altrettanto vero che il parlamento di Tobruk è l’unico organo rappresentativo riconosciuto dalla comunità internazionale e non ha mai accordato la fiducia all’esecutivo di al-Sarraj.


Non a caso le minacce di Haftar all’Italia sono emerse dopo che il parlamento di Tobruk ha giudicato nulla l’intesa Tripoli-Roma perché non riconosce ad al-Sarraj l’autorità per stipulare accordi internazionali.

Dietro al generale si muovono poi gli interessi dei paesi che lo sostengono per acquisire una forte influenza in Libia e che ovviamente vedono nell’Italia un pericoloso competitor: tra questi vi sono certo Francia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti.

Non sfugge infatti che le minacce di raid aerei contro le navi italiane sono state rese note da al-Arabiya, rete tv emiratina, cioè di un paese che in appoggio ad Haftar ha messo in campo denaro, mezzi, consiglieri militari e persino aerei antiguerriglia e mercenari.

Anche le accuse di “fascismo“ e “neocolonialismo” espresse all’Italia da Saif al Islam (foto sotto), figlio del defunto leader libico Muammar Gheddafi, rientrano in questa logica.

Saif è stato liberato un anno or sono dalle milizie tribali di Zintan, braccio armato in Tripolitania dell’Esercito nazionale libico (LNA) di Haftar il quale ha sdoganato il figlio del Colonnello riconoscendogli la legittimità a ricoprire ruoli politici e lo ospita a Baida, non lontano da Tobruk e sede del governo di Abdullah al-Thinni il cui esercito è guidato proprio dal generale.


Comprensibile che Saif nutra rancore verso l’Italia che tradì l’accordo stipulato con suo padre consentendo alla NATO di attaccare la Libia in una guerra a cui parteciparono attivamente anche le forze italiane. Certo però oggi quel rancore risulta funzionale ai competitor dell’Italia, inclusa la Francia che non ricoprì certo il ruolo di comparsa in quel conflitto e che probabilmente determinò la decisione di uccidere Muammar Gheddafi.

Del resto il “cerchio” si chiude se a questi elementi aggiungiamo che le milizie di Zintan ottennero già durante la guerra civile del 2011 un consistente aiuto militare francese e sono impegnate in questi giorni in un’offensiva militare tesa a conquistare la costa della Tripolitania nel settore di Sabrata dove sono attive milizie jihadiste (incluse quelle che si rifanno allo Stato Islamico) coinvolte nel traffico di esseri umani verso l’Italia.

Le forze di Haftar rappresentano quindi una minaccia per l’accordo tra al-Sarraj e l’Italia che punta a stroncare i traffici di esseri umani e a fermarne i flussi, ma al tempo stesso possono rappresentare un’opportunità. Se le truppe di Zintan che obbediscono ad Haftar occupassero le coste della Tripolitania che al-Sarraj non è mai riuscito a controllare e da dove salpano barconi e gommoni diretti in Italia, i flussi cesserebbero rendendo di fatto superflua la missione navale italiana.

Si tratta forse di sviluppi non a breve termine ma di cui Roma dovrebbe tener conto nella necessaria iniziativa per riaprire un robusto canale diplomatico con Haftar.

Foto AP, Libya Herald e Marina Militare

Concorrenza - per responsabilità di questi politici politicanti in Italia non si fanno mai leggi eque che servano per la evoluzione del paese

DDL Concorrenza, lo stop al parity rate fa arrabbiare Booking: “Con noi sempre tariffa migliore”
"Pronti a rimborsare la differenza"


04 Agosto 2017 - (Teleborsa)

Alla fine di un percorso lungo, a tratti travagliato, fatto di rinvii e modifiche, durato quasi 3 anni, con 146 sì e 113 no il Senato ha finalmente approvato con fiducia il DDL Concorrenza, senza modifiche rispetto al testo licenziato dalla Camera a fine giugno.
Obiettivo? Promuovere lo sviluppo della concorrenza e garantire la tutela dei consumatori in applicazione dei princìpi dell’Unione europea in materia di libera circolazione e apertura dei mercati.

Tanti i provvedimenti che riguardano assicurazioni, i liberi professionisti, Poste, banche, farmacie e il mercato dellʼenergia. Ma sulla neonata legge già infuriano le polemiche degli insoddisfatti dell’ultima ora o della prima, se preferite. Secondo Federconsumatori, il Ddl concorrenza è una legge scritta dalle aziende, che non porterà alcun vantaggio, ma solo gravi ripercussioni per i cittadini, specialmente in campo energetico, assicurativo e farmaceutico.”.


