Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 25 novembre 2017

25 novembre 2017 - DIEGO FUSARO: Finanza. Breve storia e attualità del concetto [Rai1]

Diego Fusaro contro il Black Friday: l'apice della mondializzazione, com...

Diego Fusaro - Idee di sinistra e valori di destra

Calabria: continua la promozione del libro del filosofo Diego Fusaro

25 novembre 2017 13:16 | Danilo Loria

image: http://www.strettoweb.com/wp-content/uploads/2017/11/diego-fusaro-300x225.jpg

Due giorni ricchi di eventi per la prima del filosofo DIEGO FUSARO nella Locride. Continua l’incessante attività sociale e culturale dell’associazione ANAS Calabria presieduta dall’ardorese Gianfranco Sorbara ormai presente sul territorio calabrese quasi quotidianamente. Si è partiti stavolta da Bianco dove giovedì scorso Fusaro ha presentato il suo libro “pensare altrimenti” di fronte ad una platea di oltre duecentocinquanta cittadini giunti da tutto il comprensorio. Il dibattito, moderato dalla giornalista Maria Teresa D’Agostino è stato aperto dai saluti istituzionali del sindaco Aldo Canturi, dalla presentazione di ANAS da parte di Sorbara, che ha evidenziato come ormai il mondo del sociale è sempre più punto di riferimento non solo culturale, ma anche politico per i cittadini ed a tal proposito ha dichiarato: “Anas Italia, assieme ai salotti culturali Clemm ed ad altre realtà associazionistiche italiane sta lavorando ad un progetto socio politico innovativo che a breve si manifesterà ufficialmente”. Pasquale Ceratti, vice sindaco e stimato medico, ha invece “lanciato” l’ospite della serata tracciando il profilo del giovane filosofo che sta spopolando non solo in Italia, ma anche all’estero dimostrando conoscenza e passione per l’argomento. Un pubblico selezionato ed interessato si è intrattenuto per circa due ore fino a quando c’è stata la diretta dello stesso in una rete tv nazionale che ha trasmesso proprio da Bianco, ulteriore soddisfazione e sintomo di interesse per la nostra terra. La mattinata di venerdì invece è stata dedicata ai giovani dei licei locresi, in un cinema gremito di studenti Fusaro ha proseguito il confronto e si è dimostrato attento ad ogni spunto ricevuto.”Avevo sentito Diego nei mesi scorsi per programmare un incontro in Calabria”, dichiara il presidente regionale Sorbara, “ed ho scelto la Locride perché oltre ad essere la mia terra d’origine era l’unica zona che ancora lui non aveva visitato, ma all’interno dei 40 comuni la scelta di Bianco è stata voluta fortemente perché con Pasquale Ceratti, oltre ad una antica amicizia ed ad una collaborazione in ANAS, ci legava la stessa stima per questo filosofo 2.0 che sta entusiasmando i cittadini un po’ di ogni fascia di età o classe sociale e che in questo momento rappresenta un riferimento culturale reale. Serviva quindi un organizzatore con la passione giusta per organizzare quale si è il vice sindaco di Bianco. Idee di sinistra e valori di destra: questa frase con la quale si autodefinisce Diego incarna il suo pensiero e a parer mio profila una nuova concezione della politica dei prossimi anni nella quale parecchi si ritroveranno.” .

Per approfondire http://www.strettoweb.com/2017/11/diego-fusaro-calabria/629738/#V4YHCzLozR9F6I8o.99

Non c'è niente di religioso uccidere in questo modo uomini in preghiera ci sono motivazioni geopolitiche forti della Strategia del Caos e della Paura

Egitto, attentato in una moschea nel Sinai durante la preghiera del venerdì: “235 morti e 109 feriti”


MONDO

L'attacco è avvenuto a circa 40 chilometri da al-Arish, capoluogo del governatorato. Il presidente Al-Sisi: "Vendicheremo i nostri martiri, le forze armate risponderanno con forza brutale". Nella regione è attivo un gruppo jihadista alleato dell’Isis ma il luogo di culti colpito è frequentato da una tribù attiva nella lotta allo Stato islamico. Fonti locali: "Uccisi 15 terroristi"

di F. Q. | 24 novembre 2017

Prima i terroristi hanno piazzato alcuni ordigni artigianaliintorno alla moschea, facendoli esplodere all’uscita dei fedeli dopo la preghiera del venerdì, giorno sacro per i musulmani. Poi hanno “aspettato i fedeli davanti alla porta” per colpire quelli in fuga, utilizzando lanciarazzi e armi automatiche. E dopo avere sparato contro di loro bruciando alcune auto fuori dal luogo di culto, sono fuggiti a bordo di quattro veicoli, dei fuoristrada 4×4, coi quali avevano circondato l’edificio. Sono 235 le vittime e almeno 109 i feriti dell’attentato avvenuto in una moschea a nord del Sinai, a circa 40 chilometri da al-Arish, capoluogo del governatorato. È uno degli attacchi terroristici più violenti nella storia recente del Paese. Nel Sinai settentrionale, ma soprattutto più a est, è attivo un gruppo jihadista alleato dell’Isis. Quindici terroristi sono stati uccisi in un raid condotto con due droni dalle forze armate egiziane nel nord della regione. Il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, ha convocato una riunione di emergenza con i responsabili della sicurezza e annunciato tre giorni di lutto nazionale. Al termine del confronto, il presidente ha tenuto una conferenza stampa: “La tristezza e il dolore che provano ora gli egiziani non sarà vano – ha detto al-Sisi – Gli egiziani trarranno da questo dolore la volontà di affrontare il terrorismo. Le forze armate risponderanno con forza brutale“. In risposta all’attacco terroristico, le autorità egiziane hanno lanciato un’offensiva contro i terroristi chiamata “Operazione di vendetta per i martiri”. Alcuni raid aerei sono stati effettuati contro covi di militanti vicino al villaggio di al-Rawdah, nel Sinai del Nord. Secondo la televisione ufficiale del Paese, Al-Sisi ha predisposto un’indennizzo di 200.000 lire egiziane (circa 10.000 euro) ai famigliari delle vittime decedute e 50.000 lire egiziane alle famiglie dei feriti.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto inviare un messaggio di cordoglio al presidente egiziano al-Sisi: “Ho appreso con profondo dolore la notizia del vile attentato che ha colpito poche ore fa la moschea di Bir Al-Abed con un drammatico bilancio di morti e feriti. Nella comune lotta contro il terrorismo e l’estremismo religioso – nemici esiziali della libera espressione del culto – l’Egitto potrà contare sempre sul determinato sostegno dell’Italia”. Papa Francesco ha mostrato solidarietà al popolo egiziano in un telegramma: “Sono profondamente addolorato in quest’ora di lutto nazionale. Raccomando le vittime alla misericordia dell’Altissimo Dio e invoco divine benedizioni di consolazione e pace sulle loro famiglie. Mi unisco a tutte le persone di buona volontà nell’implorare che i cuori induriti dall’odio imparino a rinunciare alla strada della violenza che porta a così grande sofferenza, per abbracciare la via della pace”. A condannare l’attacco anche Ahmed el-Tayyeb, grande Imam di Al-Azhar, il più influente centro teologico dell’islam sunnita del Paese: “È importante respingere i terroristi con tutta la forza possibile”. Le condoglianze alle vittime sono arrivate anche dal segretario generale della Lega Araba, Ahmed Aboul-Gheit, e dal Ministro degli esteri Angelino Alfano: “Solidarietà e vicinanza dell’Italia al popolo dell’Egitto per il vile attacco terroristico. La paura non prevarrà”. “Condanniamo questo barbaro atto terroristico contro civili innocenti. L’Unione Europea è al fianco dell’Egitto nella lotta contro il terrorismo”, ha twittato l’ambasciatore Ue in Egitto Ivan Surkos. Vicinanza all’Egitto è arrivata anche da Tel Aviv. Ron Huldai, sindaco della città, ha pubblicato su Twitter la foto del comune illuminato con i colori della bandiera egiziana.



Wybuch bomby w meczecie w Egipcie. Co najmniej 50 osób nie żyje. #Egypt #Sinai #mosque




#BREAKING - Explosion rips through a mosque in northern #Sinai in #Egypt, killing 
over 150 & 135 wounded.



Orrore per la strage terroristica nella moschea del #Sinai I nostri pensieri vanno alle vittime, la nostra solidarietà alle famiglie colpite e all'Egitto




A horrific attack in #Egypt. We send our condolences to our friends across the border and light the Municipality building in their honor.


