Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 21 ottobre 2017

Mauro Bottarelli - la Bundesbank detta l'agenda alla Banca Centrale Europea, respingere gli attacchi della finanza rapace al residuo Italia sospendendo le aziende dal mercato, difendere gli Interessi Nazionali ora adesso subito fregandocene degli euroimbecilli

SPY FINANZA/ Germania e mercati pronti ad attaccarci

Dopo la fine del Quantitative easing le cose non saranno facili per l’Italia, conto cui sono già cominciate le scommesse di alcuni speculatori. MAURO BOTTARELLI

21 OTTOBRE 2017 MAURO BOTTARELLI

Angela Merkel (Lapresse)

Oggi, formalmente, Madrid potrebbe sospendere l'autonomia della Catalogna: non mi pare che nessuno al Consiglio europeo di ieri si sia stracciato le vesti. Piuttosto è il Brexit a fare sempre più paura. A confermarlo ci ha pensato la mossa disperata di Theresa May, la quale, prima ancora che l'assise cominciasse, ha avanzato una disperata richiesta di aiuto agli ormai ex partner europei: aiutatemi, in patria sono sotto assedio. Strano comportamento, chiedere all'entità che si sta lasciando tra mille polemiche e intoppi di farsi carico dei problemi di politica interna, di fatto paventando il ricatto di un indebolimento politico che rischierebbe di portare su un binario ulteriormente morto le già anemiche trattative in corso. Ma tant'è, come vi dico da giorni il Brexit è il detonatore di una crisi più grande e, d'ora in poi, qualsiasi cosa accada nel Regno Unito sarà paradossalmente di vitale importanza per la tenuta dell'Ue, più di quando il Regno Unito ne faceva ancora ufficialmente parte. E dell’eurozona, anche. La quale, ora, si prepara a un nuovo assetto a guida tedesca, non a caso a gelare le speranze di Theresa May è stata proprio Angela Merkel. Durissima nei toni. 

Questa tabella ci mostra il risultato del voto postale per le elezioni politiche austriache, il cui scrutinio è avvenuto giovedì: i socialisti della Spo confermano come il loro sostegno sia forte tra chi abita fuori dall'Austria, voto puramente ideologico, ma, al netto dell'ottimo risultato dei "fascisti" dell'Fpo, è altro che fa riflettere. Anche tra gli austriaci espatriati, i più cosmopoliti e politicamente progressisti, è confermato il crollo dei Verdi, i quali speravano proprio nel voto postale per evitare lo smacco di non essere presenti in Parlamento per la prima volta dal 1986, questo nonostante esprimano formalmente addirittura il presidente della Repubblica, Alexander Van der Bellen. Così non è stato: dopo il magro bottino in patria, anche all'estero la fatidica soglia del 4% non è stata superata. 


Insomma, il partito che maggiormente ha beneficiato della crisi dell'Spo, la sinistra di governo, ora paga uno scotto enorme, una slavina di voti in libera uscita. I quali, però, visti i numeri totali, solo in minima parte sono tornati alla casa madre socialista: tutti astenuti? O l'elettorato austriaco ha compiuto il grande varco del Rubicone, passando dai Verdi ai popolari dell'Ovp o, addirittura, alla destra-destra dell'Fpo? Sarà interessante, quando saranno pubblicati, leggere i report sui flussi elettorali. Molto interessante. Una cosa, però, è chiara fin da oggi: in Austria, i popolari hanno fatto il lavoro sporco per la Merkel, operando da proxy. 

Tutti sanno, infatti, che l'Ovp ha vinto essenzialmente grazie alla posizione molto dura assunta riguardo la tematica dell'immigrazione, di fatto operando un quasi copia-incolla del programma dell'Fpo negli ultimi sei mesi: il disorientato e disincantato elettorato di sinistra sente forse l'emergenza più dei vertici di Spo e Verdi e ha mandato un segnale chiaro, scegliendo la copia "moderata" dell'Fpo? Probabile. Ma dopo la batosta in Bassa Sassonia, dove la Cdu è stata battuta dall'Spd di Martin Schulz, Angela Merkel ha rotto gli indugi e ha sposato la linea dura: in casa, dove avanzano le trattative con i Liberali e i cugini conservatori bavaresi della Csu hanno sempre maggior titolarità a dire la loro, come in Europa, vedi la chiusura netta sul Brexit. 

E pensate forse che il "testamento" politico lasciato da Wolfgang Schaeuble all'ultimo vertice Ecofin sia stato un qualcosa di personale e spontaneo? Ovvero, il consiglio di spostare la sede di valutazione delle manovre economiche degli Stati membri dalla Commissione Ue, organo politico, al Fondo salva-Stati, organo meramente tecnico, credete sia stato solo un vezzo accademico del grande vecchio? Ovviamente no, era un avvertimento. Anzi, un trailer di quanto ci aspetta nel film intitolato "L'Ue dopo il Qe", presto sui nostri schermi. E ci sarà poco da sgranocchiare pop-corn e godersi lo spettacolo: non a caso, come vi dicevo nell'articolo di ieri, è stato il membro del board Bce ma soprattutto capo della Banca centrale austriaca, Ewald Nowotny, a suggerire in un'intervista con Der Standard che la Bce potrebbe alzare i tassi di interesse anche prima di aver raggiunto l'obiettivo del 2% di inflazione. Ovvero, l'agenda della Bundesbank per tutelare banche, investitori e correntisti tedeschi colpiti dai tassi negativi. 

Minaccia reale? No, solo un altro segnale. Ciò che veramente deve far paura è la normativa Bce sugli accantonamenti per i non-performing loans a bilancio: stranamente, criticità che non sfiora - se non residualmente - gli istituti di credito dell'area Nord, i falchi del rigore. Ora, guardate il grafico qui sotto: nel mio articolo di lunedì vi facevo notare come i grandi fondi si stessero posizionando short sul nostro sistema bancario, proprio a causa dei timori che la normativa europea sulle sofferenze stava scatenando. Ciò che vedete nel grafico sono le cinque principali scommesse ribassiste del mega-fondo Bridgewater, tutte contro il nostro Paese, un controvalore totale di circa 1,3 miliardi di dollari. 


Come vedete, ci sono le cinque pedine che ci tengono in piedi: Eni, Enel, Unicredit, Intesa Sanpaolo e Generali. Un attacco in piena regola al cuore dell'economia italiana. Anzi, il famoso "vedo" al bluff di Draghi che vi dicevo sarebbe arrivato, con l'approssimarsi almeno formale della fine del Qe. Perché senza più i soldi della Bce, come si farà a tamponare l'attacco all'Italia? Con i soldi di Cassa depositi e prestiti, forse, sotto attacco essa stessa attraverso la sua partecipazione di maggioranza a Eni? Provate poi ad andare a vedere di quanta liquidità ha beneficiato finora Enel attraverso l'acquisto di bond corporate dell'Eurotower: senza quel canale di finanziamento a costo zero, quanta pressione ricadrà sul nostro gestore energetico? E dove finiranno prezzi e rendimenti dei suoi bond, emessi come fossero francobolli, al netto del ruolo di acquirente di prima e ultima istanza della Bce? 

Pensate che la Germania, la quale si appresta a varare un governo con alle Finanze un falco liberale, ci verrà incontro? Pensate che la Bundesbank garantirà ossigeno e spazio di manovra ulteriormente espansiva a Mario Draghi? Scordatevelo. E deve far paura, al netto dell'affaire Bankitalia, il silenzio di governo e mercati sul Def, trionfalmente definito "leggero" dall'esecutivo, quasi a voler rassicurare sul fatto che Bruxelles non avrà nulla da ridire. Proprio sicuri? Io no. Il commissariamento si avvicina, prendiamo atto e speriamo che non sia in stile greco. Sta nascendo una nuova Europa che ci priverà di qualsiasi residuo di sovranità: ma qui parliamo di Asia Argento

Mauro Bottarelli - adesso dell'inflazione non ci importa più niente, cialtroni alla Banca Centrale Europea dopo aver dato soldi gratis a tutti eccetto per la creazione di nuovi posti di lavoro. Riempiono la loro pancia e lasciano vuota quella di milioni e milioni di uomini che vogliono avere una vita dignitosa, progettare, sognare

SPY FINANZA/ Così la Bce aumenta il caos dell'Europa

Il governatore della Banca centrale austriaca, Ewald Nowotny, ha rilasciato dichiarazioni piuttosto forti per il momento che sta attraversando l'Europa. MAURO BOTTARELLI

20 OTTOBRE 2017 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

Poco più di un mese fa fu la Bank of Japan, con naturalezza sconvolgente, a gridare al mondo che il Re dell'Abenomics era nudo: il raggiungimento del target di inflazione al 2% per cui è stato attivato il programma di stimolo monetario più imponente di sempre veniva spostato da marzo 2018 allo stesso mese del 2019. Un mercato sano, di fronte a un'ammissione di fallimento simile, avrebbe dovuto reagire virando drasticamente al ribasso e riprezzando la gran parte degli assets: tutt'altro, il Nikkei scoppia di salute e con lui le Borse di mezzo mondo. Questo per il nuovo assioma, in base al quale più le Banche centrali falliscono, più sono costrette a continuare - e magari aumentare - i loro sforzi di allentamento quantitativo. Quindi, soldi gratis per tutti. 

Bene, ieri anche la Bce ha alzato virtualmente bandiera bianca sull'obiettivo inflazionistico, ma lo ha fatto non garantendo più doping, bensì minacciando il suo ritiro. «La Banca centrale europea non deve raggiungere il proprio obiettivo di un'inflazione vicina, ma sotto il 2%, per normalizzare la propria politica monetaria», è quanto spiegato dal membro del consiglio esecutivo dell'Eurotower e governatore della Banca centrale austriaca, Ewald Nowotny, al giornale austriaco Der Standard. Nowotny ha ricordato che l'Eurotower deve decidere a ottobre come procedere con l'acquisto di asset e ha detto di aspettarsi che l'Europa il prossimo anno si allontani ancor di più dal proprio target di inflazione: «Ma credo che non si debba aspettare. Possiamo normalizzare la nostra politica prima. Sarebbe un errore e problematico aspettare troppo in Europa per la normalizzazione della politica monetaria», ha affermato nell'intervista al giornale austriaco. 