Contrarie al provvedimento anche le opposizioni. Le pesantissime accuse del presidente della Commissione Industria del Senato Massimo Mucchetti, sono la migliore dimostrazione che il Ddl concorrenza varato dal Governo Gentiloni – Renzi è una presa in giro che tutela sempre i soliti noti dei poteri forti e va a discapito di cittadini e piccole imprese. Non c’è altro da aggiungere” ha dichiarato Enrico Cappelletti il capogruppo del Movimento 5 Stelle in Senato.

In queste ore, poi, a far discutere è la cosiddetta norma ribattezzata “Booking”, che vieta il parity rate, rendendo nulle le clausole con le quali alberghi e B&B sono obbligati a non praticare alla clientela prezzi più bassi rispetto a quelli pubblicizzati dall’intermediario anche online.

BOOKING PASSA AL CONTRATTACCO – Booking.com ovviamente non ci sta e dopo il via libera definitivo della Camera al Ddl Concorrenza rassicura i propri clienti: il portale “garantirà in ogni caso la tariffa migliore”, pronta a “rimborsare la differenza”.

Booking.com fa sapere in una nota di avere “sempre operato nel rispetto delle regole e benché in disappunto con la nuova legge approvata ieri in Italia che abolisce gli impegni di parity rate raggiunti con i partner italiani, valuterà gli effetti di tale legge e aggiornerà, dove necessario, gli accordi e i termini generali dei contratti”. Booking.com “ritiene — continua la società — che la nuova legge italiana violi le normative dell’Ue e sia in contrasto con gli sforzi della Commissione europea per promuovere l’innovazione digitale a livello europeo, compromettendo così la coerenza e la concorrenza previste nell’ambito del mercato unico digitale”. Venticinque autorithy di tutta Europa, tra cui l’Italia, “concordano sul fatto che gli accordi di parity rate proposti da Booking.com siano soddisfacenti in materia di concorrenza. Proprio per questo, Booking.com è convinta che la clausola MFN (Most Fovourited Nations), attualmente in vigore in quasi tutta Europa, contribuisca a rendere più trasparente il mercato, a una corretta concorrenza tra i portali di prenotazione online e sia in grado di favorire il turismo globale mantenendo prezzi bassi per i consumatori”.

Per questo, conclude la nota “Booking.com intende rassicurare i partner che il proprio staff, Italia compresa, è costantemente impegnato a garantire che ogni luogo abbia le consuete opportunità di competitività per migliorare e attrarre clienti in un settore che vede il turismo sempre più internazionale e mobile. Booking.com è pertanto certa che i partner italiani continueranno a offrire ottimi prezzi, condizioni e disponibilità tramite la propria piattaforma data la varietà e il volume in grado di assicurare. Anche i clienti possono continuare a prenotare tramite Booking.com perché il portale garantirà in ogni caso la tariffa migliore: qualora un cliente trovi online un prezzo inferiore per la medesima sistemazione, Booking.com, come ha sempre fatto, rimborserà la differenza”.

Giulietto Chiesa - Libia - Haftar si rifà a Tobruk fino a ieri riconosciuto governo legittimo, poi Francia, Gran Bretagna e gli Stati Uniti si sono inventati al Sarraj...

Libia, per Chiesa ''Ong da fermare subito, tanto nessuno ci protegge dal terrorismo"

04 agosto 2017 ore 10:34, Stefano Ursi

Hanno fatto e continuano a fare un grande rumore le parole del generale libico Khalifa Haftar, che si è detto pronto a bombardare le navi italiane impegnate nella missione appena approvata. Parole che come sempre scatenano una polemica politica e mediatica forte, tale da richiedere delle riflessioni sulla situazione complessiva. Che vede agganciarsi alla questione libica l'inchiesta in corso sulla nave della Ong tedesca e l'annosa vicenda dei flussi migratori, come gestirli e soprattutto con chi parlare per stabilizzare la Libia stessa. Su queste e altre tematiche dell'attualità internazionale IntelligoNews ha chiesto l'opinione del giornalista ed esperto di geopolitica Giulietto Chiesa. 


