Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 7 ottobre 2017

7 ottobre 2017 - Mario Albanesi: "Pezzi da 105"



Se Donald Trump non dovesse rendere conto delle sue azioni ai veri padroni degli Stati Uniti tra i quali ci sono fabbricanti di armi e militari, è probabile che molti problemi esistenti con la Corea del nord sarebbero stati già risolti.

Porcellum ter - Potete fare l'ennesima porcata imbarcando anche il Salvini ma non andrete molto lontano

AINIS: I PETALI IMMORALI DEL ROSATELLUM

7 OTTOBRE 2017

Ainis: i petali immorali del Rosatellum –

Perché i politici abbiano battezzato col nome floreale e leggiadro di Rosatellum l’ennesimo tentativo di riforma del sistema elettorale non lo so e non merita di saperlo, è meglio così. La riforma decisa dopo la vittoria nel referendum Segni fu battezzata da Giovanni Sartori Mattarellum, con geniale miscela del nome dell’autore della riforma, ora presidente della repubblica, e le ultime due lettere del referendum.

Nel Rosatellum sopravvive di quella riforma soltanto il neo-suffisso sartoriano, o segniano, se preferite, senza che nella redazione del nuovo testo sia rimasto qualcosa di quanto deciso dagli italiani in quel lontano referendum.

Se la riforma floreale sarà approvata dal parlamento, secondo Michele Ainis – che ne scrive oggi su Repubblica – non rischia la bocciatura (che è sempre postuma, a giochi fatti) della Corte costituzionale, ma rischia di essere immorale. Vediamo perché.

Dalle sentenze precedenti della Corte è possibile secondo Ainis trarre elementi di giudizio. Ed è possibile perciò riferirli alle caratteristiche essenziali del progetto, che il 10 ottobre approderà nell`aula di Montecitorio.


Queste le caratteristiche del Rosatellum, come le riassume Ainis su Repubblica: “un sistema proporzionale per due terzi, maggioritario per un terzo. Rispettivamente per il tramite di collegi plurinominali, da cui s`affacciano listini molto corti (da 2 a 4 candidati, scelti e bloccati dai partiti); e di collegi uninominali, dove fanno capolino le diverse coalizioni che sostengono, ciascuna, il proprio candidato. Con una soglia di sbarramento al 3% su scala nazionale.
Senza voto disgiunto fra liste e candidati. In grado d`ospitare fino a 5
pluricandidature. Con una quota di genere (non meno del 40%). Infine con le stesse regole fra Camera e Senato, superando la disomogeneità delle regole vigenti”.

Secondo Ainis, “l`oltraggio alla Costituzione qui non c`è. O se c`è, si nasconde come un topo. Perché l`esigenza d`armonizzare i due sistemi elettorali si leggeva già in entrambe le sentenze vergate dalla Corte costituzionale (…). Perché quelle decisioni castigarono gli eccessi del maggioritario (un premio o un ballottaggio senza una base minima di voti), non il maggioritario in sé, che oltretutto in questo caso si riduce a modeste correzioni nell`impianto proporzionale del sistema”. (…)

Eppure, nota Ainis, “c`è qualche petalo appassito in questa rosa. C`è un che di marcio, benché l`incostituzionalità del Rosatellum sia un`affermazione senza
prove. Intanto per il modo con cui viene messa al mondo la creatura: dopo l`aborto di un maggioritario (il nuovo Mattarellum), di un proporzionale (il simil-tedesco ), ora è la volta d`un sistema misto. Come se alle forze politiche italiane mancasse un`idea di società, una direttrice culturale di cui la legge elettorale dovrebbe essere strumento. «Questa o quella per me pari sono», cantava Rigoletto; la stessa strofa che cantano i partiti, altrimenti avrebbero tenuto la barra dritta su un modello, magari limandone i dettagli in corso d`opera, però senza scambiare cavoli e cavalli.

“E in secondo luogo c`è uno spiritello maligno che soffia dentro questa legge. E’ la volontà d`intralciare i 5 Stelle, che non si coalizzano nemmeno con se stessi. O di favorire Alfano, con una soglia di sbarramento che si risolve in un lasciapassare. È l`intenzione di nutrire i commensali (a Salvini il Nord, a Berlusconi la leadership del centro-destra, a Renzi l`opportunità di mettere la sordina ai suoi avversari interni), lasciando a bocca asciutta tutti gli altri. È la «logica vendicativa» di cui ha parlato Ferruccio de Bortoli (Corriere della Sera, 5 ottobre ), nella contesa fra renziani e dalemiani. Ed è in ultimo l`idea – fin qui appena mormorata – di porre la fiducia sulla legge elettorale, per approvarla a suon di muscoli, senza fare prigionieri”. (…)

Da sempre, dice Ainis, “i partiti si tirano sgambetti, quando giocano con le regole del gioco. Però c`è un fatto che invece ci riguarda, perché investe il nostro voto. Durante i lunghi anni del Porcellum, barattammo la possibilità di designare i parlamentari con l`illusione di decidere i governi, eleggendo direttamente Prodi o Berlusconi. Ora non ci resta neanche quello. Nella parte proporzionale del Rosatellum non potremo scegliere gli eletti, giacché le liste sono corte ma bloccate; nella parte maggioritaria non potremo scegliere le coalizioni”.

Per questo, secondo Ainis, ma non è difficile essere d’accordo con lui, il testo proposto, pur non essendo incostituzionale, è immorale.

Arrigo d’Armiento

I nostri governanti hanno mandato il cervello all'ammasso

La Fedeli “assume” gli immigrati, bidelli precari in rivolta

Lavoro, POLITICAsabato, 7, ottobre, 2017


Adesso i migranti non vengono a svolgere solo i lavori che gli italiani non intendono più fare. Ma anche quelli piuttosto ambiti, o che comunque hanno lunghe file di attesa a causa della crisi del mercato del lavoro. Come i bidelli. Un decreto del ministro Valeria Fedeli, infatti, permetterà agli stranieri, anche i migranti con semplice permesso di soggiorno, di accedere alla terza fascia della graduatoria Ata per le scuole. Scavalcando così migliaia di italiani in attesa da anni.

Da lungo tempo infatti le graduatorie per le supplenze del personale amministrativo, tecnico e ausiliario nelle scuole italiane scorre a rilento. In molti vi aspirano, anche solo per lavorare qualche mese. Ma adesso dovranno fare i conti con la concorrenza degli stranieri.

Il governo per far fronte alla richiesta dell’Ue di permettere a tutti gli immigrati comunitari, profughi e titolari di protezione sussidiaria o permesso di soggiorno di contendere agli italiani le supplenze o i posti fissi del settore Ata nella scuola. Il decreto dice per la precisione “titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permenente”. Quindi via libera agli extracomunitari.

La protesta, come spiega La Verità oggi in edcola, è stata portata avanti dal Presidente nazionale di Feder.ata, Giuseppe Mancuso: “Negli ultimi anni si sono persi posti di lavoro nel settore del personale non docente della scuola – dice – I pensionati non sono stati rimpiazzati e circa 15- 20.000 precari attendono un inserimento stabile: sono precari che hanno già avuto una formazione e hanno un’esperienza del lavoro, molto delicato, da compiere nella scuola“. Precari che potrebbero essere superati dagli immigrati. “È decisamente irrazionale scavalcare questi precari che attendono da anni e immettere cittadini di altri Paesi che possono avere tutte le qualità e anche titoli equivalenti ma non possono avere l’esperienza già maturata sul campo dai precari italiani”.


e non mi dite che quelli del Pd non sono degli eurimbecilli che hanno dato in pasto ai caimani il cervello, e che gli italiani siano d'accordo è una menzogna grande grande grande

Ora arriva pure la tassa sulla spesa

ECONOMIA, NEWSvenerdì, 6, ottobre, 2017

Capitolo tasse: in Italia siamo abituati a pagare tutto (abbiamo anche la «tassa sull’ombra») ma evidentemente non basta mai.

Il decreto 91/2017 recante disposizioni urgenti per la crescita economica nel Mezzogiorno – approvato il primo agosto scorso dalla Camera dei Deputati – prevede un altro balzello.

video di Nicola Porro
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(ADNKRONOS) Non più solo gli shopper per portare a casa la spesa, diventano a pagamento anche i sacchetti di plastica leggeri. Dal 1 gennaio 2018 chi si troverà a fare acquisti in supermercati o in negozi avrà una brutta sopresa alla cassa. Sullo scontrino, oltre all’importo dei prodotti acquistati, ci sarà infatti anche il costo delle buste leggere, con e senza manici, quelle per intenderci usate per imbustare frutta e verdura sfusa ma anche per carne, pesce, gastronomia e prodotti di panetteria.

QUANTO COSTERANNO I SACCHETTI – Il prezzo di ciascun sacchetto, che dovrà essere biodegradabile e compostabile, ancora non si conosce ma dovrebbe ammontare, secondo i primi rumors, dai 2 centesimi fino a un massimo di 10, ovvero il costo degli shopper da spesa oggi in vendita alle casse dei supermercati. Considerando che usare lo stesso shopper non sarà possibile avendo i prodotti prezzi diversi, bisognerà aggiungere all’importo di ogni alimento acquistato il costo, seppure di pochi centesimi, di tutti i singoli sacchetti utilizzati. Una spesa in più alle casse di supermercati e negozi che, a conti fatti, rischia di avere un peso non indifferente sul budget delle famiglie.

COSA PREVEDE LA NORMA – Le nuove norme sugli shopper, contenute nella legge di conversione del decreto legge Mezzogiorno che ha avuto il via libera lo scorso agosto, prevedono che anche i sacchetti leggeri e ultraleggeri, ovvero con spessore della singola parete inferiore a 15 micron, siano biodegradabili e compostabili, con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile di almeno il 40%, e che siano distribuiti esclusivamente a pagamento. Si punta così a reprimere pratiche illegali tanto dannose per l’ambiente come quella dell’uso, per eludere la legge sugli shopper, di diciture quali ‘sacchetti a uso interno’.

MULTE SALATE – Per chi contravviene la legge sono previste pesanti multe. Un sacchetto utilizzato nei reparti gastronomia, macelleria, ortofrutta, etc., che con diciture o in altro modo tentasse di porsi al di fuori della normativa, rappresenterà un’elusione di legge per la quale scatteranno sanzioni da 2.500 euro fino a 100.000 euro se la violazione del divieto riguarda ingenti quantitativi di borse di plastica oppure se il valore delle buste fuori legge è superiore al 10% del fatturato del trasgressore.

