Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 18 novembre 2017

17 novembre 2017 - Gli stipendi in Germania

Massimo disprezzo per gli ebrei sionisti protagonisti oggi del genocidio di un popolo

L’Italia scelga tra sudditanza e dignità

17.11.2017 - Patrizia Cecconi


C’è un mistero che molti cercano di svelare ma che ancora rimane coperto da un impenetrabile e spesso velo: come sia possibile che il paese più illegale al mondo, quello che ha ignorato decine e decine di Risoluzioni Onu, quello che è in flagranza di reato continuata e palese rispetto alla legalità internazionale, possa ancora godere del rispetto e, in molti casi, dell’ossequio subalterno e servile di molti Stati democratici. Tra questi l’Italia.

Stiamo parlando dello Stato di Israele. E non ci riferiamo in questo momento alle numerosissime violazioni dei diritti umani nei confronti dei palestinesi, né ci riferiamo alle sue alleanze con uno dei paesi attualmente più retrivi e pericolosi, quale l’Arabia Saudita, o al suo passato di sostegno militare all’apartheid sudafricana. No. Ci riferiamo semplicemente all’arbitrario e scorretto trattamento riservato ai nostri connazionali, quindi cittadini di un paese, che ci piaccia o meno, di Israele è amico. Forse anche più che amico, forse suddito. E questo non ci piace.

L’ultima esperienza che ci fa vergognare di essere cittadini di uno Stato solo formalmente sovrano, risale a pochi giorni fa ed è il trattamento subito da una compagnia teatrale italiana che andava in Palestina per completare un progetto già iniziato e, certo, lontano mille miglia e addirittura antitetico al benché minimo sospetto di sostegno al terrorismo.

Cos’è successo è dettagliatamente spiegato in un dossier presentato dalle vittime dell’espulsione, ma in sostanza, parte da due elementi fondamentali: 1°, l’arbitrio di chi detiene le chiavi per entrare in Palestina e, quindi, di fatto, tiene anche la Cisgiordania sotto assedio come la Striscia di Gaza, sebbene in modo diverso; 2°, il razzismo nei confronti di un ragazzo italiano, ma di origine marocchina, facente parte della compagnia e che, in quanto “somaticamente sospettabile”, oltre ad essere stato sottoposto a veri e propri abusi, ha incolpevolmente trascinato con sé il resto del gruppo.

Il Consolato italiano è stato immediatamente allertato, perché il primo ruolo che in questi casi dovrebbe avere un Consolato sarebbe quello di proteggere i propri connazionali. Ma forse non quando lo Stato che pratica il sopruso si chiama Israele! E’ una triste e poco dignitosa realtà che si ripete continuamente e che mostra inequivocabilmente la sudditanza italiana a questo Stato che, de facto se non de jure, esibisce al mondo la sua superiorità rispetto ad ogni altro Paese, calpestando senza patire alcuna sanzione, il Diritto internazionale.

Cos’è successo dunque all’aeroporto di Tel Aviv dove il gruppo è atterrato? Premettiamo che i giovani israeliani addetti al controllo, quando alla richiesta sul “dove si va” si risponde, per esempio (e per errore) a Betlemme, vuoi per crassa ignoranza, o vuoi per vile arroganza, rispondono che non si spiegano perché tutta questa gente che vuole andare nei “territori” (loro non usano la parola Palestina e neanche, ovviamente, l’aggettivo “occupati”) atterra in Israele! Purtroppo, da un’indagine su un campione casuale di una trentina di persone abbiamo scoperto che pochissimi sanno che la Palestina ormai è l’equivalente di un fondo chiuso e che, dopo aver distrutto l’aeroporto di Gaza e inglobato quello di Qalandia, Israele è diventato il tenutario unico delle chiavi di entrata e di uscita dalla Palestina. Anche l’accesso dalla Giordania attraverso il ponte di Allenby è controllato dai soldati israeliani, quindi la Cisgiordania è esattamente quello che in termini giuridici si definisce un “fondo chiuso”, per accedere al quale si deve utilizzare una “servitù di passaggio” e Israele, che circonda e controlla ogni accesso avrebbe la funzione esclusiva di servitù di passaggio, mentre in realtà ha la funzione di assediante che decide chi entra e chi esce e chi no.

La compagnia teatrale respinta, il cui nome è Anticamera Teatro di Torino, era composta di 5 persone, tutte piuttosto giovani, cosa che non piace mai ai controlli israeliani, come non piace affatto che si dica esplicitamente che si va in Palestina e magari che si va a sviluppare un progetto culturale che possa coinvolgere gli abitanti di uno dei tanti campi profughi. I due responsabili del progetto, le due attrici e l’interprete sapevano bene tutto questo per precedenti esperienze sia dirette che raccontate e quindi hanno abbassato la testa alla ridicola e arbitraria pretesa israeliana di negare la Palestina, dicendo che andavano per turismo a visitare la Terrasanta. Questa forzata e abituale bugia non umilia tanto chi è costretto a dirla, quanto i princìpi democratici riconosciuti sia dalla nostra Costituzione che dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Quindi umilia tutte e tutti noi che in quei princìpi ci riconosciamo. Umilia anche quegli israeliani che un giorno saranno costretti a vergognarsi di ciò che hanno fatto i loro governi. Noi italiani, ma anche i tedeschi, siamo indotti a provarlo quel tipo di vergogna, anche se per ragioni anagrafiche non ne siamo responsabili, perché in fondo ci basta guardare a un passato storicamente non troppo lontano. Quello stesso passato che strumentalmente viene utilizzato per consentire a Israele ciò che a nessuna democrazia dovrebbe essere consentito.

E allora, se si vuole entrare in Palestina, essendo costretti a passare sotto le forche caudine di chi ne detiene le chiavi, si deve mentire. Ma se si ha “il difetto” di chiamarsi Mohammad ed avere caratteri somatici arabi o nord africani, anche se si ha cittadinanza italiana, le cose possono mettersi male. Anticamera Teatro, per sviluppare il suo progetto il cui tema era “quali conflitti genera il conflitto?” aveva bisogno di un interprete ed ecco quindi che il giovane interprete, essendo di origine marocchina e lingua araba oltre che italiana visto che in Italia è arrivato all’età di 6 mesi, è stato l’involontario artefice del fermo di polizia prima, quindi di una notte di detenzione, interrogatori senza testimoni né avvocati, perquisizioni corporali, violazione della privacy nei computer e nei cellulari e, infine, espulsione senza altro motivo che l’arbitrio, timbrato come public safety per Mohammad e come prevention of illegal immigration per Marco e Valentina, i due responsabili di Anticamera Teatro. Alle due attrici invece è andata meglio, forse perché avevano dei parenti in Israele o forse sempre per quel puro e semplice arbitrio, a loro, dopo alcune ore di fermo e interrogatori, è stato concesso un permesso turistico di 8 giorni. Cosa che ovviamente non hanno potuto sfruttare essendo andate per un lavoro che senza gli altri era impossibile sviluppare.

I tre ragazzi espulsi, esattamente come dei malviventi, dopo la notte in cella, sono stati caricati su un furgone blindato e condotti in aeroporto dove hanno subito altre perquisizioni (corporali e intime per Mohammad, privilegio evidentemente riservato a chi ha tratti non ariani) e quindi caricati sull’aereo privi dei loro documenti, affidati dai militari israeliani al personale di bordo con l’incarico di consegnarli alla polizia dell’aeroporto di arrivo. Qui, ancora come dei malviventi, per ordine di Israele – che evidentemente è in grado di allungare la sua capacità di comando anche sul territorio della Repubblica Italiana – i tre ragazzi sono stati prelevati da una pattuglia della polizia e finalmente, dopo altri controlli, lasciati tornare in libertà come in fondo prevedono gli artt. 2, 3, 10, 13 e 16 della nostra Costituzione.

E il Consolato italiano? Sono passati ormai parecchi giorni da questo ennesimo abuso da parte di Israele. Ci chiediamo se ferire la dignità di uno o più cittadini italiani per puro arbitrario abuso di potere non dovrebbe ferire anche la dignità di chi questi cittadini li rappresenta! Cosa dice il Consolato? Ancora non parla, così come non ha parlato e forse non parlerà in altre centinaia di casi simili? e noi seguitiamo a chiedercene il perché.

A noi, nati nell’Italia repubblicana, hanno insegnato la differenza tra l’essere sudditi e l’essere cittadini, e l’abbiamo imparata, o almeno l’hanno imparata tutti coloro che nella democrazia autentica ci credono. Ma se è odioso non veder riconosciuti – senza aver commesso alcun reato – i diritti di cittadino libero nello Stato di Israele, Stato che non riconosce la legalità internazionale, ancor di più lo è il vedere i rappresentanti del proprio Stato – che invece la legalità internazionale la riconosce – incapaci di tutelarli i propri cittadini, sapendo che ad essi vengono conculcati arbitrariamente – è il caso di ripeterlo – quei diritti su cui è basata la nostra Costituzione e che l’Italia riconosce ai cittadini israeliani.

Nel rapporto preparato dai due responsabili del progetto è scritto “E’ stata lesa la nostra dignità di persone e di cittadini italiani. Siamo stati messi nella condizione di non avere più diritti e nessuna tutela.”

