Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 11 novembre 2017

L'euroimbecille Pd smantella il 41 bis


Dettagli Pubblicato: 11 Novembre 2017


“C’è un disegno articolato di smantellamento del 41 bis” 

È in atto ciò che “Cosa nostra" voleva con le stragi del 1993 con quella di via di Georgofili a Firenze.
Tutte le rassicurazioni delle istituzioni preposte a lavorare sul carcere duro ai mafiosi rei di strage non ci convincono. 
I capimafia ci hanno ammazzato i figli per far annullare il 41 bis e ora non vorremmo essere costretti a dire: ci avete fatto ammazzare i figli per far abolire il 41 bis e accontentare la mafia.

Giovanna Maggiani Chelli 
Presidente 
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili

11 novembre 2017 - Il Punto di Giulietto Chiesa: Nessun incontro Trump - Putin

11 novembre 2011 - Mario Albanesi : Rabbia e Partecipazione

10 novembre 2011 - L'ex n1 di Banca di Spagna: via la creazione del denaro dalle banche pri...



L'ex Governatore della Banca di Spagna, dal 2006 al 2012, Miguel Ángel Fernández Ordóñez, durante la Sessione n.14 della Commissione di ricerca sulla crisi finanziaria in Spagna, parla di togliere alle banche private il potere di creazione del denaro e di permettere ai cittadini di depositare i loro soldi direttamente nelle banche centrali.
Grazie alla segnalazione di Marco Saba (
https://www.youtube.com/watch?v=S7urJ...)

venerdì 10 novembre 2017

Mauro Bottarelli - la Bce corre il rischio di agire al di là del suo mandato invadendo il campo del legislatore

SPY FINANZA/ L'Italia ostaggio dell'Europa fino alle elezioni

È un momento molto delicato per l'Italia, che sembra aver scampato il pericolo dell'addendum sugli Npl della Bce. Si rischiano però degli autogol. MAURO BOTTARELLI

10 NOVEMBRE 2017 MAURO BOTTARELLI

Antonio Tajani (Lapresse)

Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti in Palombella rossa. E anche iconiche. Nonché, in tempi di dittatura dei social network, anche virali. Ricordate il 2011? La parola spread divenne una sorta di totem, tutti la utilizzavano, tutti ne abusavano: in Parlamento come al bar, al supermercato come in metropolitana. Bene, a breve un nuovo vocabolo di culto potrebbe entrare a far parte della nostra vita: addendum. Cosa sia è presto detto: si tratta della normativa Bce per le coperture dei non-performing loans, le sofferenze, a bilancio delle banche europee, regolamentazione di cui vi ho già diffusamente parlato e che dovrebbe entrare in vigore dal 2018. Vi ho detto in tempi non sospetti che questa sarebbe stata la grande battaglia, il Rubicone per la tenuta del nostro sistema all'interno dell'eurozona e così è stato. Però, il tipo di conflitto innescatosi negli ultimi giorni sull'argomento è davvero senza precedenti. 

Antonio Tajani, presidente dell'Europarlamento e Pier Carlo Padoan, ministro delle Finanze, hanno fatto fronte comune contro l'Eurotower, mobilitando il Parlamento Ue e portandolo a una risoluzione dichiaratamente ostile alla Bce. A mio avviso, un qualcosa che avrebbe meritato l'apertura di giornali e tg, ma, si sa, la pantomima nordcoreana di Trump e le elezioni siciliane paiono argomenti più importanti. E a cos'ha portato l'irrituale discesa in campo di Tajani? A una risoluzione di netta contrapposizione fra istituzioni europee: per l'Europarlamento, infatti, non spetta alla Bce adottare l'addendum sui crediti deteriorati, poiché i suoi contenuti hanno valore normativo. Così il servizio giuridico del Parlamento europeo ha bocciato le nuove linee guida sugli Npl indicate dalla Vigilanza guidata da Danièle Nouy. Nel documento, inoltre, si precisa che l'addendum fissa regole generali legalmente vincolanti applicabili a tutte le banche e quindi «la Bce non ha la competenza per adottarlo». 

Nelle 13 pagine del documento inviato ieri a Tajani e girato poi al presidente della Commissione Affari economici del Pe, Roberto Gualtieri, si analizzano in dettaglio tutti gli aspetti della vicenda e si conclude che la Bce corre il rischio di agire al di là del suo mandato invadendo il campo de legislatore. Gli esperti osservano tra l'altro che la formulazione delle disposizioni contenute nell'addendum fa sì che esse siano destinate a essere percepite dalle banche come «obbligatorie», mentre la Bce le aveva giudicate non vincolanti. Si tratta - di fatto - di una vittoria di Tajani e delle banche italiane, stando alle quali una nuova stretta sul credito determinerebbe conseguenze negative sui finanziamenti alla clientela e quindi anche sullo sviluppo economico del Paese. 

E come ha reagito la Bce? Dopo la pioggia di critiche, la presidente della supervisione bancaria della Banca centrale europea, Danièle Nouy, ha preso tempo sull'addendum, dando vita a un gioco di sponda e aperture. Pericolosissimo. E non solo perché parliamo di una materia delicatissima come i crediti deteriorati in pancia alle banche, i quali dovranno essere interamente coperti entro due anni dalla loro classificazione come crediti deteriorati, intervallo che sale a sette anni per i fidi con copertura assicurativa. Ma anche per il loro volume: il totale di titoli di credito deteriorati posseduti dalle banche europee è diminuito di 142 miliardi di euro fino a 795 miliardi nel secondo trimestre di quest'anno, ma la cifra resta enorme. Soprattutto per Italia e Spagna. Il membro della Bce ha osservato che «in molti casi sono necessarie ulteriori azioni», sottolineando che «questo è il momento giusto per questo passo supplementare, dato che attualmente abbiamo condizioni economiche estremamente favorevoli in Europa. Dobbiamo sfruttare questo momento». Ma proprio in relazione al parere negativo giunto dal Parlamento Ue, la Nouy ha ribadito quanto segue: «Lasciatemi sottolineare che questo addendum, una volta adottato, ricade nel mandato e nei poteri della Bce». 

Scontro totale, apparentemente, tutto basato sul discrimine legato - stando al parere della Banca centrale - dell'assenza di automatismo sulle regole indicate e, in ogni caso, sul fatto che «non sono state prese finora altre decisioni se non quella di avviare una consultazione pubblica i sui risultati verranno tutti attentamente valutati». Poi, l'apertura, prendendo atto delle diverse realtà presenti al riguardo tra i membri Ue: «Per questo bisogna fare raffronti, per vedere cosa funziona bene e cosa va cambiato. Questo però sta già avvenendo... Si parla dei flussi di nuovi Npl, non degli stock, forse nell'addendum non siamo stati abbastanza chiari e allora lo ribadiamo. Quindi, se tra la fine della consultazione l'8 dicembre e l'inizio dell'anno avremo difficoltà a utilizzare pienamente quello che ci viene consegnato, questo potrebbe significare che l'1 gennaio 2018 non è la data migliore per iniziare», ha aggiunto Nouy. Da qui, la proposta di «darci un po' più di tempo» e l'ulteriore apertura finale: «Tutto si può cambiare, se fossimo convinti di aver fatto qualcosa di non adeguato. Il drafting può essere migliorato». 

Battaglia vinta? Sì. Ma non la guerra, attenzione. Perché un'apertura resta tale finché sul tavolo non arrivano dei fatti. E delle scadenze. Ma, soprattutto, un'apertura presuppone un confronto: quindi, un do ut des. L'irrituale tackle scivolato con cui Tajani è entrato nella vicenda dall'alto del suo ruolo istituzionale per dare man forte a Pier Carlo Padoan ci fa capire quanto quel nodo sia vitale per il sistema bancario italiano, quello che per gli ultimi tre governi in carica era sanissimo e, soprattutto, solvibile. Quindi, è chiaro che la Bce scenderà a patti, ma conoscendo perfettamente il nostro tallone d'Achille: un bel vantaggio. Inoltre, non scordiamo che all'interno del board dell'Eurotower non mancano i nemici del'Italia e che da qui a quando si dovrà trattare realmente, con ogni probabilità in Germania sarà nato il nuovo governo, con il forte rischio di un falco liberale alle Finanze al posto del buon brontolone Schaeuble. 

Insomma, siamo in ostaggio. E per un'unica ragione: il voto in primavera, talmente importante che Bruxelles e Francoforte non intendono regalare consensi al fronte euroscettico di M5S, Lega e Fratelli d'Italia. Dopo, però, quale conto dovremo pagare? Un anticipazione è arrivata proprio ieri, visto che sul calo del nostro deficit strutturale si è palesato un chiaro - ancorché, per ora, incruento - scontro fra Roma e Bruxelles, con la Commissione Ue che ne prevede un peggioramento già quest'anno al 2,1%, mentre le cifre inserite nel Def parlano una lingua decisamente differente. Scaramucce, per adesso. Ma simboliche e preoccupanti. Soprattutto, a mio parere, alla luce di un drammatico errore che proprio il clima da campagna elettorale sta inducendoci a compiere: far volare gli stracci in pubblico rispetto alla credibilità degli enti di vigilanza di settore bancario e mercati del nostro Paese. 