Dichiarazioni che arrivano dopo quelle di Villeroy de Galhau, governatore centrale francese che siede nel consiglio della Bce, in un'intervista al settimanale tedesco Die Zeit di poche settimane fa: «Sarebbe opportuna un'adeguata riduzione dei nostri acquisti di asset netti, verso una loro possibile conclusione, mentre manterremo un considerevole grado di accomodamento monetario, attraverso tutti gli altri nostri strumenti». 

Dobbiamo aspettarci novità eclatanti dal board dei prossimi 25-26 ottobre? Gli analisti di Bank of America-Merrill Lynch, ad esempio, pensano che la Bce ridurrà gli acquisti mensili nell'ambito del Qe a 30 miliardi di euro al mese, mentre un aumento dei tassi arriverà solo nel primo semestre del 2019. La banca d'affari crede, inoltre, che la Banca centrale europea cercherà di mantenere la massima flessibilità nella sua comunicazione e nel programma di acquisto di asset. Invece gli economisti di Hsbc prevedono che la Banca centrale europea estenderà il Qe di sei mesi a un ritmo di 40 miliardi di euro di acquisti mensili. Mentre un approccio con ammontare basso più a lungo rafforzerebbe la guidance sui tassi e rassicurerebbe i mercati sul fatto che passerà molto tempo prima che il costo del denaro salga, l'Istituto centrale, per gli esperti, dovrebbe preferire un tapering con un ammontare più alto ma più breve per avere più flessibilità per rispondere ai prossimi dati macroeconomici dell'eurozona. 

La questione, ormai, risulta però poco più che nominalistica: settimana prossima potremmo avere una risposta, ma, ormai, il vaso di Pandora pare scoperchiato. Non solo la Bce azzarda di non essere più vincolata, a livello di costo del denaro, al suo piano di programmazione inflazionistica, ma apre una serie di criticità e nuovi sviluppi davvero a spettro allargato. Primo, cedere sull'inflazione è la sconfitta maggiore per una Banca centrale, poiché va contro i propri doveri statutari: e la Bce ci sta dicendo chiaro e tondo che i danni che i tassi ultra-bassi stanno provocando alla profittabilità delle banche tedesche sono maggiori dei benefici che il Qe sta portando a livello inflazionistico. Secondo, quale credibilità porterà in dote una sconfitta del genere? Miliardi e miliardi spesi per raggiungere quel mitologico 2% e oggi ci sentiamo quasi dire che abbiamo scherzato, che i tassi che Mario Draghi diceva sarebbero restati a zero per molto tempo anche dopo la fine del Qe non solo saliranno, ma potranno farlo a prescindere dal risultato ottenuto dal Qe? Terzo, Ewald Nowotny parlava a nome della Bce oppure proprio? E anche questa non è domanda di lana caprina, perché lanciare una granata simile a una settimana dal board chiamato a prendere una decisione sul futuro del Qe rappresenta una precisa mossa politica: concordata con Draghi oppure voce dal sen sfuggita? O, ancora, sintomo che la nuova stagione della Bce post-voto tedesco sta entrando nel vivo con enorme anticipo? 

Perché appare palese che quelle parole pronunciate e mai smentite da Ewald Nowotny sono musica per le orecchie della Bundesbank e del cosiddetto fronte Nord dell'eurozona, i mastini del rigore. Oltretutto, in pieno bailamme per la decisione sempre della Bce di cambiare le normative riguardo gli accantonamenti in copertura degli Npl per le banche europee. E non solo: l'Italia in piena bufera Bankitalia, di fatto controparte della Bce proprio nel programma di Qe e in Target2, il Brexit che si sta complicando pericolosamente e Madrid pronta domattina a sospendere l'autonomia della Catalogna, di fatto aprendo uno scontro frontale che ieri, per la prima volta, ha davvero fatto sentire i suoi effetti su Borse e spread. 

Sono già 700 le aziende che hanno abbandonato la regione spagnola per timore del fall-out legato al contenzioso con Madrid, ma la domanda vera che dobbiamo porci è un'altra: cosa accadrà quando, avanti di questo passo, sarà una grande banca ad abbandonare davvero la City per timore che la trattativa tra Ue e Regno Unito salti del tutto e si arrivi a un hard Brexit? Perché Ewald Nowotny ha sentito il bisogno di rilasciare quell'intervista? A chi stava parlando? Forse giovedì prossimo lo scopriremo, ma c'è tanto magma in ebollizione. Forse troppo per un vulcano dalle pareti fragili come l'eurozona.

La Strategia del Caos&della Paura pesca nel torbido, inventa storie, le deforma e le rimodella e comunque i presunti terroristi devono tutti morire

UN’OCCHIATA NELLA FABBRICA DEI TERRORISTI ISLAMICI

Maurizio Blondet 21 ottobre 2017 

“Anis Amri fu istigato da un informatore della polizia”. L’indagine che fa tremare l’intelligence tedesca

Titolo di Huffington Post

Anis Amri è il tunisino che, partito da Sesto San Giovanni, la notte del 19 dicembre 2016 alla guida di un TIR fece strage fra la folla al mercatino di Natale di Berlino: 12 morti di molte nazionalità e 56 feriti. Sceso dal camion, il guidatore era scomparso. Ma il giorno dopo la polizia tedesca, due giorni dopo il fatto, guardando meglio, scoprì nel vano porta-oggetti del camion il documento di prolungamento della permanenza in Germania (Duldungsbescheinigung) a lui intestato. Anche lui come uno dei fratelli Kouachi, gli autori presunti della lo stragista di Nizza alla guida del camion, dove aveva avuto cura di lasciare patente di guida, carta d’identità e dicono anche la carta di credito. Quando dei jihadisti si trova la carte d’identità, non ne lasciano uno vivo. Succederà possiamo profetizzarlo, anche al tunisino”.


Scrissi la mia profezia il 21 dicembre. Il 23, alle 3 del mattino, Amri appare a Sesto San Giovanni alle 3 del mattino, estrae una calibro 22, e viene freddato da due agenti italiani con calibro 9. Poliziotti “italiani”, cioè che sanno benissimo che, se sparano, sono immediatamente messi sotto accusa da procuratori italiani per omicidio; e passano anni di guai, giudiziari ed economici. Invece in questo caso, i due agenti sono subito trattati come eroi: cosa mai vista.

Adesso Il Berliner Morgenpost e la radio RBB hanno scoperto che adistigare il giovane a fare la strage col camion è stato un “informatore della polizia”, una persona di fiducia (Vertrauensperson) che per conto della polizia del Nordreno Westfalia s’era infiltrata tra i frequentatori del predicatore Abu Wala, un reclutatore dell’ISIS, arrestato nel novembre 2016, un mese prima della strage del mercatino. La “persona di fiducia”, anzi, ha faticato a convincere Amri; lui voleva partire a fare la guerra in Siria, ma il Vertrauenperson insisté: “Ammazziamo questi miscredenti. Abbiamo bisogno di uomini di buona volontà per fare questi attentati qui in Germania”. A testimoniare in questo senso un ex frequentatore degli stessi circoli, che dice di essere stato avvicinato alla stessa persona per fare l’attentato in Germania. Come altri, aveva rifiutato perché voleva combattere in Siria. Ha confermato che l’informatore avrebbe insistito nel cercare un “un uomo affidabile per un attacco con un camion”.

Ma insomma, informatore di fiducia della polizia era un agente provocatore – ma al soldo di chi? Dell’ISIS oppure dei servizi tedeschi…? Vediamo le altre informazioni raccolte dal sito amico Gog & Magog su FacebooK:

“La polizia sapeva da luglio che Anis Amri progettava una strage”,

scriveva il Globalist del 22 dicembre


Un siriano ex coinquilino di Amri aveva avvertito ben due volte la polizia prima dell’attentato


…. “Amri è stato osservato solo nei giorni feriali. Nei fine settimana e nei giorni festivi non è stata osservata alcuna osservazione. L’ufficio del procuratore generale non è mai stato informato della cessazione dell’osservazione.”


Le autorità tedesche avevano impedito la rapida espulsione di Amri (non presentando le impronte digitali, che avevano, alle autorità tunisine)


Le autorità gli avevano fatto sapere di essere sotto controllo, e più volte (lo avevano aspettato alla fermata dell’autobus da Dortmund!)



il dossier su Amri è stato grossolanamente falsificato, posticipando date, celando un arresto, etc. (per coprire le mancanze della polizia?)


Che dire? Forse cominciamo ad avere qualche idea su come si fabbricano dei terroristi islamici per attentati in Europa?

Sarà una coincidenza, ma proprio lunedì scorso (il 16) a Parigi, l’ex capo dei “servizi interni” a Tolosa (di cui la stampa non fa il nome) racconta alla Corte d’Assise che la direzione centrale contava di reclutare Mohammed Merah “un mese prima che egli passasse all’azione nel marzo 2012”.

Ah, Mohamed Merah, stranissimo giovane di origine tunisina, francese. Gli vengono attribuiti omicidi in qualche modo contraddittori: l’11 marzo 2012 a Tolosa, quello di un parà francese con faccia araba, Imad Ibn Ziaten, e tre giorni dopo di altri due soldati con la faccia maghrebina, Abel Chennouf e Mohamed Legouad, a Montauban.

I tre omicidi sono di tal genere, che a tutta prima si sospetta di un delitto neo-nazista con movente razzista anti-arabo.

Il 19, invece, un uomo fa fuoco nella scuola ebraica di Tolosa “ Ozar Hatorah” e ammazza il rabbino e direttore Jonathan Sandler, i suoi due bambini, Gabriel di 3 e Aryeh di 6 anni, Myriam Monsonégo la figlia di 8 anni del preside della scuola, finendola freddamente a bruciapelo con un colpo alla tempia. Ferisce gravemente anche uno studente di 15 anni.

Sembrano due crimini di odio razziale ma di segno rovesciato: sembrano quasi uno la ritorsione per l’altro. Un regolamento di conti tra servizi(francesi contro israeliani?). Roba da gelidi professionisti, del mestiere.

