Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 2 dicembre 2017

Venezuela, ricco di petrolio è strategico e la Cina e la Russia gli si affiancano contro l'intromissione palese degli Stati Uniti

VENEZUELA. Mosca e Pechino investono su Caracas
dicembre 2, 2017
Graziella Giangiulio



Il gigante petrolifero russo Rosneft, non vede alcun rischio nel continuare la cooperazione con il Venezuela, nonostante la crisi in corso. Lo ha detto il portavoce della società Mikhail Leontyev al quotidiano Izvestia. Sono emerse gravi preoccupazioni che il settore strategico del Venezuela, impantanato in una profonda crisi, non sia in grado di rimanere a galla, dopo la nomina del generale Manuel Quevedo a ministro del Petrolio e presidente della società statale Pdvsa; inoltre, anche la Cina potrebbe seriamente abbandonare Caracas nella situazione attuale.

Rosneft ha azioni in quattro progetti petroliferi in Venezuela e possiede anche il 40% delle azioni nella joint venture gas con Pdvsa, PetroMonagas. Molti esperti ritengono che l’azienda possa scontrarsi con seri rischi, quando espanderà la sua presenza nel paese latinoamericano.

«La situazione finanziaria del Venezuela è traballante, ma non è in default. Rosneft ha assicurato che tutti i rischi sono stati presi in considerazione. In realtà, però, è impossibile assicurarsi contro tutto. È di un certo conforto che anche la Cina vi abbia investito più denaro della Russia. Forse, i cinesi forniranno altro aiuto, poiché Pechino è interessata a salvaguardare i suoi investimenti», riporta il capo analista di Sberbank Cib, Valery Nesterov, ripreso da Tass: «Le sanzioni degli Stati Uniti danneggiano gravemente Pdvsa, che deve vendere il suo petrolio attraverso intermediari».

Secondo le prime valutazioni, la Cina ha investito 62 miliardi di dollari nell’economia venezuelana, soprattutto nel settore petrolifero. Pertanto, Pechino, che ha disperatamente bisogno di risorse energetiche per la sua economia, preferirebbe sostenere i suoi fornitori attraverso nuovi prestiti piuttosto che perdere gli investimenti.

Nel frattempo in Venezuela, il 1 dicembre, si è aperta una nuova emissione e distribuzione di Carnet de la Patria in tutte le piazze Bolívar del paese, che durerà fino a a domenica 3 dicembre.

Il Carnet de la Patria è uno strumento promosso dal governo per rafforzare ed espandere il sistema di protezione sociale, riporta El Diario de Caracas. Permette inoltre di migliorare l’efficacia delle grandi missioni sociali, l’inclusione di questi programmi, nonché la promozione dell’azionariato popolare verso i vari progetti di Caracas, tesi a rafforzare l’economia della nazione sudamericana.

6 luglio 2017 - Diego Fusaro: "L'Euro è la distruzione di un intero popolo sull'altare d...

Pierluigi Fagan - 2 - per divenire stato ci vuole un sentimento comune e di certo non è dato dagli euroimbecili di tutte le razze, hanno fatto finta di crederci ma poi la realtà ha pensato bene di metterli in riga.


Pubblicato il 1 dicembre 2017 di pierluigi fagan


Tornando all’”inquietante attualità” di Schmitt, e volgendoci allo scenario extra-europeo, la composizione del parterre del gioco mondiale ha subito diversi cambiamenti negli ultimi due secoli. Da un dominio eurocentrico che termina ai primi del secolo scorso, ad un


sistema binario americo-europeo che va a comporre il fantomatico “emisfero occidentale” passando per le due guerre euro-mondiali, al mondo “troppo piccolo per due sistemi tra loro contrapposti” dell’ideologia global-idealista[1] in accompagno alla guerra fredda e successivo breve dominio unipolare americano, ad un oggi in cui s’annuncia un mondo nuovo, tendenzialmente multipolare.

In questa idea dell’One World, del Piccolo pianeta, del Villaggio globale ritroviamo anche il famoso strabismo teoria e prassi, riflesso di quello idea-realtà. Se la lettura economicista dell’immagine di mondo (che sia a base metodologica liberal-individualista o comunista-classista) vede l’ineluttabilità dell’One World tessuto dalla globalizzazione (o dai sincronici movimenti di emancipazione del proletario che supera la nazione), dal Segretario di Stato americano H.L.Stimson e la sua presunta affermazione del 1941 alle sorprendenti letture del problema impero-globalizzazione di Antonio Negri, la verifica del campo di gioco in termini realistici, legge invece un tendenziale pluralismo di potenze. Come altrimenti definire la Cina, la Russia, l’India ma in diversa misura anche il Giappone e la Corea del Sud ed almeno il mondo arabo-islamico a guida Arabia Saudita-EAU ma animato anche dagli interessi di grande spazio neo-ottomano della Turchia, neo-sciita dell’Iran, dell’Egitto e del Pakistan? E cosa sono gli ormai nove possessori di armi nucleari se non altrettanti poli inattaccabili per paura di ritorsione atomica che con l’offrire il loro “ombrello” di copertura, si formano un loro grande spazio in cui i nemici non possono attaccare nella rinnovata logica Monroe? Ed anche rimanendo nel monoteismo economicista come non accorgersi del cambio radicale di composizione, peso e primato, confrontando la Top Ten dei Paesi per Pil tra 1980 e le previsioni 2030? Sembrerebbe che la logica teorica, che per sue esigenze di discorso tende ad asciugare molto in concetti nitidi una realtà dai bordi molto più sfumati e sovrapposti, vedendo il mondo troppo piccolo per un pluralismo o forse mossa da una teologia dell’Uno, diverga dalla logica pratica per la quale sistemi più densi[2] diventano più complessi e sistemi complessi si ripartiscono in più nodi o attrattori per darsi un ordine[3]. Nella crescita di massa c’è un aumento di complessità non una tendenza alla semplificazione dell’Uno.

Tutti i sempre più numerosi giocatori del mondo multipolare sembra stiano accrescendo la loro potenza, tutti fanno piani e agiscono di conseguenza per darsi un grande spazio nel loro immediato intorno che sia di terra o di mare. Gli americani con la globalizzazione dollarizzata a trazione banco-finanziaria o la NATO o il nuovo “pivot indo-pacifico”, con la BRI e lo sviluppo africano i cinesi o con l’internazionale wahabita-fraternità musulmana l’islam che ha iniziato un sua guerra per l’egemonia interna, con l’UE e la nuova egemonia su Caucaso – Siria dei russi o le mire neo-ottomane di Erdogan, con la rinnovata autonomia di Londra che punta al Commonwealth 2.0, tutti stanno correndo a rinforzare



la propria costituzione di potenza dandosi prospettive di grande spazio, tranne lo Stato europeo che non c’è. La stessa Germania che è una potenza economica[4] è un nano geopolitico ed un fantasma sul piano militare. Lo stesso scenario di gioco è in transizione, dall’assetto euro centrato a quello atlantico dominato del sistema occidentale a quello mondiale in cui al talassocratico sistema occidentale si va a contrapporre il terraneo sistema afro-eurasiatico tessuto dai cinesi (e russi)[5]. Disputa titanica che verte essenzialmente sull’Europa la cui oscillazione da una parte o dall’altra, può determinare l’esito della transizione e la sua stessa natura, pacifica o, come da molti temuto, bellica.

La “crisi dello Stato” che anima molte riflessioni occidentali, come la dobbiamo intendere? L’impressione è che a questo topos critico manchi un aggettivo di precisazione: “europeo”. Sembra che anche i più avveduti critici dell’eurocentrismo, alfieri del multiculturalismo e del relativismo applicato a gli altri ma non a se stessi, non s’accorgano che la proclamata “crisi dello Stato” fase suprema di un capitalismo finanziario assoluto (ma il capitalismo è a guida finanziaria sin dalle sue origini nel XV secolo se non prima, secondo F. Braudel[6]), a sua volta de-geo-storicizzato[7], non è un universale, ma una sindrome -almeno nelle sua forme più virulente- dello Stato europeo.

Né le pratiche, né il concetto di Stato, sembrano in crisi negli Stati Uniti o in Gran Bretagna o in Russia o in Cina o in India o altrove. 