COSA NE PENSANO GLI ITALIANI – Quasi 6 italiani su 10 (il 58%) si dichiarano favorevoli all’introduzione dei sacchetti in materiale biodegradabile e compostabile. Per quanto riguarda il pagamento di tali shopper, il 71% ipotizza un esborso economico mentre circa un intervistato su tre (29%) si dichiara assolutamente contrario. In ogni caso, il 59% valuta il costo di 2 cent per sacchetto del tutto accettabile; mentre una minoranza (13%) si dichiara in disaccordo. I dati emergono dal rapporto di ricerca integrato ‘I sacchetti biodegradabili per il reparto ortofrutta’ realizzato da Ipsos Public Affairs e presentato oggi all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo da Nando Pagnoncelli e Luisa Vassanelli. Il rapporto è uno studio integrato composto da una ricerca qualitativa e una ricerca quantitativa, con 1.000 interviste Cawi (Computer-Assisted Web Interview) su un campione rappresentativo della popolazione italiana dai 18 ai 65 anni.

Catalogna - Spagna un motore che gira a vuoto, la macchina è ferma

CAOS CATALOGNA/ Il problema nascosto dalle bandiere sventolate a sinistra

Sembra che si sia arrivati a un vicolo cieco nella vicenda che contrappone Barcellona e Madrid. GIULIO SAPELLI spiega la causa ultima di questa situazione
06 OTTOBRE 2017 GIULIO SAPELLI

Lo sciopero dell'altro ieri in Catalogna (LaPresse)

Per comprendere ciò che succede oggi nella labirintica Spagna bisogna guardare alle sale buie del Museo del Prado a Madrid, a quelle pitture nere dove giganti divorano nani e uomini lottano nel duello più crudele, quello della garrota che l'uno o l'altro finiranno per infliggersi. Si tratta tuttavia oggi più di una sorta di addensarsi di simbolici riti crudeli quanto teatralmente inoffensivi. La gente passeggiava tranquilla a Barcellona dove solo nei pochissimi seggi che si erano rinserrati chiudendo porte e finestre la polizia inviata con teatrale spiegamento di forze anche navali picchiava e sparava proiettili di gomma. Ma i social davano al mondo l'immagine di una città messa a ferro e fuoco.

Si compiva un rito mediatico che copriva, che nascondeva e nasconde la causa ultima del neo-naturista mito dell'indipendentismo catalano. Questa causa ultima è il patto secolare che ha funzionato per secoli tra piccola proprietà contadina e grande industria borghesia liberale e illuminata catalana, da un lato, e aristocrazia e Stato centrale castigliano dall'altro. Anche durante il franchismo Francisco Franco ha garrotato sino all'ultimo comunisti e baschi, ma è sempre stato accorto nei confronti degli esponenti di una élite che assicurava alla Spagna un legame con l'Europa e gli Usa: bastava a Franco negare i diritti linguistici e politici.

Oggi quel patto si è rotto. Il motore catalano è in panne proprio mentre la Spagna castigliana ha bisogno di quel motore per non colare a picco sotto i colpi dell'ordoliberismo teutonico. Rajoy è il braccio armato della Merkel e Juncker sa solo rinviare, non mediare. I due solipsismi si scontrano e si alimentano l'un l'altro come nel duello alla garrota. Ma non possono far altro che girare in tondo nel rombo assordante di una crisi che pare non finire mai.

Questo è il problema travestito dalle bandiere catalane che sventolano dalla destra indipendentista. Ma molti non se ne accorgono nel trionfo del popolo degli imbecilli e da buona sinistra seguace del figlio del Professor Pisapia espongono alle finestre quelle bandiere.

30 settembre 2017 - FUSARO HA RAGIONE: "Le guerre USA massacrano i bambini!!"

26 settembre 2017 - Diego Fusaro: lui sì che ha le idee chiare sulla situazione italiana.


Le guerra fatte dagli Stati Uniti sono errori. Imbecilli cercasi

6 ottobre 2017 - Diego Fusaro Parole D'Ordine SX - Lavoratori Non Sono Merce

Bitcoin - La cavalcata inarrestabile


FINANZA/ Le verità di Draghi e Bill Gates sul Bitcoin

Si stanno moltiplicando gli interventi di personaggi illustri riguardo la moda del momento, cioè le criptovalute, in particolare il Bitcoin. GIOVANNI PASSALI

06 OTTOBRE 2017 GIOVANNI PASSALI

Mario Draghi (Lapresse)

Si stanno moltiplicando gli interventi di personaggi illustri riguardo la moda del momento, cioè le criptovalute. Anche se poi si parla solo di Bitcoin. La giostra è iniziata con l’intervento stroncatorio di Jamie Dimon, Ad del colosso bancario JP Morgan: ha affermato che il Bitcoin è una frode, come la bolla dei tulipani (la prima documentata), la più grande speculazione mai avvenuta ed è destinata a cadere in rovina. Un intervento alquanto contraddittorio, poiché è noto che la stessa banca sta usando il Bitcoin. Comunque questa sortita ha provocato il crollo del cambio del Bitcoin, fino a valori inferiori ai 4000 dollari. Passata la bufera, però, in questi giorni sembra iniziato un solido recupero verso quota 5000 e già ora si è superata quota 4400 dollari per Bitcoin.

Ma cerchiamo di chiarire un punto: il Bitcoin non è bloccabile. Lo ha detto pure Bill Gates, l’uomo più ricco del mondo e proprietario della Microsoft, insomma uno che di tecnologia informatica è piuttosto competente, in un’intervista di qualche mese fa: “Bitcoin is unstoppable”. Questo perché si tratta di una rete peer to peer, cioè che mette in connessione direttamente i partecipanti alla rete, senza alcuna intermediazione e senza alcun server di mezzo. In altre parole, non c’è un server che può essere regolato o fermato da qualsivoglia autorità.

Eppure capita di leggere commenti del tipo “Quello che stiamo vedendo è puro capitalismo non autorizzato”. Ma perché, quale sarebbe il capitalismo autorizzato? Il capitalismo della finanza è per definizione la possibilità di investire senza altre limitazioni, né obiettivi che non siano il volgare profitto. Questo è precisamente quello che fanno gli speculatori sul forex (il mercato dei cambi monetari) con cifre che farebbero impallidire qualsiasi bilancio di qualsiasi Stato. Basti pensare che nel forex girano ogni giorno 5000 miliardi. E di fronte a questo delirio, cos’hanno da dire quei soloni che vorrebbero regolare il minuscolo e non bloccabile mercato del Bitcoin?

E il fatto che non possa essere regolamentato si dovrebbe capire anche dal fatto che nessuno si azzardare a spiegare quale sarebbe l’istituzione che potrebbe regolamentarlo. Tanto per chiarire, anche Draghi si è tirato indietro (ovviamente) affermando ciò è che ovvio: “La Bce non ha i poteri, né i mezzi per regolamentare e sorvegliare le criptovalute”. Tanto basta per poter affermare che, con tanta liquidità in circolazione in cerca di investimenti sani, il settore delle criptovalute è destinato ad ampliarsi ulteriormente, poiché la tecnologia è valida e per certi aspetti innovativa: e come ha detto Bill Gates, non è possibile che venga bloccata.

Tanto è vero che a oggi le uniche regolamentazioni che sono avvenute, soprattutto in Giappone, non hanno regolamentato nulla, ma hanno semplicemente riconosciuto l’esistente. E in Giappone il Bitcoin è ormai autorizzato come metodo di pagamento.

Catalogna - corrono tutti a gettare acqua sul fuoco dopo essersi fatto sfuggire la situazione dalle mani

SPY FINANZA/ I movimenti sottotraccia tra Ue, Usa e Arabia Saudita

Italia e Spagna continuano a essere sotto pressione sui mercati. Ma ci sono diversi movimenti sottotraccia cui prestare attenzione, spiega MAURO BOTTARELLI

07 OTTOBRE 2017 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

Come stress test non è stato affatto male. Ci avete fatto caso: Milano e Madrid, intese come Borse, hanno viaggiato in completo de-couple dal resto d'Europa. Zero contagio ai membri core dell'Unione, i guai catalani e di stabilità politica italiana (leggi Def e tenuta del governo) hanno colpito solo i diretti interessati, senza inviare scossoni sistemici. Un dato che a qualcuno è servito e parecchio. Madrid, poi, ci ha messo il carico da novanta, di fatto rendendo palese la sua volontà di voler aiutare in tutti i modi banche e aziende che volessero abbandonare la Catalogna per timori legati alla proclamazione unilaterale di indipendenza: ovviamente, un altro qualcosa che il mercato non ha potuto ignorare. 

Ma davvero si arriverà allo showdown martedì prossimo? No. Rientrerà tutto. Anzi, è già cominciato a rientrare. Certo, vedere il capo dei Mossos d'Esquadra di fronte al tribunale di Madrid in alta uniforme rischiare 15 anni di galera per sedizione fa molta impressione mediatica, ma, come era ovvio, dopo un'ora di interrogatorio, se ne è andato come era venuto. Libero, sulle sue gambe. E che dire del prefetto spagnolo in Catalogna, Enric Millo, talmente sveglio nelle reazioni da aver avuto bisogno di quasi una settimana e dei filmati video per rendersi conto degli eccessi della Guardia Civil nel giorno del voto? Ieri ha chiesto scusa agli abitanti di Barcellona, altro chiaro segnale di un goffo tentativo di abbassare la tensione, in vista delle manifestazioni degli unionisti della Regione, a dir poco sobillati dal governo Rajoy nella sua fase decisionista dei giorni scorsi. 

Si è parlato di una mediazione vaticana, poi, chiesta dal governo catalano e respinta da quello spagnolo: ora si parla di trattative segrete attraverso la Svizzera. Manca giusto l'Onu. La realtà è una sola: entrambe le parti hanno forzato la mano, facendola fuori dal vaso, in una partita che si credeva gestibile in maniera protocollare, quasi da passacarte. Ma non accadrà nulla. Primo, perché Barcellona ha tutto da perdere, in primis lo status di membro Ue e l'ombrello della Bce. Secondo, perché se Madrid eccede, si rischia davvero l'abbozzo di una guerra civile, qualcosa che nessuno può permettersi nel cuore d'Europa. E che travolgerebbe Rajoy e i Popolari, per almeno vent'anni. La stessa vulgata che vorrebbe l'esercito spagnolo inviato in Catalogna a dare man forte alla Guardia Civil è di fatto un'esagerazione a uso e consumo dei media: nella Regione ribelle sono stati inviati vettovagliamenti, primo perché il soggiorno dei poliziotti spagnoli sta andando oltre il previsto e servono ricambi. Secondo, perché proprio i proprietari catalani delle strutture che ospitavano gli agenti spagnoli, li hanno di fatto cacciati dopo quanto accaduto domenica scorsa. Servivano quindi tende da campo e bagni chimici. 