Possibile che li abbia commessi la stessa persona? Ma sì, la “prova” è che l’assassino ha usato la stessa arma per i tre militari di faccia araba e per la bambina ebrea di 8 anni, una pistola di calibro .45 ACP.

La faccio breve: l’identificato, Mohamed Merah, 23 anni, jihadista, viene braccato. Asserragliato in un appartamento di Tolosa, dopo ore di trattative e telefonate (parlerà anche alla tv ebraica BFMTV), lo uccide con un colpo alla testa un cecchino della Polizia.

Il quotidiano italiano (ebraico) Il Foglio scrive e scopre – probabilmente dai servizi israeliani – che “Merah, lo stragista di Al Qaeda, era un’operazione dell’intelligence francese finita male”. Salta fuori anche un video-testamento del giovane: “Sono innocente. Ho scoperto che il mio miglior amico Zouheir lavora per i servizi segreti francesi”. Zouheir, scrive il quotidiano Le Monde, fece anche parte della squadra di negoziatori che cercò di convincere Merah alla resa durante l’assedio all’appartamento. “Mi hai mandato in Iraq, Pakistan e Siria per aiutare i musulmani. E ora ti riveli essere un criminale e un capitano dei servizi francesi. Non lo avrei mai creduto”…

Adesso apprendiamo dalla deposizione giudiziaria del capo dei servizi a Tolosa, che “dopo un viaggio di Mohamed Merah in Pakistan fra agosto e ottobre 2011, la Direction Centrale du Reinseignement Interieur (DCRI) . MA che in realtà i servizi lo conoscevano bene dal 2006, quando era ancora un ragazzino, già lo avevano schedato insieme a suo fratello Abdelkadher, apparentemente “dopo un viaggio in Egitto per imparare l’arabo”. Che nel 2010 i servizi segreti lo interrogano dopo il ritorno da un viaggio in Pakistan perché sospettato di aver ricevuto addestramento militare. Che nello stesso 2010, a novembre, Merah è arrestato dalla polizia afghana a Kandahar; che viene sottoposto a “debriefing da due specialisti francesi”. I quali “hanno giudicato che, dato il suo carattere curioso e viaggiatore, lo si poteva orientare verso un reclutamento”.

Un rapporto dei servizi risalente al 21 febbraio 2012, un mese prima del primo omicidio presunto di Merah, recita: “Mohamed Merah ha spirito aperto e astuto. Non ha alcuna relazione con una rete terrorista, ha un profilo viaggiatore”. Verificarne l’affidabilità, concludeva il rapporto. “E’ un approccio di reclutamento”, ha spiegato il teste ex dei servizi di Tolosa.

Di più: sembra l’accurata formazione e preparazione di un agente professionale, a cui si impartiscono competenze linguistiche e militari, da avviare alla carriera di infiltrato. Sappiamo anche che Merah ha cercato di arruolarsi nell’esercito francese nel 2008, e poi nella Legione Straniera, respinto per i suoi precedenti penali. Povero, tragico patriota Merah, usato e distrutto come jihadista perché bisognava addossargli delitti le cui vere ragioni sono inconfessabili.

i mercenari pagati dai sionisti ebrei e dagli statunitensi hanno paura

Iraq, Isis a Qaim scopre la popolazione come nuovo nemico

19 ottobre 2017


Ad Anbar, sul tetto di una scuola di Qaim, è tornata la bandiera irachena sotto il naso di isis

Isis Ad Anbar, al confine con la Siria, ha un nemico interno: la popolazione. Qualcuno nella notte ha issato a Qaim una grande bandiera irachena, scatenando il panico nel Daesh. A seguito di ciò, è stato rafforzato il coprifuoco all’interno della città e in tutta la regione di al-Obaidi. Il vessillo nemico era stato posto sul tetto di una scuola. Ad accompagnarlo un graffito in cui c’era scritto: Abbasso lo Stato Islamico, viva l’esercito iracheno”. Il gesto ha fatto molto scalpore tra i jihadisti, in particolare in quanto è imminente l’offensiva di terra contro di loro. In molti si sono spaventati per il fatto che qualcuno impunemente li ha sfidati all’interno del centro abitato. Inoltre, ha agito senza essere stato coperto nonostante la zona sia piena di estremisti, collocati a difesa del bastione.

La popolazione locale ha sempre meno paura del Daesh

Quanto accaduto a Qaim rappresenta un segnale molto importante. Soprattutto per Isis. La popolazione locale, tenuta per anni sotto il giogo del Daesh mediante il terrore, non ha più paura. Inoltre, i civili non riconoscono più lo Stato Islamico come autorità. Ma le forze armate ufficiali del paese. La notizia del crollo di Raqqa e di quello prossimo di Deir ez-Zor in Siria, infatti, sono arrivate velocemente alla città di confine. Ciò, unito alle recenti numerose defezioni e rese dei miliziani, ha penalizzato ulteriormente il loro già fragile morale con ripercussioni sulla percezione di leadership da parte della popolazione locale. Peraltro, la prossima invasione irachena di terra a Rawa e Qaim esacerba ancora la situazione. Questo scenario, come ha confermato il murale, fa sì che cresca il fronte di quelli che non hanno più paura di Isil.

La ribellione dei civili ad Anbar per Isis è un incubo che si concretizza

Per Isis ciò è un incubo che si concretizza. Daesh, infatti, dovrà cercare di gestire un fronte di minaccia interno a Rawa e Qaim. Ma per farlo avrà a disposizione risorse sempre più limitate. Sia per le continue morti di miliziani a causa dei raid aerei su Anbar sia per il fatto che tutti i jihadisti disponibili dovranno essere usati per la difesa delle ultime 2 roccaforti in Iraq. A ciò si unisce un rischio molto concreto: fughe e rese di massa tra i propri ranghi, come sta avvenendo ovunque in Iraq e Siria. Di conseguenza, a parte provvedimenti di facciata come coprifuochi o altro, saranno poche le chances che lo Stato Islamico avrà per poter contrastare efficacemente un nemico interno quale la popolazione locale. Senza contare il fatto che quest’ultimo ha una motivazione forte a sostenerlo. L’odio e il senso di vendetta. In Isil, invece, questa nel tempo si è affievolita per sparire in molti casi, con la scoperta che tutte le promesse fatte erano solo bugie.

gli euroimbecilli di tutte le razze sono avvertiti, con la moneta si sono imposti e con la moneta saranno cacciati via

EURO: SALVINI, PROPOSTA BERLUSCONI SU DOPPIA MONETA NON VA BENE

20 ottobre 2017- 19:53

Milano, 20 ott. (AdnKronos) - "Non possono stare insieme la lira e l'euro. Non va bene la doppia moneta come propone Berlusconi". Lo ha detto il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, a margine della presentazione di un libro a Milano, sulla proposta di Silvio Berlusconi di tornare alla lira come seconda moneta. "Abbiamo una nostra proposta, a cui sta lavorando Claudio Borghi", ha continuato. "Le mie idee le decido io, non è Silvio Berlusconi che me le suggerisce. La nostra proposta ha come obiettivo di superare i Trattati europei e prevede qualcosa che si può fare subito per recuperare la sovranità monetaria".

venerdì 20 ottobre 2017

Atac - è talmente chiaro che qualcuno dall'interno sta incendiando sistematicamente gli autobus, vogliono affossare un'azienda che è già affossata

19 OTTOBRE 2017
Roma, bus dell'Atac va a fuoco nella rimessa di Tor Sapienza

È sempre più grave il problema della sicurezza sui mezzi Atac. A prendere fuoco, all'alba di questa mattina, è stato un bus della linea notturna parcheggiato nella rimessa di Tor Sapienza. Le fiamme si sono sviluppate nel vano motore, a causa di un corto circuito, appena gli autisti hanno tentato di mettere in moto la vettura, rientrata da poco dal servizio: si tratta di un mezzo con oltre 12 anni di vita. Ma i problemi non riguardano solo il parco autobus di Atac: l'estintore usato questa mattina non funzionava e spegnere le fiamme non è stato facile. "Ormai la sicurezza sui mezzi è diventata ormai un problema che riguarda la funzione quotidiana del servizio - spiega il segretario generale regionale Filt Cgil Eugenio Stanziale - da tempo chiediamo all' azienda di correre ai ripari". (di salvatore giuffrida)

Lo zombi Renzi capace solo di inventarsi mancette, eliminare l'articolo 18, e rendere il lavoro precario

Da Montepaschi a Banca Etruria tutti i crac che il Pd non può cancellare

Gian Maria De Francesco - Gio, 19/10/2017 - 08:06

Roma - La protervia di Matteo Renzi nell'imputare al governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, ogni responsabilità della cattiva gestione delle crisi bancarie ha una genesi ben precisa.


Ed è quella descritta dall'ex direttore del Corriere, Ferruccio de Bortoli, nella sua autobiografia: la moral suasion di Maria Elena Boschi presso l'ex ad di Unicredit, Federico Ghizzoni, affinché trovasse un partner per l'allora periclitante Banca Etruria di cui il padre era vicepresidente. Il conflitto di interessi, in quel caso, era duplice: non tanto perché vi fosse coinvolta la famiglia di un'importante componente di quel gabinetto, ma perché la Toscana, cuore del potere renziano, è una terra nella quale il confine tra politica e finanza non è praticamente mai esistito.

I prestiti facili agli «amici degli amici» non hanno fatto saltare solo Etruria, ma hanno messo in difficoltà realtà più piccole come il credito cooperativo Chianti Banca (che il Giglio magico avrebbe voluto conservare come spa autonoma e che invece Bankitalia farà confluire nella grande centrale Iccrea) e come la Cassa di risparmio di San Miniato, «salvata» dai francesi di Crédit Agricole tramite l'intervento del Fondo interbancario di tutela dei depositi assieme alla riminese Carim e a Caricesena, realtà bancarie di una zona rossa come la Romagna.