La globalizzazione alcuni la subiscono, ma altri la sfruttano, così come la “tecnica” oggetto di molte analisi sulla modernità. I fenomeni si offrono all’intenzionalità degli agenti e se non si riesce ad essere agenti si diventa agiti, ma è improprio diagnosticare la minorità con la sola potenza ordinativa del fenomeno, del dispositivo e della sua ineluttabili facoltà governamentali.

I nuovi poli con tendenza ad ampliarsi e segnare il proprio grande spazio, sono centrati su Stati che hanno intenzionalità, potenza e condizioni di possibilità per essere tali[8]

Se altri tipi di Stati, denunciano una difficoltà a governare i fenomeni e ne diventano governati, piuttosto che diagnosticarne la “fine dello Stato”, forse si dovrebbe riflettere su come potenziarli.



Forse in Europa sta finendo il tempo degli Stati-nazione ma non per la parte Stato, per la parte “nazione”. Forse, in Europa, è giunto il momento di domandarci se ci possiamo ancora permettere i nostri piccoli Stati, il che non porta necessariamente però a darsi come unica risposta l’Unione di tutti, subito ed a qualsiasi condizione.

A riguardo, anche alcuni teorici ed analisti politici della plurale tradizione detta “sinistra”, tra i tanti punti di autointerrogazione che dovrebbero porsi per verificare la realtà dei loro sistemi di pensiero, realtà che sta sfumando in una appiccicosa ed inservibile scolastica (come ammoniva per altro lo stesso Marx nella seconda Tesi su Feuerbach), dovrebbero contemplare il sistema dei fatti demografici, geografici, storici di lunga durata, nonché quelli altrimenti sottovalutati nel concetto di “sovrastruttura” e la stessa politica internazionale anche perché rimanendo abbarbicati al paradigma economicista, diventano sempre più simmetrico-inversi ai liberali, in fondo “simili”. Far scattare lo sprezzante giudizio di “rossobrunismo” ogni volta che si pone a sinistra la questione geopolitica, aiuterà forse a sedare l’ansia da -non comprensione del mondo- ma l’abuso di questo tipo di ansiolitici, può portare al disordine mentale permanente, invecchiando. E sistemi di pensiero nati centocinquanta anni fa, forse, dei sintomi di senilità disfunzionale, è naturale li mostrino.

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Come inquadrare allora la sindrome europea di una ipertrofica Germania in tandem con la Francia, che si muovono in uno scenario di sovranità azzoppata anche per loro, in un contesto di così complesse trasformazioni mondiali? E noi, come rispondiamo al nostro specifico “che fare?”, stretti tra fuga nell’Unione e ritorno alla Nazione? Riepiloghiamo ed andiamo ad una prima -provvisoria- conclusione.

In Europa è terminata da tempo la fase storica iniziata nel XVI secolo con la nascita dei moderni Stati. Alla fine del XIX secolo, gli europei vanno tendenzialmente a saturare gli spazi esterni all’Europa con la colonizzazione, processo di lunga durata iniziato a fine XV secolo e costitutivo dell’equilibrio europeo e della stessa consistenza dello Stato europeo[9]. Contemporaneamente si siedono al tavolo della spartizione dello spazio mondiale due nuovi attori non europei gli Stati Uniti ed il Giappone. Si rinforza la Russia poi Unione Sovietica e nel XIX secolo si formano due nuovi Stati europei (l’Italia e la Germania), appena compensati dall’implosione e sparizione dell’Impero asburgico. La risultante di questo linee di pressione, fu la prima e la seconda guerra mondiale, intervallate sia dalla grande depressione[10], sia dal trasferimento della posizione di egemone mondiale dalla Gran Bretagna a gli Stati Uniti, sia dalla crescente esuberante assertività della nuova Germania. Dopo la seconda guerra mondiale, il pluriuniverso europeo è ripartito tra l’area occidentale a supervisione americana e l’area orientale a supervisione sovietica. Gli Stati Uniti, se da una parte aiutarono la ricostruzione euro-occidentale, dall’altra cancellarono sistematicamente ogni potere coloniale extra-europeo.



Da verso la del XX secolo ad oggi, gli europei si trovano sempre più confinati nel loro angusto e molto affollato sub-continente. Dentro si forma un ordine funzionale alle logiche americane che vogliono un mercato unito ma nessuna vera unificazione statale (e militare), poi si permette alla Germania la sua riunificazione che la porta ad una massa fuori standard (la RFT era al livello di massa di Francia-Italia-UK) che si somma alle note caratteristiche geopolitiche di centralità spaziale in uno spazio europeo già di suo saturo. Allora i francesi ed i tedeschi pongono una appendice al loro trattato di pace già base del progetto unionista europeo: l’euro[11]. I tedeschi accettano a condizione di fissarne loro i parametri tecnici che poi diventano politici, i francesi a patto di esserne sostanzialmente esentati fungendo da legittimante e junior partner. I tedeschi controlleranno i paesi nordici e dell’est, i francesi quelli latino-mediterranei. Nel frattempo è collassato lo spazio euro-orientale sovietico ed a seguire quello balcanico, con gli americani che danno alla Germania un nuovo grande spazio di espansione economica, tenendosi però il controllo delle leve politiche e militari che usano sempre più contro la Russia. Fuori d’Europa, si sviluppa velocemente l’Asia ed al Giappone si affiancano Cina ed India mentre l’ordine del mondo è fissato dalla prima globalizzazione a guida anglosassone che -ideologicamente- compendia il regolamento del buon comportamento economico nei decaloghi neoliberali che impongono lì dove possono, cioè soprattutto nel loro grande spazio. Gli americani, che certo non hanno alcuna intenzione di crearsi un Leviatano concorrente ma solo una eterogenea macedonia condannata al “divide et impera”, hanno gioco facile a spingere gli europei ad unirsi economicamente, ma non politicamente e militarmente. E’ un gioco facile questo di non pensare dall’inizio all’unione in termini politici, primo perché i singoli popoli nazionali e quindi i singoli Stati non ci pensano minimamente a fondersi davvero, né questo è al fondo il desiderio delle loro stesse élite politiche ognuna delle quali esiste proprio perché appartiene ad un suo specifico spazio nazionale, né la condizione geopolitica ad eventuale ragione dell’unificazione è “sentita” dalle rispettive opinioni pubbliche[12] che diventano sempre più ignare della complessità di questo enorme e complicatissimo scenario. Ma a ben vedere, l’ idea stessa di unire gli europei in quello che per avere sostanza politica[13] non può che non essere uno Stato, magari federale[14], ha sostanza fantasmatica. Non perché nessuno in fondo la vuole questa unione, ma perché non sta nel novero delle cose che è concretamente possibile fare.

Lo stesso Schmitt ci ricorda che la precondizione ovvia per pensare ad uno Stato più grande di quello che ci ha dato in sorte la nostra storia passata, sta in quella physis-terra composta di immagini, concezioni del mondo, religioni, tradizioni, “ricordi storici, saghe,



miti e leggende, simboli e tabù, abbreviazioni e segnali del sentimento, del pensiero e del linguaggio”, insomma la materia che fa la sostanza assieme alla forma. Fuori di questo presupposto dell’in comune c’è solo la conquista e subordinazione coattiva per poter formare uno Stato. Ma essendo il progetto UE una fusione e non una incorporazione, incorporazione che se pure qualcuno immagina è del tutto fuori luogo discutere visto cha la storia europea ci ha abbondantemente mostrato l’impossibilità di una conquista di Uno su Tutti, quanto di quel “essere in comune” ha davvero in comune un presunto “popolo europeo”? Nulla. E’ l’atto giuridico politico che fonda lo Stato a fare il popolo o bisogna prima avere un per quanto mal definito popolo prima di poter pensare possibile uno Stato che lo amalgami e meglio definisca? Dove mai si è condivisa la discussione pubblica e popolare sul cambio di paradigma per cui se i nostri vecchi Stati si son fatti tra “noi” e contro quelli dei vicini, oggi i ragionamenti sul nuovo scenario del mondo del secondo millennio, ci imporrebbero di trovare un nuovo “noi” contro i nuovi attori multipolari? E gli “europei” definizione che parafrasando Metternich non parte da una entità storico-politica ma da una mera espressione geografica, possono pensarsi come “noi”, possono davvero diventare e sentirsi un “popolo” o debbono rifiutare questa categoria e pensarsi come una società per azioni? Se non sono un popolo e non possono diventarlo in tempi storici ragionevoli, se nessuno realmente pensa e vuole immaginare possibile uno Stato europeo, se non potendo mai divenire uno Stato non potrà quindi neanche mai esser democratico, se non potendo mai essere un vero Stato mai potrà esser un soggetto geopolitico nel gioco multipolare, su cosa stiamo buttando via tempo continuando ad affidarci con sempre minor entusiasmo al sistema UE – euro? Queste cose, credo appaiano auto-evidenti al netto di qualsivoglia inclinazione ideologica ad uno storico, il problema è che il processo politico di presunta unificazione è discusso e teorizzato principalmente da economisti. Purtroppo però lo sguardo economico tende ad una metafisica platonica che, con logica geometrico-numerica, non legge la logica concretamente incarnata negli individui, nelle società, nelle istituzioni e nelle culture e nelle storie e nelle geografie che fanno i “popoli”, eterogeneità che fanno del complesso pluriverso europeo un frattale di multipolarità in sé. Da questo punto di vista, con Schmitt si vedono cose che con Smith non si possono vedere, pensando teoricamente possibile quella che è una tragica astrazione.