All’interno della moschea, ha riferito il consigliere comunale di Bir El Abd Salama El Rokei, c’erano “almeno 200 persone”. La moschea colpita “è frequentata dalla tribù Sawarka, la maggiore del nord del Sinai e, in generale, conosciuta per la propria collaborazione con l’esercito e le forze dell’ordine” nella lotta contro l’Isis: lo riferiscono fonti locali all’Ansa. Secondo i media locali, la moschea attaccata “appartiene ai sufi”, un orientamento mistico dell’Islam “che i gruppi terroristici considerano apostata“. La zona del Sinai settentrionale è considerata una vera e propria “roccaforte del sufismo”. Il luogo di culto si trova in una zona desertica “a 60 chilometri da Al Arish“, il capoluogo del Sinai settentrionale, e “a 30 da Bir El Abd“, precisano le fonti del posto sottolineando che la posizione sta allungando i tempi dell’arrivo di ambulanze e forze di sicurezza. Secondo fonti locali, sono almeno 30 le ambulanze arrivate sul posto per trasportare i feriti all’ospedale, dove una grande folla di civili è in coda per donare il sangue. L’edificio si trova lunga la cosiddetta “autostrada internazionale” ed è frequentata anche da automobilisti di passaggio.

Apple in declino, Huawey pronta a sostituirla

Il fondatore di Huawei: "Grazie Apple, hai cambiato il mondo. Ma il tuo tempo è passato"

di Roberto Pezzali - 24/11/2017 15:08


Ren Zhengfei, fondatore e presidente di Huawei, ha ringraziato Apple per aver creato la mobile economy. Senza di lei Huawei non ci sarebbe. Ma, sempre secondo Zhengfei, l'azienda americana ha fatto il suo tempo.

“Apple? Ha cambiato il mondo”. A dirlo non è Tim Cook ma Ren Zhengfei, presidente e fondatore di Huawei nel corso di una recente visita ad un centro di ricerca Huawei in Giappone. Secondo la stampa cinese Zhengfei avrebbe riconosciuto i meriti di Apple nell’aver saputo creare prodotti come l’iPhone e l’iPod Touch, nell’aver reso un dispositivo portatile la fotocamera più famosa al mondo e nell’aver contribuito a costruire l’era del personal computer. “Apple ha cambiato il mondo, e dobbiamo davvero ringraziarla per tutto quello che ha fatto. Senza la mobile economy che Apple ha saputo creare Huawei non sarebbe diventata quello che è oggi”. Tuttavia, e qui arriva l’affondo, il declino di Apple sta dando ai produttori cinesi nuove opportunità.

Secondo Zhengfei Apple ha fatto il suo tempo, soprattutto in Cina dove il boom di notorietà sta svanendo. Un ribasso nelle vendite nei paesi asiatici ha infatti portato Apple ad essere da giugno il terzo produttore di smartphone al mondo, e a superarla è stata proprio Huawei che si è posizionata subito alle spalle di Samsung. Zhengfei critica aspramente la politica di Apple: troppa fiducia nei loro mezzi e poca considerazione degli utenti. Il lancio dell’iPhone X, che costa il doppio di uno stipendio cinese medio, è la prova che Apple non sta facendo nulla per recuperare il terreno perso. Secondo il presidente di Huawei questo è il momento giusto per liberarsi della pressione di Apple e degli iPhone, una grande opportunità per tutti i produttori di smartphone cinesi. Apple, secondo Zhengfei, sta passando di moda. Almeno in Cina

Se c'è il glifosato nella pasta i produttori devono scriverlo

Pasta: l’origine del grano che non piace agli industriali sarà in etichetta

di ANNA SILVERI 24 novembre 2017


Ci avevano provato, i pastai industriali italiani, ad affossare il decreto che renderà obbligatorio, a partire da febbraio 2018, indicare in etichetta la provenienza del grano utilizzato per la pasta.

A settembre Aidepi, l’associazione dei pastai, aveva presentato ricorso al Tar del Lazio per chiedere la sospensione del decreto, ritenendo che non informasse a dovere il consumatore, spingendolo a considerare l’origine del grano come unico parametro valido per un prodotto di qualità.

Alcuni industriali, tra cui Barilla, hanno sottolineato come il ricorso al grano straniero sia necessario, essendo il grano prodotto in Italia insufficiente a sotenenere la produzione di pasta, con un deficit del 45% del grano duro e del 60% del grano tenero, motivo per cui si deve necessariamente importare il grano, sia dall’Europa che da Paesi extra UE

Il Tar del Lazio ha respinto il ricorso, confermando il diritto dei consumatori alla massima trasparenza delle informazioni, compresa la conoscenza del luogo di provenienza del grano.

Il decreto stabilisce che la pasta secca prodotta in Italia dovrà riportare in etichetta, in modo visibile e indelebile, il Paese in cui il grano è stato coltivato e quello il cui è stato macinato.

Un diritto legittimo e sacrosanto che non deve scadere in una crociata protezionistica, né far dimenticare che l’indicazione di provenienza del grano non è da sola un parametro di qualità, visto che altri Paesi producono frumento di ottima qualità, a volte anche migliore di quello nazionale.

Il provvedimento, firmato dai ministri Carlo Calenda e Maurizio Martina, entrerà in vigore come previsto prima del ricorso di Aidepi al Tar del Lazio, il 17 febbraio 2018.

[Crediti: Il Sole24Ore]

Mauro Bottarelli - l'Addendum colpisce in pieno l'Italia, questa è quella che deve essere mangiata e spolpata fino in fondo

SPY FINANZA/ Il pericoloso ping-pong tra Tajani e Nouy

C'è una guerra in atto in Europa. E decisamente pericolosa, visto che in campo ci sono due istituzioni europee come Bce e Parlamento Ue. MAURO BOTTARELLI

25 NOVEMBRE 2017 MAURO BOTTARELLI

Antonio Tajani (Lapresse)

C'è una guerra in atto in Europa. Ormai nemmeno più troppo strisciante. E decisamente pericolosa, visto che i due soggetti che si stanno combattendo, formalmente, dovrebbero cooperare per il bene dell'Unione e, soprattutto, dei suoi cittadini: Europarlamento e Bce. E non si tratta di una guerra di retroguardia, perché nell'ultimo scontro andato in onda ieri sono stati ancora una volta i massimi vertici delle due istituzioni a menare fendenti. E non a vuoto. Prima, però, l'antefatto. 

Giovedì MF-Milano Finanza ha pubblicato la notizia in base alla quale proprio il Parlamento europeo starebbe lavorando a una bozza della nuova direttiva bancaria (Crr2 e Crd5) che sterilizza in automatico gli effetti contabili nei bilanci di maxi-cessioni di crediti deteriorati. È un punto fondamentale, come messo in rilievo da molti banchieri italiani e dalla stessa Abi, perché le grandi manovre di vendita a sconto di Npl vanno a incidere sulla serie storica della Loss Given Default (Lgd), la stima di perdita in caso di insolvenza del debitore e costringono le banche a dotarsi di ulteriore capitale di vigilanza. La bozza, che reca la firma del tedesco Peter Simon, prevede che una banca possa escludere le grandi cessioni di Npl dalle stime Lgd (articolo 181 Crr), avvisando l'autorità competente (cha avrà solo 5 giorni di tempo in caso si voglia opporre) su portata, composizione e tempi della vendita. Non a caso è un tedesco a firmare la bozza, visto che molte Landesbanken della Germania del Nord (l'area anseatica) hanno sulle spalle enormi carichi di Npl derivanti dal settore navale. 

Insomma, una buona notizia per le banche. Ma, nei fatti, uno scavalcamento della Vigilanza Bce, la quale con la sua normativa sull'addendum relativo alle coperture a bilancio di Npl ha mandato nel panico gli istituti bancari di mezzo continente. E non era una buona giornata quella di ieri per pestare i piedi alla Bce, visto che di buon mattino Danske Bank aveva messo in guardia gli investitori dai movimenti dell'euro. Stando agli economisti, una rottura della resistenza a 1,1880 «è ora chiaramente un rischio ed è probabile»: il tutto, messo nero su bianco dopo le minute rese note giovedì dalla Banca centrale europea. 

I verbali rivelano infatti che alcuni membri del board hanno considerato di separare la guidance sull'operazione di Quantitative easing dalla richiesta di un'inflazione sostenuta: «Questo è fondamentale per l'euro perché apre alla possibilità che la Bce chiuda il piano di Qe nel 2018 anche senza una ripresa stabile dei prezzi e crei le basi per una nuova politica di normalizzazione dei tassi. Con la conseguenza che la valuta comune salirebbe», spiega Danske Bank. Da aggiungere che nella primavera del 2019 ci sarà la nomina di un nuovo governatore della Bce: se provenisse dall'area del centro-Nord Europa, sarebbe ovviamente molto più favorevole al rialzo del costo del denaro. 

Insomma, inflazione che non sale, tapering parzialmente annunciato ma da gestire, revisione potenziale del programma di acquisto di corporate bonds e ora anche l'euro in overshooting che torna a creare aspettative per un rialzo dei tassi e per tensioni sull'export: all'Eurotower di lavoro ne hanno. Capirete quindi che i continui interventi in tackle scivolato dell'Europarlamento sugli Npl non sono visti come graditi. Anzi. Ma tant'è, qualcuno ieri ha pensato di infischiarsene del clima che circola a Francoforte e sparare ad alzo zero. «Non sta ai tecnocrati fare le leggi, al contrario, a loro spetta applicare le decisioni del potere legislativo», così nientemeno che il Presidente dell'Europarlamento, Antonio Tajani, è intervenuto sulla nuova bocciatura in arrivo per l'addendum sugli Npl, proposto dal capo della vigilanza della Bce, Daniele Nouy. «Il servizio giuridico del Consiglio Ue conferma l'opinione del giureconsulto del Parlamento evidenziando la correttezza e la solidità giuridica della mia posizione: qualsiasi attività legislativa della vigilanza Bce è illegittima», ha concluso Tajani. 

