Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 novembre 2017

3 gennaio 2016 - Humans live here - Qui vivono persone



Pandora tv presenta il documentario "Humans live here", film realizzato da due giovani registi russi e presentato al Festival di Cannes 2015. Un racconto in presa di diretta dal Donbass, sulla quotidianità di una guerra che, nell'indifferenza dell'Occidente, ha colpito soprattutto la popolazione e i civili.

Washington sponsorizza le guerre e favorisce Wall Street, la Cina è concentrata sulla crescita economica e sulla prosperità dei suoi cittadini


‘Il business della Cina è il business. Il business dell’ America è la guerra’

Davide 4 novembre 2017 , 15:45 

Mentre gli Stati Uniti sono concentrati sulle guerre, la Cina vuole prosperità economica, secondo il consulente aziendale Gerald Celente, il quale prevede che l’economia cinese diventerà la più grande del mondo in meno di 10 anni.

“I politici mentono, ma i numeri no! Date un’occhiata al declino dell’America e al progresso della Cina. La tendenza è innegabile. Le famiglie a reddito medio dell’America si sono ridotte dal 61% nel 1971 al 50% di oggi, mentre la Cina è cresciuta dal 5% nel 2000, poco prima di aderire all’Organizzazione del Commercio Mondiale “, ha dichiarato Celente a RT.

Pechino si è impegnata a investire nel suo futuro economico, e questo è dimostrato dal discorso del presidente Xi Jinping al 19 ° Congresso Nazionale del Partito comunista cinese in ottobre, osserva l’analista.“La Cina sta investendo nel suo futuro. Dall’alta tecnologia a NEV (nuovi veicoli elettrici), e vuole accelerare lo sviluppo di internet, delle industrie di produzione avanzate 4.0 e dell’innovazione. Dalle acquisizioni estere di porti, industrie e aeroporti all’Iniziativa One Belt One Road, la Cina è in grado di assumere la leadership della globalizzazione economica “, ha scritto Celente. Ma mentre la Cina è concentrata sulla crescita economica e sulla prosperità dei suoi cittadini, la situazione è opposta negli Stati Uniti. ”Non si sentono mai quelle parole provenienti dai politici americani. Confrontiamo per esempio la visione di Xi con le azioni del presidente Trump per una massiccia richiesta di fondi per la “maggiore spesa militare nella storia americana” … e non una parola sulle crescenti esigenze di una vita migliore, armonia, avanzamento culturale e un miglioramento della nazione”. “E, il signor Trump rimane fedele al suo impegno con l’espansione delle guerre in tutto il Medio Oriente, in Afghanistan e in Africa. D’altro canto, il presidente Xi, che ha messo al primo posto l’economia cinese ha detto che la modernizzazione della difesa nazionale e delle forze armate dovrebbe essere completata nel 2035 “, ha aggiunto. Mentre l’economia cinese cresce da 6,5 ​​a 7 per cento l’anno, e gli Stati Uniti sono bloccati al 2 – 2,5 per cento, Celente prevede che la Cina diventerà l’economia più grande al mondo nei prossimi 10 anni. “Non solo il PIL della Cina supererà il livello statunitense entro il 2026, la classe media cinese, oltre il 50 per cento in avanti, supererà anche gli Stati Uniti”. 

Gli Stati Uniti hanno la possibilità di posticipare la dominazione cinese, ma solo quando Washington smetterà di sponsorizzare le guerre e di favorire Wall Street. “Affinché l’America possa avanzare economicamente oltre la Cina, deve nuovamente unificarsi per il bene comune, incoraggiare l’imprenditoria invertendo le tendenze che favoriscono Wall Street, le grandi società e la monopolizzazione, ridirezionando le risorse della nazione fuori dalla costruzione di una macchina da guerra sempre più grande e contro gli intrighi estranei all’investimento per propri cittadini e la propria nazione “, ha detto Celente.


Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da FABIONE

Il Renminbi caccia via il Dollaro


L’intrigo al centro del triangolo Pechino-Riyad-Washington

Davide 4 novembre 2017 , 8:25 


Saudi Aramco è la compagnia petrolifera più grande al mondo. È proprietaria di più di 100 campi di petrolio e gas in Arabia Saudita, con riserve di almeno 264 miliardi di barili di petrolio, circa un quarto di quelle conosciute al mondo. Le cifre della produzione dell’azienda non danno l’immagine completa, visto che i dati esistono solo da alcuni anni. Ma, per dare un’idea, nel 2013 Saudi Aramco ha prodotto 3,4 miliardi di barili di petrolio greggio. Gli analisti calcolano che ogni anno l’azienda saudita estrae circa il doppio di petrolio e gas, in termini di barili di petrolio equivalente, rispetto alla più grande società statunitense, la ExxonMobil. È interessante notare che Saudi Aramco non compare mai nelle classifiche dei più grandi produttori di petrolio, dato che non pubblica informazioni finanziarie quali profitto, vendite, beni o capitalizzazione di mercato. In cima alla classifica risultano dunque le americane ExxonMobil e Chevron, le cinesi Sinopec e PetroChina, l’anglo-olandese Royal Dutch Shell, la britannica BP e la francese Total. Ma tutti sanno perfettamente che queste impallidiscono di fronte ai sauditi.

Il management di Saudi Aramco ha innescato una vera bomba all’inizio del 2016, quando ha annunciato il progetto di privatizzare una parte dell’azienda tramite IPO. La proposta era di vendere azioni pari a circa il 5% della società. È necessaria una stima del suo potenziale prezzo di mercato per capire quanto questo varrebbe in termini assoluti. Praticamente il giorno dopo questo annuncio (gennaio 2016), i media di tutto il mondo hanno pubblicato una straordinaria valutazione da parte dell’analista indipendente Mohammad Al Sabban, ex consigliere senior del ministero del petrolio Saudita. Ha stimato il valore della società a $10.000.000.000.000 (dieci trilioni di dollari USA). Per fare un paragone, nel 2016 la ExxonMobil ha superato appena i 350 miliardi di dollari di capitale sociale. È vero che poi sono stati riscontrati alcuni errori nella valutazione e la cifra si è ridotta a 2 trilioni. Ciò significava che l’Arabia Saudita avrebbe raccolto circa 100 miliardi di dollari dalla vendita del 5% della società. Ma la carta vincente di Saudi Aramco non sono i livelli record di produzione di petrolio, ma piuttosto le riserve di materie prime a base di idrocarburi a propria disposizione. E queste sono in numero neanche avvicinabile per le succitate concorrenti.

Al momento, Riyad aggiusta e verifica i dati sulle riserve di idrocarburi nei campi di proprietà di Saudi Aramco. Le relazioni finanziarie vengono elaborate con precisione nei formati necessari per un’offerta pubblica di azioni. La compagnia sta subendo un processo di ristrutturazione per ottimizzare il modo in cui viene organizzata e gestita. E infine, è stato fatto un passo importante per abbassare le imposte sui profitti della società. Il tasso d’imposta tradizionale era del 90%, ma quest’anno è stato fissato al 50%, che più o meno corrisponde al livello di tassazione delle principali compagnie petrolifere occidentali. L’abbassamento dell’aliquota aumenta i dividendi e rende l’azienda un obiettivo più attraente per gli investitori.

Ma dall’inizio del 2017, le stime del valore di mercato di Saudi Aramco sono inaspettatamente cominciate a diminuire. Sono cominciate a venir fuori stime secondo le quali il capitale sociale era di 1,5 trilioni di dollari, poi di 1 solo. La società di consulenza Wood Mackenzie ha stimato il valore di Saudi Aramco a 400 miliardi di dollari complessivi, non lontano da quella dell’americana ExxonMobil. Ed improvvisamente i consulenti occidentali hanno cominciato a parlare della necessità di “scontare” il valore della società saudita, in quanto di proprietà statale, e nei mercati dei titoli tutti i diritti governativi per convenzione sono venduti “scontati”. Saudi Aramco attualmente dedica il 50% dei propri profitti alle tasse, ma dato che il governo possiede l’azienda potrebbe comunque ripristinare domani il tasso d’imposta al 90% con un semplice colpo di penna. C’è anche il rischio che i prezzi del petrolio possano essere bassi per i prossimi anni, cosicché la compagnia potrebbe non essere in grado di generare grandi profitti. Niente di tutto ciò però spiega perché le valutazioni della società saudita siano così precipitate nell’ultimo anno.

Gli analisti danno la colpa alla pressione che Washington sta mettendo su Riyad, per ragioni che hanno a che fare sia col mercato valutario che con quello petrolifero. E la pressione proveniente da Washington è a propria volta una risposta a quella esercitata su Riyad dalla Cina, che vuole comprare petrolio da Saudi Aramco in renminbi e non in dollari. La Cina è attualmente il più grande importatore di petrolio al mondo, avendo scalzato gli Stati Uniti dal loro precedente primo posto. La Cina è anche il maggior cliente dell’industria petrolifera saudita, e Pechino non vuole pagare troppo per quell’oro nero usando la moneta americana. Alcuni esportatori di petrolio che vendono in Cina, tra cui Nigeria ed Iran, hanno già deciso di usare il renminbi. Anche la Russia ha recentemente iniziato a vendere petrolio in Cina in renminbi (anche se per ora solo una piccola percentuale).