Quel rapporto è stato inviato più di dieci giorni fa al Consolato Italiano a Gerusalemme ed agli onorevoli e senatori delle commissioni degli Affari Esteri, ma non risulta che ci sia stata ancora una qualche risposta. Forse vincerà anche questa volta la sudditanza sulla dignità?

Lo sapremo presto, ma quel mistero di cui si parlava all’inizio vorremmo che venisse svelato, ne beneficerebbero anche gli stessi cittadini democratici (non molti probabilmente) di Israele, ma soprattutto vorremmo poter dire che il nostro Paese tutela i propri cittadini e che tra dignità e sudditanza è in grado di scegliere la prima. Seguiremo il caso prima di dare una risposta definitiva.

Nicola Gratteri - la 'Ndrangheta di serie A viene presa in considerazione

‘Ndrangheta, Gratteri pronto a sferrare l’assalto ai clan: “In Calabria forze dell’ordine di alta qualità” (VIDEO)


16/11/2017 10:35

Il procuratore antimafia fiducioso dopo l’arrivo di nuovi magistrati e di forze dell’ordine di altissimo profilo: “Avremo un distretto più sicuro e con risultati ancora migliori”

Nuove caserme, più personale e mezzi per la Calabria. E’ ottimista il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, da sempre in prima linea nella lotta alla ‘ndrangheta. C’era anche lui ieri all’inaugurazione della nuova sede del comando provinciale dei carabinieri di Catanzaro. L’occasione è stata quella giusta per fare il punto della situazione dopo l’arrivo in Tribunale di nuovi magistrati e l’annuncio del comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette dell’imminente apertura in Calabria di nuove caserme. “Il Comando Generale ha mandato qui ​​colonnelli, tenenti colonnelli, capitani e marescialli di altissimo profilo. Ora il Distretto di Catanzaro è diventato affascinante – ha aggiunto – e bello anche lavorarci. Dopo una anno, stiamo cominciando a raccogliere i frutti e stiamo vedendo magistrati e forze dell’ordine chiedere di venire a lavorare nel distretto di Catanzaro. Questo è molto bello e positivo e rincuora, oltre a dare buone speranze nel pensare che avremo un distretto più sicuro e con risultati ancora migliori”.

Alta qualità. Per Gratteri la sfida resta difficile perché la lotta è contro una ‘ndrangheta che lui stesso ritiene di “Serie A”, ma adesso all’interno del distretto antimafia che annovera le province di Catanzaro, Crotone, Cosenza, Vibo più i comprensori di Lamezia e della Sibaritide, ci sono forze dell’ordine di “altissima qualità”. “La Procura – ribadisce – si è rafforzata non solo numericamente, ma anche sul piano della mentalità, quindi sono fiducioso perché il 2018 cominci a crescere anche come risultati”.


Il cialtrone Hariri alla corte di Macron il neocolonialista

LO STRANO CASO DEL “PRIGIONIERO” HARIRI E LA SPARTIZIONE DEL LIBANO


17/11/17

Nella sua prima uscita pubblica davanti alle telecamere di Future TV, Saad Hariri, debilitato e quasi in lacrime, ha affermato: “il regime siriano mi vuole morto. Così ho rassegnato le dimissioni prendendo tutte le precauzioni per la mia sicurezza. Poiché il re saudita mi considera come un figlio, anche se non siamo d’accordo proprio su tutto, sono venuto a Riad”. E infine: “Non sono nemico di Hezbollah, ma non posso neanche permettere che loro rovinino il Libano”.

La CNN ha immediatamente rilanciato, annunciando che il premier libanese era sostanzialmente prigioniero dei sauditi, riprendendo quanto asserito nel corso dell’intervista - di ben 80 minuti - alla giornalista Paula Yacoubian, che aveva poi dichiarato impossibile, viste le sue condizioni, convincere chiunque al mondo che non fosse agli arresti a Riad.

Certo Hariri, che è anche cittadino saudita, è sempre stato appoggiato dalla famiglia reale, ma evidentemente il misterioso incontro con l’emissario dell’Iran immediatamente prima di partire per Riad può essere stato il casus belli che ha scatenato tutti i successivi eventi.


Vale la pena a questo punto ricapitolare la vicenda: Hariri – primo ministro per un accordo tra il presidente Michel Aoun e Hezbollah – il 3 novembre ha incontrato a Beirut, rompendo il protocollo perché la visita non era preannunciata, Ali Akbar Velayati (foto a dx), eminenza grigia e principale consigliere di politica estera di Ali Khamenei, la guida suprema dell’Iran. Velayati sembra abbia portato le istanze dell’ormai consolidato asse russo-iraniano-hezbollah per appoggiare Assad e orientare in tal senso tutte le mosse future del governo libanese.

Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, insieme alla recentissima scoperta da parte dell’intelligence saudita che un battaglione Hezbollah ha affiancato gli Houti nel pantano yemenita e che Hariri lo sapeva e non aveva mosso un dito per fermare i miliziani sciiti libanesi.

Da qui il volo a Riad, per riaffermare la sua lealtà al trono saudita, a Trump e alla coalizione sunnita, della quale il premier libanese fa parte. In Libano infatti il presidente spetta ai cristiano-maroniti (Michel Aoun), il primo ministro ai Sunniti e il presidente del Parlamento ad uno sciita.

Se così fosse, ha dato le dimissioni protetto dai sauditi e non da loro prigioniero. Lo avrebbe quindi fatto per rimescolare le carte e far uscire allo scoperto i filo-iraniani, protetti ormai apertamente dal fido presidente Michel Aoun, vecchio generale rotto a tutte le alleanze, anche le più imprevedibili, pur di restare a galla.


Sta di fatto che Saad Hariri non è rientrato in Libano, fino ad oggi, temendo che Hassan Nasrallah (foto a sx), leader di Hezbollah, che dopo la sopravvivenza di Assad in Siria con il suo poderoso aiuto è più forte che mai, gli avrebbe preparato il suo funerale, come accaduto al padre Rafik Hariri nel 2005.

A completare il quadro, il 15 novembre Nahra Hariri, 51 anni, fratello del premier, ha dichiarato che Hezbollah sta tentando di prendere il controllo totale del Libano e ha ringraziato i sauditi per il supporto dato al governo liberamente eletto e a Saad.

Aoun, l’obliquo presidente, ha invece affermato che Hariri è stato catturato nell’ambito delle purghe effettuate in Saudi Arabia nella campagna anticorruzione, distorcendo la realtà che vede retate e uccisioni volute dall’erede al trono Salman per consolidare il proprio potere a corte, indebolito dopo le sconfitte in Yemen subite dalle forze armate saudite, da lui inizialmente baldanzosamente guidate.

In sintesi tutta la storia sembra sancire che, sedatosi il conflitto civile in Siria, le potenze in gioco stiano riaprendo la partita della destabilizzazione mediterranea, puntando questa volta sul Libano, Paese diviso e fragile, strategicamente affacciato sul Mediterraneo orientale, i cui porti, molto vicini ad Israele, non devono cadere, come quelli siriani, in mano ai russi e quindi agli iraniani.

E come in tutti i recenti avvenimenti nel Mediterraneo, non poteva mancare l’inserimento della Francia nella drammatica vicenda: Macron ha invitato Hariri a Parigi. Le notti parigine e l’intelligence francese lo attendono. La nuova spartizione del Libano sta per cominciare.

Prof. Arduino Paniccia

Presidente ASCE - Scuola di Competizione Economica Internazionale di Venezia e Docente di studi Strategici.

(immagini: Future TV / IRNA)

Libia e la fake news sugli pseudo schiavi

LETTERA DALLA LIBIA SULLA PRESUNTA VENDITA DI SCHIAVI


17/11/17 

Caro direttore, siamo una manciata di libici della vecchia generazione che orgogliosamente parla italiano e che segue qualche media italiano grazio all'aiuto delle nostre nuove generazioni che non parlano purtroppo piu' italiano ma che sono molto piu' bravi di noi con il computer e internet.

Innanzitutto La autorizzo a correggere la nostra lettera se vede qualche errore, fermo restando ovviamente il significato.

Abbiamo visto girare su internet la notizia della CNN (v.articolo e video) che in Libia ci sarebbero delle vendite di neri come schiavi!
Quanto di piu' falso e costruito ad hoc, una ulteriore conferma del vostro articolo di ieri sulla disonformazione e le notizie create.

E in questo caso Le spieghiamo perche'.

Innanzitutto con la storia che in Italia vengono a fare la bella vita, quasi tutti gli africani sono partiti con i barconi e quelli che restano sul territorio vengono a lavorare per noi a salari molto alti.
Si, ce ne sono in centri di detenzione, ma perche' sono capitati nelle maglie delle milizie che o li catturano perche' accusati di traffico di droga: hashish e pasticche di tramadol, e quindi in qualche modo scontano una pena oppure perche' aspettano di imbarcarsi per l'Italia e in questo caso sappiamo da tempo come funziona tutto il traffico.

Questi arrivano dal sud della Libia tramite delle organizzazioni di trafficanti, a Sebha, dove sono tutti cittadini libici neri e sinceramente si sentono piu' a loro agio con i neri africani che non con noi libici arabi, un po' meno scuri di loro.
A Sebha i neri sono trattati meglio che a Tripoli, dove dobbiamo ammettere siamo un po' piu' razzisti.
Poi da Sebha vengono portati su a nord e da li' imbarcati.

