Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 23 settembre 2017

22 settembre 2017 - Marcello Pamio: il ruolo del microbiota nella salute dell'organismo



Pandora TV ha intervistato il Dr. Marcello Pamio, Naturologo e Docente di Nutrizione Superiore in Naturopatia, in occasione della sua conferenza "Come la malattia arricchisce la multinazionali", organizzata da AVA (Associazione Vegan Animalista), tenutasi a Roma presso l'auditorio di Santa Dorotea.
Nell'intervista, il Dr. Pamio ha parlato di Microbiota e ha spiegato la sua importanza cruciale nella salute di un organismo, dando indicazioni di come garantire un suo stato sano ed equilibrato, e di come ripristinare il suo equilibrio dopo una disbiosi, come quella che si verifica in seguito alla somministrazione di antibiotici..

23 settembre 2017 - Mario Albanesi - Ultrasuoni russi



Mentre gli Stati Uniti lamentano mali misteriose al personale della loro ambasciata di Cuba, il governo dell'Isola riceve l'apprezzamento di una Commissione dell'ONU per come ha saputo difendere i cittadini dall'uragano Irma.

Siria - la creatura degli statunitensi e degli ebrei è sconfitta

Generale Soleimani: "Il cancro di Daesh, creato da Usa e Israele, sarà eliminato entro due mesi."



Il Generale iraniano Qasem Soleimani ha assicurato che il gruppo terrorista Isis sarà eliminato nei prossimi due mesi e l’Iran celebrerà questa vittoria.


Durante una cerimonia pubblica organizzata giovedì nel nord dell’Iran, il comandante delle Forze dei Quds e del Corpo dei Gurdiani della Rivoluzione Islamica di Iran ha promesso la “prossima sradicazione” di DAESH. Lo riporta Hispan Tv.

Riferendosi a una promessa di vendetta sull’ISIS per aver decapitato il comandante militare iraniano Mohsen Hoyayi in Siria, Soleimani ha confermato che manterrà la sua parola. "Daesh riceverà quella vendetta in meno di tre mesi. Aumenteremo in modo incessante gli attacchi per ridurre tale termine a due mesi e rimuovere il cancro che rappresenta l'ISIS, creato dagli Stati Uniti e dal regime israeliano", ha proseguito.

Il comandante persiano ha sottolineato che nessun paese, governo o nazione ha più diritto a celebrare questo trionfo futuro che i governi e i popoli di Iraq, Siria, Libano e della Repubblica islamica d'Iran.

In un altro punto delle sue osservazioni, in riferimento alla retorica del presidente americano Donald Trump, durante il suo intervento alla 72a sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite (UNGA) a New York, Soleimani ha sottolineato come ormai neanche il popolo statunitense tiene in considerazione le parole di “quest’uomo ignorante”.

Dall'inizio delle crisi Iraq e Siria, la Repubblica Islamica dell'Iran ha sostenuto militarmente i governi e le popolazioni dell'Iraq e della Siria su richiesta di Baghdad e Damasco. Soleimani assicura che il suo paese continuerà ad aiutare i suoi vicini fino alla sconfitta totale del terrorismo nella regione.

Pensione Eva avanza - regolamentare la prostituzione non è irreale

Matteo Salvini, “necessario regolamentare la prostituzione”

Su Berlusconi: "Il leader lo scelgono gli italiani, non ci sono autoproclamazioni o autoinvestiture. Con gli alleati dobbiamo definire il programma"
venerdì 22 settembre 2017

Matteo Salvini

“E’ un anno che diciamo che bisogna far votare i cittadini. Devono scegliere gli italiani. Noi ci siamo, non vogliamo che la scusa della legge elettorale allontani le elezioni a chissà quando. La legge elettorale più maggioritaria è e meglio è. Chiediamo una legge chiara, trasparente, veloce e concreta”. A parlare è Matteo Salvini, leader della Lega, che a Radio Cusano Campus prosegue: “Se Renzi, Gentiloni e compagni vari portano in aula la legge domani, gliela votiamo domani”.

Sul Movimento 5 Stelle: “Ai grillini non gli va mai bene niente. Non è la legge elettorale che decide chi vince. I cittadini ti scelgono a prescindere dalla legge elettorale. Dico ai grillini di darci una mano ad approvare una legge elettorale il prima possibile, così andiamo a votare e sceglieranno gli italiani tra Di Maio e Salvini”.

Su Di Maio: “A differenza degli altri, non sto a sfottere le primarie dei Cinque Stelle. Non vedo l’ora di avere un confronto pubblico, un testa a testa, con Di Maio. I grillini fanno tante proposte ma non mi spiegano come le applicano. Noi invece sappiamo cosa vogliamo fare e anche con quali soldi”.

Su Berlusconi: “Il leader lo scelgono gli italiani, non ci sono autoproclamazioni o autoinvestiture. Con gli alleati dobbiamo definire il programma”.

Sulle problematiche giudiziarie della Lega: “Conto che i nostri parlamentari tornino a lavorare perché nelle prossime ore si tornerà in democrazia e in normalità, la Lega potrà tornare a lavorare, sono ottimista su uno sblocco dei fondi, aspetto comunicazioni dal tribunale di Genova. Imbavagliare un partito per eventuali errori commessi da altri 10 anni prima non mi sembra proprio di uno Stato democratico. Credo che il tribunale di Genova ci stia lavorando”.

Sulla prostituzione: “Una delle prime leggi che mi piacerebbe che il Parlamento approvasse riguarda la regolamentazione della prostituzione. La prostituzione è un lavoro, non do giudizi morali, come tutti gli altri lavori deve essere regolamentato, tassato, riportato nell’ambito della normalità. L’ordinanza di Nardella? Ma va, se è il mestiere più antico del mondo è inutile fare disquisizioni morali. Ci sono delle donne che lo fanno per scelta e devono poterlo fare in maniera controllata, pulita, alla luce del sole, pagando le tasse. Regolamentare la prostituzione porterebbe almeno due miliardi di euro nelle casse dello Stato. Su questo vorrei capire Berlusconi e tutti gli altri come la pensano”.

Pensioni come il corrotto Pd ruba ancora ai pensionati

Pensioni, sforbiciata del 5% dal 2019

Effetto del sistema contributivo. Ma si uscirà comunque cinque mesi dopo

di CLAUDIA MARIN
Pubblicato il 21 settembre 2017 
Ultimo aggiornamento: 22 settembre 2017 ore 06:28

Pensione (Ansa)

Roma, 22 settembre 2017 - Coloro che vorranno andare in pensione dal 2019 non solo dovranno attendere 5 mesi in più per farlo ma, a parità di età di uscita rispetto a oggi, subiranno un taglio dell’assegno oscillante in media tra il 4 e il 5 per cento: in pratica perderanno 50 euro al mese su una pensione di 1.000 euro, 75 euro su una di 1.500. I cinque mesi in più della speranza di vita, infatti, incideranno sia sull’età pensionabile e sui requisiti contributivi sia sul calcolo del trattamento pensionistico.

Abbiamo anticipato ieri che la lettera del Presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, per i ministeri del Lavoro e dell’Economia è pronta e non ammette deroghe rispetto a quello che viene fuori dalle elaborazioni statistiche sull’aspettativa di vita da prendere in considerazione per l’incremento di età pensionabile e requisiti contributivi. Nel 2016 sul 2015, infatti, tanto per gli uomini quanto per le donne la speranza di vita è cresciuta di 5 mesi. Di conseguenza, dal 2019 l’età pensionabile salirà da 66 anni e sette mesi a 67 anni per la pensione di vecchiaia, mentre la contribuzione richiesta per quella anticipata passerà dagli attuali 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e dieci mesi per le donne (di contribuzione) a 43 anni e tre mesi e a 42 anni e tre mesi.

Fin qui l’impatto sulle condizioni di accesso al pensionamento. Ma la speranza di vita inciderà anche sui cosiddetti coefficienti di trasformazione, cioè su quei numeri che servono a trasformare, nel sistema contributivo, l’ammontare dei versamenti effettuati in rendita. I parametri di cui parliamo sono costruiti e modificati periodicamente, dal 2012 ogni tre anni e dal 2019 ogni due anni, tenendo conto di una serie di variabili demografiche (incrementi dell’età media e della speranza di vita, indici di mortalità) ed economiche (in particolare l’andamento del Pil di lungo periodo). Il che conferma che esiste un nesso tra l’andamento generale dell’economia, i fattori demografici e le modalità di trasformazione dei contributi in rendita. Se l’economia tira e tira a lungo, i numeretti saranno più favorevoli. In caso contrario, la loro modifica periodica inciderà nel ridurre i futuri assegni previdenziali. Ora, se consideriamo il trend del Pil degli ultimi anni e insieme l’incremento dell’aspettativa di vita, tutti gli addetti ai lavori stimano che i nuovi coefficienti avranno l’effetto di ridurre gli assegni in liquidazione dal 2019.

D'altra parte se si guarda ai precedenti, si scopre come la riduzione dell’importo dei trattamenti sia cominciata fin dall’adeguamento dei coefficienti avvenuto dal 2013. Per capirci, è sufficiente un esempio pratico. Ipotizzando un ammontare di contributi pari a 270mila euro (in gergo tecnico montante contributivo, pari alla somma di tutti i contributi versati nel corso della carriera lavorativa), per chi è andato via nel 2009 a 65 anni l’importo annuo della pensione è stato pari a 16.500 euro. Nel 2013, però, è avvenuto un primo cambiamento dei coefficienti e la stessa somma di 270 mila euro si è tradotta in un importo annuo di 14.675. Con l’adeguamento dei coefficienti scattato nel 2016, l’importo è sceso a 14.300 euro annui. Dal 2019, secondo tutte le stime, è prevedibile un'ulteriore sforbiciata di almeno il 5 per cento. Dunque, a parità di età di uscita, il meccanismo di adeguamento automatico dei coefficienti ha l’effetto di sterilizzare l’aumento della durata della vita media e del godimento della pensione. Con la conseguenza che l’importo della pensione tenderà a essere più basso. Un effetto poco noto del sistema contributivo, ma che finisce per gravare sugli assegni in maniera progressiva e crescente.