Insomma, queste «bombe» sono esplose proprio mentre Matteo Renzi era a Palazzo Chigi senza riuscire a trovare soluzioni efficaci. Con quella mozione il segretario del Pd ha trovato il capro espiatorio perfetto. Oggi come oggi viene difficile ricordare che si tratta dello stesso Matteo Renzi che a inizio 2016 invitava le famiglie a investire nella Mps risanata da Alessandro Profumo (che oggi guida Leonardo-Finmeccanica su designazione renziana), quella stessa Mps nazionalizzata da Gentiloni e dal ministro dell'Economia Padoan perché il precedente esecutivo non era riuscito a cavare un ragno dal buco. Il Fondo Atlante, creato su pressing dell'ex presidente del Consiglio, ha però bruciato 3,4 miliardi su Popolare Vicenza e Veneto Banca, rilevate a fine giugno da Intesa Sanpaolo a un euro prima che un nuovo bail in devastasse tutto.

E se si guarda agli altri casi di crisi (Carige, Banca Marche, Cariferrara, Carichieti, la teramana Tercas salvata a caro prezzo dalla Popolare di Bari) ci si ritrova in scenari simili a quelli del Monte dove Fondazioni con il cuore a sinistra intervenivano direttamente nella gestione delle banche seguendo criteri «politici». Renzi, va detto, ha pagato il prezzo di un passato dissennato, ma anche l'insipienza nel trattare con la Vigilanza Bce e con la Commissione Ue condizioni meno vessatorie. Trattative impossibili visto che l'unica cosa che gli interessava era ottenere più deficit per bonus e mance.

19 ottobre 2017 - Diego Fusaro: Hegel ci spiega perché il capitalismo odia famiglia e Stato

Rothschild - L'Impero si allarga

SVIZZERA
18/10/2017 - 09:02 

Edmond de Rothschild acquisisce la maggioranza di Cording Real Estate
Si tratta di un'azienda britannica d'investimento e di gestione di attivi immobiliari presente in Germania, in Gran Bretagna e nel Benelux

Keystone

GINEVRA - La banca ginevrina Edmond de Rothschild ha acquisito una partecipazione maggioritaria in Cording Real Estate Group, attraverso la sua filiale Orox Europe. Si tratta di un'azienda britannica d'investimento e di gestione di attivi immobiliari presente in Germania, in Gran Bretagna e nel Benelux.

L'operazione intende rafforzare la sua attività immobiliare (Edmond de Rothschild Real Estate), gestita in Francia dal gruppo Cleaveland e in Svizzera nonché in Europa settentrionale da Orox, indica l'istituto oggi in un comunicato. L'ammontare della transazione non è stato divulgato. L'acquisizione dovrebbe essere finalizzata entro la fine dell'anno.

«Le attività di Cording e del suo team completano la nostra offerta immobiliare e ci danno accesso immediato a tre nuovi mercati in Europa settentrionale, posizionandoci quale attore chiave del mercato degli investimenti e della gestione di attivi immobiliari», afferma la direttrice generale del gruppo Ariane de Rothschild, citata nella nota.

Cording Real Estate Group ha sede a Londra e occupa 80 persone. L'azienda gestisce mandati per 2,3 miliardi di euro (2,6 miliardi di franchi).

Insieme le due imprese gestiranno patrimoni per 7,8 miliardi di euro, con 125 impiegati suddivisi tra undici uffici in Svizzera e in Europa. Gli attuali dirigenti di Cording rimarranno azionisti di minoranza della società.

Banca d'Italia - Il Presidente della Commissione d'inchiesta Parlamentare è palesemente venduto a Renzi e al Sistema massonico mafioso politico, deve riuscire ad accontentare tutti

Bankitalia, quello che Renzi non dice

Occhio di Lince svela tutti i retroscena della mozione contro Visco. Dal ruolo del Quirinale all'imbarazzo di Gentiloni. Passando per la riluttanza di Draghi a presentarsi in commissione d'inchiesta.


Ci sono molti retroscena non svelati e un paio di punti non chiariti nella vicenda Pd-Bankitalia, esplosa con la mozione dem, firmata dalla deputata renzian-boschiana Silvia Fregolent ma scritta a quattro mani da Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, fatta con l’obiettivo di sbarrare la strada alla riconferma del governatore Ignazio Visco. Ma prima di raccontarveli, gli uni e gli altri, vediamo l’epilogo che la questione potrà avere: il premier Paolo Gentiloni darà retta al segretario del suo partito o reciderà una volta per tutte il cordone ombelicale che li lega, dando retta al presidente Sergio Mattarella, fermamente deciso a riconfermare Visco e furiosamente incazzato con Matteino? E di conseguenza il governatore salta o viene rinominato? A caldo si era sparsa la voce che Visco, amareggiato ma soprattutto preoccupato di finire ulteriormente nel tritacarne azionato da chi ha intenzione di fare della sua eventuale permanenza in via Nazionale un argomento hard della campagna elettorale, fosse fermamente intenzionato a lasciare. Così non è.

VISCO VERSO LA RICONFERMA. Confortato dal Colle – sia per le parole pubbliche spese a caldo da Mattarella, sia soprattutto per quelle private – l’algido ma coriaceo Visco ha deciso di sgombrare il campo da questa supposizione con un “io ci sono”. Dunque, a questo punto non rimane che la volontà di coloro che hanno la responsabilità formale (Gentiloni, Mattarella, il consiglio superiore di Bankitalia) e informale (Mario Draghi) di decidere. E considerato il modo di esporsi da parte del Capo dello Stato, addirittura inusuale per le sue abitudini, c’è da scommettere che la riconferma ci sarà. Anzi, a questo punto l’incertezza riguarda solo i tempi: subito, per restituire a caldo a Renzi lo schiaffo, o tra qualche giorno (deadline il 31 ottobre), per far sbollire un poco la cosa? In fondo, Renzino ha tolto a tutti le castagne dal fuoco nel day after: l’importante è che rimanga agli atti che il Pd non si assume alcuna responsabilità sulla conferma di Visco, ha fatto sapere ai suoi facendo in modo che il verbo fosse ripreso dalle agenzie. Come dire: sapevo benissimo che la mozione non avrebbe fermato Visco, ma così ho piantato una bandiera che mi servirà per fottere voti ai grillini, che oggi è la cosa che mi importa di più perché da questo dipende il mio futuro politico.

Mario Draghi, numero uno della Bce.
ANSA

In realtà le cose non stanno proprio così. Renzi il tentativo di far fuori Visco lo ha fatto sul serio, e fino in fondo. Non mi riferisco solo ai mesi scorsi, quando – come il vostro Occhio di Lince vi ha puntualmente raccontato – ha bussato a molte porte vendendo come se fossero spazzole la poltrona del governatore. No, parlo della settimana scorsa, quando la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio ha intimato al suo presidente di togliere dall’ordine del giorno del Consiglio dei ministri di venerdì 13 ottobre il tema Bankitalia. Cosa che è puntualmente avvenuta, come pure in quello svoltosi nella mattinata di lunedì 16, tanto che nel primo pomeriggio Gentiloni sente il bisogno di dichiarare ai giornalisti: «Non se ne è assolutamente parlato». Ma, allora, se Gentiloni, già d’accordo con Mattarella, intendeva procedere ma ha soprasseduto dopo l’intemerata di Maria Elena e le telefonate di fuoco di Renzi – che tra l’altro ha l’abitudine di rivolgersi al presidente del Consiglio alzando la voce e alterandosi – che bisogno aveva il duo Renzi-Boschi di far presentare alla deputata dal cognome che si presta a giochi di parole la famosa mozione anti-Visco? Qui entra in gioco un altro elemento: la doppietta di articoli usciti sul Corriere della Sera a doppia firma, Federico Fubini e Fiorenza Sarzanini, l’11 e il 17 ottobre, nei quali si parla di Banca Etruria.

ALLARME IN CASA RENZI-BOSCHI. Il primo articolo era una notizia: il liquidatore della banca aretina Giuseppe Santoni ha citato davanti al tribunale civile di Roma gli ex amministratori dell’istituto, chiamati in giudizio per risarcire i danni causati dalla loro cattiva gestione per una cifra che supera i 400 milioni; tra questi l’ex vicepresidente Pierluigi Boschi, padre del sottosegretario Maria Elena. Il secondo era un ricamo, che si faceva leggere soprattutto per un disegno in cui per alcuni tra i più noti di quelli citati in giudizio venivano indicati i beni che rischiano un sequestro cautelativo (che finora non si è verificato). Ed è stato proprio questo secondo articolo che ha fatto scattare l’allarme in casa Renzi-Boschi. Intanto perché è stato considerato come un segno di volontaria persecuzione. E poi perché quella inedita doppia firma reiterata li ha spinti a domandarsi come mai articoli di cronaca giudiziaria portavano la firma, oltre che della solita Sarzanini, anche del vicedirettore (seppure ad personam) ed editorialista di grandi temi economici e strategici Fubini. Il quale, notoriamente, intrattiene buone relazioni sia con i vertici della Banca d’Italia che con quelli della Bce.


Non sarà forse che hanno caldeggiato l’impegno giornalistico su Etruria? Non so cosa Renzi abbia risposto a questa domanda, ma non è difficile immaginare, visti i suoi rapporti sia con Visco che con Draghi, che un dietrologo come lui abbia pensato al peggio. Ed ecco che qui scatta l’interrogazione. Sia chiaro, il testo, seppure piuttosto confuso, non può essere stato steso in mezz’ora, e dunque doveva esserci già qualcosa di pronto. Ma la decisione di far partire il siluro è certo che è avvenuta la mattina di martedì 17 dopo la lettura del Corriere. Qualcuno che ne sa più di me osserva: a parte che non ce lo vedo Visco nella parte del tramatore, ma perché in via Nazionale o a Francoforte avrebbero dovuto mettere benzina sul fuoco proprio alla vigilia della decisione sul governatore e mentre si avviano i lavori della commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche? In effetti la domanda è pertinente. E fin qui non ha una risposta certa.