Ora, questo video puo' avere 2 origini:
1) Dei trafficanti di migranti fanno finta di vendere dei neri agli agricoltori, cosi questi pagano ai trafficanti il viaggio dei migranti dal loro Paese di origine fino al sud della Libia e poi i migranti, appena possono scappano verso Tripoli.

2) La CNN ha pagato qualcuno per fare un bel video e con la fame di soldi che c'e' in Libia, la gente in Libia e' disposta a tutto!

Sinceramente questi ragazzotti sorridenti non hanno molto l'aria di schiavi in vendita e noi in Libia non abbiamo mai sentito parlare di mercato degli schiavi.
Qui a Tripoli non si riesce piu' a trovare un africano x lavorare e abbiamo tanti problemi!!!

Dal 2011 abbiamo visto tante di quelle notizie false girare, all'inizio ci credevamo anche noi, ma poi dopo aver visto le bugie che ci hanno fatto bere, ci siamo vaccinati.

Quindi caro Direttore, ora che anche noi ci siamo svegliati, appena potremo saremo qui a smentire tutte quelle bugie che costruiscono alle nostre spalle!

Dicono che teniamo i detenuti in maniera terribile, anche noi libici a casa non ce la passiamo molto bene, sarebbe meglio che il nostro Governo mandasse a casa gli stranieri invece che dargli mangiare e bere e dormire gratis, visto che non ha i soldi per il suo popolo!

Si sta creando la scusa per far venire le vostre ONG a lavorare qui, ben foraggiate dall'ONU e magari protette dai caschi blu?

J.M.

Gentile lettore d'oltremare, in questo momento non possiamo verificare né l'attendibilità del video, né quella delle sue parole (che mi guardo bene dal correggere, vista comunque la buona padronanza della lingua).

Mi permetto in ogni caso di condividere quanto ricevuto con i lettori. Ognuno valuterà secondo il proprio giudizio.

Andrea Cucco

Mauro Bottarelli - 1 - Carige fa esplodere il Sistema Bancario italiano che fa acqua da tutte le parti. l'Addendum farà il resto. Uno due l'Italia affossata

SPY FINANZA/ Le nuove "frecciate" sulle banche italiane

Le banche italiane finiscono nel mirino di un report di Jp Morgan ripreso dal Wall Street Journal. La situazione diventa difficile anche per l'economia reale. MAURO BOTTARELLI

18 NOVEMBRE 2017 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

Non è stato un buon risveglio quello di ieri per il ministro Padoan. Anzi, penso che il caffè gli sia andato proprio di traverso, quando avrà letto il titolo di prima pagina de La Stampa: «Carige a un passo dal baratro. Allarme di Padoan». Insomma, il quotidiano torinese diceva chiaro e tondo che il rischio era quello di un weekend stile Lehman Brothers: o si interveniva o lunedì mattina per Carige poteva essere risoluzione. Di fatto, il fallimento. E la questione era talmente seria da obbligare il Mef a una smentita ufficiale: «Il ministro Padoan non ha fatto le affermazioni attribuitegli oggi dal quotidiano La Stampa». Quali? Il rischio risoluzione lunedì prossimo, appunto, ma soprattutto alcune parole molto nette: «L'Italia non può permettersi un'altra crisi». 

Tutto risolto? Non troppo. A stretto giro di posto, Consob sospendeva il titolo dell'istituto genovese in Borsa e anche Credito Valtellinese, altra banca alle prese con un complicato aumento di capitale, non riusciva fare prezzo e si ancorava a un -19% teorico. Paradossalmente, "grazie" alla morte di Totò Riina, l'effetto da allarme mediatico è stato evitato. Ma c'è stato dell'altro ieri che ha inviato segnali molto chiari, ancorché dissimulati. Parlando a un convegno a Francoforte, ecco cos'ha detto Mario Draghi: «La ripresa dell'Eurozona si sta nutrendo da sola, vale a dire che i fattori trainanti sono sempre più endogeni che esogeni. I principali venti contrari sono ora ampiamente dissipati anche se però restano rischi al ribasso, seppur legati a fattori esterni». Insomma, la solita supercazzola da Conte Mascetti. Ma poco dopo, ecco gli spiragli di messaggio, riferendosi alla stabilità dei prezzi come moloch per Francoforte: «Il compito della Bce non è finito. Non siamo ancora a un punto in cui la ripresa dell'inflazione sia in grado di autosostenersi senza la nostra politica accomodante». Insomma, il Qe prosegue e quanto detto lo scorso 26 ottobre è già vecchio: i limiti temporali valgono solo per i discorsi da conferenza stampa, la realtà è altra. Senza sostegno, viene giù tutto. 

Poi, il messaggio più sibillino, legato all'accusa che i bassi tassi di interesse ufficiali siano la causa della limitata redditività delle banche: «Gli studi della Bce hanno rilevato scarse prove del fatto che la nostra politica monetaria attualmente stia causando danni alla redditività. Ad ogni modo, i tassi netti sono rimasti piuttosto stabili negli ultimi due anni. E se in futuro vi fosse qualunque effetto negativo dei redditi da tassi di interesse, dovrebbero essere ampiamente bilanciati da altre componenti della redditività, come la qualità dei prestiti e di conseguenza i requisiti di accantonamento». Come dire, scegliete voi: o vado avanti con il Qe e non rompete per i tassi bassi o smetto e poi però non vi lamentate di quanto accadrà. Mettendoci un punto in più: se fate i bravi e accantonate per bene, come dice la Bce, potete godervi contemporaneamente Qe e rischio limitato sui tassi. 

E siccome accantonare fa rima con addendum sugli Npl in questo periodo, il luciferino rifermento di Draghi appare decisamente inviato in duplice copia: alla Landesbanken tedesche, ma anche alle nostre, politici nel panico e Commissioni d'inchiesta inclusi. Poi, il futuro premier italiano in pectore ha messo in fila alcune cifre, ovviamente dimenticandosi di mostrare l'intero quadro. Per Draghi, nell'area dell'euro il debito societario lordo sul valore aggiunto è tornato grosso modo al suo livello pre-crisi: «Nei Paesi vulnerabili il declino è stato più marcato». In Spagna, il debito societario è sceso dal 215% del valore aggiunto lordo all'inizio del 2012 a quasi il 150% oggi, lo stesso livello che aveva alla fine del 2004. Le imprese italiane hanno visto il loro rapporto debito/Pil scendere di circa 30 punti percentuali dalla fine 2012, tornando allo stesso livello di metà 2007. Per le famiglie, poi, «anche l'indebitamento lordo si sta riducendo e si trova appena al di sotto del livello di metà 2008». E, cosa importante per la ripresa, il deleveraging delle famiglie sta avvenendo in gran parte "passivamente", cioè attraverso una crescita nominale, piuttosto che "attivamente", cioè attraverso il pagamento di debiti o cancellazioni, ha aggiunto il numero uno della Bce. 

Inviterei Draghi, al riguardo, a fare un giro in un mercato di una qualsiasi città italiana o, meglio ancora, in una filiale bancaria, soprattutto attorno al 15 del mese, quando arrivano i saldi delle carte di credito, ormai strumento di sopravvivenza retail in puro spirito americano del "ci pensiamo il mese prossimo". Poi, ecco il messaggio chiaro ai governi, di fatto un chiaro monito a Gentiloni e soci, dopo la bordata di Katainen dell'altro giorno. Per Draghi, infatti, con la ripresa in corso, «è il momento giusto per l'area dell'euro per affrontare ulteriori sfide alla stabilità. Questo significa mettere in ordine i conti e costruire riserve per il futuro, non solo attendere la crescita per ridurre gradualmente il debito. Significa attuare riforme strutturali che consentano alle nostre economie di convergere e crescere a velocità più elevate nel lungo periodo. E significa affrontare le rimanenti lacune nell'architettura istituzionale della nostra unione monetaria»

Insomma, Francoforte chiama Roma. E lo fa forte e chiaro, in vista della campagna elettorale. Fin qui, ciò che Draghi può permettersi di dire in pubblico. Ma prima vi avevo detto che c'era dell'altro, ovvero cose sottintese che il numero uno dell'Eurotower - per ciò che il suo ruolo gli impone - è costretto a omettere. Altrimenti, altro che titolo di prima pagina de La Stampa di ieri. Il problema è che la palla di neve della prossima crisi finanziaria sta prendendo talmente velocità che ormai anche la stampa di settore più conservativa e autorevole parla dei rischi in maniera chiara, quando solo pochi mesi fa ometteva tutto e gridava al miracolo di Wall Street capace di rompere sempre nuovi record. 

Nel silenzio generale di media che riprendono sempre e solo ciò che fa comodo al momento, giovedì scorso il Wall Street Journal sparava un vero e proprio siluro verso il sistema bancario italiano, ovviamente prendendola molto alla larga, mettendo in mezzo proprio la Bce e citando un report di JP Morgan. Per il quotidiano statunitense, infatti, la Bce sarebbe di fronte a un palese caso di Catch 22, ovvero la necessità non solo di pressare le banche affinché diano risposte più aggressive ai loro problemi - vedi appunto l'addendum sugli Npl -, ma anche il rischio enorme connesso a questo processo regolatorio: mettere a rischio la fornitura di credito all'economia reale. E JP Morgan, guarda caso, prende in esame l'Italia e azzarda un arco temporale da brividi: con la nuova regolamentazione Bce, il processo di risoluzione in Italia potrebbe durare una decade. 