Ieri, infatti, in Commissione d'inchiesta sul sistema bancario, Consob ha palesemente attaccato Bankitalia sul caso di Veneto Banca, dicendo che nel 2013 non indicò i problemi già presenti. Vero? Falso? Arrivo a dire, non importa. Non adesso, almeno. Perché mostrarsi istituzionalmente deboli, soprattutto in tema di banche, potrebbe esserci fatale: in Germania non attendono altro. Rischiamo di buttare alle ortiche il risultato ottenuto dallo strappo di Tajani, il quale sa che dovrà pagare un prezzo politico per la sua scelta. Evitiamolo, per favore. Perché su questo tema, ancorché nascosto dai media, l'Italia rischia non solo la sua (residua) credibilità istituzionale e politica, ma le stesse sostenibilità dei conti e solvibilità del sistema. E la speculazione internazionale non sta aspettando altro. Mai sanguinare davanti agli squali.

Nuovo umanesimo cercasi

Non più Destra vs Sinistra, è tempo di Umanesimo vs Anti-umanesimo

09.11.2017 - Tony Robinson

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Francese, Tedesco

Manifestazione contro la corruzione - Bucarest 2017 (Foto di Mihai Petre su wikimedia commons)

Il panorama politico odierno è a dir poco confuso. La vecchia contrapposizione destra vs sinistra sembra crollare davanti ai nostri occhi. Negli Stati Uniti, una classe operaia in grande sofferenza ha votato a stragrande maggioranza a favore di un plurimiliardario tutto concentrato sul taglio, da una parte, delle tasse per i ricchi e su quello, dall’altra, dell’assistenza sanitaria per i poveri. Nel Regno Unito, l’estrema destra ha lavorato di pari passo con l’estrema sinistra per imporre Brexit su un pubblico mal informato, puntando sui sentimenti xenofobi. In Grecia, i cittadini hanno riposto la propria fiducia nella cosiddetta estrema sinistra per poi ritrovarsi traditi dai propri leader, evidentemente impotenti, e impastoiati in una punizione fiscale ancora più crudele e degradante. Il panorama è diverso in ogni paese, ma la confusione tra destra e sinistra è endemica.

Cosa contradistingue destra e sinistra?

Questo è il punto: non esiste una definizione concreta e solida perché le priorità e le condizioni politiche sono diverse in ogni luogo. Per alcuni la destra è caratterizzato da una fede incrollabile nel dogma economico del “libero mercato”, nella concorrenza come motore economico, nell’importanza del capitale come generatore di progresso sociale, e in concetti come libertà personale illimitata, patriottismo imperituro, e così via. In questo contesto, la sinistra crede nella regolamentazione governativa dell’economia, nella cooperazione come motore economico, nel riconoscimento dell’importanza del lavoro come generatore di progresso sociale, nella responsabilità sociale e nella solidarietà con i più deboli, nei diritti umani, ecc.

Vi sono poi molte altre questioni, come l’immigrazione, l’aborto, il matrimonio omosessuale, le armi nucleari, l’ambiente, che possono tutte essere viste da un punto di vista di sinistra o di destra. La politica si riduce alla creazione di un programma basato su quanto un partito pensa sia un insieme di proposte in grado di avere maggiore risonanza tra gli elettori attraverso il filtro dei media. Così un partito può presentare un manifesto con alcune proposte di sinistra, qualche proposta di destra e qualche proposta di destra da una prospettiva più “centrista”. Il risultato è che non c’è quasi nessuna vera destra né vera sinistra, e anzi, come avvenuto con la questione Brexit, punti divista di estrema destra a volte trovano il favore dell’estrema sinistra.

Il panorama sociale, culturale e storico

Bisogna comprendere che la politica si sviluppa in un contesto sociale, culturale e storico, in cui certe convinzioni e paradigmi non vengono contestati in quanto considerati ovvi e immobili. In epoche precedenti, tra le convinzioni incontestabili si trovavano il diritto divino dei re, la piattezza della Terra, la fede cieca in Dio e la convinzione che le donne fossero inferiori agli uomini. Nel corso del tempo, la maggior parte di tali convinzioni è stata rivista e nuovi panorami hanno preso il loro posto.

Una parte del nostro panorama che è andato prendendo maggiore prominenza nel corso degli anni man mano che il potere finanziario acquisiva un maggior controllo sulle nostre vite è la fede nel denaro come entità “naturalmente” in grado di crescere da un giorno all’altro se depositato in una banca, una forma di usura non messa in discussione nella politica di oggi. È una parte del panorama di cui difficilmente ci rendiamo conto, come l’azzurro del cielo. C’è, ma non lo mettiamo in discussione.

A tutti gli effetti, il denaro è diventato il valore più importante della nostra società. Se consideriamo altri valori come la conoscenza, la salute, la sicurezza, la famiglia o la libertà, è chiaro come il denaro sia il valore più importante in quanto se si dispone di denaro si può accedere a tutti gli altri. Indipendentemente da quali siano i nostri valori personali, il valore più alto della società è il denaro, così la razza umana a tutte le latitudini è ora costretta alla sua ricerca permanente.

Ma questo sistema di valori, come i vestiti che indossavamo da adolescenti, non ci va più bene. Le cuciture si stanno strappando, rendendolo non più adatto ai nostri scopi di razza umana.

Per essere chiari, il problema non è il denaro in sé, perché praticamente da sempre l’essere umano ha avuto bisogno di una forma di valuta, per lo scambio di beni e servizi così come per progredire come specie. Questo sistema permette ad alcuni di dedicarsi con passione alla coltivazione nei campi, mentre altri sono in grado di dedicare il proprio tempo alla cardiochirurgia con altrettanta dedizione. Né il chirurgo senza cibo, né l’agricoltore con malattie cardiache, sarebbe sopravvissuto molto senza l’altro. No, il problema non è il denaro, è l’interesse magicamente maturato che minaccia di distruggere il nostro attuale panorama.

A questa mitica proprietà del denaro di crescere spontaneamente da un giorno all’altro è stato aggiunto il concetto di “mercato”, a sua volta dotato di proprietà magiche. Il “mercato” decide che la Grecia debba pagare tassi d’interesse 10 volte superiori a quelli della Germania, ad esempio. E’ come se lì non ci fossero esseri umani a decidere cosa un paese debba o non debba pagare! Proprio nel momento in cui avete bisogno di aiuto per il rimborso di un prestito personale o di una carta di credito, o del debito nazionale del vostro paese, ecco che arriva la banca e vi prende a calci con tassi di interesse più elevati perché è spinta da un “mercato”.

Ma il potere di queste due componenti apparentemente fisse del nostro paesaggio, che finora sembrano essere state così utili per lo sviluppo della società occidentale, vale a dire i mercati e l’usura, comincia ora a sfuggire al controllo e ci sta distruggendo.

Un nuovo asse politico può emergere

In questo contesto e in questo momento di crisi globale, in cui importanti componenti del nostro panorama sociale, culturale e storico stanno cominciando a disgregarsi e si rivelano obsoleti, dovremmo fermarci un momento per riesaminare l’asse politico che ha cercato di suddividerci nettamente tra destra e sinistra e chiederci se riflette davvero quelli che sono i nostri valori profondamente radicati.

Un segmento della società, erede de facto di proprietari terrieri, re e banchieri di un tempo, ha imposto alla società umana i propri mercati e la propria usura al punto che la società umana li considera parte della natura, un dato di fatto che non può essere cambiato, ma oggi movimenti politici come DiEM25 hanno la possibilità di rimettere in discussione il concetto di naturale e di lavorare insieme ad altri per costruire un nuovo panorama basato su un nuovo sistema di valori.

Umanesimo vs Antiumanesimo

Se destra e sinistra non funzionano più come concetti in un sistema politico perché la linea si è incurvata su se stessa, tanto che estrema sinistra ed estrema destra arrivano a stringersi le mani e lavorare insieme, formando così un piano circolare piatto con un asse x e y su cui un insieme di soggetti diversi possono essere esaminati da un punto di vista di destra e di sinistra, allora oggi i movimenti progressisti possono viaggiare lungo un terzo asse: l’ asse z.

Qual è la caratteristica di questo asse z? Possiamo contrassegnarne un estremo con Umanesimo e l’altro con Antiumanesimo. E cos’è l’Umanesimo? Bene, ai fini di questa analisi, significa considerare la vita umana come valore centrale; tutta le vite, ovunque, non solo quelle occidentali. Tutte le vite.

Questo panorama futuro sarà caratterizzato non solo da un sistema economico equo che consenta uno scambio altrettanto equo di beni e servizi in tutto il mondo, ma anche dal rispetto per l’ambiente e dalla consapevolezza che abbiamo un solo pianeta il quale deve rimanere disponibile per altri milioni di generazioni future. Sarà caratterizzato, questo panorama, da diritti umani persino più profondi di quelli delineati nella Dichiarazione dei diritti umani del 1948. Sarà caratterizzato da servizi educativi e sanitari di buona qualità e gratuiti. Sarà caratterizzato dalla possibilità per tutti di partecipare al mondo del lavoro con pari diritti, responsabilità e opportunità e di ricevere un equo compenso per gli impegni volti a migliorare la vita delle persone che li circondano. Sarà caratterizzato dalla libertà di perseguire la propria felicità ovunque essa possa portarli, senza bisogno di un passaporto. Sarà caratterizzato dalla cooperazione tra gruppi umani e non dalla competizione per la sopravvivenza. In ultima analisi, sarà definito un panorama democratico, in cui le persone parteciperanno a processi realmente democratici e non solo ai processi democratici formali che oggi siamo indotti a sostenere.

Ma più di tutti questi obiettivi, l’Umanesimo che porterà avanti l’umanità sarà caratterizzato da una crescente consapevolezza che a causare dolore e sofferenza umane è la violenza in tutte le sue forme, non solo fisiche ma anche economiche, psicologiche, sessuali, morali e così via. Una sensibilità sempre più presente nelle nuove generazioni. Nuovi movimenti, che lo riconoscano o meno, fanno parte di questa nuova sensibilità non-violenta in divenire, rifiutando la violenza come mezzo per risolvere i conflitti.