Chi grida al golpe imminente, lo fa per creare inutile panico. Ma anche utilissima aspettativa. Perché ripeto, l'operazione Catalogna è stata uno straordinario stress test. E, guarda caso come vi dicevo dall'inizio, ha innescato sempre crescente tensione nel quadro politico italiano in vista dei referendum di Veneto e Lombardia del 22 ottobre, lontani anni luce da quello di Barcellona, ma sufficiente ad agitare strumentalmente le acque. E perché serviva uno stress test così netto e veritiero sui due soggetti deboli, ma troppo grandi per fallire dell'Ue? Ce lo hanno detto ieri Joachim Fels, consulente economico globale e Andrew Balls, CiO global fixed income di Pimco in una ricerca intitolata Niente di meglio. La sintesi? «Tutto va bene. È il momento di preoccuparsi».

Come riportato da MilanoFinanza, i due esperti ricordano infatti che è facile cedere all'ottimismo in tempi caratterizzati da una crescita globale sincronizzata, da condizioni finanziarie accomodanti e da una volatilità estremamente bassa sui mercati economici e finanziari. «Eppure, benché le prospettive e lo scenario macro allo stato attuale appaiano più rosei di quanto molti dei più giovani operatori di mercato ricorderanno, l'ultima volta che siamo stati in presenza di una simile combinazione di circostanze era il 2006 e l'epilogo non è stato favorevole», avvertono gli esperti. E ancora: «Undici anni dopo, riteniamo improbabile che si verifichi un'altra grave crisi finanziaria nel nostro orizzonte ciclico, ossia nei prossimi sei-dodici mesi. Ciò nonostante, allora come oggi, quando il contesto macroeconomico versa nelle migliori condizioni che si possano sperare e le valutazioni sono elevate, occorre focalizzarsi sulla cautela, la protezione del capitale e la ricerca di fonti diversificate di carry al di là dei titoli più comuni». 

Se dal punto di vista dei fattori positivi ci sono il fatto che lo scenario economico di base di Pimco prevede un proseguimento della crescita sincronizzata del Pil reale su scala globale a un soddisfacente ritmo del 3% nel 2018, bassi rischi di recessione e politiche fiscali moderatamente espansive, dall'altro per gli esperti è importante non sottovalutare i rischi: «Al di là dell'evidente minaccia geopolitica proveniente dalla Corea del Nord, le maggiori incertezze macro sono l'avanzamento dell'espansione economica statunitense, il volgere al termine dell'ampliamento dei bilanci delle banche centrali e l'evoluzione politica ed economica della Cina dopo il congresso del Partito». Inoltre, il ciclo di espansione degli Stati Uniti si avvicina a una fase di maturità ed è difficile che mantenga gli attuali ritmi di espansione occupazionale e produttiva l'anno prossimo, senza dimenticare l'incognita relativa all'effetto che avrà la riduzione del bilancio della Fed su spread e premi di rischio. 

E attenzione, perché quando a mettere in guardia il mondo da situazioni simili è un gigante come Pimco, il più grade gestore obbligazionario globale, significa che i detonatori iniziali della crisi sono già scattati: leggi, loro i portafogli li hanno già ripuliti e fuori VaR a bilancio non hanno nulla di potenzialmente letale in caso di riprezzamento. Attenti, poi: giovedì il regnante saudita era a Mosca in visita ufficiale da Vladimir Putin, una prima assoluta che ha portato ad accordi per la fornitura di armi (finora un'esclusiva Usa verso Ryad) e soprattutto su petrolio e gas, anche alla luce del possibile slittamento della privatizzazione di parte di Aramco, il gigante energetico statale saudita, di fatto il driver e il controllore assoluto dell'Opec. Casualmente, ieri l'Isis ha decapitato i due ostaggi russi che deteneva. Cosa significa? Che dopo la detronizzazione di giugno, in casa Saudita è scoppiata la lotta per il potere, visto che gli addentellati sauditi di Daesh sono noti anche alle pietre. 

Ci sono grossi movimenti sottotraccia, attenti a non perdere il filo. Basta unire i puntini.

Immigrazione di Rimpiazzo - gli ebrei sionisti possono erigere muri gli italiani no

IUS SOLI: lezioni di civiltà – da parte di chi?

Maurizio Blondet 6 ottobre 2017 

Natasha Daneu

Rammento ciò che sull’argomento ebbe a dire il compianto Sartori, che quanto a scienza e coscienza politica superava di gran lunga il livello dell’odierna casta politica italiana.

Nel 2013 sul Corriere scriveva che la sinistra, «avendo perso la sua ideologia, ha sposato la causa (ritenuta illuminata e progressista) delle porte aperte a tutti, anche le porte dei Paesi sovrappopolati e afflitti, per di più, da una altissima disoccupazione giovanile». All’allora ministra Kyenge spiegava che l’Italia non era un paese meticcio e le rimproverava la convinzione di dare «per scontato che i ragazzini africani e arabi nati in Italia sono eo ipso cittadini integrati.» Indicava esempi di paesi dove «indù e musulmani non si sono mai integrati». Alla trasmissione La Zanzara chiosava: «Lo jus soli è un’idea demente, sarebbe l’ultimo colpo per consentire l’accesso a tutti, migranti e clandestini».

Aggiungo che tanto la ex ministra Kyenge (indicata nell’elenco dei membri europarlamentari affidabili della OSI del famigerato speculatore Soros, affiancato dalla nostra Bonino), quanto gli odierni immigrati, arrivano da «stati invertebrati, ectoplasmatici, fondati sulla spartizione del sovrappiù economico, prodotto per via delle rendite naturali, da parte di clan, di famiglie allargate», stati i cui regimi militari repressivi costituiscono la spina dorsale, – tanto per ricordare un concetto espresso dal prof. Sapelli, altro rinomato esperto di politica economica internazionale.

Il prof. Sapelli già nel 2011 spiegava come «per coloro che sono contrari a ogni ipotesi di convivenza multiculturale distinta di più appartenenze nazionali sotto il tetto di uno stesso Stato, la sola cittadinanza attiva e operante permessa è quella che si costituisce aderendo all’ethos dello Stato di accoglienza. Ma aderire all’ethos nazionale dello Stato in cui l’immigrato s’insedia è possibile solo con un radicamento occupazionale e con un’integrazione culturale attivamente ricercata. Già oggi non siamo di fronte né all’una né all’altra. Immaginiamoci, quindi, cosa potrà succedere in futuro con altre ondate immigratorie.»

Sempre il prof. Sapelli ha commentato a luglio di ques’anno le dichiarazioni di Boeri dell’INPS a proposito degli immigrati: «Queste persone aiutano il sistema previdenziale soltanto se inserite all’interno di un regime contrattuale che prevede il pagamento regolare dei contributi pensionistici. Tutto il contrario di ciò che avviene oggi dove aumentano i posti di lavoro solo dopo i 50/55 anni e dove i giovani non entrano nel mercato del lavoro se non in condizioni di precariato. Quella di Boeri è una dichiarazione senza senso scientifico.» Ed a proposito delle ondate immigratorie ha scritto: «L’arrivo di questa immigrazione in blocco è un evidente tentativo di destabilizzazione deciso da potenze che vogliono destabilizzare l’Unione Europea».

Gran difensore dello Jus soli appare Emanuele Fiano, responsabile nazionale del PD, ovvero segretario nazionale della Sinistra per Israele (il cui presidente è Furio Colombo) fondata nel 2005 «per una lettura corretta ed equilibrata della vicenda mediorientale e a salvaguardia dei diritti di Israele.» Gradirei tanto che il sionista socialista del Hashomer Hatzair ci spiegasse perchè mai allo stato di Israele sia concesso il diritto di erigere muri a difesa da tale immigrazione, mentre agli stati europei no? – Una civiltà dei furbi e dei fessi?

Roberto Pecchioli - i Creso di internet hanno un controllo ferreo sui grandi mezzi di comunicazione, intrattenimento e formazione dell'opinione pubblica e gli euroimbecilli concordi lo permettono

I NUOVI PADRONI DEL MONDO, I SIGNORI DELLA RETE E DELLE NUOVE TECNOLOGIE.

Maurizio Blondet 6 ottobre 2017 

di Roberto PECCHIOLI

GAFA, OTT, NATU, FINTECH. Il mondo nuovo abbonda di sigle. Acronimi vecchi e nuovi dietro i quali, nel linguaggio di John R.R. Tolkien, prosperano gli oscuri signori di Mordor. Invero, del tutto oscuri non lo sono, ma nella società delle mille luci, dello spettacolo che, come gli affari, deve continuare e non fermarsi mai, riescono ancora a restare sullo sfondo del grande pubblico. Innanzitutto, sveliamo gli acronimi, i quali non sono sigle neutre e sbrigative per addetti ai lavori, ma fanno parte integrante dell’apparato scenografico e psicologico del potere. Esso nasconde la verità e la sua stessa identità, cela, avviluppa, si circonda di aloni esoterici e iniziatici anche, e forse soprattutto nella società dello spettacolo, della finta trasparenza e delle notizie sparate h. 24.

GAFA è l’acronimo che unisce le iniziali dei quattro super giganti della tecnologia informatica, Google, Apple, Facebook, Amazon. Ad essi possono essere aggiunti Microsoft e IBM. OTT non è che l’iniziale di Over the Top, oltre la cima, ma anche esagerato, sopra il massimo, l’appellativo comune attribuito alle colossali corporations finanziarie e tecnologiche che, in stretta alleanza, dominano il mondo. NATU sono i fratelli minori, ma quasi altrettanto potenti dei GAFA. Si tratta di Netflix, che opera nel fondamentale settore dei media audiovisivi di intrattenimento, Airbnb, la piattaforma di intermediazione turistica, alberghiera ed immobiliare; Tesla, dal nome dal genio scientifico serbo Nikola Tesla è uno dei giganti della robotica, all’avanguardia nel settore dell’intelligenza artificiale (A.I.), capofila del famoso progetto delle automobili senza guidatore. Uber è un’altra piattaforma digitale, quella del mondo dei trasporti, nota in Europa per la concorrenza sleale ai tassisti ed agli operatori del charter.