Ecco cosa dice al riguardo all'addendum JP Morgan nello studio: «Se la Bce farà passare le nuove regole, il credito alle piccole imprese diventerà impossibile. Alcune banche in Italia hanno cominciato ad affrontare il problema, operazione che ha incluso l'annuncio di piani per la vendite di sofferenze per miliardi di dollari nei prossimi tre anni. Stando ai nostri calcoli, per raggiungere la media europea sui non-performing loans, gli istituti italiani avranno bisogno di non meno di 10 anni». Avete idea questo cosa può significare per la nostra economia, al netto della crisi bancaria già parzialmente in atto e che rischia di diventare sistemica, se aggredita dalla speculazione? Non, non ce l'avete minimamente. Provo a spiegarvelo. Ma non ora. 

(1- continua)

La strategia della Persia è riuscita, ha un corridoio verso il mare. Iraq, Siria, Libano


Pubblicato il 17/11/2017 da Kawa Goron


Sembra un paradosso, la repubblica islamica sciita dell’ Iran doveva essere sotto controllo da parte dell’ occidente in particolare gli stati uniti. Eppure l’Iran degli Ayatollah continua ad espandersi nel medio oriente, la sua influenza e la sua presenza in quell’area sembra inarrestabile.

Daish (ISIS) è stato quasi sconfitto grazie anche al sacrificio di migliaia di civili e Peshmarga Kurdi con l’ appoggio della coalizione internazionale, ma il vincitore di tale opera sembra l’ Iran senza aver fatto sacrifici significativi.

Nel giugno del 2014 l’ esercito iracheno fuggì di fronte all’ avanzata dell’ esercito di tagliagole lasciando cosi cadere la città di Musul nelle mani di Daish. La ferocia dei Daish nei confronti dei civili e la distruzione delle opere d’arti li conosciamo tutti. Ninve fu la capitale degli Assiri che oggi si trova nell’area territoriale di Musul.

Allora La guida spirituale e politica degli Sciiti in Iraq Ali Sistani ( di origini iraniane) chiese alla popolazione sciita di prendere armi contro i Daish, cosi nacquero vari gruppi di milizie popolari per combattere lo stato islamico. Questi gruppi erano inesperti , deboli e mal armati, a questo punto entra in scena a loro soccorso l’ Iran sciita. L’ Iran manda in Iraq il generale di brigata Qasem Soleimani per organizzare e coordinare le attività militari delle milizie create da poco contro i Daish. Ma non solo per combattere i Daish, dopo la sconfitta dello stato islamico, queste milizie potevano essere utili per minacciare contro irrefrenabile volontà del popolo kurdo per l’ indipendenza.

Infatti, il 25 di settembre del 2017 con un referendum i kurdi del Kurdistan iracheno erano chiamati ad esprimersi per l’ indipendenza del loro territorio dal resto dello stato iracheno, quasi il 94% della popolazione votò SI per l’ indipendenza. Ma come sempre i kurdi rimasero soli anche questa volta.

Gli stati confinanti all’Iraq come Turchia, Iran e il governo sciita iracheno stesso hanno iniziato a minacciare i kurdi e di non voler sapere della volontà dei kurdi. Subito dopo tale data, l’esercito iracheno con le milizie popolari sciite hanno attaccato diverse città e località kurde, costringendo i kurdi a ritirarsi dalla città di Kirkuk, dalle aree intorno a Musul e altre parti. Tutto questo avveniva nel silenzio totale dell’alleato occidentale che poco prima proprio con le forze kurde hanno sconfitto i Daish. Non dimentichiamo che tali aree erano state difese dalle forze kurde perché costantemente erano sotto le minaccia dello stato islamico.

L’ Iran coordina direttamente le variegate milizie popolari creati in Iraq, non solo, l’ Iran ha costretto il governo iracheno a trasformare 120.000 unità di tali milizie come una forza ufficiale e retribuita.

Alcuni gruppi di tali milizie sono già nelle liste dei gruppi terroristici segnalati dagli stati uniti. La loro ferocia non è molto diversa da quella dei Daish.

Il piano dell’ Iran è chiaro, vuole creare un’ asse politico militare che parte dall’ Iran e finisce per adesso in Libano.

Kawa Goron

Vitalik Buterin&Ethereum



Ethereum: cos’è, come funziona, come investire e ultime novità

18 novembre 2017

Ethereum cos’è? Ethereum come funziona? Quali sono le ultime novità Ethereum? Ethereum conviene? Ethereum è una truffa? Domande lecite, visto che le critpovalute sono diventate un importante asset su cui investire ed Ethereum è considerata seconda solo a Bitcoin. Ethereum però va anche oltre i bitcoin: non è solo una semplice moneta digitale (che si chiama Ether) , bensì consente di produrre anche “smart contracts” per tanti settori. Il sistema poggia sul blockchain. Il nome Ethereum deriva dall’omonima fondazione che lo ha sviluppato: un’organizzazione senza fini di lucro con sede in Svizzera, che opera dall’estate del 2014. Ad ideare Ethereum è stato un giovane russo: Buterin Vitelik

Ethereum offre un’interessante opportunità di trading, scegliendo come sempre suggeriamo broker seri ed affidabili. Ma ci si può guadagnare anche tramite il mining. Oltre ad acquistare monete e gestirle tramite un portafoglio virtuale: Ethereum Wallet. Detto cos’è a grandi linee Ethereum, approfondiamo di seguito il discorso.

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Ethereum cos’è

Ethereum nasce da un’idea di un giovane russo, come detto Buterin Vitalik, di cui parleremo meglio nel prossimo paragrafo. Si pone come antagonista dei bitcoin per le sue equivalenti proprietà di valuta virtuale. Ethereum è nato con gli stessi propositi del Bitcoin creato nel 2009 da Satoshi Nakatomo (pseudonimo dietro cui si nasconde o si nascondono chi l’ha creato): creare un sistema monetario che sia diverso da quelli tradizionali. Ovvero, sia di tipo decentralizzato e non sia controllato da un potere centrale come le banche o gli Stati nazionali. A “minarlo” (ovvero ad emetterlo), insomma, devono essere gli utenti stessi dai propri dispositivi e non banche centrali che ne stabiliscono arbitrariamente il bello e il cattivo tempo. Ethereum si pone alla strega di un sistema di pagamento simile come Visa o Mastercard; ma differenziandosene poiché non ha alcuna autorità alle spalle che la controlla. Sono gli stessi utilizzatori a deciderne democraticamente le sorti.

Ma a parte la funzione di sistema monetario, Ethereum funge anche da piattaforma per il calcolo e la creazione di software online. Ad oggi si contano migliaia di utenti sparsi per il Mondo alla base di Ethereum: se da un lato ciò rende il meccanismo di calcolo sul cloud meno efficiente, dall’altro permette di avere traccia di tutti i risultati ottenuti nella blockchain della valuta. Cosicché ognuno controlla l’altro. Un egualitarismo che quasi riprende i concetti economici sostenuti da Marx nell’800. Dove non è arrivato neanche il bolscevismo, ci è riuscito comunque lo stesso un giovane russo. Ironia della sorte.

Tutti i dati sono quindi pubblici e una volta che si avvia un processo o un programma sull’Ethereum nessuno ha il potere o la possibilità di modificarlo o di fermarlo. Ed ecco che Ethereum riesce dove il Bitcoin ha fallito. Creare per davvero un sistema economico virtuale, mentre la prima criptomoneta ha finito per essere raggruppata nelle mani di pochi miners. E ciò ha creato degli hard fork da parte degli sviluppatori dissidenti, i quali hanno generato altre monete ex novo, come Bitcoin Cash e Bitcoin Gold.

Ethereum smart contract

Cosa sono gli smart contract di Ethereum? Altro punto interessante di questa piattaforma è che rende possibile stipulare contratti vincolanti e di lungo termine senza correre pericoli. Smart contract significa proprio “contratti intelligenti”. Si basano su un codice informato che può facilitare lo scambio di denaro, contenuti, proprietà, di azioni o di qualsiasi altro valore. Proprio come i tradizionali contratti di compravendita. Una volta eseguiti sulla blockchain, gli smart contract diventano un programma autonomo che viene eseguito in maniera automatica quando vengono soddisfatte determinate condizioni. Dato che questi smart contract Ethereum sono eseguiti sulla blockchain, essi procedono proprio come sono stati programmati. Quindi senza il rischio che possano essere censurati, interrotti, frodati o si verifichino interferenze di terzi.

Malgrado il fatto che tutte le blockchain abbiano la capacità di elaborare il codice, la maggior parte risultano limitate. Ethereum invece, anziché offrire un insieme di operazioni limitate, permette agli sviluppatori di creare tutte le operazioni che vogliono. Questo comporta che gli sviluppatori possono realizzare migliaia di applicazioni diverse che vanno pure al di là di quanto mai visto prima.

Si pensi alle potenzialità di un siffatto sistema. Un contratto tra le parti non avrà bisogno di autorità locali, notai, commercialisti, avvocati e altre figure che possono subentrare in sede di accordo. Ethereum consente di creare società i cui accordi possono essere messi nelle mani di uno smart contract anziché di un’autorità locale. La prima società di un certo spessore ad essere realizzata tramite contratti intelligenti Ethereum è stata la DAO, un’organizzazione virtuale di raccolta fondi che ha raggiunto la somma di 150 milioni di dollari versati dai propri azionisti.