MiniBot - Moneta Complementare - Un'idea eccellente che spiazza chi vuole la deflazione per immiserire sempre di più i popoli

Doppia valuta in Italia: primo passo per l'abbandono dell'euro o per il suo rilancio?

Lillo Montalto Monella·ultimo aggiornamento: 22/09/2017

La Lega propone i minibot per saldare i debiti dello Stato e affrancarsi da Bruxelles. Ma una doppia valuta potrebbe anche avere un effetto opposto.


Niente più referendum sull’uscita dall’euro bensì via libera all’introduzione di una valuta parallela, i cosiddetti “MiniBot”, ovvero titoli del debito pubblico di piccolo taglio e immediatamente spendibili da privati e imprese.

E’ questa la proposta della Lega Nord già proiettata verso le prossime elezioni. L’idea, coniata dal responsabile economico Claudio Borghi Aquilini, è allo studio da tempo ed è stata ribadita anche al recente workshop Ambrosetti di Cernobbio. Permetterebbe di aggirare il divieto di coniare nuova moneta previsto dai Trattati e, nelle intenzioni dell’ex docente – oggi politico a tempo pieno – abbattere parte del debito pubblico. “In caso di dura negoziazione con l’Europa”, ha dichiarato Borghi Aquilini a euronews “darebbe all’Italia l’arma sufficiente per dire che se le cose non vanno come diciamo noi allora tanti saluti, non siamo ricattabili come la Grecia. [L’Europa] può bloccare l’arrivo dell’euro in Italia tramite le banche, ma non può bloccare i MiniBot”.

I MiniBot proposti da Borghi sono dunque titoli di stato del valore nominale 5-10-50-100€, senza tasso di interesse né scadenza, utilizzabili per il pagamento dei debiti che ha accumulato il Paese nei confronti di imprese e persone fisiche. Sarebbero utilizzabili al posto del contante per pagare le imposte ma anche alcuni servizi pubblici. Immediatamente trasferibili al portatore, andrebbero a coprire una cifra di 70-100 miliardi, ovvero equivalente al contante circolante in Italia (il debito pubblico complessivo supera i 2.300 miliardi di euro), e sarebbero utilizzabili con la stessa facilità dei buoni pasto.

La proposta dell’economista milanese classe 1970 non trova d’accordo alcuni economisti, preoccupati per l’impatto sul debito pubblico dell’operazione. Tra essi anche Pierangelo Dacrema, docente all’Università della Calabria, convinto europeista e assertore della necessità opposta di avere non solo una moneta unica a livello europeo, ma addirittura globale.

Dacrema, autore di numerosi articoli e saggi, fra cui “La dittatura del PIL” (Marsilio, 2007) e “La Morte del Denaro. Una lezione di indisciplina” (Jaca Book, 2016), ritiene che un’ipotesi come quella dei MiniBot metterebbe l’Italia in contrasto violento con l’Unione Europea. Raggiunto da euronews, egli propone invece l’introduzione di una nuova moneta, elettronica e in circolazione solo in Italia solo a livello bancario (per non contravvenire alla norma che impedisce di battere moneta), con un rapporto di 1 a 1 rispetto all’Euro.

Non una nuova Lira, ma “bisognerebbe chiamarla in modo diverso per non assecondare i sogni dei nostalgici”, dice Dacrema. “Per ogni miliardo di rimborso, lo Stato pagherebbe con questa nuova moneta circolante solo in Italia. Questo sì che avrebbe un impatto notevole sull’economia, un effetto di rilancio: diminuirebbe il debito pubblico, il rispetto del fiscal compact non sarebbe più un sogno e la politica, oltre che i negoziati, sarebbero di altro livello. [Una soluzione] strumentale alla nostra permanenza di lungo periodo in Europa e con un notevole impatto sull’economia. Nel giro di un paio d’anni abbatteremmo il debito pubblico in maniera diretta nell’ordine dei 150/200 miliardi, nel giro di 3 o 4 anni di 3-400 miliardi.”

Le due proposte

a sinistra Borghi Aquilini, a destra Dacrema

Claudio Borghi Aquilini
“I trattati impediscono la creazione di qualsiasi altra moneta nel territorio dell’Eurozona. Viceversa non dicono niente sul taglio minimo che i titoli di stato devono avere. La nostra idea è utilizzare questo buco legale per fare una cosa utile, ovvero mettere in circolazione una settantina di miliardi di titoli del debito pubblico di piccolo taglio, garantiti dallo stato perché con essi si potrebbero pagare direttamente le tasse. Avrebbero quindi valore facciale e servirebbero per pagare i crediti pregressi dei cittadini nei confronti della pubblica amministrazione: forniture non pagate, crediti d’imposta, crediti d’Iva e così via. La massa totale di questi crediti è ben superiore ai 100 miliardi. Vorremmo distribuire il più possibile questi MiniBot, saldando le pendenze dello Stato. Così facendo non si creerebbe debito reale perché all’atto pratico si tratta di denaro che lo Stato già deve ai cittadini. Così facendo metteremmo in circolazione qualcosa che assomiglia molto ad una moneta e che ci consentirebbe di svegliarci un po’, perché la gente quando vede che è possibile pagare anche con qualcosa che non è euro [lo fa e] capisce molte cose

Pierangelo Dacrema
 “Se lo stato italiano pagasse i rimborsi con una nuova moneta, in circolazione solo in Italia, l’impatto più interessante sarebbe l’abbattimento diretto del nostro debito pubblico. Non avremmo più in questo caso un debito verso lo Stato bensì una nuova moneta in circolazione e solo a livello bancario. Senza banconote, quindi, ma circolante su carta di credito. Sarebbe utile per pagare anche le esportazioni, con la piena consapevolezza dell’esportatore che riceverebbe moneta spendibile solo in Italia per consumi e investimenti. Il vantaggio che individuo in una proposta più forte, come questa, è che aumenterebbe enormemente le probabilità di rimanere in Europa rispettando le regole. Non vedo in futuro una Germania piegarsi alla volontà dell’Italia di modificare le regole comunitarie, nel breve periodo. Credo nell’unificazione, non in frammentazioni, esclusioni o barriere che hanno sempre creato problemi, ignorandoli e amplificandoli.”

Il funzionamento dei MiniBot spiegato dal loro ideatore
Nelle intenzioni di Borghi, questi nuovi titoli di stato “servirebbe più che altro a farci capire la natura del debito pubblico. In Italia pensiamo l’export senza import, il debito senza il credito e così via. In realtà il debito pubblico è credito privato. I MiniBot farebbero capire che tutto ciò che è considerato una scoria, un fardello, come il debito pubblico, altro non è che il risparmio degli italiani”.

L’impatto verso il debito estero (meno del 40% del totale, tra Bce e soggetti oltre confine) sarebbe nullo. “Parliamo di una parte molto piccola rispetto all’ammontare globale del debito pubblico, ovvero 70-100 miliardi contro oltre duemila miliardi”, precisa Borghi. “I MiniBot avrebbero una funzione più che altro strumentale, servirebbero come mezzo di pagamento circolante”.

Entrando nel circuito bancario andrebbero ad aumentare il debito in possesso degli istituti? “I MiniBot saranno un quantitativo fisso. Se ritornassero nelle mani dello stato per tramite di pagamento delle imposte – che cercheremo di non incentivare – allora sì dovremmo trovare altre maniere di metterli in circolo. Come per esempio il “metodo 80€. Ovvero, molto banalmente, dare gli 80€ in MiniBot. Ma in generale stiamo parlando di base di strumenti di pagamento che hanno la loro funzione se continuano a circolare. Il debito publico potrebbe aumentare contabilmente, magari, perché i soldi che l’Italia deve ai suoi creditori non vengono contabilizzati come debito, secondo le regole europee, finché non vengono pagati, ma fattivamente quei debiti ci sono. La soluzione per evitare di contare a debito pubblico i 70miliardi che lo Stato deve alle imprese sarebbe non pagarli, ma non mi sembra una grande idea (ride)”.

Quanto al suo futuro politico, se la Lega dovesse andare al Governo il prossimo anno, Borghi esclude di essere il candidato in pectore per rivestire il ruolo di Ministro delle Finanze. “Non sono un organizzatore né un tipo da lavori dirigenziali. Sono un insegnante, vado bene per spiegare le cose ma non per gestire una macchina complicata come un ministero. Sicuramente tuttavia il mio ruolo sarà legato al mantenimento del programma”.

Stx-Fincantieri - Aggiungere, confermare che il corrotto Pd tradisce continuamente gli Interessi Nazionali è una costatazione di fatto

STX-FINCANTIERI/ Gli "appunti" per l'Italia in caso di resa francese

Sembra che lo Stato francese sia pronto ad accettare una maggioranza italiana nel capitale di Stx. Per il nostro Paese c'è comunque da imparare da questa vicenda. PAOLO ANNONI

23 SETTEMBRE 2017 PAOLO ANNONI


Emmanuel Macron (Lapresse)

La vicenda Fincantieri/Stx si starebbe avviando a una conclusione positiva. Lo Stato francese avrebbe deciso di rispettare gli accordi che prevedevano una maggioranza "italiana" a guida Fincantieri. Gli accordi erano stati unilateralmente rotti dal Governo di Parigi che aveva deciso di nazionalizzare la società cantieristica pur di non dare agli azionisti italiani la maggioranza assoluta. La nuova soluzione ricalcherebbe quella vecchia con l'aggiunta di ancora maggiori poteri del governo francese sulla governance e sulla strategia.

La prima riflessione che si può fare riguarda l'enorme fatica che si è resa necessaria al governo italiano per concludere un affare che ha per oggetto una società francese semi-fallita; questo mentre negli ultimi anni e in questi stessi mesi società francesi prendevano il controllo di aziend sane, grandi e strategiche italiane senza alcun ostacolo.