In questo modo tutte le loro politiche possono essere viste attraverso una nuova lente.

Perché promuovono un nuovo modello economico? Perché il sistema economico attuale è caratterizzato dalla violenza e crea sofferenza umana.

Perché si preoccupano della democrazia reale? Perché imporre la volontà della minoranza alla stragrande maggioranza è violenza e causa sofferenza umana.

Perché hanno a cuore l’ambiente? Perché abbiamo un solo pianeta su cui vivere e dobbiamo far sì che sia duraturo, mentre distruggerlo provoca sofferenze umane. E così via…

In questo modo possiamo anche espandere la nostra visione fino a includere i diritti umani, l’istruzione, la sanità, la difesa e la sicurezza, e molte altre questioni che sarà necessario affrontare nel momento in cui i movimenti cominceranno a convergere verso una nazione umana universale. Se vediamo ogni cosa sulla base di quest’asse z, dove la vita umana è valorizzata, diventa molto più chiara la definizione di una politica, perché scartiamo immediatamente qualsiasi politica che imponga agli altri la violenza da parte di alcuni. Per necessità significa anche guardare oltre i nostri confini e capire non solo come promuovere la democrazia in Europa, per esempio, ma anche una democrazia mondiale che estenda gli stessi valori umanisti a tutti gli altri popoli del mondo.

Possiamo quindi constatare come sull’asse z si muovano nuovi movimenti politici ma anche tante altre organizzazioni e reti che, pur andando nella stessa direzione, operano in campi diversi: le campagne ambientali, quelle contro la guerra, quelle di sostegno ai rifugiati, per i diritti delle donne, per i diritti LGBT, contro la povertà e molto altro ancora, tutti questi movimenti vanno in questa nuova direzione z, perché tutti avvertono come gli esseri umani siano trattati in modo orribile e subiscano gli effetti della violenza nelle sue varie forme in un sistema che non dà loro valore.

Sono tutti espressioni di umanesimo, e tutti sono l’essenza di quella regola aurea apparsa in innumerevoli culture, religioni e momenti storici in cui la vita umana è stata nuovamente valutata: trattare gli altri come si vuole essere trattati.

Una nuova sensibilità sta dunque emergendo, ridipingendo il panorama in diverse aree. Se si vuole davvero che essa trasformi il paesaggio politico, ogni singolo movimento dovrà connettersi a tutti gli altri movimenti in cammino nella stessa direzione pur operando in campi diversi.

E in questa ottica di cooperazione e collaborazione, in questa convergenza di diversità, la domanda non sarà più se essere di destra o di sinistra, ma se si è Umanisti o Antiumanisti.

Traduzione dall’inglese di Giuseppina Vecchia per Pressenza

Libano - l'imbecillità domina il mondo, un primo ministro va all'estero e si dimette nella Tv del paese "ospitante"

Riad minaccia il Libano: guerra imminente

I sauditi alzano il livello di scontro per colpire Hezbollah. E Beirut li accusa di tenere prigioniero il premier. I Paesi del Golfo chiedono ai propri cittadini di rientrare

AFP

Pubblicato il 10/11/2017
GIORDANO STABILE
INVIATO A BEIRUT

L’Arabia Saudita, seguita dal Kuwait, ordina a tutti i suoi cittadini di lasciare il Libano «immediatamente» e lascia intendere che il rischio di una guerra nel Paese dei cedri è ormai imminente. Beirut accusa Riad di «tenere prigioniero» il suo primo ministro Saad Hariri, che sabato si è dimesso in un discorso pronunciato dalla capitale saudita, e da allora non è più tornato in patria. Il braccio di ferro fra la potenza sunnita e la piccola nazione multiconfessionale ieri è salito ancora di grado e la crisi, come temuto, si sta allargando a tutta la regione. Anche perché, rivelano fonti diplomatiche, un eventuale attacco da parte saudita o israeliana scatenerebbe la reazione iraniana: i Pasdaran, dopo la conquista ieri dell’ultima città in mano all’Isis al confine siro-iracheno, sono in grado di «muovere dall’Iraq e riversare in pochissimo tempo sul Golan 50-60 mila miliziani» lungo il «corridoio sciita», ora aperto da Baghdad a Damasco. 


REUTERS

La giornata di ieri si è aperta con la controffensiva da parte del governo libanese. Un funzionario, che ha voluto rimanere anonimo, ha accusato il governo di Riad di aver orchestrato la crisi. Venerdì scorso i sauditi, ha spiegato, «hanno improvvisamente ordinato ad Hariri di andare a Riad e di leggere le sue dimissioni alla tv». Da allora al premier, di confessione musulmana sunnita, è concessa soltanto «una ristretta liberà di movimento e questo è un attacco alla sovranità libanese». 

L’obiettivo dei sauditi è quello di costringere il Libano a escludere dal governo Hezbollah, il movimento sciita alleato dell’Iran. Il Partito di Dio ha però replicato che questa è «un’aggressione» al Libano e che il presidente Michel Aoun, cristiano, «sta chiamando i leader arabi» perché facciano pressione sul principe ereditario Mohammed Bin Salman e lo convincano a lasciare Hariri libero di tornare a Beirut. Sulla volontarietà delle dimissioni i media libanesi hanno avanzato dubbi fin da sabato. Il viaggio in Arabia Saudita è avvenuto senza l’entourage che di solito accompagna il premier. Il discorso alla tv Al-Arabiya «non era scritto da lui o dai suoi collaboratori ma da qualcuno che parla l’arabo del Golfo»: i politici arabi usano nelle comunicazioni ufficiali l’arabo classico contaminato dall’arabo colloquiale locale, e quello di Hariri non aveva caratteristiche libanesi. 

L’Arabia Saudita ha però replicato che il primo ministro libanese «è libero di muoversi» e lo dimostra il fatto che mercoledì è andato ad Abu Dhabi per un colloquio bilaterale con l’emiro, e ieri ha incontrato l’ambasciatore francese e il rappresentante dell’Ue nella sua residenza a Riad. Nella capitale saudita continua il giro di vite contro la corruzione, in realtà una «purga» nei confronti di principi e uomini d’affari ostili al principe ereditario: il numero delle persone arrestate è salito a 102 e sono 1200 i conti correnti congelati, anche negli Emirati Arabi Uniti, per un totale di 100 miliardi di dollari che si sospetta siano stati sottratti illegalmente alle finanze pubbliche. 

L’aria, però, non è quella «di una guerra imminente», spiegano fonti diplomatiche: l’Arabia Saudita, in difficoltà contro i ribelli sciiti Houthi nello Yemen, «non ha i mezzi per colpire il Libano». L’impressione è che Riad stia cercando di esercitare la «massima pressione psicologica possibile» su Beirut, mentre sono in corso trattative per la formazione di un nuovo governo, magari con lo stesso Hariri riconfermato ma senza Hezbollah. Un’azione militare, in ogni caso, richiederebbe la collaborazione di Israele, che dovrebbe come minimo concedere il passaggio nel suo spazio aereo ai cacciabombardieri sauditi. 

In questo momento però lo Stato ebraico, in modo particolare le forze armate, sembra molto prudente. Un conflitto con il Libano potrebbe allargarsi alla Siria. E l’Iran, attraverso il generale dei Pasdaran Qassem Suleimani, è in grado di muovere «50-60 mila miliziani sciiti» dall’Iraq alla Siria fino alle Alture del Golan. Ieri l’esercito siriano, appoggiato da quello iracheno e dalle milizie Hash al-Shaabi e dallo stesso Hezbollah, ha conquistato Al-Bukamal, l’ultima città in mano all’Isis in Siria, al confine con l’Iraq. Il «corridoio sciita» è adesso aperto da Baghdad a Damasco, in un Medio Oriente in piena «ristrutturazione» geopolitica.

Fuori dal'Euro si cresce, non diciamolo agli euroimbecilli

Ungheria, boom economico: produzione industriale + 8,1% nel 2017

giovedì, 9, novembre, 2017



BUDAPEST – Il governo Orban porta l’Ungheria ad un boom economico senza precedenti nella storia del Paese. La crescita della produzione industriale dell’Ungheria ha accelerato ad un ritmo molto piu’ veloce di quello previsto in precedenza, registrando una crescita del 8,1 per cento su base annua a settembre 2017, rispetto al 6,8 per cento del mese precedente. Lo evidenziano i dati preliminari dell’Ufficio statistico ungherese, riportati dal sito di ”Business insider”.

Gli economisti ungheresi prevedevano che la crescita migliorasse del 7,9 per cento, e il dato e’ inoltre in aumento anche su base annuale. Questo è il risultato di una accorta politica di incentivazione degli investimenti grazie alla riduzione della pressione fiscale e all’aumento dei consumi interni per merito anche dell’aumento delle pensioni e del tagli dei costi delle bollette energetiche. Una vera ”rivoluzione sociale e industriale”, ha commentato il governo magiaro. (IL NORD)

Medio oriente - le armi come metodo per contribuire a dissuadere da subire agressioni

L’intesa Arabia Saudita – Russia tra missili e diplomazia

10 novembre 2017 


Entrambi giganti del petrolio, Russia e Arabia Saudita, nonostante posizioni molto diverse sia riguardo agli assetti politici della Siria, sia sull’atteggiamento verso l’Iran, che Mosca reputa un alleato, e Riad un nemico, provano ad andare d’accordo sfoderando una notevole dose di spregiudicatezza diplomatica.