Questi sono i nuovi signori di Mordor, uniti alla cupola della finanza internazionale - Goldman Sachs, Jp Morgan, UBS, le galassie Rockefeller, Warburg, Rothschild, i grandi fondi di investimento come Carlyle, Black Rock, Vanguard – con i quali hanno stretto una formidabile alleanza, all’ombra di un terzo soggetto, le agenzie riservate degli Stati Uniti, CIA, NSA e il DARPA. La meno nota al pubblico internazionale è quest’ultima, la discussa, per alcuni famigerata agenzia per i progetti di ricerca avanzata di difesa, che sviluppa, in collaborazione con entità private e di società controllate, ogni tipo di ricerca suscettibile di avere impiego militare. Il vecchio simbolo del DARPA era l’occhio massonico che tutto sorveglia. Creatura del DARPA fu Arpanet, il progetto per collegare tra loro i computer dell’esercito, che sviluppò le conoscenze da cui nacque la rivoluzione di Internet.

Dalla collaborazione tra le strutture di ricerca e di intelligence in sinergia con i migliori cervelli del pianeta, consacrata da apposite società di capitali miste con complessi incroci azionari, è esploso in pochi anni un mondo totalmente nuovo, quello della quarta rivoluzione industriale, i cui dominatori sono divenuti le aziende più capitalizzate del mondo, avendo superato giganti della “old economy” come le sette sorelle del petrolio. Google, nata come motore di ricerca, ribattezzata Alphabet per sottolineare che le sue attività spaziano in ogni lettera dell’alfabeto, è valutata in Borsa oltre 500 miliardi di euro, il doppio della petrolifera Exxon Mobil. Signori della rete, padroni del denaro, monopolisti della tecnologia e della tecnoscienze all’ombra degli “stati profondi” dell’apparato di controllo statunitense e, conseguentemente, del più potente esercito del pianeta. A tutti costoro è attribuito un altro neologismo, Fintech, ovvero l’unione tra finanza e nuove tecnologie, in parte legate all’ascesa inarrestabile della rete Internet, in parte ad un nuovo potentissimo attore globale, le cosiddette tecnoscienze (robotica, nanotecnologie, ricerca sull’uso del DNA ecc.).

Il controllo ferreo sui grandi mezzi di comunicazione, intrattenimento e formazione dell’opinione pubblica impedisce di conoscere e valutare il tremendo impatto di tale sistema di dominio sulle vite di tutti i popoli e di ciascuna persona. Rinviamo ad un successivo intervento un’analisi complessiva, e ci concentreremo invece su alcuni elementi di carattere economico, finanziario e antropologico. Persino osservatori di provata fede mercatistica stanno prendendo atto con timore della violenza e rapidità dei cambiamenti della società indotti dal potere Fintech. In Italia, uno di loro è il noto giornalista economico Paolo Panerai, di cui citiamo un brano tratto da un recente pamphlet scritto a più mani, il cui significativo titolo è Che mondo sarà con il mondo in mano ai Creso del digitale?

“Da quando è esploso il potere dei Creso di Internet, i cosiddetti OTT (Over the Top), da Google a Facebook; da quando è sorta una tacita (tacita? Non faccia il pesce in barile, dottor Panerai! N.d.R.) alleanza tra gli OTT e il mondo della finanza e di alcune banche principalmente americane, che dà luogo al nuovo modello denominato Fintech, si intravvede fortissimo il rischio che a vincere siano i Creso e che la politica di fronte alla loro forza siano impotenti e destinati alla sconfitta, facendo diventare i cittadini una sorta di paria del nuovo potere “. Parola di un sostenitore del modello economico globalista, non di paranoici complottisti o, come si preferisce dire adesso, di populisti ignoranti. Un altro nomignolo collettivo è Big Data, che designa i colossi di Silicon Valley gestori di reti e connessioni, dai quali non possiamo aspettarci che schedature, politiche, culturali, pubblicitarie, mediche e di ogni altro genere. Ma sono sempre gli stessi dianzi nominati, sotto l’ombrello sempre meno creduto della narrazione progressista, democratica e libertaria (storytelling, direbbero loro). Al riguardo, possiamo tranquillamente sottoscrivere il giudizio di uno dei padri del sistema, il nipote di Sigmund Freud Edward Bernays, autore del celebre saggio Propaganda: il miglior travestimento di una dittatura è la democrazia, se si controllano i mezzi di informazione.

La cronaca, per chi la osserva senza passività e pigrizia, è chiarissima: l’Unione Europea, una volta tanto, ha battuto un colpo, esigendo dall’Irlanda il recupero di ben 13 miliardi di euro di sconti e benefici fiscali concessi ad Apple. L’ex tigre celtica aveva vissuto un suo piccolo boom ad inizio millennio, ospitando le sedi di aziende del Fintech, offrendo condizioni tributarie e riparo legale alla girandola di conti, società controllate o di comodo, fatturazioni “carosello” che hanno gonfiato ricavi e profitti della Mela – e non solo- alle spalle dei sistemi tributari di mezza Europa ed alla faccia della libera concorrenza, il mantra più falso che mai con il quale codesti giganti nemici ci dominano.

Il presidente di Amazon, il cui patrimonio personale è di circa 60 miliardi di dollari, dichiara gli introiti europei in Lussemburgo, il paradiso fiscale “legale” dell’Unione Europea, patria dell’oligarca Jean Paul Juncker, ma soprattutto il porto sicuro di Clairstream ed Eurostream, le società di clearing (compensazione dei debiti e crediti generati dalle attività economiche e finanziarie) che inghiottono, digeriscono e sbiancano i patrimoni più sporchi del mondo. Adesso, lo stesso granducato reclama all’azienda di Jeff Bezos 250 milioni di imposte, che, per uno staterello di circa mezzo milione di abitanti, non sono pochi. Non è difficile intuire che sono gli OTT a gestire i potentissimi server del sistema di clearing e la mole di dati crittografati che, se conosciuti, cambierebbero definitivamente la visione del mondo di miliardi di persone.

Quanto all’Italia, è nel mirino Google, il motore di ricerca con 900.000 server in giro per il mondo, capofila degli investimenti nelle tecnoscienze e dell’intreccio tra alta finanza e tecnologia. L’Agenzia delle Entrate reclama oltre 2,5 miliardi al supercolosso di Mountain View, ed è stupefacente che Confindustria, attraverso il suo organo, Il Sole 24 Ore, abbia preso le difese del grande elusore fiscale seriale. Situazioni analoghe vive Facebook, di cui si conoscono dati ufficiali agghiaccianti: in Francia è riuscita a pagare imposte per 319 mila euro nel 2015 a fronte di ricavi per 266 milioni di euro. Si tratta di meno dello 0,2 per cento, circa l’uno per cento del dovuto! I dati italiani non sono troppo diversi.

Airbnb mette in contatto chi offre locali, stanze, immobili, alberghi e simili e chi li utilizza. Solo a Roma, si parla di un giro di migliaia di pernottamenti giornalieri che sfuggono ad ogni controllo, non solo tributario. Il sistema è assai utilizzato anche per coprire prostituzione e illegalità varie. Gli operatori tradizionali soffrono e non di rado chiudono, oppure devono sottostare ai consueti ricatti del mercato dove il pesce grosso divora senza pietà tutti gli altri, sino a determinare impoverimento e deserto economico. Di Uber sappiamo molto, a partire dalla farsesca liberalizzazione del trasporto privato promossa dal compagno Bersani.

Quanto riferito non è che uno spaccato minimo di quanto sta succedendo da circa dieci anni, con un’accelerazione che possiamo datare all’inizio della presidenza Obama. Fu l’abbronzato avvocato dell’Illinois, infatti, a determinare l’avanzata dei nuovi signori di Mordor, attraverso l’assenza di qualsiasi regola negli Usa, sede delle aziende, dei laboratori di ricerca e, naturalmente, delle entità finanziarie che hanno sostenuto il progetto planetario.

Tuttavia, è proprio negli Usa che si parla di “uberizzazione” o “walmartizzazione” della società, con riferimento all’immensa catena di beni di consumo a bassa qualità ed alla proletarizzazione progressiva di masse umane sempre più ingenti negli stessi paesi cosiddetti sviluppati. La giustificazione teorica, ripetuta sino alla nausea, è che le piattaforme informatiche ed i GAFA, in modo diverso, beneficiano i consumatori. Polverizzata l’intermediazione ed il commercio diretto – anche di grande superficie – i costi scendono. Vero solo in parte, ma intanto milioni di impieghi, migliaia di aziende muoiono, e il consumatore, questo nuovo esemplare zoologico in forma umanoide, non è più tale per mancanza di denaro. Anche l’indebitamento coatto e continuo, il credito al consumo non riescono più a equilibrare il sistema: gli unici vincitori sono i supergrandi, Over the top, app

L’allarme di Tremonti

Un altro osservatore privilegiato che ha lanciato più di un allarme è Giulio Tremonti. Una sua intervista al Corriere della Sera è particolarmente dirompente; forse per questo è comparsa in pieno Ferragosto. Egli è convinto che in Europa, in assenza di una politica di protezione dei valori sociali e personali in pericolo, la combinazione tra OTT e finanza farà scoppiare una nuova crisi, che si può considerare il secondo tempo di quella scoppiata nel 2007 ed esplosa l’anno successivo. Tremonti è forse l’unico appartenente al ceto politico di massimo livello ad ammettere che il cancro del mondo è “l’ascesa al potere totale e globale dei Creso”. Neppure lui, però, si azzarda a portare l’analisi sino in fondo, riconoscendo che le crisi periodiche del modello capitalista mercatistico sono febbri volute e provocate dai piani più alti, per liberarsi dei fardelli “inutili”, impoverire altri popoli e sempre nuovi ceti, concentrando in mani sempre più grandi il mondo privatizzato.