Un secondo spunto riguarda le modalità di intervento del governo francese. La Francia non ha esitato a stracciare degli accordi firmati fregandosene di tutta la letteratura sul "mercato" e sull'"Europa" pur di assicurarsi una presa solida su un'azienda ritenuta strategica e con importanti riflessi occupazionali. Comportandosi in questo modo ha ottenuto due obiettivi: il primo è stato dire ancora una volta al mondo che chi va in Francia lo fa alle regole del suo Governo e del suo sistema Paese e rispettandone gli interessi; il secondo è aver blindato gli indirizzi strategici della società assicurandosi che gli azionisti italiani non potranno mai sgarrare. L'Italia dovrebbe prendere appunti e farsi un enorme e triste esame di coscienza su come sono stati affrontati decine di dossier negli ultimi anni in cui si è perso anche il minimo potere di indirizzo su settori strategici. Nell'attuale Europa ci si deve comportare come fa la Francia, non come ha fatto l'Italia.

Un ultimo aspetto riguarda le continue ipotesi di un'alleanza più ampia tra Italia e Francia che coinvolga anche il militare. A questo proposito bisognerebbe dire che l'Italia non ha nessun debito con la Francia, ma che è ancora ampissimamente a credito. Sarebbe veramente incredibile se questa "resa" francese fosse propedeutica a un'alleanza più ampia in cui si consegnerebbe il militare alla Francia per restituire il favore. Le due parti non possono essere messe sullo stesso piano, sia perché il militare è molto più ricco e molto più strategico del civile, sia perché non si può fare pari e patta con tutto quello che l'Italia ha perso a beneficio della Francia negli ultimi anni per il piccolo affare su Stx.

L'unica conclusione che si può trarre per ora da questa vicenda è che nelle ultime settimane abbiamo avuto l'occasione di capire come si difende un sistema Paese e che "il mercato" o "l’Europa" non possono essere la scusa per accettare qualsiasi cosa.

Mauro Bottarelli - 1 - Il Pentagono ha chiamato Hollywood per preparare il terreno alla guerra alla Russia

SPY FINANZA/ Usa, la vera guerra dietro le "scaramucce" tra Trump e Kim Jong-un

Continuano a restare alti i toni dello scontro tra Donald Trump e Kim Jong-un. Per MAURO BOTTARELLI, il vero bersaglio degli Stati Uniti è però un altro: la Russia

23 SETTEMBRE 2017 MAURO BOTTARELLI

Donald Trump (Lapresse)

TERZA GUERRA MONDIALE E FINANZA. Ormai siamo veramente al delirio, siamo in presenza di due leader mondiali che si comportano come due ubriachi al bar che litigano e cercano la rissa, perché obnubilati dai fumi dell'alcool. Kim Jong-un ha alzato il tiro: non solo ha definito Donald Trump «squilibrato, bandito e vecchio rimbambito» e promesso che «pagherà caro il suo discorso all'Onu», ma anche minacciato un esperimento nucleare nel Pacifico, testando una bomba H. Siamo in pieno dottor Stranamore 2.0, tanto più che a stretto giro di posta il presidente Usa ha dichiarato che «Kim-Jong-un presto sarà messo alla prova come mai prima» e che, soprattutto, «è chiaramente pazzo». C'è davvero da temere o siamo soltanto di fronte alla prosecuzione del gioco delle parti che abbiamo visto finora, per mesi mesi? 

Io propendo per la seconda ipotesi. Per un semplice motivo: l'obiettivo Usa è un altro e in queste ore stanno accadendo cose che dovrebbero attirare l'attenzione molto più di queste sparate senza senso. Partiamo da una notizia che ha avuto poca eco sui media. Ieri, infatti, la pagliacciata Russiagate si è arricchita di un nuovo capitolo: la pubblicità politica comprata su Facebook da entità riconducibili alla Russia nel corso dell'estate 2016 per avvelenare le elezioni e direzionarle a favore di Trump. Non solo gli hacker, quindi ma anche il social media più ubiquo del pianeta, nel 2016 avrebbe lavorato per i russi durante la campagna presidenziale americana. Lo ha ammesso il patron, Mark Zuckerberg, con un annuncio clamoroso fatto giovedì sera, durante il quale ha accettato di cooperare con le autorità per fare luce sull'accaduto. «Mentre ero in congedo paternità ho speso tanto tempo con le nostre squadre a discutere l'interferenza russa nelle elezioni…», cominciava così il preambolo alla resa di Zuckerberg alle pressioni della giustizia e del Congresso rispetto alla "pubblicità politica" che venne comprata dalla Russia sul social media. E ancora: «Crediamo sia d'importanza vitale che le autorità di governo abbiano tutte le informazioni necessarie per far sapere ciò che accadde durante l'elezione del 2016». 

Dopo essersi rifiutata a lungo di compiere questa operazione-trasparenza, Facebookfornirà quindi i dettagli sia alle Commissioni parlamentari che al super-procuratore speciale, Robert Mueller, cioè tutti coloro che indagano sul Russiagate. Insomma, la nuova vulgata - dopo averne provate un centinaio, collezionando figure barbine una dopo l'altra - è che Facebook fosse diventato uno dei cavalli di Troia usati dai russi per interferire nella campagna elettorale, sempre a senso unico: in appoggio a Donald Trump e per ostacolare Hillary Clinton. Bene, sapete quanto avrebbe speso la Russia per sabotare - riuscendoci, stando alla versione Usa - le presidenziali dello scorso novembre? Ben 50mila dollari! Diciamo che la sicurezza politico-informatica della presunta nazione più potente al mondo viene via con poco! 

Ora, non ho voglia di spendere tempo (vostro) e parole (mie) al riguardo, basta questo grafico: le spese russe per pubblicità politica su Facebook sono state talmente alte da non rientrare nemmeno nel range minimo di misurazione. Quelle della Clinton, come vedete, un po' più alte. L'ennesima pagliacciata. Cui il Cremlino ha risposta ieri mattina in maniera molto netta, ancorché pacata, negando del tutto che la Russia sia implicata in quelle pubblicità: insomma, i famosi interventi back-door della Cua svelati da WikiLeaks, quello con devices in grado di entrare in un sistema e lasciare tracce di un soggetto terzo per incolparlo, potrebbero essere entrati in azione la scorsa estate. E se anche Trump ha immediatamente bollato come non-sense la nuova pista - «L'inganno Russia prosegue, ora con le inserzioni su Facebook. E la copertura mediatica totalmente offensiva e disonesta in favore della corrotta Hillary?» -, qualcosa si sta muovendo nel corpaccione del Deep State. Per l'esattezza nell'area calda e operativa, il Pentagono e i suoi addentellati. E non ha nulla a che fare con il presunto nemico nordcoreano ma molto con la Russia


Tutti voi immagino conosciate Morgan Freeman, premio Oscar e famosissimo attore statunitense, protagonista di decine di film di successo. Bene, questa settimana ha prestato il suo volto a una nuova campagna di fiancheggiamento che la cosiddetta "società civile" statunitense ha messo in campo per fiancheggiare proprio l'inchiesta Russiagate, una mossa mediatica di primo livello. L'iniziativa si chiama Investigate Russia e quello che potete vedere qui è lo spot televisivo di cui proprio Morgan Freeman è protagonista: come avrete sentito, le sue parole non sono concilianti. Il protagonista di Deep Impact e Al vertice della tensione - dove, guarda caso, interpretava rispettivamente il presidente Usa e il capo della Cia - è stentoreo nel proclamare che «siamo stati attaccati» e, soprattutto, «siamo in guerra». 

Non sono parole a caso, dire siamo in guerra ha un suo peso: e, ripeto, non si è scelto un testimonial a caso, ma uno che la gente si ricorda, recentemente e quasi pavlovianamente, in ruoli da grande patriota americano. Lasciate stare che nel board del Committee to investigate Russia, che gestisce l'operazione mediatica, ci siano uno spergiuro conclamato come James Clapper, ex direttore della National Intelligence e nientemeno che Rob Reiner, uomo il cui contributo alla geopolitica mondiale è stato dirigere Harry ti presento Sally, la questione è seria per un altro motivo: quando il Pentagono muove Hollywood e le sue star, qualcosa sta per accadere. Come si sa, l'America eccede in propaganda e questo vale anche per i film di successo, ovviamente romanzati ma dal chiaro intento dottrinario per le masse. 

Come dimenticare Rambo III, nel quale Sylvester Stallone combatteva al fianco dei valorosi mujaheddin afghani contro l'esercito russo e un particolarmente crudele generale dell'Armata rossa? La prima che vedete più sotto è la scena finale del film, con dedica appunto ai combattenti islamici afghani. La seconda, invece, è la versione della stessa post-11 settembre per il mercato Usa. Non male, trattasi di contrappasso, penso. O di karma. Il tutto reso ancora più comico dal fatto che l'11 settembre, stando agli atti del Congresso, ha visto lo zampino saudita, non afghano. Propaganda allo stato puro. 



Ma non pensiate che solo gli Usa abbiano dato il loro meglio a livello di filmografia per quanto riguarda l'Afghanistan: nel 1987, un anno prima di Rambo III, scomodarono addirittura uno dei gioielli della corona cinefila, ovvero James Bond, il quale nel film The living daylights si trova a combattere accanto ai valorosi mujaheddin contro i russi cattivi e invasori, arrivando a distruggere una loro base militare. Ma non c'è da stupirsi, Hollywood a sempre fatto da cassa di risonanza delle esigenze belliche Usa, tanto che dopo l'11 settembre più di un terzo dei film arrivati alla vetta dei box office era di guerra: basti ricordare Black Hawk Dawn, We were soldiers o proprio Al vertice della tensione. Come fece notare sul Village Voice il critico Jon Hobermann nel suo articolo Come Hollywood ha smesso di aver paura e ha cominciato ad amare la bomba, mai come dall'epoca dell'azionismo reaganiano (proprio la trilogia di Rambo ma anche Top Gun ne furono le pietre miliari) l'industria cinematografica è stata così vicina, pressoché contigua, a Washington. 

