Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 16 settembre 2017

16 settembre 2017 - Mario Albanesi: Brigata di briganti



Gli Stati uniti hanno in progetto di uccidere il presidente della nord Corea Kim Jong-un valendosi di 1500 militari sud coreani addestrati che agirebbero da briganti di notte, armati fino ai denti sul territorio di uno stato sovrano.

16 settembre 2017 - 11 settembre: Mentana manda in onda le bufale di Attivissimo



Mentana due aerei tre torri

Mauro Bottarelli. - pur di far vincere il Pd interverrà la Strategia della Paura con uno, due, tre atti di terrorismo quanti e come servano. Per il momento è entrato in azione il Partito dei Giudici contro la Lega e M5S

E’ partita l’offensiva per blindare PD e governo. Regola numero uno, non accettare provocazioni

Di Mauro Bottarelli , il 15 settembre 2017


Et voilà, oggi 15 settembre la XVII legislatura compie il giro di boa: 417 deputati e 191 senatori di prima nomina hanno maturato l’assegno di pensione aggiuntiva da circa 1.000 euro, che potranno incassare, se non rieletti, a 65 anni. E mentre il ddl Richetti giace al Senato, magicamente accadono cose. Dopo l’addio allo ius soli, proprio a Palazzo Madama, causa mancanza di numeri per far passare il provvedimento, in casa PD esplode il caso. Il ministro Delrio sgancia la bomba: atto di paura rinviarlo. Matteo Orfini, presidente dei dem, risponde via Twitter: “L’unico modo per approvare lo ius soli al Senato è mettere la fiducia, senza di questo lo si uccide”. E da Corfù, un imbarazzato Paolo Gentiloni abbozza: “Il provvedimento è priorità del governo”. E poi ecco qui il convitato di pietra:


l’uomo che doveva spostare la sua tenda lontano dalla casa del PD, decide di entrare a gamba tesa proprio nel dibattito e nel momento più caldo del partito. Ovviamente, godendo del palcoscenico da prima della Scala politica che solo “Repubblica” può offrire. Ah, già che ci siamo, guardate anche il titolo del corpo centrale del giornale di De Benedetti: sul caso Consip emergono novità destinate a suffragare la tesi vittimistica di Matteo Renzi, ovvero parti dello Stato avrebbero tramato contro di lui, utilizzando i rapporti del padre con Russo e Romeo come mezzo per arrivare a colpire al cuore Palazzo Chigi. Che strana tempesta in casa PD, scoppiata oltretutto di colpo. E, caso strano, a ridosso del giorno del “liberi tutti”, visto che la legislatura è ormai alla fine, il DEF lo scriveranno a Berlino e Bruxelles e l’unica priorità, adesso, è quella di garantirsi un posto in lista per la primavera.


Ma ci sono molte altre coincidenze interessanti. Che dire, ad esempio, della sospensiva decisa dalla magistratura rispetto alle “regionarie” del Movimento 5 Stelle in Sicilia a meno di due mesi dal voto per Palazzo dei Normanni? Per carità, niente di drammatico ma comunque un segnale di instabilità, dopo che Matteo Renzi – conscio del rischio sconfitta altissimo – aveva bollato l’appuntamento siculo come “voto locale”, beccandosi dell’idiota da Massimo D’Alema. C’è poi questo,

ovvero il fatto che Facebook, forse eccitatosi per l’ok della Camera alla legge Fiano contro la propaganda fascista, ha deciso che il termine “patriota” non va bene e ha cassato il video di Giorgia Meloni in vista dell’annuale appuntamento con la kermesse di Fratelli d’Italia, “Atreju”, prevista per la settimana prossima. Casualmente, come aveva ribattezzato Forza Nuova la sua “Marcia su Roma” del 28 ottobre, proprio per evitare rogne con questura e affini? “Marcia dei patrioti”: vuoi dire che, con velocità siderale, l’algoritmo di Facebook sia stato settato per andare a scovare quella parolaccia ovunque, bloccando post e video che la contengano in maniera palese? E avete notato come sia sparita in fretta la polemica su Forza Nuova dai giornali e dall’agone politico? In compenso, il fall-out di legalismo anti-fascista è bello presente e attivo.


C’è poi la provocazione per antonomasia, ovvero quella che ieri ha visto la magistratura genovese congelare i conti della Lega Nord per un totale di 48 milioni di euro, a fronte dei 400mila euro utilizzati indebitamente a Umberto Bossi, i suoi figli e l’ex tesoriere Belsito, reato per il quale sono stati condannati in primo grado. Insomma, un blocco cautelativo vagamente esagerato nelle proporzioni delle somme. Soprattutto se si pensa che, casualmente, la decisione è arrivata a tre giorni dal raduno di Pontida che si terrà domenica, forse l’appuntamento sul prato bergamasco più importante di sempre, non solo perché il Carroccio vola in area 15% di consensi ma anche perché era atteso l’annuncio di Matteo Salvini relativo al cambio di pelle politica, con l’addio alla parola “Nord” e la nascita de facto della Lega nazionale stile Front National. Casualità.


E chi ha attaccato con maggior durezza la Lega, tanto da portare Matteo Salvini a rispondere unicamente con l’invito a vergognarsi? Matteo Renzi, a detta del quale “i leghisti si sono trovati bene a Roma… Tutti i giorni la Lega fa la morale a Roma ladrona ma nessuno che dica che c’è un partito che ha rubato i soldi del contribuente… La Lega deve dare 48 milioni di euro del contribuente. E nessuno ne parla. Salvini è tutti i giorni sui talk show, è dappertutto tranne a Bruxelles, e nessuno che gli chieda conto dei soldi”. Insomma, un frontale. Non a caso, contro l’esponente politico che il barometro del consenso vede sempre più come principale competiror per il ruolo di candidato premier del centrodestra. Berlusconi è sceso in campo in difesa dell’alleato leghista, visti anche i suoi trascorsi burrascosi con le cosiddette “toghe rosse”?


Silenzio tombale da Arcore. E ci mancherebbe, una volta che i giudici lavorano a suo favore. Per quanto riguarda Renzi, invece, il rapporto di do ut des è antico. E destinato a rinnovarsi in grande stile, quando lo scontro etnico all’interno del PD si sarà consumato e concluso, colmo dei colmi proprio sul tema di pelle dello ius soli. Matteo Renzi ha atteso in silenzio, ha ingoiato bocconi amari, è stato in esilio in America, ha scritto un libro e, lentamente, ha cominciato la sua operazione di destabilizzazione carsica del partito.


Ha iniziato con la bomba del “aiutiamoli a casa loro” in piena crisi dei migranti, ha lanciato granate nello stagno dei malcontento latente a ogni intervento alle Feste dell’Unità estive, ha rivendicato a colpi di tweet ogni certificazione positiva dell’ISTAT sullo stato dell’economia italiana. Ora, ha deciso di mettere via il fioretto e sfoderare il bazooka. Il tutto, forte di una variabile ingestibile: Angelino Alfano, il quale piaccia o non piaccia gode di un pacchetto di voti risicati numericamente ma dal peso specifico enorme.


E i Cinque Stelle? Matteo Renzi pare avere una sicurezza al riguardo: sono ontologicamente inconsistenti, una volta traslati dall’opposizione al ruolo di governo, Virginia Raggi docet. Quindi, se si fanno male da soli, è inutile sprecare energie. Le quali, come si vede, sono tutte concentrate contro la Lega Nord e il suo cammino più o meno in solitaria all’interno del centrodestra, in cerca di un’egemonia che è nei fatti e vuole solo il casus belli per essere ufficializzata. E con Berlusconi che non fa nulla per spalleggiare il formale alleato di coalizione, anzi ne rivendica a ogni piè sospinto la titolarità, possiamo dire che il buon Matteo da Rignano se riesce a piazzare il colpo gobbo di portare lo ius soli al Senato e farselo bocciare – cosa che Alfano e i suoi farebbero senza problemi – avrebbe ucciso sul nascere le aspirazioni di potere di Gentiloni. E, forse, anche della superstar Minniti. E questa prima pagina


di oggi del quotidiano di proprietà del re dei palazzinari romani, la dice lunga su quale consenso graviti ancora attorno al “golden boy” della politica italiana che in troppi hanno dato per morto troppo presto, me compreso. All’editoriale di Mario Ajello e a quel titolo da nobile decaduto che copre con la mano guantata le pezze al culo, rispondo con questo tabella,


la quale ci dice che il Nord – che lui fa corrispondere e coincidere infantilmente e in malafede con la Lega e ai suoi guai giudiziari – a occhio e croce avrebbe diritto di “rubare” per altri 500 anni, al netto di quanto ruba ontologicamente Roma, intesa come Stato centrale e centralistico. A Matteo Salvini e Giorgia Meloni, invece, dico solo una cosa: restare calmi e non accettare provocazioni. Renzi è ancora forte e potente ma il PD è un covo di vipere: chissà mai che troppa foga nell’agitare il bastone della vendetta, ne svegli qualcuna. E si ritrovi morso dal suo stesso veleno casalingo.

Matteo Salvini - il Partito dei Giudici irrompe nel campo della politica per eliminare il partito, grazie a Salvini, che è in maggior sintonia con il sentir comune degli italiani, diventerà un boomerang

GUERRIGLIA
Matteo Salvini, i giudici di Genova rispondono al leader della Lega Nord: "Difendiamo il Parlamento"

15 Settembre 2017


"Cercano di toglierci dai giornali, dalle tv, dalle radio, dal Parlamento. Cercano di farlo 'alla turca'. Ma non ci riusciranno. In democrazia sono i cittadini con il loro voto che decidono chi vince e chi perde, non un singolo giudice. Sono proprio curioso di vedere adesso cosa dirà il Presidente della Repubblica". Così Matteo Salvini a Radio Padania, dove è tornato a parlare del sequestro cautelativo dei fondi della Lega Nord disposto dal tribunale di Genova: bloccati sei conti correnti del partito in sei diverse banche. Alla vigilia, Salvini, aveva attaccato la magistratura, accusandola di voler far fuori il partito. Oggi ha rincarato la dose: "Domenica a Pontida faremo scelte impegnative, che non si ricordano nella storia del Dopoguerra. Non si può permettere che in uno Stato di diritto qualcuno venga imbavagliato. Senza uno straccio di foglio in mano bloccano un partito, su decisione di un singolo giudice. Ma neanche in Turchia... Venite domenica a Pontida, sarà una giornata molto particolare".