Si può lasciare questa idea dell’uni-verso europeo come idea regolativa della ragione, come punto di fuga ideale kantiano a cui tendere. Ma detto per inciso non secondario, Kant parlò più di confederazione che di federazione ad al solo scopo giuridico-militare in modo da evitare l’eterno riproporsi della coazione hobbessiana del tutti contro tutti, Kant non ha



mai parlato di uno Stato federale europeo ed è probabile che la sola idea gli facesse ribrezzo[15]. Se questo è un punto di fuga in prospettiva, telos da traguardare nei (molti) decenni a venire, nel frattempo, occorrerebbe pensare a qualcosa di meno sbilenco ed impossibile e che -tuttavia- aiuti gli Stati europei a sopravvivere nel difficile e caotico scenario del mondo nuovo. Forse non c’è solo la dicotomia Stato ed Impero ma Stato piccolo ed impotente, Stato grande e potente ed Impero. Forse dobbiamo aprirci un pertugio nelle condizioni di pensabilità e sdoganare l’apparentemente banale e volgare considerazione di buon senso che -in questo discorso- le dimensioni contano. L’eterogeneità europea andrebbe forse pensata per gradi di prossimità, si dovrebbero prima fare federazioni basate su un comune secondo le grandi ripartizioni dello spazio geo-storico europeo, magari tra loro confederate in una semplice alleanza militare che tra l’altro ci emancipi tutti dalla NATO e solo dopo federazioni di federazioni, ovvero l’ipotetico e molto remoto Stato europeo. Questa idea dell’effettiva unione politica sub-continentale -in prospettiva- sarà anche una necessità , ma pensare sia perseguibile nel delirio dell’impossibile analogia detta “Stati Uniti d’Europa” che ha più ruolo pubblicitario che realmente programmatico, dove la forma (unità) ignora la materia (pluralità storica dei popoli) e quindi non giungerà mai a sostanza, non è guadagnare tempo, ma perderlo.

Quanto tempo possiamo ancora perdere invece che iniziare un nuovo viabile percorso di adattamento al mondo nuovo e complesso?

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In questo periodo sto studiando le faccende che riguardano questo complesso argomento e questo Autore che oltre a dare suggestioni utili alla riflessione, dà anche tanti problemi in quanto non si può relativizzare la sua piena e convinta adesione al nazismo da cui il problema del provare a separarne il pensiero puro e critico-teorico da quello pratico-pragmatico contingente. Sentire un tedesco, per giunta approssimativamente nazista, che parla di “impero” e di “grande spazio” fa scattare le saracinesche dell’ostracismo prima ancora di poter cogliere



qualche idea magari poi da trasformare per altra utilità, non facile visto che la nostra ragione è anche tanto emotiva, ma lo sforzo forse merita un impegno. Il nostro “leninista” titolo sul Che fare? di Schmitt, allude al “Che fare di Carl Schmitt?[16]” che è il bel titolo di un altrettanto interessante libricino che si pone la stessa questione: cosa fare di certe riflessioni che sembrano fatte oggi, che sembrano assai lucide e predittive del dominio liberal-anglosassone, dell’universalismo mercatistico imperialista di cui oggi vediamo la piena espansione globalizzante -tra l’altro- in crisi di riformulazione, della pari confusione universalista dell’internazionalismo di sinistra che legge solo classi e non i popoli, dell’ingombrante volontà di potenza teutonica, della crescita di binomi impero-grande spazio tutti non europei, cosa fare della sua acutezza critica e della sua inservibilità normativa, malattia endemica dei pensatori tedeschi in genere? Jean-Francois Kervégan, l’Autore del libro citato, dà la sua diagnosi, così Stefano Pietropaoli nella monografia dedicatagli[17], così nel suo lungo lavoro di scavo ed approfondimento Carlo Galli[18], così Giovanni Gurisatti curatore dell’edizione italiana della raccolta di scritti schmittiani di politica e diritto internazionali[19] e poiché amalgamati anche con considerazioni su “terra e sul mare”[20] validi anche in termini di geopolitica teorica, così il curatore tedesco originario di Stato, Grande Spazio e Nomos, Gunter Mashke nell’Epilogo post-fazione dello stesso volume. Così le riflessioni stimolate da Schmitt che hanno svolto a vario modo, qui da noi, Cacciari, Duso, Marramao, Tronti, Negri ed Agamben ma anche Julien Freund, Alexander Kojève o il “maoista” tedesco J. Schickel nel Dialogo sul partigiano del 1970. Ma di tutto questo, della “questione Schmitt”, parleremo altrove.

Convegno 16-17 Gennaio 2018, Villa Mirafiori, Facoltà di filosofia La Sapienza Roma – Micromega dal titolo “Lumi sul mediterraneo”.

La questione delle questioni poste da Schmitt ed il suo stesso statuto di pensatore, ha per noi rilievo di attualità sia in termini di geopolitica sulla teoria multipolare[21], sia in termini di concreta geopolitica europea (incluse le aggrovigliate matasse dei sistemi Unione europea ed euro), sia in termini di geocultura e geofilosofia e proprio sul fatto della questione teoria-prassi. Lo facciamo con Hegel come con Marx, con Nietzsche come con Heidegger, con i francofortesi e fino a Sloterdjik ed in parte con Schmitt, si finisce sempre col pascolare nelle radure del pensiero critico tedesco ma poi il mondo, il nostro mondo occidentale, continua imperterrito ad esser ordinato dal nomos anglosassone. Per parafrasare un francese (Deleuze)[22] “i tedeschi progettano mondi, gli anglosassoni li abitano” o li governano, si potrebbe meglio dire[23]. E non è tutto. Questa riflessione sullo Stato e sulla potenza, sulla condizione multipolare ed il grande spazio che per noi italiani è il Mediterraneo e la costa dirimpetta in cui tutti i grandi giocatori del gioco di tutti i giochi vengono a disordinare e far danni di cui poi noi paghiamo immancabilmente le conseguenze, cosa ci porta? Dove ci dovremmo dirigere per divincolarci dalla nostra passività subalterna che oscilla tra l’astratto unionismo europeo e l’improbabile ritorno ai confini nazionali di un Paese che sta scivolando nella gerarchia dei soggetti che contano oltre il limite di ciò che ha significato? Come possiamo trasformare questa progressiva insignificanza che ci condanna ad ogni tipo di eteronomia, dalla globalizzazione passiva all’ineluttabilità neoliberista, dalla NATO ed ai diktat euristi del binomio franco-tedesco alle pressioni russe e cinesi non meno che americane, britanniche ed islamiche, dove volgere un diverso progetto, finalizzarlo a cosa, organizzarlo come? Chi gli amici, chi i nemici? Sovrani come e di che spazio, con quale regolamento ed intenzione? Come districarsi nella selva oscura fatta di imperi, comune, Stati, nazione, popoli, mercato, terra-mare-aria, teorie e fatti, mondo e sua immagine, politico ed economico e ritrovare la diritta via, oggi smarrita? E come rispondere a queste inevitabili domande poste dal primato di realtà, cercando di portare avanti anche le nostre non meno legittime ispirazioni ideali di giustizia sociale ed emancipazione, democrazia reale e buona vita sostanziale?

Riprenderemo queste urgenti riflessioni in prossimi articoli.