Non è un caso che alla prima assoluta de Al vertice della tensione fossero presenti - ben visibili e con lo sguardo attento verso le telecamere della Cnn - sia il vice-presidente dell'epoca, Dick Cheney, sia il capo del Pentagono, Donald Rumsfeld. Di più, contravvenendo a un dogma sacro dello show-biz Usa, l'anteprima venne spostata da Los Angeles a Washington: perché? Come da ammissione della Paramount Pictures, produttrice del film, la Cia «ha contribuito simbolicamente alla realizzazione del film stesso»: e quelli dell'intelligence odiano caldo e palme. L'anteprima assoluta di We were soldiers, invece, venne addirittura organizzata con una proiezione privata per George W. Bush, Condoleeza Rice, Donald Rumsfeld e alti papaveri della Difesa. Ma anche il mondo accademico Usa si è prestato bellamente alle necessità propagandistiche del governo, visto che dopo l'11 settembre l'Istituto di Arti Creative dell'Università della California del Sud ha organizzato decine di incontri e seminari con lo scenografo Steven De Souza (autore tra l'altro dell'action movie 58 minuti per morire) e con il produttore Joseph Zito (inventore di b-movie di successo come Delta force o Invasion USA) per immaginare nuovi scenari di attacco terrorista e mettere a punto la risposta adeguata. 

Chi presiedeva i meeting? Il generale Kenneth Bergquist. Perché per rendere credibili le false flag servono professionisti del ramo, come ci insegna il film Sesso e potere, dove per sviare uno scandalo sessuale del presidente si arriva a inventare di sana pianta una guerra in Albania, il tutto comodamente negli studi di un emittente tv: e per la gente, quella guerra era vera. 

(1- segue)

Stx France-Fincantieri e gli euroimbecilli italiani

Fincantieri - Stx: proposta Francia è una trappola. Fiom: governo rifiuti

La Fiom commenta la proposta francese per uscire dall'impasse Fincantieri - Stx France.

"I soggetti, istituzionali e non solo, entusiasti della proposta francese sulla creazione di una nuova società con la divisione delle attività civili da quelle militari di Fincantieri, come mossa per uscire dall'impasse su Stx France - peraltro creata ad arte dai francesi - dovrebbero riflettere e valutare attentamente la proposta dei 'cugini' d'oltralpe" riferisce in una nota Fabrizio Potetti, responsabile Fiom per Fincantieri.

"Macron, infatti, vorrebbe costituire due società, una con le attività civili per l'Italia e l'altra con le attività militari per la Francia. Ora, se guardiamo alla marginalità delle attività non c'è dubbio della strategicità del settore militare, coperto da programmi istituzionali, mentre sul settore civile la concorrenzaè molto più forte, con conseguenze dirette sul risultato economico, in particolare per quanto riguarda la prima nave costruita. - sottolinea - Il tema quindi non si risolve mettendo al tavolo Leonardo/Finmeccanica, ma facendo attenzione a non lasciare alla Francia i programmi istituzionali (finanziati peraltro dai cittadini italiani) cioè la parte più performante e sicura del mercato". 

"Oggi nel bilancio di Fincantieri la costruzione di navi non distingue tra militari e civili e, se guardiamo alla performance economica, è evidente dove si concentra la marginalità. Dividere le attività quindi rischia di togliere alla parte italiana quella marginalità, quella capacità di investimento e quella ricerca e sviluppo finanziata che dal settore militare viene poi tradotta in soluzioni avanzate per il settore civile. Siamo convinti quindi che gli escamotage possono servire a salvare la forma e la faccia ma la sostanza della proposta francese deve essere valutata con attenzione, e se dovesse essere confermata per quello che emerge dalle anticipazioni dei media, deve essere rifiutata. Come Fiom-Cgil siamo contrari a soluzioni dannose per l'Italia e per i lavoratori italiani" prosegue il sindacalista.

"La maggioranza di Stx l'avevamo già conquistata acquisendo la società francese dal tribunale fallimentare - ricorda quindi -, oggi ci danno quello che avevamo già prendendosi il settore militare e dovremo ritenerlo un successo? Lo abbiamo già detto prima dell'estate: se l'operazione sarà utile a creare una grande azienda europea della cantieristica navale in grado di competere con i produttori asiatici siamo favorevoli, ma a condizione che si facciano investimenti forti nei bacini italiani per renderli competitivi, in caso contrario non è necessaria a tutti i costi come ci viene detto."

"L'eventuale società che dovesse nascere dovrà essere unica e tenere insieme i due settori, a quel punto la maggioranza italiana può essere un vantaggio per il paese. O Fincantieri e gli interessi italiani sono tutelati, attraverso un accordo equo con i francesi, oppure non ha senso continuare su una proposta che potrebbe danneggiare il paese, le sue prospettive industriali e il futuro dei lavoratori della cantieristica italiana" viene riportato in ultimo.

22 settembre 2017 - Giulietto Chiesa: Ventisette anni d'indipendenza dell'Ossetia del Sud

PTV News 22.09.17 - Kim Jong-un: "Trump malato di mente"



Nuova vecchia strategia USA nei rapporti con la Russia

- Mosca pronta a reagire agli attacchi curdi in Siria

- Germania: la sfida elettorale di Angela Merkel

- Fitch boccia il sistema bancario europeo e Unicredit pensa a Commerzbank

- Per Macron “la democrazia non nasce nelle strade

22 settembre 2017 - Antonio Ingroia: E' il momento della riscossa costituzionale



Nella stagione politica che viviamo da alcuni anni a questa parte dello dello Stato di Diritto è ormai rimasto solo il ricordo. I poteri economici sovranazionali hanno ormai preso il sopravvento, umiliando i principi di uguaglianza sanciti dalla nostra Carta Costituzionale.

venerdì 22 settembre 2017

I Capitali si fondano e si cercano dimenticando l'economia reale da cui i popoli traggono sostentamento

FINANZA/ UniCredit, Caltagirone e il Grande Compromesso fra Italia e Francia

Mentre Caltagirone accelera la sua trasformazione in finanziere puro, a UniCredit viene chiesto di salvare Commerzbank e Mediobanca studia un riassetto di Generali. NICOLA BERTI

21 SETTEMBRE 2017 NICOLA BERTI

Il quartier generale di UniCredit a Milano (Foto d'archivio)

UNICREDIT. Caltagirone liquida Cementir proprio quando filtra l'indiscrezione di un "piano Mediobanca" per lo scorporo della quota di maggioranza relativa delle Generali. Pressocché nelle stesse ore UniCredit - primo socio relativo di Mediobanca - lascia correre le voci di accelerazione sulla riforma della governance e soprattutto quelle di contatti per l'aggregazione di Commerzbank. Ce n'è abbastanza per mettere in allerta ma anche in difficoltà qualsiasi osservatore di cose finanziarie italo-europee. E scegliere l'angolatura giusta non è affatto facile.

Fra sei giorni, ad esempio, è in programma un super-vertice fra il ministro dell'Economia italiano Piercarlo Padoan e il collega francese Bruno Le Maire. Sul tavolo, ufficialmente, la soluzione del nodo Fincantieri-Stx, con il probabile progetto paritetico di una "Airbus del mare" cui dovrebbe partecipare anche Leonardo-Finmeccanica. Ma è assai prevedibile che sul tavolo ci saranno tutti i dossier finanziari italo-francesi: Vivendi-Tim, Vivendi-Mediaset e - non ultimo - l'ennesimo riassetto del polo Mediobanca-Generali, dove il patron di Vivendi, Vincent Bolloré, recita da tempo un ruolo chiave. E quel giorno è scontato che Angela Merkel avrà ottenuto la quarta investitura elettorale come cancelliere tedesco, cioé "premier d'Europa", votato alla ricostruzione dell'Eurozona. Con un fastidio bancario residuo: Commerzbank, terza banca tedesca nazionalizzata dal dopo-crack Lehman Brothers.

Cosa c'entra UniCredit? E' un campione nazionale bancario in Italia che in Germania (ha già dato buona prova nell'aggregare Hvb-BankAustria e in passato ha più volte studiato il dossier Commerzbank). E il Ceo, Jean-Pierre Mustier, non è né italiano né tedesco, ma francese. Negli ultimi 12 mesi ha rimesso UniCredit sulla linea di galleggiamento, ha condotto in porto un aumento di capitale da 13 miliardi, si accinge a riformare la governance del gruppo ritagliandosi ampia autonomia. UniCredit è primo azionista di Mediobanca: Mustier può dire sì o no a ogni evoluzione degli assetti di Piazzetta Cuccia e delle Generali. Può acconsentire o no all'ipotesi di sganciamento parziale del Leone in una nuova "new company". E' un convitato di pietra ai tavoli collegati Vivendi-Tim-Mediaset. Può dir di sì - a nome dell'Italia ma anche della Francia - alla cortese richiesta dell'Azienda-Germania di sciogliere il nodo-Commerz, sull'orizzonte di una "Ue 3.0", oltre Maastricht. Può rinunciare - magari in un primo tempo - a coltivare l'ipotesi su cui i mercati lavorano da tempo una fusione fra UniCredit e Société Générale, il gigante francese da cui Mustier proviene.

Cosa c'entra Caltagirone? Da industriale del cemento e dell'edilizia si è ormai trasformato in finanziere puro. La cessione di Cementir a Italcementi ormai tedesca (Heidelbergcement) non fa che enfatizzare la sua proiezione verso le Generali. Caltagirone, da anni, arrotonda quotidianamente la quota a Trieste, ha suoperato ormai il 3% e contende ormai a Leonardo Del Vecchio la palma di secondo azionista dopo il 13,4% detenuto da Merdiobanca. Quest'ultima, secondo ultime voci, starebbe valutando lo scorporo di un suo pacchetto in una nuova holding, che sarebbe aperta ad altri azionisti. Logico pensare a un forte impegno di Caltagirone (e anche di Del Vecchio) nel nuovo arrocco italiano sulle Generali, accomapagnato da un mutuo distacco di UniCredit. Sia Caltagirone (che ha Suez fra i suoi soci) sia Del Vecchio (che ha fuso Luxottica con Essilor) sono a loro volta strutturalmente proiettati Oltralpe. Possono essere - diversamente da Mustier ma egualmente orientati - soggetti attivi di un Grande Compromesso fra Italia e Francia non in contrapposizione al baricentro-Germania. Una grande scommessa fra geopolitica e mercati.