Ma come mai questo attacco, l'ennesimo, da parte della massima carica del Parlamento Ue? Perché la Nouy non solo non lascia sulla questione addendum ma raddoppia. In un ideale ping pong di accuse, ecco infatti cosa ha dichiarato il capo della vigilanza Bce: «In alcune parti dell'eurozona il rapporto tra crediti deteriorati e totale dei prestiti è ancora molto alto, troppo alto e l'obiettivo dell'addendum della Bce sulla gestione degli Npl è chiaro e diretto: le banche devono disporre di adeguate disposizioni». E ancora: «Abbiamo aspettative ferme su questo, che abbiamo precisato. Ma per essere chiari: quello di cui sto parlando qui sono le aspettative di supervisione. Non ci sono azioni automatiche ad esse collegate. La nostra guidance fornisce la base per un dialogo strutturato con ogni singola banca», ha spiegato ancora Nouy. Stando all'alta funzionaria della Bce, serve infatti «uno sforzo congiunto da parte di banche, autorità di vigilanza, autorità di regolamentazione e politici per risolvere il problema dei prestiti in sofferenza, anche perché quando si tratta di risolvere gli Npl in tribunale, vi sono enormi differenze tra i Paesi dell'area dell'euro e questo è qualcosa che i governi nazionali possono affrontare. In un'unione bancaria, non ci dovrebbero essere differenze significative in termini di tempo necessario per recuperare gli Npl in tribunale». 

E la Nouy pare far capire che le dilazioni cui puntano Tajani e l'Europarlamento non sarebbero affatto gradite alla Bce: «Alla luce del miglioramento dell'economia, mi verrebbe da dire: se non ora, quando?». E tanto per mettere il carico da novanta su un altro tema decisamente caldo, ecco che arriva la bordata che avrà fatto fischiare le orecchie in sede Abi: «Nell'Eurozona ci sono troppe banche e ciò produce una competizione feroce e bassi margini di guadagno. Dunque, è necessario un consolidamento nel settore. In una certa misura, questo sta avvenendo, visto che dal 2008 il numero delle banche nella zona euro è calato del 25%». Ma nonostante questo, per la Nouy «l'elevato numero di istituti di credito nell'eurozona rende il settore bancario meno efficiente e spinge le banche ad adottare un comportamento insostenibile». 

Normale dialettica? Direi proprio di no. Perché se interventi come quelli di Antonio Tajani sono già irrituali una tantum, quando divengono con cadenza quasi giornaliera si tramutano in sintomi chiari di un confronto che non è nominalistico, bensì di sostanza: Tajani ha schierato l'Europarlamento e tutte le sue autorità contro la decisione della Bce di introdurre manu militari l'addendum e lo sta facendo non solo in punta, almeno per quanto lo riguarda, di diritto ma anche aprendo all'ipotesi di una prova di forza: ovvero, arrivare a inizio anno in un'atmosfera di muro contro muro, proprio quando la legislazione dovrebbe formalmente entrare in vigore. E se un rinvio è pressoché scontato, attenzione a fare i furbi una volta di più delle carte che si hanno in mano, giocando con la Bce: sono davvero troppi i dossier all'attenzione della vigilanza che potrebbero tradursi in altrettanti jolly da giocare non appena la mano si facesse troppo dura. 

Tajani non dispone di così tante carte e, soprattutto, non può contare in automatico sulla solidità dell'Europarlamento, spaccato da sempre in fazioni e correnti, prima nazionali che politiche. Insomma, il presidente si sta prendendo un gran bel rischio, ma, al tempo stesso, sta creandosi il profilo del politico tutto d'un pezzo che non teme scontri titanici in difesa dell'eurozona, in questo caso in difesa dello strategico e sistemico sistema bancario. Lo fa per convinzione o perché sa che in primavera dirà addio per diventare candidato premier del centrodestra? Ai posteri l'ardua sentenza. Per ora c'è una certezza: chi ha messo strumentalmente sul tavolo la carta dell'addendum con quel timing, intendeva creare condizioni di caos. Quindi, qualcosa bolle in pentola. O bollirà.

Ida Magli - Riformismo non significa automaticamente un bene anzi spesso è il male

Ida Magli
24/11/2017


Francesco Chiucchiurlotto

VITERBO – Ho conosciuto tardi Ida Magli, antropologa di fama internazionale, antesignana del femminismo italiano, accademica innovatrice, e come riportato da uno scritto di G.B. Guerri, una donna che “non insegnava cosa pensare, insegnava a pensare”, e me ne dispiaccio.

E’ morta l’altr’anno e quindi come i grandi intellettuali italiani scomparsi di recente, Montanelli, Biagi, Eco e tanti altri che facevano da referenti per un confronto ed avanzamento delle nostre idee e soprattutto come diceva Ida Magli a proposito del “politicamente corretto”, per renderci consci dell’adeguamento del nostro sistema logico-cerebrale alla percezione della realtà nella formulazione linguistica dei concetti, ci manca molto, abituati come siamo a buoni o controversi maestri.

Cioè, Ida sosteneva, nell’automatismo pensiero/linguaggio, cui siamo abituati nella normalità, si rischia di inserire un altro automatismo, quello del linguaggio/pensiero, per cui non solo penso e quindi parlando esprimo un pensiero, ma anche che un particolare ed artificioso linguaggio imposto dalla comunicazione globale, influenza il mio pensiero oltre la parità possibile dei flussi.

Cioè ancora, la creazione e l’iterazione di una serie di frasi, periodi, figure retoriche che passano quotidianamente nel linguaggio dei media e dei social media, tendono a creare attraverso formulazioni linguistiche semplici ed elementari, un sistema di giudizio spesso non corrispondente alla realtà.

Troppo a lungo, per esempio, il termine “riformismo, riforma, riformatore-trice” ha assunto un significato scontato ed incontrovertibile di positività, indipendentemente da quello che era l’oggetto ed il merito della stessa riforma.

Oggi, altro esempio, ci troviamo con Province scassate, fuori dal quadro costituzionale vigente o Comunità Montane, per restare nell’ambito degli enti locali, soppresse e sostituite da enti non solo inutili ma dannosi, perché il politicamente corretto di qualche anno fa ha imposto come ovvio sia quello scasso che quella soppressione.

Sempre sulla dominanza del linguaggio riformistico: non basta approvare leggi in modo bulimico ed incontinente a livello regionale, nazionale, europeo, con relativi decreti attuativi, regolamenti e circolari (quintali di carta) per cambiare positivamente la realtà.

L’annuncio serve al potere dominante di turno per dimostrare una coerenza possibile con quanto promesso o programmato; ma a valle del provvedimento giuridico, condizione necessaria ma non sufficiente, c’è una realtà che spesso non corrisponde affatto a quanto enunciato e che talvolta regredisce in funzione dell’imput normativo ricevuto.

Questa è una delle tante lezioni di libertà e consapevolezza di pensiero che Ida Magli ci ha lasciato, con modi bruschi ed irritanti, spesso esagerati e paradossali, tanto da procurargli l’ostracismo di volta in volta dall’ etichettificio cultural/mediatico di destra e di sinistra.

Nel sito www.italianiliberi lascia una traccia preziosa di un pensiero estremo su tutti gli argomenti che interessano il nostro essere “animali politici”, e nei suoi saggi concetti con i quali sempre, anche se talvolta con repulsa e sconcerto, fare i conti.

Se qualcuno teme la melassa del politicamente corretto o l’ossequiosa adesione al pensiero dominante di turno, Ida Magli è quel che ci vuole.

Francesco Chiucchiurlotto (Res 120)

venerdì 24 novembre 2017

Vaccinazioni - la Consulta, parte integrante del Sistema massonico politico mafioso

Vaccinazioni

La Consulta decide di... non decidere


24/11/2017


La Consulta ha quindi deciso… di non decidere. Ancora una volta, così come era successo con altri ambiti giurisdizionali (TAR, Consiglio di Stato, giusto per citare quelli che ben conosciamo …), la scelta sostanziale è proprio quella di non entrare nel merito delle questioni e rispondere in modo esplicito ai quesiti posti in modo del tutto legittimo, sia da altre istituzioni, sia da semplici cittadini.

Nel comunicato del 22 novembre 2017 la Corte sostiene che siano “… state discusse le numerose questioni di legittimità costituzionale promosse dalla Regione Veneto sul decreto legge n. 73 del 2017, convertito nella legge n. 119 del 2017, in materia di vaccinazioni obbligatorie per i minori fino a 16 anni di età …” ma in realtà questo semplicemente NON è vero. Di fatto la Corte ha rifiutato di valutare gli argomenti posti in via aggiuntiva dalla regione Veneto, sulla scorta di altri ricorsi presentati ad adiuvandum, che sono stati esclusi (così come era prevedibile).