IL NODO DELL'AUDIZIONE DI DRAGHI. La risposta, quindi, si può solo ipotizzare. Partendo da un presupposto: che fino a pochi giorni fa la riconferma di Visco era scontata, e anche oggi viene confermata, e dunque non è inerente a questo tema il siluro giornalistico sul caso Etruria; mentre molta più ansia genera la commissione d’inchiesta, e forse è a quella che occorre guardare. In particolare, mi si dice, Draghi o chi per lui avrebbe informalmente fatto sapere a chi di dovere non solo che non gradirebbe essere audito, ma che ci sarebbero ragioni giuridiche valide perché la cosa possa ritenersi quantomeno inappropriata se non addirittura fuori dalle regole. Sembra infatti che taluni giuristi sostengano la tesi che, sulla base della normativa europea, la funzione di presidente della Bce possa essere considerata equivalente a quella di un capo di Stato, e che in Italia il presidente della Repubblica non è tenuto a rispondere a una commissione che ha le stesse prerogative della magistratura inquirente.

Non so cari e affezionati lettori se la tesi sia fondata, e se Pierferdinando Casini ne terrà conto o meno nel decidere chi dovrà essere sentito, ma so che il navigato presidente della commissione sa benissimo che tutti i capi di Stato chiamati ugualmente da alcune commissioni parlamentari si sono sempre resi disponibili. E questo potrebbe essergli sufficiente per giudicare plausibile chiamare il presidente della Bce, lasciando poi a lui l’onere di scegliere se sottrarsi o stare al gioco. Vedete, Casini si muove tra due spinte ed esigenze contrapposte: da un lato curare i suoi rapporti politici (ed elettorali) con il Pd di Renzi, e non è un caso che abbia subito accettato il suggerimento del renziano Matteo Orfini di cominciare le indagini dalle due venete, caso che Matteino e i suoi suppongono gli possa dare agio di poter attaccare la Banca d’Italia per via delle presunte coperture che avrebbe dato a Zonin; dall’altro, curare con estrema attenzione i rapporti, fin qui eccellenti, con Mattarella e continuare ad accreditare il suo profilo di uomo delle istituzioni, anche in vista di futuri incarichi. Difficile contemperare le due cose? Vero. Ma l’uomo è democristianamente abile, non sottovalutatelo.

FARI SUL LAVORO DELLA COMMISSIONE. Ho divagato? No, perché la conclusione della vicenda Bankitalia – che ha spinto taluni a ricordare il caso Baffi e il ruolo che in quella circostanza ebbe Andreotti, paragonando Renzi al Divo Giulio (facendo un dispetto alla sua memoria, aggiungo io) – è strettamente interconnessa al lavoro che farà la commissione, e come questa si orienterà su Draghi. Un po’ di retroscena ve li ho svelati, sui punti oscuri ci sto lavorando. A presto, cari e affezionati lettori.

giovedì 19 ottobre 2017

Banca d'Italia . la Commissione Parlamentare al Servizio del Sistema mafioso massonico politico tutti a proteggere Ignazio Visco il controllore che non ha controllato, questi erano gli ordini

IGNAZIO VISCO, IL SUPERMAGISTRATO. Ha pure il “segreto d’ufficio” verso il Parlamento.

Maurizio Blondet 19 ottobre 2017

Non ho alcuna voglia di spendere sforzi d’intelligenza su Ignazio Visco, il governatore di Bankitalia “attaccato da Renzi”. Sarà sicuramente riconfermato. Abbiamo visto quanti difensori ha: da Mattarella a Napolitano, da Padoan a Draghi a Ferruccio De Bortoli, financo Scalfari che di solito sta con Renzi, stavolta ha consigliato Renzi di farsi visitare da uno psichiatra. La Cupola al completo. Ovviamente il Nano che ha insegnato il Bidet agli arabi s’è subito accodato alla Cupola, come ha fatto sempre. “Da Via Nazionale hanno notato che Forza Italia ha smesso di attaccare il governatore e ora lo sostiene”. Notano con soddisfazione: i voti di Nano-Bidet per la riconferma sono sicuri.

E’ solo per rendere noto che adesso l’Italia ha un altro altissimo magistrato: non solo impunibile, non-giudicabile (come il Capo dello Stato), e non chiamato a rispondere in sede civile dei danni che compie come da noi i membri dell’ordine giudiziario, ma superiore al Parlamento.

Il governatore di Bankitalia è infatti “andato in Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche e ha incontrato il presidente, Pier Ferdinando Casini, e i vicepresidenti, Mauro Maria Marino e Renato Brunetta”, esordisce il Corriere.

Il quale sorvola – più precisamente tace – sul fatto che la riunione è stata a porte chiuse, e senza invitare l’opposizione, in questo caso il 5 Stelle.

Riprendiamo il Corriere: “Tonico e determinato» il governatore ha consegnato l’elenco dei documenti, circa 4.200 pagine, che Banca d’Italia metterà a disposizione della commissione, relativi a sette crisi bancarie: le due banche venete, il Monte dei Paschi di Siena e le 4 banche poste in risoluzione due anni fa (Etruria, Ferrara, Chieti e Marche). Documenti che però non sono immediatamente a disposizione dei commissari. Prima, infatti, il servizio legale della banca centrale dovrà indicare tutti quelli coperti da segreto d’ufficio”.

Le banche che Bankitalia controlla sono proprietarie del controllante

Dunque apprendiamo che il governatore di Bankitalia ha, fra le altre prerogative, anche quella del Magistrato del potere giudiziario: possiede il “segreto d’ufficio”. Può negare documenti alla commissione d’inchiesta, ossia al Parlamento. E’ evidente la superiorità del Governatore rispetto non solo al Potere Esecutivo (governo), ma al Potere Legislativo,ossi (in teoria) al popolo italiano, ai suoi rappresentanti.

E non ha fornito i documenti, ma “l’elenco” dei documenti.

Una volta selezionati con comodo tra i 4200 documenti quelli che ritiene a suo insindacabile giudizio da sottrarre alla conoscenza dei rappresentanti del popolo, indegni di conoscere tutta la verità (infatti a che servono le Commissioni d’inchiesta riunite a nome del popolo sovrano?) , “a quel punto i membri della commissione parlamentare riceveranno una chiavetta informatica con tutti i documenti, ma che avrà diversi livelli d’accesso, per proteggere quelli classificati che, se divulgati, comportano responsabilità penali. I vertici della commissione e la Banca d’Italia assicurano che tra pochi giorni la chiavetta sarà disponibile”.

Per la Cupola, tutto ciò è normale. E’ così che la Cupola agisce.

Riporto dal Giornale la protesta del 5 Stelle:

“Ma cosa va a fare Ignazio Visco, in via informale e a porte chiuse, dal presidente della Commissione d’inchiesta sulle banche Casini e alla presenza esclusiva dei due vicepresidenti? Siamo di fronte a comportamenti non solo irrituali, ma istituzionalmente gravissimi. Soprattutto alla luce del momento e considerato il fatto che il governatore di Bankitalia sarà audito a breve dalla bicamerale”, denunciano i 5 Stelle componenti dell’organismo bicamerale. “Perché Visco si consulta con Casini, Marino e Brunetta? Non possiamo nemmeno accettare l’indiscrezione per cui si tratterebbe solo di un colloquio preparatorio in che senso lo sarebbe, eventualmente? Stanno rivedendo il copione dell’audizione? Già abbiamo spiegato perché la commissione è una farsa. Non vorremmo che si trasformasse anche in un teatro delle ombre con testimonianze precotte o pilotate da apparecchiare in favore della pubblica opinione ignara. Siamo di fronte ad abusi che calpestano le istituzioni, una conduzione dei lavori irresponsabile, scandalosa, senza precedenti”.

Il saccheggio degli ultimi risparmi italiani potrà continuare indisturbato.

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Solo 110 miliardi?

Xi Jinping proietta la Cina per i prossimi anni

Cina, la «nuova era» secondo Xi

–Rita Fatiguso 
Giovedí 19 Ottobre 2017

pechino

L’udienza della Great Hall of People era ben più ampia di quella di un “semplice” Plenum, di certo inferiore dell’annuale Plenaria del Parlamento. Ma il segretario generale del Partito comunista cinese Xi Jinping, in grande forma, ha parlato per oltre tre ore di fila illustrando al 19esimo Congresso del Partito la rotta della Cina non solo per i prossimi cinque, bensì, in buona sostanza, per i prossimi trenta.

Il discorso è proprio il Work Report del Congresso, un documento lungo 65 pagine, che sarà votato al termine dei lavori dell’Assise e la cui bussola è «la costruzione di una società moderatamente prospera tesa al grande successo del socialismo con caratteristiche cinesi in una Nuova Era».

Grazie a quest’ultima frase, il core leader Xi Jinping ha ipotecato un posto d’onore nell’Olimpo dei Padri della Patria cinesi, molto probabilmente il concetto finirà negli emendamenti della Costituzione in programma, a sintetizzare il pensiero del leader frutto di un laborioso compromesso tra fazioni opposte, cinque anni dopo visibilmente rafforzato, sì, ma di quanto? Sarà il Congresso a dirlo.

Xi si ritrova alle prese con una Cina molto diversa da quella di Deng Xiaoping, l’ultimo grande leader cinese, più sviluppata e potente, tuttavia ancora costretta a sottrarre dalla povertà altri 30 milioni di persone garantendo, al contempo, la felicità che spetta al cinese medio.

Però Xi ha ben chiaro le cose da fare in un’economia che stenta a riprendere quota. Intanto, imprescindibile è l’utilizzo del pugno di ferro contro la corruzione, un suo asset strategico, molte pagine del Work Report sono dedicate alla disciplina di partito, in serbo, su questo fronte, ci sono novità. Oggi il Congresso della provincia dello Shanxi apre le porte ai media per spiegare la bontà di un esperimento pilota varato qualche mese fa per trasferire a livello locale la lotta ai corrotti grazie alla nascita di apposite strutture ispettive territoriali. È così anche a Pechino e nello Zheijiang. Ma lo Shanxi, tre anni fa, è stato l’epicentro di un vero terremoto politico, nella rete cadde perfino Ling Zhengce, fratello del braccio destro di Hu Jintao, Ling Jihua, e fu l’inizio della catastrofe per una cordata potentissima, un evento di cui ancora oggi si avvertono le cicatrici.