L’Arabia Saudita, tuttavia, è fortemente dipendente dagli Stati Uniti e ha finora rifiutato di accettare renminbi. E questo rifiuto sta costando caro al paese: Pechino sta gradualmente individuando altri fornitori che prendano il posto di Riyad. I Sauditi erano il principale fornitore estero di petrolio per la Cina, ma recentemente la Russia li ha superati. Se la situazione dovesse andare avanti così, Saudi Aramco potrebbe perdere completamente il mercato cinese.

Riyad si trova ora tra l’incudine e il martello. È difficile immaginare cosa le reazioni atlantiche, dovesse l’Arabia vendere anche solo un barile di petrolio in cambio di moneta cinese. Dopo tutto, questa sarebbe una sfida diretta al petrodollaro, nato proprio in Arabia Saudita negli anni settanta, partorito dagli accordi tra Kissinger ed il re Faysal.

Washington ha consigliato caldamente Riyad di astenersi dalla mossa sconsiderata di sostituire il dollaro col renminbi nelle sue transazioni con la Cina, per timore che anche altri player seguano l’esempio (il petrolio potrebbe essere scambiato per rubli, rupie, riyal, ecc.). Ed un domani tale epidemia potrebbe infettare anche altri mercati di materie prime. A proposito, quest’anno Pechino inizierà a scambiare futures petroliferi valutati in renminbi sui propri mercati di materie prime. E sostiene che questo è solo il primo passo.

Voci nel governo americano suggeriscono di bloccare la quotazione delle azioni Saudi Aramco sulla borsa di New York. Il piano sarebbe quello di vendere allo scoperto i titoli della compagnia. Alla luce di questo sviluppo, Riyad ha annunciato che posticiperà la quotazione delle proprie azioni a data da destinarsi. Il problema però resta – l’Arabia Saudita dovrà ancora fare una scelta tra il dollaro ed i renminbi.

Anche se Pechino sta aumentando la pressione su Riyad, allo stesso tempo offre anche la possibilità di acquistare direttamente il 5% di Saudi Aramco, consentendo ai Sauditi di rinunciare al solito rituale di quotazione delle proprie azioni sui mercati occidentali. E la Cina è pronta a pagare un prezzo “giusto” (circa 100 miliardi di dollari). Il governo cinese ha già annunciato che sta formando un consorzio di imprese energetiche e finanziarie, con contributi dal proprio fondo sovrano, per acquistare un “pezzo” della società saudita. I media cinesi riferiscono che quel consorzio è pronto a diventare un investitore fondamentale in Saudi Aramco.

La mossa vincente di Pechino nel suo gioco di scacchi contro Washington ha neutralizzato la minaccia USA di interrompere la vendita di Saudi Aramco, contemporaneamente spingendo Riyad verso la decisione di vendere il proprio petrolio in renminbi.

E così la trama all’interno del triangolo degli intrighi Pechino-Riyad-Washington si infittisce.



Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di HMG

Lo zombi rimane sempre più solo, il puzzo diventa intollerabile

Un Renzi sul viale del tramonto non commuove nessuno…

di Alessandro Avvisato 

Unendo i puntini su un foglio di carta si ottengono comunque delle figure. Magari orrende e prive di senso, ma si ottengono.

Se quindi proviamo rintracciare un filo logico nella serie di “incidenti” che va inanellando Matteo Renzi negli ultimi mesi l’immagine che balza agli occhi è quella del cupio dissolvi, quasi un tocco di Mida al contrario.

La sortita contro il rinnovo dell’incarico a Ignazio Visco, come governatore della Banca d’Italia, ha avuto l’efficacia militare di un attacco kamikaze finito in mare, anziché sulla flotta avversaria. Un attacco proseguito anche dopo il fallimento manifesto – quando Gentiloni aveva ormai “proposto il rinnovo” in consiglio dei ministri e Mattarella preparava la penna per la firma – costringendo gli ormai fedelissimi (Lotti, Martina, Boschi e Delrio) alla penosa presentazione di certificati medici o “precedenti impegni” per giustificare l’assenza.

E’ solo l’ultimo episodio lungo una nutrita serie di sconfitte o figuracce, al punto che l’annunciata batosta nelle elezioni siciliane (dove il Pd rischia di arrivare addirittura quarto, con meno voti persino degli odiatissimi rivali del “centrosinistra classico”) si profila come il big bang che potrebbe costringerlo in una posizione insostenibile.

E non convince molto neanche l’ipotesi che questo andare a testa bassa contro Visco e Bankitalia sia l’estremo tentativo di togliere spazio ai Cinque Stelle recitando – anche lui – la parte del tribuno “che difende i risparmiatori”. Le manovre intorno a Banca Etruria e le altre banche, responsabili della truffa ai danni dei correntisti abbindolati o costretti a sottoscrivere “obbligazioni senza garanzia”, sono troppo recenti e tutti ricordano il ruolo avuto dallo stesso Renzi e dalla Boschi nella difesa dei truffatori. Pensare di rifarsi una verginità in materia provando a scaricare ogni responsabilità sulla vigilanza poco attenta di Via Nazionale – che può comunque vantare il “merito” di aver denunciato al situazione, sia pure in ritardo – non sembra la pensata degna di uno statista.

Anche l’imposizione del voto di fiducia sul rosatellum, che in altri momenti sarebbe passata tra mugugni senza conseguenze, ha provocato l’uscita dal Pd di Pietro Grasso, presidente del Senato ed ex capo della Direzione nazionale antimafia. Un nome che elettoralmente pesa poco, ma funziona da punta di un iceberg che raccogli tutto il personale istituzionale di alto livello.

Per non parlare della tristissima esperienza del “treno” con cui ha iniziato a girare per l’Italia. Presto sparito dalle cronache, costrette in genere a registrare la pessima accoglienza ad ogni fermata.

Inutile scomodare i cosiddetti “poteri forti”, che sono invece quelli che l’avevano scelto come caterpillar per smantellare la Costituzione e il sistema integrato welfare-diritti. Su questo fronte Renzi può presentare infatti “grandi successi” (Jobs Act, “buona scuola”, tagli alla spesa pubblica, specia sanitaria, ecc), anche se ha fallito quella principale (la “riforma costituzionale”).

Non è da lì insomma che gli vengono gli attacchi. Semmai, proprio a far data dal 4 dicembre, quegli stessi “poteri” sembrano essersi accorti che il loro “giovane campione” è precocemente imbolsito. La tattica strafottente che fin lì gli aveva permesso di eseguire gli ordini più impopolari si è rapidamente introvertita in avventatezza; la capacità di aggregare pattuglie ansiose di salire sul carro del vincitore si è rovesciata in stimolo alla fuga dal campo perdente; l'”io contro tutti”, la rottamazione come “grande idea dirinnovamento”, si è trasformato in progressiva solitudine.

Su questa via, si diceva, le elezioni siciliane possono diventare la classica goccia che fa traboccare il vaso. E i sondaggi negativi, che alimentano proiezioni terrificanti in termini di seggi alle politiche di primavera, potrebbero consigliare un cambio di cavallo in corsa. In fondo le sue truppe sono berlusconianamente tenute insieme dall’avidità di potere, non certo da disegno politico di lungo periodo; dunque, se “il capo” non può più garantire successi elettorali, seggi e poltrone, diventa rapidamente inarrestabile la fuga verso chi può dare maggiori garanzie.

E’ un ragionamento che vale appunto anche per i “poteri forti”. Se questo contafrottole non convince più nessuno, forse conviene cambiare cavallo. In fondo c’è una squadra che riesce a fare le stesse cose senza alzare troppo casino…

Immigrazione di Rimpiazzo - l'euroimbecillità è contagiosa dall'Italia alla Germania


Germania: perse le tracce di 500mila richiedenti asilo, la situazione è fuori controllo

-3 novembre 2017
Gabriele Costa

Berlino, 3 nov – Secondo uno dei più quotati luoghi comuni sul carattere dei popoli, gli italiani sarebbero disorganizzati, cialtroni, corrotti, esperti dell’arte dell’arrangiarsi, senza pianificazione e senza competenze. I tedeschi, al contrario, sarebbero sempre diligenti, organizzatissimi e incorruttibili. Insomma, “se l’Italia fosse un Paese normale”, “se anche noi avessimo la Merkel”, ecc. Quante volte lo abbiamo sentito, dalla politica all’economia fino alla più recente (e scellerata, in ogni caso) gestione dei richiedenti asilo? Ebbene, vi sveliamo un piccolo segreto: la realtà è ben diversa. Anche in Germania i treni arrivano in ritardo, vengono aperti cantieri i cui lavori durano ere geologiche, la pianificazione può lasciar molto a desiderare (vedi il nuovo aeroporto di Berlino, non ancora terminato e con costi mostruosamente lievitati), le banche tedesche sono tutt’altro che in salute, i suoi scandali di corruzione e truffa fanno impallidire anche Tangentopoli (vedi Siemens e Volkswagen).

Questa visione distorta della realtà si riflette anche sul tema dell’immigrazione. Quando la Merkel aprì nel 2015 indiscriminatamente le frontiere ai richiedenti asilo, quasi tutti si bevvero la propaganda della cancelliera: “Guarda la Merkel, si prende solo i siriani istruiti, così si fa una giusta integrazione”. La famigerata notte di Capodanno a Colonia e la mattanza al mercato natalizio di Berlino, però, squarciarono il velo di Maya e mostrarono a tutti la cruda realtà. Così si è non solo scoperto che l’immigrazione, oltre a un presunto “arricchimento”, porta anche degrado, criminalità e terrorismo, ma si è fatta luce anche su un altro dettaglio di non piccolo conto: i “siriani istruiti” non rappresentano che una minoranza infima di quel milione e mezzo di presunti profughi che hanno invaso la Germania negli ultimi tre anni. Inoltre, la maggior parte di loro non solo è poco e male istruita, ma anche tutt’altro che propensa a integrarsi.