La tecnologia, specie quella informatica e tecnoscientifica, vede realizzare fatturati superiori al PIL di interi Stati di rispettabili dimensioni. La mancanza di regolamentazioni, norme o limitazioni risponde ad una ideologia precisa, che è quella di cui è banditore Mark Zuckerberg, il padrone di Facebook, ovvero l’abolizione di ogni barriera giuridica, economica, fisica o politica che freni il potere economico, finanziario, tecnologico. Ciò è molto chiaro nel manifesto ideologico ha diffuso nel febbraio 2017, ovviamente in forma digitale ed esclusivamente in lingua inglese. Lo ha denominato Building Global Community, costruire la comunità globale, inquietante distopia universalista destinata a realizzarsi se milioni di persone non ne comprenderanno il devastante potenziale antiumano. E’ l’atto di fondazione della nuova repubblica digitale, che è in realtà un impero con al vertice Zuckerberg e la ristretta cupola di coloro che possiedono le conoscenze tecnologiche, indirizzano la ricerca scientifica, controllano l’industria, il denaro, la comunicazione e, possedendo tutti i mezzi, determinano tutti i fini.

L’ideologia che sorregge il progetto di cui Zuckerberg si fa interprete è un libertarismo estremo, tanto nel campo economico sociale che in quello dei cosiddetti “nuovi diritti”, l’intenzione è quella di forgiare una “umanità nova” che nasce, vive e muore sotto la regia di un Grande Fratello tecnologico globale. Basta con il potere degli Stati, quindi dei popoli e delle nazioni che li hanno fondati. Una società del tutto nuova, plasmata a misura di dominio e caratterizzata da un controllo sociale ed individuale generalizzato in cui, paradossalmente, sono i sorvegliati ad offrirsi come prede, in una sconcertante servitù volontaria difficilmente distinguibile dalla dipendenza da stupefacenti. Non si può non citare un brano del libretto cinquecentesco di Etienne de la Boétie, Discorso sulla servitù volontaria “Eppure questo tiranno, solitario, non c’è bisogno di combatterlo, e nemmeno di difendersi da lui. Non si tratta di strappargli nulla, ma solamente di non offrirgli nulla”.

A differenza del XVI secolo, oggi è molto più difficile riuscire a non offrire nulla di noi stessi alla tirannia digitale. Almeno, cerchiamo di riconoscerla, e qualificarla senza timore totalitarismo del terzo millennio. Per farci accettare il controllo sociale, ci drogano di libertà astratta. Il potere ha ben capito un’intuizione di Friedrich Schiller: “la gente esige la libertà di parola per compensare la libertà di pensiero, che, invece, rifugge.” Il mondo a cui abbiamo accennato sta portando a termine una rivoluzione paragonabile ai cambiamenti prodotti dal petrolio o dall’energia elettrica che sconfisse il buio. Lenin affermò che la rivoluzione comunista era il Soviet più l’elettrificazione. Oggi, abbiamo l’informatica più le biotecnologie al servizio di un grumo di multinazionali, con al centro le cosiddette Big Data. La rivoluzione digitale ci sta trasportando verso una docilità volontaria, premessa all’irreversibile rinuncia alla libertà ed alla personalità. L’intento delle multinazionali con sede negli Stati Uniti, i Big Data, i giganti dei dati e della tecnologia informatica, è quello di operare una radicale trasformazione delle nostre società sino a renderci, collettivamente ed individualmente, dipendenti da loro come un tossico dalla dose quotidiana.

Il fiume di denaro e profitto è vorticoso. La società Booz Allen Hamilton, per la quale lavorò il famoso divulgatore di segreti spionistici digitali Edward Snowden ha incassato 13 miliardi di dollari (circa 25.000 miliardi delle vecchie lire!) dal Dipartimento di Stato per la Sicurezza, e le su prestazioni sono di natura schiettamente spionistica. L’azienda è controllata dal gruppo Carlyle, uno dei massimi fondi d’investimento del globo, che vanta un attivo di 150 miliardi di dollari ed è definito, negli ambienti finanziari, la banca d’affari della CIA. Un’altra società, Palantir (il nome è una citazione del Signore degli Anelli, le pietre che permettono di conoscere il futuro) è specializzata nella raccolta analitica di dati, vale già 15 miliardi di dollari, è del ricordato Peter Thiel (Paypal, Google) e, stando alle “voci di dentro”, elabora algoritmi destinati a CIA, NSA, FBI. Lo stesso Thiel è promotore di Organizzazioni Non governative che professano un liberismo economico assoluto e considera suo maestro il filosofo francese René Girard. Il teorico del Capro Espiatorio fu infatti lo scopritore del “desiderio mimetico” che animerebbe l’umanità, studiato con attenzione dagli scienziati del marketing, della pubblicità per le sue ricadute nell’ambito del consumo.

Tatuaggio Elettronico

Significativamente, stanno scoraggiando l’uso di denaro contante con la risibile scusa del contrasto alla criminalità organizzata, la quale altro non è che la faccia nascosta di Fintech, il verminaio che scopriamo nel bosco sotto un tronco spezzato. A parte le ragioni di interesse immediato delle cupole finanziarie e quelle politiche di chi teme, in tempi di crisi, le corse agli sportelli, esistono altri due scopi. Da un lato, la mappatura di ogni nostra spesa o transazione per fini di varia natura, ma essenzialmente per ricatto e dominio, dall’altro si alimenta il già florido mercato delle carte elettroniche e dei microchip a radio frequenza (tecnologia RFID). In più, ci lasciano senza portafogli, con effetti psicologici profondi: homo sine pecunia imago mortis, e non c’è bisogno di traduzione.

Altre dominazioni incombono: i due maggiori fondi d’investimento, Carlyle e Blackstone, i cui domines sono le tre-quattro famiglie più potenti del globo, hanno speso la bazzecola di dieci miliardi di dollari per rilevare NCR, il gigante che produce registratori di cassa, distributori di banconote e dà in licenza la tecnologia dei POS, le macchinette attraverso le quali paghiamo con bancomat o carta di credito, presto obbligatorie anche presso i venditori stagionali di angurie e caldarroste. Intanto Paypal sta studiando una pillola che consentirà di non dover più conservare o ricordare le password di accesso ai servizi. La soluzione finale è un circuito stampato, che diventa un tatuaggio elettronico in grado di monitorare dati corporei, aprire i cancelli al posto delle card e simili prodigi: l’alienazione dell’Apocalisse, portare sul corpo il marchio della Bestia postmoderna, il 666 personalizzato ed inconfondibile di Big Data.

Poi c’è il fondo In-Q-Tel, messo in piedi dall’intelligence americana in collaborazione con i giganti di Silicon Valley, che investono in società specializzate nell’analisi e nel controllo delle reti sociali (social media). Un applicativo il cui nome è Dataminr, al fine di anticipare gli eventi, processa dati provenienti da Twitter, il cinguettio preferito dalle classi dirigenti di tutto il mondo. Prodotti simili vengono regolarmente utilizzati dalle banche d’affari per prevedere i movimenti di mercato. In parole semplici, se la cantano e se la suonano. Ma vogliamo essere “smart”, furbetti solo per qualche attimo, ed allora diciamo che si tratta di aggiotaggio ed “insider trading” in grande stile. Il mercato deve essere libero, anzi sgombro; prima fuori i piccoli, poi i meno grandi o i non allineati, infine fuori tutti. La privatizzazione del mondo per concentrazione successiva procede spedita e la fintech degli OTT ne è il profeta e braccio secolare. Come ha rivelato il giornalista investigativo Daniel Estulin, i vertici di Big Data partecipano alle riunioni del riservatissimo Gruppo Bilderberg, dove, alcuni anni fa, si è discusso amabilmente della collaborazione tra Stati nel ciberspazio, con ampia approvazione della partecipazione attiva dei giganti privati.

Microsoft investì centinaia di milioni di dollari per consentire ad alcune multinazionali, tra le quali Coca Cola e Blockbuster, l’accesso ai dati di Facebook, autentica miniera di informazioni planetarie e potente strumento di controllo. La più grande azienda che compravende legalmente dati è Acxiom, di cui Facebook è socia. Google è il colosso dei colossi e possiede migliaia di server dislocati in tutto il mondo dedicati ad immagazzinare e conservare informazioni personali e globali; sta inoltre sviluppando un computer quantistico che polverizzerà la già ragguardevole velocità raggiunta dagli apparecchi in attività. Il controllo telematico, dunque, ha Google come snodo ed insieme terminale. Il suo stesso nome è un vasto programma, giacché richiama la potenza inesprimibile dell’infinito. Googol è infatti un termine coniato da un matematico per esprimere il numero formato da 1 con 100 zeri, cioè 10 alla centesima potenza. Quel numero illustra la differenza tra un numero enorme e l’infinito. Gli indicatori che Google usa per tracciarci sono almeno sessanta, e il Bilderberg ha orientato vari incontri sulle tecnologie di controllo della popolazione.

Quanto ad Apple, la creatura di Steve Jobs dispone di capitali liquidi per almeno 215 miliardi di dollari, quasi interamente nascosti nei numerosi paradisi fiscali (gli autentici Stati canaglia) con il consenso del governo USA ed a spese di un intero popolo. Possono farlo, giacché gli interessi sono inestricabilmente connessi e il potere di ricatto di chi, letteralmente tutto sa, è immenso. La capitalizzazione è la più elevata mai raggiunta, 815 miliardi di dollari. La Mela ammise già nel 2008 di poter controllare gli i-phone a distanza, una delle sue invenzioni rivoluzionarie, con i computer Macintosh, i lettori di musica iPod, i tablet i-pad e tanto altro. Amazon segue con circa 500 miliardi. I ricavi annui di Facebook e Google, nella piccola provincia dell’impero chiamata Italia sono di almeno 2,5 miliardi ciascuno, ed aumentano del dieci per cento ad ogni esercizio, fagocitando e quasi sputando dalle fauci ogni concorrenza, nell’impotenza normativa e tributaria tanto italiana che europea.

Microsoft gode di una posizione di monopolio planetario nei sistemi operativi dei personal computer Windows, ed è proprietaria, tra l’altro di Skype, il colosso della messaggistica istantanea il cui portafogli è di circa 700 milioni di utenti registrati. I loro dati, ça va sans dire, sono entrati nella disponibilità della NSA americana. Lo stesso sistema Windows, nella sua versione più recente (Windows 10) raccoglie informazioni sul nostro conto. Può farlo, giacché li forniamo noi stessi: difficile che disattiviamo le opzioni che ci vengono offerte all’atto dell’installazione, raro che neghiamo alle applicazioni il permesso di usare il nostro identificativo.