Tanto che poche settimane fa, dal 4 al 9 ottobre 2017, per la prima volta un sovrano saudita, re Salman al Saud, si è recato personalmente in visita a Mosca, incontrando il presidente russo Vladimir Putin e cercando un’intesa di massima su almeno alcuni dossier. In primis la Siria, su cui, pur restando le divergenze, ci si trova d’accordo sul garantirne l’integrità territoriale.


Terreno comune è anche l’appoggio al presidente egiziano Al Sisi. Vero è che alcune settimane dopo è tornato ad approfondirsi il solco fra sauditi e iraniani dopo l’ennesimo lancio, lo scorso 4 novembre, dallo Yemen di un missile balistico a medio raggio Burkan 2-H (foto a lato) delle milizie sciite Huthi da due anni e mezzo in guerra con Riad. Missile che è stato prontamente abbattuto da batterie antimissile Patriot saudite, ma che ha spinto il regno sunnita ad accusare di “atto di guerra” la dirigenza della repubblica islamica d’Oltregolfo.

Il tutto si è accompagnato negli stessi giorni alle oscure manovre iraniane per l’egemonia sul Libano, in particolare mediante l’influsso sugli sciiti locali e sul partito armato Hezbollah, che hanno spinto alle dimissioni il primo ministro libanese filosaudita Saad Hariri, figlio di quel Rafik ucciso in un attentato nel 2005.

E si è intrecciato alla crociata interna che col pretesto della lotta alla corruzione, fra il 5 e il 6 novembre ha portato nel regno arabo alla incarcerazione di oltre 40 personalità fra cui 11 principi della casa reale e 4 ministri. Una manovra, orchestrata dal principe Mohammad Bin Salman, che oltre a essere erede al trono è ministro della Difesa e vice primo ministro, per soffocare dissidi interni alla casata ed eliminare possibili concorrenti che minino l’unità di comando del regno.

In questo quadro, il riavvicinamento alla Russia sembra riaffermare la volontà dell’Arabia Saudita di giocare come un attore a tutto tondo riconoscendo che la complessità dello scacchiere mediorientale richiede una maggior equidistanza rispetto alle due grandi superpotenze d’Eurasia e d’America, le quali, del resto, sono entrambe “infedeli”. Il che ha il suo peso per uno stato la cui maggior giustificazione ideologica è quella di custode della Mecca e di Medina.

Non bisogna infatti dimenticare che l’intesa fra Salman e Putin è arrivata in un periodo in cui le relazioni fra sauditi e americani sono un po’ altalentanti, nel senso che, al riallacciarsi dell’alleanza col viaggio di Donald Trump a Riad, nonché col sostegno saudita alle recenti dichiarazioni del presidente USA contro il patto sul nucleare iraniano, fanno da contraltare i manifesti malumori del Congresso di Washington verso la campagna militare saudita in Yemen.

Le strette di mano fra Salman e Putin hanno propiziato soprattutto un vasto accordo nel campo dell’industria militare, in aperta concorrenza col tradizionale approvvigionarsi dei sauditi dalle industrie occidentali, accordo di cui il fiore all’occhiello è senza dubbio la fornitura al regno arabo dei potenti missili antiaerei russi Almaz Antey S-400 Triumf.

Un “ombrello” per la terra del Profeta

La trasferta di Salman in Russia, nel tipico stile dei monarchi orientali, è stata davvero imponente, con un seguito di 1000 persone, da esperti tecnici e consulenti per finire con quelli che forse erano semplici lacchè. Ciò che più importa in questa sede è il mega-accordo del valore totale di 3 miliardi di dollari per la fornitura di armi e tecnologie militari russe che daranno in parte luogo a una produzione su licenza su suolo saudita, nell’ambito del piano con cui il regno che si fregia del titolo di “custode dei luoghi santi dell’Islam”, intende arrivare entro il 2030 ad essere autosufficiente almeno per il 50 % del fabbisogno di armi ed equipaggiamenti militari.


La lista della spesa di Salman era particolarmente lunga, contemplando ad esempio numerosi sistemi tattici come missili anticarro Kornet EM, lanciarazzi campali TOS-1A (foto a lato) e lanciagranate AGS-30, nonché accordi per la costruzione su licenza del fucile d’assalto Kalashnikov AK-103 e delle relative munizioni in stabilimenti locali della SAMI, Saudi Arabian Military Industries, il leader saudita dell’industria militare, che si aspetta dagli accordi con l’ente russo Rosoboronexport, deputato all’export militare, la creazione di centinaia di nuovi posti di lavoro. Ebbene perfino negli stabilimenti SAMI verranno prodotte alcune parti di ricambio per il sistema d’arma più ambizioso comprato dai sauditi in Russia, l’antiaereo e antimissile Almaz Antey S-400 Triumf.

In tal caso ci troviamo di fronte a un sistema il cui peso è anche strategico, potendo esso intercettare velivoli e vettori missilistici, entro certi limiti, diretti verso il territorio saudita. Un sistema che, manco a farlo apposta, Riad concepisce primariamente come antemurale all’arsenale balistico del vicino Iran, lo storico rivale per l’egemonia nel Golfo Persico, il che rende ancora più interessante e colmo di interrogativi il via libera di Putin, se si considera che il governo di Teheran è da tempo alleato dei russi.

La fornitura di S-400, in numero di ben 12 battaglioni ciascuno con 8 veicoli lanciatori e un totale di 112 missili, più i veicoli di comando e supporto, faceva gola a Riad fin dal 2009 ma le trattative si sono protratte per anni, fra le alterne vicende nei rapporti fra i due Paesi, tanto più che i russi più volte cercarono di rifilare ai sauditi i meno prestanti S-300.


Ora invece Putin si è lasciato convincere da tutta una serie di considerazioni, in primis la speranza di influire sulla bilancia del Golfo Persico rendendo i sauditi più sicuri di fronte all’Iran per stabilizzare un teatro potenzialmente esplosivo. Non è certo interesse della Russia che un giorno scoppi un grande conflitto nell’area più petrolifera del mondo e il calcolo del Cremlino può avere una sua logica, al di là del mero affare commerciale, nel considerare che la soluzione migliore sia far sì che nessuno dei due contendenti sia tentato di attaccare l’altro, creando una versione regionale della dissuasione. Oltretutto, i russi possono così guadagnare credito presso il regno saudita in quanto possibili mediatori nelle future crisi.

Con un raggio di scoperta massimo dei suoi radar di 600 chilometri e un raggio d’azione di 250/400 a un’altitudine massima di ben 185, l’S-400 è un formidabile “ombrello” che permetterà all’Arabia Saudita di sventare gran parte delle minacce dal cielo, non solo a livello di aviazione, ma anche di missili da crociera e di missili balistici, purchè il loro inviluppo di volo non sia superiore alla velocità massima del missile antiaereo, ossia circa 17.000 km/h.

Il tutto abbinato alla capacità di sopravvivenza e flessibilità delle rampe autocarrate coi moduli lanciatori, che possono spostarsi a 60 km/h su strada e 25 km/h fuori strada, disperdendosi per i deserti dell’Arabia in modo da offrire poco margine a una eventuale azione preventiva nemica di soppressione delle difese aeree.


L’Arabia Saudita disporrà così di un notevole rinforzo ai collaudati Patriot di fornitura americana. Del resto, il regno assegna grande importanza alla difesa aerea, tanto che vi dedica una forza armata autonoma, la quarta a fianco dei classici esercito, marina e aeronautica. E data la grande estensione del territorio della penisola arabica non stupisce l’entità della commessa che ne farà il terzo grande utilizzatore dopo la “madre” Russia e la Cina. Dietro alla fornitura, del resto, ci sono calcoli strategici ancora più intriganti, poiché i russi sono sicuramente ben informati sulla poco ricordata dimensione di Riad come potenza nucleare virtuale, per la quale disporre di una notevole forza di protezione da aggressioni dal cielo costituisce un fattore oltremodo tranquillizzante e stabilizzante.

Il successo, non solo finanziario ma anche in termini di pubblicità, che la commessa saudita sta assicurando al sistema S-400 Triumf ha spinto vari media americani, ad esempio The National Interest e Business Insider, a pubblicare a fine ottobre i commenti deleteri di esperti come Dave Majumdar e Mike Kofman, nonché il maggiore dell’US Marine Corps Dan Flatley, secondo i quali l’efficacia del sistema da difesa aerea russo sarebbe molto limitata non riuscendo in particolare a colpire i velivoli stealth e il nuovo F-35. Ma si tratta di affermazioni di cui non esiste prova e che si iscrivono certamente in una vera guerra d’informazioni, tanto più che è noto che lo stesso F-35 non è uno stealth completo.

L’atomica compartecipata

Molto si discute sulla eventuale dimensione atomica dell’Arabia Saudita, legata a doppio filo a quella del Pakistan. Poiché si sa che i sauditi hanno finanziato a piene mani il programma atomico di Islamabad, viene comunemente considerato plausibile che a loro volta ne abbiano tratto vantaggio con la disponibilità occulta di ordigni, o almeno componenti di essi, che possano essere in caso di crisi trasportati in Arabia, quando non già presenti, stoccati in luoghi segreti, e montati nelle ogive dei piuttosto numerosi missili balistici a raggio intermedio di fabbricazione cinese in servizio con un’apposita forza armata totalmente dedicata dai sauditi ai missili strategici.

I russi lo sanno bene ed è intuibile che i loro servizi d’informazione esteri abbiano un quadro della situazione ben più completo di quello disponibile sui mass media. D’altronde, almeno dal 2003 già la britannica BBC avanzò l’ipotesi di un patto in tal senso fra sauditi e pachistani. Perciò Mosca non può permettersi di emarginare il regno custode della Mecca e di Medina o, peggio, trattarlo da nemico.