Giulietto Chiesa Il generale libico Haftar si è detto pronto a bombardare le navi italiane: è stato un errore, secondo lei, da parte del Governo Gentiloni incontrare solo Sarraj? 

''L'Italia continua a sostenere Sarraj e con tutta evidenza c'è qualche problema da chiarire con Haftar, che non è stato consultato. Che oggi fa una minaccia palesemente poco realistica, ma comunque la fa per far capire che vuole essere consultato: è chiaro che una situazione del genere non può essere gestita con un solo interlocutore. Sarebbe saggio se l'Italia, per conto proprio e non necessariamente seguendo le indicazioni di Macron che fa il suo gioco, facesse il suo di gioco e in questo caso occorre avere un rapporto con entrambi i reggitori dell'ex Stato libico, ciascuno per conto suo''. 

Sarraj, a detta di tutti, è la personalità riconosciuta dalla comunità internazionale e dall'UE, mentre Haftar sarebbe sostenuto dall'Egitto per guidare la Libia. Due interessi opposti che si scontrano? 

''Mi pare evidente. Si richiede una visione internazionale più ampia di quella delle big intereuropee, come si vede: mentre il signor Macron fa la sua politica, Gentiloni fa quella europea anche se non si capisce quale Europa sia, visto che il presidente francese ne fa parte come l'Italia. Quindi da una parte c'è un signore che fa dei giochi suoi e, probabilmente, dei banchieri mondiali che hanno rapinato la Libia, mentre dall'altra c'è l'Italia che essendo stata rapinata insieme alla Libia per la vicenda della guerra che ha ucciso Gheddafi, fa una politica che non si capisce di chi è in quale interesse si muove''. 

Secondo lei è cambiato l'atteggiamento verso le Ong? In relazione all'inchiesta in corso sulla nave della Ong tedesca, il lavoro del pm di Catania Zuccaro va rivalutato? 

''Di certo va rivalutato. Zuccaro aveva lavorato seriamente, sui dati che era stato messo in grado di conoscere, probabilmente non tutti ma una parte più che sufficiente. La mia opinione è che alcune di queste organizzazioni non governative possano essere finanziate da Soros e va indagato, lui persegue obiettivi e scopi contrari agli interessi nazionali dell'Italia: allora i governanti italiani devono valutare quali siano gli interessi nazionali del nostro Paese e le organizzazioni che non seguono o si contrappongono, più o meno subdolamente ad essi devono essere impedite, se necessario con la forza della legge''. 

Crede a chi dice che se si mette un freno alla questione migranti cresce il rischio terrorismo? 

''Questa è una scusa. Nessuno ci protegge dagli atti di terrorismo in questo modo, siamo protetti fino ad ora da altre circostanze che non sono mai state chiarite, e che per fortuna ci impediscono di essere colpiti direttamente dal terrorismo. Io credo che queste siano voci che circolano ad arte per creare delle illusioni di sicurezza. Non ci credo''. 

Chiudiamo con la questione delle nuove sanzioni degli Usa alla Russia. 

''Vorrei sapere, su questo, come l'Italia intende rispondere alle nuove sanzioni, visto che esse si basano su accuse che sono già state dimostrate false da importanti documenti provenienti dai servizi segreti americani. E temo che, come al solito, traccheggerà. Sarebbe importante, anche in questo caso, che l'Italia facesse sentire la sua voce, di fronte alla decisione di un Presidente che dice di non potersi opporre perché ha le mani legate. Cioè approva le sanzioni decise a stragrande maggioranza dal Congresso degli Stati Uniti senza essere d'accordo, allora mi domando: l'Italia non potrebbe prendere posizione che dica che queste sanzioni non vanno bene comunque? Che è gravemente dispiaciuta dell'incapacità del Congresso Usa di valutare con realismo la situazione internazionale?''

Napolitano ha tradito il popolo amico libico, ha tradito il popolo italiano ignorando gli Interessi Nazionali. Fu lui che ricattò Berlusconi a bombardare umanamente la Libia

Salvini contro Napolitano: 'Dovrebbe essere processato'

Il leader della Lega commenta così l'intervista dell'ex capo dello Stato che a 'Repubblica' ribadisce che fu il governo Berlusconi e non lui ad autorizzare l'intervento in Libia

Matteo Salvini in una foto d'archivio © ANSA

Redazione ANSAROMA
03 agosto 201718:35NEWS

"Napolitano non dovrebbe essere intervistato, pagato e scortato, dovrebbe essere processato". Lo scrive il leader della Lega Nord Matteo Salvini commentando su twitter l'intervista dell'ex Capo dello Stato a "La Repubblica". Nell'intervista il senatore a vita interviene sulla vicemda dell'intervento italiano a Tripoli. 