Dalla procura di Genova finita sotto accusa, però, è arrivata la risposta a Salvini: "Abbiamo il massimo rispetto per la Lega e per tutti i partiti, ma noi non abbiamo messo in atto nessun attentato alla Costituzione, anzi: abbiamo agito a tutela del Parlamento, che si è costituito parte civile", ha dichiarato Franco Cozzi, capo della procura genovese. E ancora: "Camera e Senato si sono costituiti parte civile nel processo per avere risarcito un danno derivante dalla erogazione di contribuiti che non dovevano essere dati perchè fondati su bilanci non corretti". La toga ha aggiunto: "Noi abbiamo agito a tutela del Parlamento. E - conclude - i processi che questo ufficio manda avanti dimostra che non si guarda in faccia a nessuno e, tanto meno, a nessun colore politico. I procedimenti svolti in passato lo dimostrano".

Mauro Bottarelli - Stagflazione e disoccupazione con redditi bloccati, i consumi e i risparmi non possono che essere fermi se non calanti

SPY FINANZA/ I numeri e le prese in giro sull'economia italiana

Nella giornata di ieri sono arrivati diversi dati sull'economia italiana, tra di loro non proprio concordi. Per MAURO BOTTARELLI, però, la situazione è ben chiara
15 SETTEMBRE 2017 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

La cosa che mi ha sempre affascinato dell'economia è che si basa sui numeri, sulle cifre, sui dati. Non puoi lasciarti andare a troppi sofismi, a citazioni dotte, a giochi di parole e cortine fumogene: se il tuo Pil è 0,3% puoi mettere in campo tutte le revisioni al rialzo che vuoi, destagionalizzare, ma se uno sa leggere i numeri ti frega. Ultimamente, però, i continui giochi delle tre carte posti in essere dalle stesse Banche centrali sembrano aver sdoganato una nuova branca dell'economia: i conti a mio favore. D'altronde, è la narrativa delle stesse istituzioni finanziarie a facilitare la diffusione: quando hai la Bce che alza le stime di crescita e contemporaneamente si lamenta dell'euro in apprezzamento, c'è poco da fare, siamo alla tragicommedia. Ma anche a livello statale, la danza dei numeri è diventata passatempo molto diffuso. Ieri Intesa Sanpaolo e il Centro Einaudi hanno presentato l'Indagine 2017 sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani e il dato principale che è emerso cozza non poco con la realtà che, a mio avviso, continuiamo a vivere: quest'anno riemerge la capacità di risparmio delle famiglie che si era persa negli anni più bui della recessione

Dati alla mano, la propensione media al risparmio risale, portandosi in linea con il dato del 2001 (11,8% contro il 9,6% del 2016): le famiglie in grado di risparmiare salgono dal 40% al 43,4%, un graduale recupero del controllo dei propri bilanci. Vediamo qualche dettaglio, come riportato da MilanoFinanza: «Questo ritorno a una maggiore capacità di accantonamento è il riflesso del forte aumento (dall'82% al 92%) della quota di intervistati che nel 2017 si dichiara finanziariamente indipendente, visto che la percentuale è ai massimi e sottolinea la ripresa del controllo delle famiglie anche sulla possibilità di spesa. Calano invece i non indipendenti, passando dal 9% a poco meno del 3% del campione. Circa il 61% degli intervistati dichiara di godere di un reddito sufficiente o più che sufficiente (nel 2016 era il 47,2%). Un salto di qualità è anche nella tipologia di redditi che sono prodotti. C'è un ritorno dei redditi da lavoro, che rappresentano nel 58% dei casi la prima fonte di reddito degli intervistati, contro percentuali che negli anni peggiori della crisi erano scese sotto la metà». 

E ancora: «Grazie a un miglioramento delle condizioni economiche diventa, per così dire, più facile accumulare risorse e ciò non soltanto nel cosiddetto risparmio non intenzionale (ovvero di coloro che sono riusciti a mantenere il controllo del bilancio famigliare e così alla fine dell'anno si sono trovati ad aver speso meno di quanto avessero incassato), quanto, soprattutto, sul fronte di quello intenzionale, cioè gli italiani che hanno risparmiato con uno scopo preciso. La quota dei risparmiatori non intenzionali ha recuperato circa un punto percentuale dal 2016, raggiungendo il 21,4% del campione e la brusca contrazione iniziata nel 2012 sembra definitivamente superata. Nel 2016 i risparmiatori intenzionali erano un quinto del campione, quest'anno ritornano al 22%, avvicinandosi alla cifra fisiologica. Il fatto che la crescita dei risparmiatori intenzionali sia superiore a quella dei risparmiatori non intenzionali indica che le famiglie stanno tornando a progettare. L'analisi delle motivazioni al risparmio dei risparmiatori intenzionali vede come prevalenti i motivi precauzionali (46,3%): tuttavia il dato, che aveva visto un rilevante incremento nel 2016, è tornato nel 2017 ai livelli precedenti». 

E infine: «Più ottimismo anche in vista del pensionamento. Il 41% circa dei capifamiglia intervistati reputa che, in corrispondenza dell'età della pensione, potrà godere di un reddito per lo meno sufficiente: nel 2016 la percentuale era di ben dieci punti inferiore». Ma dove hanno fatto il sondaggio, sull'isola di Fantasilandia? Viviamo in un Paese in cui, dati Confindustria presentati sempre ieri, ci sono 7,7 milioni di persone che il lavoro non sanno nemmeno cosa sia e, peggio, che nel 2016 ha visto solo un sesto dei 15-24enni occupato (16,6%), contro poco meno della metà in Germania (45,7%) e quasi un terzo nella media dell'Eurozona (31,2%), eppure si parla di ritorno al risparmio e di prospettive positive per il futuro. Ma sempre ieri, altri dati. L'Istat confermava infatti che il tasso di inflazione era risalito all'1,2% ad agosto 2017, dall'1,1% di luglio, nei dati definitivi. L'indice nazionale dei prezzi al consumo aumentava anche su base mensile, con una crescita dello 0,3%: «La lieve ripresa dell'inflazione si deve principalmente ai prezzi dei Beni energetici non regolamentati, la cui crescita si porta a +4,3% (da +2,1% del mese precedente) e alla dinamica dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+4,4%, in accelerazione dal +3,2% di luglio. L'inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, sale di due decimi di punto percentuale (+1,0% da +0,8% di luglio), mentre quella al netto dei soli beni energetici si attesta a +0,9% (come nel mese precedente). L'incremento su base mensile dell'indice generale è dovuto in larga parte ai rialzi dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (+3,4%), il cui andamento è influenzato da fattori stagionali. L'inflazione acquisita per il 2017 è pari a +1,4% per l'indice generale e +1,0% per la componente di fondo». Insomma, inflazione da vacanze. 

«Tale livello dell'inflazione comporta ricadute per le famiglie, in termini annui, di +363,45 euro», ha subito commentato Federconsumatori: «Una crescita dei prezzi dettata dall'aumento dei costi dei carburanti, nonché di quelli legati ai trasporti. L'incremento dei prezzi avviene in forte contrasto con l'andamento dei redditi delle famiglie, ancora in forte crisi», dichiarava Emilio Viafora, presidente dell'associazione. «L'elevato tasso di disoccupazione (i cui lievi accenni di ripresa riguardano solo i contratti a termine) erode sempre più i redditi delle famiglie, specialmente di quelle in cui almeno uno dei componenti ha perso il lavoro o non trova occupazione», proseguiva Viafora. A detta del quale, «tale andamento incide in maniera del tutto negativa sulla domanda interna che, infatti, stenta ad allontanarsi dallo zero. In tale quadro, risulta indispensabile intervenire per il rilancio dell'occupazione, che superino la logica dei bonus, agendo invece attraverso un taglio delle tasse sul lavoro». 

Chiedo scusa, ma chi ha ragione? Chi ci dice che l'occupazione è in aumento, visto che sale la propensione al risparmio di fatto da reddito principale, chi vede il bicchiere equamente diviso, ma sottolinea il dato occupazione come una criticità (fatto che mal si concilia con la propensione al risparmio nella sua accezione positiva del termine, almeno a casa mia) o chi ci dice che il livello occupazionale e quindi salariale sono bloccati, tanto che i consumi stagnano pericolosamente? Cosa fanno gli italiani, risparmiano e non mangiano? Perché, seppur il mio riassunto possa apparire grezzo, il quadro generale che emerge sarebbe questo, fondendo insieme i dati che sono stati resi noti nella stessa mattinata. 

Di chi fidarsi? Forse del metodo classico di chi vive nel mondo reale e non della politica economica, ovvero guardarsi in giro al bar, al supermercato, in pizzeria, nei mercati rionali. Guardare quanto sono piene le sporte, quanta gente in meno prende il caffè, quanto diminuiscono le presenze fra i tavoli dei ristoranti (certo, se si fanno i sondaggi nella zona della movida milanese, l'Italia appare di colpo come un cantone svizzero) e così via. Perché con il massimo del rispetto, questi ultimi otto anni non ci hanno fornito esempi edificanti da parte delle banche rispetto alla vita reale dei cittadini, alle loro esigenze e alle dinamiche del credito, come ci mostra questo grafico che invito chiunque a smentire: hanno pensato ai bilanci, ai tagli di personale e filiali (è di ieri il piano lacrime e sangue per tamponare i disastri del management di Carige, 1.000 dipendenti in meno e 120 filiali chiuse) per evitare aumenti di capitale, nonostante quanto gli sia stato regalato e continui a essere regalato dalla Bce. 


Le stesse banche che non devono tremare più di tanto per i loro errori, visto che la famosa Commissione d'inchiesta nata per indagare sul "salvataggio" delle popolari è stata istituita sempre ieri e con un obbligo statutario chiaro: prima relazione fra sei mesi e fra un anno quella finale. Fra sei mesi la Camere saranno sciolte, in attesa del voto. Ennesima presa in giro alla faccia nostra. Esattamente come i risultati da Bengodi dello studio di Intesa. Magari è ora che vi svegliate, anche a livello di fonti informative: cosa ne dite?