[2/2, la prima parte qui]

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[1] In “Mutamenti di struttura del diritto internazionale” di Schmitt (1943), l’Autore fa un preciso riferimento ad un presunto discorso fatto da Stimson (Segretario di Stato ed alla Guerra americano) a West Point nel 1941 da cui sarebbe stato tratto il virgolettato, riferimento che ripete in altre opere successive ma al curatore dell’edizione tedesca Maschke, questo discorso di Stimson non risulta verificabile. Altresì, lo stesso Maschke, accetta che, esistente il preciso riferimento o meno, questo è stato effettivamente il pensiero “… dell’ideologia dei globalist che circondavano F.D.Roosevelt” (Nota 35 p.255 di Stato, Grande spazio, …. op. cit.).

[2] Nella vasta letteratura che indaga questi fenomeni di mondializzazione ed egemonia, si sottovaluta sistematicamente il dato demografico. Se non si considera la diversa massa e distribuzione di densità della popolazione mondiale che passa dal 1,5 mild dei primi del secolo, ai 7,5 mld più recenti (in poco più di un secolo) è facile cadere in narrazioni che hanno più del letterario che del concreto. Purtroppo, come la geopolitica ha lo stigma del suo utilizzo teorico-pratico da parte dei nazisti, la demografica lo ha con Malthus, ma così come non si può negare l’esistenza di una logica geo-storica a base della politica internazionale, sarebbe il caso anche di far pace con l’evidenza che spesso (non sempre e non da sola), motore attivo della Storia, è proprio la crescita o decrescita delle popolazioni.

[3] Oggi c’è anche una nuova linea dell’universale dell’Uno ma versione pluralista, non quindi nel distopico addensamento nell’impossibile Un Mondo – Uno Stato (una idea, Schmitt direbbe, di teologia politica, monoteista nella fattispecie) ma nella riduzione degli Stati a regioni o città-Stato, connesse in un network di scambi di materie, energie, individui, culture ed informazione. Un Uno non piramidale e monolitico ma a “rete” secondo la metafora del tempo (ogni tempo ha la sua). P. Khanna ne è il principale, ma non unico, cantore.

[4] Ma il mercantilismo tedesco (e cinese) quanto verrà ulteriormente permesso in un mondo che s’avvia ad una condizione stabilmente multipolare?

[5] Si segnala questa analisi di G. Doctorow, il quale vede un riproporsi di bipolarismo più che un avvio di multipolarismo https://consortiumnews.com/2017/10/23/russia-china-tandem-changes-the-world/

[6] F. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, 1981

[7] Tanto la tradizione liberale che quella comunista, parlano spesso di mercato o capitale come se questo non fosse ripartito in aree territoriali governate da intenzionalità statali. Eppure i geoeconomisti (ad esempio il R. Gilpin di Economia politica globale, EGEA-Bocconi 2008) sanno bene che il “capitalismo” tedesco non è quello americano che non è quello giapponese che non è quello britannico ed oggi quello cinese. Forse molti non considerano che la Washington del “Washington consensus” non è solo l’addensamento ideologico delle élite transnazionali neo-liberali ma il nome della capitale degli Stati Uniti d’America.

[8] Chi in Europa potrebbe mandare in giro il proprio presidente a richiedere più che con le buone con le cattive il riequilibrio delle bilance commerciali, nel frattempo piazzando missili ed ottenendo nuove sottoscrizioni del debito pubblico “monstre”? Chi potrebbe fare la sua “exit” dall’UE senza rimanere polverizzato dal bombardamento finanziario dei “mercati” da cui Londra è immune? Chi potrebbe subire l’attacco al proprio grande spazio ucraino e siriano e reagire come ha reagito Putin? Chi potrebbe gestire e non esser gestito dalla globalizzazione investendo miliardi in strade, porti, linee e logistica per innervare la propria espansione mondiale come la Cina? I teorici della fine dello Stato vadano a spiegare ad americani, britannici, russi e cinesi che loro sono fatti fuori teoria e non teoria che sotto non ha alcun fatto della dimensione raccontata in analisi che hanno costruito un falso luogo comune, come sempre “universale”. Intendiamoci, problemi ce ne sono parecchi nel conflitto strutturale tra Stato e mercato e sono certo cresciuti ad ogni ondata di mondializzazione, ma sono drammatici solo dove non c’è uno Stato in grado di esser tale.

[9] Nel caso francese ad esempio, dove ancora oggi questo Stato-economia vanta una privilegiata posizione di egemonia sull’Africa occidentale, come dovremmo valutare le sue performance capitalistiche? La Francia è ancora la 6a – 7a economia mondo perché ha sostanzialmente ancora benefici coloniali? E il Regno Unito? E manterranno questo privilegio nei prossimi dieci anni? E cosa succederà se la risposta, com’è probabile, sarà “no”? La Francafrique concetto noto ai geopolitici, è noto anche a gli economisti?

[10] Questo crocevia è tutto da riesplorare. Messi in sequenza prima guerra – depressione e seconda guerra abbiamo trenta anni di stato d’eccezione del normale funzionamento delle società e quindi del capitalismo. Ma poi abbiamo altri trenta anni di eccezione (’45 – ’75) perché la ricostruzione post bellica (europea – asiatica – sovietica) è stata una condizione eccezionale. Poi abbiamo trenta anni (’75 – 2007/8) di espansione globalista soprattutto finanziaria a guida dollaro fiat money. Poi abbiamo il crollo dell’esagerazione finanziaria con crisi dei debiti privati e sovrani ipertrofici. Ma allora sono 100 anni che il “capitalismo” funziona in condizioni di contesto eccezionali. Come allora dovremmo considerare questo modo economico se volessimo immaginare un futuro normale ovvero un diverso ruolo sociale e politico del fatto economico?

[11] La moneta unica è solo una ovvia conseguenza del mercato unico altrimenti ciò che avrebbe dovuto unire (lo scambio commerciale) avrebbe riproposto le dinamiche concorrenziali tra Stati europei, generando nuova energia di frizione ed attrito. Qui si deve riconoscere l’apporto degli economisti critici che hanno ben analizzato e spiegato l’effetto che l’euro produce in termini di sottrazione di inter-competitività tra le economia nazionali del sistema euro.

[12] Sin dagli anni ’60, a partire dagli Stati Uniti, inizia un lento processo di degradazione culturale delle opinioni pubbliche. Chi ha una certa età e prova a mettere anche solo “a sensazione”, l’uno accanto all’altro il frame anni ’60-’70, col frame del ventennio del nuovo millennio, non potrà che rendersi immediatamente conto di quanto la “cultura” media sia regredita, in sostanza ed in valore stesso del concetto di “cultura”. Il fatto è viepiù preoccupante poiché incrocia con dinamica inversa la crescente complessificazione del mondo. Dovremmo sviluppare adattamento ad un mondo sempre più complesso con una dotazione culturale sempre più scarsa e mal distribuita? Le élite che si lamentano della vampata populista ed alla post verità a cui ricorrono come i tossicodipendenti che “domani smetto”, dovrebbero piangere se stesse poiché son loro ad aver boicottato la formazione culturale popolare che oggi, non trova altro sbocco di reazione che quella “istintiva ed intestinale”.

[13] Ovvero piena autonomia e sovranità in tutti gli aspetti, oltreché essere l’unico presupposto per l’esercizio della sovranità democratica.

[14] Dove “federale” non è una complicata e confusa struttura di relazioni plurilivello a diversa intensità ma una ben precisa forma di organizzazione politico-amministrativa che si applica in tanti Paesi che complessivamente sommano più o meno la metà della popolazione mondiale, tra cui India, USA, Brasile, Russia, Germania, Pakistan, Messico, Canada ed Argentina.