"Dire che il governo fosse contrario e che cedette alle pressioni del capo dello Stato in asse con Sarkozy - dice tra l'altro Napolitano a proposito di quanto accaduto nel 2011 - non corrisponde alla realtà. I miei rapporti con l'allora presidente francese erano di certo poco intensi e tutt'altro che basati su posizioni concordanti in un campo così controverso. E non soltanto io trovai fondate le considerazioni del Consigliere Archi, ma concordarono con esse anche autorevoli membri presenti del governo, come il Ministro della Difesa La Russa".

Solidarietà bipartisan all'ex capo dello Stato. "Il Presidente emerito Giorgio Napolitano - si legge in una nota - esprime i suoi sentimenti di riconoscenza e apprezzamento per tutte le personalità istituzionali e politiche - tra cui i Presidenti di Camera e Senato e il Presidente del Consiglio Gentiloni - che hanno voluto indirizzargli messaggi di solidarietà dinanzi ai grossolani e inauditi attacchi rivoltigli, fondati su spudorate falsificazioni dei fatti relativi all'intervento ONU in Libia del 2011".

Hiroshima e Nakasaki - Gli Stati Uniti paese che ha compiuto un crimine contro l'umanità. Bombe atomiche su due città piene di donne bambini, civili

Mai più Hiroshima e Nagasaki – Torino

05.08.2017 - Redazione Italia


5 agosto 2017 a partire dalle ore 21 piazza Carignano Torino

A 72 anni dai bombardamenti atomici sul Giappone, assistiamo ad un inquietante ritorno di interesse per le armi nucleari unito ad un’escalation dei conflitti tra potenze nucleari.
Attualmente Stati Uniti, Francia, Cina, Russia, Inghilterra, India, Israele, Pakistan e Corea del nord sono possessori “ufficiali” di armamenti nucleari. Questi ultimi tre paesi non hanno aderito al Trattato di Non Proliferazione Nucleare, che dovrebbe in teoria regolamentarne e limitarne lo sviluppo. Diversi altri paesi stanno compiendo tentativi di dotarsi di armi nucleari o si stanno dimostrando interessati.
In Italia sono custoditi diversi ordigni atomici, nelle varie basi Nato disseminate sul territorio.

La questione del riarmo nucleare si pone nel contesto di un aumento generalizzato della violenza come metodologia d’azione: la violenza è sempre più accettata come metodo di risoluzione dei conflitti, siano essi personali, sociali o politici, dalle relazioni tra i singoli al livello internazionale.

Continua la crescita, anche se lenta, delle spese militari nel mondo: il totale è di 1.686 miliardi di dollari. In Italia c’è stato un deciso balzo in avanti (+10% dal 2015 al 2016*).
Occorre invertire la rotta, chiediamo investimenti nei settori della salute, dell’educazione, del lavoro e dell’ambiente invece che in quello militare.

Poiché l’esistenza stessa delle armi nucleari è universalmente riconosciuta come una terribile minaccia per la vita di milioni persone, chiediamo al nostro governo di lavorare perché queste armi siano ripudiate e di attivarsi perché vengano ovunque abolite; in questo contesto chiediamo che l’Italia ratifichi il Trattato per la messa al bando delle armi nucleari adottato dall’ONU il 7 luglio 2017, in coerenza con l’art.11 della nostra Costituzione.

Per queste ragioni:
Ricordiamo le vittime delle bombe atomiche
Ribadiamo il nostro NO alle armi nucleari
Chiediamo all’Italia di ratificare il trattato per la messa al bando delle armi nucleari adottato dall’ONU il 7 luglio 2017

* Dati 2016 SIPRI – Istituto di Ricerca per la Pace di Stoccolma

Per info: info@casaumanista.org

Con il patrocinio del Comitato Regionale per i Diritti Umani

Aderisce e organizza
Coordinamento di cittadini, associazioni, enti ed istituzioni locali contro l’atomica, tutte le guerre e i terrorismi