Un altro pezzo dell'Italia ai tedeschi, i giochi di Caltagirone sfruttano la cassa integrazione straordinaria per fare più profitti. Tant'è, la nostra classe dirigente

Caltagirone vende Cementir ai tedeschi

Le attività vendute a Italcementi, controllata da HeidelbergCement

CRONACA 
Taranto giovedì 21 settembre 2017 di Enzo Ferrari*

Caltagirone vende Cementir a Italcementi, società che, a dispetto del nome, è interamente controllata dai tedeschi di HeidelbergCement.

Un altro pezzo di sistema industriale italiano che vola via. L’annuncio ufficiale dell’operazione è arrivato direttamente dalla tessa Italcementi, che «ha sottoscritto un accordo con Cementir Holding per l’acquisto di tutte le attività di Cementir Italia nei business del cemento e del calcestruzzo (incluse le società interamente controllate CementirSacci e Betontir)».

La sede della Cementir © Tbs

«L’intesa - fa sapere Italcementi - prevede un investimento di 315 milioni di euro. Saranno conferite a Italcementi 5 cementerie a ciclo completo e 2 centri di macinazione del cemento, per una capacità produttiva installata di 5,5 milioni di tonnellate di cemento, insieme al network dei terminal e degli impianti di calcestruzzo attivi sul territorio nazionale. Questi asset andranno ad aggiungersi alla struttura industriale Italcementi oggi formata da 6 cementerie a ciclo completo, un impianto per prodotti speciali, 8 centri di macinazione del cemento, 113 impianti di calcestruzzo e 13 cave per inerti». «L’acquisizione - afferma Roberto Callieri, Amministratore Delegato Italcementi - rappresenta per Italcementi un’importante opportunità di crescita nel mercato italiano dei materiali per le costruzioni. Oggi realizziamo un’operazione che presenta un’ideale combinazione nella qualità degli asset industriali e una perfetta distribuzione geografica, che consente a Italcementi di migliorare la propria presenza su tutto il territorio nazionale, in una logica di vicinanza al cliente per offrire soluzioni e prodotti innovativi e di qualità».

«Si tratta di un’operazione - prosegue Callieri - che conferma la volontà di HeidelbergCement di investire in Italia, riaffermando la fiducia nel sistemaPaese e nel nuovo management italiano che da un anno guida la nostra Società. Italcementi è leader in Italia, dove da oltre 150 anni è protagonista grazie alla sua esperienza, alla sua competenza industriale e alla capacità innovativa nei processi e nei prodotti». Il buon fine dell’operazione è comunque vincolato all’approvazione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Fino alla data della chiusura dell’operazione, prevista per l’inizio del prossimo anno, le due società continueranno a operare come competitor e pertanto saranno tra loro indipendenti.

«Da una stima preliminare - spiega Italcementi - l’integrazione di Cementir Italia consentirà sinergie sui costi per almeno 25 milioni di euro entro il 2020. Uno dei punti nodali: l’acquiszione comporterà tagli occupazionali o chiusura di stabilimenti? «Ogni valutazione organizzativa sarà realizzata dopo il closing: fino ad allora Italcementi e Cementir Italia – in quanto concorrenti – opereranno in totale autonomia». Ora resta da capire cosa accadrà allo stabilimento di Taranto. L’anno scorso Cementir annunciò un piano doloroso dichiarando 47 esuberi su un totale di 72 dipendenti.

«Evitammo i licenziamenti - spiega Francesco Bardinella (Cgil) - ottenendo un anno di cassa integrazione straordinaria grazie all’intervento del governo sulle aree di crisi complessa. La cassa integrazione scade a dicembre, mentre il percorso di formazione e riconversione per i lavoratori non è ancora partito. A questo proposito l’8 settembre abbiamo avuto un incontro in Regione per verificare tutti i possibili percorsi formativi. Noi chiediamo la proroga della cassa integrazione e l’acquisizione da parte di Italcemente è motivo in più per ottenere la proroga. Così potremmo avviare un confronto con la nuova proprietà su investimenti, bonifica e rilancio dell’azienda».

Consip/Etruria - che il Consiglio Superiore della Magistratura non sia fonte di acqua chiara e pulita era già chiara agli italiani

CSM: Leone, nessun doppiopesismo tra pratica Consip e vicenda Rossi-Banca Etruria


Polemica interna nel fronte laico del Consiglio Superiore della Magistratura sulla vicenda che vede coinvolto il pm Heny John Woodcock. Il consigliere Antonio Leone smentisce ed accusa di “Fake News” quanto riportato ieri dall’ Agenzia ANSA e ripreso da alcuni quotidiani


ROMA – Il Consigliere laico del CSM Antonio Leone, componente della Prima Commissione a seguito delle varie notizie di stampa pubblicate oggi a seguito delle dichiarazioni dei Consiglieri Pierantonio Zanettin (anch’egli consigliere laico del centrodestra) e del togato Piergiorgio Morosini nel corso del Plenum del Consiglio Superiore della Magistratura tenutosi mercoledì 20 settembre, ed a seguito della “fake news” ripresa dall’Agenzia Ansa delle ore 20.24, ha esternato alcune precisazioni in un suo comunicato diramato dall’ufficio stampa del CSM.

La pratica Rossi/Banca Etruria della quale il Consigliere Zanettin ha chiesto provocatoriamente la desecretazione per una forma di “par condicio” con la vicenda Consip, in realtà chiarisce Leone “non è mai stata secretata, ed è stata decisa pubblicamente nel plenum del 20 luglio 2016″ aggiungendo che “fare pertanto insinuazioni così come ha fatto il ConsigliereZanettin circa un palese doppiopesismo mi sembra, a dir poco, azzardato“.

E’ vero che la desecretazione di atti non equivale a pubblicazione né fa venir meno il dovere di riservatezza sugli atti stessi, per cui non potevasi in alcun modo, e senza autorizzazione, portare a conoscenza di terzi estranei il contenuto di essi. Nella nota dell’Agenzia Ansa diramata alle h. 20.24 del 20 settembre 2017, che è stata ripresa da numerose testate (il Mattino, La Stampa e altri) si legge: “CSM; fuga di notizie. Non è stato il PM Woodcock a dare ai giornalisti l’intercettazione della telefonata Adinolfi-Renzi nella quale Enrico Letta veniva definito ‘incapace’. A questa conclusione è arrivata la Prima Commissione del CSM che oggi in maniera non proprio ortodossa l’ha resa pubblica in un Plenum piuttosto animato a Palazzo dei Marescialli”.


“La notizia è totalmente non vera”dice il consigliere Leone, “ed è unaFake News poiché la Prima Commissione ( disciplinare n.d.r. )non si è mai, dico mai, pronunciata sulla pubblicazione delle intercettazioni Renzi-Adinolfi sulla quale stanno indagando le procure, né ha mai attribuito la responsabilità di essa a chicchessia. Quanto riferito quindi nella Agenzia Ansa è totalmente non vero. Se si evitassero, da parte di tutti, comizi politici in Plenum forse ne guadagnerebbe principalmente l’Istituzione che rappresentiamo”

Consip/Etruria - il Sistema massonico mafioso politico di Arezzo è cascato sulla buccia di banana. Il non necessario invio sia per gli elementi non penalmente rilevanti e sia per la prassi che gli atti si mandano alla fine dell'istruttoria ha aperto la porta alle illazioni di stampa su Woodcock, quello che volevano per tentare di salvare il Renzi

Csm: la “bomba” Consip colpisce in pieno Fanfani

Verbale della Musti passato ad arte ai giornali. Accuse al consigliere renziano

di Antonella Mascali | 21 settembre 2017

Il “casino” Consip ha investito il plenum del Csm. Ieri, infatti, c’è stato un fuori programma che ha messo nero su bianco come il verbale della procuratrice di Modena Lucia Musti sia uscito ad arte per dare manforte ai complottisti renziani. È stato il consigliere laico di Fi Pierantonio Zanettin ad aprire un dibattito al vetriolo: “Se è stata desecretata Consip, allora è opportuno desecretare tutte le pratiche politicamente sensibili, compresa quella sul pm Roberto Rossi di Arezzo per l’indagine su Banca Etruria (vedi papà Boschi, ndr) altrimenti vuol dire che le pratiche vengono desecretate a seconda del gradimento del governo di turno”.

Delle “strumentalizzazioni politiche” del verbale Musti e delle responsabilità del Consiglio parlano i togati di Area (sinistra) Piergiorgio Morosini e Antonello Ardituro, ex pm di Napoli. “So per certo che non è stata la Procura di Roma a dare alla stampa il verbale” ha detto Ardituro. “La scorsa settimana è stata imbarazzante, sono rimasto in attesa, sperando che qualcuno sottolineasse il fatto gravissimo” che sia uscito su alcuni quotidiani. E analizza: “La pubblicazione di questo verbale ha destato perplessità e confusione mettendo il Csm al centro dell’agone politico”. Morosini finisce di mettere il dito nella piaga: “È venuta fuori l’idea di desecretazione mentre si mandavano gli atti alla Procura di Roma. Bisogna stare molto attenti al momento di ostensibilità di certi atti perché quando vanno in mano alla stampa, in particolare solo a una parte”, come nel caso Musti, “possono esporre a campagne di stampa magistrati impegnati in inchieste importanti”. Morosini scende nel particolare: “Diverse testate hanno fatto credere la responsabilità di pm sulla fuga di notizie dell’intercettazione Renzi-Adinolfi (contenuta nel fascicolo Cpl-Concordia, ndr) ma abbiamo sentito dai lavori della Prima Commissione che è radicalmente da escludere la responsabilità del pm Woodcock”. Gli ha risposto visibilmente risentito Luca Palamara, togato di Unicost (centrista) e relatore, insieme ad Aldo Morgigni della pratica: “Non è rispettoso del lavoro della Prima annunciare l’esito sulla divulgazione delle intercettazioni”, come se non fosse già noto che Il Fattoquell’intercettazione, pubblicata il 10 luglio 2015, l’ha avuta dal mondo forense.