DAO viene gestita da un programma sviluppato su Ethereum, con lo scopo di raccogliere la valuta virtuale del sistema da parte del pubblico, per poi dare la possibilità di decidere sempre a quest’ultimo su cosa fare con i fondi raccolti. Una volta raccolto il denaro, tutti gli utenti che lo avranno versato, avranno la facoltà di votare tra i diversi progetti proposti dagli sviluppatori o da altre società. Al fine di decidere cosa fare di questa sorta di crownfounding. Certo, la Dao e le siffatte smart society hanno un problema legato alla governance. Infatti, tutte le strutture societarie che hanno da sempre basato la propria forma in maniera tradizionale, non troverebbero più spazio per una realtà lasciata nelle mani della pura maggioranza. Ci sarebbe l’eliminazione di manager, CDA, CEO, e quant’altro. Verrebbero a mancare cioè le figure manageriali al vertice e tutto sarebbe deciso a maggioranza dagli utenti finali che hanno messo la propria quota. Per farsi un’idea, è come se Samsung facesse decidere come deve essere il prossimo Galaxy S9 direttamente a chi dovrà acquistarlo.

Ciò comporterebbe il rischio di decisioni prese per motivi affettivi, legati a fattori più emozionali che di esperienza. Ogni decisione potrebbe essere diversa dalla precedente e siffatta smart society rischierebbe di non avere una precisa linea guida industriale. Con la conseguenza che le altre società di stampo tradizionale potrebbero rifiutarsi di collaborarci. Pensiamo ai fornitori di materiali che potrebbero cambiare ad ogni modello, ai colori, ai cambi di logo e quant’altro.

Mettiamoci pure il fatto che un qualsiasi bug di sistema che pregiudichi il funzionamento di una società fondata sull’Ethereum potrebbe causarne il collasso, dato che non ci sarebbe nessuna persona candidata a gestire una situazione in discesa.

Poi c’è la questione regolamentazione. Gli sviluppatori della società/programma DAO sembra non abbiano appoggiato la statunitense Securities and Exchange Commission, che si occupa di regolamentare le società che offrono investimenti al grande pubblico. Cosa significa ciò? Che il rapporto tra la DAO e la SEC potrebbe arrivare a due conclusioni diverse: la prima, è che la SEC potrebbe, pur non avendone il potere, regolamentare anche questo nuovo tipo di società. Con la DAO che quindi finirebbe per seguirne le indicazioni. La seconda, la SEC potrebbe mollare tutto in quanto esula dalle proprie competenze.

Tuttavia, una regolamentazione si rende necessaria al fine di offrire anche solo una minima forma di tutela agli investitori. Tante problematiche da affrontare ma è normale quando si passa da un sistema tradizionale ad uno nuovo e visto con gli occhi del presente, come futuristico. Ma probabilmente questo è quello che ci aspetta. Via poteri centrali e uomini al vertice e spazio a sistemi a maggioranza.

DAO comunque sembra voler affrontare la questione regolamentazione realizzando la DAO.LINK, al fine di fornire servizi di tipo convenzionale come la fatturazione o il pagamento delle tasse destinate alla DAO stessa.

Ethereum vantaggi

Quali sono i vantaggi apportati dal sistema Ethereum? In effetti, tutto quanto detto fin’ora ci appare straordinario e alquanto lontano da quanto accade oggi. Un primo vantaggio del sistema Ethereum è proprio il fatto che nessuna delle parti in causa di un contratto stipulato sul suo sistema potrà modificarlo a proprio piacimento. Qualcuno si chiederà se non sia meglio stipulare un contratto di tipo tradizionale, se non altro tutelato dalla legge. Intanto, gli smart contract evitano il caos di competenze che ogni volta si genera quando a stipulare un contratto sono parti di paesi diversi. Un po’ lo stesso vantaggio di utilizzare le criptovalute tra parti che hanno valute tradizionali diverse.

Altro vantaggio riguarda la possibilità di poter allargare le scommesse online di ogni genere, anche finanziario senza il rischio che una due parti giochi sporco e cambi le carte in tavola. Se è vero che non ci si potrà rivolgere alla legge in caso di controversie, però sarà comunque lo smart contract stipulato sul cloud a rappresentare la garanzia sufficiente ad entrambe le parti. Infine, ciò risolverà il problema corruzione e malaffare. Basta brogli da parte degli stessi atleti, ingerenze della politica ed altro.

Ethereum svantaggi

Quali sono gli svantaggi di Ethereum? Più che svantaggi, potremmo definirli limiti. Non è stato ancora fissato un limite al numero di Ethereum in circolazione. Mentre a livello di mining non c’è il meccanismo del Bitcoin, che prevede un intervallo di tempo sempre maggiore, mano a mano che vengono create unità. Lo svantaggio di questi limiti si rispecchiano nel fatto che Ethereum si posiziona sempre dietro al Bitcoin in termini di quotazioni. Una eterna seconda dunque, almeno fino a quando Bitcoin avrà vita. Ossia fino al 2040, quando avrà raggiunto i 21 milioni di criptomonete in circolazione. Ma fino ad allora, non è detto che Ethereum non superi tali limiti o che emerga qualche altra criptovaluta che la spodesti.

Ethereum come è nato

Come è nato il sistema Ethereum? Dalla mente geniale di un giovane, un po’ come accade a tante nuove start up. Dietro l’idea di Ethereum si cela Buterin Vitalik. Ma facciamo un passo indietro e vediamo come è nata la criptovaluta Ethereum. In un novembre del 2012, un piccolo gruppo si era riunito al Pauper’s Pub di Toronto, Canada. L’incontro fu organizzato da Anthony Di Iorio, ora noto imprenditore, perché attratto dal mondo delle criptovalute e dal fatto che fosse preoccupato per come stessero andando le cose nel sistema finanziario. La sua reazione a questa duplice cosa ebbe come sviluppo il fatto che vendette le proprietà possedute a Toronto, e acquistò alcuni bitcoin quando stavano iniziando ad impennare il proprio valore.

All’incontro si iscrissero poche persone, tra loro sconosciute. Tra questi c’era anche un giovane dal viso pallido, molto magro, abbastanza schivo, studente al primo anno presso l’Università di informatica con sede a Waterloo, nell’Ontario. Si chiamava Vitalik Buterin. Giovane nato in Russia ma presto emigrato con la famiglia in Canada. Vitalik Buterin aveva già intuito l’alto potenziale del Bitcoin, al punto che nel 2011 aveva creato con un amico rumeno il giornale Bitcoin Magazine. Ad inizio anno 2012, Vitalik Buterin lascia l’università e si dedica a viaggi in giro per il mondo e scrive per la rivista a tempo pieno. Intanto i meeting organizzati da Di Iorio vedevano aumentare gli iscritti. Ma mentre loro discutevano, il giovane informatico aveva già realizzato Ethereum, allo scopo di ideare un sistema economico a 360 gradi. Sul quale non solo avvenisse uno scambio monetario, ma appunto si realizzassero i succitati smart contract. Il tutto basato su una blockchain chiamata Ethereum, facile da capire e facilitata da un linguaggio di codifica in grado di risolvere teoricamente qualsiasi problema computazionale.

Anthony Di Iorio capì le potenzialità di quel progetto e decide di coinvolgere anche Joseph Lubin, un altro imprenditore interessato a Bitcoin che viveva in Jamaica. Egli aveva già gestito un hedge fund e aveva lavorato presso l’agenzia di rating Goldman Sachs. Anche Lubin fu subito attratto dal progetto di Vitalik. Ethereum è stato lanciato nel 2013 e nel giro di 3 anni ha raggiunto un valore di 7 miliardi di dollari. Non solo. Ha reso il termine “blockchain” molto più di una buzzword aziendale e i più grandi colossi internazionali hanno mostrato il lorideato dal giovane e smagrito Vitalik.

La svolta per la concretizzazione di Ethereum si è avuta nel maggio 2013, quando Vitalik Buterin si è spostato in California per prendere parte a un seminario sulle criptovalute organizzato dai gemelli Winklevoss. Qui ha avuto la conferma delle potenzalità delle criptovalute. Ha deciso di mollare tutto: gli studi, la famiglia e tutte le cose normali che fa chi è appena ventenne, per buttarsi a capofitto su un progetto di fatto ancora inesistente.

Buterin ha pubblicato il white paper di Ethereum a novembre del 2013 e messo in piedi un team per svilupparla giù qualche settimana dopo. Del team facevano parte Di Iorio, il co-founder di Bitcoin Magazine Mihai Alisie, Amir Chetrit e Charles Hoskinson. Dal gennaio 2014, il team tenne incontri più continui.