Libia - l'incapacità italiana è manifesta

Quel 2011 in Libia…


Sulla Libia, inutile raccontarsela. Quanto segue deriva dalle dichiarazioni di Frattini, del Generale Camporini, di comunicati stampa Eni e di colloqui che ho avuto con esponenti NATO in questi anni. Non c’è nulla di segreto, è tutto noto da tempo, in ogni caso si tratterà di una sintesi

L’iniziativa anglo-francese (su spinta principalmente francese) prese l’Italia alla sprovvista. In Libia i nostri Servizi erano concentrati nell’ovest del Paese, dove l’Eni aveva i maggiori interessi e quando le bandiere francesi apparvero a Bengasi e in altri centri abitati della Cirenaica, per noi fu una sorpresa, non avevamo colto i segnali precedenti. Sarkozy del resto informò gli altri leader europei con un colpo di teatro a un meeting d’emergenza, dicendo loro che, proprio mentre parlavano, gli aerei francesi erano in procinto di attaccare.

Gli USA volevano starne fuori, ma l’attacco anglo-francese mostrò ben presto inadeguatezza. In una settimana furono esaurite le scorte di munizioni e dovettero chiedere un rifornimento d’emergenza agli Stati Uniti – salvo scoprire inizialmente che le munizioni USA avevano un “attacco” che rendeva impossibile montarle sui cacciabombardieri francesi. Problema comunque risolto a breve. Gli aerei statunitnesi, che fino a quel momento si limitavano a una azione di imposizione di una no-fly zone come anche altri Paesi (inclusa Italia) iniziarono poi ad agire anch’essi, per non lasciare l’azione degli alleati inefficace.
Comunque, tornando all’Italia, il Governo Berlusconi era stretto tra gli accordi precedentemente fatti con Gheddafi e i rapporti con gli alleati. L’Italia sapeva che anche se la rivolta contro Gheddafi era nata da questioni interne, la posizione francese puntava a sostituire Roma soprattutto in ambito energetico. Quando, necessitando di ulteriori appoggi e di basi più vicine alla Libia, venne chiesto di usare le basi NATO italiane, l’Italia rifiutò fino a che la Francia non minacciò di bombardare i siti di interesse per l’Eni. Berlusconi di fatto se ne lavò le mani e lasciò la decisione a Napolitano, che acconsentì. Nacque – semplificando – così la missione NATO Unified Protector.
A chi affidare il comando? Gli USA, dopo Afghanistan e Iraq, non volevano dare l’impressione di essere sempre loro a volere queste guerre, soprattutto in un caso come questo dove effettivamente l’avevano voluta altri. Un europeo non era possibile, perché nessun Paese in lizza avrebbe ceduto ad altri il comando, col rischio di vedere messi in pericolo i propri interessi. L’Italia non avrebbe accettato un francese o un britannico e questi non avrebbero accettato un italiano. La Germania si era tirata fuori (pur non vetando l’intervento – comunque non aveva particolari interessi da difendere in Libia), la Turchia aveva messo il veto solo su alcuni bersagli, altri non erano ritenuti avere sufficientemente esperienza. Venne così scelto un non europeo e non USA: un canadese, il Generale Charles Bouchard.