Sulla difensiva il presidente della Prima che ha proposto la desecretazione degli atti e l’invio alla Procura di Roma, con decisione, però, unanime. Giuseppe Fanfani, laico renziano della prima ora, nega ogni responsabilità sull’uscita del verbale Musti: “Abbiamo ritenuto opportuno desecretare circa 30 pratiche per l’ampia conoscenza che c’era già stata da parte della stampa e con il sereno convincimento del fatto che questo non incidesse sul dovere di riservatezza dei consiglieri che, sono certo, è stato rispettato da tutti”. Fanfani, poi, rivendica la scelta di aver trasmesso il verbale Musti alla Procura di Roma pur non essendoci elementi penalmente rilevanti e pur andando contro la prassi secondo la quale gli atti si mandano alla fine dell’istruttoria. “L’obbligo non c’era perché non c’erano notizie di reato, ma abbiamo ritenuto utile far conoscere quelle carte ai pubblici ministeri che indagano sull’ipotesi di scorrettezze da parte degli ufficiali che si sono occupati di Consip (il riferimento è al maggiore Giampaolo Scafarto, indagato per falso, ndr)”.

Proprio Fanfani, in un momento dell’audizione della Musti, dopo che un consigliere aveva fatto un riferimento sbagliato, ha messo insieme Cpl-Concordia e Consip: “De Caprio ha detto ‘Ha una bomba in mano’. Scafarto: ‘Succederà un casino, arriveremo a Renzi’”. Di Caprio aveva parlato con la Musti nel 2015 dell’inchiesta Cpl contro le coop rosse e il mondo dalemiano e Scafarto, improvvidamente, nel 2016, con la Musti aveva fatto un riferimento all’inchiesta Consip in cui era coinvolto Tiziano Renzi. Sono due cose diverse.

Ha parlato anche il vicepresidente Giovanni Legnini: “Non condanno la desecretazione degli atti ma bene ha fatto la Procura di Roma ad aprire un’indagine per violazione del segreto istruttorio”. Un colpo al cerchio e uno alla botte.

Siria - la Russia ha vinto sul campo in quanto è stato un'appendice della politica del negoziato

Perché i russi hanno vinto in Siria. Lo spiega un ufficiale francese.

Maurizio Blondet 22 settembre 2017 

“Lezioni operative di due anni di impegno russo in Siria”, suona così il titolo della valutazione di Michel Goya, 63 anni colonnello delle truppe di Marina, brevettato alla scuola di guerra, docente e storico. Il testo è interessante perché, in controluce, suggerisce dove e come gli americani hanno militarmente sbagliato.

Michel Goya.

Piaccia o no, esordisce dunque Goya, l’intervento russo “è stato un successo”.

E perché è stato un successo? “Perché ha conseguito il suo obiettivo politico primo, che era quello di salvare il regime siriano”. Prima lezione: non si entra in un conflitto senza un obiettivo politico ben delineato e delimitato. Mai dimenticare Clausewitz, “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”.

Anche se la guerra è lungi dall’essere terminata, essa “non può più essere perduta da Assad”. Non restano che due poli territoriali sunniti coerenti in Siria, l’oltre Eufrate ancor tenuto da Daesh, e Idlib, tenuto da Al Nusra.”Tutte le altre forze ribelli sono frammentate e spesso servono da suppletivi ad altri attori concorrenti, Turchia, l’Unione democratica curda (PYD), la Giordania, Israele o gli Stati Uniti”.

Punto notevole, la Russia “agisce come intermediario con tutti questi attori, locali o esterni (che le sono nemici), “il che le attribuisce un peso diplomatico speciale sullo stesso teatro “ d’operazioni. Mosca tratta con gli alleati e con gli avversari; non si propone l’annichilimento del nemico ma il negoziato politico. ”Essa appare di nuovo come una potenza di peso sugli affari del mondo, di cui bisogna tener conto”.

E quante risorse ha impegnato per avere questo successo?

“Risorse piuttosto limitate: 4-5 mila uomini, 50-70 mezzi aerei, un costo di circa 3 milioni di euro al giorno, un quarto o un quinto dello sforzo americano nella regione”, e ridotto anche rispetto alla partecipazione francese al contrasto contro Daesh in Irak, operazione Chammal 2014.

Fake news.

“Visti i risultati”, visto il rapporto fra la modestia dei mezzi usati rispetto ai loro effetti strategici ottenuti, “i russi hanno una ‘produttività’ operativa molto superiore agli americani o ai francesi”.

Come mai?

Anzitutto perché “il dispositivo russo, impegnato massicciamente e di sorpresa, è stato completo fin da subito”. Oh meraviglia, “non è stato preceduto da una fase dichiaratoria [Tipo le minacce americane: “Tutte le opzioni sono sul tavolo”, “Assad è un criminale che ha superato la linea rossa” eccetera], “e neppure è stato gradualmente rinforzato e diversificato come nella coalizione americana, che ha aggiunto nuovi mezzi (caccia bombardieri, poi aerei d’attacco, poi elicotteri d’assalto, poi artiglieria…) o ampliando il loro impiego via via secondo la resistenza del nemico, o per “mostrare che si fa qualcosa” alla propria opinione pubblica…”.

Ripetiamo: ”La Russia ha dispiegato un dispositivo completo e coerente rispetto al raggiungimento di un obiettivo chiaro, ciò che non ha fatto la coalizione pro-ribelli [Usa, eccetera] in Siria”.

E non l’ha fatto nemmeno di nascosto, fingendo che a combattere fossero i siriani. No, l’intervento russo “è stato pienamente assunto, al contrario della ‘impronta leggera’ (sic) americana”. Impronta leggera significa forse che gli americani hanno fatto finta di esserci poco e di non aiutare i terroristi loro favoriti. Hanno evitato al massimo di avere “scarponi sul terreno”.

Invece i russi sono arrivati apertamente: siamo qui a fianco del nostro alleato. Noi, non ”consiglieri” e “addestratori”, o mercenari d’accatto.

“Ciò ha cambiato il dato operativo”, dice Goya.

La guerra in Siria è “a mosaico”; impegna non due campi soli, ma numerosi, coi loro sponsor, e tutti hanno obbiettivi differenti che li spingono a divergere o a convergere, “ciò che rende il conflitto insieme complesso e stabile, in quanto le riconfigurazioni politiche spesso annullano i successi militari di una parte”.

La strategia del pedone imprudente

Qui, fatto essenziale, “i due sponsor rivali, Stati Uniti e Russi, non hanno alcuna intenzione di affrontarsi direttamente, ed evitano dunque di ‘incontrarsi’. Di conseguenza, una “occupazione-lampo” di un terreno da parte dell’uno impedisce meccanicamente all’altro, davanti al fatto compiuto, di penetrarvi. E la strategia del ‘pedone imprudente’ che attraversa una camionabile ed obbliga gli automobilisti a fermarsi: una strategia che i sovietici come i russi hanno adottato regolarmente. Ciò comporta l’assunzione di un rischio […] In Siria, le esitazioni americane hanno ridotto il rischio”. Audacia contro paura?

“Dal momento in cui i russi hanno piantato apertamente la loro bandiera e occupato lo spazio – specie aereo – in Siria, per gli altri tutto è diventato più complicato. Il dispiegamento di S-300 e poi di S-400 ha imposto “ha imposto una zona di esclusione aerea agli Stati Uniti, ostacolati in tal modo su un teatro operativo per la prima volta dalla guerra fredda”.

Una interdizione dello spazio aereo che non è stata ermetica, riconosce Goya. I turchi hanno abbattuto un caccia russo il 24 novembre 2015, gli americani hanno attaccato proditoriamente dal cielo gli assediati regolari siriani a Der Ezzor, violando un accordo coi russi di poche ore prima, ammazzando 62 soldati, e in pratica facendo da appoggio aereo al coordinato attacco dello Stato Islamico a terra; la Marina Usa su ordine del neo-eletto Trump ha lanciato i missili da crociera contro la vecchia base di Shayrat (ma, prudentemente, dal mare) e l’armata israeliana ha attaccato il 7 settembre il sito di Mesayf (ma prudentemente dallo spazio aereo del Libano); a giugno un caccia americano ha abbattuto un Su-22 siriano “nel primo duello aereo sostenuto dagli americano dal 1999”.

Ma certo, se ciò “dimostra l’incapacità russa di interdire totalmente, politicamente o tatticamente, il cielo, la rarità e la prudenza di questi attacchi testimoniano che lo spazio aereo è stato comunque dominato dai russi”.

Gli americani da parte loro, nonostante le verbose declaratorie minacce, “hanno esitato a fornire materiale sofisticato alle forze ribelli, come missili anticarro e terra-aria; ancor meno a impegnare apertamente loro proprie unità di combattimento”. Insomma “non hanno osato”.

Commenta Goya: “la cosiddetta ‘impronta leggera’ è spesso prova della leggerezza degli obbiettivi politici e della motivazione”.

Il colonello si dilunga sull’impiego creativo della Brigata aerea mista” russa, con una settantina di apparecchi al massimo (teoricamente Mosca ne dispone di 2 mila), e “almeno una batteria delle 120ma brigata d’artiglieria, lanciarazzi multipli, droni, un aereo di ricognizione elettronica, più diverse compagnie di forze speciali la cui missione è l’operazione in profondità e l’intelligence”.

“La brigata aerea ha condotto decine di operazioni combinate ad un ritmo molto elevato: mille uscite mensili. Una tecnologia piuttosto antica, con grande uso di bombe non guidate”, ha portato ad una bassa percentuale di colpi a bersaglio rispetto agli standard occidentali e perdite civili sensibilmente più importanti all’inizio. Ma poi nettamente diminuite…”.

Nell’insieme, il sito Airwars (americano), stima le vittime civili dei russi “tra le 4.000 e 5.400 in totale”, ma “da 5.300 a 8.200 quelle da imputare alla coalizione statunitense, che pure usa una percentuale molto maggiore di munizioni guidate”

Le perdite russe sono valutate da 11 a 17 ufficialmente , “ma in realtà tra 36 e 48, comunque molto basse rispetto alla portata delle operazioni”. La Russia, e Goya si sorprende, non ha impegnato direttamente forze terrestri sue in combattimento. Si è limitata a “ un battaglione dell’810 ° Brigata di Fanteria Marina rafforzato da una piccola compagnia di nove T- 90, una batteria di artiglieria dotata di circa quindici lanciagranate multipli, e dotata di quaranta veicoli combattimento per fanteria”, ma “questa forza viene utilizzata principalmente per la protezione delle basi navali Tartous e Hmeimim”.