Mauro Bottarelli - Non basta un missiletto del Nord Corea e l'ennesimo attentato della Strategia della Paura per distogliere il mercato dalla vera guerra valutaria in atto

SPY FINANZA/ Bce e Cina, le nuove tappe della guerra valutaria globale

La Corea del Nord fa paura, così come il terrorismo. Ma per MAURO BOTTARELLI c'è anche una guerra valutaria importante che si sta combattendo a livello globale

16 SETTEMBRE 2017 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

Lo so, il mondo trema per il nuovo test missilistico nordcoreano e per l'attentato artigianale sulla metropolitana di Londra, quindi dovrei occuparmi di questo. Ma, vi chiedo: se il mercato ha totalmente ignorato questi due eventi, non facendo pressoché un plissé al riguardo, perché dovrei farlo io? Perché dovrei preoccuparmi del cotè bellicista e proto-bombarolo di una battaglia enorme che è solo di sopravvivenza del sistema finanziario da un lato e degli Stati dall'altro, inteso come Stato la sua valuta e il ruolo di benchmark che essa riveste nello scenario mondiale? Sapete cosa accadeva, mentre tutte le telecamere di questo mondo erano piazzate sulla fermata della metro di Parsons Green, pochi isolati da dove abitavo quando ero a Londra? Questo: «L'uscita dalla politica espansiva dovrà essere cauta, affinché i mercati non reagiscano in modo troppo nervoso». Direte voi, sai che novità. Beh, la novità c'è se a dirlo è Wolfgang Schaeuble, intervistato dal Passauer Neue Presse. 

Stando al ministro delle Finanze tedesco, infatti, «la politica monetaria straordinaria con tassi bassi e acquisti di titoli è stata necessaria per superare una fase di crisi economica». Aveva bevuto? No, aveva buttato un occhio anche al trend dei Bund, dopo che giovedì, successivamente al dato Usa che aveva confermato il rialzo delle pressioni inflazionistiche nel Paese, i tassi decennali dei titoli di stato tedeschi hanno testato il record in tre settimane e mezzo, a fronte della sell-off che ha colpito il valore dei titoli. Dal minimo degli ultimi due mesi e mezzo della fine della scorsa settimana, i rendimenti tedeschi sono balzati di oltre 13 punti base. E il rialzo continua: alle 12.30 ora italiana, i tassi sui Bund tedeschi balzano di oltre +6% allo 0,44%, a fronte del +0,52% al 2,14% dei tassi sui Btp decennali. Il risultato è che lo spread Btp-Bund a 10 anni scende dello 0,88% a 169,60 punti base. A pesare questa settimana sul trend dei bond dell'Eurozona, in generale, è stata anche la massiccia offerta di debiti sovrani da parte degli Stati, per un valore superiore ai 15 miliardi di euro. E, ovviamente, la scommessa di un imminente tapering del Qe da parte della Bce

Vuol dire che c'è qualche rognetta? Soprattutto partendo da un presupposto: se arriva il tapering, partono gli scossoni e il Bund paga pegno. Ma se non parte, entro marzo-aprile sarà finito il collaterale esigibile di carta tedesca, quindi o la Germania emetterà più del previsto o la Bce cambierà la regola mandataria del 33% di acquisto sull'emesso totale. Comunque sia, i rendimenti andranno a piombo per scarsità. Ma c'è qualcuno che non la pensa come Schaeuble e non esattamente l'ultima arrivata. Parlando in occasione della riunione informale dei ministri finanziari della zona euro a Tallinn, Sabine Lautenschlaeger, fra i grandi falchi del board della Bce, non ha usato giri di parole: «È tempo che la Banca centrale europea riduca gli acquisti di bond, perché la crescita dell'economia della zona euro e i bassi tassi di interesse riporteranno l'inflazione al livello previsto dalla Bce, ovvero attorno al 2%». E ancora: «La forte crescita unita alla politica monetaria accomodante ci riporterà a un tasso di inflazione in linea con i nostri obiettivi. Ci sono pochi dubbi su questo. Quindi è tempo di prendere una decisione ora sulla riduzione dei nostri acquisti di bond all'inizio dell'anno»

E stando a un sondaggio condotto dall'agenzia Reuters tra gli economisti fra l'11 e il 14 settembre la Banca centrale europea annuncerà a ottobre un'estensione di sei mesi del programma di acquisto asset, ma ridurrà il ritmo mensile degli acquisti a 40 miliardi di euro. Solo due dei 52 interpellati ritengono che l'annuncio verrà dato a dicembre, termine ultimo indicato attualmente per il Quantitative easing, che procede al ritmo di 60 miliardi al mese. Il consenso dei 39 economisti che hanno risposto al sondaggio prospetta, inoltre, un'estensione di sei mesi del programma e le stime fornite spaziano dai 3 ai 12 mesi. La media delle stime degli economisti, poi, suggerisce che da gennaio l'importo degli acquisti mensili scenderà dai 60 miliardi attuali a 40 miliardi. 

Stando ai 31 dei 33 economisti che hanno fornito una risposta, il programma sarà completamente archiviato entro la fine del 2018. Tra questi, sei ritengono che possa essere chiuso entro la prima metà dell'anno prossimo, mentre solo due sono convinti che gli acquisti termineranno nel corso del 2019. La maggior parte dei tecnici, a cui è stato chiesto se la scelta di avviare un percorso di chiusura del Quantitative easing sia giusto, ha risposto di sì: una larga maggioranza ritiene, infine, che la Bce probabilmente non toccherà i tassi d'interesse, attualmente al minimo storico, per tutto l'anno prossimo. 

Insomma, l'argomento è uno e solo uno, visto che nessuno in questo momento presta troppa attenzione a una Fed che finge di normalizzare i tassi, ma che è in realtà formalmente congelata, non fosse altro per il fine mandato di febbraio della Yellen e la totale confusione - almeno ufficiale - che regna nella testa di Donald Trump rispetto al suo successore (e quindi al tipo di politica da mettere in campo). Ma c'è di più, perché al diluvio di dichiarazioni da parte di membri dell'Eurotower che oggi difficilmente troveranno spazio sui giornali, ieri se ne è unita un'altra, legata a un tema che negli ultimi giorni ha fatto molto discutere: «La Bce è preoccupata della possibilità che le banche, nello scenario post-Brexit, cerchino di sfruttare le debolezze del sistema di regolamentazione per ottenere condizioni meno stringenti senza ridurre i rischi». Lo ha detto Daniéle Nouy, responsabile della vigilanza bancaria della Bce, in un intervento a Helsinki, riferendosi all'eventualità che molte banche con sede a Londra e con attività nell'Ue potrebbero trasferire le filiali in Paesi con un sistema normativo più flessibile, questo senza ricadere più sotto i severi controlli della Banca centrale. 

«I procedimenti arbitrali trans-giurisdizionali sono diventati una questione ancora più importante dal quando il Regno Unito ha deciso di lasciare l'Ue», ha detto Nouy, spiegando che «alcune banche britanniche potrebbero istituire filiali in Paesi terzi non soggetti alla vigilanza della Bce... Non siamo in un film dove un eroe solitario ignora felicemente tutte le regole per salvare il mondo - ha concluso -: qui la questione riguarda la stabilità del settore bancario, la prosperità dell'economia e il benessere della società nel suo complesso». 

Capite ora perché, mentre il presidente sud-coreano, Moon Jae-in, diceva testualmente che «se la Corea del Nord continua con le provocazioni, abbiamo la capacità di distruggerla senza possibilità di ricostruzione», invocando la possibilità di una guerra accidentale, il Ftse Mib stazionava placido su quota 0,06%? Perché serve la copertura hollywoodiana dello scontro nucleare per evitare di discutere delle guerre vere, quella della Bce che rischia di diventare davvero una pietra angolare della politica monetaria globale in anticipazione della nuova crisi all'orizzonte. La stessa guerra della Cina a Bitcoin e alle altre critpovalute, passata ieri dal nuovo divieto totale di trading nel Paese che ha spedito proprio Bitcoin sotto quota 3mila dollari, non è certo per limitare la possibilità di "furto" durante gli attacchi degli hackers nordcoreani, bensì per placare i continui outflows di capitali che hanno trovato una nuova e più sicura via per aggirare i controlli delle autorità di Pechino. È guerra valutaria globale, mai vista di questa intensità. Per questo servono un pazzo in Corea e una busta che brucia sulla metropolitana di Londra.

Siria - Deier ez-Zor i tagliagola della Rivoluzione a Pagamento perdono il controllo dei pozzi petroliferi

Accordo Russia-Turchia-Iran per una nuova “safe zone” in Siria

La provincia di Idlib sarà controllata da militari turchi e russi

REUTERS

Pubblicato il 15/09/2017
Ultima modifica il 15/09/2017 alle ore 20:40
GIORDANO STABILE
(INVIATO A BEIRUT)

Russia, Turchia e Iran hanno raggiunto un accordo ad Astana, in Kazakhstan, per una quarta “safe zone” in Siria, nella provincia di Idlib. Sarà creato un centro di controllo con ufficiali dei tre Paesi, e pattuglie miste per la sorveglianza dei check-point. La Turchia, secondo fonti non ufficiali, prenderà di fatto possesso di 130 chilometri di confine, come già nella zona di Jarabulus, e invierà uomini per coordinare una forza di ribelli moderati di parecchie migliaia di combattenti. 

Zone di influenza 

Il documento sottolinea che non sarà in alcun modo compromessa “la sovranità della Repubblica araba di Siria” ma è chiaro che in questo modo la Turchia allarga la sua zona di influenza a un’ampia zona nel Nord-Ovest del Paese. In questo modo sia turchi che russi riescono a raggiungere i loro obiettivi strategici: Ankara vuole incunearsi fra le aree curdo-siriane, impedire che si uniscano e tenerle sotto pressione, anche militare; Mosca vuole sbarazzarsi degli ultimi gruppi jihadisti senza distogliere forze russe e siriane dal fronte Est per arrivare fino al confine con l’Iraq. 

Distruggere Al-Qaeda 

La nuova zona cuscinetto avrà una durata di sei mesi, estendibile. In questo periodo le tre potenze tutelari della Siria vogliono distruggere Al-Nusra, la branca siriana di Al-Qaeda, che controlla gran parte della provincia di Idlib e il capoluogo. Le forze turco-ribelli si incaricheranno della parte più difficile, l’attacco ad Idlib. Al-Nusra conta su almeno 9 mila combattenti per la difesa della città. Damasco invece cercherà di recuperare la parte orientale della provincia, quella più vicina ad Aleppo per mettere in sicurezza la metropoli riconquistata lo scorso dicembre. 