La seconda svolta si è avuta nel giugno 2014, quando il giovane russo ha ottenuto una borsa di studio del valore di 100mila dollari per il suo lavoro. Con quei soldi è riuscito a fondare Ethereum Foundation, mentre la criptovaluta è stata lanciata a metà 2015 sotto forma di versione beta. Al progetto Ethereum si unirono così altri tre fondatori: Wood, Joseph Lubin e lo sviluppatore Jeff Wilcke. Registrarono una società in Svizzera, molto più benevola dal punto di vista fiscale nei confronti delle società finanziarie. Ma il punto cruciale fu quando dovettero decidere quale forma dovesse avere Ethereum: una società for-profit come Google o una no-profit open source come Mozilla? I fondatori si divisero pertanto in 2 correnti di pensiero, tra chi voleva costituire una società rivolta al business e chi una società no-profit. Della prima scuola di pensiero appartenevano Di Iorio e Lubin, che venivano dal mondo del business e dell’imprenditoria e speravano di fare bei soldini con Ethereum.

Ma, purtroppo per loro, alla fine prevalse la seconda scuola di pensiero, rivolta al No-Profit. Ciò ad esempio comportò l’uscita di scena di Chetrit, anche perché preoccupato per la reale possibilità che tutti sarebbero finiti in prigione per violazioni di titoli. Oggi si dice pentito di quella scelta, alla luce di come Ethereum sia andata. Sebbene sia convinto che poteva andare ancora meglio se le sue idee fossero state ascoltate.

Vitalik Buterin chi è

Detto di come è nata la criptovaluta Ethereum, vediamo ora chi è Vitalik Buterin? Egli è nato il 31 gennaio del 1994 a Kolomna, in Russia, a 100 Km da Mosca. Tuttavia, quando aveva ancora 5 anni, si trasferì con la sua famiglia a Toronto, in Canada. Il piccolo Vitalik non è mai stato un bambino come gli altri: a soli 4 anni giocava con i computer e con Excel. Fin dalle elementari veniva considerato un vero genio della matematica, non a caso quando era in quarta classe fu inserito in un programma per “cervelloni”. A soli 7 anni, racconta suo padre Dmitry Buterin (informatico professionista, quindi avrà preso da lui), Vitalik Buterin aveva già ideato un complesso documento chiamato l’Enciclopedia dei Conigli. Si trattava di un Universo popolato da soli conigli, ma governato da strette formule.

A soli 19 anni, Vitalik Buterin, convinto della bontà del suo progetto, disse a suo padre di voler lasciare l’università per girare il mondo e imparare tutto quanto che c’era di sapere su Bitcoin. Il padre, anziché tentare di stroncare le sue idee sul nascere, conosceva perfettamente le potenzialità del figlio. Sapendo che sebbene avesse potuto avere un lavoro appagante come dipendente della Apple, di Google o altri colossi dell’informatica, con contratti da 100mila dollari in su, d’altro canto avrebbe imparato molto di più viaggiando che andando all’università. Anzi, data la sua genialità, probabilmente l’Università gli sarebbe andata pure stretta.

Così, nel 2013 lasciò l’Università e si recò in Israele, Amsterdam e San Francisco. Continuando altresì a scrivere per la sua rivista Bitcoin Magazine, fondata a soli 17 anni nel 2011. A parte Ethereum, Vitalik Buterin, ha contribuito ad altri progetti open source simili alla piattaforma Ethereum Buterin. Ma ha comunque ancora un lavoro dipendente, presso la KryptoKit, società canadese fondatrice di una app Chrome che funge sia da social network che da portafoglio virtuale.

La prima volta che Vitalik Buterin spiegò ad una conferenza la sua idea relativa ad Ethereum, indossò una maglia nera con sopra il simbolo che aveva già pensato per la piattaforma: una B dorata solcata da due linee verticali. Mostrava già una certa sicurezza nel suo progetto, lui che era così mingherlino e schivo. Ancora oggi usa una siffatta t-shirt, segno che il successo e la sua straordinaria invenzione non lo hanno cambiato.

Ethereum nuova versione

Purtroppo Ethereum ha subito un duro colpo nel 2016. Anno in cui ha subito un attacco da un hacker che ha sfruttato una falla della rete. Il danno è stato di oltre 50 milioni di dollari e ha fatto precipitare la quotazione di Ethereum. Oltre a far rimuovere dal mercato circa un terzo delle criptovalute in circolazione. I suoi sviluppatori sono stati costretti a creare una nuova versione del progetto alla quale, in poche ore, hanno aderito circa l’80% degli utenti. L’adesione ha comportato altresì la conversione degli Ethereum nella nuova versione rilasciata.

Come ottenere Ethereum

Come acquistare Ethereum? Ci sono 2 modi:
Acquistarli su una piattaforma di trading exchange
Tramite il mining, vale a dire effettuando una sorta di download delle monete in emissione

Passiamo al setaccio le 2 alternative:

Acquistare Ethereum tramite exchange

Per fare ciò, occorre acquistare un wallet. Vale a dire un portafoglio virtuale dove gestire la criptomoneta. Gli esperti in genere consigliano per tale scopo Coinbase. Il quale prevede anche un collegamento comodo all’account Paypal. Un’ottima piattaforma da associare a Coinbase, è sicuramente The Rock Trading, che risulterà importante quando ci si dovrà cimentare con le operazioni di riconversione delle criptovalute in euro. Una valida alternativa a Coinbase è Bitfinex.

Come funziona Mining di Ethereum

Se invece ci si vuole imbattere nella strada del mining Ethereum, ciò significa che si devono estrarre dei token della criptovaluta da una rete blockchain. Ma significa pure avere dei computer che fanno girare di continuo un algoritmo di hashing, che prende una grossa quantità di informazione e la condensa in una stringa di lettere e numeri di lunghezza prefissata. L’algoritmo di hashing che usa Ethereum effettua l’hashing dei metadati dai blocchi più recenti sfruttando il nonce. Trattasi di un numero binario che produce un valore hash unico. Per ogni nuovo blocco della blockchain, la rete imposterà un valore di hashing obiettivo e tutti gli estrattori del network proveranno a indovinare il nonce che va a generare quel valore.

Tuttavia, diciamo subito che indovinare un nonce che genererà un determinato valore è praticamente impossibile. Pertanto, l’unico modo per trovare il nonce corretto è quello di passare al setaccio tutte le soluzioni possibili. Vale a dire fare proof-of-work. Il miner che trova il nonce corretto sarà poi premiato con un block e riceverà 5 Ethereum.

Fatto ciò, il processo riparte di nuovo in un ciclo che ricorre ogni 12 secondi. Il mining di Ethereum si basa su un solo parametro importante: il MH/s (Megahash per second, che sarebbe l’hashrate), vale a dire il numero di hash check che la scheda video compie in un secondo. Ciò che conta è vantare il valore dei MH/s più alto possibile. Per valutare questo aspetto ci si può affidare al sito Nicehash, il quale calcola il costo iniziale della scheda video e il suo consumo in Watt rapportato al costo della corrente in €/Kwh. Per facilitare il calcolo senza dover vedere nella bolletta della luce quanti euro spendiamo in Kwh, possiamo per convenzione utilizzare come valore 0,27. Che sarebbe la media della spesa italiana.

In questo modo potreste fare un conto più approssimativo sul mining di Ethereum e capire se conviene o meno farlo. I costi principali sono dati dalla corrente elettrica spesa ogni giorno e dall’acquisto della scheda video iniziale.

Conviene minare Ethereum? Quanto costa mining Ethereum?

Domande lecite anche queste, a cui tenteremo di darvi una risposta. Quanto costa fare mining delle criptovalute? Intanto c’è la questione corrente elettrica. Considerate che il computer deve restare acceso tutto il giorno. Infatti, le grandi società si stanno trasferendo nei Paesi dell’Est, dove la corrente elettrica costa molto meno. Una alternativa sarebbe dotarsi di impianti fotovoltaici, che a fronte di un acquisto iniziale, almeno ammortizzeremo nella bolletta.

Poi occorre ovviamente acquistare gli strumenti tecnologici giusti. Per fare mining in modo professionale bisognerebbe comprare almeno 4 schede video performanti come le AMD Radeon RX 580 o le NVIDIA GeForce GTX 1070, affiancate da un alimentatore anche da 1000W. Il loro costo odierno si aggira tra i 400 e i 500 euro. Le Radeon R9 nano, 390 e Fury X sono sicuramente più performanti ed adatte per il mining, ma va da sé che il loro prezzo è più elevato delle altre GPU. Tale spesa, a pieno regime, sarebbe ammortizzata nel giro di un anno.

Volendo fare due conti su quali siano i costi di minare criptovalute, c’è un solo parametro importante da tenere in considerazione: i MH/s. Volendo fare 2 conti approssimativi, una GPU quasi al top è davvero poco conveniente per il mining. Poi bisogna prendere altri fattori quali:

• i driver usati

• il sistema operativo del Pc

• il sistema di raffreddamento

• la memoria

• la scheda madre

• RAM:

• Alimentatore

Poi ci sono i fattori legati all’incertezza per il futuro che bisogna sempre tener presenti quando si parla di criptovalute. Conviene fare mining Ethereum? Ci sentiamo di rispondere di no. Del resto, i prezzi delle GPU sono alle stelle e la difficoltà nel fare mining è aumentata. Inoltre, come avviene in tutti i campi, più su mercato si butta a capofitto la gente, meno esso sarà lucrativo in quanto sarà saturo. Va da sé che se il valore di 1 Ether dovesse salire a duemila dollari, il discorso cambia completamente perché la spesa verrebbe ripagata in meno tempo. Almeno che non abbiate già una scheda video buona (con almeno 20MH/s). Vi renderete comunque stesso voi conto di ciò utilizzando il portale utile ed intuitivo CryptoCompare, inserendo gli opportuni parametri.