La fornitura degli S-400 si può leggere anche secondo questa chiave, per contribuire a dare sicurezza alla regione, trattandosi di armi difensive, e scoraggiare eventuali tentazioni da “primo colpo” nei vicini di Riad, Israele e Iran.

In tutta l’Arabia ci sarebbero fino a cinque basi missilistiche per vettori balistici, la più vecchia delle quali, quella di Al Sulayyil, fu costruita da maestranze cinesi nel 1988 e si trova a 450 km da Riad. Ci sono poi, più o meno remote nelle distese desertiche dell’entroterra, Al Jufayr, la non confermata Ash Shamli, Rawdah e infine la più moderna, aperta dal 2008, Al Watah, che sta a 200 km dalla capitale saudita.

Tutte sono accreditate di vaste strutture sotterranee che comprendono gallerie da cui possono sbucare i veicoli erettori-lanciatori con rampa mobile che alla bisogna si disporrebbero sulle piazzole di lancio predisposte, uscendo all’ultimo momento dai loro nascondigli. I missili cinesi di cui è dotata la forza strategica saudita sono anzitutto i più vecchi Dong Feng (“Vento dell’Est”) DF-3 forniti nel 1988 e tuttora in servizio, tanto che solo nel 2013 ne venne ammessa ufficialmente l’esistenza e che dal 2014 vennero mostrati in pubblico.


Ce ne sarebbe in servizio un numero imprecisato che viene valutato fra un minimo di 30 e un massimo di 120, con alta probabilità attorno ai 75-90 esemplari. E’ una forbice così vasta che di per sé la dice lunga sul fatto che le incertezze sull’arsenale strategico saudita sono almeno pari a quelle relative a quello di Israele.

Il DF-3, noto anche con la vecchia dizione CSS-2, ha una gittata di ben 4800 chilometri, il che significa che dall’Arabia tali ordigni possono colpire una vastissima area fra Europa, Asia e Africa, arrivando praticamente fino all’India, a Mosca (!) e all’Italia. Il carico utile nell’ogiva è superiore alle due tonnellate, sufficiente quindi a portare testate nucleari singole e anche multiple MIRV. Certo si tratta di un’arma non all’avanguardia, a combustibile liquido che richiede un lungo tempo di preparazione al lancio e soprattutto dalla grande imprecisione, ma se dotato effettivamente di testata nucleare, il problema della precisione non si pone, a patto che si vogliano tenere sotto tiro obbiettivi estesi come le città e non puntiformi come specifiche strutture militari avversarie.

La forza balistica strategica saudita si è pero rafforzata dal 2007 con un nuovo vettore, sempre comprato dalla Cina, di cui la stampa occidentale, specie Newsweek, sosteneva nel 2014 essere stato acquisito in ben 538 unità, numero francamente esagerato. Si tratta del Dong Feng DF-21, o CSS-5, che, sulla carta, ha apparentemente prestazioni inferiori al predecessore ma più progredito ed studiato per agire a raggio più limitato e con maggior precisione.


Il DF-21 (foto a lato) ha una gittata di 2800 chilometri e porta un carico utile di circa 1000 chili, potendo portare teoricamente una testata termonucleare di potenza fra 250 e 550 chilotoni, o anche testate MIRV più piccole.

Anch’esso lanciabile da rampa mobile autocarrata, il DF-21 è uno strumento strategico più affinato, poiché a Riad, in fondo, non interessa minacciare l’Europa o l’India, bensì attenersi al proprio scacchiere regionale, tenendo a bada i principali attori della zona, ovvero Iran, Israele e Turchia. Peraltro, essendo un missile a combustibile solido è anche di pronto impiego, lanciabile con preavviso molto breve.

Voci non confermate sostengono che la vendita dei DF-21 all’Arabia SAudita sarebbe stata effettuata col beneplacito degli americani, dopo che tecnici della CIA avrebbero esaminato i missili verificando che l’ogiva era stata inabilitata al trasporto di testate atomiche. All’epoca della consegna, in effetti, fra 2007 e 2008, si era verso la fine del secondo mandato presidenziale di George W. Bush, notoriamente amico personale e per “tradizione di famiglia” della casata Al Saud, e questio potrebbe aver contribuito a far sì che gli Stati Uniti chiudessero un occhio.

Ma non si può certo avere garanzia che davvero le ogive siano davvero inabilitate a testate nucleari, tantopiù che eventuali modifiche per riadattarle non devono certo costare troppo care al danaroso reame dell’oro nero.

Sembra invece infondata, o perlomeno senza prove, la voce diffusasi specialmente dopo il 2006 secondo cui i sauditi avrebbero comprato anche un altro missile balistico a medio raggio, il Ghauri pachistano, non è chiaro se nella versione Ghauri I o II, comunque con gittata compresa fra 1500 e 1800 chilometri. Si diceva ce ne fossero diversi schierati in silos di lancio sotterranei nella base di Al Sulaiyil e l’unica plausibilità è data dalla già citata condivisione tecnologica Pakistan-Arabia Saudita.

Insinuarsi davanti agli USA

Il citato apparato strategico saudita, più o meno con potenzialità nucleari, è ben noto ai russi, i quali sicuramente si aspettano che i loro S-400 vengano messi anche a protezione delle basi di lancio dell’acquirente. La vendita dei missili antiaerei può quindi essere letta, su una prospettiva più ampia, come una mossa che può portare Riad a sentirsi più sicura, con un deterrente più protetto, probabilmente nella segreta speranza del Cremlino che in tal modo il regno islamico si tranquillizzi e diminuisca un po’ la sua acredine verso l’Iran.

Un sottile gioco diplomatico che si arricchisce anche di un altro scopo, ovvero fare concorrenza agli Stati Uniti che con Trump si stanno riavvicinando ai sauditi dopo alcuni anni di eclisse. La concorrenza è giocata anche su un fronte non direttamente militare, ma pienamente strategico, soprattutto per un paese arido che di suo produce ben pochi generi alimentari, quello delle forniture cerealicole.

Infatti il 30 ottobre l’ente statale agricolo russo Rosselkhoznadzor ha divulgato che fra luglio e ottobre 2017 le esportazioni di granaglie verso il regno saudita sono salite del 22% rispetto al medesimo periodo del 2016, toccando 854.000 tonnellate, il che ha fatto balzare in un anno il reame della Mecca dal decimo al quarto posto mondiale fra nella classifica delle nazioni importatrici di cereali russi.

Un bello smacco per gli stessi USA, che hanno sempre fatto parimenti affidamento alle loro proprie esportazioni di cereali come arma geopolitica, tanto che negli ultimi tempi dell’era sovietica, quando l’URSS aveva un’agricoltura allo sfascio, Washington vendeva grano perfino al nemico per eccellenza.


Il momento è propizio per i russi, poiché nonostante la simpatia personale fra re Salman e il capo della Casa Bianca, permangono alcuni problemi sul tappeto. Il 15 ottobre il sovrano arabo ha parlato per telefono con Trump ringraziandolo apertamente per le prese di posizione contro l’accordo del 2015 sulla limitazione delle tecnologie nucleari iraniane. Ma fin da due giorni prima, il 13 ottobre, una alleanza trasversale di deputati repubblicani e democratici della Camera di Washington ha iniziato a chiedere con forza la cessazione del supporto militare del Pentagono alle operazioni militari saudite nello Yemen, dove da marzo 2015 le forze di Riad sono impegolate contro i ribelli Huthi sciiti.

Fra i 30 deputati che si fanno portavoce della proposta di legge, denominata House Congressional Resolution 81, spiccano i democratici Ro Khanna e Mark Pocan e i repubblicani Walter Jones e Thomas Massie. Jones, peraltro, in aprile aveva già duramente attaccato il supporto USA ai sauditi sostenendo che ciò faceva di Washington “un alleato di fatto di “al-Qaeda nella Penisola Araba” (AQAP), accomunata ai sauditi dalla più riguda confessione sunnita.

La proposta, nata dalla segnalazione da parte delle organizzazioni per i diritti civili dei continui bombardamenti dell’aeronautica saudita sui villaggi yemeniti, chiede che venga interrotto l’intervento di cisterne volanti dell’USAF nel rifornire in volo i cacciabombardieri sauditi, nonché il supporto radar, satellitare e di intelligence nel fornire i dati sui potenziali bersagli.

La polemica sta montando al Congresso, tanto che dal 26 ottobre il deputato Khanna sta premendo per un’accelerazione dell’iter della votazione della legge al Congresso, commentando: “Non voglio essere complice dell’Arabia Saudita che non ha riguardo per la vita umana. Poiché l’America vanta il più alto standard in queste cose, non dovremmo cooperare coi sauditi. Compromette gli standard morali americani e siamo biasimati per le atroci azioni saudite”.

Ben si capisce come l’Arabia Saudita si senta in qualche modo insicura nel suo rapporto con l’America e intenda offrire una sponda anche ai russi, usando la stessa intesa tra Salman e Putin come spauracchio per cercare di alzare di nuovo le “quotazioni” della propria amicizia con Washington. Si spiega così anche il viaggio diplomatico-lampo che il 29 ottobre è stato compiuto a Riad dal giovane genero di Trump, Jared Kushner, nella sua veste di consigliere presidenziale.