La corsa verso il confine iracheno 

L’accordo firmato ad Astana permette di chiudere il sesto round dei negoziati di pace in Kazakhstan con un buon risultato. Le altre tre “safe zone” sono nel Sud, al confine con la Giordania, nella periferia orientale di Damasco e nella provincia centrale di Homs e finora hanno funzionato in modo soddisfacente. L’esercito di Bashar al-Assad, e le milizie sciite alleate, si è così concentrato contro l’Isis nell’Est e ha quasi liberato la città di Deir ez-Zour e parte della provincia che confina con l’Iraq. I governativi sono però in competizione con le forze curde appoggiate dagli Stati Uniti, che vogliono impadronirsi di una parte del confine siro-iracheno.

Siria - la verifica sul campo impone un'evoluzione del Sukhoi 30SM

Primo aggiornamento per il Sukhoi Su-30SM russi

15 settembre 2017 
in News


Si chiamerà Su-30SM1 la versione aggiornata del caccia multiruolo Su-30SM. A comunicarlo è stato il Comando della VKS (Forza Aerospaziale russa) secondo cui il Ministero della Difesa e la Irkut Corporation starebbero ultimando l’ammodernamento di questo velivolo.

Benché il Su-30SM sia entrato in servizio recentemente tra le file dell’Aeronautica Militare, è quasi certo che il suo impiego in Siria abbia dettato (come per numerosi altri velivoli russi intervenuti in questo specifico teatro) una serie di miglioramenti da apportare con questa specifica versione.

Per la VKS saranno operati degli upgrade all’avionica e verrà ampliata la disponibilità dell’uso delle armi di precisione in dotazione al Su-30SM; la United Aircraft Corporation invece, nonostante abbia confermato i lavori in corso, si è rifiutata di specificare la natura degli aggiornamenti.

Secondo l’esperto russo Anton Lavrov, il fatto che venga aggiunta una singola cifra alla designazione di un aereo porta a pensare che si tratti esclusivamente di un’espansione della gamma di armi adottabili dal velivolo stesso: – “Suppongo che i nuovi Su-30SM1 potranno adottare le bombe guidate KAB-250 e i missili aria-superficie Kh-59MK2”.


La bomba guidata KAB-250, sviluppata dalla JSC Region (sussidiaria della Tactical Missiles Corporation), ha un design modulare essendo dotata di due sistemi di guida distinti: satellitare (denominata KAB-250S-E) e laser (KAB-250LG-E); è stata mostrata nel 2015 in risposta allo sviluppo statunitense della famiglia di bombe SDB (small diameter bomber) per gli F-22 e F-35.

Progettata per l’impiego sui Sukhoi Su-34 e su tutti i caccia russi di 4++ e 5a generazione (incluso il Sukhoi T-50), la KAB-250 è una piccola bomba compatta lunga 3,20 metri, ha un diametro di 25,5 cm e due serie di 4 semiali corte a corda ampia e disposte a croce da 55 cm. Con un peso totale di 265 kg, di cui 165 kg di testata e 90 kg di esplosivo, la KAB-250 è stata progettata per distruggere bersagli morbidi, magazzini e altre strutture nemiche non corazzate.


Il Kh-59MK2 è invece la versione avanzata e radicalmente modificata (nonché più leggera) del missile Kh-59. Si tratta di un missile guidato fire and forget (lancia e dimentica) a sezione quadrata ad angoli smussati con un profilo stealth e dotato di due gruppi di ali pieghevoli per l’adattamento in stive interne.

Il Kh-59MK2 è dotato di un motore migliorato che offre una gamma massima di oltre 290 chilometri.

Il suo sistema di guida combina un sistema di navigazione inerziale (IRS) e un radar di inseguimento del profilo del terreno (TFR). Si tratta di un’arma realizzata per la distruzione di una vasta gamma di bersagli stazionari, privi di traccia radar o firma IR, truppe o attrezzature disposte su una vasta aerea in quanto dotato di testata modulare a frammentazione o con munizioni a grappolo.

Il suo profilo d’attacco prevede un volo compreso tra i 50 e i 300 metri e possiede un CEP (probabilità di errore circolare) di 3 metri.

Foto: Sukhoi, Vitaly Kuzmin e Nikolai Navichkov

Immigrazione di Rimpiazzo - questi sono scemi

DEMENZA DA POSITIVISMO GIURIDICO

Maurizio Blondet 16 settembre 2017 


Ormai non si capisce più che “Non Uccidere” non è una “regola”, è un Comandamento “scritto nel cuore di ogni uomo”. Persino in Africa.

Diego Fusaro - Il multiculturalismo è un orpello che non ha riscontri nella realtà



13 Set 2017
by redazione

Il professor Diego Fusaro si annovera tra i critici più efficaci e puntuali delle attuali tendenze del capitalismo, del quale coglie la degenerazione, in particolare quando rileva come esso tenda a destabilizzare alcuni elementi che furono fondativi della società nella fase anteriore del suo sviluppo.
In particolare, si assiste oggi alla demolizione della famiglia nel nome del libertinismo e di una sessualità ridotta a piacere individuale; alla parcellizzazione del lavoro, che non definisce più la posizione sociale dell’individuo; ed infine alla distruzione dell’istruzione, non più rivolta alla formazione dell’individuo, bensì alla trasmissione di conoscenze tecniche funzionali ad una attività sempre meno qualificata.
La fine, denunziata da Fusaro, tanto del proletariato come della borghesia, non passa soltanto per l’abrogazione dei rispettivi diritti, che si ritenevano acquisiti, ma anche per la fine dei vecchi Stati nazionali, cui è stato sottratto il controllo dell’economia, mediante il quale promuovevano la giustizia sociale la giustizia sociale, sia con la regolazione dei rapporti di lavoro, sia con l’implementazione del “welfare”: a questa funzione morale dello Stato il Professor Fusaro si dimostra particolarmente sensibile, data la sua dichiarata fedeltà al pensiero hegeliano.

Resistono, quali soggetti irriducibili all’opera di distruzione compiuta dal capitalismo finanziario internazionale, da una parte le religioni, tra cui Fusaro cita espressamente l’Islam ed il Cristianesimo, e dall’altra le forze politiche “sovraniste”, dedite a difendere le antiche prerogative degli Stati.
Ci fa piacere che l’illustre studioso torinese riconosca il ruolo del Cristianesimo nell’opposizione alle attuali tendenze degenerative del capitalismo, anche se egli omette di citare l’importanza di un documento quale la “Laudato si’”: l’Enciclica di Papa Francesco costituisce invece – a nostro avviso – uno di pochi manifesti politici in cui tale opera di contrasto ideologico non si manifesta soltanto come “destruens”, denunziando l’ingiustizia dei processi in atto, ma anche come “construens”, perché contiene l’illustrazione di alcune possibili vie di uscita, quali la costruzione dal basso di forme alternative di economia comunitaria.

Per non parlare del fatto che il Papa interviene in forme inusitate nel dibattito politico, come quando – sia pure senza nominarlo – da dello “stupido” a chi (l’allusione a Trump risultava trasparente) nega il rapporto tra lo sfruttamento capitalistico delle risorse naturali ed i disastri cui abbiamo assistito proprio nei giorni scorsi.
Tuttavia, se le forze “sovraniste” nelle quali Fusaro vede incarnata un’altra opposizione alla globalizzazione intendono veramente contrastare le attuali tendenze del capitalismo, ci domandiamo per quale motivo esse si oppongono con tanta virulenza all’altro soggetto che – secondo la stessa analisi di Fusaro – compie una scelta fondamentalmente convergente con la loro.

Prendiamo come esempio la Lega: lasciamo da parte la demonizzazione dell’Islam, che i suoi esponenti assimilano “tout court” al terrorismo e alla barbarie, e soffermiamoci sul suo atteggiamento nei confronti della Chiesa Cattolica, ed in particolare del Papa.
La Lega considera Bergoglio come una persona dedita ad incrementare l’immigrazione: è come equiparare uno studioso di meteorologia ad un mago della pioggia, che causa a suo arbitrio le precipitazioni atmosferiche.
Fusaro, beninteso, critica fermamente i partiti xenofobi, che se la prendono con i migranti, anziché con chi li costringe a lasciare i loro Paesi per cercare una vita migliore altrove.
Tuttavia, poiché questo fenomeno risulta inarrestabile, esso causa due problemi che non possono essere sussunti.
Il primo problema è costituito dall’obbligo umanitario di assistere chi si trova in pericolo di vita.
A questo riguardo – a nostro modesto avviso – Fusaro sbaglia quando dipinge gli Organismi non Governativi impegnati nel soccorso come dei complici, non soltanto oggettivi, di quel capitalismo finanziario che promuove le migrazioni al fine di incrementare il proprio cosiddetto “esercito di riserva”, cui è attribuito il compito di calmierare il costo del lavoro.

Qui il filosofo ricorda quanto osservato direttamente da Marx quando constatò gli effetti dell’arrivo dei lavoratori irlandesi in Inghilterra.
Fusaro giunge al punto di affermare che gli Organismi non Governativi attivi con le loro navi nel Mediterraneo sono finanziati da Soros: lasciamo a lui la responsabilità di questa affermazione, ma constatiamo che i migranti, tanto più in quanto sono vittime di una ingiustizia, devono essere salvati.
Ed è proprio su questo punto che l’Autorità religiosa ed i soggetti che Fusaro dimostra di apprezzare per il loro “sovranismo” dissentono in modo irrimediabile: il Papa è per l’accoglienza, sia pure tenendo conto delle possibilità oggettive dei Paesi che la devono praticare, mentre la Lega vuole i respingimenti indiscriminati, ed è riuscita ad imporre questa scelta anche ai Partiti non “sovranisti” (vedi l’opera non encomiabile svolta dal “democratico” Minniti).