[15] Il Settimo articolo del progetto filosofico di I. Kant Per la pace perpetua (1795, in Kant, Scritti di storia, politica e diritto a cura di F. Gonnelli, Laterza, 2009), cita espressamente lo statuto giuridico di una confederazione (altrove Kant parla di una lega, sul modello dell’anfizionia dell’Antica Grecia) pacifica (foedus pacificum), che renda permanente quello che un normale trattato di pace rende episodico e precario. Tale permanenza, per quanto reversibile, sarebbe altresì assicurata dal Terzo articolo preliminare dove si indica la progressiva sparizione di eserciti permanenti. Perché per evitare la coazione alla guerra europea non sia scelta originariamente la strada di darsi un esercito comune in Europa che sottraesse materialmente la stessa possibilità del conflitto (difficile farsi una guerra senza avere un proprio esercito) ma si sia scelto il mercato comune (che tra l’altro contravviene il Quarto articolo che vieterebbe di contrarre debiti pubblici reciproci tra i contraenti confederati o il Quinto che vieta ad uno Stato di intromettersi nel governo e costituzione di un altro Stato) e ciononostante si citi Kant come padre spirituale dell’Unione europea è un mistero. Mistero viepiù fitto se si considera che Kant dava espressamente come opposto modello a ciò che voleva intendere con l’espressione Volkerbund, il Volkerstaat degli Stati Uniti d’America, la federazione dei popoli non portava affatto ad uno stato federale. Non quindi un super-Stato federale unico quale vagheggiano i sostenitori degli Stati Uniti d’Europa (analogia falsa ed improponibile), ma una confederazione a mo’ di alleanza di Stati sovrani. E che i singoli Stati dovessero rimanere pienamente sovrani, lo esplicita altrove e più volte negando a priori l’idea di una Universalmonarchie, ribadendo così la necessaria autonomia (darsi la legge da sé) su cui è basato l’intero impianto della sua filosofia della ragion pratica. (Sulla controversa questione si veda anche M. Mori, Studi kantiani, il Mulino, 2017 capitoli IV e V).

[16] J-F Kervégan, Che fare di C. Schnitt? Laterza, 2016

[17] S. Pietropaoli, Schmitt, Carocci editore, 2012

[18] C. Galli, Lo sguardo di Giano, il Mulino, 2008 ma anche Genealogia della politica, 2010

[19] C. Schmitt, Stato, Grande Spazio e Nomos, op. cit.

[20] C. Schmitt, Terra e mare, Adelphi 2002

[21] Per “teoria multipolare” s’intende una riflessione che non c’è, se non resuscitando qualche paragone con il Concerto europeo o l’equilibrio post-Westfalia (passione del



lucido Kissinger che fra un po’ ci lascerà, lui “nemico” intelligente, con tutti “nemici” stupidi), quindi in un ambito parziale più ristretto ovvero quello europeo. Il soggetto politico mondo inteso non più solo nel limitato senso geografico, c’è da poco più di un secolo. Dopo la fase unipolare britannica e le due guerre, c’è stata la fase bipolare (debolmente tripolare) e poi quella breve unipolare americana, quindi non c’è riflessione multipolare contemporanea perché il fatto multipolare è assai recente e per altro in iniziale divenire. In più, c’è un monopolio americano di riflessione in politica internazionale e certo che a Washington non fanno il tifo per la multipolarità. Ne abbiamo parlato nel nostro “Verso un mondo multipolare”, Fazi editore, 2017.

[22] G. Deleuze, F. Guattari, Che cos’è la filosofia? Einaudi, 2002, all’interno di nota 15, p.99.

[23] Questione già nota al Marx del “Per la critica alla filosofia del diritto di Hegel”, in cui nota che “I tedeschi nella politica hanno pensato ciò che gli altri popoli hanno fatto” che anticipa (visto che è di due anni prima) la celebre XIa Tesi su Feuerbach sulla questione teoria e prassi, relativa forse proprio alla mania tedesca di rimanere troppo astratti ed alla fine, inconcludenti o pragmaticamente inservibili.

https://pierluigifagan.wordpress.com/2017/12/01/il-che-fare-di-carl-schmitt-europa-nuovi-stati-nomos-del-mondo-2-2/

Siria - anche la Cina invia soldati voluti fortemente da Assad

Forze speciali cinesi in Siria, Assad trova un nuovo alleato

Duecento uomini saranno impiegati nella riconquista della provincia di Idlib. Trump ritira 400 marines. Mosca-Cairo, intesa per una base russa in Egitto

AP

Le due unità cinesi sono addestrate per la lotta al terrorismo. Sono chiamate Tigri siberiane e Tigri notturne

Pubblicato il 01/12/2017
GIORDANO STABILE
INVIATO A BEIRUT

Arrivano i cinesi, si riducono gli americani e, forse, anche i russi (che però vogliono spostarsi in Egitto). Il bollettino sulle forze militari straniere in Siria è fitto, mentre sono in corso i colloqui di pace a Ginevra e le ricadute degli accordi fra Russia, Turchia e Iran a Sochi cominciano a incidere sul terreno. La novità è l’arrivo delle forze speciali cinesi, due unità addestrate per la lotta al terrorismo. L’intervento è voluto da Bashar al-Assad in persona, che ha spedito il suo consigliere speciale Bouthaina Shaaban a Pechino. 

Ieri il ministero della Difesa avrebbe dato il via libera al dispiegamento delle unità «Tigri siberiane» e «Tigri notturne». L’intervento è dato per certo dai media filo-Damasco ma è confermato anche da altri vicini all’opposizione, come Al-Arabi al-Jadid. Il corteggiamento di Damasco a Pechino dura da parecchi mesi e ha una motivazione specifica. Dopo la sconfitta dell’Isis nell’Est ora Assad vuole riconquistare la provincia di Idlib, roccaforte di gruppi ribelli legati ad Al-Qaeda. Uno dei più ostici è il «Partito del Turkestan», composto da combattenti uiguri, musulmani cinesi di etnia turca. 

Gli uiguri si sono stabiliti sulle montagne Idlib e Lattakia, hanno portato con loro le famiglie e combatteranno fino alla morte perché non possono tornare, vivi, in Cina. L’offensiva a Idlib è in stallo e l’idea di andare a stanare gli uiguri sulle montagne è da brividi anche per le truppe più sperimentate del raiss. Già a maggio l’ambasciatore siriano a Pechino, Imad Moustapha, aveva dichiarato che i foreign fighter uiguri in Siria erano un problema anche per la Cina perché dalla Siria promuovevano «la causa della secessione dello Xinjiang», la loro regione. 

Parole studiate per convincere Pechino, che è sensibilissima a ogni allarme separatista. L’ambasciatore stimava allora i combattenti islamisti in «5000 mila», uno dei più folti contingenti di foreign fighters. Il corpo di spedizione cinese sarà composto da qualche centinaio di uomini e andrà a complicare uno scacchiere dove si incrociano militari di tutte le nazionalità. Russia e Turchia hanno ciascuna circa 8 mila soldati. Gli americani, come ha comunicato tre giorni fa il Pentagono, sono 1700. 

Marines e forze speciali hanno sostenuto i guerriglieri curdi nella battaglia di Raqqa contro l’Isis ma ora la loro presenza è in forse. Il presidente Usa Donald Trump ha promesso al leader turco Recep Tayyip Erdogan di ridurre gli aiuti ai curdi, ieri Washington ha annunciato il ritorno a casa dei reparti di artiglieria dei Marines. Gli Stati Uniti però vogliono calibrare il loro ritiro con quello dei rivali. Mosca ha fatto trapelare che si sta preparando, anche se conserverà le basi a Tartus e Lattakia. 

L’intervento iraniano è più circospetto. Teheran non ha inviato soldati ma consiglieri militari a guidare le milizie sciite alleate libanesi e irachene. La presenza iraniana è osteggiata da Israele e ieri il ministro degli Esteri iraniano, Mohamad Javad Zarif, intervenuto ai Mediterranean Dialogues di Roma, ha ribadito che continuerà: «Noi siamo della regione mediorientale, è la nostra casa», ha spiegato, anche se l’Iran non vuole «escludere nessun attore regionale da questa casa, Arabia Saudita, Emirati, Egitto o Siria» e lavorare per la pace. 

In questo Medio Oriente in ristrutturazione Mosca continua a essere protagonista. Il ministro della Difesa Sergei Shoigu è arrivato ieri al Cairo per sviluppare la cooperazione militare. Ha incontrato il collega Sedki Sobhi e il presidente Abdel Fatah al-Sisi. L’obiettivo dei russi, neanche più tanto segreto, è riaprire la loro base aeronavale a Sidi Barrani, vicina al confine con la Libia, chiusa dopo la rottura fra Egitto e Urss alla metà degli Anni 70.