Kushner era accompagnato dal vice consigliere per la Sicurezza Nazionale Dina Powell e dall’inviato USA per il Medio Oriente Jason Greenblatt. Sulla puntata di Kushner fra i sauditi poco è stato divulgato. Non si sa esattamente con chi si sia incontrato e se abbia parlato genericamente di questione israelo-palestinese, come vorrebbero far credere accenni nelle fonti ufficiali, oppure i più profondi aspetti dell’assestamento dei rapporti americano-sauditi in considerazione del parallelo farsi avanti dei russi, su cui gli USA vogliono probabilmente chiarimenti. Ed è assai probabile che, visti tutti gli antefatti che abbiamo esaminato, la seconda ipotesi sia la più plausibile.

Le ultime trame

Che la visita di Kushner abbia avuto a che fare in qualche modo con un possibile chiarimento coi sauditi rispetto alla loro posizione rispetto alla Russia, pare assodato. Più arduo dire se sia parlato, ovviamente a porte chiuse, anche della fragile situazione libanese, tornata alla ribalta il 4 novembre con le dimissioni del primo ministro filosaudita Saad Hariri, in segno di protesta per le trame iraniane nel Paese dei Cedri, in cui ormai l’egemonia sciita è così preponderante da assicurare, di riflesso alla guerra civile in Siria, una stabile retrovia strategica ai governativi siriani del presidente Bashar el Assad supportati dalle milizie libanesi Hezbollah.

Le dimissioni di Hariri sarebbero da considerare in tale quadro uno stratagemma per alzare la temperatura politica del Libano e far leva sulla sua multiconfessionalità per innescare una ulteriore destabilizzazione, in modo da ricreare nuovi problemi ad Assad e agli sciiti proprio mentre l’Isis è in rotta a Raqqa e nella valle dell’Eufrate.

Nelle stesse ore il ministro saudita degli Affari del Golfo, Thamer al Sabhan, aveva dichiarato che “tratteremo il governo del Libano come un governo che sta dichiarando guerra a causa delle milizie Hezbollah”. Molti considerano in effetti come una vera propria rappresaglia iraniana a queste parole e alla porta sbattuta da Hariri, il lancio la sera stessa del 4 novembre di un missile a medio raggio dallo Yemen, diretto proprio sopra la zona dell’aeroporto internazionale di Riad e abbattuto da un Patriot. Si trattava di un ordigno Burkan 2-H, un missile per molti aspetti ancora misterioso che è apparso da pochi mesi, in questo stesso 2017, fra le fila dei guerriglieri sciiti Huthi appoggiati dall’Iran.


Un missile che sarebbe stato sviluppato tecnicamente dagli Huthi stessi sebbene appaia chiaro che essi non abbiano troppe possibilità di progettare e realizzare da soli un missile balistico accreditato di una gittata di ben 1400 chilometri e che può quindi colpire la maggior parte del territorio saudita.

E’ fin troppo palese che, assemblato in loco o trasportato via mare, il Burkan 2-H è farina del sacco dei tecnici iraniani, forse degli stessi Pasdaran, il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione. Anche in tale ottica va a quadrare il rafforzamento della difesa antimissile di Riad con l’acquisizione degli S-400 Triumf russi.

Si sospetta perfino che Riad si stia letteralmente preparando a uno scontro su vasta scala con Teheran anche tramite le citata “purghe” attuate dal principe Bin Salman, che fra i numerosi arrestati, detenuti in lussuose “celle” d’albergo, ha annoverato uno degli uomini più potenti del mondo, ossia il multimiliardario principe Alwaleed bin Talal. Fra i detenuti, udite udite, c’è nientemeno che uno dei fratelli maggiori del defunto fondatore di al Qaeda, Osama Bin Laden, ossia Bakr Bin Laden, tuttora il maggior azionista del colosso delle costruzioni Saudi Binladen Group di Gedda.

Esperti come il politologo francese Gilles Kepel hanno chiaramente interpretato le “purghe” come il perseguimento di un indiscusso controllo centralizzato. Ha spiegato al Corriere della Sera che “ogni principe aveva per sé un piccolo pezzo di governo, tanto che le decisioni importanti erano ogni volta pagate a suon di regalie. Il sovrano non era che un primus inter pares. Adesso le cose cambiano e si combatte per l’egemonia regionale, dove a Teheran sono in grado di fare scelte rapide, agili”.

Perciò anche Riad vuole un vertice più coeso. I sauditi non hanno più tempo da perdere, man mano che il fronte yemenita si fa sempre più pericoloso. Come si è visto il 5 novembre con il probabile abbattimento, pur ufficialmente etichettato come “incidente”, di un elicottero che trasportava il principe Mansur Bin Muqrin, vice governatore della regione di Asir, proprio sui confini con lo Yemen ed esposto a possibili missili antiaerei.

La guerra segreta Iran-Arabia Saudita continua a serpeggiare mentre Putin spera forse di porsi un giorno come arbitro della crisi.

Foto: Itar/Tass, Ministero Difesa Russo, al-Arabiya, Xinhua e Getty Images

giovedì 9 novembre 2017

Diego Fusaro - per la Lucarelli, ad maiora

L'ULTIMO MARXIANO 08 novembre 2017

Lucarelli non mi capisce perché la filosofia non è per tutti

La giornalista mi dedica un articolo sul Fatto Quotidiano. La ringrazio, anche se preferirei ricevere critiche che si avventurassero oltre l'insulto e la canzonatura. Nel suo scritto, infatti, non v’è traccia di quei «concetti» che, per chi ama il filosofare, sono i beni più rari e più preziosi.


Debbo dire a mio disdoro che non conoscevo la signora Selvaggia Lucarelli. Non la conoscevo prima che, poche ore or sono, una nutrita schiera di amici mi segnalassero l’articolo che Ella ha voluto dedicarmi sulle pagine del Fatto Quotidiano.




Fare il fenomeno con la fenomenologia. Oggi su il Fatto il mio pezzo su Diego Fusaro.

D’ora in avanti prometto che La leggerò con piacere, pur senza anteporla – e me ne scuso – ad Aristotile e allo Hegel. La ringrazio vivamente, felice, come sempre, di questo possibile momento di confronto socratico: socratico non solo perché dialogico, ma anche perché, alla maniera di Socrate, amo il confronto con chi, negli spazi infiniti della polis globale, si occupa di altro rispetto alla somma scienza della filosofia (ancorché, sempre a mio disdoro, debbo ammettere di non avere ancora capito di cosa in concreto si occupi la signora Lucarelli). Ringrazio altresì la signora Lucarelli per essersi iscritta al mio canale Youtube e colgo l’occasione per rassicurarla del fatto che suddetto canale non è curato da me, ma da una mia validissima collaboratrice fiorentina, la quale si occupa di caricare i video e di sottotitolarli. Accanto a lei, operano anche molteplici amici e collaboratori che – bontà loro – traducono nelle loro lingue i video.

UN COACERVO DI PREGIUDIZI E IRONIE FORZATE. Mi piacerebbe assai potermi confrontare con Lei, signora Lucarelli, su temi di rilievo, ma purtroppo l’articolo da Lei redatto non lo consente, risolvendosi di fatto – me ne dispiaccio – in un coacervo di pregiudizi, canzonature, e ironie peraltro forzate e di dubbio gusto. Non v’è traccia, purtroppo, di quei «concetti» che, per chi ama il filosofare, sono i beni più rari e più preziosi. E poiché a insulti, offese, risolini ho volutamente scelto, da sempre, di non rispondere – per dignità mia e rispetto verso gli altri –, la signora Lucarelli mi vorrà perdonare se non sarò indulgente verso siffatte forme di turpiloquio e di mancanza di rispetto (anzitutto verso se stessi, per inciso). Ciascuno secondo le sue possibilità.

La ubris domina sovrana a ogni latitudine nel tempo della volgarità fattasi mondo. L’epoca in cui anche personaggi di «vuota profondità», come li chiama la Fenomenologia dello Spirito possono ambire alla loro «fetta di cielo» sulle prime pagine del Fatto

Un suggerimento che mi permetto – si licet – di rivolgere alla signora Lucarelli è il seguente: se, dopo ore di letture e di ascolto (per le quali vivamente la ringrazio), non si capisce letteralmente nulla («boh!», «nulla ipnotico», «supercazzole», et alia), modestia e umiltà vorrebbero che, prima di addossare la responsabilità all’autore, il soggetto facesse un puntuale esame autocritico, in modo da appurare che la mancata comprensione non dipenda anzitutto dalle proprie limitate capacità intellettive.

IL PREDOMINIO DELLA NEOLINGUA DEI MERCATI ANGLOFONI. Ma tant’è. La ubrisdomina sovrana a ogni latitudine nel tempo della volgarità fattasi mondo. L’epoca in cui, non a caso, anche personaggi di «vuota profondità», come li chiama la Fenomenologia dello Spirito possono ambire alla loro «fetta di cielo» (Hegel) sulle prime pagine del Fatto Quotidiano. Credo – e sono confortato da molti che hanno scelto di leggere i miei modesti contributi – di parlare un italiano sufficientemente fluente e corretto, che rispetta sintassi e consecutio temporum. Certo, la signora Lucarelli è perdonata se non riesce a intenderlo fino in fondo, in un’epoca in cui la barbarie dilaga e la neolingua dei mercati anglofoni prevale. È una triste sciagura che riguarda fasce sempre più estese del nostro amato Paese il non riuscire più a intendere non solo il padre Dante e il sommo Vico, ma anche chi ancora non abbia rinunziato alla lingua nazionale. Me ne scuso, precisando non di meno che seguiterò nella mia eresia linguistica, disposto, all’occorrenza, a fare chiarezza sulle locuzioni più ostiche o sulle parole non riconosciute.