Attendiamo di leggere le motivazioni, ma da quanto si può apprendere leggendo lo scarno comunicato, la Corte Costituzionale si sarebbe limitata ad affermare la legittimità del Parlamento a legiferare in materia. Fine.

Nel merito poi della scelta, la Corte la definisce semplicemente “non irragionevole …”, glissando apparentemente con sufficienza su profili di incostituzionalità che invece, a nostro avviso, pesano come macigni. Il resto del comunicato riporta solo delle ovvietà se non considerazioni opinabili, ovvero delle OPINIONI di cui sinceramente non ne sentivamo alcun bisogno, dal momento che ci sono già abbastanza pappagalli che ripetono le stesse storielle da mesi, senza curarsi minimamente di scendere dal piedistallo e guardare in faccia la realtà delle cose.

Risulta poi piuttosto “amara” e difficile da pronunciare l’affermazione di rito “… rispettiamo la decisione della corte”, anche di fronte alla totale mancanza di rispetto dei diritti umani fondamentali che caratterizza la il DL 73/2017 che passa come un rullo compressore sopra gli articoli della costituzione che “questa Corte” non si è nemmeno degnata di tutelare, come ogni cittadino normale si sarebbe aspettato, senza ulteriori tentennamenti.

Di seguito riportiamo quanto l’Avv. Luca Ventaloro, referente legale COMILVA, ci indica in un suo comunicato:

“A parere dei giudici costituzionali, le misure in questione (vaccinazioni) sono espressione della competenza del legislatore nazionale. Le vaccinazioni oggi rese obbligatorie erano già previste e/o raccomandate nei piani nazionali di vaccinazione e finanziate dallo Stato nell’ambito dei Livelli Essenziali di Assistenza sanitaria (LEA).

Come appreso dalla elaborazione di emeriti costituzionalisti, il ricorso della Regione Veneto si è incentrato sulla questione della sovrapposizione di competenze.
Ma poiché i vaccini sono appunto considerati facenti parte dei LEA (di competenza statale) e non mera organizzazione sanitaria (di competenza regionale), il ricorso appariva certamente fondato ma in ogni caso a rischio.

Permangono comunque, in maniera chiara e netta, tutti i profili di incostituzionalità, che dovranno necessariamente essere percorsi.
Va quindi preso atto che solo la Regione poteva proporre il ricorso (ecco motivata l’esclusione delle altre associazioni intervenute ad adiuvandum) e solo su questo piano delle competenze.
Ora, quanto alla legittimità e costituzionalità del DL 73/2017 (come convertito dalla legge 119/2017), si dovrà fare affidamento e riferimento ai Giudici dei Tribunali. Il qualunque cittadino (a cui non è consentito ricorrere direttamente alla Corte Costituzione) dovrà adire il Giudice Ordinario ex art. 700 C.P.C. o i TAR.

Il Giudice o il Tribunale, oltre a decidere il merito della questione singola dell’esclusione, potrà ricevere dal cittadino lo “stimolo” sulla questione di costituzionalità, decidendo poi di “sollevarla” alla Corte Costituzionale. Come spiegato da numerosi costituzionalisti, la L. 119/2017 ed il Decreto Lorenzin presentano molteplici profili di incostituzionalità”, e pertanto si DEVE continuare a difendere tali diritti supremi.

Tutti noi speravamo in una pronuncia favorevole anche già sugli aspetti, pur parziali, sollevati dalla Regione Veneto. Ma sia chiaro che in ogni caso la “sconfitta”, è circoscritta e transitoria (Avv. Luca Ventaloro)”.

Ma nessuno di noi deve sentirsi sconfitto: superata la fase “acida” del post decisione (o NON decisione, come preferite …) della Corte, si va avanti, come e più di prima, senza alcun cedimento. D’altra parte nessuno di noi poteva pensare (se non in qualche angolino recondito del suo cuore …) che una macchina organizzativa come quella messa in moto da qualche anno a questa parte per arrivare a legi-ferare in questo modo osceno non potesse trovare una sicura sponda in tutti gli organi di questo stato.

Nessun cedimento quindi: dobbiamo accettare l’idea che solo una cittadinanza matura e consapevole potrà cambiare il suo destino, non certamente affidandosi ad un manipolo di umanoidi senza dignità e senza coscienza. Dobbiamo farlo con passione ed intelligenza, mettendo in campo ogni sinergia possibile e liberandoci di molte tare che ci stanno ancora condizionando, cercando senza indugi l’unità di tutte le forze sane di questo paese e non solo … sappiamo bene infatti che l’Italia non è sola in questa deriva disumana, non dimentichiamo la Polonia e la Francia che ci sta seguendo a ruota, solo per fare alcuni esempi!

Coraggio, determinazione e... amore: abbiamo il potere di cambiare ogni cosa. Chi ha letto il libro di Giuliana Conforto, “L’Eresia di Giordano Bruno e l’Eternità del Genere Umano”, sa che la causa della follia che affligge questo mondo è la credulità in un “sapere” funzionale al potere di pochi sui tanti. Giordano Bruno afferma che “C’è un sol Governo, una sola Legge, l'amore …” e ci insegna che “ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi … che possiamo modificare il corso degli eventi. Non è la materia che genera il pensiero, è il pensiero che genera la materia”.
Dunque superiamo con slancio ogni ostacolo e procediamo nella via della verità e della vita. Buon cammino a tutti.

Verso la guerra mentre Di Maio si vorrebbe iscrivere al partito dei Rothschild

UE VA COL PILOTA AUTOMATICO. DEL PENTAGONO.

Maurizio Blondet 24 novembre 2017

Vedo che alcuni siti francesi che seguo vedono “prospettive liberatrici nella impasse di Merkel”. L’intero quadro politico tedesco, destra sinistra e il presidente Steinmeyer, oltre che gli industriali e l’opinione pubblica, vogliono misure severe sull'immigrazione e allacciare buoni rapporti con Mosca. “Le sanzioni contro la Russia non devono diventare permanenti”, ha sancito la CSU bavarese. Emmanuel Macron, profittando del vuoto di potere a Berlino, può davvero “incontrare un grande destino europeo e internazionale”, prendendo la leadership della riforma europeista.

La verità è che Merkel è ancora lì, e più ingombrante di prima. Terrà per chissà quanti mesi un governo degli affari correnti o di minoranza: situazioni ideali per fare quello che ha sempre fatto, i più meschini interessi bottegai della Germania in un quadro di immobilismo. Non posso mica fare “le riforme” che mi chiedete, Macron e Di Maio: non vedete che ho un governo che può fare solo l’ordinaria amministrazione?

Ciò non significa che la UE andrà alla deriva e al crollo come speriamo. Sarà guidata dal pilota automatico, e questo significa: dall’Alleanza Atlantica, che americani e israeliani stanno pilotando con rotta inflessibile alla guerra contro la Russia.

Julian Rose, un celebre (nel Regno Unito) attivista ecologista che vive in Polonia dove lotta per salvare le piccole imprese contadine dal rullo compressore della globalizzazione , ha lanciato l’allarme: qui, ha scritto su Globalresearch, la NATO sta costruendo una “armata dell’Europa dell’Est”, a vostra insaputa: Francia e Germania affidano lo sporco lavoro di “punzecchiare l’orso russo” alla Polonia, per provocare la Russia con un atto di aggressione grave, che fornirebbe ai comandi occidentali l’alibi di una “base di guerra permanente legittima” con la Russia.

Kiel – vi è insediato il COE per la guerra sottomarina.

“Tutto questo avviene senza alcuna consultazione dei cittadini, che sono manipolati freddamente [nel loro anti-russismo] per servire da carne da cannone alle bellicose ambizioni di piccoli cortigiani dei grandi poteri tirannici”. Come indizio, Rose cita l’aumento delle spese militari del governo polacco, e inoltre “l’insediamento di un Centro di Eccellenza a Krakovia”, con il quale a Varsavia la NATO ha affidato il compito di fare da “agenzia di intelligence per tutte le questioni riguardo alle attività in Russia, e per estensione in Cina”.


24 COMANDI OCCULTI NATO

Un “Centro di Eccellenza”? E che cosa è? Apprendiamo che la NATO ne ha sparso 23 in Europa. Non direttamente ma attraverso un organo chiamato “Allied Command Transformation” (ACT – con sede a Norfolk Virginia) per non dare nell’occhio. Sono centrali che “elaborano strategie, analizzano gli sviluppi militari e conducono corsi di addestramento avanzati per gli alti comandanti dei paesi NATO”. Il Pentagono li ha allestiti nel 2002-3 per evitare che “La NATO fosse marginalizzata” in una Europa “dove la UE avrebbe guadagnato importanza” e si sarebbe integrata alla Russia, insomma dei comandi occulti mascherati da università per generali.