2017 crisi economica - sono bravi a giocare con i numeri macro e hanno difficoltà oggettiva a prevedere, ignorando la realtà degli individui a cui si toglie sempre di più progetti di vita e di sogni dandogli mollichelle di lavoro precario per sempre

MERCATI

El-Erian: un rischio la riduzione dei bilanci delle banche centrali

02 dicembre 2017

(Bloomberg)

Bene la cautela delle banche centrali. Ma attenzione quando saranno in quattro a ridurre il loro bilancio (i 20mila miliardi di dollari di Fed, ECB, BoE e BoJ). Le bolle? Attenti agli ETF che promettono una liquidità che potrebbe non esserci. Mohamed El-Erian, attuale consigliere economico di Allianz, ex ceo di Pimco e in pole position per la poltrona di numero due della Federal Reserve di Jerome Powell, è fiducioso perchè il “new normal” (termine da lui coniato) è un mondo migliore, più sicuro. Ma mette in guardia i mercati: alcuni rischi restano.

Il cosiddetto “new normal” non ha nulla di normale, tanto che i mercati attendono la normalizzazione. Si tornerà più al mondo pre-crisi 2007?

Il periodo prima del 2007 era ben lontano dall'essere normale in quanto le economie avanzate erano in preda a un modello di crescita insostenibile: un modello che puntava troppo sulla leva, sul debito e sulla concessione del credito come motori per la crescita. Si è sperato che le economie in uscita dalla crisi finanziaria globale ruotassero attorno a modelli di crescita più genuini e inclusivi. Invece, le economie adesso sono troppo dipendenti dalle politiche non convenzionali delle banche centrali. E sebbene queste politiche abbiano portato stabilità finanziaria e crescita, anche se questa bassa e iniqua, le economie avanzate stanno funzionando in un “new normal” che è ben sotto il livello che si sarebbe potuto ottenere con politiche più vaste, più complete. E ora la combinazione data da una forte disuguaglianza e, in alcuni paesi, un alto tasso di disoccupazione giovanile, ha alimentato la rabbia politica e l'erosione della fiducia nelle istituzioni e nei loro esperti.

Allora stiamo peggiorando?

La buona notizia è che non c'è nulla di pre-destinato in tutto questo. Con le riforme strutturali e una politica fiscale più equilibrata, l'Europa è in grado, dovrebbe essere in grado, di andare oltre il recente miglioramento della performance economica. Questo rafforzerebbe le radici del progresso economico, ridurrebbe la dipendenza dalla politica monetaria non convenzionale e creerebbe le fondamenta per una stabilità finanziaria genuina.

L'Italia sta crescendo meglio del previsto ma la crescita italiana è ancora sotto la media europea. L'Italia è fuori dai guai, nonostante il suo debito/Pil al 130% non riesca a scendere più di tanto? 

Certamente è migliorata, l'economia italiana, ma l'Italia non può essere vista fuori dai guai quando valutata con un’ottica di lungo termine. C'è ancora bisogno in Italia di sviluppare motori più potenti per una crescita inclusiva. E questo è il tipo di crescita che è anche il miglior modo per gestire il fardello del debito pubblico.

Non crede che la repressione finanziaria, la compressione dei rendimenti, il QE delle quattro grandi banche centrali da 20 mila miliardi di dollari stiano creando delle bolle? Faccio qualche esempio: nel mercato degli high yield bond i rendimenti sono low non high, nel mercato dei titoli di Stato lo spread e il rischio di credito non sono adeguatamente remunerati, e nel settore immobiliare i prezzi sono alle stelle in alcuni Paesi.

E' interessante notare come alcuni banchieri centrali stiano iniziando a preoccuparsi di più per gli alti prezzi degli asset finanziari, e questo è emerso anche nei Fed minutes pubblicati qualche giorno fa. Faccio tre considerazioni:

Primo: questa non è una situazione simile a quella del 2008, quando l'assunzione di rischio eccessivo avveniva dentro il sistema bancario e, quel che era peggio, il sistema dei pagamenti e di regolamento era vulnerabile. Oggi il sistema bancario è molto più robusto e il sistema dei pagamenti e dei regolamenti è molto più sicuro.

Secondo: la regolamentazione e la vigilanza degli istituti non bancari è meno avanzata, e per ragioni comprensibili, perché i rischi per l'economia sono considerati più bassi. Ma non sono rischi insignificanti e, di conseguenza, una migliore supervisione e conoscenza delle minacce potenziali sta diventando più importante, specialmente perchè i rischi si sono trasformati e sono andati altrove.

Terzo: e qui mi riallaccio al secondo punto, ci potrebbe essere nel sistema una tendenza a promettere troppo la liquidità agli investitori. Come esempio, mi riferisco alla proliferazione degli ETF, prodotti che, implicitamente o esplicitamente, promettono agli investitori la liquidabilità istantanea a livelli ragionevoli del differenziale tra il denaro e la lettera, e questa promessa viene fatta anche in segmenti di mercati esposti a problemi intrinseci di liquidità come gli high yield e i mercati emergenti.

Quali sono allora i principali pericoli o fattori che potrebbero compromettere e deragliare la crescita mondiale?

Le principali minacce all'economia globale sono di natura geo-politica, e hanno a che fare con i rischi associati ai prezzi eccessivamente elevati degli asset finanziari, e con una sfida possibile, quella di avere fino a quattro banche centrali di importanza sistemica che cerceranno contemporaneamente di normalizzare le proprie politiche monetarie.

E infatti le banche centrali sono molto caute. : la Fed sta lentamente, gradualmente riducendo le dimensioni del suo bilancio, la Bce è ancora in fase di QE. Cosa pensa: troppo prudenti?

Non bisogna sorprendersi della cautela delle banche centrali in un tale contesto fluido. Per dirla con le parole di Ben Bernanke, è una situazione “insolitamente incerta”. E’ ovvio che le banche centrali siano più dipendenti dai dati e più misurate nelle azioni e nei loro annunci di politica monetaria. E inevitabilmente ci vorrà del tempo prima di veder ridurre i loro bilanci. In quanto alla Fed, è ben avviata nella sua “bella normalizzazione”, - uso un'espressione utilizzata qualche anno fa da Ray Dalio, fondatore di Bridgewater (uno dei più grandi hedge fund al mondo ndr.) - ha terminato gli acquisti di asset, ha rialzato i tassi quattro volte, e ha avviato un programma di riduzione graduale del bilancio. Tutto è stato fatto dalla Fed senza creare tensioni sui mercati e senza deragliare la crescita economica. E questo è il cammino che prevedibilmente la Fed manterrà. La principale domanda che le banche centrali e le economie globali devono porsi non è tanto se la “bella normalizzazione” della Fed può avere successo. Lo può. La principale incertezza è semmai come l'economia globale gestirà più di una, fino a quattro normalizzazioni contemporanee delle politiche monetarie da parte delle quattro banche centrali più importanti per rilevanza sistemica.

E i tassi negativi? Funzionano? Come si misura il beneficio che deriva dai tassi negativi a confronto con i rischi connessi a un tale strumento senza precedenti? Soprattutto per quanto riguarda l’effetto dei tassi sotto zero sul sistema bancario, la stretta sui margini...

Quando, nell'agosto 2010, Ben Bernanke segnalò l'uso della politica monetaria non convenzionale per raggiungere obiettivi macroeconomici ampi, sottolineò anche l'importanza di tener d'occhio il bilancio tra “benefici, costi e rischi”. Tanto più estreme sono le misure non convenzionali, tanto più estese nel tempo, e maggiore il rischio che i costi e i rischi possano controbilanciare i benefici.Ritengo che questo sia un buon modo di procedere per valutare le conseguenze di un utilizzo prolungato dei tassi negativi, in termini nominali e reali. I tassi negativi aggrediscono l'integrità del sistema finanziario, rischiano di incentivare un'allocazione delle risorse e degli asset inadeguata. E minacciano, indebolendoli, i servizi di protezione finanziaria alle famiglie quali le polizze vita e i prodotti che integrano le pensioni.

Ma tassi e rendimenti non sono stati troppo bassi troppo a lungo? I mercati non prevedono che i tassi Usa possano tornare sopra il 2%. E ora la curva dei rendimenti si appiattisce: non è un'altra cattiva notizia? 

Se prevedono sotto il 2%, ho il sospetto che alcuni operatori di mercato stiano sottostimando il livello del tasso d'interesse neutrale. Detto questo, come ho già avuto modo di notare, siamo in un contesto di grande incertezza anche su dove il livello di questo tasso si dovrebbe trovare. Per quanto riguarda la curva “piatta” dei rendimenti, invito alla prudenza tutti coloro che si affrettano ad utilizzare la vecchia informazione calandola in questa situazione attuale. Ricordiamoci che la curva dei rendimenti è ancora pesantemente influenzata dagli acquisti di asset su grande scala della Bce e della Banca del Giappone. La diffusione degli impatti di queste politiche include la pressione al ribasso sulla parte intermedia e lunga della curva dei rendimenti dei bond in tutto il mondo, come anche il restringimento degli spread del rischio di credito.