Ma c’è di più. Ieri la Bild ha scoperchiato il vaso di Pandora con un titolone in prima pagina che ha fatto rabbrividire tutti: 30 mila richiedenti asilo sono spariti. Non si tratta, ovviamente, di desaparecidos argentini, ma di presunti profughi che sono sfuggiti al controllo delle autorità e si trovano ancora su territorio tedesco, senza sapere cosa stiano facendo. Molti di loro hanno visto respinta la propria richiesta di asilo e dovrebbero pertanto essere espulsi. Ma, proprio come nella “disorganizzata” Italia, grazie alla presentazione di un ricorso (e dei tempi lunghi della magistratura), gli immigrati possono rimanersene in Germania e, alla bisogna, darsi alla macchia. La Bild, tuttavia, è stata sin troppo moderata nel dare le cifre. Secondo il Welt, infatti, il numero dei “profughi spariti” potrebbe tranquillamente raggiungere le 520 mila unità. Ma che ci volete fare? Anche nella “organizzatissima” Germania non hanno la minima idea di quanti effettivamente siano e, soprattutto, di dove si trovino. Almeno fino al prossimo stupro o attentato.

Mauro Bottarelli - attraverso Giulio Regeni si cerca di mandare segnali precisi per NON uscire dall'Europa degli euroimbecilli

SPY FINANZA/ Le manovre per arrivare alla retromarcia sulla Brexit

Negli ultimi giorni ci sono notizie che arrivano dal Regno Unito che sembrano mostrare in controluce la volontà di fare marcia indietro sulla Brexit, dice MAURO BOTTARELLI

03 NOVEMBRE 2017 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

Dopo 10 anni, ieri la Bank of England ha alzato i tassi di interesse di un quarto di punto, portandoli dallo 0,25% allo 0,5% con un voto non unanime ma abbastanza netto di 7 a 2 all'interno del board. Di per sé, visto l'ambito temporale e l'inflazione reale del Regno Unito al 3%, nulla che faccia gridare allo scandalo. Il problema è il timing in cui va a inserirsi questa decisone, attesa appunto non da mesi ma da due lustri: il peggiore possibile, politicamente ed economicamente parlando. Guardate infatti questo grafico più sotto, ci mostra come il Regno Unito oggi stia patendo il peggior calo delle vendite retail dal 2009 a oggi: non certo un segnale bene augurante in vista della stagione natalizia, quella che di solito garantisce un boom dei consumi. E, quindi, del Pil. 

Inoltre, il comparto delle vendite al dettaglio pesa per il 10% dell'occupazione in Gran Bretagna: e se il dato peggiorasse, magari acuito dalla crescita ulteriore del commercio on-line e partissero dei bei licenziamenti di massa nelle principali catene? E parlando di occupazione, ecco che proprio la stessa Bank of England deve dirci altro, oltre alla questione costo del denaro. La cifra di 75mila posti di lavoro a rischio a causa della Brexit, per quanto riguarda i settori bancario e assicurativo, fa parte di «una gamma plausibile di scenari». Lo ha dichiarato appunto il vice-governatore della Bank of England, Sam Woods, parlando alla House of Lords. Woods ha comunque specificato che la stima - riferita dalla BBC - non è stata formulata dalla Banca centrale britannica, bensì dagli analisti di Oliver Wyman, la cui previsione si muove in un range tra i 65mila e i 75mila posti a rischio. 


Il vice governatore ha inoltre spiegato ai legislatori che è ragionevole attendere una perdita di 10mila posti nel settore finanziario nel "giorno uno" della Brexit, quando cioè il Regno Unito lascerà l'Unione europea nel marzo 2019. L'articolo firmato da Kamal Ahmed, economics editor della BBC, segnalava che la cifra farebbe riferimento allo scenario nel quale Regno Unito e Ue non arrivassero a un accordo specifico in merito ai servizi finanziari e che il numero effettivo potrebbe «cambiare a seconda dell'accordo commerciale post-Brexit» che verrà siglato dalle parti. Nello stesso servizio, Ahmed ha riferito che la stessa Bank of England avrebbe già chiesto alle Banche e ad altre istituzioni finanziarie di preparare piani d'emergenza in caso di hard Brexit. 

Come sapete - e non da oggi - sono molto scettico riguardo l'ipotesi di reale attuazione della Brexit, visti i costi reali emersi a cose fatte e la possibile necessità di rimodulazione della stessa Ue in un'entità a due velocità che necessiterebbe di Londra come camera di compensazione fra Ue di serie A (a guida tedesca) e Usa. Possibile? Ufficialmente no. Ma se ne parla e già questo dice molto. Lo ha fatto la scorsa settimana il numero uno del Consiglio europeo, Donald Tusk, dicendo chiaramente che l'esito delle trattative è interamente in mano a Londra, la quale può decidere anche per un cambio di impostazione e per la rinuncia all'addio. Lo fatto ieri William Hague, ex ministro degli Esteri ed ex leader moderato del Partito Conservatore, ufficialmente per negare: «Un secondo referendum sulla Brexit sarebbe il peggior fattore di divisione, all'interno della società britannica, negli ultimi cento anni». E attenzione, perché Hague era schierato a favore del Remain nella consultazione del giugno 2016: però, «la ricerca di una ipotetica rivincita non vale il rischio di una nuova contesa destinata a essere inevitabilmente imbottita d'odio». Ma non basta. Per Hague, un eventuale secondo referendum vedrebbe più probabile una nuova vittoria del Leave e, soprattutto, porterebbe a una reazione infuriata di ampi settori dell'elettorato, se il governo cercasse di rimettere in discussione l'esito del primo quesito: «Non si può andare avanti e indietro, dobbiamo restare fermi nella decisione di lasciare l'Ue». 

Stroncatura di ogni mia argomentazione? E se invece fosse il più classico degli stress test, ovvero far lanciare a qualcuno di autorevole e in maniera pubblica il proverbiale sasso nello stagno, tanto per vedere l'effetto che fa? Tanto più che sempre ieri l'influente think tank britannico The National Institute of Economic and Social Research (Niesr) ha pubblicato un report sulle conseguenze economiche del Brexit prima della sua attuazione e le evidenze parlano già oggi di una perdita netta di oltre 600 sterline per le famiglie britanniche rispetto a un anno fa, con un calo del reddito reale disponibile dell'1,1% rispetto al secondo trimestre di quest'anno, quando il dato era in salita. Il tutto, senza contare che il deprezzamento della sterlina (-17,5% dal novembre 2015) ha spinto verso l'alto i prezzi dell'import e spinto appunto l'inflazione da circa 0% di prima del referendum al 3% attuale, livello che ha fatto muovere la Bank of England, senza però tenere conto delle dinamiche reddituali e salariali. 

Insomma, di colpo il Brexit non solo è un problema e un argomento di dibattito, ma anche una rogna. E quando saltano fuori le rogne, vanno risolte. In un modo o nell'altro. Ed ecco che allora, di colpo, la Commissione elettorale britannica ha aperto un fascicolo su ipotetiche irregolarità nei finanziamenti versati alla campagna pro Brexit in occasione del referendum del giugno 2016 dal magnate Arron Banks, ex donatore principe dell'Ukip all'epoca della leadership di Nigel Farage. L'indagine amministrativa riguarda le donazioni fatte da Banks in veste di presidente di Leave.Eu, macchina referendaria del partito euroscettico, e di fondatore della società Better for the Country Ltd. Stando a fonti della Commissione, ci sono «ragionevoli indizi per sospettare che qualche irregolarità sia stata commessa, nelle procedure attraverso cui Banks ha versato nominalmente 6 milioni di sterline a Leave.Eu e ulteriori 2,3 milioni sono stati raccolti da Better for the Country».

Scandalo in vista? Non serve, basta il sospetto da far finire sui giornali. Lo scandalo vero, con timing straordinario e contemporaneo a tutte queste baruffe attorno al Brexit, sta colpendo il governo, travolto dal dossier sulle molestie fatto circolare da assistenti parlamentari e che ha già reclamato una testa molto pesante, quella del ministro della Difesa, Michael Fallon, dimessosi mercoledì per aver toccato con troppa insistenza la gamba a una giornalista nel corso di un incontro stampa. Ieri la premier britannica Theresa May ha nominato il 41enne Gavin Williamson al posto di Fallon, tanto per mandare un segnale di forza dell'esecutivo: peccato che Williamson occupasse sì il ruolo di capogruppo dei Tories ai Comuni, ma non abbia alle spalle precedenti incarichi ministeriali, né particolari conoscenza nell'ambito militare. Come dire, devo tappare subito la casella per evitare che la stampa mi divori e lo faccio con un fedelissimo, vista l'aria che tira nel partito, anche se non ha alcuna competenza al riguardo. 