SVP-24

Armi nuove

I russi hanno sperimentato in questo conflitto “il SVP-24 (per il sottosistema speciale di calcolo ), un sistema che utilizza il sistema di navigazione satellitare russo GLONASS per confrontare la posizione di un aereo e il suo obiettivo tenendo conto di tutti i parametri di volo. Con questo sistema i russi ottengono una precisione simile a quella delle munizioni guidate, sparando però ad una quota di sicurezza.

E s’è visto in Siria anche il “veicolo di scorta” inteso a superare la sconnessione tra i carri armati e la fanteria meccanizzata: è “stata sviluppata una piattaforma dedicata, con un telaio del serbatoio T-90, ma pesante e costoso, e quindi sostituto molto più economicamente con il BMPT-72 (chiamato Terminatore 2) usando vecchi telai del serbatoio T-72.


Per il prezzo di un VBCI e probabilmente per la metà del prezzo di un futuro Jaguar , il BMPT-72, ben protetto e equipaggiato con l’ottica moderna, dispone di 4 lanciatori missili Ataka-T (AT-9 Spiral -2), due mitragliatori da 30 mm e una mitragliatrice da 7.62 mm. È una notevole arma “anti-tank” (ma anche antiaereo e possibilmente anti-drone) c che aiuta l’impiego dei tank in AMBIENTE URBANO”.

Torretta del BMPT-72 Terminator.

Le tecnicalità soldatesche non facciano dimenticare però questo: “La principale novità del dispositivo russo è stata, nel febbraio 2016, la creazione di un Centro di Riconciliazione volto alla diplomazia di guerra, la protezione del trasporto dei combattenti [nemici che si dichiarano sconfitti] , e con le autorità civili, ONG e Nazioni Unite, l’aiuto alla popolazione. Questo centro di riconciliazione è anche , chiaro, un organo di raccolta d’intelligence per le forze russe. Ma implica l’ammissione che la fine più ovvia di un conflitto è il negoziato e non la distruzione totale del nemico”. 

Conclusione: 

“Con mezzi limitati, la Russia ha almeno per ora ottenuto importanti risultati strategici e comunque molto superiori a quelli delle potenze occidentali, innanzitutto degli Stati Uniti, ma anche la Francia, i cui effetti strategici in Siria non sono nemmeno misurabili –

Ciò è dovuto principalmente a una visione politica evidentemente più chiara e ad un’azione più coerente, con una presa di rischio operativa e tattica che gli Stati Uniti o la Francia non hanno osato. La stessa presenza dei russi in prima linea, se meccanicamente ha portato a perdite di vite umane”, col “suo effetto deterrente” sugli attori locali, ne ha anche risparmiate, permettendo lo sblocco rapido delle situazioni tattiche congelate. E “Con l’accettazione dei negoziati, gli sviluppi sono stati più rapidi a favore del regime di Damasco rispetto ai quattro anni precedenti, dimostrando ancora una volta che si ottengono più risultati attraverso azioni coerenti sul terreno che azioni da lunga distanza e senza obiettivi chiari”.

Mauro Bottarelli - 2017 crisi economica, è fallita la loro STRATEGIA di immiserire sempre di più le masse dei lavoratori per sostenersi, il disastro si avvicina e sarà tremendo

SPY FINANZA/ Il patto con le banche centrali che ci porta al disastro

Nuovi dati e nuovi fatti, dice MAURO BOTTARELLI, sembrano dimostrare che le banche centrali possono reggere l'economia solo in cambio di continui peggioramenti del lavoro

22 SETTEMBRE 2017 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

Mi scuserete se sarò breve e glisserò sulle idiozie delle versioni ufficiali e propagandiste che stanno attorno alle cifre del Bollettino mensile della Bce pubblicato ieri, ancorché largamente anticipato sul finire della scorsa settimana. Sono stanco, ripeto le stesse cose da mesi, perché per mesi i cosiddetti decisori continuano a coprire le carte in tavola, a bluffare, a inventarsi ogni scusa più o meno plausibile - dal terrorismo alla Corea del Nord, dall'euro forte agli uragani - per non ammettere che non hanno la minima idea di come uscire dal cul-de-sac in cui sono finiti. Ieri, poi, l'Eurotower è arrivata al ridicolo assoluto, svelando però qualcosa di interessante: l'agenda politica è entrata in modalità operativa. In un mondo dove non contano più i dati macro, ora non contano più nemmeno le percentuali: conta chi le genera, siamo al particolarismo della bugie economica. Il tutto, in chiave politica e sociale. 

Diamo una rapida occhiata. La Banca centrale europea ha confermato la revisione al rialzo della crescita per il 2017 per l'Eurozona: il Pil crescerà nel 2017 al 2,2% dall'1,9% precedente, mentre restano invariata quelle per il 2018 e 2019 rispettivamente all'1,8% e all'1,7%. Quanto alle prossime decisioni di politica monetaria, si spiega che l'Eurotower «ha mantenuto invariato l'orientamento di politica monetaria e deciderà in autunno riguardo una calibrazione degli strumenti nel periodo successivo alla fine dell'anno». Francoforte spiega poi che negli ultimi mesi l'inflazione ha registrato «un lieve aumento, ma nel complesso resta su livelli contenuti e di conseguenza, è ancora necessario un grado molto elevato di accomodamento monetario». La solita manfrina. Sulle prossime mosse dell'Eurotower, infatti, incidono soprattutto le previsioni sull'inflazione, che la Bce ha rivisto al ribasso per il 2017 a 1,5%, per il 2018 a 1,2% dal precedente 1,3% e per il 2019 a 1,5% dal precedente 1,6%. 

Ma ecco la novità, relativa al mercato lavoro. «Nell'eurozona durante la ripresa l'immigrazione ha dato un ampio contributo positivo alla popolazione in età lavorativa, riflettendo soprattutto l'afflusso di lavoratori dai nuovi Stati membri dell'Unione europea. A sua volta, ciò ha verosimilmente avuto un effetto considerevole sulla forza lavoro, in particolare in Germania e Italia. Sebbene l'offerta di lavoro nell'area dell'euro stia continuando ad aumentare, negli ultimi dieci anni il suo tasso di crescita ha subito un rallentamento». Ma non basta. «Inoltre, l'aumento della forza lavoro durante la ripresa economica è stato trainato dalla partecipazione femminile. Tale aumento e il modo in cui tale partecipazione differisce da quella maschile sono riconducibili in larga parte alle divergenze esistenti fra il livello di istruzione degli uomini e quello delle donne». Infatti, «nella popolazione femminile in età lavorativa la percentuale di donne con un'istruzione terziaria è più elevata rispetto all'analoga percentuale fra gli uomini». 

Bene, facciamo un attimino pace con il cervello, esercizio complicato quando si fa riferimento a un'istituzione - la Bce - che si spaventa per una tendenza al rialzo dell'euro in un contesto di crescita economica: come dire che alzando il riscaldamento, fa più caldo in casa e ci si lamenta se si suda. Stranieri e donne, traino della ripresa: ma non sono le stesse categorie che, in ogni dove, vengono dipinte come quelle che subiscono le maggiori ingiustizie salariali e a livello di diritti sul lavoro? Quindi, la Bce ci sta finalmente dicendo che il Re è nudo: in un contesto di Banche centrali come unici motori immobili delle dinamiche economiche, esiste un segreto e silenzioso patto di do ut des. Ovvero, noi reggiamo i mercati affinché l'1% del mondo continui a pagare bonus e dividendi e inguattare contante nei paradisi fiscali, però le condizioni di lavoro devono subire continui, strutturali e progressivi processi di dumping, altrimenti la macchina si ingrippa. 

Il mio non è un ragionamento da "gli stranieri ci rubano il lavoro", ma nemmeno da "gli stranieri fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare": sono due ali estreme, giuste e sbagliate entrambe allo stesso tempo. Esiste però una mediazione interpretativa e quella della Bce è perfetta: occorre includere soggetti che rientrano storicamente nelle fasce deboli, ma, stante le politiche messe in campo finora, occorre farlo con una strutturalizzazione della precarietà e del principio dell'esercito industriale di riserva, nel caso delle donne quasi sempre declinato nel comparto dei servizi. Siamo pronti a rinunciare al sostegno delle Banche centrali e al loro favoloso mondo dei cieli sempre blu? Se sì, mettiamo in conto che potrebbe crollare tutto, come è successo a Toys'r'Us, la grande catena di giocattoli retail americana che l'altro giorno ha presentato i libri in tribunale: bancarotta. «La concorrenza del commercio on-line ci ha ucciso», ha dichiarato sconsolato l'amministratore delegato lunedì. 

Quello che vedete nel grafico più in basso è l'andamento del bond dell'azienda con scadenza 2021: sapete in quanti giorni il suo valore è passato da 100 (massima solvibilità, ripaga tutto) a 9 (default alle porte, bye bye ai soldi investiti)? Nove giorni di contrattazione. Ripeto, in cifre: 9. È la realtà in cui stiamo vivendo, una pia illusione globale: quel bond non valeva affatto 100 quindici giorni fa, perché è da mesi e mesi che Amazon e soci stavano drenando clienti e quote di mercato: era mantenuto artificialmente a 100 dal regime di tassi a zero che la Bce deciderà il 26 ottobre se prorogare o meno. Gli stessi tassi che la Fed, mercoledì sera, ha detto che alzerà ancora a dicembre, contestualmente allo scarico mensile di 10 miliardi di assets per far dimagrire lo stato patrimoniale. 


Balle. Quel bond - ontologicamente pericoloso, visto il suo rating CCC - era a 30, forse 20, da settimane, ma nessun operatore, consulente d'investimento o tantomeno giornale ve lo ha detto, come non vi ha detto che quanto sta accadendo a Toys'r'Us rappresenta la seconda bancarotta più grande della storia Usa dopo quella di Kmart nel 2002. Parliamo infatti di un'azienda con 1600 negozi, 6,9 miliardi di dollari in assets e 64mila dipendenti. Puff, tutto fallito in 9 giorni. Nel silenzio generale. È questo il mondo in cui noi ci ritroviamo, un mondo che per vivere su queste dinamiche e permettere alle Banche centrali di sparare dati di crescita da sorrisi e pacche sulle spalle, deve permettere cose simili: dove andranno i dipendenti di Toys'r'Us? Ovunque gli si garantisca un salario, qualunque salario e a qualsiasi condizione contrattuale. Occorre portare il pane in tavola o maturare quanto manca per andare in pensione, occorre pagare l'affitto e le bollette: occorre vivere. Anzi, sopravvivere. 