I numeri dell'inflazione non parlano di normalizzazione: l'inflazione non riesce a tornare vicina al 2%. Lo farà? 

Le ragioni di una “lowflation” – ovvero tassi di inflazione che sono ben sotto quello che i modelli basati sui dati storici avrebbero predetto – resta un puzzle o, come ha detto la chair uscente della U.S. Federal Reserve, “un mistero”. E questo mistero è quanto più impressionante alla luce delle iniezioni massicce di liquidità da parte delle banche centrali, dal crollo della disoccupazione - negli Usa in particolar modo - e dalla maturità del ciclo economico.
Tuttavia, l'inflazione non è l'unico grande puzzle che impensierisce gli economisti e i politici. Lo stesso mistero riguarda i dati sulla produttività e sui salari che non corrispondono a quanto i modelli suggeriscono. Le modalità di misurazione probabilmente giocano la loro parte in tutto questo ma secondo me potrebbe pesare un fattore ancor più rilevante, quello della tecnologia. Il mix sempre più diffuso di intelligenza artificiale, big data e mobilità sta cambiando in maniera preponderante il modo in cui si manifesta un numero crescente di attività economiche e di comportamenti. 

Cosa ne pensa del targeting del tasso decennale che si è prefissa la BoJ? 

Direi le stesse considerazioni che ho sui tassi negativi. Capisco il motivo per il quale la Banca del Giappone ha optato per questo tipo di misura non convenzionale. Ma mi preoccupo per le conseguenze di lungo termine dell'utilizzo prolungato nel tempo di tale politica.

Teme che la Cina possa deragliare questa crescita sincronizzata mondiale? 

Sulla Cina, il consenso tende regolarmente ad andare oltre, o in negativo o in positivo. Nel frattempo, il governo cinese continua a navigare nella difficile transizione dello sviluppo del reddito medio, adattando e correggendo la politica sul medio corso, quando necessario. Per questo non credo che la Cina deraglierà l'economia globale.

Trump e Trumponomics: i mercati hanno deciso di credere in Trump e alle sue promesse elettorali, soprattutto i tagli alle tasse, la deregolamentazione anche bancaria, maggiori investimenti nelle infrastrutture per un programma economico fortemente pro-crescita. Cosa può accadere ai mercati se dovessero rendersi conto di essersi sbagliati? 

I mercati hanno accolto l'implementazione delle politiche pro-crescita dell'amministrazione Trump. E queste includono la deregolamentazione, il programma sulle tasse e le infrastrutture. Alla luce di questo, ritardi eccessivi del Congresso sarebbero una delusione per i mercati. Ma, detto questo, i mercati negli ultimi anni sono stati portati a comprare quando i prezzi scendono. E questa alla fine è risultata una strategia che ha portato dei profitti. Quindi ci vorrà una delusione molto forte o un grave shock per sradicare i mercati da questa loro condizione.

Banca Etruria - Il procuratore della Repubblica Roberto Rossi ci ha abituato ad ascoltare le bugie


I DOCUMENTI IL RETROSCENA

Nuove verifiche su Etruria: i dubbi sulle versioni del procuratore di Arezzo
Lettere e verbali di Palazzo Koch su fusione e bancarotta. Per trovare un partner l’istituto incaricò come advisor Rothschild e Lazar. Ci saranno altri controlli su Boschi senior e sulle responsabilità del cda



La commissione parlamentare d’inchiesta dovrà svolgere nuove verifiche su quanto accaduto nel crac di Banca Etruria. In vista dell’ufficio di presidenza fissato per martedì che deciderà sulle audizioni del governatore di Bankitalia Vincenzo Visco e dell’ex amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni, saranno acquisiti nuovi documenti che riguardano i rapporti tra l’istituto di credito aretino e Bankitalia. Le carte già a disposizione mostrano infatti che durante l’audizione di giovedì il procuratore Roberto Rossi, titolare dell’indagine, avrebbe fornito versioni diverse da quelle che risultano agli atti. Tanto che alcuni esponenti dell’opposizione lo accusano addirittura di «aver mentito prospettando una situazione ben diversa da quella che invece ha portato al fallimento». Sono proprio le relazioni, gli scambi di lettere e le citazioni per le azioni di responsabilità a fornire il quadro che stride con le dichiarazioni dell’alto magistrato. Anche tenendo conto che Rossi ha dichiarato di avere tuttora in corso «approfondimenti sul ruolo di Bankitalia e Consob», pur consapevole che si tratta di attività per le quali è competente la procura di Roma.

L’operazione con Pop Vicenza

«Ci è sembrato un poco strano — attacca Rossi — che la Banca d’Italia avesse inoltrato a Banca Etruria un invito di integrazione con la Banca Popolare di Vicenza che era in condizioni simili». In realtà la sequenza emersa dagli atti racconta una storia diversa. Il 3 dicembre 2013 l’allora governatore Visco scrive una lettera al presidente del cda di Etruria Giuseppe Fornasari per evidenziare le «rilevanti criticità» dovute tra l’altro «alle dimensioni del portafoglio deteriorato» e sottolinea la convinzione che la Banca «non sia più in grado di percorrere in via autonoma la strada del risanamento». Dunque «dispone la convocazione del cda entro 10 giorni dal ricevimento della missiva con all’ordine del giorno l’integrazione della Popolare in un gruppo di adeguato standing in grado di apportare le necessarie risorse patrimoniali, manageriali e professionali». Per questo Etruria nomina come advisor «per il supporto» nella ricerca Rothschild e Lazard che contattano 27 gruppi. Si fa avanti soltanto PopVicenza che il 29 gennaio 2014 formalizza il proprio interesse. Il direttore generale chiede un incontro in Bankitalia per illustrare la strategia: procedere con «un’Opa per cassa su almeno il 90 per cento del capitale». Bankitalia dà conto delle trattative in corso con numerosi verbali. L’ultimo, datato 18 giugno 2014, è un «appunto per il direttorio» in cui il capo della Vigilanza Carmelo Barbagallo dà atto che il negoziato è fallito «perché Etruria ha formalmente respinto la proposta di Opa». E quindi propone «un’approfondita ed estesa opera di revisione degli impieghi riguardante la corretta classificazione di vigilanza e un’aggiornata valutazione del grado di recuperabilità».

La posizione di Pierluigi Boschi

Il secondo punto sul quale saranno effettuati ulteriori controlli riguarda la posizione dell’ex vicepresidente Pier Luigi Boschi, padre del sottosegretario Maria Elena. Durante la sua audizione il procuratore Rossi ha dichiarato che Boschi e gli altri componenti dei cda a partire dal 2010 non sono tra gli indagati per bancarotta «perché non hanno partecipato alle riunioni degli organi della banca che hanno deliberato finanziamenti finiti poi in sofferenza». Ma anche perché «non avevano informazioni sufficienti sulle operazioni». Una posizione che ha scatenato le opposizioni. Con una richiesta formale il senatore di Idea Andrea Augello accusa il magistrato di «non aver detto la verità, esponendo una tesi falsa» e per questo ha chiesto al presidente Pier Ferdinando Casini di sollecitare Bankitalia alla trasmissione di nuovi documenti. E spiega: «Tutte le linee di credito e richiedono un formale rinnovo, generalmente ogni 18 mesi. È impossibile che il nuovo cda si sia baloccato solo con crediti insolventi, ma deve aver rinnovato tra il 2010 e il 2012 tutti i crediti privi di garanzie erogati nel biennio precedente. E questo è peggio di quanto fatto da chi li ha concessi anche perché ha ritardato la possibilità di avviare una procedura di recupero, finché la situazione non è divenuta insostenibile e il cda ha proceduto ad una serie di svalutazioni, azzerando il patrimonio aziendale».