Al netto degli attacchi ad personam e del tentativo di ridicolizzazione (capita talvolta che, per le leggi della dialettica, il «ridicolizzatore» esca esso stesso ridicolizzato dalla sua opera), l’articolo della signora Lucarelli solleva una domanda, alla quale vorrei provare a replicare: perché il sottoscritto è tanto avversato nel pur tristo e desolato paesaggio contemporaneo, emblema della «notte del mondo» di hölderliniana memoria? Credo di poter abbozzare una plausibile risposta, sia pure impressionistica e niente affatto definitiva: l’avversione generalizzata a cui il sottoscritto va incontro non è dovuta soltanto all’ostinato uso della “vetero-lingua” nazionale, di contro alla moda egemonica della neo-lingua anglofona per atomi sradicati e dal lessico sempre più impoverito.

Le prospettive che cozzano con gli interessi dei dominanti sono destinate a essere respinte con veemenza e financo con violenza verbale: il pensiero unico non confuta ma silenzia

Accanto a questo motivo, ve ne è un altro: che ho provato ad argomentare meglio nel mio citato volume Pensare altrimenti (Einaudi, 2017), ove scrivevo che le tesi da me sostenute, in quanto in aperta antitesi con il coro virtuoso del politicamente corretto (al quale, salvo errore, la signora Lucarelli pare potersi ascrivere), non possono che essere respinte, ostracizzate, ridicolizzate, diffamate. Perché esse contrastano con gli «interessi materiali» (Marx) dell’apolide aristocrazia finanziaria: i fedeli legittimatori simbolici – detti "intellettuali” – di tale cinica aristocrazia competivista e globalista procederanno senza riserve nell’opera di diffamazione e ridicolizzazione, a colpi di «boh», «non si capisce», «complottismo», «populismo», «fascismo», «marxismo», stroncature sui canali nazionali in assenza dell’“imputato”, ecc. E così facendo, che se ne avvedano oppure no, non faranno altro che confermare le tesi del sottoscritto, secondo cui le prospettive che cozzano con gli interessi dei dominanti sono destinate a essere respinte con veemenza e financo con violenza verbale (il magistrato docet): il pensiero unico non confuta ma silenzia, non discute razionalmente ma diffama scompostamente, non argomenta ma proscrive.

HEGEL E IL DIRITTO DI PAROLA IN FILOSOFIA. Il sottoscritto, sia chiaro, sarebbe felice di ricevere critiche scientifiche che si avventurassero più in là della mera furia del dileguare dell’insulto e della canzonatura; in una parola, sarebbe felice di poter filosofeggiare con quanti non ne condividono visioni e tesi. E però, come disse Hegel, «nella filosofia non hanno diritto di parola quelli che vogliono discorrere in modo non concettuale». Proprio così, gentile signora Lucarelli. Ecco svelato l’arcano. Sicché, gentile signora Lucarelli, io la ringrazio per aver avvalorato in toto la mia tesi e le auguro ogni bene. Mi consenta – e non me ne voglia – di salutarla cordialmente con una lingua ancora più “vetera” del tanto vituperato italiano: ad maiora.

io non voglio il futuro voglio il presente


Cronaca di Redazione - 8 novembre, 2017 - 17:52

Genovese, Accorinti e le regionali: una riflessione sul voto

Riceviamo e pubblichiamo un contributo dell'esperto a titolo gratuito del sindaco, Giampiero Neri, sugli esiti elettorali del 5 novembre, sulle 17mila preferenze del 21enne neo-deputato di Forza Italia e sul futuro di Messina

MESSINA. Riceviamo e pubblichiamo un contributo di Giampiero Neri, esperto a titolo gratuito del sindaco, dal titolo “Coltivare dove tutti dicono non cresca nulla”. Una riflessione sugli esiti elettorali delle regionali del 5 novembre, sulle 17mila preferenze di Luigi Genovese e sul futuro della città e dell’amministrazione Accorinti.

Di seguito il testo integrale del contributo:

Io non riesco a prendermela con quel ragazzo da 17mila voti alle ultime Regionali Siciliane, cioè che sia chiaro nessuna delicatezza, ma visto che lo stanno facendo altri soprattutto sui social e sulla stampa nazionale io provo ad andare oltre e mi chiedo se abbia un po’ di spina dorsale, di spirito di iniziativa o di sogni disordinati tipici di chi ha 21 anni, ma allo stesso tempo non ho nessuna intenzione di partecipare allafiera finto horror propria dei social, dove si prende di mira una persona e ci si dimentica che non è lui la “preoccupazione” (e come potrebbe esserlo uno solo?) ma tutti quelli che lo hanno votato – e non perché lo hanno votato, ci mancherebbe altro, ma per cosa hanno votato.

Il padre ha lasciato al figlio, così come il nonno aveva lasciato al padre, la “bottega” da gestire: il punto chiave della questione è proprio questa bottega… Nel 2017 esistono ancora blocchi e montagne di voti -che non dimentichiamo sono persone- che evidentemente si comandano facendo schioccare le dita.
A Messina si sposta un intero Consiglio Comunale da “sinistra” a “destra” come mai accaduto nella storia, si spostano voti e si bocciano atti amministrativi indipendentemente se fanno bene o meno alla cittadinanza, perché non soddisfano piccoli interessi meschini o semplicemente perché “se l’ha fatto Accorinti va bocciato”.

Riuscireste a prendervela con chi cresce e vive in quel sistema da sempre? Cioè il ragazzo pensate conosca altre strade? Chiedete a lui di fare il “Peppino Impastato” della situazione ma quanti hanno avuto davvero il coraggio di “farsi da soli”? Beh io ne conosco tanti ma non per questo pretendo che tutti siano così coraggiosi e autonomi – ci vuole molto coraggio ad avere coraggio; alternativi di sinistra a cui pensano mamma e papà sostenendo economicamente la loro alternatività ne conosco altrettanti. Non per forza è sempre una cosa negativa. 

Torniamo a quella bottega di voti (che non dimentichiamo sono persone) tramandati di padre in figlio e ancora di padre in figlio (ricordiamo Luigi Genovese senatore per sei legislature consecutive dal 1972 al 1994 padre di Francantonio).
Avete notato che su altri fronti elettorali (posso semplificare praticamente senza problemi quasi tutte le coalizioni) il meccanismo della raccolta voti è più o meno uguale? Qualcuno ha dato una occhiata alla vicina Catania e al candidato più votato della Regione con 32.280 voti? Avete notato che Barcellona Pozzo di Gotto riesce a portare all’Assemblea Regionale Siciliana ben tre deputati, quanto una grande città metropolitana… Chiedete alla famiglia Manca o al Procuratore Ardita se questo è solo un caso statistico…

L’errore più grande è pensare che “loro”, quelli dei “diecimila voti” allo schioccare delle dita non abbiano davvero amici autentici, che siano “bimbiminkia” o che non abbiano passioni; che siano solo dei poveracci ammanigliati con criminalità o criminosità – quasi che non facciano parte del popolo, mentre noi, noi che brilliamo di slanci e impeti rivoluzionari siamo quelli giusti. L’errore più grande è non chiedersi perché in 17mila votano la “bottega di famiglia”. 

È imprescindibile continuare a lavorare dal basso e dall’alto, di lato e per la diagonale partendo dagli ultimi, ma anche dai bimbiminchia, dai mercati ai convegni del Rotary, curando e chiedendo a gran voce che tutti i processi amministrativi siano democratici e partecipativi. A Messina, a Catania, a Palermo, a Roma, a Bruxelles.
Servono diffusori di una cultura universalista e cintura di trasmissione tra politica e persone, politica e media. Servono persone che indirizzino i sentimenti in verso opposto a quello della bruttura del populismo e del lassismo, dell’arrivismo e del razzismo identitario. Bisogna ricercare e trovare la bellezza di tornare nei quartieri, dedicarsi e affiancarsi, sostituirsi all’ignobile fetore della morte in vita e ritrovare lo splendore e il sapore di rivivere i nostri territori e ritrovarsi tra la gente, aiutandoci a esistere e a coesistere. E preciso: non bisogna farlo con intenti “elettorali”, ma di prevenzione e argine alla diffusione di orrori, di mafie, di ignoranza e leggende metropolitane, disarmonie, malesseri e disservizi.
Bisogna farlo così come si farebbe il doposcuola o il calcetto all’oratorio (citando Pietro Giunta).
Bisogna farlo con lo spirito di Don Lorenzo Milani o di Danilo Dolci (direbbe Ivana Risitano).

Cinque anni fa questa città è stata modello per tutta la nazione, si è gridato al miracolo, alla rivoluzione culturale, con l’elezione di Renato Accorinti sembrava tutto risolto, il sole oramai all’alba, l’impossibile possibile. Ma cosa è successo? Perché si è tornati indietro?

Che la rivoluzione non passa dalla cabina elettorale e il cambiamento nemmeno da una buona onesta amministrazione lo si sapeva ed è anche una frase molto bella di Paolo Borsellino.
Confidare e costruirsi un “Salvatore della Patria” è un sentimento tutto italiano. Ci si affida e a lui si rimandano tutte le problematiche. Io getto la carta in terra e sta a LUI rimuoverla o multarmi (se mi becca sul fatto).
È davvero pochissima l’educazione civica in questa terra del meridione e forse, più dei fatti di Palazzo (che sono anche loro importantissimi) bisogna occuparsi delle persone, dell’educazione, della cultura, della conoscenza e del bello.
Nessuno rivoterà Renato Accorinti sindaco per il porto di Tremestieri, la via Don Blasco, i cento autobus in città, la differenziata, lo svincolo, i conti in ordine, le spese e gli sprechi abbattuti, zero regalie. Perché a conti fatti non è quello che interessa ai 17mila abbagliati dalla bottega di famiglia. Non interessa perché non è nelle loro corde, nel loro trasporto, sono valori diversi in epoche diverse.
Accorinti, il mio sindaco, doveva e deve lavorare di più su una proposta comunitaria, sull’identità cittadina, creare orizzontalità e allo stesso tempo civismo, una visione d’unione di intenti tra persone legate tra loro alla tutela ed alla gestione dei beni appartenenti alla stessa comunità – Beni Comuni è questo e non altro.
Mettere in connessione esperienze.