E se i 10 deputati del Dup nordirlandese, fiutata l'aria, minacciassero crisi di governo? Comprarli, in realtà, non costerebbe molto. tanto più che Boris Johnson, ministro degli Esteri, ha conclamate mire di leadership del partito e di premiership, basti notare il carsico logoramento che sta ponendo in atto rispetto all'esecutivo. E se si finisse con un voto anticipato nuovamente, un nuovo contest che vedesse contro proprio Boris Johnson per i Tories e quel Jeremy Corbyn idolatrato da tutti per il Labour, attualmente saldamente avanti nei sondaggi? Si sa, Corbyn è stato più volte decisamente elusivo sull'argomento Brexit e potrebbe trasformarsi nella testa di ponte per giungere a ciò che la City e i poteri forti anelano: un ripensamento che tenga il Regno Unito nell'Ue almeno finché sia necessario. Ovvero, fin quando non sarà risolto il nodo del collaterale di controparte che unisce la City alle banche continentali in forma di contratti, derivati e meno, per triliardi di euro/sterline. 

Sarà un caso, ma la Bank of England si muove, azzardando, proprio ora dopo 10 anni, il governo è sotto scacco per uno scandalo di molestie sessuali e attorno al Brexit il tema referendum-bis continua a emergere, seppur per essere smentito. Sicuri che non siamo in pieno lavorio sotterraneo? D'altronde, se il governo cadesse ora, si potrebbe optare per elezioni a primavera, arrivando a una sospensione delle trattative ufficiali sul Brexit a Bruxelles di almeno sei mesi: nel frattempo, molte cose potrebbero cambiare. E un po' di trambusto economico potrebbe far spaventare a dovere i britannici, magari rendendo meno indigeribile l'ipotesi di un nuovo referendum. O di una sospensione a tempo della procedure di uscita ex articolo 50. Fantapolitica? Può essere, ma vi invito a leggere il libro Il golpe inglese, il quale mostra - documenti dei servizi britannici alla mano - come dal Secondo dopoguerra in poi Londra abbia di fatto controllato l'informazione italiana in chiave di tutela degli interessi di Sua Maestà (e della Nato) nel nostro Paese. 

Un legame diretto, quasi simbiotico. Che, quando serve, può però anche colpire un governo britannico in difficoltà con accuse dall'estero. Tipo lo scoop di Repubblica ieri sul caso Regeni, ovvero le responsabilità di Cambridge nel ruolo avuto dal ricercatore italiano. Strano che esca solo ora, non contenendo nulla di nuovo, se non il fatto che la Procura di Roma si lamenti per l'ennesima volta dell'omertà britannica sull'accaduto e sull'ambiguo lavoro compiuto da Regeni in Egitto per conto dell'ateneo. Guarda quante coincidenze.

Giulio Regeni - era ora che Pignatone si svegliasse, la Fratellanza Musulmana è ben incuneata nell'Europa degli euroimbecilli

Regeni: capire come Fratelli Musulmani si infiltrano in Occidente, dice Gasparri

Maurizio Gasparri di Forza Italia sul caso Giulio Regeni.

Redazione 3 novembre 2017

"è scandaloso che ci sia voluto così tanto tempo per puntare nuovamente l'indice sull'Università di Cambridge e su professori di quell'Ateneo legati notoriamente ai Fratelli Musulmani. È da mesi che denunciamo questo evidente legame che può offrire nuove strade per accertare la verità sull'uccisione di Giulio Regeni. Ma la Procura di Roma era rimasta inerte. Non c'è quindi soltanto il caso Giulio Regeni - informa in una nota Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia -, ma c'è anche un caso Pignatone. Il procuratore della Repubblica diRoma ha atteso mesi e mesi per assumere iniziative in Gran Bretagna dopo il silenzio della professoressa Maha Abdel Rahman."

"Perché Pignatone è rimasto fermo? Avevamo in tanti detto di puntare su Cambridge e sui Fratelli Musulmani perché c'è ilrischio che Regeni sia finito nel gorgo di persone che lo hanno esposto in maniera irresponsabile. Il che non elimina le gravi responsabilità che vanno accertate in Egitto - riflette in ultimo l'esponente azzurro -, ma pone in evidenza quanto avviene nelcuore di una importante università occidentale . E, oltre a capire chi e perché ha mandato Giulio Regeni in Egitto dove è stato ucciso, bisogna capire come i Fratelli Musulmani si possano infiltrare nel cuore dell'Occidente. Pignatone si muove soltanto ora ed è gravissima la sua lentezza e l'aver ignorato denunce che più volte abbiamo fatto. Personalmente avevo rafforzato questo convincimento visitando a luglio l'Egitto proprio per sollecitare alle massime autorità, a cominciare da Al Sisi, la veritàsull'omicidio dello studente italiano. Oltre che su Regeni bisognerà indagare prima o poi anche su Pignatone."

Solo degli euroimbecilli come Gentiloni e il corrotto Pd possono pensare di includere culture ed identità diverse

Ius soli, Gentiloni: “se seminiamo esclusione raccoglieremo odio”

NEWS, POLITICAvenerdì, 3, novembre, 2017

Gentiloni si rende conto che sta minacciando gli italiani paventando ritorsioni dei “migranti” e che quindi ammette che stiamo per dare la cittadinanza a gente che potrebbe manifestare indole vendicativa?


“Dobbiamo liberare questo tema (lo ius soli, ndr) dalle strumentalizzazioni. Non possiamo lasciar passare l’idea che arriveranno tanti barconi se riconosciamo il diritto di cittadinanza ai bambini che vanno a scuola o giocano a calcetto o a basket con i nostri figli e nipoti. A chi ha dubbi, segnalo che nei prossimi 20 anni noi avremo bisogno di includere le comunità straniere che decidono di abitare qui. Seminando esclusione, raccoglieremo odio”.

Lo afferma il premier Paolo Gentiloni in un passaggio, pubblicato dal Corriere della Sera, del libro di Bruno Vespa intitolato “Soli al comando”.”

Non dobbiamo ripetere l’esperienza vista in troppi quartieri di troppe metropoli europee in cui la radicalizzazione estremista è molto più diffusa che da noi. Includere è un buon investimento per il nostro futuro”, conclude il presidente del Consiglio. (askanews)

Mauro Bottarelli - Destabilizzare l'Italia - Il Pd ci si è messo d'impegno, lo zombi Renzi a braccetto con lo zombi Berlusconi ci affosseranno inevitabilmente

SPY FINANZA/ Così la campagna elettorale sta facendo avvicinare la Troika

Ormai, al di là del voto in Sicilia, l’Italia è in campagna elettorale. E seri problemi dell’economia non vengono affrontati, né pare si risolveranno dopo le elezioni. MAURO BOTTARELLI

04 NOVEMBRE 2017 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

Si vede e si sente che siamo in campagna elettorale. E non solo per le regionali siciliane di domani: la politica è ormai completamente assorbita dall'appuntamento legislativo della prossima primavera. Si sente parlare di Piano Marshall per il Sud e rilancio del progetto del ponte sullo Stretto, il governo - dopo mesi e mesi di totale disinteresse - convoca in fretta e furia le parti sociali per riuscire a esentare più categorie possibili dalla tagliola della pensione a 67 anni e garantirsi così un po' di consenso in extremis. Tutti spot. Tutta campagna elettorale, mentre tutt'intorno il Paese muore

Certo, il divario Nord-Sud è un problema serio, devastante. Ma voi credete davvero che Berlusconi questa volta farà seguire alle parole i fatti, in caso di vittoria? O lo farà il Pd con il suo Jobs Act? O magari i grillini con le loro ricette "rivoluzionarie"? Vediamo qualche numero di questo gap, relativo al Pil. Numeri veri, duri, non le minestre allungate dell'Istat È dall’analisi della capacità produttiva che si possono comprendere i divari cresciuti negli anni di una crisi che ha tagliato del 11,9% il Pil del Sud tra il 2007 e il 2015, contro il -6,7% del Centro Nord e il 5,7 o 5,9% del Nord-Ovest e del Nord-Est. Un distacco che, nel 2016, si rifletteva ancora in pieno nel fatto che il prodotto per abitante del Mezzogiorno è stato pari a circa il 56% di quello del resto del Paese

Le cause? Stando alle analisi di Bankitalia, il divario è attribuibile in parti pressoché uguali «alla diversa quota di popolazione occupata e alla produttività, che nelle regioni meridionali è più bassa di oltre il 20% rispetto al resto del Paese». Pesano i diversi contesti territoriali e le diverse dinamiche di produttività totale dei fattori. Nel Centro Nord l’utilizzo di forza lavoro qualificata da parte delle imprese è maggiore così come lo è la capacità dei centri urbani di attrarre soggetti con più elevata scolarità. E diversi sono state negli ultimi anni anche i tempi di rientro nel mercato del lavoro di chi aveva perso l’impiego. Nelle medie nazionali tra il 2008 e il 2013 meno del 29% dei disoccupati è riuscito ritrovare un nuovo impiego entro sei mesi e solo dal 2014 la quota ha ripreso a crescere, accelerando in modo significativo nel 2015. Nel Mezzogiorno invece solo il 26,5% di chi aveva perso un impiego nella media del quadriennio 2009-2012 ha trovato un nuovo lavoro dipendente entro sei mesi (a fronte di circa il 28% nel Nord e il 29% al Centro). 