C’è poi il problema della costruzione di una società multiculturale, che si porrebbe anche se per incanto l’immigrazione cessasse immediatamente ed in modo completo: la Lega è contraria a prescindere, il Papa è favorevole.
Fusaro sussume il problema, che però risulta inevitabile.
In verità, l’illustre studioso si limita ad affermare, a questo riguardo, che le migrazioni fanno il gioco del grande capitale in quanto tendono a creare una massa indistinta, priva di identità, e come tale incapace di concepire – oltre che di difendere – i propri diritti: ci pare che egli confonda tra la convivenza tra le culture e la loro cancellazione, e con questo errore porti – sia pure involontariamente – un argomento a chi mette in atto una politica tanto insidiosa quanto quella della omologazione, quella del “divide et impera”.
Fusaro, uomo molto attento anche al dettaglio dell’attualità politica, è certamente informato del progetto concepito dalla Lega – di cui c’è da attendersi un “revirement” con il referendum lombardo – veneto del 22 ottobre – di costituire una Chiesa autocefala tradizionalista nel Nord Est, contrapposta a quella di Roma, che i seguaci di Salvini considerano ormai a trazione extracomunitaria.
Caro professor Fusaro, se la Chiesa si oppone alla globalizzazione, ci pare che dividendola si faccia un grosso favore a quel capitale internazionale che Ella tanto efficacemente denunzia.

Mario Castellano

Diego Fusaro - Gli Stati Uniti intimano alla Corea del Nord il disarmo, mentre loro si sentono in diritto di detenere un gigantesco arsenale nucleare

Fusaro presenta al Soms il suo ultimo libro

Castellucchio, domani l’incontro con il controverso intellettuale ospite di numerosi talk show

13 settembre 2017
Rita Lafelli


C’è grande attesa a Castellucchio per l’arrivo del filosofo Diego Fusaro, che domani, a partire dalle 21, salirà sul palco del teatro Soms per presentare il suo ultimo saggio Pensare altrimenti.

Intellettuale dissidente e controverso, Fusaro è richiestissimo dalle emittenti televisive, che se lo contendono come ospite dei talk show, ed ogni suo intervento scatena un’ondata di polemiche. Alla Gazzetta il filosofo ha concesso un’intervista in cui affronta i temi più attuali: dal decreto vaccini ai venti di guerra che spirano tra Corea del Nord e Stati Uniti. 

La chiacchierata parte dalle pagine di “Pensare altrimenti”. «È un saggio che sovverte le regole del pensiero unico – spiega –. I protagonisti del libro sono Platone, Spinoza, Hegel ed altri filosofi dell’antichità, che rappresentano tuttora un faro da seguire per affrancarsi da una società in cui gli intellettuali sono diventati i mediatori del consenso».

Tra i miti da sfatare Fusaro mette al primo posto la globalizzazione: «È una caverna di Platone grande come il mondo, in cui i popoli sono rinchiusi e assistono alla proiezione di immagini diffuse dai media, scambiandole per realtà – sottolinea –. Il pensiero unico si basa su alcuni comandamenti, che esaltano competitività e liberalismo, ma in realtà il libero mercato arricchisce solo i finanzieri».

Il giovane filosofo prosegue attaccando l’Unione Europea: «È una coalizione di capitali contro le classi lavoratrici. Una democrazia di facciata dietro cui si nasconde un’oligarchia tecnocratica».

E gli Stati Uniti? «Sono diventati i poliziotti del mondo – risponde –. Intimano alla Corea del Nord il disarmo, mentre loro si sentono in diritto di detenere un gigantesco arsenale nucleare. Rinunciare alle armi è giusto, ma dovrebbero farlo tutte le nazioni, non solo alcune».

Di recente Fusaro ha attaccato anche il decreto Lorenzin: «L’input arriva da oltreoceano: l’Italia è stata scelta come paese cavia su cui sperimentare nuovi piani vaccinali». E a chi lo accusa di essere omofobo risponde così: «Le unioni tra persone dello stesso sesso sono nobili e degne di rispetto quanto quelle tra uomo e donna, ma la famiglia è un’altra cosa e presuppone la volontà di procreare. Se tutto diventa famiglia, nulla più sarà famiglia». Sulle adozioni gay dice: «Un bambino ha bisogno di un padre e di una madre». Infine conclude: «È tempo di uscire dalla caverna e riscoprire l’amore per la “polis”. Gli intellettuali non agevolano questo processo, perché per la prima volta nella storia sono più stupidi del popolo. Oggi è più proficuo parlare con un fruttivendolo che con un letterato».

La chiacchierata proseguirà domani sera al teatro Soms, dove Fusaro risponderà alle domande di Francesco De Luca e dialogherà con il pubblico. L’evento è organizzato dal laboratorio culturale Elabora. Ingresso libero.

Strategia della Paura - riflessioni su Barcellona mentre il terrorismo istituzionale punisce la Brexit inglese

Un mercoledì da Leone, terrorismo fra notizie fasulle e propaganda vera

Mariano Leone
13 Set 2017

Riprendiamo i nostri incontri dopo a pausa estiva. Ci si aspetta sempre al ritorno dalle ferie che sia cambiato qualcosa e questo qualcosa sia in meglio. Ma non è così. Si spera di avere più dati, più notizie per cercare di comprendere meglio la realtà. Cominciamo da un dettaglio che sembra minimo a proposito dell’attentato in Spagna. Tutti i giornali e tutti i notiziari nel riportare l’attentato hanno riproposto lo stesso titolo nel presentare l’autore:

“Un Algerino, ma con passaporto spagnolo.” Tutte le notizie riportavano lo stesso titolo e lo stesso “ma” avversativo. Ma tutte, proprio tutte. Capisco che le notizie non vengono più cercate ma neppure filtrate dai giornalisti ma pedissequamente riprese dalle agenzie, ma un minimo di criticità, di analisi del testo come si usava una volta da parte dei professionisti dell’informazione sarebbe cosa decente. Invece no.

L’attentatore è: “ Un Algerino, ma con passaporto spagnolo”. Ha nessuno è venuto in mente che sia uno spagnolo di origine algerina. Essendo spagnolo ha un passaporto spagnolo.

Ma tutto questo è sciatteria comunicativa o risponde ad un disegno preciso? Sorvoliamo sulle caratteristiche degli attentatori. Tutti già conosciuti dalla polizia locale e tutti uccisi successivamente. Tutti “radicalizzati” velocemente per giustificare il fatto che non erano frequentatori di Moschee. Un avvocato difensore ha definito il suo cliente terrorista “ un portacenere vuoto “ per la sua intelligenza e decisamente inadeguato alla lettura di qualsiasi cosa scritta.

Ma di questi personaggi non riusciamo a saperne niente di più perché vengono fatti fuori. Sarebbe un buon mezzo di conoscenza investigativa per gli inquirenti ma rimane la definizione come quella riportata : Algerino, ma con passaporto spagnolo e ci deve bastare questo.

Ora facciamo un salto di qualità criminale. Parliamo dell’ISIS. Che evidentemente per capacità di mezzi militari, economici e di capacità informativa non sembra aver molto a che fare con questi criminali. L’efficacia della comunicazione , le modalità con le quali veniamo a conoscenza dei loro misfatti è affidata ad una agenzia di comunicazione internazionale che si chiama SITE gestita da RITA KATZ.

Quello che arriva a partire dal NEW YORK TIMES fino ai nostri giornali ed alle nostre televisioni sono gestite da una agenzia la SITE appunto e da Rita Katz. Niente di sconvolgente. Sarebbe bastato percorrere il percorso che facevano i filmati, i video dell’ISIS per arrivare alla nostra informazione per scoprire l’acqua calda.

Esiste anche un marchio di riconoscibilità su quei video. Ora che sembra che l’ISIS stia perdendo militarmente si può leggere più agevolmente chi finanzia queste organizzazioni .Possiamo fare una PANORAMICA ISTRUTTIVA sugli sponsor di queste organizzazioni.

Possiamo cominciare a ritroso con i FRATELLI MUSSULMANI creati dall’impero britannico negli anni ‘70 in funzione del controllo dell’Egitto e di quello che solo noi occidentali chiamiamo MEDIO ORIENTE in realtà si tratta di MEDITERRANEO ORIENTALE, ma non suona bene per scatenarci una guerra.

Vi ricordate AL QAEDA ? Anche questo gruppo è un po’ invecchiato. Fu creato dagli Stati Uniti in funzione anti russa ed anti governo Afgano. Ovviamente queste organizzazioni possono poi sfuggire di mano come affermato dalla Clinton, definita in campagna elettorale da TRUMP “ capo dei terroristi” .

Chi sono gli altri sponsor dell’ISIS oltre l’ARABIA SAUDITA e ,IL QATAR (con qualche ripensamento negli ultimi tempi) e poi l’appoggio logistico di Israele e Turchia . A fare il tifo per l’ISIS ci sono ancora Gran Bretagna e Qatar ed un raffreddamento di interesse di TRUMP .

A complicare la conoscenza ma non la sostanza ci sono: le forniture militari del re di Spagna andato personalmente in Arabia. Le forniture militari italiane . L’appoggio di Francia e Gran Bretagna e Stati Uniti di AL-NUSRA. Si tratta di un lavoro di maquillage lessicale di gruppo terroristico come l’ISIS. Ogni sponsor vuole mettere il suo marchio .

Possiamo fare una cartina delle risorse di materie prime preziose e la corrispondente organizzazione terroristica sponsorizzata dall’occidente :

AL-QAEDA per il Mali ed il Magreb e lo Yemen

Al- SHABAB per la Somalia

ABU SAYAB per le Filippine

BOKO- HARAM per la Nigeria

E l’Italia? L’Italia rappresenta un caso unico. Siamo andati a bombardare un paese la LIBIA perdendo il ruolo di principale partner commerciale a favore della Francia, in cambio di che cosa? A me non lo hanno detto o non l’ho capito, spero che lo abbiate capito voi.

Nicola Gratteri - Quando la magistratura si muove la 'ndrangheta piange i soldi perduti

Crotone, confiscato il patrimonio della cosca di Petilia

La finanza acquisisce per conto dello Stato Ville e terreni
Calabria

Mer, 13/09/2017 - 09:45

Apri

PETILIA POLICASTRO (CROTONE) - Un patrimonio da 350 mila euro è stato confiscato dalla Guardia di Finanza a conclusione di indagini patrimoniali, coordinate dal Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, dal Procuratore Aggiunto, Vincenzo Luberto, e dal Sostituto Procuratore Domenico Guarascio, e svolte nei confronti di Paola Ceraudo, moglie di Vincenzo Comberiati ritenuto a capo della cosca di ‘ndrangheta di Petilia Policastro.