La ACT comanda direttamente tre centri di comando: il “Joint Analysis and Lessons Learned” in Portogallo (Monsanto), il Joint Warfare Center a Stavenger in Norvegia, e soprattutto il Joint Force Training Center in Bydgoszcz, Polonia. Altri Centri di Eccellenza (COE) si trovano all’Aia (Civil-Military Cooperation), e il COE della Medicina Militare a Budapest. La Germania ne ospita tre. Quello con sede a Kalkar nel basso Reno, il Joint Air Power Competence Center (JAPCC) è un vero e proprio comando strategico, si occupa delle forze aeree e dei droni essenziali nella guerra antisom. Un suo ex direttore, Frank Gorenc, in una conferenza ad Essen in ottobre, ha vantato: “La potenza unita aerea NATO, con la sua velocità, flessibilità, portata ed alta readiness sarà la prima a rispondere, massimizzando l’impatto della altre forze militari che seguono. Un vantaggio storico” per l’alleanza. Poi, a Ingolstadt, è insediato il Centro di Eccellenza per il Military Engineering (MILENG) e soprattutto a Kiel su Baltico, il COE per le Operazioni in Acque Basse e Confinate (CSW).

La “missione primaria” di questo COE è “lo sviluppo di nuove idee tattiche operative ed approcci “, ricerche sull’uso di “sistemi senza equipaggio di ogni dimensione” per “creare un nuovo concetto di guerra antisom per l’alleanza”. Naturalmente questo COE “è diventato un magnete per i baltici” dalla Danimarca alla Lituania, fino alla Norvegia e alla Finlandia che – formalmente neutrale – è diventata “un partner contributore al COE della NATO”.


Tutto conferma dunque l’allarme di Julian Rose: il Pentagono sta spostando la forza NATO verso Est e facendo “captive” i paesi del Nord eccitando il loro antirussismo e la paranoica volontà di regolare i vecchi conti. E avrà mano ancora più libera nel vuoto di potere che Merkel saprà governare come ha sempre fatto, tenendo bordone ai neocon. Donald Tusk e Stoltenberg saranno i manovratori di questa UE con pilota automatico. Una tradizione di famiglia, per Donald.

Il bisnonno di DonaldTusk, Joseph,si arruolò nelle SS. Molto somigliante al bisnipote europeista.

In questa, è interessante vedere Luigi Di Maio, speranzoso capo del governo 5 stelle, ha appena scritto a Macron una lettera in ginocchio, profondendosi in assicurazioni di europeismo, assicurando che il Movimento ““il Movimento 5 Stelle ha una visione molto vicina a quella del Suo Paese. Non abbiamo mai stigmatizzato, anzi abbiamo citato come buon esempio il persistente sforamento nel rapporto deficit/Pil che la Francia si è concessa negli anni per dare respiro a politiche di welfare e a investimenti produttivi”…non ha nulla a che fare con certe formazioni xenofobe e antagoniste che crescono un po’ ovunque in Europa”.

Insomma, il grillismo vuol farsi ammettere nel mainstream. Col cappello in mano, come fece a suo tempo Berlusconi assetato di “legittimità eurocratica”, bussa alla porta di Macron. Sente il bisogno di un protettore. La cosa curiosa è che il partitone che in Italia “Non fa alleanza con nessuno”, in Europa vuole allearsi – anzi assoggettarsi – alla creaturina della Banca Rotschild e di Attali.

NoTav - costosa, dannosa ed inutile gli euroimbecilli a Bruxelles forse se ne renderanno conto

Sospendere i fondi UE per la nuova linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione

23.11.2017 - PresidioEuropa No TAV

(Foto di https://www.facebook.com/PresidioEuropa/)

Entro la fine del 2017 la Commissione Europea invierà al Parlamento Europeo la Valutazione intermedia sul conseguimento degli obiettivi relativi a tutti i progetti infrastrutturali in corso al fine di decidere in merito al loro rinnovo, modifica o sospensione.

Il Parlamento Europeo è chiamato a fornire a sua volta il suo parere. Come risultato alcuni progetti infrastrutturali potrebbero essere annullati, altri modificati, altri ancora confermati

In questo contesto gli eurodeputati del M5S Marco Valli, Daniela Aiuto, Tiziana Beghin, Eleonora Evi hanno inviato il 22 novembre 2017 una lettera chiedendo alla Commissaria Violeta Bulc di sospendere i fondi del Progetto di una Nuova Linea Ferroviaria ad Alta Velocità Torino-Lione, dal momento che l’Unione europea non deve realizzare un progetto con i soldi dei cittadini dell’UE contro la loro volontà, e di reindirizzare i fondi UE ad altri progetti con un valore aggiunto europeo effettivo e comprovato.

Egregio Commissario Bulc,

Le scriviamo in merito alla valutazione intermedia del Meccanismo per Collegare l’Europa (MCE) che sarà pubblicata entro dicembre 2017, come previsto dall’Art. 27 del Regolamento MCE n. 1316/2013, che stabilisce “Entro il 31 dicembre 2017, la Commissione, in cooperazione con gli Stati membri e i beneficiari interessati, prepara una relazione di valutazione che deve essere presentata al Parlamento europeo e al Consiglio sul conseguimento degli obiettivi di tutte le misure (a livello di risultati e di impatto), dell’efficienza dell’uso delle risorse e del valore aggiunto europeo del MCE, al fine di decidere in merito al rinnovo, alla modifica o alla sospensione delle misure.”

Pertanto, “La Commissione e gli Stati membri, assistiti dagli altri possibili beneficiari, può effettuare una valutazione dei metodi di realizzazione dei progetti e dell’impatto della loro attuazione, al fine di valutare se gli obiettivi, compresi quelli relativi alla protezione ambientale protezione, sono stati raggiunti” (Art. 27.6 del Regolamento MCE) e “La Commissione può chiedere ad uno Stato membro interessato da un progetto di interesse comune di fornire una valutazione specifica delle azioni e dei progetti collegati finanziati a titolo del citato Regolamento o, se del caso, fornirgli le informazioni e l’assistenza necessarie per effettuare una valutazione di tali progetti” (Art. 27.7 del Regolamento MCE).

Il Progetto per una Nuova Linea Ferroviaria ad Alta Velocità Torino-Lione ha stimolato una forte mobilitazione della comunità lungo il previsto percorso per più di un quarto di secolo e ha creato un enorme divario tra i diversi soggetti interessati: cittadini, consiglieri locali, provinciali e regionali, associazioni di categoria e politici coinvolti nella sua pianificazione

Tra costi crescenti, ripetuti ritardi, incertezza sui finanziamenti e un’alternanza di partiti politici al potere, i dettagli del progetto sono cambiati radicalmente nel tempo.

Come Lei sa, è stato ampiamente dimostrato che le comunità locali non hanno dato il benvenuto a questo controverso progetto, come chiaramente richiamato nella Interrogazione Scritta n. E-000859-17 del 7 febbraio 2017, che comprende 24 risoluzioni – adottate nel 2010 dalle autorità locali – che esprimono obiezioni alla sua costruzione. Le comunità lungo la Valle di Susa si stanno opponendo da molto tempo e duramente per proteggere il loro territorio contro il progetto della nuova linea ferroviaria ad alta velocità che temono avrà disastrose conseguenze ambientali.

Il Progetto per una Nuova Linea Ferroviaria ad Alta Velocità Torino-Lione non corrisponde agli obiettivi generali previsti dall’Art. 3 del Regolamento MCE perché non è chiaramente un progetto con un valore aggiunto europeo. In effetti, non rimuove i colli di bottiglia, non migliora l’attuale interoperabilità ferroviaria, non elimina i collegamenti mancanti nella sezione transfrontaliera, dal momento che la linea ferroviaria esistente, di grande capacità e recentemente rinnovata, è in grado di fornire un servizio merci ammodernato e adeguato.

Gli attuali lavori geognostici sono in forte ritardo e nel 2013 la Commissione europea ha significativamente ridotto i fondi stanziati per il progetto previsti dalla Decisione C (2008) 7733, secondo il principio “usalo o perdilo”.

Inoltre, dato che nella storia del progetto sono stati registrati vari casi di corruzione, un accordo è stato raggiunto tra il Presidente francese e il Primo Ministro italiano per ridurre al minimo il rischio di infiltrazioni mafiose.

Per tutti questi motivi, e considerando che la valutazione intermedia del MCE dovrebbe essere effettuata per decidere sul rinnovo, la sospensione o la modifica delle misure (Art. 5.3 e Art. 27.1 del Regolamento MCE), ci aspetteremmo perciò che tutti gli aspetti sopra indicati saranno presi in considerazione e che la Commissione Europea fornirà chiari chiarimenti in merito all’impatto sociale, ambientale e sanitario del nuovo collegamento ferroviario Torino-Lione, considerando anche la diminuzione dei flussi di passeggeri e merci registrati nel corso degli ultimi anni.

Di conseguenza, La sollecitiamo a riconsiderare il finanziamento del Progetto di una Nuova Linea Ferroviaria ad Alta Velocità Torino-Lione, dal momento che l’Unione europea non deve realizzare un progetto con i soldi dei cittadini dell’UE contro la loro volontà, e di reindirizzare i fondi UE ad altri progetti con un valore aggiunto europeo effettivo e comprovato.