Vogliamo parlare di università, ovvero il motore che dovrebbe prevenire questo gap, investendo in professionalità e ricerca, oltre che tamponare l'ormai mitica fuga dei cervelli, argomento buono per ogni stagione? In un decennio netto - dal 2005-2006 al 2015-2016 - la pressione fiscale universitaria, spiega il dossier dell’Udu pubblicato ieri e ripresa da Repubblica, è cresciuta del 61%. Sono gli anni in cui la crisi economica ha fortemente contratto l’inflazione, tant’è che, per lo stesso periodo, l’Istat certifica un incremento complessivo dei prezzi al consumo dell’11,5%. In altre parole, la “contribuzione studentesca” - l’insieme delle tasse universitarie, dei contributi regionali e di quanto sborsano genitori e figli per arrivare alla laurea - in dieci anni è cresciuta ben oltre l’inflazione. Esattamente di 474 euro a studente, facendo schizzare la “tassa media” da 775 euro a 1.249. 

È negli atenei del Nord che si registra la tassazione più onerosa: in media 1.501 euro a studente nel 2015-2016, ma è al Sud, tuttavia, che si totalizza l’incremento più consistente: più 90% in dieci anni. «Nelle sole università statali il gettito complessivo della contribuzione a livello nazionale - si legge nel report - è passato da 1 miliardo e 219 milioni a 1 miliardo e 612 milioni: quasi 400 milioni in più, spillati agli studenti per coprire la progressiva diminuzione dei finanziamenti statali per le università». A Lecce le tasse sono più che triplicate: più 207,47% in 10 anni, equivalente a 633,86 euro di aumento. Alla Sapienza di Roma la crescita in dieci anni è stata di 702 euro: più 111%, mentre l'aumento alla Statale di Milano ha toccato 510 euro: più 45%. 

Ma il contesto è ancora peggiore, se guardiamo alla stagnazione salariale, un qualcosa di strettamente collegato non solo all'anemico tasso di inflazione che sta facendo tribolare la Bce, ma anche ai consumi e al potere d'acquisto, i driver veri di un ripresa sostenuta e sostenibile, oltreché strutturale e non una tantum. Una voce, in particolare, merita attenzione: lo scollamento fra crescita degli occupati e debolezza delle ore lavorate. Sempre ieri, l'Osservatorio Jobpricing, che traccia l'andamento delle buste paga nel settore privato in base ai dati comunicati dai lettori attraverso il portale, ha fornito la sua fotografia della situazione. Da mani nei capelli, altro che ripresa. Nell'aggiornamento semestrale del Jp Salary Outlook, che compendia i numeri al primo semestre del 2017, l'Osservatorio rileva che tra gennaio e giugno le retribuzioni mediamente sono calate dello 0,2%: «Una situazione stazionaria a confronto con il dato dell'intero anno 2016, in cui le retribuzioni erano cresciute dello 2,1%. Calano leggermente le retribuzioni fisse degli impiegati (-0,5%), mentre crescono lievemente quelle di operai e quadri (rispettivamente +0,4% e +0,6%). Le retribuzioni dei dirigenti, dopo 3 anni di calo retributivo costante e significativo, non mutano il proprio livello retributivo nei primi 6 mesi del 2017 (-0,1%)». 

Sebbene da più parti si lamenti la mancata crescita dell'inflazione, che è sintomo - se a livelli controllati - di salute economica, la beffa per i lavoratori è che la pur bassa dinamica dei prezzi batte quella delle buste paga, rischiando di erodere il potere d'acquisto. Tra gli elementi di riflessione sulle buste paga dei dipendenti italiani che emergono dall'Osservatorio si conferma negli ultimi dati la sostanziale concentrazione (verso il basso) degli stipendi. Solo il 6,5% dei lavoratori - in base ai dati osservati - ha una retribuzione sopra i 40mila euro, mentre i due terzi si concentrano nella fascia inferiore a 31mila euro. Ma attenzione, «al contempo è presente una coda molto lunga composta da pochi lavoratori con retribuzioni particolarmente alte». Vogliamo mettercelo in testa che se non si mettono in tasca soldi alla gente, la ripresa non arriverà mai? E non con i vari redditi di cittadinanza e provvedimenti statalisti del genere, ma agendo sul cuneo fiscale: adesso, subito e con il machete. Che questo piaccia o meno all'Ue, perché altrimenti si muore. O si diventa americani, destino che rischiamo sempre di più: ovvero, indebitati per sopravvivere

Giovedì CareerBuild presentava le conclusioni del suo ultimo report sull'occupazione Usa. Bene, il 78% dei lavoratori a tempo pieno ammette di vivere mese per mese, in aumento dal già poco lusinghiero 75% di un anno fa. Di più, il 71% degli occupati Usa ammette di avere debiti, su dal 68% dello stesso periodo nel 2016. E se per il 46% degli interpellati quel debito è gestibile, il 54% dice di non riuscire a venirne a capo, tanto che il massimo che si riesce a mettere da parte è 100 dollari o meno al mese. Insomma, se il bambino ha bisogno del dentista, tocca chiedere un prestito. È questo che vogliamo per l'Italia, seguire lo straordinario modello Usa dell'indebitamento a vita, dal mutuo per la casa a quello scolastico alle rate per la macchina o la lavatrice? 

Serve operare sul potere d'acquisto e i livelli salariali, magari obbligando lorsignori di Confindustria a smetterla con le difese delle rendite di posizione e profittuale e pensando finalmente una volta al bene comune. Altrimenti, beviamoci pure gli spot della campagna elettorale. Ma non aspettiamoci nulla di diverso da quanto abbiamo avuto in dote fino ad adesso. E con la Bce costretta giocoforza ad abbassare un po' il volume difensivo d'intervento, l'Italia e le sue aziende sono le prime sulla linea del fuoco. 

Occorreva pensarci mesi fa, ma, forse, pensandoci seriamente ora, qualcosa si può ancora fare. Se si spera di agire dopo il voto di primavera, tanto vale aprire fino da adesso la porta alla Troika. Perché quello sarà il nostro destino. Greco.

Destabilizzare l'Italia - quelli del Pd, tutti euroimbecilli, si sono venduti agli stranieri, alcuni più di altri

"Benifei e Cofferati camerieri Soros. Possibili elementi per denuncia"

Intervento di Stefania Pucciarelli, presidente III Commissione regionale Attività produttive e consigliere regionale Lega Nord Liguria.


Liguria - Deportazioni di massa a fini economici per destabilizzare il Paese. C’è chi ammette di essere orgogliosamente amico dei poteri forti e quindi nemico dei diritti dei lavoratori italiani. Per alcuni George Soros è uno speculatore ‘Illuminato’ senza scrupoli, che a proprio vantaggio lavora per sovvertire l’ordine democratico, destabilizzare Governi eletti dal popolo e minare le conquiste del proletariato ottenute dopo anni di lotte nei Paesi Occidentali. Per altri, come quelli del Pd, sarebbe un filantropo buono che aiuta i migranti senza pretendere nulla in cambio.
Senz’altro, il complice dei Rothschild risulta coinvolto in grandi intrighi e protagonista della svalutazione della lira nel 1992, quando fu svenduta l’Italia. Anche l’ex Presidente del Consiglio Bettino Craxi lo definì un finanziere squalo che fece una colossale speculazione sulla nostra moneta guadagnandoci svariati miliardi e, dopo questa sua impresa, a riconoscimento, l’Università di Bologna gli conferì la laurea honoris causa. Pertanto, non stupisce affatto che alcuni figli partoriti da Pci e Pds ora riconoscano di essere andati a Bruxelles per fare i camerieri dell’amico Soros.
La notizia degli europarlamentari di sinistra corteggiati dalla sua ‘Open Society Foundations’, era già apparsa sui media l’anno scorso con i dati di ‘dcleaks’ diffusi sul web. Ora, alla vigilia del voto che il Pd vorrebbe chiedere per approvare la folle legge sullo Ius Soli, questa informazione è tornata alla ribalta sui quotidiani nazionali.
Fra di loro ci sono lo spezzino Brando Benifei e l’ex sindaco di Bologna Sergio Cofferati, eletti in Liguria. Benifei, dopo un anno di silenzio, ieri ha replicato ai dati di ‘dcleaks’ affermando di essere orgogliosamente amico di Soros perché guida una Fondazione che si batterebbe per i diritti dei migranti senza avere ulteriori scopi.
Prendiamo atto della sua ammissione e chiediamo anche all’europarlamentare Sergio Cofferati, genovese d’adozione, di fare chiarezza. Perché, a questo punto, potrebbero sussistere elementi per una denuncia per tradimento dello Stato od atti contrari agli interessi nazionali.
In ogni caso, i lavoratori liguri, inclusi quelli dell’Ilva, hanno diritto di sapere se anche l’ex sindacalista pensi che sia suo dovere schierarsi con i poteri forti e difendere i migranti. Ossia manodopera a basso costo e molto più facile da manipolare, rispetto agli italiani, per fargli accettare il cappio delle condizioni imposte da multinazionali, UE e speculatori senza scrupoli supportati dal Pd. Non si tratta, dunque, di mera sostituzione etnica. Dall’attuale business immigrati di onlus e coop a quello del prossimo domani sulla pelle dei nostri lavoratori, è tutto già previsto.

Stefania Pucciarelli, presidente III Commissione regionale Attività produttive e consigliere regionale Lega Nord Liguria
Venerdì 3 novembre 2017 alle 15:17:01

Iran - nessun paese può arrogarsi il diritto di impedire agli stati di dotarsi di armi per difendere i propri confini

Missili iraniani: strategia di deterrenza?



Missili iraniani: strategia di deterrenza?