Sfruttando la normativa di prevenzione antimafia italiana «riconosciuta - spiega la Finanza - come la più avanzata al mondo per contrastare le mafie nella loro opera di accumulazione illecita di ricchezze», i finanzieri spiegano che «le misure di prevenzione si applicano nei confronti di quei soggetti che, sulla base di elementi di fatto, si ritiene siano abitualmente dediti a traffici delittuosi, ovvero, che per la loro condotta ed il loro tenore di vita, debbano ritenersi che vivano abitualmente, anche in parte, con in proventi di attività delittuosa».

La Finanza ha, quindi, dato esecuzione «alla misura di prevenzione patrimoniale, emessa dalla Corte di Appello di Catanzaro - Sezione Misure di Prevenzione».

A tale risultato le Fiamme Gialle «sono pervenute ponendo in essere lunghe, complesse, articolate e precise indagini di polizia giudiziaria ed economico finanziaria mediante pedinamenti, osservazioni, accertamenti bancari e l’incrocio delle informazioni acquisite con i dati rilevati dalle banche dati in uso al Corpo della Guardia di Finanza. L’esecuzione del provvedimento, da parte dei Finanzieri calabresi, ha portato alla confisca, di una lussuosa villa e 17 terreni ubicati in Petilia Policastro e Mesoraca».

Giulio Sapelli - tutto bene madama dorè, gli euroimbecilli continuano a infestare Bruxelles e l'intera Europa

SPILLO UE/ Ecco il piano dei poteri forti svelato da Juncker

Ieri, davanti al Parlamento europeo riunito in plenaria, Jean-Claude Juncker ha pronunciato il discorso sullo Stato dell'Unione. Il commento di GIULIO SAPELLI

14 SETTEMBRE 2017 GIULIO SAPELLI

Jean-Claude Juncker (Lapresse)

Il discorso sullo Stato dell'Unione del Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, è la manifestazione più emblematica di quale sia la morfologia sociale del ceto che governa la poliarchia europea. Si tratta di una tecnocrazia mista originale e di assoluta novità nelle oligarchie dominanti su scala internazionali. Ma perché mista? Ben si comprende perché la si definisca tecnocrazia: non è eletta e assume decisioni frutto di un iter simile a quello della pratica operativa tipica delle grandi imprese processando dati ed emettendo direttive che non hanno nessuna legittimazione democratica, se non in seconda istanza. Sono infatti i capi di governo che decidono l'iter burocratico e decisionale esautorando la rappresentanza territoriale europea, ossia il Parlamento, da qualsivoglia potere compulsivo. 

L'execution è quindi tecnocratica, come è tecnocratico il momento decisorio. Si tratta di un sistema che si è via via più raffinato determinando il potere di influenza poliarchico di un sistema misto di formazione della tecnocrazia. Da un lato su base nazionale con le quote monetarie proporzionali demografiche, dall'altro lato invece su base politica in senso pieno, con l'elezione di parlamentari che non agiscono per via parlamentare in senso classico perché non hanno potere legislativo. Hanno invece un grado di influenza decisorio sulla composizione della tecnostruttura. La formazione di quest'ultima è tutta partitica e quindi più che politica. Più che politica perché il partito rimane espressione dello spirito di potenza della nazione e insieme del potere di allocazione delle risorse (fondi europei, influenza sulla Bce come espressione do volontà politiche in un ultima istanza dominanti).

Ecco quindi un incrocio tra spirito di potenza politico dei partiti europei e spirito di potenza nazionale che l'un con l'altro che si rafforzano in una cuspide del potere invisibile e di formidabile potere compulsivo. Le braccia armate di questi unificati spiriti di potenza sono la Bce, che la tecnostruttura mista nomina ai vertici, e la Commissione, che sempre la tecnostruttura mista nomina senza riguardo per i governi nazionali. Si veda il caso dell'attuale Presidente del Consiglio europeo nominato senza il consenso del governo polacco. 

Juncker è per ciò che ho detto patetico perché altro non è che un burattino dello spirito di potenza vincente. Oggi è quello tedesco, certo insidiato dal risorgimento gaullista francese con il clone Macron, ma ancora bene in sella. Juncker disvela la natura mista dell'oligarchia tecnocratica europea annunciando il volere delle cuspidi dominanti. Un nuovo ministro europeo dell'Economia e delle Finanze? Ebbene un Presidente non eletto ma nominato lo annuncia come si fosse dinanzi a un normale processo democratico mentre si tratta di un gioco di specchi. Non parliamo poi dell'annuncio delle riforme istituzionali in guisa di rapporto tra Commissione e Consiglio preconizzando un presidente unico che sarà espressione del potere nazionale dominante.

Che tutto questo lo renda manifesto un personaggio come Juncker è significativo del grado di decadenza e di separazione dalla realtà di cui queste oligarchie sono espressione. La crisi economica? Ma non c'è più! Gli Usa? Ma sono in decadenza! Il Regno Unito? Ci si permette di offenderlo e di svillaneggiarlo con le parole sulla Brexit.

E l'immigrazione? Qui la protervia è pari alla presa in giro con quelle frasi di omaggio a un'Italia che rischia di perdere se stessa se continua a scambiare le ombre cinesi per il suo destino.

13 settembre 2017 - Marco Zanni - SkyTG24 Tutto bene madama Dorè

venerdì 15 settembre 2017

15 settembre 2017 - Dentro a Bufale.Net: chi sono Fabio Milella e Claudio Michelizza, i gius...



Dentro a Bufale.Net: chi sono Fabio Milella e Claudio Michelizza, i giustizieri delle Fake News

byoblu

Pubblicato il 15 set 2017

Eugenio Miccoli, inviato per Byoblu.com, ha incontrato Fabio Milella e Claudio Michelizza al convegno sulle Fake News, organizzato dal senatore M5S Nicola Morra.
Michelizza e Milella sono gli uomini dietro a Bufale.Net, il sito che impegna 70 persone per individuare le Fake News e che stila "la lista nera del web".

 Questo canale, in dieci anni, ha fatto la storia dell'informazione libera in Italia. Oggi, tuttavia, la censura morbida della politica sta attuando un oscuramento invisibile, che penalizza tutti i giornalisti indipendenti nei risultati delle ricerche e che toglie loro i fondi, eliminando gli annunci o diminuendo la loro resa. 
 Per questo, se voi che voci indipendenti continuino ad esistere, il tuo aiuto oggi più che mai è fondamentale. Fare informazione seriamente costa, ma ripaga sempre. 
Dona oggi, e resta libero domani. Scopri come: https://goo.gl/MHigmg
----------------------------------------------------
 Supera qualunque censura morbida dei social network. Installa Telegram, unisciti al canale "ByobluOfficial" e ricevi tutte le notifiche in tempo reale:
 1. se non l'hai già fatto, installa Telegram (funziona sia su pc desktop che su smartphone. info: https://telegram.org/);
 2.  Entra nel Canale e nel mega-gruppo Telegram:

Vogliono convincerci che i maschi non sono maschi e le femmine non sono femmine. Idioti allo stato puro

Crisi politica in Perù, cade il governo

Il premier Zavala e i ministri costretti a dimettersi dopo lo scontro sulla riforma dell’istruzione. L’opposizione all’attacco: volevano promuovere l’omosessualità

REUTERS
Il presidente della Repubblica Pedro Pablo Kuczynski con l’ormai ex premier Fernando Zavala (REUTERS/Guadalupe Pardo)

Pubblicato il 15/09/2017
Ultima modifica il 15/09/2017 alle ore 17:59
ROMOLO TOSIANI

Cade il governo del Perù. Il Congresso ha negato la fiducia al primo ministro Fernando Zavala con 77 voti contrari, 22 favorevoli e 16 astenuti. La revoca della fiducia comporta le dimissioni automatiche del premier e di tutto il governo. Secondo la costituzione del Paese andino, il presidente della Repubblica, Pedro Pablo Kuczynski, ha 72 ore per nominare un nuovo esecutivo e sottoporlo al voto di fiducia del congresso. Un voto negativo del congresso porterà allo scioglimento della Camera e a nuove elezioni. 

La crisi politica di Lima nasce da un conflitto sul programma ministeriale dell’istruzione. Al centro della polemica il programma nazionale di educazione, il «Currículo Nacional» del ministero è una linea guida che prevede otto tematiche scolastiche fondamentali. Una di queste è l’uguaglianza di genere, rifiutata con forza dai gruppi conservatori, che chiedono il ritiro del documento, sostenendo che il governo voglia promuovere l’omosessualità. Il ministero dell’Istruzione ha realizzato una serie di incontri pubblici per spiegare ai genitori che il nuovo programma scolastico non avrebbe «omosessualizzato» gli alunni, ma senza risultati. 

Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore Alberto Fujimori e sconfitta per un pugno di voti dal liberale Kuczynski alle presidenziali del 2016, ha condotto la battaglia parlamentare del suo partito, Fuerza Popular che ha la maggioranza dei seggi. L’ormai ex premier Zavala ha provato a evitare la mozione di sfiducia diretta al ministro dell’Istruzione Marilú Martens, ponendo in questione l’intero esecutivo. Una mossa che si è rivelata azzardata. «Non possiamo consegnarvi un ministro come trofeo» ha dichiarato il primo ministro, riferendosi ai deputati fujimoristi prima della votazione. 

Il presidente Pedro Pablo Kuczynski ha sospeso il viaggio di Stato negli Stati Uniti per l’aggravarsi della crisi di governo. Il quotidiano «El Comercio» indica come possibile nuovo premier uno dei due vicepresidenti della repubblica, Martín Vizcarra e Mercedes Aráoz. Zavala non assumerà incarichi nel nuovo esecutivo.