Il Report decreta, da un lato, l’abolizione della pratica dello shuanggui, la detenzione dei componenti del partito sospettati di atti illeciti, dall’altro stabilisce la nascita di Commissioni locali per l’anticorruzione, autonome ma tenute a riportare i fatti al National People Congress, e i cui vertici sono pur sempre nominati dal Governo locale.

Anche per questo non ci sono trionfalismi nel discorso di Xi, su questo fronte della moralizzazione c’è molto da fare, ma se si lascia il terreno dell’economia passando a quello della politica, il discorso rivela tracce di nazionalismo, quel senso della Nazione cinese del tutto assente nei Work Report delle Plenarie del Parlamento.

Il capitolo più forte è, infatti, quello relativo al progetto di reunification, di riunificazione della Cina. Per il core leader Xi Jinping «il sangue è più denso dell’acqua» ed è tempo che Hong Kong e Macao ma, soprattutto, Taiwan, si riunifichino con la Cina, fratelli e sorelle è tempo che tornino insieme, ripudiando qualsiasi forma di indipendentismo. La solidità della nazione cinese viene concepita, forse per la prima volta, come cardine dell’azione sul fronte interno. Nei prossimi mesi è certo che bisognerà guardare con attenzione alle mosse di Pechino su questo versante, proprio perché è probabile che la Provincia ribelle dia molto filo da torcere.

Il Work Report è un piano di lavoro a immagine e somiglianza di Xi, che dovrà essere affidato, per la realizzazione, a uomini di sua scelta. La presa d’atto che la Cina di oggi non è più quella di Deng Xiaoping è la base, il fondamento, della leadership di Xi, un leader alle prese con una Cina economicamente afflitta da nuovi problemi, in bilico tra aperture e chiusure rispetto alla globalizzazione. Ma, senza fedelissimi in grado di applicare queste linee guida, il sogno di Xi e quello della Cina avranno un orizzonte limitato.

Siria - i mercenari dell'Isis pagati dagli statunitensi e dai sionisti ebrei sono stati messi a riposo, serviranno per attizzare la Strategia del Caos&della Paura

RAQQA CADUTA? LALLERO!


(di Andrea Cucco)
18/10/17 

La notizia del cambio di gestione di Raqqa fa il giro del mondo e ringagliardisce tutti i media che nell'ultimo anno sono rimasti delusi per la non-sconfitta di un popolo, quello siriano, che per sei anni ha resistito ad un lunghissimo assedio. Assassini senza parvenza di umanità sono stati definiti “ribelli democratici” per anni: l'escamotage quando anche mentire era davvero troppo difficile è stato creare una differenza fra siriani buoni (FSA, SDF...) e cattivi, l'ISIS appunto.

Lo abbiamo sottolineato già molto tempo addietro (v.articolo): il cambio di casacca sul campo serve solo al pubblico disattento, alle pecorelle smarrite accompagnate al pascolo da lupi senza scrupoli.

Di siriani, come abbiamo scoperto e testimoniato nei nostri vari reportage (sul campo!) ce ne sono sempre stati assai pochi.

Il terrore ora si diffonde tra i Paesi che hanno addestrato, finanziato, fornito e rifornito i terroristi più spietati. Quelli che, nei programmi, sarebbero dovuti andare a far danno a casa d'altri...

Già, perché i capi dell'ISIS al corrente della regia dietro le quinte - o “in missione” - o sono stati congedati con (probabilmente) un nuovo passaporto ed una vacanza, in attesa di tempi migliori, o liquidati con una JDAM sulla testa. Il problema, come avviene da anni sono gli allocchi reclutati per la messinscena: quelli che si sono pirandellianamente immedesimati nella parte. Da tempo non ci stanno ad essere stati presi in giro e, di ritorno al Paese di origine, tendono a prendersela con il gregge di appartenenza e non con i mandanti.

Ma cosa accade ora in Siria?

La partita, eliminato il brand “ISIS”, si complica non poco per alcuni attori in campo. Primi fra tutti gli USA che, con truppe a terra al fianco delle Forze Democratiche Siriane (dove avevamo già sentito il termine “democratico”...?) e di quelle curde, si trovano in grave imbarazzo per lo stallo creato dall'appoggio fornito a questi ultimi.

I comandanti militari curdi da anni non nascondono minimamente le velleità indipendentiste. Coerentemente hanno combattuto l'ISIS sapendo bene quale ne fosse l'origine ed ammassando armi per affrontare quello che accadrà a breve: il tutti contro tutti.

La Turchia non accetterà mai uno Stato curdo perché metterebbe a rischio la propria integrità territoriale. L'Iraq sta già inviando da giorni truppe a nord per affrontare quello che da quelle parti non si potrà di certo risolvere “alla catalana”.

Tutti i succitati attori in crisi sono formalmente (o sostanzialmente) alleati degli Stati Uniti.

La speranza risiede ora nel nuovo presidente americano Trump e nella sua politica inversa ed opposta a quella profeticamente degna di premio Nobel (!) del predecessore.

Fortuna che noi italiani non abbiamo uomini nell'area.

(immagine: FOX News)

Immigrazione di Rimpiazzo - Uno stato non può tollerare che sul suo territorio ci siano 500.000 persone che possono girare liberamente senza essere individuati, è un esercito in libertà se si unisse


Centri di accoglienza che diventano hotel: gli immigrati fanno quel che vogliono

-18 ottobre 2017

Milano, 18 ott – Parlano di integrazione e di accoglienza diffusa ma nessuno controlla le porte girevoli dei centri pubblici e privati sparsi in tutta italia da dove gli immigrati entrano ed escono quando vogliono. Mezzo milione di clandestini senza alcun permesso di soggiorno vagano per le strade di città e paesi, sprovvisti di documenti, senza un lavoro, senza una casa. Dormono nei giardini pubblici, occupano edifici dismessi, sopravvivono di elemosine o di espedienti e spesso salgono sui treni alla ricerca di uno sbocco impossibile in Austria o in Francia, dove le frontiere, a differenza delle nostre, sono ermeticamente sbarrate.

I dati sono quelli della fondazione Ismu, un ente indipendente che monitora i flussi immigratori e che stanno per essere acquisiti dalla Commissione parlamentare che si occupa di degrado e periferie. La situazione è allarmante al punto che fa dire al più convinto assertore della libera immigrazione, l’assessore milanese Pierfrancesco Majorino, ideatore ed organizzatore della marcia pro immigrati: “Non vedo interventi su chi non ha un permesso di soggiorno, non vengono rimpatriati e finiscono per strada”.

In effetti a Milano, almeno una volta alla settimana la Questura deve organizzare blitz alla stazione Centrale per allontanare le centinaia di migranti che bivaccano senza meta nei dintorni. Spesso aggrediscono i viaggiatori e persino i poliziotti. Il ministero dell’Interno ha appena varato il Piano Nazionale per l’integrazione che prevede l’accoglienza diffusa su tutto il territorio degli immigrati.

I beneficiari di protezione internazionale sono attualmente 74.853 cui il governo vuole offrire percorsi agevolati di accesso agli alloggi pubblici, corsi obbligatori di lingua, di apprendistato e di socializzazione. Una goccia nel mare del fenomeno immigratorio che ha visto entrare in Italia, dal 2014 ad oggi, quasi settecentomila persone. Tutti immigrati che venivano regolarmente ospitati nei Cara, centri di accoglienza gestiti direttamente dallo Stato o nei Cas, centri di accoglienza temporanea di cooperative o di privati.

Ebbene, la maggior parte di questi, come dimostrano le cifre ministeriali sui migranti effettivamente in carico, hanno abbandonato i centri di prima accoglienza quasi subito infoltendo la massa di disperati senza volto e senza nome che ruota attorno alle principali città come Roma, Milano, Torino.

Molti immigrati clandestini, aiutati dai centri sociali o da gruppi anarchici, hanno occupato interi quartieri come il Villaggio Olimpico di Torino dove è pericoloso avventurarsi all’interno persino per le forze di polizia. A Roma sarebbero un centinaio i palazzi occupati abusivamente, in gran parte da immigrati e da nomadi, mentre a Milano è stato calcolato che gli alloggi in mano agli abusivi sarebbero circa 3500 secondo le ultime rilevazioni del presidente di Aler Angelo Sala.

L’immigrazione, secondo il ministro dell’Interno Minniti, è diminuita negli ultimi due mesi del 25 per cento, grazie alle nuove regolamentazioni per le Ong e grazie all’attività di contrasto della guardia costiera libica. I report ministeriali non tengono però nel conto le migliaia di immigrati tunisini ed algerini che sbarcano indisturbati, quasi quotidianamente, sulle nostre coste con mezzi propri, barche a vela, motoscafi o pescherecci.

Sono gli stessi che poi ingrossano le fila degli “invisibili”, immigrati senza volto né nome che sono fuggiti dai centri di accoglienza dove i controlli sono inesistenti o poco efficaci come a Mineo, dove basta un buco nella recinzione per superare gli sbarramenti dei pochi militari di vigilanza. Al fenomeno ormai senza controllo dell’immigrazione di massa, si aggiunge ora il pericolo dell’arrivo di ex galeotti tunisini liberati da un’amnistia e dei foreign fighters, i combattenti dell’Isis in fuga da Siria ed Iraq dopo l’offensiva degli eserciti regolari appoggiati da americani e russi.

Porcellum ter - lo vuole Salvini, Berlusconi, Renzi, Alfano, una truffa alla democrazia e agli italiani

[La polemica] La legge elettorale è una pericolosissima roulette russa e vi spiego perché

Il premio di maggioranza andrà ad una minoranza e gli effetti sono imprevedibili. Non solo, l'elettore vota il suo candidato senza essere informato che questi potrà essere eletto nel collegio dove ha preso meno voti

Il momento dell'approvazione del Rosatellum, nuova e discussa legge elettorale

17 ottobre 2017

Non è solo una legge tarocca, è anche una legge-roulette, con un non-premio di maggioranza occulto che potrebbe finire a uno qualsiasi dei tre Poli in competizione (più probabilmente al centrodestra, e tra poco vedremo perché). 