Desideriamo ringraziarLa in ​​anticipo per la Sua cortese attenzione alla nostra richiesta

Marco Valli, Daniela Aiuto, Tiziana Beghin, Eleonora Evi

Libia - il neocolonialismo francese è attivissimo in medio oriente mentre gli euroimbecilli italiani restano fermi

LIBIA: NON SOLO PETROLIO E GAS DA DEPREDARE. LA PRESUNTA TRATTA DI SCHIAVI COPRE ALTRO?


(di Andrea Cucco)
23/11/17 

Sulle macerie delle istituzioni libiche si stanno abbattendo diverse campagne mediatiche. Da vecchi e rodati lettori di Difesa Online, concorderete che nemmeno quattro manifestanti con una bandiera o un cartello si attivano “spontaneamente”...

L'ultimo caso che sta interessando da giorni la Libia riguarda una presunta "tratta di schiavi": un commercio inaccettabile per qualsiasi essere umano.

Sull'attendibilità e fondatezza del caso alcuni lettori d'oltremare hanno già sollevato dubbi e perplessità (leggi la lettera a Difesa Online).

Ma a cosa mai potrebbe portare un attacco sul piano umanitario in un Paese già devastato, un failed state?

Proviamo a riflettere.

La prossima primavera in Libia, dopo anni di retorica, si terranno elezioni. Dopo oltre un lustro di sostanziale anarchia, potrebbe vedere la luce un governo nazionale effettivo. Diciamo “potrebbe” perché dopo il clamoroso broglio delle elezioni afghane (v.articolo), tutto è possibile anche - ma andrebbe detto “soprattutto” - in presenza di peacekeepers stranieri. Ed in fondo noi italiani figli e nipoti del referendum del '46 cosa vogliamo insegnare agli altri?

I futuri protagonisti (lo sosteniamo controcorrente da tempo) saranno il generale Haftar e Saif al-Islam Mu'ammar Gheddafi, il secondogenito del deposto (e assassinato) raìs. Il primo per la forza militare e la credibilità acquisita in anni, anzi decenni, di contatti internazionali (oltre al recente cambio di partito al governo negli States...), il secondo per il semplice motivo che se nel nostro dopoguerra ci avessero ridotti come l'odierna Libia (al posto di far decollare la nostra economia, v. Piano Marshall) dopo pochi anni avremmo reindossato tutti il Fez. E solo chi fa qualche centinaio di metri dalla nostra ambasciata di Tripoli sa quanto la nostalgia del passato sia oramai forte ed inesorabile.

Dunque, fra sei mesi la Libia rischia seriamente di tornare ai libici. E con lei il controllo delle risorse. Gli accordi ufficiali ed ufficiosi con autorità fantoccio o con capi locali varranno ancora?

Siamo al punto. Da qualche tempo la Francia sta estraendo oro da ricchi giacimenti 70 chilometri a sud di Sebha, nel Fezzan. Senza troppa pubblicità. Un'area ricca anche di uranio...

"Famiglie" di Sebha sarebbero state da tempo corteggiate dai “cugini” con doni e concessione di cittadinanze europee in cambio della mano libera all'estrazione. Simili dinamiche sarebbero avvenute anche oltreconfine in Chad e Niger. Guarda caso proprio il presidente nigerino starebbe assecondando l'attacco mediatico contro la Libia... (v.articolo)

La presenza di riserve auree nel sud del Paese è poco nota ma reale (leggi). Un tema che nel recente passato non è passato inosservato secondo alcuni analisti... (v.articolo)

Quel che nessuno sembra essersi finora chiesto è se la campagna in corso contro l'intollerabile "tratta di schiavi" non abbia un secondo fine?

Dalla Libia ci giungono testimonianze di elicotteri da carico che fanno la spola tra una base militare francese non lontana dai giacimenti (inaccessibile agli stessi libici) ed i confini meridionali del Paese...

Secondo voi, in caso di intervento e relativo mandato dell'ONU - perché è questo evidentemente che si vuol provocare - a quale Paese apparterranno i caschi blu inviati nel Fezzan?

Carige - si lucra sulle commissioni come avvoltoi

VISTI DA VICINISSIMO
Carige, Malacalza in guerra con la Bce

23 novembre 2017

Francoforte considera inusuale il pressing della famiglia genovese per avere il via libera all'acquisto dell'inoptato. C'è chi insinua che la fretta derivi anche dalla voglia di incassare laute commissioni. Il retroscena di Occhio di Lince.


OCCHIO DI LINCETwitter

Voi credevate davvero che dopo Mps e le venete il sisma bancario fosse finito? Ingenui. Intanto perché è lecito coltivare la preoccupazione che la commissione parlamentare, che pure era difficile non costituire dopo quello che è successo in Italia in questi anni, finisca per fare ulteriori danni, anziché risolvere qualche problema o almeno far luce su qualcosa. Ma poi perché scoppiano nuovi problemi (Creval) e se ne riattizzano di vecchi, come quelli che hanno di nuovo messo sotto i riflettori Carige. Dunque, vediamo di mettere mano a un po’ di indiscrezioni sulle banche che, non si sa come, piovono sempre sul tavolo della vostra Lince. Oggi vi racconto quello che so su Carige, tralasciando quello che giornaloni e giornalini vi hanno già raccontato. Altre storie seguiranno.

FIORENTINO E MALACALZA IN GUERRA. Per carità di patria e per scongiurare il sempre più incombente “pericolo estremo” tutti tacciono la circostanza, ma tra Paolo Fiorentino e Vittorio Malacalza è guerra. L’amministratore delegato è abituato al massimo di autonomia, tant’è che quando in Unicredit gliela hanno ristretta lui è subito andato via, per sopportare un padrone delle ferriere come Malacalza senior, che è sì azionista di riferimento e vicepresidente della banca genovese, ma pretende di essere trattato come il padrone assoluto. Per questo Fiorentino ha per mesi cercato di evitare Vittorio, parlando con i due Malacalza junior, Davide e Mattia, in quanto formalmente titolari del 48% ciascuno della scatola, la Malacalza Investimenti, che detiene la quota di poco inferiore al 18% di Carige.

IL BRACCIO DI FERRO SULLA GARANZIA. Ma se è vero che di quella srl il patriarca controlla solo il 4%, di fatto comanda lui, ed essere scavalcato gli ha fatto aumentare il prurito verso Fiorentino. Così nei giorni scorsi quando si è trattato di decidere sull’aumento di capitale da 560 milioni reso necessario dalle pressanti richieste della Bce – che peraltro, contrariamente a quanto crede Fiorentino, non è certo che sarà sufficiente a colmare i buchi patrimoniali dell’istituto – gli animi si sono accesi e parole grosse sono volate. Anche perché Vittorio Malacalza inizialmente si era rifiutato, al pari dei soci storici come Volpi e Spinelli, di dare una lettera di garanzia circa la partecipazione all’aumento di capitale, cosa che minava il buon esito stesso dell’operazione, tanto da non trovare banche pronte a far parte del consorzio di garanzia. Inoltre l’ex socio di Pirelli avrebbe voluto attaccare frontalmente Bce e Bankitalia, ree, a suo dire, di procedure che mettono in ginocchio Carige. In questo trascinando il pur prudente, ma inesperto di problemi creditizi e di regole europee di vigilanza, presidente professor Giuseppe Tesauro.



Ovviamente lo scaltro Fiorentino, uomo di sistema, si è opposto. Con ciò scavando un solco difficilmente colmabile con il padrone Malacalza. Il quale ha poi non solo assicurato la partecipazione alla ricapitalizzazione per la sua parte, ma ha pure assunto l’onere di coprire una quota di eventuale inoptato per una cifra massima di 69,5 milioni, cosa che lo porterebbe al 28% del capitale di Carige. Per far questo Malacalza Investimenti deve avere il nulla osta della Bce, alla quale il 26 ottobre ha scritto una lettera che a Francoforte considerano inusuale e spigolosa perché in essa le si chiede perentoriamente di procedere a una «valutazione tempestiva dell’istanza», cioè ben prima dei 60 giorni canonici che le darebbero tempo fino a Natale. Mentre i Malacalza hanno scritto di attendersi che «ragionevolmente» la Bce si esprima «prima della fine del periodo di opzione».

IL NODO COMMISSIONI. A Genova e Milano i maligni dicono che i Malacalza si sarebbero decisi a questo impegno non indifferente (98 milioni pro quota cui si aggiungono 69,5 aggiuntivi) non solo perché con il 28% si sentirebbero ancora più padroni – di che, poi, visto che la banca è allo stremo – ma perché si sarebbero fatti riconoscere le commissioni su quei 167 milioni e mezzo che tirano fuori. Attenzione, qui riporto voci, non ho visto personalmente le carte. Ma è anche vero che trattasi di prassi piuttosto consolidata negli aumenti di capitale con consorzio di garanzia, per cui la cosa se non è vero certo è verosimile.