Trading Ethereum

Come fare trading Ethereum? Un modo migliore per guadagnare tramite Ethereum è sicuramente il trading online. Abbiamo infatti detto nell’incipit che le criptovalute si stanno imponendo come asset molto conveniente. Sebbene occorra dire che sono anche strumenti ancora molto volatili. Per cui occorre stare attenti a quando prendere e lasciare la posizione. Inoltre, la nostra solita raccomandazione è quella di fare trading con Broker affidabili, che rispondano ad una serie di caratteristiche. La prima è quella di vantare una licenza CONSOB, massima autorità italiana preposta alla vigilanza sui mercati finanziari. Che rilascia licenze per operare nel nostro Paese a quei Broker che rispecchiano determinate caratteristiche di trasparenza in favore dei clienti. Un broker deve altresì offrire un Conto demo per permettere al trader iscrittosi alle prime armi di fare pratica senza rischiare soldi veri. Non deve prevedere commissioni, e spread convenienti. Deve offrire una formazione continua tramite il download di ebook, webinar (seminari online), corsi di formazione, incontri annuali nelle città italiane principali. Un servizio di assistenza clienti in italiano, almeno 5 giorni su 7 e possibilmente H24; nonché raggiungibile via emial, chat integrata al sito o numero di telefono. Grafici chiari e in più formati. News e info sulle principali notizie della giornata borsistica (magari anche prevedendo alert via sms).

I broker che rispondono a queste esigenze sono:
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E’ possibile acquistare Ether mediante trading online tramite CFD, acronimo di Contract for difference. Un CFD è uno strumento finanziario che traccia l’andamento del mercato replicando il suo prezzo in tempo reale. Attraverso i CFD è quindi possibile acquistare gli Ethereum senza doverli necessariamente comprare.

Ethereum valore

Quanto vale Ethereum? Data la volatilità accennata in precedenza, questa risposta lascia il tempo che trova dato che nel momento in cui leggerete l’articolo, sarà già diverso rispetto a quello riportato quando scriviamo. Basta dire che il valore di mercato di Ether (la criptovaluta di Ethereum, rappresentata col simbolo ETH) è volato di oltre il 4000% nei primi mesi del 2017. Con il recente aumento di prezzo, le unità disponibili di Ethereum hanno un valore che è pari a circa 35 miliardi di Dollari. Vale a dire l’82% di Bitcoin. Nel corso di quest’anno, gli Ether hanno fatto conseguire un guadagno del 3000%.

Ethereum alternative?

Quali sono le alternative ad Ethereum? Ethereum non vi ha convinto? Niente paura, il mercato delle criptovalute vanta oggi almeno 70 esemplari in circolazione, anche se qualcuno parla pure di un centinaio. Ovviamente, non tutte sono valide, anzi, poche tra loro sono meritevoli della nostra attenzione. Bitcoin a parte, le criptovalute valide alternative a Ethereum sono, in ordine di volume di transazioni ad oggi (tutte dietro Ethereum però):

Lontani dalle banche - Credito Valtellese, Carige, Monte dei Paschi di Siena, Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti, Banca popolare di Vicenza, Veneto Banca, è il Sistema bancario italiano che non funziona. Ricordiamo che lo scorso anno in Unicredit c'era Roberto Mercuri, un probabile possibile mafioso che aveva un ufficio ai piani alti non avendo titolo.

Banche: Credito Valtellinese a picco, -25%

venerdì, 17, novembre, 2017


Un’altra seduta da dimenticare per il Credito Valtellinese. Il titolo, che non è mai riuscito a entrare in contrattazione, è sceso sotto la soglia psicologica di 1 euro chiudendo a 0,86 euro (-25,2%) e portando la capitalizzazione di Borsa della banca a sprofondare a quota 95 milioni.A nulla sono valse le rassicurazioni che giungono sul fronte Carige, con la firma del consorzio di garanzia per l’aumento di capitale che potrebbe arrivare anche già in serata dopo che i principali azionisti, Malacalza e Gabriele Volpi, hanno ufficialmente confermato il proprio impegno a sottoscrivere pro-quota l’operazione.

Creval lo scorso 7 novembre ha annunciato un piano di un maxi-aumento di capitale fino a 700 milioni.Da lunedì, informa Borsa Italiana, non sarà consentita l’immissione di ordini senza limite di prezzo sulle azioni Creval. (askanews)

La Borsa di Milano chiude in calo una settimana che, complessivamente, è stata caratterizzata soprattutto dalle vendite per il paniere principale di Piazza Affari. Colpa, ancora una volta, del settore bancario che accusa una sfiducia di fondo da parte dei mercati.

Il cialtrone Hariri non ha più titolo istituzionale, rappresenta solo se stesso. Se ritorna in Libano deve essere arrestato e messo in galera per alto tradimento

18 NOVEMBRE 2017 10:26
Libano, il premier Hariri vola in Francia per appianare le tensioni

Due settimane fa lʼannuncio delle sue dimissioni aveva innescato le accuse che fosse trattenuto nel Paese contro la sua volontà. Hariri tornerà a Beirut il 22 novembre


Il premier libanese dimissionario Saad Hariri è giunto a Parigi, dove a mezzogiorno incontrerà il presidente francese Emmanuel Macron. Ex potenza del Libano, la Francia ha agito da mediatrice nell'ambito della crisi scoppiata nel Paese mediorientale. A due settimane dalle sue dimissioni shock, in un contesto giudicato "esplosivo" tra Arabia Saudita e Iran, Hariri ha deciso di restare in Francia "per qualche giorno" assieme alla famiglia.

Il primo ministro libanese ha comunicato telefonicamente al presidente del Paese, Michel Aoun, che rientrerà a Beirut il 22 novembre, in coincidenza con la festa nazionale.

La visita di Hariri obbedisce alla volontà di uscire dallo stallo nato con le sue dimissioni annunciate il 4 novembre a Riad, le quali avevano innescato le accuse secondo cui sarebbe stato trattenuto nel Paese contro la sua volontà. La soluzione è stata accettata da Hariri con l'accordo dei responsabili sauditi.

Già negli scorsi giorni Macron aveva sottolineato "l'importanza di preservare la sovranità e la stabilità" del Libano, in un colloquio telefonico con l'omologo libanese Michel Aoun. Il numero uno dell'Eliseo aveva inoltre ribadito "l'appello affinché i dirigenti politici libanesi abbiano libertà di movimento".

Il cialtrone Hariri va a Parigi e non va in Libano dove è il presidente dimissionario del governo

Dall’Arabia Saudita allo Zimbabwe, il mondo questa settimana

Carta di Laura Canali

18/11/2017

Il riassunto geopolitico degli ultimi 7 giorni.

ZIMBABWE MILITARE

Questa settimana le Forze armate dello Zimbabwe sono intervenute nella politica del paese dominato da 37 anni da Robert Mugabe. I militari smentiscono che si tratti di un golpe, ma il loro intento sembra essere deporre il 93enne presidente-dittatore, impedire che gli succeda sua moglie e possibilmente installare al governo l’ex vicepresidente Emmerson Mnangagwa, recentemente epurato.

Oltre alla sorte di colui che per circa un quarantennio è stato l’uomo forte di Harare, ci sarà da chiarire, nel caso la transizione si verifichi, il ruolo della Cina. Una decina di giorni fa, il capo delle Forze armate Constantino Chiwenga si era recato a Pechino per una visita descritta da quest’ultima come “normale scambio militare”; alla luce di quanto è successo dopo, è lecito ritenere che Chiwenga volesse informare di quanto sarebbe accaduto in Zimbabwe uno dei suoi principali soci commerciali e il più importante alleato politico internazionale – se non addirittura ottenere il via libera cinese.

Il coinvolgimento di Pechino sarebbe difficile da dimostrare, ma implicherebbe la violazione di uno dei principi della coesistenza pacifica su cui tradizionalmente la Cina dice di basare la propria politica estera: quello di non-ingerenza. Si tratterebbe di una rivoluzione che non potrebbe non allarmare “alleati” (a cominciare dalla Corea del Nord) e rivali (a cominciare dagli Stati Uniti). Anche solo ipotizzare un ruolo cinese nel golpe in Zimbabwe espone internazionalmente il regime del presidente Xi Jinping più di quanto sia successo sinora.

SALMAN D’ARABIA

Si sta per chiudere una settimana piuttosto ricca di eventi per l’Arabia Saudita. Capita spesso, da quando Salman è divenuto re e suo figlio Mohammed bin Salman è divenuto principe ereditario.
Sul fronte interno, le purghe volute da MbS per rafforzarsi in vista della sua ascesa al trono (che potrebbe arrivare molto prima della morte di suo padre) continuano e prendono una sfumatura economica: ai numerosi principi, politici e uomini d’affari arrestati nelle scorse settimane per “corruzione” viene ora offerta la libertà in cambio della rinuncia a gran parte del loro vastissimo patrimonio – e con esso alla possibilità di ostacolare i disegni del principe.
Sul fronte anti-iraniano, l’arrivo a Parigi del premier dimissionario libanese Saad Hariri – trattenuto con la famiglia a Riyad da oltre una settimana – indica che il Regno ha dovuto fare un passo indietro. Il tentativo di forzare la mano a Beirut, esautorando dal governo gli Hezbollah sostenuti da Teheran, non è riuscito. La gestione della crisi libanese, divenuta tale a causa dell’intervento saudita, passa ora al presidente francese Macron.
Sempre sul fronte anti-iraniano, in settimana il Regno ha ricevuto una buona notizia: il più alto ufficiale delle Forze armate israeliane, tenente generale Gadi Eisenkot, ha rilasciato un’intervista alla testata saudita Elaph – già di per sé una notizia – annunciando che lo Stato ebraico è pronto a condividere con Riyad intelligence relativa alla minaccia portata da Teheran.