Lex verdininiana

È passata quasi una settimana dall’approvazione (solo alla Camera, per ora) della riforma elettorale. Ma sale il numero dei critici e degli scettici che sollevano obiezioni di contenuto su alcuni meccanismi ingannevoli del cosiddetto Rosatellum Bis. Una legge che - mi ha detto un dirigente del centrodestra - “porta il nome del capogruppo del Pd, ma è stata immaginata da Denis Verdini”. Se così fosse, bisogna dire che si vede, perché c’è qualcosa di sulfureo e splendidamente diabolico nel meccanismo illusionistico che è stato immaginato, una sorta di “maggioritario psicologico” per gabolare gli elettori: da un lato finti collegi dove si corre con altri quattro paracadute (che l’elettore non conosce) per far credere ai cittadini che con quel voto si possa eleggere direttamente qualcuno. Dall’altro liste civetta e apparentamenti strategici per raccattare voti, nel proporzionale, rastrellando consensi che non arrivano al quorum. Vero è che il meccanismo delle liste bloccate e sottratte a qualsiasi controllo degli elettori nasce con le legge elettorali regionali toscane di cui Verdini è padre Costituente. Da quei testi, il principio è migrato nel Porcellum e nell’Italicum (bocciati dalla Corte Costituzionale) e nel Tedescum (bocciato prima dell’estate dagli elettori. Imperterriti, e per la terza volta, gli uomini dell’inciucio lo ripropongono, certi che a loro sia più comodo di qualsiasi altro sistem. Come dargli torto? 
Voto camuffato

Gustavo Zagrebelsky su La Repubblica ha posto l’accento su un tema che a me appare decisivo. La legge non va giudicata solo su chi favorisce e come da punto di vista dei partiti, ma (prima di tutto) per per chi sfavorisce dal punto di vista della Costituzione: i cittadini. Il Rosatellum è fatto apposta per sottrarre la sovranità agli elettori. “Una legge deve essere considerata soprattutto dalla parte degli elettori, i cui diritti - scrive Zagrebelsky - sono sottovalutati, per non dire ignorati”. E aggiunge: “I cittadini sono trattati come pedine di un gioco nelle mani di chi sta sopra la loro testa”. Il primo nodo, la chiarezza che l’elettore deve avere nel capire come funziona il gioco è giustamente il punto di partenza: “Si deve sapere - scrive l’ex presidente della Corte - quale è il valore del proprio voto, cioè come verrà utilizzato nel procedimento che parte da lui e che si conclude con l’assegnazione dei seggi”. Spiega, preoccupato, Zagrebelsky: “C' è un limite che sarebbe bene non superare per evitare che i cittadini, quando vanno a votare, non sappiano quello che fanno, che siano marionette mosse da fili che nemmeno riescono a vedere e a comprendere”. Esagerazione? “Si vada - aggiunge Zagrebelsky - agli articoli 77, 83 e 83 bis della legge ora approvata dalla Camera e si dica se si capisce qualcosa circa il computo e la valenza del voto per l' elezione dei candidati nelle due quote previste, la quota uninominale e quella proporzionale.

Studiare prima di votare: al cittadino si chiede troppo

Il legislatore si è reso conto della perversione e ha pensato due cose. La prima - osserva il Costituzionalista - è di affiancare ‘esperti’ agli organi cui spettano lo scrutinio e la proclamazione dei risultati e degli eletti (questa, per la verità, non è cosa nuova, ma una conferma che sul legislatore elettorale le complicazioni esercitano un' irresistibile forza attrattiva). La seconda è di scrivere sulla scheda elettorale le ‘istruzioni per l' uso’. Così l'elettore, ricevuta la scheda, dovrebbe studiare prima di votare. Se ha dei dubbi, forse potrebbe interpellare il presidente del seggio. Il presidente del seggio, eventualmente, potrebbe voler sentire qualche parere, perché si tratta di cose importanti. Basta immaginare che cosa potrebbe accadere per rendersi conto della ridicolaggine o, se si vuole, della presa in giro. Molti - aggiunge sconsolato Zagrebelsky - saranno scoraggiati dall'andare a votare, più di quanti già siano”. 

Un voto per due

Ma c’è un altro tema che per l’ex presidente della Corte appare (giustamente) quasi scandaloso: “Ancora dal punto di vista dei diritti dell' elettore, un punto critico della legge è il voto unico che vale per due fini diversi. Il sistema elettorale - analizza ancora Zagrebelsky - è congegnato in modo tale da sommare una parte di eletti con un sistema uninominale maggioritario (il 36 per cento) con un' altra parte di eletti secondo un sistema proporzionale di lista (il 64 per cento). Per questa seconda parte, le liste dei candidati sono prestabilite dai partiti e sono bloccate, non esistendo il voto di preferenza. Qui s' innesta la polemica sui ‘nominati’, che continueranno a prosperare per i due terzi o, dicono alcuni, per il cento per cento, posto che anche i candidati nei collegi uninominali saranno necessariamente indicati dai partiti”. Ed ecco il problema che si crea: “il meccanismo per cui l'elettore è chiamato a esprimere il suo unico voto per scegliere il candidato nel collegio uninominale - aggiunge il Costituzionalista - e quel suo voto è calcolato anche per eleggere i candidati nelle liste proporzionali a lui collegate. Uninominale e proporzionale sono due sistemi basati su logiche addirittura opposte. Mescolarli significa di per sé fare confusione e adulterare artificiosamente la rappresentanza che può essere concepita o nell' un modo o nell'altro, ma non e nell'uno e nell'altro: le idee di giustizia elettorale sono incompatibili. Come può lo stesso voto -.si chiede Zagrebelsky - valere la prima volta per un sistema e la seconda per il sistema opposto?”. Paolo Mieli a Piazza Pulita ha addirittura definito il Rosatellum “Una legge “Criminale”. Massimo Cacciari “Una legge ignobile fatta solo per fermare i grillini”. E ha detto, caustico: «Sbaglierò io, sono pronto a inchinarmi davanti ai grandi strateghi della politica, ma mi sembra che Renzi stavolta si sia bevuto il cervello...». Eugenio Scalfari, in controtendenza su tutti ha difeso il Rosatellum così, nel suo editoriale della domenica: “È una legge che può essere ampiamente discussa nelle sue modalità ma non è ripugnante, forse potrebbe essere migliore ma nelle circostanze pressanti in cui ha dovuto essere varata non credo - conclude il fondatore di La Repubblica - che ci fossero molte alternative”.
Esercizio muscolare

Peró un altro Costituzionalista di rango, Michele Ainis, su La Repubblica si è soffermato sul cortocircuito tra il contento della legge è il modo in cui è stata approvata: “C'è un esercizio muscolare, c' è un sopruso degli uni verso gli altri, e siamo noi, gli altri. Perché quando viene confiscata la libertà del Parlamento - osserva Ainis - ne soffre la libertà di tutti i cittadini. E perché le forzature nel metodo si riflettono sul merito, sui contenuti della nuova disciplina elettorale, impedendo di correggerne quantomeno le storture più vistose. Il voto disgiunto, per esempio, che il Rosatellum nega agli elettori. O le pluricandidature, che suonano come un pluringanno. Ma l'inganno è già nella parola con cui è stato sottomesso il Parlamento: fiducia. «Sta' attento a chi darai fiducia due volte», diceva García Márquez. Il governo Gentiloni - sentenzia Ainis - l' ha chiesta per tre volte”. 
Il paradosso del (Non) maggioritario

Ma in queste ore hanno iniziato a circolare molte simulazioni su come funziona il meccanismo dei collegi (chiamiamoli così) “uninominali-plurinominali” (è una condizione paradossale, lo so), visto che ogni candidato potrà correre contemporaneamente in altro quattro collegi. L’elettore, dunque, vota il suo candidato senza essere informato che questi potrà essere eletto altrove. In caso di elezione multipla, il multicandidato, paradossalmente, viene costretto (da un meccanismo di funzionamento automatico della legge) ad optare nel collegio dove ha preso meno voti. Ma gli stessi collegi è il modo in cui sono immaginati da questa legge, aprono altri problemi. Nel vecchio sistema misto, il Mattarellum erano previsti due voti, due schede (e quindi la possibilità del cosiddetto voto disgiunto) ed era previsto - soprattutto - un meccanismo di equilibrio, il cosiddetto “scorporo”. Consisteva nella sottrazione dal conteggio dei voti totali di una lista (nella parte proporzionale) dei voti ottenuti dai candidati collegati alla stessa lista che erano eletti nei collegi uninominali. In questo modo - questa l’idea della legge voluta da Mattarella - nessuno poteva stravincere in “maniera irrazionale”, magari perché aveva i voti distribuii in modo disomogeneo. Se vincevi molto collegi prendevi meno eletti nel proporzionale e viceversa. Di questo meccanismo conosce bene gli effetti Giorgio Napolitano, che rimase fuori dal parlamento perché era capolista nel proporzionale in una tornata in cui la sua coalizione aveva fatto piazza pulita dei collegi campani. Spiacevole per lui, certo, ma il futuro presidente non si era lamentato, perché era scattato una sorta di Abs elettorale, che impediva eccessi, squilibri e sbandate: sotto l’effetto di questo ammortizzatore, non veniva mai meno la rappresentanza di una forza importante in un territorio o in una regione. 