Penso, citando Sergio Todesco, di trovarci di fronte a esemplari umani che sono “parziali”.
Come i nativi delle Americhe rimasti sbalorditi davanti agli specchietti, non avendo visto altro e conoscendo solo quel pezzo di mondo, i fans della “bottega di famiglia” conoscono solo il potere e la lotta per raggiungerlo e poi mantenerlo, costi quel che costi, considerano quel potere finalizzato all’accesso a privilegi e all’asservimento dei più.
Questi “specchietti” erano e sono il business nel “nuovo mondo”.
E se i fruitori di questo business sono esemplari umani parziali è necessario fornirgli i mezzi e dargli la possibilità di scoprire l’altra parte e avere una visione piena, ritrovare bellezza anche nel votare, riscoprire una cultura democratica, indipendentemente dai mezzi economici.
In questi cinque anni di Renato sindaco ho capito che le dinamiche della politica sono una delle cose più impermanenti che esistano, mutano continuamente soprattutto nel caldo brodo della democrazia rappresentativa, non durano, si trasformano. Ed è per questo che, a parer mio, i politici ogni volta che pronunciano la parola “futuro” pronunciano menzogne. Io non voglio un futuro, io voglio un presente. Ora.Dobbiamo occuparci di oggi altrimenti il passato sarà dimenticato (e si ricadrà negli stessi errori) e il futuro nero.

Il Verbo si è fatto carne, non si è fatto idea.

(Giampiero Già)

5 novembre 2017 - Il Sistema massonico mafioso politico siciliano ha un potenziale elettorale di migliaia e migliaia di voto

Dopo il voto Accorinti parla: “Genovese jr? Mai visto in giro”

7 NOVEMBRE 2017
Renato Accorinti

Renato Accorinti si è tirato fuori dalla campagna elettorale. Una decisione che sicuramente non è giovata alla lista a sostegno di Claudio Fava, dove si erano candidati due consiglieri del “suo” gruppo a Palazzo Zanca, che al loro fianco hanno trovato solo gli assessori Ialacqua ed Alagna. Ma adesso che i numeri aprono scenari in parte prevedibili, ecco che commenta il risultato ottenuto dal figlio di Francantonio Genovese, Luigi, record di preferenze per Forza Italia a Messina con oltre 17mila voti alle regionali di domenica.

“Ho visto cose che voi umani…”. riportano le agenzie da Firenze, dove si trova per partecipare alla convention dei sindaci Unity in diversity, dove Renato Accorinti ha commentato il dato con i giornalisti. “Il figlio di Genovese ha 21 anni, e il sindaco della città di Messina, che non ha nulla contro di lui, ci mancherebbe, non conosce il volto di questo ragazzo. Un giovane che non ha fatto un giorno di politica in città, non lo conosce nessuno: ma ha preso più voti di tutti i candidati siciliani, tutti. Com’è possibile? Eh, io ho visto cose che voi umani…non lo potete immaginare, no”, dice ancora.
Parlando del padre di Luigi, Accorinti ha detto che ‘Genovese era del Pd: ha tre processi, in uno gia’ gli hanno dato in primo grado 11 anni, al cognato 6, alle due mogli 5. Ha avuto 2 anni agli arresti domiciliari, 7 mesi di carcere. Esce, e passa dal Pd a Forza Italia. Poi chiede ai suoi consiglieri comunali, del Pd, di passare dall’altro lato. In 10 lo fanno’. Parlando della sua citta’, ‘Messina io la paragono al Sudamerica – ha detto – e’ una citta’ sudamericana, c’e’ un controllo totale, tra massoneria e mafia. La mia elezione e’ stata molto piu’ che un’anomalia: con una lista singola al ballottaggio ho vinto chi aveva gia’ preso il 49,94% al primo turno. In pratica e’ come se fai al salto in lungo uno stacco di 50 metri’.

Considerazioni un pò tardive rispetto ad una campagna elettorale a cui è mancato il supporto di Accorinti alla lista che rappresentava la sua base e che, stante i risultati delle urne, ha sprecato l’occasione di avere cinque anni per investire su quel consenso ottenuto nel 2013.

Sanità pubblica - medici e infermieri vanno in pensione, non si assume, i servizi chiudono le liste di attesa si allungano in maniera esponeziale. Pd cialtrone euroimbecille

Manovra

Sanità, arrivano nuovi tagli nella legge di bilancio

08 novembre 2017 ore 17.14

Dettori (Cgil) a RadioArticolo1: "Governo, premier e ministro dell'Economia sostengono il contrario, ma mentono sapendo di mentire. Le riduzioni di spesa sono dappertutto, corriamo il rischio di andare sotto il livello di salvaguardia del servizio"


“Cinque milioni di persone – quasi il 60% degli italiani - non accedono più al servizio sanitario nazionale, mentre il 76% dei cittadini deve spendere di tasca propria per la cura e l’assistenza ad anziani, non autosufficienti, disabili, bambini con malattie rare, di cui lo Stato non si occupa. Sono cifre drammatiche, che denunciamo da tempo. Un Governo che non va incontro ai bisogni dei cittadini, ma guarda da un’altra parte, mette fortemente a rischio anche l’idea democratica del Paese, aggravando la sfiducia della gente nei confronti delle istituzioni”. Così Rossana Dettori, segretaria confederale Cgil, oggi ai microfoni di RadioArticolo1.

Per quanto riguarda i nuovi tagli alla sanità, ha detto la sindacalista, "Governo, presidente del Consiglio e ministro dell’Economia sostengono che non ci sono: mentono, sapendo di mentire. Intanto, è diminuito il valore nominale rispetto ad ogni cittadino del rapporto con la spesa sanitaria. Poi c’è una riduzione reale di 600 milioni del finanziamento che lo Stato deve concorrere per la sanità e per l’applicazione dei livelli essenziali regionali. Ma vi sono anche 850 milioni in meno rispetto all’acquisto di farmaci e medicinali innovativi, cosa che riduce ulteriormente la quota disponibile per le regioni. Infine, esiste un ulteriore taglio rispetto al finanziamento per la ristrutturazione e l’edilizia sanitaria nel nostro Paese”.

“Dunque, negare che vi siano meno disponibilità economiche e che questo peserà sulla salute dei cittadini è una bugia, a cui non crede più nessuno e che dobbiamo smascherare, anche perché corriamo il rischio di andare sotto il livello di salvaguardia del Ssn - pari al 6,4% sul Pil -, che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità significa andare sotto la sostenibilità di tutto il sistema. Il Governo deve cambiare radicalmente atteggiamento, investendo sul Ssn e decidendo che la salute diventa un’attività comune insieme al lavoro nell’agenda politica. Perciò, è fondamentale che nella legge di Bilancio 2018 vi sia un’inversione di tendenza rispetto all’andamento degli anni scorsi”, ha continuato l’esponente Cgil. 

In merito alle richieste unitarie sulla sanità, i sindacati le porteranno al tavolo dell’incontro con la ministra della Salute, in calendario il 15 novembre. "Tra queste, vi è l’abolizione dei superticket - che il ministro Padoan si è affrettato a smentire - per tutti quei soggetti in condizioni di povertà e titolari del Rei, il reddito d’inclusione che verrà introdotto nel prossimo gennaio. Pensiamo poi che sia fondamentale mettere in equilibrio il rapporto fra strutture ospedaliere e territorio, che superi l’attuale cultura ospedalocentrica, che non funziona, perché l’ospedale è il luogo dove si pratica la cura, non dove si fa prevenzione. Questa va fatta a livello territoriale, garantendo ovunque l’esigibilità dei Lea, introducendo disabilità, procreazione assistita, malattie rare gravi ecc. In tale ambito, la previsione sono 800 milioni per il finanziamento dei nuovi Lea, ma a noi preme che vengano resi esigibili a tutti gli italiani, mentre sappiamo bene che nel Sud siamo lontani da questo obiettivo”, ha proseguito la dirigente sindacale.

“Inoltre, chiediamo l’abbattimento delle liste d’attesa, che si potrà fare attraverso il rinnovo del contratto, attraverso una nuova organizzazione del lavoro più rispondente ai bisogni dei cittadini, ma anche con il blocco dell’intramoenia. Altro tema fondamentale per noi, il finanziamento del fondo per la non autosufficienza, che non può essere fatto con 500 milioni a volta. Noi pensiamo sia necessaria una norma che sancisca un meccanismo di finanziamento del fondo che sia legata alla fiscalità generale. Infine, il lavoro, perché per rendere esigibile il diritto alla salute in Italia, oltre al rinnovo dei ccnl dei lavoratori pubblici, bisogna risolvere definitivamente la piaga del precariato nella sanità, garantendo la stabilità del lavoro al personale e nuove assunzioni. È davvero inaccettabile ritrovarsi in un Pronto soccorso con medici, infermieri e tecnici, peraltro alcuni in età avanzata - visto che i nostri operatori sanitari risultano i più anziani d’Europa - con il contratto a tempo determinato”, ha concluso la segretaria confederale.