UN INTERVENTO PAGATO CARO. Di cosa sto parlando? Il prospetto della ricapitalizzazione segnala che l’ammontare complessivo delle spese per realizzarla, a cominciare dalle commissioni da riconoscere alle tre banche estere (Crédit Suisse, Deutsche Bank e Barclays) del consorzio di garanzia e a Equita sim che gestisce tutta l’operazione, ammonta a 51,7 milioni, di cui 14,7 pagati a prescindere dal perfezionamento dell’aumento di capitale stesso. Un intervento pagato caro, perché in circostanze analoghe si è soliti spendere non più del 7-8% dell’ammontare della ricapitalizzazione. Ma è molto probabile che in questa cifra ci sia una parte – proporzionale – che va alla Malacalza Investimenti, visto che quasi 170 milioni li garantisce lei. Quanto? Mal contati tra i 10 e i 12 milioni. Sempre che i maligni abbiano ragione.

* Con questo “nom de plume” scrive su Lettera43.it un protagonista e osservatore delle più importanti partite del potere politico ed economico-finanziario italiano.

Il glifosato facciamolo ingerire ai produttori di pasta


Pasta italiana, ma grano straniero

Siamo leader in produzione e consumo di pasta, ma ci manca il 40% di grano duro e dunque siamo costretti a esportarlo dall'estero, con rischi anche per la salute

23 Novembre 2017

La pasta è italiana, ma il grano no. Spieghiamo meglio la situazione. Nel 2015, a livello mondiale, sono state prodotte 14,3 milioni di tonnellate di pasta; 48 Paesi ne producono più di mille tonnellate l’anno, 52 ne consumano almeno un chilo pro capite all’anno.

L’Italia è da sempre leader nel settore, con 4 milioni di tonnellate all’anno prodotte; al secondo posto gli Stati Uniti con 2 milioni, quindi la Turchia con 1,3, il Brasile con 1,2 e la Russia con 1,1. Noi siamo anche tra i principali consumatori di questo alimento: più di 25 chili di pasta all’anno, davanti ai tunisini (16). i venezuelani (12), i greci (11) e gli svizzeri (9).

Nel 2016, per il dodicesimo anno consecutivo, l’export della pasta italiana ha avuto il segno positivo (+6%). Per l’Associazione delle industrie e della pasta italiane (Aidepi), l’Italia ha esportato due milioni di tonnellate di pasta per un valore che supera i tre miliardi di euro nel 2016. Ma, c’è un ma. Al nostro Paese, infatti, manca il 40% di grano duro per soddisfare la produzione di pasta necessaria al mercato interno (e all’export).

Il motivo? Negli ultimi 15 anni, le coltivazioni di grano si sono ridotte di 500 mila ettari. Come precisa Coldiretti, l’Italia è stata dunque costretta nel 2015 a importare dall’estero 4,3 milioni di tonnellate di frumento tenero e 2,3 milioni di tonnellate di grano duro, quello utilizzato per la pasta. Dunque, un pacco su tre di pasta è fatto con grano straniero. Senza obbligo di indicare la provenienza sull’etichetta.

I principali Paesi che riforniscono l’Italia di grano sono europei: Francia (350 mila tonnellate), Austria (176 mila), Ungheria (nel primo semestre del 2016 è a 166 mila tonnellate). Quindi ci sono Romania, Polonia, Ucraina, Turchia e Cipro. Complessivamente, dal resto del mondo, nel 2015 l’Italia ha importato 2,3 milioni di tonnellate di grano duro, esportandone più di 181 mila, in particolare verso il Maghreb. Contraddizioni: non produciamo abbastanza grano per soddisfare la domanda interna, ma lo esportiamo. Non solo: il grano importato spesso è qualitativamente meno pregiato e, in qualche caso, può essere pure dannoso per la salute. In particolare, quello che arriva dal Canada, che si sta imponendo come uno dei primi fornitori di grano al nostro Paese (329 mila tonnellate importate nel 2015, 383 mila nel primo trimestre del 2016).

In Canada, per la maturazione della spiga, viene utilizzato il glifosato come disseccante (ed è cancerogeno). Insomma, pure nella pasta made in Italy, potrebbero esserci tracce di erbicida. Non bastasse questo, il grano canadese per via dell’umidità del clima viene aggredito dalle micotossine, fungo patogeno contaminante che, ad alti livelli di concentrazione, può agire a livello gastrointestinale.

Mauro Bottarelli - un Sistema economico e finanziario che fa acqua da tutte le parti nonostante l'ottimismo degli euroimbecilli e dei mass media servi

SPY FINANZA/ Dalla Bce un nuovo incubo per banche e imprese

La Bce sta riesaminando il suo programma di acquisto di obbligazioni societarie. E questo potrebbe essere un nuovo problema per banche e imprese, dice MAURO BOTTARELLI

24 NOVEMBRE 2017 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

Sembra quasi che, giorno dopo giorno, la paura cominci davvero a fare novanta. E alcune certezze, alcune posture da grandi uomini che non temono la realtà, qualunque essa sia, svaniscono, tramutandosi in più miti consigli. «Ci vuole la massima cautela, pensiamo alla ricaduta internazionale. Decideranno i parlamentari ma probabilmente potranno bastare le audizioni ai dirigenti della Banca d'Italia di quel periodo». Chi ha detto queste parole ieri mattina in un'intervista a Radio Capital? E riferito a cosa? Il presidente della Commissione di inchiesta sul sistema bancario finanziario, Pier Ferdinando Casini, definendo «non strettamente necessaria» l'audizione dell'ex governatore, Mario Draghi. Ma guarda. 

Ma Casini ha detto anche altro, molto interessante: «L'indagine parlamentare dei crac di Veneto Banca e Popolare di Vicenza ha fatto emergere un quadro sconfortante di corruzioni private e di tanti risparmiatori truffati cui sono stati collocati prodotti tossici.. Il nostro compito non è quello di fare processi alle persone, quelli si svolgono in Tribunale dove gli imputati possono difendersi». E ancora: «Noi dobbiamo analizzare i fatti da un punto di vista sistemico muovendoci, tra l'altro, in un orizzonte temporale molto limitato. Questa Commissione ha iniziato la sua operatività da un mese e ne avrà a disposizione più o meno un altro per una serie di inchieste che abbracciano la crisi delle ex Popolari, di Banca Etruria, Marche, Chieti e Ferrara oltre a Mps». Ora, è sacrosanto che i processi penali si svolgano nelle sedi appropriate, ma, al netto che finirà in un nulla di fatto e in una relazione finale ampiamente incompleta, di grazia a cosa serve la Commissione d'inchiesta, avendo essa gli stessi poteri e le stesse prerogative della magistratura ordinaria che si chiama in causa? 

Poi, Casini va anche sul personale, quando gli si chiede conto delle non audizioni di Gianni Zonin e Vincenzo Consoli: «Semplicemente perché è giusto che i processi si facciano in Tribunale ed è corretto che noi non interferiamo con il corso degli iter giudiziari. Avendo tempi limitati, inoltre, abbiamo dovuto compiere delle scelte altrimenti avremmo inseguito tutto per non acchiappare niente». Sicuro che sia davvero questa la ragione? O forse si teme che sia l'uno che l'altro convenuto potrebbe rendere noti particolari spiacevoli per la politica che li sta mettendo alla sbarra? Oltretutto, in diretta. Eh già, pochi giorni e il muro di certezze traballa, i cavalieri senza macchia e senza paura cominciano a riprendere il trolley in mano il giovedì pomeriggio. Si parlerà ancora di Mps, forse di Popolare di Vicenza, ma le quattro banchette che hanno terremotato il governo Renzi arriveranno all'appello fuori tempo massimo. Insomma, ci sono banche e banche. E ci sono quelle di cui in Commissione non si parlerà, ma che obbligano a parlare il ministro Padoan, intervistato da Repubblica: «Carige ha concluso un accordo per un aumento di capitale con un'operazione pienamente di mercato. Non è un focolaio di crisi, ma una coda. Creval è una operazione più piccola, non ha criticità ma ha lanciato un forte aumento di capitale, proprio quando l'addendum della Bce ha reso tutti un po' più nervosi. Quindi non considero questi due episodi un segnale di un sistema in acque difficili». 

Stando a Padoan, poi, in merito alla stretta della vigilanza unica dell'Eurotower sulla copertura dei crediti deteriorati, «è importante che le banche si liberino dalle sofferenze, ma non devono farlo a velocità eccessiva, sennò i mercati reagiranno male quando gli istituti saranno costretti a nuovi aumenti di capitale. E la sede giusta per proporre norme che riguardano tutte le banche della zona euro è la Commissione e non la Bce». Dunque, lo stesso Padoan che non più tardi di sei mesi fa ci diceva che il sistema bancario italiano era solidissimo e solvibile, sente il bisogno di tranquillizzarci riguardo la non sistematicità dei due nuovi casi emersi nel nostro panorama bancario: brutto segno. Anche perché parliamo dello stesso ministro che ha escluso una manovra correttiva da 5 miliardi in primavera, come ovvia risposta alla lettera giunta mercoledì dalla Commissione Ue riguardo il rischio di deviazione dei conti nel Def: ieri mattina, intervistato a Omnibus, Mario Monti si è detto certo che quella manovra correttiva ci sarà. E parliamo di uno che di Europa e conti ne sa qualcosina. 