La protezione dei siti Eni era condizione posta dall’Italia e così fu, anche se mi è stato raccontato che Bouchard non ne poteva più degli advisor italiani che gli dicevano dove colpire e dove no. Comunque di lì a poco l’Eni pubblicò un comunicato stampa dove affermava il supporto al Governo ribelle in Cirenaica, cosa che dopo la guerra ha pagato: l’Italia e l’Eni infatti non persero alcun asset in Libia e anzi il Ministro del Petrolio del primo esecutivo di transizione dopo Gheddafi fu, non a caso, un ex-dirigente Eni.
Gli interessi energetici italiani erano stati così tutelati (anche se per l’opinione pubblica questo non è mai stato chiaro) e ancora oggi l’Eni è il principale partner estero attivo nel Paese (in vari momenti è stato l’unico). Al contrario Francia e Gran Bretagna non ottennero mai i vantaggi che speravano, di fatto tagliati fuori dall’Italia che, per una volta, aveva giocato efficacemente d’anticipo. Ma è qui, subito dopo la caduta di Gheddafi, che comincia il disastro. Le forze NATO scoprono che Gheddafi aveva una quantità enorme di armi sparse nel Paese, molte più di quanto si pensasse. Non modernissime e non potentissime, ma ce n’erano tante, la sua “assicurazione” per armare velocemente mercenari dell’Africa subsahariana se necessario. La NATO propone un piano per il disarmo delle milizie e lo smaltimento dei depositi, ma due membri europei dell’Alleanza si oppongono (spoiler: non l’Italia), affermando che il ruolo NATO è terminato e che l’Alleanza non ha più nulla da fare in Libia. I due Paesi probabilmente non vogliono perdere altre posizioni e opportunità né spartire altro con gli alleati. Ma è un’illusione, perché di fatto senza il piano NATO non viene fatto nulla e i due Paesi vedono ogni speranza cozzare contro il disordine crescente. Inoltre, nel settembre 2012 l’attacco al compound diplomatico statunitense di Bengasi, in cui perde la vita l’Ambasciatore Chris Stevens, distrugge i tentativi dell’amministrazione Obama di stabilizzare il Paese e segna l’inizio dell’ascesa di pericolosi gruppi jihadisti in Cirenaica. Il resto (milizie che riprendono a combattersi, armi che vengono vendute a sud contribuendo agli scontri successivi, tra gli altri, in Mali e Nigeria, fino alla situazione attuale) lo conosciamo. Così come il tentativo della Francia di ottenere almeno in ritardo ciò che sperava in quel ormai lontano 2011.

Siria - è ufficiale la Rivoluzione a Pagamento è finanziata dalla Cia

04AGO 17
Ribelli siriani stipendiati dalla Cia. Chi lo dice? Il Financial Times…


Guarda un po’, i dettagli della storia. Rivelatori, perché la fonte è ottima, il Financial Times. Il primo ad accorgersene è stato Julien Assange in un tweet qualche giorno fa e la notizia merita di essere ripresa.

Cosa sapevamo della guerra in Siria? Che a sostenere gruppi anti-Assad erano i sauditi, il Qatar, i turchi e che gli Stati Uniti li assistevano da vicino, benedicendo queste operazioni, e dando una mano con l’aviazione americana nei raid anti-Isis. Ma che quei ribelli fossero a busta paga …

Eppure è proprio così. Lo scorso 20 luglio l’autorevole giornale londinese ha pensato di sondare le reazioni dei rivoltosi anti-Damasco alle indiscrezioni secondo cui Donald Trump avrebbe messo fine a un’operazione sotto copertura di sostegno agli stessi ribelli, decisa da Obama quasi quattro anni fa. I reporter del Financial Times (qui l’articolo) li hanno contattati, rivelando alcuni dettagli interessanti. Ad esempio che esiste una “sala operazioni dei gruppi” che si coordinano con la Cia, stando ad Hassan Hamadeh, comandante della Divisione 101.

E ancora che “il programma era finanziato da agenzie di intelligence di Paesi occidentali, del Golfo Persico e della Turchia a sostegno di una gamma di ribelli considerati come ideologicamente moderati ” ma che non è stato molto efficace a causa di “rivalità fra fazioni ribelli e di faide tra Paesi donatori“.

FT ricorda, “come denunciato da diversi osservatori e dagli stessi ribelli, che i Paesi sostenitori hanno chiuso un occhio sul fatto che i loro finanziamenti finissero nelle mani dei jihadisti“, addirittura di Al Qaida. “Francamente molte delle armi e delle munizioni andavano a loro (ai ribelli siriani affiliati ad Al Qaida, n.d.r.) e questa probabilmente è una buona cosa”, afferma un interlocutore interpellato dai reporter britannici.

Ma la sorpresa maggiore riguarda la questione salariale.

“Uno dei comandanti dei ribelli, che ha chiesto di non essere citato, ha detto che il supporto degli Usa è calato negli ultimi mesi ma sostiene che i ribelli hanno ricevuto normalmente lo stipendio il mese scorso“.

Sì, avete capito bene: i ribelli erano stipendiati dalla Cia e, verosimilmente, dalle altre agenzie di intelligence che collaboravano al programma. A quanto ammontasse la busta paga non viene detto ma il contesto parla da sé.

Si trattava di un’operazione sotto copertura, zavorrata da polemiche e divisioni tra gruppi ribelli e tra gli stessi Paesi donatori, condotta da ribelli “ideologicamente moderati” che beneficiavano di finanziamenti e di armamenti, che però finivano anche ad Al Qaida, perché “tutti chiudevano un occhio”.