L’economia postmoderna segue due linee principali: l’innovazione e la tecnologia distruggono il lavoro degli uomini, i costi immensi degli investimenti espellono inesorabilmente dal mercato anche i grandi. Restano i giganti. Whatsapp, il noto servizio di messaggi istantanei, è stato fagocitato da Facebook per 19 miliardi di dollari. Il monopolio generalizzato vede protagoniste nuove figure aziendali, le piattaforme digitali. Una è ormai molto conosciuta dal grande pubblico, ed è Uber. Si tratta di un servizio di intermediazione per trasporti di persone destinato ad eliminare i tassisti e le aziende di trasporto charter. Con un semplice accesso, si prenota un’automobile che ci porterà a destinazione. Uber incassa una percentuale (sono i nuovi caporali dal raggio d’azione illimitato), chi ci trasporta intasca pochi euro, oneri e rischi sono a suo carico. Ricordate la serrata propaganda sul diventare imprenditori di se stessi? Questo era l’obiettivo, il risultato è sotto gli occhi di chi vuol vedere.

Rivoluzione industriale senza crescita

I NATU, Netflix, Airbnb, Tesla, Uber sono legati ai supergiganti, poiché il processo di concentrazione è devastante. Airbnb è il concorrente del settore alberghiero, in Francia ha solo 25 dipendenti ed un fatturato di 800 milioni. I contratti sono individuali, precari, espellono i sindacati, ma soprattutto la solidarietà interpersonale. L’universo NATU generalizza una visione puramente mercantile della vita, hanno sostituito il concetto di persona- e di cittadino – con quello di consumatore, il nuovo idolo per i cui interessi dicono di lavorare. Il costo del lavoro nel mondo calerà ulteriormente, probabile un 16 per cento in meno in due-quattro anni. La torta da dividere è sempre quella, però, ed al 90 per cento dell’obsoleta umanità tocca contendersi poche briciole graziosamente sparse sotto il tavolo. Rivoluzione industriale senza crescita.

Le uniche funzioni che il monopolio globale degli OTT lascerà agli Stati saranno quelle di polizia e difesa intransigente della loro proprietà privata - contraffazione, brevetti, privativa industriale, licenze. Loro forniranno a caro prezzo i mezzi informatici e tecnologici di supporto e la facoltà di distribuire un reddito universale a quella maggioranza (a regime forse l’80 per cento) che non potrà più produrre redditi. Troppo pericolosa una massa senz’arte né parte. Bisognerà pagarla affinché non si ribelli e, consumando almeno un po’, alimenti il sistema. Tanto il denaro tornerà alla base, ovvero all’oligarchia.

Un bel dì vedremo alzarsi un fil di fumo, canta la triste Cio-Cio-San (Madame Butterfly) sognando il ritorno dell’amato Pinkerton. Il fumo verrà dalla Cina e sarà un incendio già attizzato con prepotenza, si chiama Alibaba, Tencent, Baidu, Huawei: altri OTT. Un’ulteriore rivoluzione è quella delle criptovalute, il denaro virtuale tra cui spicca il Bitcoin, su cui si allungano gli appetiti di Goldman & Sachs e probabilmente creerà problemi alle stesse banche centrali nell’emissione monetaria, con possibili nuove bolle speculative dagli effetti imprevedibili. Ciò realizzerà le teorizzazioni degli ultraliberisti Von Hajek e Friedman sulla concorrenza tra soggetti emittenti di monete.

Negli anni trenta del Novecento, Irving Fisher, un importante economista dell’epoca, diffuse beffardamente l’idea di “helicopter money”, la proposta cioè di lanciare denaro alla folla per sostenere i consumi. Con accenti diversi, i due citati venerati maestri del liberismo più intransigente immaginarono ciò che sta diventando realtà. Ne riparleremo in una riflessione successiva: un modesto reddito a tutti, inferiore al salario minimo di chi lavora, per ungere le ruote del meccanismo e, soprattutto, per disinnescare la bomba sociale (noi diciamo antropologica) di una società senza lavoro. Al vertice gli OTT fintech, finanza più tecnologia più gli “Stati profondi” degli Usa e dei loro alleati più stretti, Israele e Gran Bretagna.

Coming soon, come dicono loro: stanno arrivando.

venerdì 6 ottobre 2017

4 ottobre 2017 - Il Jolly: Bitcoin e le altre criptovalute creano un'economia reale di cu...



Nel suo nuovo Jolly, Roberto Quaglia offre una mirabile trattazione sullo stato dell'arte nel campo delle criptovalute.
Dato il loro valore in costante crescita, fino ad oggi Bitcoin e le altre monete digitali sono state utilizzate principalmente come asset speculativi, senza un vero impatto sull'economia reale. La vera novità  sono le ICO, che permettono di raccogliere capitali decentralizzati intorno a progetti che invece si prefiggono di operare proprio sull'economia reale. Benchè i media mainstream continuino ad ignorare l'argomento, i progetti sono sempre più numerosi e riescono a muovere una quantità enorme di investimenti. Da qualunque punto di vista lo si guardi, sembra proprio che questo sia il futuro dell'economia.

6 ottobre 2017 - Antonio Ingroia: Il nuovo Codice Antimafia l'ennesima legge burla



Antonio Ingroia interviene sul Codice Antimafia appena approvato dal Parlamento. Ancora una volta, una legge che manca dei meccanismi essenziali per colpire i reati di corruzione.

PTV News 06.10.17 - Putin ara il campo degli avversari



Trump straccia l’accordo iraniano

 - Siria: l’intervento russo ha portato al collasso di Daesh

 - Nobel per la pace alla Campagna internazionale per l'abolizione delle armi nucleari

 - Braccio di ferro Barcellona - Madrid

L'Ucraina stretta nella morsa economica, a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria

Ucraina, perché il regime di Kiev non sopravviverà alla fine del contratto di transito con la Russia (2019)


di Fabrizio Poggi*

Nei giorni in cui a Mosca si ricorda il tragico anniversario delle sanguinose giornate di inizio ottobre 1993; mentre storici e pubblicisti rinvengono sempre nuovi documenti relativi ai cecchini (anche israeliani, è stato detto) che, dai tetti dell’ambasciata USA e di altri edifici prospicienti il palazzo del Soviet supremo russo, sparavano su manifestanti e soldati, mentre l’edificio veniva preso a cannonate dai carri armati di Boris Eltsin; in questi giorni, intervenendo al Forum energetico nella capitale russa, Vladimir Putin ha notato che l’enorme divario nei redditi tra ricchi e poveri in Russia costituisce un retaggio delle famigerate “terapie shock” degli anni ’90: “Si tratta non tanto di un errore, quanto di una tendenza nello sviluppo dell’economia russa e della sfera economica”, riporta la Tass. Una “tendenza, tra l’altro” ha detto Putin, “non buona, sorta proprio agli inizi degli anni ’90, nel momento dello smantellamento del sistema sociale sovietico e dello sviluppo dei rapporti di mercato”.

Una “tendenza” che vede un 3% di supermiliardari (in dollari) detenere il 90% delle ricchezze del paese e oltre cinque milioni di lavoratori che, secondo i dati governativi, hanno stipendi di 7-8.000 (rubli), inferiori al minimo di sopravvivenza ufficiale, accanto a circa il 70% di popolazione (statistiche del PCFR) che vive con meno 25-30.000 rubli. Una “tendenza” per cui oggi, ad esempio, la Russia, nonostante l’aspro confronto politico con Kiev, vede posizionarsi tra i primi tre maggiori investitori (era al quarto posto nel periodo pre-golpe 2014) in Ucraina, con 4,4 miliardi di dollari, secondo i dati del Gosstat ucraino ripresi dalla Tass.

Il volume di investimenti russo segue quello cipriota di 9,9 mld $, olandese (6,3 mld $) e precede quello britannico (2,1 mld $) e tedesco (1,7 mld $). Secondo il Gosstat, Mosca rimane comunque il maggior partner commerciale di Kiev: tra gennaio e luglio, dei 23 mld di $ di export complessivo ucraino, l’11,7% (2,7 mld) sono dovuti alle esportazioni in Russia, con un +20% rispetto al 2016. Sui 26,5 mld totali di importazioni, il 13,2% (3,5 mld) sono stati per merci russe, con un +38,7% rispetto al 2016.

Da parte sua, imbastendo piani futurologici, il direttore commerciale del “Naftogaz” ucraino, Jurij Vitrenko, ha detto che da qui al 2030 Kiev potrebbe tornare all’acquisto di gas e petrolio russi. Lo scorso anno infatti, con decisione che, come minimo, dà adito a “qualche” sospetto di intrighi affaristici, Kiev aveva deciso di farne a meno, optando per forniture di “reverse”: l’Ucraina oggi sta cioè acquistando i prodotti energetici russi, ma non da Mosca, bensì da Polonia, Ungheria e Slovacchia, pagando naturalmente un prezzo più alto, dovuto al transito attraverso questi paesi. Un caso in cui la mano non è molto più veloce dell’occhio…

Intanto però, molto più presto, il 2019, anno della scadenza del contratto di transito russo-ucraino, potrebbe rivelarsi molto brutto per Kiev. Secondo inosmi.ru, se Mosca cesserà di far transitare i propri prodotti energetici destinati all’Europa occidentale attraverso il territorio ucraino, nel bilancio golpista potrebbe aprirsi una voragine che non verrebbe colmata né da UE, né dagli USA. Nikolas Gvozdev cita l’esempio dei Paesi baltici: a forza di ingigantire la loro russofobia, sono rimasti privi delle significative entrate russe per l’utilizzo delle locali infrastrutture di transito che rimanevano dall’epoca sovietica; oggi Mosca ha realizzato nuove infrastrutture nella regione di Leningrado, che bypassano quelle baltiche.

In Ucraina, addirittura la ex premier Julija Timošenko e l’ex presidente Viktor Janukovi? erano consapevoli di un pericolo simile e avevano cercato di accordarsi con Mosca perché questa mantenesse attive le condutture su territorio ucraino. Se Mosca sceglierà altri percorsi, gli attuali introiti ucraini per il transito di gas e petrolio si annulleranno e non potranno essere totalmente compensati nemmeno da futuri transiti dal Caucaso, attraverso la linea Odessa-Brody.

Nonostante i tentativi UE di convincere la Russia a mantenere il transito ucraino, scrive Gvozdev, nella sua recente visita a Mosca, Erdogan ha ribadito l’interesse ad accelerare la realizzazione del “Turkish stream”, che renderebbe Ankara paese alternativo per le forniture energetiche in Europa meridionale e centrale. Inoltre, “Gazprom” potrebbe incrementare le forniture all’Azerbajdžan, che a sua volta accrescerebbe le proprie, con significativo profitto, verso l’Europa attraverso le condutture “Transanatoliche”.