PTV News 15.09.17 - Truppe USA in Argentina: il Senato approva



- Corea del Nord: tensione a stelle e strisce
- Ancora sanzioni USA contro l’Iran
- Siria: il mondo ignora Astana
- USA: tasso d'inflazione ad un passo dal target della FED
- Panico a Strasburgo

Mauro Bottarelli - la realtà irrompe e sarà brutale, non farà sconti

SPY FINANZA/ L'allarme che Stati e banche centrali cercano di nascondere

Il Presidente dell'Economic and Development Review Committee dell'Ocse ha dipinto un quadro non certo positivo per l'economia e la finanza mondiale. MAURO BOTTARELLI

14 SETTEMBRE 2017 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

«Le condizioni favorevoli dell'economia permettono di sfruttare il momento per rilanciare l'Unione europea. L'economia riprende in ogni Paese e si estende. Sono stati creati 8 milioni di nuovi posti di lavoro e 230 milioni di europei lavorano, più di quanti fossero prima della crisi. Ora è il momento di costruire una Unione europea più integrata con l'occhio al 2025». Così parlò Jean-Claude Juncker ieri mattina nel suo discorso sullo stato dell'Unione all'Europarlamento di Strasburgo: un'iniezione di fiducia per ripartire dopo la grande paura dell'assalto populista, respinta in grande stile dalla Francia di Emmauel Macron e in punta di dati economici della Bce. Gli stessi dati, rivisti al rialzo, in parte responsabili di quell'apprezzamento dell'euro che spaventa la stessa Eurotower e la tiene sul chi vive rispetto al taper del Qe. Insomma, la solita presa per i fondelli. 

Nei giorni scorsi, prima e dopo la riunione del board della Banca centrale europea, ho trattato a lungo questo tema, quindi penso non ci sia bisogno di tornarci su, ma appare rivelatore il fatto che Juncker abbia snocciolato dati senza alcun principio di prospettiva: numeri uno in fila all'altro, senza spiegare cosa li renda possibili e, soprattutto, quale sia la loro realtà fattuale. Per esempio, se tutti i posti di lavoro creati siano definibili tali, visto l'abuso di assunzione a tempo determinato e con salari sotto i minimi che rendono impossibile vivere dignitosamente che si è palesato negli ultimi anni in Spagna e Italia, cifre alla mano. Ma si sa, quella di ieri al Parlamento europeo era la solita pagliacciata di inizio anno, il corrispettivo del suono della prima campanella a scuola: chi decide e cosa lo sappiamo tutti. Come sappiamo tutti che i processi decisionali stessi non vengono certo presi in sede legislativa pubblica, bensì altrove: nelle cancellerie, nei meeting pre-vertici e nei bilaterali a latere, oltre che nei contatti quotidiani fra istituzioni politiche e multinazionali, di fatto il binomio che regge la moderna società occidentale, in America come nell'Europa degli unicorni dipinta ieri da Juncker. 

Non vi pare strano, ad esempio, che a fronte della messe di sfide che l'Ue si trova di fronte, il capo della Commissione abbia voluto e sentito il bisogno di inserire questo passaggio, tra l'altro nemmeno residuale a livello di collocazione, nel suo discorso? «Non è ammissibile che dei bambini muoiano per malattie che dovrebbero essere scomparse. In Romania e in Italia devono avere accesso ai vaccini senza condizione alcuna. Non ci devono essere morti evitabili nella nostra Europa». Ora, grazie al Signore non siamo di fronte a immagini da Lazzaretto manzoniano con pire umane di bambini accatastate agli angoli delle strade, vittime del morbillo: davvero l'aumento dei casi e l'abbassamento del livello vaccinale in qualche regione italiana vale una menzione così ufficiale nel discorso sullo stato dell'Unione comunitaria? Non sarà che Juncker abbia voluto ricordare a Roma che è ancora in discussione la decisione sulla nuova sede dell'Agenzia Ue del farmaco, in trasloco da Londra e in predicato di finire o a Milano o a Bratislava? 

Si deciderà a novembre e la lotta pare aperta: aver quell'ente europeo in Italia vorrebbe dire molto, sia a livello di prestigio che di indotto per la città che di business per il settore farmaceutico: l'Italia è forse la cavia comunitaria di un do ut des poco edificante, al netto della necessità sacrosanta di tutelare i bambini e la comunità? Francamente, non vedo altre spiegazioni, soprattutto alla luce delle polemiche e dei disguidi di questi giorni sulla normativa nazionale e la sua applicazione. Poi, en passant, Juncker si è ricordato anche di parlare del tanto discusso ingresso della Turchia nell'Unione: «Durante questo mandato non ci sarà nessun nuovo ingresso, quindi neanche la Turchia entrerà nel breve periodo. Si è allontanata dall'Unione europea. I giornalisti devono far parte di un dibattito anche caldo e animato, non devono finire in prigione. Faccio appello oggi ai poteri turchi, lasciate andare i giornalisti, non soltanto nostri, smettete di chiamare i nostri leader fascisti o nazisti». Ma guarda, da aperturista a oltranza a uomo del rigore sui diritti umani, la cui repressione in Turchia non è certo questione degli ultimi giorni: qualcuno dica a Juncker, tra un vaccino e l'altro, che il tentato golpe che ha scatenato la repressione si è tenuto il 15 luglio 2016, non la settimana scorsa. Ma tant'è, non c'entrerà forse la durissima polemica fra Turchia e Germania, con Ankara che attraverso il presidente Erdogan ha detto chiaro e tondo ai suoi cittadini residenti in Germania di non votare né per la Cdu, né per la Spd alle prossime elezioni del 24 settembre? Berlino chiede e Bruxelles dispone? 

Per finire, poi, l'apertura alla cosiddetta CIA europea: «L'Unione europea deve essere più forte nella lotta contro il terrorismo. Negli ultimi tre anni abbiamo fatto progressi reali, ma ci mancano ancora i mezzi per agire rapidamente in caso di minacce terroristiche transfrontaliere. Ecco perché chiedo un'unità europea di intelligence che assicuri che i dati sui terroristi e i combattenti stranieri siano automaticamente condivisi tra i servizi di intelligence e con la polizia». L'idea che all'interno di questa nuova istituzione troveranno posto anche membri dei servizi francesi e belgi, dimostratisi negli ultimi anni dei veri ispettori Clouseau del caso, mi tranquillizza molto. 

Ma siccome la tecnologia è una gran cosa, mentre seguivo Juncker alla televisione, sul pc in streaming ieri mattina ho ascoltato con interesse anche qualcun altro. Per l'esattezza, William White, ex capo economista della Banca per i regolamenti internazionali e ora presidente dell'Economic and Development Review Committee dell'Ocse, intervistato nella notte da Bloomberg TV. E cos'ha detto, ricordando che già l'anno scorso mise in guardia tutti da «un sistema che è pericolosamente disancorato dalla realtà»? Ecco l'accusa principale: «La situazione attuale è molto simile a quella del 2008, ma oggi ci sono pericoli molto maggiori all'orizzonte. Di fronte a noi abbiamo prezzi molto alti, soprattutto per gli assets ad alto rendimento e basso rating, volatilità molto bassa, prezzi degli immobili che stanno salendo in maniera molto forte e mercati equity in continuo apprezzamento: tutto ciò messo insieme è fonte di grande preoccupazione». 

Insomma, non esattamente i cieli sempre più blu per l'economia che ci ha dipinto Juncker, senza che nessuno abbia avuto l'ardire di interrompere la sequela di idiozie che ha propinato al Parlamento Ue. Ma White è andato anche nello specifico, ad esempio quando ha ricordato che «i problemi di debito dell'India partono da lontano e presentano seri argomenti legati alla governance, incluse le banche a controllo statale», ma anche che «la situazione debitoria della Cina non è molto differente da quella dell'India, ma l'accelerazione dei prestiti e della crescita creditoria di Pechino è molto veloce. Per questo, a spaventare non è solo il livello del debito cinese, ma la sua velocità di accumulazione, tale da farci pensare che alcuni di quei prestiti non saranno ripagati od onorati a livello di servizio del debito». 

Poi, finalmente, qualcuno che ha una parola di saggezza sulla situazione generale: «Noi non abbiamo un problema di liquidità che le Banche centrali possono risolvere, se abbiamo troppo debito ciò che ci viene incontro è un problema di risoluzione o solvibilità di quello stesso debito e solo i governi nazionali possono dare risposta a un problema simile. Il mondo ha bisogno di maggiore espansione fiscale, riforme strutturali e anche un occhio più attento verso alcune necessità di write-off del debito. In parte, anche alcune istituzioni finanziarie forse dovrebbero essere ricapitalizzate. Una contrazione monetaria da parte delle Banche centrali ormai è inevitabile, ma dobbiamo stare attenti». Insomma, ciò che Juncker non ha detto riguardo l'economia Ue, dipingendola unicamente come rose e fiori, ma che, soprattutto, non abbiamo mai sentito dire né dalla Fed, né dalla Bce, né dalla Bank of Japan: siamo sull'orlo di un redde rationem che non ha una soluzione indolore. Anzi, peggiora ogni singolo giorno. 

Ecco come White ha concluso l'intervista: «Siamo in una situazione dove ogni uomo pensa per sé. E non sappiamo quali saranno le conseguenze di lungo termine di un atteggiamento simile». Voi di chi vi fidate di più, di Juncker o di White?

Il Multipolarismo si impone con la forza dei numeri e delle proposte



Oro, Petrolio, Dollari , Russia e Cina


Davide 14 settembre 2017 , 9:00 Attualità, Economia, Notizie dal Mondo, Opinione 15 Commenti 4,057 Viste

DI F. WILLIAM ENGDAHL

journal-neo.org

Il sistema monetario internazionale, come stabilito a Bretton Woods nel 1944, è diventato il più grande ostacolo alla pace e alla prosperità del mondo. Ora la Cina, sempre più sostenuta dalla Russia – le due grandi nazioni eurasiatiche – si sta adoperando per creare una valida alternativa alla tirannia del dollaro. Wall Street e Washington sono irritate ma impotenti.

Poco prima della fine della seconda guerra mondiale, il governo degli Stati Uniti, consigliato dalle maggiori banche internazionali di Wall Street, redasse ciò che molti credono erroneamente fosse un nuovo gold standard. In realtà era un dollar standard, in cui ogni altra valuta dei paesi FMI era agganciata alla moneta americana. A propria volta, il dollaro venne fissato ad un valore pari ad 1/35 di un’oncia d’oro. All’epoca Washington e Wall Street potevano imporre un sistema del genere dato che la Federal Reserve deteneva circa il 75% di tutto l’oro monetario mondiale, in conseguenza della guerra e degli sviluppi correlati. Bretton Woods stabilì il dollaro come valuta di riserva del commercio mondiale, detenuto dalle banche centrali.