Un programma a mio giudizio irresponsabile: l’Occidente non può combattere i terroristi islamici nei nostri Paesi e poi permettere che questi in Siria ricevano armi, munizioni e finanziamenti forniti dallo stesso Occidente e dai suoi alleati. E fallimentare perché Assad non è caduto.

A pagare il prezzo è stato, come sempre, l’unico davvero incolpevole: il popolo siriano.

Italia prossimo presente - è nel dna degli euroimbecilli italiani soprattutto del Pd che non si devono tutelare gli Interessi Nazionali

NOI E GLI ALTRI

Un Paese senza alleati
che rischia l’irrilevanza


In tutti gli scenari geopolitici caldi che ci circondano, dall’Ucraina/Russia alla Siria, all’Iraq, alla Turchia, appariamo di fatto a rimorchio degli altri. Nella Ue sembra che non possiamo fare altro che accettare la leadership franco-tedesca
31 luglio 2017



L’Italia è sola. Dalla questione dei migranti al contenzioso con la Francia è questo il referto che ci consegna la situazione internazionale. È una condizione radicalmente nuova nella storia della Repubblica: per la prima volta dal 1948, infatti, l’Italia non può contare stabilmente né su un potente alleato — come furono per decenni gli Stati Uniti, obbligati dalla «guerra fredda» ad essere al nostro fianco qualunque cosa accadesse — né su un sistema integrato di relazioni forti nel quale tuttavia avere una qualche influenza, com’è stato fino all’altro ieri con l’Unione Europea. Nella quale invece contiamo sempre meno mentre sempre più essa si va trasformando nei nostri confronti in una sorta di potenza tutoria non proprio benevola. Ormai da tempo l’Italia è sola, dunque. E la sua politica estera è costretta a fare i conti con la storia irrisolta del Paese. Nel corso della prima metà del Novecento, fino alla sconfitta del ’40-45, quando ci si poteva ancora illudere che il mondo fosse l’Europa, abbiamo pensato di poterci muovere come l’ultima delle grandi potenze o la prima delle medio-piccole: quella che comunque con il suo schierarsi astutamente, e magari all’ultimo momento, da una parte o dall’altra, era in grado di determinare il successo di uno o dell’altro schieramento (da qui il nostro non casuale ingresso nelle due guerre mondiali sempre parecchio tempo dopo che erano iniziate).Su questa linea, sicuri peraltro della nostra rilevanza e della necessità di affermazione nazionale, non abbiamo cessato di nutrire sogni di grandezza quasi sempre pateticamente smisurati: e quindi finiti come dovevano finire.

Dopo il ‘45 la via dell’alleanza occidentale e dell’integrazione europea è stata naturalmente una scelta obbligata. Ma essa è servita a coprire un vuoto: il vuoto apertosi con la sconfitta, che non è stata una semplice sconfitta militare ma ha significato il ridimensionamento brutale dell’intera autorappresentazione nazionale formatasi dall’Unità in avanti. Si è trattato di un vuoto che la democrazia repubblicana non è stata capace di colmare. Sempre più convinti a sproposito della presunta assoluta inattualità dell’idea di nazione (si provino gli illustri membri dell’Ispi o dell’Aspen a organizzare un seminario su tale inattualità a Parigi o a Berlino: si provino, si provino), non siamo stati capaci di rifare a noi stessi un’immagine del Paese da spendere e affermare nelle relazioni internazionali, di disegnare una mappa plausibile, e soprattutto condivisa, dei nostri interessi vitali, e di crederci davvero. Magari accettando l’idea che tali interessi andavano perseguiti anche con l’inevitabile dose di spregiudicatezza. Invece niente: quando si tratta dell’Italia l’impressione è che ad essere spregiudicati sono sempre gli altri. Troppo spesso in un mondo popolato di lupi confessi e di lupi travestiti da agnelli abbiamo pensato che fare la parte degli agnelli autentici equivalesse ad avere una politica. D’altronde come si fa ad essere spregiudicati e cattivi se non si hanno le idee chiare su ciò che si vuole? Da troppo tempo alla nostra diplomazia nessuno sa dire a che cosa debba, possa o voglia servire l’Italia.