L'Iran considera i suoi missili capacità militari in grado di contrastare i suoi rivali regionali

DI ELVIO ROTONDO SU 3 NOVEMBRE 2017 17:00

L’Iran considera i suoi missili capacità militari in grado di contrastare i suoi rivali regionali e nonostante le sanzioni internazionali, che hanno limitato notevolmente la capacità di Teheran di sviluppare le forze armate convenzionali, il Paese è diventato sempre più autosufficiente nello sviluppo di missili balistici. Infatti, tale sviluppo sarebbe stato influenzato anche dalla necessità di rispondere al crescente numero di sistemi antimissili balistici dei paesi del Golfo e di Israele.

Le vicine nazioni arabe del Golfo, ospitano basi militari americane che hanno in dotazione moderni aerei da combattimento e batterie antimissili acquistate dagli Stati Uniti.

Il 31 ottobre, il capo della guardia rivoluzionaria paramilitare iraniana (IRGC), il Generale Mohammad Ali Jafari, ha riferito ai giornalisti che il leader supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha limitato il raggio dei missili balistici sviluppati nel Paese a 2.000 km.

Il raggio di 2.000 chilometri include gran parte del Medio Oriente, tra cui Israele e basi militari americane nella regione. Questa potrebbe essere una preoccupazione per gli Stati Uniti e i suoi alleati. Il programma missilistico balistico iraniano non è stato incluso nell’accordo sul nucleare del 2015, raggiunto con le potenze mondiali.

La guerra Iran-Iraq, durata otto anni, aveva dimostrato l’inferiorità e l’inadeguatezza dei militari iraniani. La scarsa tecnologia, l’equipaggiamento e l’addestramento delle forze armate di Teheran sono costate circa 400.000 vittime iraniane. Inoltre, durante la guerra, il Paese aveva subito attacchi missilistici (Scud) dall’Iraq. Dopo la guerra, l’Iran ha cercato di consolidare l’industria della difesa e modernizzare le forze armate acquistando armamenti pesanti convenzionali dall’Unione Sovietica, ma anche da Cina e Corea del Nord per quanto riguarda missili e la loro componentistica.

Teheran con l’acquisto di missili e tecnologie nordcoreane, ha così fornito valuta preziosa a Pyongyang, fortemente sanzionato. Sembra che i missili nordcoreani e le relative tecnologie acquisiti in passato da Teheran continuino ad alimentare speculazioni su un’eventuale cooperazionein corso tra i due Paesi.

Secondo Elleman, senior fellow dell’International Institute for Strategic Studies di Washington, oggi l’Iran avrebbe in dotazione, probabilmente, missili con la capacità di superare i 2.000 chilometri (il missile balistico Khorramshahr), anche se ha scelto di limitare il suo raggio mettendo una testata più pesante.

Nel frattempo, l’Iran ha iniziato i lavori nella sua centrale nucleare di Bushehr di altri due reattori atomici per generare elettricità. Ali Akbar Salehi, capo dell’Organizzazione dell’energia atomica dell’Iran, sostiene che il primo dei nuovi reattori andrebbe in linea tra sette anni.

La Russia fornirà assistenza nella costruzione dei nuovi reattori, visto che Mosca aveva contribuito a rendere operativa Bushehr nel 2011. È la prima espansione dell’industria nucleare iraniana dall’accordo.

Secondo alcuni esperti l’Iran possiede il più grande arsenale di missili balistici in Medio Oriente, con più di 1.000 missili balistici a corto e medio raggio. Dal 2015 Teheran avrebbe condotto oltre 20 test missilistici.

Secondo il Centro per gli studi strategici e internazionali, l’Iran starebbe fornendo a Hezbollah e al regime al-Assad una fornitura costante di missili e razzi e probabilmente starebbe anche fornendo missili a corto raggio ai gruppi ribelli Houthi nello Yemen.

La risoluzione delle Nazioni Unite 2231 – emanata giorni dopo l’ufficializzazione dell’impegno nucleare iraniano – invita la Repubblica islamica a non effettuare test di missili balistici, ma non vieta loro di farlo. Secondo il testo della risoluzione, l’Iran è «invitato a non intraprendere alcuna attività relativa a missili balistici progettati per trasportare armi nucleari, inclusi i lanci che utilizzano tale tecnologia di missili balistici».

E’ condivisibile l’opinione di Tytti Erasto, ricercatore presso SIPRI, secondo il quale il programma missilistico iraniano non costituisce una minaccia globale. Piuttosto, fa parte di una più ampia dinamica di sicurezza regionale e non può essere affrontata isolatamente. Poiché i missili svolgono un ruolo chiave nella strategia di sicurezza nazionale iraniana, è irrealistico aspettarsi che il paese abbandoni gli sforzi per migliorare la loro operatività e la sopravvivenza attraverso i test.

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Gli Stati Uniti arrancano su strategie in cui loro non sono neanche contemplati, esistono solo dove ci sono piaghe purulenti come in Ucraina

TRUMP E IL RUSSIAGATE
02 novembre 2017

Russiagate, Putin snobba l'inchiesta e prepara il progetto Eurasia

Lo zar non si cura delle accuse di aver interferito sulle elezioni Usa. E sa di non poter più contare sull'asse con Trump. Quindi studia un nuovo ordine regionale con Cina, India, Iran, Turchia. Il piano B di Mosca.

da Mosca

Il Cremlino prende in giro l’inchiesta americana sulle presunte interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016 vinte da Donald Trump. E ormai conta sempre di meno su una collaborazione con la Casa Bianca in politica estera, preparandosi a perseguire in modo indipendente una “grande strategia” per un nuovo ordine internazionale.

«NO A ISTERIA RUSSOFOBICA». I risultati dell’investigazione del consigliere speciale del ministero della giustizia statunitense Robert Mueller sono solo «ridicoli», ha detto il portavoce della presidenza russa Dmitri Peskov in una conference call con i giornalisti dopo la pubblicazione dei dettagli sull’incriminazione di Paul Manafort e di altri due ex collaboratori di Trump. «Non vogliamo avere a che fare in alcun modo con questi sviluppi, e naturalmente non vorremo che contribuissero ad aumentare l’isteria russofobica negli Stati Uniti», ha aggiunto Peskov.

«SI SCONFINA NELLA FANTASIA». Negli stessi minuti il ministro degli Esteri Sergei Lavrov commentava così di fronte a un gruppo di investitori stranieri riuniti in un convegno a Mosca: «Ormai si sconfina nella pura fantasia». Secondo Lavrov, che dice di aver ormai «perso interesse» per la vicenda, l’accusa contro la Russia di aver cercato di pilotare non solo le elezioni Usa ma anche quelle di alcuni stati europei è assurda e «senza prove» - riferisce l’agenzia di stampa Interfax.


Pochi commenti, invece, sui giornali e in tivù. D’altra parte la Russia da tempo ha rinunciato a ogni speranza sul presidente americano che sembrava aprire le porte a un “grand bargain” sulle questioni internazionali, e sciogliere i nodi della politica estera russa: dall’allargamento della Nato alle sanzioni, dalla crisi ucraina a un riconoscimento del ruolo di potenza globale di Mosca.

THE DONALD HA LE MANI LEGATE. Altro che grandi trattative alla pari con Trump. Oggi Lavrov può al massimo chiedere che non sia del tutto vanificato l’accordo raggiunto dall’amministrazione Obama sul programma nucleare dell’Iran, alleato naturale di Mosca e difficile partner nell’impresa militare in Siria. Ormai, anche se si arrivasse a un impeachment di Trump, cambierebbe poco. L’uomo che un giorno disse «ebbene, non sarebbe bello avere un accordo con la Russia?» ha già le mani legate rispetto a Mosca. Comunque vada a finire il Russiagate. Fin dall’agosto 2017 non può decidere nulla sulle sanzioni contro Mosca senza il voto favorevole del Senato.

TYCOON RITENUTO PERICOLOSO. Intanto i canali televisivi di Stato russi, che per mesi lo hanno incensato prima e dopo la sua elezione, oggi ripetono che il presidente Usa è un pericolo pubblico. E che per colpa sua siamo alla soglia di una guerra nucleare con la Corea del Nord. Se ha mai davvero contato su Trump, se davvero ha favorito la sua elezione, Vladimir Putin è rimasto fregato. Ma non è il tipo che si fa mettere alle corde, o meglio al bordo del tatami - visto che è un bravo lottatore di judo. C’è un piano B, ed è quasi operativo.
«La grande strategia è in gestazione», scrive il direttore del think tank Carnegie di Mosca Dmitri Trenin, che è tra i maggiori esperti di politica russa e conosce il Cremlino dall’interno. La Russia «punta a massimizzare la connettività con tutti, privilegiando comunque il proprio interesse». Gestire un gran numero di partner molto diversi tra loro è difficile «ma non impossibile», nota Trenin citando la recente avventura mediorientale di Putin.

MOSCA VUOLE PARITÀ CON PECHINO. Mosca cercherà di formare «un nuovo ordine regionale insieme a Cina, India, Iran, Turchia e altri». Il maggior compito, sul lungo termine, sarà quello di assicurarsi «una posizione di parità con Pechino». È l’Eurasia sognata da oscuri pensatori dell’epoca zarista e sovietica. Un concetto geopolitico ripreso più recentemente da intellettuali di estrema destra come Aleksandr Dugin, popolare al Cremlino quanto sconcertante per gli aspetti totalitari del suo credo. «Ma anche l’Unione Europea e l’Ucraina fanno parte dell’Eurasia», sottolinea Trenin. La “missione” della Russia non sarà compiuta finché non ci sarà con l’Europa «un rapporto normale fondato sull’empatia nella diversità».