Se quest’ultima ipotesi non si verificasse, nota Gvozdev, ciò potrebbe creare difficoltà agli USA: Baku infatti, rinunciando ai prodotti russi, potrebbe orientarsi verso quelli iraniani e Teheran otterrebbe in tal modo un facile accesso agli sbocchi europei. A nord, poi, gli investitori tedeschi sono altamente interessati alla realizzazione del “North stream-2”; una diretta testimonianza è data dalla nomina dell’ex cancelliere, ex presidente del Comitato degli azionisti del “North stream” e dal 2016 a capo del progetto “North stream-2”, Gerhard Schröder, a presidente del Consiglio d’amministrazione della russa “Rosneft”.

Le cose non cambiano di molto sul fronte del carbone. Dopo che il Donbass, a causa del blocco golpista, si è visto costretto a cessare la vendita della propria produzione all’Ucraina e questa si è orientata verso l’antracite USA e sudafricana – con costi: basta fare due conti, “leggermente” diversi – il prodotto della Repubblica popolare di Lugansk ha già trovato sbocco in Polonia, passando per il territorio russo.

Secondo Gazeta Prawna, partner polacco della LNR sarebbe la compagnia “Doncoaltrade”, con sede legale a Katowice, il cui principale azionista sarebbe l’ex vice Ministro per l’energia della LNR, Aleksandr Melni?uk e secondo azionista sarebbe stato Roman Zjukov, figlio dell’ex vice Ministro per l’energia dell’Ucraina, Jurij Zjukov, che nel 2014 aveva venduto la propria quota azionaria a Melni?uk. Proprio nei giorni in cui veniva resa nota la notizia, il Ministro golpista per l’energia, Igor Nasalik, si trovava in visita a Varsavia: “Noi compriamo l’antracite in USA e in Africa” ha piagnucolato, “mentre la Polonia, dai nostri territori occupati… Questo non è proprio da partner e noi speriamo che il governo polacco reagisca a tale situazione”. Ancora una volta, la comune isteria anticomunista di Kiev e Varsavia cessa di funzionare quando si tratta di affari.

Russkaja Vesna nota come il carbone di alta qualità che Kiev acquistava dal Donbass, aveva un prezzo di 60-65 dollari a tonnellata, mentre RT, lo scorso settembre, al momento della prima fornitura all’Ucraina di carbone dalla Pennsylvania, scriveva che gli USA hanno aumentato il suo prezzo quasi di tre volte: se nel 2016 costava 71 dollari la tonnellata, ora costa 206.

Tocca per l’ennesima volta ricordare il saggio Mao: “i reazionari sono degli stupidi; sollevano una pietra per lasciarsela cadere sui piedi”.

I sionisti ebrei devono prendere la parola di Seyyed Nasrallah seriamente

LA GUIDA DI HEZBOLLAH “VEDE” LA GUERRA IMMINENTE

Maurizio Blondet 6 ottobre 2017 

da Islamshia

Titolo originale

I segreti del discorso di Seyyed Nasrallah nel giorno di Ashura

Quando Seyyed Nasrallah consiglia ai giudei, nell’anniversario di Ashura, di abbandonare immediatamente la Palestina occupata, possiamo dire che la guerra è imminente? Quali segreti conosce il capo di Hezbollah dei quali non è a conoscenza nessun altro? Sarà in risposta alla divisione dell’Iraq e alla frammentazione della regione, o alla fuoriuscita di Trump dall’accordo nucleare?

Il discorso tenuto domenica 1 ottobre ad una grande folla nell’anniversario del dieci di Muharram (Ashura), non era come quelli precedenti. Questo discorso contiene ammonimenti, predizioni e franche, chiare e forti posizioni, idonee secondo la nostra opinione a predire il futuro del mondo arabo e di ciò di cui esso potrebbe essere testimone, incluse guerre e grandi sfide ai suoi confini.

Per la prima volta Seyyed Nasrallah ha differenziato tra sionismo e giudaismo. Il primo è un movimento di occupazione razzista e il secondo è una religione celeste degna di rispetto. Egli ha sottolineato che la battaglia è con i sionisti e non con gli ebrei, ma ha messo in guardia gli ebrei dal non cadere vittime del progetti americani che li vogliono rendere il carburante per le future guerre nella regione.

Seyyed Nasrallah ha sempre parlato delle future guerre in tutti i suoi precedenti discorsi. Questo è ciò che ci si aspetta da un capo di un movimento di Resistenza che ha combattuto e si è impegnato in guerre, dirette e indirette, con l’entità di occupazione israeliana e i suoi agenti. Quanto vi è di nuovo in questo discorso tenuto nel giorno di Ashura – il giorno del sacrificio e della difesa degli oppressi – è che ha parlato della guerra come se iniziasse domani, o in ogni possibile momento, quando ha detto: “Il governo di Netanyahu sta progettando una guerra, e se la accendono, non sapranno dove finirà e quali aree includerà.”

Egli ha spiegato questo punto chiaramente quando ha detto: “Netanyahu ha fallito nell’impedire il raggiungimento dell’accordo nucleare [con l’Iran], e adesso sta lavorando con il Presidente Donald Trump per gettare la regione in una nuova guerra.”

Il movimento di Resistenza Hezbollah è un movimento composto da istituti di ricerca e monitoraggio. E’ più vicino all’avere una struttura di uno Stato piuttosto che di un movimento di Resistenza. Possiede una solida alleanze con una grande potenza regionale come l’Iran. Deve essere in possesso di informazioni e studi di valutazione che lo rendono capace di costruire conseguentemente le sue strategie difensive e offensive.

Quando Sayyed Nasrallah chiede agli ebrei di abbandonare la Palestina e tornare nelle nazioni dalle quali provengono (un tono nuovo che nessun altro tra i capi arabi oserebbe utilizzare in questi giorni), in modo da non trasformarsi nel carburante di una guerra nella quale l’“idiota” governo Netanyahu li sta gettando, e li avverte che per loro potrebbe non esservi tempo per lasciare la Palestina occupata e avere un posto sicuro in essa, questo non rientra all’interno del quadro di una guerra psicologica, che è comunque una guerra legittima. Rientra piuttosto all’interno dello schema di coloro che progettano di entrare in una guerra che ritengono imminente.

Le ammonizioni di Seyyed Nasrallah devono essere esaminate nel contesto della decisione presa dal Presidente americano Trump di abbandonare l’accordo nucleare sotto il pretesto che l’Iran non ne stia rispettando le condizioni. La decisione si ritiene verrà annunciata a metà ottobre durante la periodica revisione nel Congresso USA.

L’abbandono americano dell’accordo nucleare è una dichiarazione di guerra, perché ripristinerà le sanzioni economiche imposte all’Iran nella fase precedente la sua sottoscrizione. Questo porterà l’Iran a rispondere arricchendo l’uranio ad alti livelli, rendendo le prospettive di un confronto militare perfino maggiori rispetto a prima, specialmente con la fine della guerra al terrorismo.

Le stime israeliane affermano che più di 100.000 missili sono in possesso di Hezbollah unitamente a decine di migliaia di colpi di artiglieria. Per non menzionare che il numero dell’arsenale militare irano-siriano è tre o quattro volte maggiore. Gran parte di essi cadrebbero sulle comunità ebraiche nella Palestina occupata. E’ questo che Seyyed Nasrallah, che conosce bene i segreti e capacità di questi missili, intende quando esorta gli ebrei ad abbandonare la Palestina il prima possibile.

Non discutiamo affatto sull’importanza della dichiarazione di Seyyed Nasrallah secondo cui l’indipendenza del Kurdistan iracheno è un progetto americano per dividere e frammentare la regione. Questa divisione non rimarrà confinata all’Iraq ma potrebbe estendersi all’Arabia Saudita e ad altri paesi arabi e del Vicino Oriente. Noi crediamo però che la prossima guerra, in accordo alle sue parole, si svolgerà sul territorio palestinese, colpendo il progetto americano-israeliano di divisione alla sua fonte, o alla sua testa: l’entità di occupazione israeliana.

Un discorso serio da parte di un uomo che fa quello che dice e che ha trionfato in ogni guerra che ha combattuto, dalla guerra per la liberazione del Libano meridionale nel 2000 alla guerra del Luglio 2006 che ha umiliato l’esercito israeliano e la sua leadership militare e politica.

Israele sta incitando gli Stati Uniti alla guerra utilizzando due carte – l’indipendenza del nord dell’Iraq e l’accordo nucleare iraniano – come scusa e copertura. Lasciateglielo fare. Sta per commettere il peccato della sua vita, che sarà comunque breve. E la prossima guerra – se verrà scatenata – non si fermerà e sarà più feroce di tutte quelle precedenti, se non sarà veramente l’ultima guerra nella regione. Chiunque si metta al posto degli ebrei nella Palestina occupata deve leggere bene questo discorso, capendo cosa c’è tra le righe, e più di una volta.

Ripetiamo ancora una volta che questo uomo fa quello che dice e ha trionfato in ogni guerra che ha combattuto. Questa è la sua storia, che è considerata chiave nella valutazione dell’identità dei popoli e delle loro personalità in particolare in Occidente. Dobbiamo solo aspettare e vedere.

La Russia dialoga in qualsiasi situazione, la diplomazia è la sua arma, sa che in tutte le circostanze c'è sempre spazio alla parola

PUTIN “COSTRUTTORE DI PACE” GEOPOLITICO (POSSIBILE CHE SION…?)

Maurizio Blondet 6 ottobre 2017 

L’ultima è, ovviamente, la clamorosa visita del re saudita Salman a Mosca – una prima storica assoluta – con la firma del preliminare per l’acquisto dei missili antiaerei S-400 e l’impegno, parimenti firmato, per cui Mosca “aiuterà il Regno a sviluppare la sua propria industria militare”. Inoltre le due nazioni (ha detto Lavrov alla fine dell’incontro tra Putine Salman) “sono d’accordo sull’importanza di combattere il terrorismo, di trovare soluzioni pacifiche nella soluzione dei conflitti in Medio Oriente e sul principio della integrità territoriale”.