Senza dire che il nostro ruolo internazionale continua a scontare tre handicap micidiali ma ormai accettati quasi fatalisticamente. Innanzi tutto la divisività parossistica delle forze e delle culture politiche del Paese circa i veri interessi di questo: con quelle di sinistra in particolare sempre pronte a recarsi alla City per ottenerne il placet prima delle elezioni o a innamorarsi, e ahimè a identificarsi, con lo straniero di turno: da Blair a Obama fino ai recenti sdilinquimenti per Macron. C’è poi l’irrimediabile instabilità dei nostri governi sempre di coalizione e quindi destinati a essere dominati da continue rivalità e litigi interni. Si aggiunga, infine, la permanente inadeguatezza del nostro strumento militare (del resto gli agnelli armati non sono una specie molto diffusa). Un’inadeguatezza di risorse e di attrezzature aggravata da una sorta di curiosa distorsione psicologica dei nostri vertici politico-militari i quali, pur avendo pochi mezzi a disposizione, li usano come il prezzemolo facendosi prendere dalla smania di mandarne un po’ dappertutto (sono attualmente almeno una ventina, credo, i teatri dove è presente la nostra bandiera, spesso con non più di quaranta-cinquanta elementi). Con l’ovvio risultato che contiamo poco o niente dappertutto, e che da nessuna presenza militare siamo mai in grado di riscuotere un vero dividendo politico.

E così la solitudine diventa inevitabilmente subalternità e irrilevanza. In tutti gli scenari geopolitici caldi che ci circondano, dall’Ucraina/Russia alla Siria, all’Iraq, alla Turchia, appariamo di fatto a rimorchio degli altri. Con l’Egitto, dopo la morte di Giulio Regeni, non sappiamo letteralmente che cosa fare. Sulla questione israelo-palestinese ci limitiamo ad aderire regolarmente nelle varie sedi internazionali alla pilatesca posizione della Ue quando non (spero per sbadataggine) a quelle francamente antisemite di altri organismi internazionali. Nel Mediterraneo perfino su Malta — della quale pure, se ben ricordo, garantiamo l’indipendenza con un apposito trattato! — non riusciamo ad avere la minima influenza. Sul teatro libico, infine, subiamo da anni le conseguenze dello smacco inflittoci a suo tempo dall’iniziativa franco-inglese con relativi flussi migratori che ci si sono rovesciati addosso. Ora le cose accennano a cambiare, ma ancora ieri Parigi ha segnato un punto a nostro sfavore con l’organizzazione dell’incontro Sarraj–Haftar, mentre la spedizione navale appena decisa appare avvolta ancora da molte incognite e già si annuncia all’insegna del solito minimalismo del «vorrei ma non posso».

Degli scenari europei è inutile dire. Nella Ue sembra che non possiamo fare altro che accettare la leadership franco-tedesca, tenue foglia di fico che nasconde in realtà la virtuale egemonia della Germania. Della quale siamo costretti ad accettare le direttive economico-finanziarie con pochissimi margini di trattativa (anche per colpa nostra, d’accordo, perché come si sa non abbiamo fatto i compiti a casa: ma comunque senza poter mai chiedere che la maestra controlli anche i quaderni di Berlino...). Mentre da parte della Francia assistiamo da anni, senza fiatare, ai suoi continui acquisti di aziende nostre laddove, se siamo noi che ci azzardiamo a combinare lì qualche affare importante, arriva immediatamente l’altolà di Parigi. Nei Balcani, infine, contiamo qualcosa solo in Albania; nel resto della regione, dove pure dopo l’‘89 avevamo cercato di avere qualche influenza, tuttavia il rullo compressore dell’economia e della politica tedesca ci ha quasi dappertutto messo ai margini (vedi l’abbandono da parte di Unicredit).

Per capire quali siano le speranze che in generale le cose cambino basta un particolare: nei giorni scorsi si è tenuta alla Farnesina la periodica riunione di tutti i nostri rappresentanti all’estero. Si sarebbe potuto pensare che era un’ottima occasione per parlare con la dovuta schiettezza di qualcuno dei mille problemi accennati in queste righe e di discutere qualche possibile linea d’azione. Ebbene, volete sapere chi presenziava alla riunione? Il nostro ministro degli Esteri, naturalmente, e con lui il nostro capo dello Stato, ma accanto a loro, invitati d’onore, anche i ministri degli Esteri di Francia e Spagna. C’è qualcuno che riesce a immaginare qualcosa di simile a Parigi o a Madrid in una circostanza analoga?