Vladimir Putin di fronte al presidente cinese Xi Jinping. (Getty)

E mentre Mosca, stufa delle inchieste sui suoi troll, dileggia gli Usa e cova il suo “grande disegno” eurasiatico, con toni ben meno messianici Kiev si rallegra degli sviluppi del Russiagate: l’incriminazione di Manafort «è una gran notizia», ha detto a Radio Free Europe Serhiy Leshchenko, l’avvocato ucraino che ha contribuito a scoprire i fondi neri da cui - sostengono gli investigatori - tra il 2007 e il 2012 il partito dell’ex presidente filo-russo Viktor Yanukovich pagò il “consigliere” americano che lo riportò al potere sei anni dopo la Rivoluzione arancione, e che divenne poi il responsabile della campagna elettorale di Donald Trump.

FERITE APERTE SUL FRONTE OCCIDENTALE. Gli ucraini non dimenticano la corruzione dilagante del governo cleptocratico dell’amico di Mosca Yanukovich. Da allora la Russia si è annessa la regione ucraina della Crimea. Nel Donbass l’esercito di Kiev combatte contro i secessionisti armati dal Cremlino. Ogni grande disegno “eurasiatico” dovrà prima di tutto curare le ferite aperte sul suo fronte occidentale, che stanno andando in cancrena.

sempre più fuori controllo le Consorterie Guerrafondaie Statunitensi ed Ebraiche

AMERICANI IN AFRICA. A volte si ammazzano tra loro.

Maurizio Blondet 3 novembre 2017 

Il pubblico americano ha saputo soltanto dal clamore mediatico sulla risposta di Trump alla vedova del sergente La David Johnson che truppe statunitensi stanno operando segretamente in Africa. Il caduto era il quarto di un reparto di forze speciali che guidavano soldati nigeriani cadute in un’imboscata al confine tra il Niger e il Mali il 4 ottobre. Un attacco “di terroristi a bordo di una decina di veicoli e una ventina di moto”, secondo gli scarsi resoconti, il che fa pensare ad un vero e proprio evento bellico.

Ancora più scarso il clamore mediatico su un Berretto Verde ucciso a Bamako, Niger. Sì perché il sergente Logan Melgar, 34 anni, è stato strangolato, ma non da jihadisti: a trucidarlo sono stati, pare certo, i colleghi dei Navy Seals.


Forze speciali contro forze speciali Usa, rivalità di corpo. E’ la tendenza dei reparti Navy Seals di andare fuori controllo, come sembra sia accaduto nella cattura di un Bin Laden (forse finto) ad Abbottabad in Pakistan, una insubordinazione conclusasi con la morte di una trentina di quei ragazzoni-teste calde in quello che è stato chiamato un incidente di elicottero. Ma dovunque appaiano, anche i comandi NATO in Afghanistan puntano il dito sull’indisciplina dei Navy Seals: circolano sui loro SUV modificati in T-shirt e berretto da baseball, ossia in abiti civili non obbediscono alla catena di comando, oltrepassano i compiti assegnati. Anche il team 6 sospettato di aver strangolato il Berretto Verde a Bamako si comporta così. Come il colonnello Kurtz nell’indimenticabile Apocalypse Now, appena ne hanno l’occasione fanno la guerra come pensano meglio loro, coi loro metodi.

Ma cosa ci stanno a fare i militari Usa in quella vastissima area dell’Africa occidentale?


Il generale Mattis e l’ammiraglio McMaster, alla domanda dei giornalisti, hanno risposto all’incirca così: se ci sono soldati Usa in quella zona dell’Africa, il popolo americano sia sicuro che sono lì per proteggere il popolo americano.

Il guaio è che il terrorismo islamico, soppresso in Siria e Irak, è miracolosamente apparso qui in più gran forza . Anzi, si tratta proprio di quei terroristi dello Stato Islamico di cui – secondo i nostri media – la “coalizione internazionale a guida americana” ha liberato Rakka l’agosto scorso. Come forse i nostri media hanno dimenticato di informarvi, i terroristi si sono arresi alle forze arabo curde “democratiche” (ossia anti-Assad), ossia sono stati lasciati passare indenni con un accordo. Alcuni di loro si sono riconsegnati ai servizi dei loro paesi rispettivi, venuti a prelevare ciascuno i “loro” tagliagole ormai vicini ad essere annientati dall’offensiva siriano-irachena e dell’aviazione russa.

Del resto la Commissione Difesa del Senato, capocciata da McCain, l’aveva profetizzato: “Più vinceremo in Medio Oriente, più vedremo i serpenti dirigersi verso l’Africa e dovremo essere pronti a consigliare ed aiutare la nazioni disposte a lavorare con noi”. Anche il capo di stato maggiore Dunford aveva avuto un presentimento: “La guerra sta per spostarsi. Non sono certo si possa dire che si sposterà verso l’Africa. Abbiamo di fronte una sfida che si stende dall’Africa Occidentale al Sud Est Asiatico.

Infatti, reparti jihadisti usciti da Rakka sono comparsi in Myanmar, per aiutare i Rohynga, con armamento pesante e tutto: probabilmente per il noto fenomeno di “teleportation”, ampiamente usato in Star Trek.

Altri sono apparsi alla frontiera fra Egitto e Libia, incontrollabile estesa deserta. Il 20 ottobre, hanno ucciso 16 poliziotti egiziani nell’oasi di Bahariya; a seguito di questo eccidio, i servizi egiziani hanno scoperto un campo di addestramento di un centinaio di uomini. Molto ben equipaggiati anche con armi anti-carro. In Libia, sono stati uccisi due uomini del generale Haftar, uno per decapitazione (una firma): rivendicato da Daesh questo, il che è strano perché Daesh non aveva più che una piccola enclave a Derna, e invece l’attentato è avvenuto a 60 chilometri da Ajdabya. Insomma dovunque ci sia un governo che si allontana dalla dipendenza dagli Usa, compaiono i jihadisti, sempre molto ben armati con pickup nuovi di zecca.


Ancor più strano in Africa occidentale, dove Boko Haram è in calo. Il mega-attentato di Mogadiscio, oltre trecento morti e 500 feriti, la più grossa strage dopo l’11 Settembre, se è attribuita agli Shabab, anch’essi prima in calo, può essere dovuta a qualche aiuto dall’esterno, a cominciare dalle decine di quintali di esplosivo con cui erano caricati i due camion?

Come ha reso noto Vice News, “nel 2006, solo l’1% dei corpi speciali Usa impiegati all’estero si trovava in Africa. Nel 2010, erano il 3%; nel 2016, il loro numero è saltato al 17%”. Sono tanti che si danno sui piedi, e ogni tanto dei Navy Seals devono strangolare qualche Green Beret per fare spazio? Oppure: non è una strana coincidenza che quanti più sono presenti i commandos americani in determinate zone a combattere il terrorismo islamico, tanto più detto terrorismo islamico appare di nuovo forte, potente, ben stipendiato e ben armato proprio in quelle zone?
“I 10 capi supremi di Daesh sono israelo-marocchini e israelo-iracheni”

Ci sarebbe quasi da dar ragione ad un noto mentitore, Nabil Naim, ex jihadista in Afghanistan ed attivista in Egitto, che in una non recente intervista a El Mayadeen, ha raccontato: i dieci comandanti supremi di Daesh sono israeliani di origine irachena e marocchina. E’ per questo che quando la truppa terrorista si trova alle strette, assediata e vinta, compaiono nel cielo gli elicotteri Chinook, che vanno a prendere e salvare i capi. Questo Nabil Naim ha il dente avvelenato, perché la sua Al Qaeda è stata tradita con l’ISIS. Anche se effettivamente, i Chinook salvatori dei capi supremi di Daesh sono comparsi più volte, sotto gli occhi delle truppe siriane e irachene, ad esfiltrare i loro preziosi strateghi. Secondo lui è per quello che i terroristi di Daesh “decapitano musulmani e non hanno mai ammazzato un americano”.

Orbene, fino ad oggi è avvenuto che “i gruppi armati jihadisti del Sahel non attaccano mai gli autoctoni, contrariamente a quelli di Siria e Irak, che hanno commesso le peggiori atrocità contro le popolazioni civili” musulmane, come ha rilevato Leslie Varenne, direttrice dell’Istituto di Sorveglianza e Studio delle Relazioni Internazionali e Strategiche (IVERIS) di Parigi; sicché “i combattenti dello Stato Islamico in quelle zone provocherebbero lotte di leadership ma anche cambiamento dei metodi operativi”, come appunto quello di commettere atrocità contro le popolazioni a cui sostengono di portare la vera fede coranica, comportamento inspiegabilmente controproducente e impolitico.

Il progetto di un coinvolgimento Usa in Africa, secondo la Varenne, risale al 2008: lo indicò Obama con lo scopo a lungo termine di “fare ostruzione alla Cina” che nel Continente Nero si fa strada con investimenti e infrastrutture. “E’ nel quadro di questa guerra economica che bisogna leggere le recenti sanzioni inflitte dall’amministrazione americana a vari stati africani: Ciad, Eritrea, Sierra Leone, Guinea Conakry” al momento stesso in cui l’Amministrazione levava invece le sanzioni al Sudan,benché guidato da un dittatore su cui è stato spiccato mandato d’arreso della Corte Penale Internazionale. Il motivo è che il Sudan non ha buoni rapporti con la Cina. E’ da segnalare anche la comparsa di terrorismo islamico in paesi che ne erano esenti, come il Burkina Faso, e “L’islamizzazione rampante della regione. Ad esempio, negli ultimi anni, la Costa d’Avorio, paese a maggioranza cattolica, ha costruito più moschee e scuole coraniche, finanziate indirettamente dall’Arabia Saudita, che chiese e scuole laiche, secondo le informazioni fornite dal primo ministro di questo Stato”.