Morte di un difettoso dollar standard*

Alla fine degli anni Sessanta, con gli alti deficit di bilancio dovuti a guerra del Vietnam ed altre spese senza senso, il dollar standard cominciò a mostrare i propri profondi difetti strutturali. Un’Europa occidentale recuperata ed il Giappone non avevano più bisogno di miliardi di dollari USA per finanziare la ricostruzione. Germania e Giappone erano diventati economie di esportazione su scala mondiale, con un’efficienza maggiore rispetto alla produzione statunitense a causa di una crescente obsolescenza di quest’ultima nell’industria dell’auto e delle infrastrutture. Washington dovette dunque svalutare in modo significativo il dollaro rispetto all’oro per correggere il crescente squilibrio del commercio mondiale. Una tale svalutazione del dollaro avrebbe aumentato gli utili delle esportazioni americane e ridotto gli squilibri commerciali. Sarebbe stato un enorme plus per l’economia reale. Causò tuttavia grosse perdite alle banche di Wall Street. E così, le amministrazioni Johnson prima e Nixon poi stamparono dollari in quantità, esportando l’inflazione in tutto il mondo.

Le banche centrali francese e tedesca in particolare reagirono alla sordità di Washington chiedendo a Bretton Woods riserve d’oro a 35 dollari all’oncia. Entro l’agosto ’71 l’oro era così preferito rispetto ai dollari inflazionati che Nixon venne consigliato da un alto funzionario del Tesoro, Paul Volcker, di abbandonare il sistema vigente.

Dal ’73 Washington permise di scambiare liberamente l’oro, sganciato dal dollaro. L’aumento dei prezzi del petrolio (preparato a tavolino) in quell’anno, invece, creò ciò che Kissinger definì allora il petrodollaro.

Il mondo aveva bisogno di petrolio. Washington, in un accordo del ’75 con la monarchia saudita, si assicurò che l’OPEC vendesse petrolio solo in dollari. Il valore di tale valuta scavalcò quello di marco e yen. Le banche di Wall Street erano inondate di petrodollari, spazzando via il resto del mondo.

Nel mio libro Gods of Money: Wall Street and the Death of the American Century, spiego come le maggiori banche internazionali newyorchesi, come Chase, Citibank e Bank of America usarono i petrodollari per riciclare i profitti delle esportazioni di petrolio nei paesi in via di sviluppo negli anni ’70, gettando i semi per la cosiddetta Crisi Debitoria del Terzo Mondo. Curiosamente, fu lo stesso Volcker, protégé di David Rockefeller e della sua Chase Manhattan Bank, che nell’ottobre ’79, stavolta da presidente della Fed, innescò la crisi del debito degli anni ’80 alzando tantissimo i tassi di interesse Fed. Mentì dicendo che voleva pizzicare l’inflazione. In realtà, voleva salvare il dollaro e le banche di Wall Street.

Oggi, il dollaro è un fenomeno strano, per usare un eufemismo. Gli Stati Uniti dal 1971 sono passati da una nazione industriale prominente ad un gigantesco casinò di speculazioni.

Con i tassi di interesse dei Fed Funds tra lo 0% e l’1% negli ultimi nove anni – cosa senza precedenti nella storia moderna – le maggiori banche di Wall Street, cause della crisi, hanno costruito una nuova bolla speculativa. Invece di concedere prestiti per sostenere l’economia reale, hanno creato un’altra colossale bolla nel mercato azionario. Le grandi aziende hanno usato il credito a basso costo per acquistare i propri titoli, spingendo così i prezzi delle azioni, un aumento alimentato dalle favole sulla “ripresa economica”. L’indice azionario S&P-500 aumentò del 320% a partire da fine 2008. Posso assicurare che questa crescita non è coincisa con quella dell’economia reale.

È dall’88 che le famiglie americane guadagnano meno in termini reali. Devono prendere in prestito più che mai nella storia. Il debito del governo federale è all’ingestibile cifra di 20 trilioni di dollari. L’industria americana è stata chiusa e la produzione è stata spedita all’estero. Quel che è rimasto è un debito altissimo ed una decadente “economia di servizio” dove milioni di persone fanno anche tre lavori part-time per rimanere a galla.

L’unica cosa che previene il crollo del dollaro sono le forze armate e le ONG, che affossano i paesi altrui.

Fintanto che gli sporchi trucchi di Washington e le macchinazioni di Wall Street sono riusciti a creare crisi come quella dell’Eurozona, i paesi in surplus commerciale come Cina, Giappone e poi Russia non potevano far altro che acquistare più debito americano. Washington e Wall Street gioivano. Potevano stampare volumi infiniti di dollari agganciati a nulla che fosse più prezioso di degli F-16 o dei carri armati Abrams. Cina e Russia hanno così finanziato le guerre americane che avevano loro stesse come obiettivo. Hanno poi avuto poche opzioni alternative valide.

Emerge una valida alternativa
Ora, ironicamente, due delle economie straniere che hanno permesso al dollaro un’estensione di vita artificiale dopo l’89 – cioè Russia e Cina – stanno macchinando nell’ombra l’alternativa più temuta, una moneta agganciata all’oro che scalzi il dollaro.

Per molti anni i due paesi hanno acquistato enormi volumi d’oro, in gran parte per aumentare le riserve valutarie delle loro banche centrali, che di solito sono in dollari o in euro. Fino a poco tempo fa non era chiaro il perché.

Ora sì.

Cina e Russia, probabilmente assieme ai BRICS ed ai partner eurasiatici della SCO, stanno per completare la creazione di un nuovo sistema monetario.

Tra i membri SCO troviamo Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan ed Uzbekistan e, più recentemente, India e Pakistan. Si tratta di più di 3 miliardi di persone, il 42% dell’intera popolazione mondiale, riuniti in una coerente, pianificata e pacifica cooperazione economico-politica.

Se aggiungiamo anche i paesi pretendenti – Afghanistan, Bielorussia, Iran e Mongolia – le cose si fanno ancor più serie. La Turchia è un partner dialogante che forse potrebbe entrare, come Sri Lanka, Armenia, Azerbaigian, Cambogia e Nepal. In poche parole, la cosa è enorme.

BRI ed una Via della Seta garantita dall’oro

Fino a poco tempo fa, i think tank di Washington hanno minimizzato lo SCO: essa però, a differenza dei BRICS, forma un’entità geografica ben definita, detta Eurasia. Quando Xi Jinping propose la creazione di una Nuova Via della Seta in una riunione in Kazakistan nel 2013, pochi in Occidente lo presero sul serio. Il nome ufficiale oggi è Belt Road Initiative (BRI) ed il mondo comincia a prenderla sul serio.

La Cina punta molto sulla realizzazione di ferrovie ad alta velocità avanzate, porti, infrastrutture energetiche che formino un nuovo vasto mercato che, in meno di un decennio, oscurerà i paesi occidentali.

L’unica cosa che serviva era una strategia per liberarsi dal giogo del dollaro. Ed ora è stata trovata.

All’annuale vertice BRICS del 5 settembre a Xiamen, Putin ha dichiarato: “La Russia condivide le preoccupazioni sull’ingiustizia del sistema finanziario mondiale, che non tiene conto del crescente peso delle economie emergenti. Siamo pronti a lavorare coi nostri partner per superare l’eccessivo dominio di poche valute di riserva”. Non è mai stato così esplicito sulle valute. È ora chiaro che il mondo vedrà nuovi gradi di libertà economica.

Futures del petrolio in Yuan cinesi

Secondo la rivista Japan Nikkei Asian Review, la Cina sta per avviare un contratto futures sul petrolio grezzo denominato in yuan cinesi, che sarà convertibile in oro. Una mossa molto interessante.

La Cina è il più grande importatore mondiale di petrolio, la maggior parte di esso è però ancora pagata in dollari americani. Se i nuovi Yuan oil futures otterranno consensi, potrebbero diventare il più importante benchmark di petrolio grezzo in Asia. Sarebbe una sfida ai contratti North Sea Brent e West Texas Intermediate, che finora hanno dato a Wall Street enormi vantaggi.

Sarebbe un’ulteriore manipolazione del mercato eliminata dalla Cina e dai suoi partner petroliferi. L’introduzione di un contratto del genere da parte di Shanghai sposterebbe definitivamente il centro del potere dall’Atlantico all’Eurasia (anche considerato che lo yuan è entrato nel gruppo FMI di valute con diritti speciali di prelievo).

Nell’aprile 2016 la Cina ha fatto una grande mossa per diventare il nuovo centro mondiale del commercio dell’oro. Oggi è la più grande produttrice di oro al mondo, molto più del suo alleato Sudafrica, con la Russia al secondo posto.

La Cina ha ora istituito un vasto centro di stoccaggio nella Qianhai Free Trade Zone vicino a Shenzhen, città di circa 18 milioni immediatamente a nord di Hong Kong sul Delta del Fiume delle Perle. Sta completando la costruzione di una struttura apposita, con magazzini, trading floor ed uffici correlati. La società cinese Gold and Silver Exchange, con base ad Hong Kong, è in un progetto congiunto con ICBC, la più grande banca cinese, nonché la sua più grande importatrice d’oro, per creare il Qianhai Storage Center. È ora chiaro perché le ONG di Washington, segnatamente la National Endowment for Democracy, hanno tentato, senza successo, di scatenare la Rivoluzione degli ombrelli a fine 2014.

Ora anche i membri mediorientali dell’OPEC si sposteranno verso la Cina, visto il grado di rischio degli accordi in petrodollari. In particolare, il gigante russo del petrolio Rosneft ha appena annunciato che la CEFC China Energy Company Ltd. ha acquistato una propria quota del 14% dal Qatar. Oramai il quadro è ben delineato.

L’impero del dollaro è sul letto di morte ma i suoi patriarchi non vogliono accettare la realtà delle cose. Nel frattempo, gli elementi sani di questo mondo stanno costruendo alternative costruttive e pacifiche. Sono persino aperte a concedere a Washington, ovviamente sotto certe condizioni, di unirsi a loro. Un gesto molto generoso, no?

F. William Engdahl

Fonte: https://journal-neo.org

Link: https://journal-neo.org/2017/09/13/gold-oil-dollars-russia-and-china/

13.09.2017

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di HMG

*Termine coniato da Keynes (v.) in riferimento alle condizioni, del tutto particolari, createsi negli USA all’inizio degli anni Venti.
Le autorità monetarie americane, invero, avevano, a tutti gli effetti, capovolto i termini del gold standard (v.). Esse, invece di garantire la parità aurea (v.), operavano in modo da far sì che fosse il valore dell’oro ad adeguarsi, non senza sacrifici per la nazione, a quello del dollaro (v.).