Tanto più che parliamo dello stesso Padoan che, a detta de La Stampa, quando l'aumento di capitale di Carige sembrava saltato, avrebbe dichiarato che «l'Italia non può permettersi un'altra crisi». Certo, il Mef smentì, ma resta un punto: al netto di quanto già coperto e delle garanzie - minime - sull'inoptato, Padoan è certo che entro fine anno il mercato coprirà le esigenze di Carige, stante oltretutto tre revisioni in atto sui conti che potrebbero imporre paradossalmente un altro aumento fin d'ora? Lo so, compito di Padoan è evitare allarmismi, ma questa strategia, utilizzata a piene mani finora, non ha portato benissimo. 

Ma ieri è stata giornata di molte parole, tutte molto ben chiare e indirizzate. Ad esempio, queste: «Vanno bene e sono utili le fusioni fra le popolari, specialmente per le più piccole, ma evitando il gigantismo che in tanti casi ha causato dissesti, anche nelle spa come il Monte Paschi di Siena». Parole di Corrado Sforza Fogliani, presidente di Assopopolari, al Forum Ansa, spiegando che le operazioni di consolidamento possono essere utili, ma «non sono obbligatorie e necessarie per un comparto che vanta indici di capitalizzazione Tier1 al 12% contro la media dell'intero sistema del 7%». Torna la guerra interna al comparto? Il caso Creval potrebbe diventare il cavallo di Troia per inghiottire a prezzi di saldo istituti strategici sul territorio, oltretutto con la scusa perfetta delle richieste in tal senso della vigilanza Bce? 

Il riferimento pare chiaro. E altrettanto chiaro è Sforza Fogliani quando dichiara che «l'addendum della Bce sulle linee guida per i crediti deteriorati delle banche metterebbe in ginocchio alcune banche. Credo, comunque, che si vada a un rinvio dell'entrata in vigore della norma e si può legittimamente sperare che venga modificato nel merito». Di più, «l'addendum è un fatto negativo e l'Abi ha reagito in maniera decisa, così come la politica italiana che, per la prima volta, ha compreso come sia importante la nostra presenza attiva in Europa. L'Europa è un tavolo di contrattazione e bisogna andare preparati». 

Sacrosanto, occorre andare preparati. E siccome vi ho detto con ampio anticipo che il tema Npl/addendum sarebbe diventato sistemico, voglio dirvi con altrettanto largo anticipo cosa sarà a turbare i sonni di banche e, soprattutto, imprenditori europei nelle prossime settimane. E lo faccio partendo da questo grafico: ci mostra di fatto la quota CapEx, ovvero di investimenti fissi, per azione relativa all'indice benchmark europeo, l'EuroStoxx.


E cosa vuol dire, tradotto in linguaggio corrente? Che al netto del diluvio di soldi che le aziende europee stanno ottenendo dalla Bce attraverso il programma di acquisto di bond corporate - l'altro baluardo della cosiddetta "ripresa" europea di cui vi parlo da mesi e mesi -, gli investimenti restano bassissimi. Sintomo di poca salute, visto che quel denaro va altrove. E dove? Qualcuno pare volerlo scoprire. La Banca centrale europea sta infatti riesaminando il suo programma di acquisto di obbligazioni societarie, che dovrebbe assumere un maggior rilievo il prossimo anno, quando scatterà la riduzione del ritmo di acquisti del piano di Quantitative easing. Lo scriveva ieri Bloomberg che citava alcuni funzionari, a detta dei quali lo studio del Market Operations Committee sta esaminando l'efficacia degli acquisti di corporate bond non solo in termini di offerta di credito all'economia dell'Eurozona, ma, soprattutto, per verificare se ci siano distorsioni, ovvero deviazione dei benefici a favore delle grandi aziende e i loro azionisti. 

In generale, il mercato mette in conto che la quota di acquisti di bond societari aumenterà anche a fronte del problema della carenza di alcuni bond governativi sui mercati, a partire da quelli della Germania. Lo stesso presidente della Bce, Mario Draghi, il mese scorso aveva puntualizzato che «l'acquisto di titoli aziendali rimarrà considerevole». Minaccia o realtà? State certi che, al pari dell'addendum, anche questa variabile diventerà virale. Come la paura.

Report è uno strumento ideologico degli euroimbecilli

“Report”, che delusione: si mette a fare propaganda…

23 novembre 2016
Marcello Foa

Chi scrive segue da sempre con simpatia la trasmissione “Report“, ammirando in Milena un coraggio che manca alla maggior parte dei giornalisti italiani. Non sempre sono stato d’accordo con lei e talvolta ho trovato non proprio corrette certe inchieste, ma ho sempre pensato che in un’epoca di conformismo imperante, le voci libere vanno difese e sostenute, anche quando sbagliano. A condizione che restino fedeli alla propria vocazione: quella di Report è, da sempre, il giornalismo d’inchiesta, è lo scavare tra le pieghe dell’attualità e in particolare dell’Italia, per raccontarci cosa non va (frequentemente) e cosa va (talvolta), con la profondità che solo i giornalisti non legati ai ritmi frenetici dell’attualità possono garantire.

Il suo ambito, però, non è quello del giornalismo d’opinione e men che meno dovrebbe essere quella della grande proposta politica. Ecco perché, poco fa, sono sobbalzato, vedendo questo tweet, sorretto da un promo video che definire sconcertante è riduttivo.


Caro Sigfrido Ranucci, il giornalista che ha sostituito la Gabanelli alla testa della trasmissione, questo tipo di approccio è incompatibile con il giornalismo a cui vi appellate da sempre. Perché il messaggio che lanciate è inequivocabile e chiaramente propagandistico. Affermare che la soluzione ai mali italiani è la costituzione degli Stati Uniti d’Europa, non ha nulla dell’inchiesta, è opinione; e forte, molto forte. Che sia pane perun quotidiano come la Repubblica o il Fatto Quotidiano, ci sta, quelle tribune appropriate. Che lo facciate voi è inaccettabile.

Anche perché rischiate di convalidare un sospetto, quell’atroce sospetto, che alcuni commentatori vi rivolgono da tempo, secondo cui Report non sia affatto neutrale; ovvero che abbiate un’agenda politica. Un sospetto che induce a chiedersi se il vostro insistere sulla corruzione dei politici italiani, se la vostra instancabile denuncia di malefatte pubbliche e private italiane, e che tanta importanza hanno avuto nel fomentare nel pubblico il disgusto per la Casta e l’interiorizzazione di una forma di autorazzismo (“gli altri sono sempre più bravi e onesti”), non siano così innocenti e disinteressati.


Già, perché a voler pensar male si potrebbe desumere che il vostro moralismo, oggi molto autorevole, sia propedeutico allo sdoganamento del grande sogno di una certa élite italiana davvero forte (quella dei Monti, dei Napolitano, dei Draghi, tanto per far nomi): la fine dello Stato nazionale e, guarda un po’, la nascita di un super Stato europeo, da ottenere anche alimentando la speranza che un’Italia governata dagli stranieri possa essere migliore di un’Italia governata dagli italiani, replicando lo stesso schema propagandistico utilizzato per promuovere l’euro, che avrebbe dovuto portare, crescita, benessere, riduzione delle tasse e del debito pubblico nel Paese corrotto della vecchia liretta. Peraltro com’è andata a finire lo sappiamo; se si potesse tornare indietro la maggior parte dei cittadini non avrebbe esitazioni.

Proprio un atroce sospetto, indegno del Report, che abbiamo apprezzato per tanti anni. O sbaglio, Ranucci?

Lo zombi Renzi scappa come al solito

Renzi contro Maiorano, processo rinviato

Matteo Renzi

Slitta il procedimento contro l'ex dipendente comunale querelato per diffamazione dall'ex premier che non si è presentato per legittimo impedimento

FIRENZE — E' stata fissata al 23 maggio l'udienza in programnma per oggi del processo a carico dell'ex dipendente del Comune di Firenze Alessandro Maiorano, a suo tempo denunciato per diffamazione dall'ex presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Oggi il segretario del Pd avrebbe dovuto testimoniare in aula su richiesta del difensore di Maiorano, Carlo Taormina. Ma il legale di Renzi, Federico Bagattini, ha informato nei giorni scorsi il tribunale che il suo cliente non avrebbe potuto presenziare all'udienza per legittimo impedimento.

E così il processo è stato aggiornato.

"Data l'assenza continuata di Renzi - ha dichiarato l'avvocato Taormina - abbiamo chiesto che venga prodotta tutta la documentazione relativa alle erogazioni dei quattro anni in Renzi è stato presidente della Provincia di Firenze per poter dimostrare le stesse cose su cui vorremmo interrogarlo".