Gli americani si stanno sostituendo ai francesi, che con la loro operazione militare “Barkhane”, estesa su 5 stati sub-sahariani Mali, Niger, Ciad, Burkina-Faso et Mauritania, sono riusciti solo ad alienarsi la popolazione locale non avendo stanziato i mezzi – enormi – che occorrerebbero per proteggere una tale vastità desertica, e non avendo nemmeno una chiara visione strategica. Macron ha cercato di ottenere un mandato e un finanziamento ONU, ma la domanda è bloccata a da mesi – o meraviglia – dall’alleato americano. Il 30 ottobre la nota ambasciatrice Usa all’Onu, Nikki Haley, ha rifiutato il suo voto favorevole spiegandolo così: “Noi contiamo sui Paesi del G 5 per prendere in pieno il comando della forza armata da qui a tre-sei anni, con l’aiuto continuo degli Stati Uniti”. Strano, nota l’analista francese: da una parte il Pentagono grida che il pericolo imminente, dall’altro può permettersi di aspettare tre o sei anni perché la forza anti-terrorista sia operativa. “In realtà, la strategia americana è limpida. Rifiutando che questa forza armata africana sia sotto mandato ONU, il Pentagono si dà il potere militare sulla regione antica zona d’influenza francese senza supervisione internazionale”.


Continua quindi anche in Africa quel sovvertimento del diritto internazionale da parte degli Usa a guida neocon, esplicitamente denunciato da Vladimir Putin:

“Siamo testimoni di un sempre più pronunciato disprezzo dei principi fondamentali del diritto internazionale. Di più: certe norme, di fatto quasi tutto il sistema giuridico di un solo Stato, s’intende gli Stati Uniti ha straripato dalle frontiere nazionali in tutti i campi: in economia, in politica, nella sfera umanitaria, e s’imposta agli altri stati”.

E’ la precisa descrizione di ciò che vuol essere il diritto talmudico esteso al piano globale.

Per contro, ha continuato Putin, a chi gli domandava come persino l’Arabia Saudita ha buone relazioni con Mosca “noi non facciamo mai il doppio gioco. Siamo sempre onesti coi nostri partner, nel senso che enunciamo apertamente le nostre posizioni. In ciò abbiamo un grande vantaggio, nel senso che siamo prevedibili, al contrar fui di certe nazioni. E’ questo più che il nostro potenziale militare ad attrarre i nostri partner a sviluppare relazioni con la Federazione Russa”.

Si bisogna essere contro gli ebrei sionisti, la peggiore feccia

NETUREI KARTA IN ITALIA!

Maurizio Blondet 3 novembre 2017 


Perseguitati dagl altri ebrei, ignorati dai governi e dalle gerarchie clericali.

I Neturei Karta (נטורי קרתא, in aramaico “Guardiani della città”) sono un gruppo di ebrei che rifiutano di riconoscere l’autorità e la stessa esistenza dello Stato di Israele

venerdì 3 novembre 2017

Venezuela - le fake news si moltiplicano

Nella foto: la modella Mariana Rodriguez neo Jena per screditare il Venezuela


03 Nov 2017
by redazione

«Noches del terror» è il titolo di un Rapporto di Amnesty che vuole far passare la narrazione di un Venezuela dove vige un clima di aperto terrore instaurato da un regime ormai screditato. Che si tiene aggrappato al potere grazie solo al ferreo controllo che esercita sulla società grazie alle forze di sicurezza.

Ma il Rapporto è pieno di bufale a cominciare dalla prima riga dove si dice che il “Venezuela è nel pieno di una crisi istituzionale”.

In realtà otto milioni e oltre di venezuelani hanno votato in luglio per l’elezione dell’Assemblea Costituente e in ottobre hanno assegnato si chavisti 18 su 23 stati. Un responso delle urne accettato dai Governatori delle destre neo-eletti che hanno giurato di sottomettersi all’Assemblea costituente. Per questo la situazione del Venezuela – che ha certo molti e seri problemi – non presenta alcuna crisi istituzionale.

Si tratta dunque, scrive l’Antidiplomatico, ” di un’operazione mediatica agevolata dal fatto che l’opinione pubblica è stata stordita da anni di campagne diffamatorie martellanti, condotte praticamente a reti unificate. Senza alcuna possibilità di contraddittorio. In spregio alla tanto declamata ‘democrazia’ che sarebbe violata dalla Repubblica Bolivariana del Venezuela”.

Bitcoin/Ethereum - positivo l'aggiornamento, hard fork


Criptovalute: 5 cose che avreste voluto sapere sul Byzantium di Ethereum

2 novembre 2017, di Redazione Wall Street Italia
A cura di Exante

Sicuramente non vorrai farti vedere mentre poni delle domande stupide. Quindi le poniamo noi per te.
D: Cos’è Byzantium e perché tutti ne parlano?

R: Byzantium è il nome del più recente hard fork di Ethereum. Cos’è un hard fork, chiedi? Quando si cerca su Google la definizione di hard fork si ottiene qualcosa di incomprensibile come questo: “Un hard fork è una divergenza permanente nella blockchain che si verifica comunemente quando nodi non aggiornati non riescono a validare blocchi creati da nodi aggiornati che seguono nuove regole per il consensus”.

Per tradurlo a chi è privo di una laurea in ingegneria informatica: un hard fork è un aggiornamento. Ma questo aggiornamento fa sul serio: forza tutti i nodi presenti nella blockchain (quegli elementi che fanno girare le transazioni e i dati di pagamento) ad aggiornarsi sullo stesso nuovo codice. I nodi che non lo fanno, non possono utilizzare la rete di Ethereum. Capito adesso?

D: Ah, un hard fork. Questo quindi significa che abbiamo una nuova blockchain alternativa e una nuova valuta, come è successo con Ethereum Classic e Bitcoin Cash, giusto?

R: No, sbagliato. Non tutti gli hard fork sono uguali. Ethereum ha attraversato cinque hard fork, ma solamente dopo aver dato luogo a una nuova valuta – Ethereum Classic. E non è stato nemmeno intenzionale: gli sviluppatori di Ethereum avevano optato per un hard fork per risolvere alcuni problemi con degli hacker che rubavano grosse quantità di Ethereum, ma quella decisione non andò bene agli irriducibili cypherpunks presenti nella comunità, che erano in contrasto con questa filosofia.

Si rifiutarono di aggiornarsi al nuovo codice e continuarono a minare nel modo classico, creando una nuova moneta: Ethereum Classic. Tornando a questa settimana, l’aggiornamento di Byzantium è avvenuto il 17 ottobre e a tutti è stata data una settimana per aggiornarsi. Se abbastanza persone non effettueranno l’aggiornamento, ciò porterà ad un chain split e a una nuova valuta – ma finora sembra che tutti stiano partecipando. Date un’occhiata quiper vedere se la situazione non cambia.

D: Immagino che abbiano fatto l’aggiornamento! La piattaforma aggiornata sarà più leggera e veloce da utilizzare: più mining e più velocemente, non è così?

R: In realtà no. Hai ragione quando dici che l’hard fork è stato progettato per rendere la piattaforma più leggera e veloce, migliorando la velocità delle transazioni, la sicurezza degli smart contract e la privacy. Tuttavia, una velocità delle transazioni migliorata implica che i miner verranno pagati meno per i loro sforzi. Alla fine, è una questione economica: la velocità delle transazioni aumenterà -> i miner faranno meno soldi -> inizieranno a minare altre monete -> meno miners comporteranno una riduzione della velocità delle transazioni -> il mining diventerà di nuovo redditizio -> i miners ritorneranno. Lavare, sciacquare, ripetere.

D: Abbiamo finito con gli hard fork in Ethereum?

R: No. Byzantium è parte di un aggiornamento a più componenti chiamato Metropolis. Metropolis contiene due hard fork. Oltre a Byzantium, c’è anche Constantinople, che non ha ancora una data ma è previsto per il 2018. È da tenere d’occhio, perché cambierà il processo di mining di Ethereum da Proof of Work a Proof of Stake. Questi termini hanno bisogno di un articolo a parte per essere spiegati.

D: Ho letto che Byzantium è stato eseguito perfettamente e che gli sviluppatori di Ethereum stavano brindando con dello champagne. Tutto questo successo significa che ethereum supererà i 4.000?

R: Se lo sapessimo, staremmo bevendo champagne anche noi. Per adesso, Ethereum è ancora al di sotto del suo livello massimo dell’estate 2017 e della fine di agosto di quest’anno – con entrambi i massimi che mostravano che Ethereum ha ancora difficoltà ad abbattere la barriera emozionale dei 4.000. Tuttavia, sta andando bene e non si è verificato alcun fiasco in seguito all’hard fork. A nostro parere, ETH ha ancora una lunga strada davanti a sé e, se sei d’accordo con noi, investire in Ethereum (o in bitcoin o altri altcoin) potrebbe essere una buona idea.