Il premio di maggioranza che rientra dalla finestra

Adesso non c’è nessuno congegno di equilibrio, e c’è quella strana dicotomia di maggioritario e proporzionale: “Con l'attribuzione dei resti, cioè dei voti ottenuti da partiti che non hanno superato la soglia di sbarramento sul proporzionale - ha scritto il direttore di La Verità Maurizio Belpietro - la coalizione di Berlusconi, Salvini e Meloni potrebbe salire al 40%. E fin qui siamo al proporzionale puro. Ma poi c' è la parte maggioritaria, con i collegi uninominali. Siccome il voto è uno solo, il 40% consentirebbe ai candidati di centrodestra di vincere con percentuali bulgare, vicine al 75-80%, anche nei collegi”. Possibile? Questo dicono le simulazioni di cui è venuto a conoscenza Belpietro. Ma chiunque godesse di questo effetto (80% dei collegi con il 40% dei voti) non farebbe un buon servizio alla democrazia (cioè alla volontà degli elettori). Si tratta di un meccanismo di roulette russa che non a caso non piace a Giorgia Meloni, che pure di quel centrodestra fa parte: “trovo grave scegliere un sistema, piuttosto che un altro - ha detto la presidente di Fratelli d’Italia - partendo da un criterio di convenienza politica”. Ma soprattutto: con questo escamotage, l’ennesimo del Rosatellum, rientra dalla finestra quelli che la porta aveva buttato fuori dalla porta, cioè il premio di maggioranza a una minoranza. Questo - forse - perché Renzi preferisce il criterio della scommessa e della roulette russa (meglio un meccanismo sbagliato in cui ho almeno una possibilità di vincere) che uno rappresentativo (meglio un meccanismo in cui si può vincere se si raggiunge effettivamente una maggioranza). È bello giocare al Casinò quando si hanno le fiches sul tavolo verde. È molto inopportuno trasformare la democrazia in un azzardo

mercoledì 18 ottobre 2017

Mauro Bottarelli - calma piatta prima della tempesta

SPY FINANZA/ Sui mercati è la calma piatta prima della tempesta

Nonostante una situazione politica globale tutt’altro che tranquilla, sui mercati sembra esserci calma piatta, con gli indici in continua ascesa. Il commento di MAURO BOTTARELLI

18 OTTOBRE 2017 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

Il governo spagnolo ha abbassato le stime di crescita economica del Paese per il 2018 dal 2,6% al 2,3% attribuendone la causa all'incertezza politica venutasi a creare in Catalogna. L'obiettivo ridotto appare nel bilancio che il governo conservatore spagnolo ha consegnato ieri alle autorità europee, al quale l'Associated Press ha avuto accesso. Nel piano, le autorità spagnole prevedono anche un deficit del 2,3%, lo 0,1% più alto di quanto stimato in precedenza. Il governo attribuisce le ragioni delle variazioni a un rallentamento del ciclo economico globale e alla diminuzione dei consumi interni dovuti in gran parte alla crisi catalana. 

Il ministro dell'Economia, Luis de Guindos, aveva ventilato la scorsa settimana che il governo stava considerando di abbassare le stime di crescita per il prossimo anno nel caso in cui il conflitto tra Madrid e Barcellona non si fosse risolto. Ora, la crisi catalana è nata formalmente oltre 3 anni fa, ma sfido chiunque ad averne sentito l'eco prima del 1 ottobre scorso: vale un allarme simile sull'economia spagnola, stante che fino a prova contraria ce l'hanno spacciata - fino all'altro giorno - come l'esempio virtuoso delle riforme? Difficile crederlo. Madrid, poi, parla di "rallentamento del ciclo economico globale"? Ma come, non eravamo tutti quanti usciti dal tunnel della crisi, trascinati da Borse che sfondano un record al giorno? A cosa fanno riferimento i conti di Madrid? Non è che, furbescamente, si cerca di anticipare il nuovo corso europeo? Ovvero, una Germania più dura sui conti ma, soprattutto, una Bce meno onnivora sul mercato? Il dubbio è legittimo. 

E che dire del Def italiano? Al netto che al suo interno di realmente strutturale non c'è nulla, come mai tanta quiete da parte di Padoan e del governo? Ieri è stata la giornata di presentazione dei conti reali e tutto pareva ammantato di miele: niente lacrime e sangue, niente conflitto con l'Europa. Di fatto, anche le minacce di sciopero generale della Cgil sono state respinte con un quasi colloquiale e irrituale "ma che manovra ha visto?" rivolto dal ministro delle Finanze a Susanna Camusso. C'è troppa accondiscendenza nell'aria dell'Europa. E c'è un Draghi silente come mai. 

Certo, parlare prima del board del 25-26 ottobre potrebbe essere un azzardo, ma il dato che impressiona è che nessuno dei vertici dell'Eurotower stia fiatando, nemmeno i "falchi" dell'opposizione alla linea di allentamento monetario. Leggi, la Bundesbank. E la famosa cena fra Jean-Claude Juncker e Theresa May di lunedì sera sul Brexit, quali novità ha portato? Nulla. In compenso, fioccano report negativi come saltano fuori funghi in un bosco dopo il temporale. Avete notato: fino a prima dell'estate il Brexit sembrava l'uovo di Colombo, di colpo pare una delle sette piaghe d'Egitto. L'ultimo avviso in tal senso è arrivato proprio ieri. L'economia britannica si è indebolita dopo il voto che ha sancito la decisione di lasciare l'Unione europea: mantenere stretti legami col blocco e implementare politiche per sostenere la produttività sarà cruciale per mantenere in futuro l'attuale tenore di vita. È quanto sostiene il nuovo report sulla situazione economica del Regno Unito realizzato dall'Ocse, che prende in considerazione gli sviluppi della situazione dal giugno 2016 e sottolinea le crescenti incertezze e i rischi legati alla Brexit. 

«Il Regno Unito sta affrontando tempi sfidanti, con la Brexit che crea serie incertezze a livello economico e che potrebbe soffocare la crescita negli anni a venire», ha commentato il segretario dell'organizzazione, Ángel Gurría, presentando la ricerca insieme al cancelliere dello scacchiere, Philip Hammond. «Mantenere relazioni economiche più strette possibili con l'Unione europea sarà assolutamente una chiave, per il commercio di beni e servizi così come per la circolazione dei lavoratori - ha proseguito Gurría -. La politica macroeconomica e fiscale può e dovrebbe continuare a essere usata a supporto dell'economia, sia durante che dopo i negoziati per l'uscita. La prosperità futura dipenderà da nuove riforme mirate a migliorare la qualità del lavoro, sostenere la produttività e assicurare che i benefici siano condivisi da tutti». 

Ed ecco che, ancora una volta, mentre Theresa May sembra tentata da un rimpasto di governo che ha l'odore acre dell'ultimo tentativo prima di cedere al voto anticipato, il ministro degli Esteri e gran sabotatore, Boris Johnson, arriva a lanciare granate nello stagno: «La cifra che ho sentito è 100 miliardi di euro... Penso che sia troppo», ha detto ieri in Parlamento. Quasi una sconfessione dei già magri risultati ottenuti finora durante i negoziati con l'Ue: non esattamente l'atteggiamento che dovrebbe tenere un ministro nei confronti del proprio premier, quantomeno in pubblico. 

È un susseguirsi di strani segnali. E di mercati placidi. Oggi, poi, comincia il Congresso del Partito comunista cinese, quindi per almeno una settimana possiamo contare - formalmente - su volumi ridottissimi nella Borse del Dragone, situazione destinata a placare sul nascere ogni possibile scossone sul fronte asiatico. E gli Usa? L'Iran è sparito di colpo dai monitor e anche la scadenza del 15 ottobre per decidere il da farsi sull'accordo nucleare è scivolata via in modo irrituale: di fatto, venerdì scorso il ministro degli Esteri, Rix Tillerson, aveva detto che Donald Trump lo avrebbe cassato, aprendo ai peggiori scenari. Poi, silenzio fino a lunedì, quando lo stesso Tillerson ha dichiarato che «un accordo con l'Iran è nell'interesse degli Usa», spalancando la porta al dialogo. Trump? Silente, nonostante la sua abitudine a tweets di ogni genere fin dall'alba. 

E dove si sta dialogando con l'Iran? In Medio Oriente, soprattutto in quell'Iraq divenuto di nuovo centro nevralgico e, soprattutto, scacchiera per la mai risolta questione curda, proprio con le milizie di Teheran al fianco di quelle irachene nella presa di Kirkuk, capitale petrolifera: i peshmerga hanno definito l'accaduto un "atto di guerra”, ma, nel frattempo, tutta la stampa del mondo definisce loro e proprio gli Usa i nuovi eroi per la liberazione definitiva della roccaforte dell’Isis in Siria, quella Raqqa caduta ieri. E chi sta tacendo troppo, visto l'intersecarsi del domino in un quadrilatero geopolitico di fondamentale importanza? La Russia. Il tutto, mentre Israele prepara la guerra a Hezbollah, spalleggiata dagli Usa che mentre aprono a Teheran sul nucleare mettono taglie proprio sui capi della milizia sciita controllata e difesa dalla Repubblica islamica. 

Vi pare uno scenario normale? Ma, soprattutto, vi pare uno scenario da calma piatta sui mercati, soprattutto quelli obbligazionario e delle commodities? C'è una spiegazione e ce la offre questo grafico e le parole d Mark Connors, global head risk advisor di Credit Suisse: «Che sia la minaccia di una guerra nucleare, un uragano, le intromissioni politiche russe, pare che ormai nulla possa distrarre o preoccupare gli investitori rispetto alla loro unica priorità: mandare sempre più in alto il mercato azionario Usa. Anche Richard Thaler, vincitore la scorsa settimana del Premio Nobel proprio per aver spiegato l'irrazionalità dei mercati finanziari, ha detto intervistato da Bloomberg Television che non riusciva a capire e spiegarsi cosa continuasse a far salire i titoli». 


Ce lo spiega invece il grafico, un qualcosa che abbiamo già visto nel 2010: la logica del buy the dip e sapete da cosa sono rappresentati i minimi che occorre comprare a ogni costo? Ogni livello di chiusura dell'indice del giorno prima, la regola del trading strategico è non vendere nulla, se non quando strettamente necessario. E sapete perché? Finché ci sono le Banche centrali a coprire le spalle al mercato, come ad esempio farà la Bank of China nei prossimi sette giorni, non occorre aver paura. Guardate questo altro grafico, il quale ci mostra il numero di giorni con almeno uno scostamento del mercato in rialzo o ribasso dell'1%: siamo ai minimi, placido come un lago alpino. Con tutto quello che sta accadendo a livello geopolitico e con i tassi di leverage pubblico e privato che presentano le principali economie avanzate? Con le Banche centrali che comprano di tutto e i titoli ad alto redimento che offrono spread da Bund o da Treasury? Ci credete? 


Il grande reset è in lavorazione e prima porta sempre con sé la calma, solo dopo arriva la tempesta. Che si riferisse a questo Donald Trump nella sua cena con i vertici del Pentagono della scorsa settimana?