Ora, non occorre ricordare che l’Arabia Saudita è il primario e dovizioso finanziatore del “terrorismo” in Siria con miliardi di dollari in stipendi ad armi a oltre 200 mila combattenti – allo scopo precipuo di violare l’integrità territoriale della Siria, ossia smembrarla, e rovesciarne il governo legittimo. Che è nemico giurato di Iran ed Hezbollah e tutti gli sciiti, la cui difesa militare ha scongiurato lo smembramento della Siria e la cacciata di Assad. Men che meno occorre ricordare che il Regno wahabita ha sempre comprato miliardi di armi Made in Usa, essendo il principale cliente del complesso militare-industriale, e dipendendo per la sua sicurezza internazionale da Washington.

Non è un rovesciamento di alleanze – restano visioni divergenti sugli sciiti – ma è un impressionante cambiamento rispetto a solo pochi mesi fa. Il re saudita non si sente più protetto dagli Usa – o almeno non efficacemente – e si fida più della parola e dell’impegno di Mosca alla proprio “integrità”. Adesso Russia e Saudia si stanno concentrando su un interesse comune ben chiaro: far aumentare il prezzo del greggio (la Russia non è parte dell’OPEC) per il 2018.

Il professor Michel Chossudosky (il noto autore del sito canadese Globalresearch) ha fatto un rapido elenco dei “profondi sconvolgimenti delle alleanze geopolitiche cha stanno per prodursi, minando l’egemonia USA in Medio Oriente ed Asia centrale”, per effetto dei ciechi errori americani e dei fermi successi di Putin, che i paesi dell’area stanno cominciando a vedere non come una minaccia ma una potenza militare di mediazione e di stabilizzazione, della cui parola, amici e “nemici” possono fidarsi.

La Turchia,

membro della NATO, pilastro fedele dell’Alleanza contro l’URSS, nonché con Erdogan una delle forze scatenate contro Assad, sostenitrice di jihadisti e acquirente del petrolio di Daesh, adesso sta conducendo manovre militari congiunte con l’Iran attorno allo “stato” kurdo iracheno, sostenuto dagli Usa e Israele, nella cui indipendenza vede – esattamente come Teheran – un pericolo esistenziale per la Turchia; sta combattendo i ribelli curdi, sostenuti dagli Usa, che combattono contro Assad in Siria. Ed anche Erdogan sta comprando gli S-400 da Mosca, strappo primario al coordinamento e all’integrazione degli armamenti NATO fra alleati. La cooperazione militare di Ankara con Israele (più o meno occulta in funzione anti-Assad) è oggi gravemente minata. “Il legame più stretto che Ankara ha stretto con l’Iran contribuiranno a nuocere alle strategia USA e NATO a livello dell’intero Medio Oriente”.

Arabia Saudita e Qatar

Chi si ricorda l’ultimatum e il blocco commerciale che il regno Saudita ha elevato contro il vicino Qatar, azione applaudita e sostenuta personalmente da Trump? Ha spaccato il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), ossia l’alleanza di Arabia Saudita coi vicini emirati e staterelli sunniti, tutti vassalli dipendenti dalla protezione USA. Gli emirati e il Bahrein stanno con Ryad contro Qatar, mentre questo ha l’appoggio dell’Oman e del Kuweit. Risultato: “L’indebolimento degli USA nel Golfo Persico”.

Peggio. Lo scopo del CCG era di isolare l’Iran. I fulmini sauditi sul Qatar sono stati giustificati, fra l’altro, dall’accusa che Doha mantiene occulti legami con Teheran – che del resto è il suo dirimpettaio nel Golfo. L’effetto del blocco è stato che questi rapporti di amicizia, da occulti, sono diventati palesi ed ufficiali, politica di interesse nazionale: l’Iran ha immediatamente mandato rifornimento al Qatar, rendendo inefficace il blocco saudita. Peggio, Iran e Qatar sono diventati rapidamente soci nell’industria petrolifera, per lo sfruttamento congiunto di gas naturale nel giacimento sottomarino esistente fra i due Paesi, aderendo a “una struttura di proprietà congiunta” del giacimento stesso. Che è di “una importanza strategica, costituendo le massime riserve mondiali di gas naturale”, dice Chossudovski. Inutile dire che Russia e China hanno parte in questo progetto estrattivo. Lo scomodo intruso in questa felice cooperazione è il Pentagono, che in Qatar ha la base militare più grossa, quella da cui il CENTCOM ha guidato i bombardamenti d’appoggio ai suoi jihadisti in Siria, e da cui continua ad operare i suoi piccoli assassini e vendette, come quello del generale Asapov, atti gangsteristici, ma di entità strategica nulla.

Ora la base US CENTCOM in Qatar è la primaria base di attacco all’Iran, se Trump dichiarerà (come vuole) Teheran in violazione dell’accordo sul nucleare e – come spera Netanyahu – ciò porterà ad un conflitto caldo contro il nemico esistenziale del giorno di Sion. Ciò mentre il Qatar è diventato amico e partner dell’Iran, che Sion e perciò Washington vogliono incenerire. “Gli USA cercheranno di rovesciare il regime al potere in Qatar?”.


il giacimento Qatar-Iran.

Il Qatar doveva essere il gran beneficiario del gasdotto che doveva passare per la Siria (ecco perché Assad doveva essere sostituito da un regime jihadista) e portare il gas qatariota alla clientela in Europa; un gasdotto sostenuto dagli Usa, perché avrebbe sganciato gli europei dalla dipendenza energetica dalla Russia, ed è il vero motivo della crudele guerra dell’Occidente contro la Siria: Assad aveva rifiutato di partecipare a un progetto che avrebbe danneggiato la sua alleata Russia.

I due progetti concorrenti. quello in blu è la casua della sistruzione della Siria. Adesso inattuale. 

Adesso, l’amichevole sfruttamento congiunto del loro giacimento marino fra Qatar e Iran, rende inutile quel progetto; e induce Doha ad aderire al progetto alternativo, di un gasdotto che partirà dal porto di Assulieh, in Iran, e traverserà Persia, Irak e Siria per sboccare in Turchia, ai mercati europei. Diffondendo nel passaggio ricche royalties a tutti gli stati qui nominati. E’ un progetto sostenuto da Mosca. Il Qatar inoltre conta di unirsi ad un oleodotto che collegherebbe l’Iran alla Cina attraverso il Pakistan sempre a partire dal porto di Assoulieh.

Risultato: “Il controllo geopolitico della Russia sui gas e oleodotti in direzione dell’Europa si è consolidato”, invece di indebolirsi come sperato dagli Usa (e NATO).

India e Pakistan nella Shanghai Cooperation Organization (SCO)

Il 9 giugno scorso India e Pakistan i due storici nemici (pericolosamente nucleari) sono stati ammessi simultaneamente nella SCO, l’organizzazione eurasiatica russo-cinese, che ha il quartier generale a Pechino, con lo scopo di unire gli interessi economici, politici e militari dei vasti stati asiatici. Una organizzazione di stabilità e di sicurezza reciproca. Anche se non è una vera alleanza militare, l’entrata di India e Pakistan nello SCO sconvolge la loro collaborazione o dipendenza militare dagli USA, che si avvantaggiava della loro mortale rivalità armando l’uno e l’altra. Lo SCO sarà la sede di normalizzazione dei rapporti fra i due paesi. Se l’India rimane allineata con Washington, il Pakistan si sta liberando dalla morsa dell’”alleato” Washington, con cui tanto funestamente ha collaborato in decenni di lavoro sporco (dall’insediamento dei Talebani in Afghanistan e alla formazione di Al Qaeda), e da cui ha ricevuto massacri e bombardamenti americani delle sue zone tribali – grazie agli accordi di commercio e d’investimento offerti al Pakistan da Pechino, oltre che dall’avvicinamento con l’Iran e la Russia nella Shanghai Coop. “Con l’entrata di India e Pakistan, l’SCO occupa ingloba una regione del mondo che occupa la metà della popolazione mondiale”.


Ed è una titanica heartland da cui gli americani sono – o più precisamente, si sono – esclusi. Esclusi con la loro politica di doppiezza e di nuda aggressività.

Disfatta l’America neocon

Il che pone la questione: sotto l’influenza neocon (ossia israeliana) Washington ha condotto per un ventennio una “politica di potenza” di destabilizzazione, vera e propria “distruzione di pace”, che ha seminato immense rovine, provocato milioni di morti e di profughi, eccitato odi e divisioni – ed ecco il risultato: di diventare un nemico impotente per i nemici, ed un alleato infido per gli amici, che hanno provato i suoi tentativi di “cambio di regime” dietro le spalle (come Erdogan). Un distruttore di pace detestabile e spregevole per gli uni e gli altri, ché dà segni sempre più evidenti e pericolosi di impazzimento nichilista. I quali, amici e nemici, adesso si volgono a Putin come pacificatore. Sì, anche i nemici di ieri: perché Mosca, col suo intervento militare di mezzi modesti, ma deciso e insieme decisivo (in questi giorni la sua aviazione sta “ripulendo” i resti jihadisti in Siria, ammazzandone i capi) , e insieme politicamente cordiale, si pone ora come pacificatrice e riordinatrice.

Anche i sauditi, che la Russia ha sconfitto in Siria, vedono in lui – dopo che un “nemico” che però non minaccia regime change – un garante fidato e sicuro, un de-escalatore della tensione mortale con l’Iran (da cui Riyad uscirebbe perdente), e un moderatore delle indubbie vittorie sciite nell’area. La Russia sta operando attivamente per la riconciliazione di Hamas con l’autorità palestinese, il che contribuirà a placare alcune ansie anti-iraniane dei sunniti e dei sionisti; è probabile che venga chiamata a mediare nella questione curdo-irachena, contro cui Iran e Turchia (e Irak) stanno affilando le armi.


“Beati i costruttori di pace”, vien da dire: sarebbe la conferma geopolitica del detto evangelico. Se non che, non posso credere che gente come i sionisti, come Netanyahu, come i neocon, nel loro delirante credersi Messia onnipotente, possano adattarsi a una tale disfatta e accedere alla pari al piano di cordiale pacificazione dell’area che la diplomazia russa sta costruendo con lealtà e generosità. Mi aspetto qualche colpo ritorto. Anche Sayyed Nasrallah, il capo di Hezbollah libanese, ha “sentito” nel suo discorso di Ashura (che abbiamo postato qui a fianco), che i sionisti apriranno una nuova fase di guerra. Finale.

http://www.maurizioblondet.it/putin-costruttore-pace-geopolitico-possibile-sion/