Vi prego di riflettere su queste cose. Perché la falsità, ormai, è la regola. E, in subordine, arrivano l'oblio e la rimozione del reale. Ieri Piazza Affari festeggiava: ma voi, cosa avete da festeggiare in un mondo simile? Sempre ieri, la Banca centrale giapponese ha mantenuto invariati gli stimoli monetari e la Borsa di Tokyo ha chiuso tranquilla a +0,2%. Volete sapere la verità sul Giappone, se non vi fosse bastata la clamorosa sconfessione di quanto fatto finora sostanziatasi nella decisione di spostare il target per il raggiungimento del 2% di inflazione da marzo 2018 a marzo 2019? Guardate questo grafico, ci mostra come la propensione al risparmio dei giapponesi sia in continua crescita da 42 trimestri di fila: si accumula e non si spende


E come fai a far salire l'inflazione e i prezzi con questa mentalità? Non puoi, per il semplice fatto che i nipponici sono allenati e hanno riconosciuto il mondo in cui stanno per ripiombare: deflazione. Il tutto, con la loro Banca centrale che sta spendendo un delirio di denaro per sostenere unicamente una cosa: l'indice Nikkei. Stiamo andando a grandi falcate verso il disastro. Siatene almeno consapevoli.

Italia vaso di coccio tra la Germania e la Francia continua ad essere terra di conquista con l'avallo dei traditori del Pd

FINANZA/ Il piano per rifilare un altro 2011 all'Italia

Ci sono segnali, dice PAOLO ANNONI, che lasciano trasparire la volontà di creare una maggior integrazione europea. Un progetto che richiede però di disintegrare l’Italia

20 SETTEMBRE 2017 PAOLO ANNONI

Emmanuel Macron e Angela Merkel (Lapresse)

Due giorni fa il Financial Times ha dedicato una paginata al Movimento cinque stelle come prima puntata di una serie sui “populismi”. Il ritratto non è stato per niente lusinghiero e sono stati evidenziati problemi di trasparenza, conflitti di interesse, oltre a citazioni di Casaleggio davvero poco rassicuranti. A centro pagina campeggiava un bel grafico sulle intenzioni di voto degli italiani in cui il movimento fondato da Grillo emergeva come serio contendente per la vittoria alle elezioni. Facciamo noi l’equazione: un partito molto discutibile rischia di vincere le elezioni in un Paese fragile economicamente e politicamente.

Ieri Goldman Sachs ha pubblicato un report completo sull’Italia, con annesse interviste a Giavazzi e Mustier, per rispondere a tre domande: cosa succede all’Italia se torna la volatilità? Andrà al potere un Governo anti-Europa? Come si può aumentare la crescita? Il cuore del report è il tentativo di capire se per l’Italia si possa aprire un’altra crisi come nel 2011/2012; una crisi, aggiungiamo noi, fatta a freddo e in malafede dagli amici europei; lo dimostrano anche i resoconti dei collaboratori di Obama. Chiedersi se in Italia ci sarà un’altra crisi stile 2011 significa in realtà chiedersi se “l’Europa” franco-tedesca regalerà all’Italia un’altra mazzata. Citigroup si chiede invece se non ci si debba augurare un governo senza maggioranza, e senza responsabilità di fronte agli elettori, per completare le “riforme del 2011”; riforme che servono sia all’Italia che all’Europa.

Nell’attuale contesto è singolare che all’Italia vengano dedicate così tante attenzioni. Le banche centrali stanno pompando liquidità, le tensioni geopolitiche sono alte, la politica americana è in subbuglio e tra poco ci saranno le elezioni in Inghilterra. Il debito italiano continua a essere venduto a costi molto contenuti e, in teoria, in Italia c’è finalmente la ripresa. Eppure per l’Italia si sta avvicinando una fase decisiva che a molti sfugge completamente. Un articolo pubblicato sul Corriere della Sera da Francesco Giavazzi aiuta a capire quale sia la fase decisiva che si avvicina per l’Italia. L’autore non è sicuramente un pericoloso populista. Dice Giavazzi: “In Europa si stanno preparando riforme che influiranno sulla nostra economia molto più di tutte le leggi che in Parlamento si dibattono in queste settimane, a cominciare dalla prossima Legge di stabilità”.

La questione è la possibilità concretissima che Germania e Francia trovino un accordo su un bilancio europeo comune per “governare l’economia dell’eurozona”. La proposta di Schauble era quella di trasformare l’Esm in una sorta di Fondo monetario europeo per aiutare gli stati del sud Europa e per avere maggiore influenza sui bilanci statali. La questione, al di là dei tecnicismi, è ormai chiara. Il progetto europeo non può funzionare senza un salto in avanti nel piano di integrazione. Questa visione è ormai di scuola, come dimostrano le recenti dichiarazioni del ministro delle finanze francese. Siccome bisogna mettere in comune i rischi, perché si sarà integrati, prima bisogna mettersi d’accordo sulle regole, altrimenti gli stati deboli si approfitterebbero, senza pagare il biglietto dell’integrazione, di quelli più forti.

Dice ancora Giavazzi: “Premesso che un bilancio comune è nell’interesse di tutti, e quindi anche nostro, il tema è come si procederà al varo di quelle regole. O meglio quanto rapidamente esse entreranno in vigore, dato che è nell’interesse di tutti prima o poi adottarle.” L’Italia, dice ancora Giavazzi, “dovrebbe essere irremovibile sulla simultaneità fra interventi per limitare il rischio e nascita di un bilancio comune”. Per come si stanno mettendo le cose, parafrasiamo noi, l’Italia rischia di subire un’applicazione di regole imposte dall’Europa, contro i suoi interessi, firmando una cambiale in bianco su un bilancio comune, l’integrazione, che è controllato da altri con regole che oggi la escludono. Ci sveniamo per un’integrazione europea che è in realtà il dominio franco-tedesco travestito e che è contro di noi.

Se all’Italia viene imposto una mega patrimoniale, per esempio, fatta con i tempi e i modi decisi dagli “amici” francesi e tedeschi si produrrebbe una maggiore integrazione europea, perché nessuno si potrebbe più lamentare del debito italiano, ma le famiglie e l’economia italiane ne uscirebbero distrutte; l’Italia diventerebbe all’istante il meridione d’Europa. C’è una differenza sostanziale però. In queste stesse settimane si discute di trasformare le istituzioni europee allargando i temi su cui si decide a maggioranza, dei Paesi membri, e non all’unanimità. Sono gli stati a decidere e non i cittadini con il loro voto per cui quello di un italiano conta come quello di un tedesco. L’asse franco-tedesco spinge sull’integrazione, ma è chiaro a tutti che è questo asse che ha il potere di fatto sulle istituzioni europee.

La crisi del 2011-2012 ha trasferito molto potere sostanziale dall’Italia all’Europa con una devastazione economica che a distanza di cinque anni ha a malapena iniziato a rientrare. L’asse franco-tedesco ha un solo grande problema ed è l’Italia. Per due ragioni: la prima è che l’Italia è un’economia avanzata con 60 milioni di persone e per questo stesso motivo ha molto più potere negoziale della Grecia. Il secondo è che l’Italia è il Paese che più è stato penalizzato dal processo di integrazione europea e che ha meno interesse di tutti a un asse franco-tedesco, che finora ha guidato l’Europa, che ha come principale concorrente e “nemico” proprio l’Italia. Prendiamo ad esempio il debito pubblico. Il modello italiano era sostenibile, esattamente come lo è il Giappone, perché gli italiani, con il più alto tasso di risparmio in Europa e tutti possessori di casa, potevano finanziarlo senza problemi. Un altro esempio: le regole decise in sede europea per valutare i rischi degli attivi delle banche non hanno mai tenuto conto di molte garanzie che le banche italiane chiedevano e ottenevano. Un altro esempio è lo squilibrio che l’Italia ha subito nelle acquisizioni intra-europee. All’Italia per tante ragioni, compresi demeriti suoi, sono state applicate regole che vanno bene per francesi e tedeschi, ma sono devastanti per il nostro modello. Nelle crisi che si sono succedute l’Italia non ha potuto fare politiche anticicliche per “stare in Europa”. Il risultato è che il processo di integrazione europea ha fatto divaricare la crescita tedesca e italiana che avevano marciato agli stessi tassi dal dopo guerra.

Il salto in avanti nell’integrazione europea che adesso è guidata dall’asse franco-tedesco per gli interessi franco-tedeschi e che va malissimo per l’Italia può avvenire solo avendo neutralizzato l’Italia stessa. L’Italia si neutralizza da sola perché di queste cose non si parla, e se ne dovrebbe parlare molto più che della finanziaria anche per Giavazzi, e perché in nome dell’ideologia dell’integrazione europea si giustifica qualsiasi sopruso, come nel caso di Stx-Fincantieri, e perché nessuno ha il coraggio di dire - bisogna leggere i giornali inglesi - che questa integrazione, certo anche per demeriti italiani, è stata devastante per l’Italia. Se l’Italia non si neutralizza da sola si deve “servirle” una crisi come nel 2011.

Il problema non è l’integrazione europea; il problema è che l’Italia, la terza economia dell’area euro e 60 milioni di persone, non solo non è nel gruppo di chi prende le decisioni, ma che in quel gruppo si perseguono interessi palesemente nemici dell’Italia. Gli articoli e le ricerche degli ultimi giorni suggeriscono che il momento della verità sia molto più vicino di quanto possa trasparire dal dibattito italiano. L’Italia dovrebbe prima capire cosa sta succedendo e poi trovare degli amici, al di fuori dell’Europa, per uscire dall’isolamento politico assoluto in cui è.