MADURO SE LA RIDE

Si chiude una settimana positiva per Nicolás Maduro: la Russia ha accettato di ristrutturare 3,15 miliardi di dollari dei crediti che vanta verso Caracas, consentendo al regime venezuelano di utilizzare quei soldi per ripagare i debiti in scadenza con gli investitori occidentali (che a differenza di Mosca non hanno un interesse geopolitico a scongiurare il default del paese latinoamericano).
La condizione finanziaria del Venezuela resta terribile – come del resto quella politica, economica e sociale – ma il fondo non è stato ancora toccato e il momento delle scelte decisive è stato rinviato. Maduro può quindi permettersi di accogliere le richieste dell’opposizione per riprendere il negoziato in vista delle prossime presidenziali e di prendere con allegria la notizia della fuga in Spagna dell’ex sindaco di Caracas da lui messo agli arresti domiciliari. Antonio Ledezma è destinato a ingrossare le fila degli esuli politici venezuelani: una categoria utile al regime per alimentare la retorica del complotto anti-chavista ordito dall’estero.

EURODIFESA

La cooperazione permanente e strutturata sui temi di sicurezza e difesa (Pesco), concordata in settimana da 23 dei per ora 28 paesi dell’Unione Europea, permetterà una razionalizzazione della logistica e delle spese continentali in ambito militare. Ma non segna la nascita di un vero esercito europeo – tantomeno di un rivale della Nato.


Gli Stati Uniti, da sempre ufficialmente favorevoli alla crescita di un vero “pilastro europeo della Alleanza”, nel tempo hanno operato – con notevole abilità – perché il braccio militare europeo non acquistasse mai capacità tali da consentirgli una reale autonomia. Ricevendo in questo gioco un aiuto molto prezioso dalla Gran Bretagna, vero e proprio cavallo di Troia statunitense in Europa che però il Brexit sta per fortuna togliendo di mezzo.
L’altra opposizione di rilievo sarà quella della Turchia, per cui l’Europa si identifica in primo luogo con Grecia e Cipro, i suoi avversari politici tradizionali; Ankara è inoltre abituata a utilizzare nell’Alleanza l’arma del veto con molta disinvoltura.
All’interno dell’Unione, il primo problema sarà quello della leadership in ambito militare. Di primo acchito verrebbe da pensare che tale ruolo non possa essere svolto che dalla Francia: Parigi è l’unica a disporre di una componente nucleare delle proprie forze e mantiene un’abitudine che tutti gli altri paesi hanno ormai perduto: utilizzare i propri soldati come strumento politico, anche in maniera aggressiva.Vi è da chiedersi però se la leadership militare possa essere disgiunta da quella politica, visto che le armi altro non devono essere che l’espressione di una politica. Si ritorna al classico “motore franco-tedesco dell’Unione“, che può funzionare soltanto se le sue due componenti sono in equilibrio.

COOPERAZIONE CENTROASIATICA [di Fabio Indeo]

La conferenza internazionale Ensuring Security and Sustainable Development in Central Asia tenutasi sotto gli auspici delle Nazioni Unite a Samarcanda (10-11 novembre) ha messo in rilievo l’agenda di politica estera dell’Uzbekistan. Il paese vuole promuovere una cooperazione regionale fondata su una rinnovata fiducia tra le cinque repubbliche centroasiatiche, in modo da risolvere le tradizionali tensioni e rivalità che hanno connotato le relazioni interstatuali dal 1991.
Nel corso dei suoi primi dieci mesi di presidenza, il nuovo capo di Stato Mirziyoyev ha ripreso il dialogo con le nazioni centroasiatiche confinanti, ottenendo significativi risultati – il più importante dei quali appare l’accordo con il Kirghizistan per la demarcazione di circa l’80% delle frontiere comuni. Inoltre, nei primi mesi del 2017 l’Uzbekistan ha siglato un partenariato strategico con il Turkmenistan, con valenza geopolitica in termini di corridoi regionali di trasporto, oltre a consolidare la collaborazione con il Kazakistan e porre le basi con il Tagikistan (e il Kirghizistan) per la creazione di un forum di dialogo sulla controversa gestione delle risorse idriche.
La proposta uzbeca di stabilire un forum consultivo nel quale i cinque capi di Stato delle repubbliche centroasiatiche possano incontrarsi con regolarità e discutere delle questioni irrisolte (sicurezza, demarcazione dei confini, gestione congiunta dell’acqua) può rafforzare la cooperazione regionale.

Carta di Laura Canali

Siria - Abu Kamal, i mercenari sono stati ammassati tutti in questa città

Le forze di Assad verso l’offensiva finale ad Abu Kamal

17 novembre 2017 


Lo Stato Islamico ad Abu Kamal (al-Bukamal) si prepara all’ultima battaglia in territorio siriano e a fronteggiare l’imminente offensiva dell’esercito governativo e delle forze alleate appoggiate dai russi.

Le truppe di Damasco avevano liberato la città l’8 novembre senza quasi incontrare resistenza ma il giorno dopo, con un violento contrattacco, lo Stato Islamico ha ripreso prima il controllo dei quartieri settentrionali, pari 40% del centro urbano, poi della metà e infine dell’intera città da cui le truppe siriane hanno dovuto ritirarsi il 10 novembre ritirarsi per evitare l’accerchiamento.

Le truppe siriane si sono attestate su posizioni difensive a “uno o due chilometri dalla periferia della città” riferisce l’Osservatorio siriano per i diritti umani (Ondus), ong con sede a Londra vicina ai ribelli “moderati” e che dispone di un’ampia rete di attivisti che monitorano la situazione militare in tutto il Paese (?!?!)


Per sostenerle Mosca ha intensificato i raid aerei impiegando anche 6 bombardieri Tu-22M3 decollati dalla Russia che il 15 novembre hanno colpito obiettivi dell’Isis in una zona vicino ad Abu Kamal. Nelle ultime ore le truppe di Damasco avrebbero completato l’accerchiamento della città in attesa di sferrare l’offensiva.

Il comando siriano sembra attendere l’arrivo dei veterani della Tiger Forces che hanno strappato Mayadin al Califfato e starebbe pianificando un attacco su vasta scala contro le residue forze dell’IS che controllano ancora il 30% della provincia di Deir Ezzor liberata per il 38% dai governativi e per il 32% dalle milizie curdo-arabe delle Syrian Democratic Forces (SDF) sostenute e affiancate dagli Stati Uniti e che sono in competizione con le forze di Damasco nel tentativo di strappare più territorio possibile ai jihadisti.

Ad Abu Kamal l’IS ha incrementato le difese di quella che sarà con ogni probabilità la sua ultima roccaforte al cui interno potrebbe nascondersi lo stesso Califfo Abu Bakr al Baghdadi, secondo i russi ucciso in un raid aereo il 28 maggio scorso, secondo altre fonti fuggito recentemente dalla città di confine irachena di al-Qaim liberata dalle truppe di Baghdad a bordo di un taxi giallo.


Anche le SDF puntano a Abu Kamal e dopo aver cacciato l’Isis da Al-Hawayij hanno raggiunto Dibhan e Abu Hammam. L’obiettivo, caro più agli Stati Uniti che alle milizie curde, è approfittare del tracollo dello Stato Islamico per assumere il controllo di una porzione rilevante del confine tra Iraq e Siria per interrompere la continuità territoriale del cosiddetto “Asse scita” che unirebbe l’Iran, l’Iraq e la Siria fino al Libano meridionale in mano a Hezbollah.

L’inviato Usa per la coalizione internazionale contro lo Stato islamico, Brett McGurk, ha dichiarato che “l’IS ha perso il 95% dei territori di Siria e Iraq che aveva conquistato nel 2014 e più di 7,5 milioni di persone sono state liberate” aggiungendo che “il flusso di combattenti stranieri in Siria si è quasi fermato e un numeri crescente di miliziani vengono fermati alle frontiere”. Il portavoce della Coalizione Ray Dillon ha reso noto che sono stati uccisi in raid aerei di aver uccio nelle ultime tre settimane quattro comandanti del Califfato

Yusuf Demmer e il fratello Omar, che lavoravano per la propaganda in Medio Oriente e in Europa, sono stati uccisi vicino ad al-Qaim, nell’ovest dell’Iraq, il 26 ottobre. Uccisi invece in Siria Abu Yazen, colpito il 3 novembre a Mayadin, e Abdullah Hajwai, eliminato due giorni dopo vicino a Albu Kamal. Secondo il portavoce i comandanti dell’Isis uccisi dall’inizio dell’anno dalla Coalizione sono 117.

(con fonte Difesa&Sicurezza, Ondus e AFP)

Foto: SANA e Forze Armate Siriane