Mauro Bottarelli - Istituzioni marce, nessuna fiducia nella Commissione Casini. Non hanno strumenti debbono obbligatoriamente somministrare morfina (soldi) al malato (finanza)

SPY FINANZA/ Commissione banche, è pronto "l'effetto Draghi 2.0"

La Commissione d'inchiesta sulle banche è ormai diventata un'arena politica e rischia di portare a uno scontro tra istituzioni in un momento delicato. MAURO BOTTARELLI

02 DICEMBRE 2017 MAURO BOTTARELLI

Pier Ferdinando Casini (Lapresse)

Le Commissioni d'inchiesta dovrebbero servire per cercare la verità. Non una verità o la verità di qualcuno. Ma, paradossalmente, il loro destino è segnato fin dall'inizio, almeno nel nostro Paese: o finiscono nel nulla o insabbiate. Bene, quella sul sistema bancario - rispetto alle altre - nasceva ulteriormente zoppa: aveva poco più di due mesi per compiere un lavoro improbo. Di più, statutariamente avrebbe dovuto produrre due relazioni e invece ne pubblicherà solo una e, soprattutto, a detta di Boldrini e Grasso chiuderà definitivamente i suoi lavori con la fine della legislatura, senza possibilità di proroga nella prossima. Insomma, dieci giorni e stop. 

E cosa ci lascerà in eredità? Veleni, non certo la verità. Perché o si chiuderà con la vittoria di Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, dopo l'audizione del procuratore di Arezzo, Roberto Rossi - il quale non solo ha scagionato di fatto la sottosegretaria e fedelissima dell'ex premier e il padre nell'affaire Etruria-Vicenza, ma ha avanzato pesanti riserve riguardo al ruolo di Bankitalia nella medesima vicenda - o con la sua fine politica definitiva. Nel primo caso, due piccioni con una fava: nome ripulito e vendetta compiuta su Visco. Certo, il fatto che lo stesso Rossi fosse consulente del governo Letta e poi riconfermato da quello guidato proprio da Matteo Renzi potrebbe far storcere il naso, ma resistiamo a queste tentazione del pensar male e analizziamo la situazione con freddezza: a questo punto cosa farà Pier Ferdinando Casini? 

Perché il punto è uno solo: da oggi in poi, quella Commissione sarà unicamente un'arena politica in vista del voto di primavera. La verità su quanto accaduto nel nostro sistema bancario, per quanto fosse possibile stabilirla in queste condizioni estreme di lavoro, oggi come oggi interessa quanto un documentario sugli organismi monocellulari del Borneo: da quelle stanze deve uscire un'arma da usare in campagna elettorale. Un'arma che non può essere usata da tutti: o da uno o dall'altro. Basti vedere le reazioni politiche di ieri all'audizione di Rossi: Renzi avrebbe addirittura scomodato l'insonnia di Visco per quelle parole, mentre le opposizioni sono partite lance in resta contro la narrativa assolutoria dell'ex premier. 

A questo punto, c'è un unico motivo di interesse: l'audizione di Federico Ghizzoni, ex ad di Unicredit. Il resto non conta, prendiamone atto. Se anche Gianni Zonin, colto da folgorazione sulla via di Damasco, decidesse di presentarsi spontaneamente e vuotare il sacco su anni e anni di "sistema Vicenza", penso che gli offrirebbero un caffè e lo metterebbero alla porta. Idem con Giuseppe Mussari per Mps. Anzi, in questo caso non gli aprirebbero nemmeno la porta, visto che l'abito da capro espiatorio glielo hanno già cucito addosso in mezza audizione. E deve andare bene così. Solo Ghizzoni, infatti, può macchiare la ritrovata verginità politica di Maria Elena Boschi e del cosiddetto "giglio magico" rispetto a Banca Etruria, solo lui può dire se Ferruccio De Bortoli ha scritto il vero nel suo libro sui poteri forti, svelando come l'allora ministro e oggi sottosegretaria gli chiese di trovare una soluzione per la banca del padre che navigava in acque perigliose. 

Prepariamoci, quindi, a un effetto Draghi 2.0: esattamente come il presidente della Bce è stato usato come spauracchio, invocandone l'audizione in Commissione per spaventare il centrodestra, così temo che ora partirà un fuoco di fila per trascinare Ghizzoni su quella sedia che scotta in chiave anti-Renzi. E la tentazione potrebbe essere forte per molti, non solo Forza Italia e M5S. L'ex ad di Unicredit, infatti, finora non ha parlato perché legato a un vincolo di riservatezza con il proprio ex istituto, ma, avendo la Commissione i medesimi poteri della magistratura ordinaria, quell'ostacolo cesserebbe di esistere. Maria Elena Boschi minacciò querela contro De Bortoli per quella frase, ma non la presentò mai e ora i termini di legge sono scaduti: chi ha detto il vero e chi il falso?

Il senso della Commissione d'inchiesta sul sistema bancario sta tutta qui, inutile negarlo: ed è stato così fin da principio, ovvero da quando Matteo Renzi ne ha intravisto le potenzialità di distorsione politica a uso e consumo elettorale. Si pensava a un uso interno, magari agitando lo spettro di Banca 121 contro Massimo D'Alema, ma Renzi è uomo pragmatico che non perde tempo e va dritto all'obiettivo principale: cancellare la macchia del decreto salvabanche dal curriculum del Pd, utilizzando il bianchetto della Commissione d'inchiesta. Finora, 1 a 0, sta vincendo la partita. Dovesse essere sentito Ghizzoni, potremmo rivivere - per i milanisti come me - l'incubo della finale di Istanbul. Parlano tanto di fake news in casa Pd, ma cos'è, in realtà, questa Commissione d'inchiesta, al pari del Russiagate agitato negli Usa come uno spauracchio a uso e consumo delle situazioni interne che necessitano di una bella cortina fumogena ad hoc? Nessuno vuole la verità, si cerca solo la pistola fumante contro l'avversario o l'arma di distruzione di massa per chiudere la partita elettorale. 

«Sullo scontro Pd-Bankitalia siamo tutti sufficientemente intelligenti da non confondere guardie e ladri», ha dichiarato Pier Ferdinando Casini. Lo stesso vale per una Commissione seria e una che appare con il passare dei giorni sempre più uno strumento a uso e consumo dello scontro fra fazioni partitiche. E, peggio, fra politica e istituzioni. Perché è palese che, al netto del mio giudizio su Bankitalia che non cambia, così come quello su Ignazio Visco, appare quantomeno folle la rincorsa a una delegittimazione di lungo termine della nostra Banca centrale, soprattutto alla luce di quanto accaduto nottetempo negli ultimi due giorni. Ovvero quanto descritto nei grafici qui sotto: il tasso d'interesse europeo overnight è infatti passato in brevissimo tempo da -36 a -24 punti base e le autorità hanno accertato senza dubbio che non si è trattato di un fat finger, ovvero dell'errore di immissione di un operatore. 



Una grossa istituzione Usa ha anticipato al 30 novembre dal 31 dicembre i termini di chiusura del proprio accounting? Non si sa. L'altra ipotesi è direttamente legata al secondo grafico: ovvero, la Bce ha dato vita a una mini-aumento dei tassi oppure a un grosso drenaggio di liquidità dall'Eurosistema negli ultimi due giorni prima del weekend. E per quanto in una situazione di indigestione monetaria come quella che stiamo vivendo, una situazione simile non sia fuori dal mondo, lo è la magnitudo. Cos'è accaduto al tasso di riferimento nelle operazioni a brevissima scadenza del sistema interbancario europeo fra mercoledì e giovedì? L'Eonia, di fatto, rappresenta la media ponderata dei tassi di interesse nell'eurozona: la Bce ha voluto operare uno stress test non concordato per vedere la reazione? 

Beh, se così fosse, abbiamo avuto un esempio di cosa può aspettarci in caso di shock sui tassi a livello globale, esattamente ciò da cui ha messo in guardia la stessa Eurotower non più tardi di due giorni fa e di cui vi ho parlato diffusamente. Il 2008, cominciò così, con tremori sull'interbancario overnight che solo pochi interpretarono correttamente. Proprio il caso di scatenare guerre politiche che potrebbero trovarci a guardia abbassata e in pieno caos durante una nuova crisi che monta? I segnali stanno continuando a succedersi. E il nostro sistema bancario, al netto dei lavori della Commissione, non reggerebbe un altro urto. Non senza morti e feriti, questa volta al netto di tutti i decreti salvabanche del mondo.

Riconquistare la Sovranità Nazionale, Politica, Monetaria e Territoriale è un programma politico preciso ed inevitabile

Sabato 2 Dicembre Assemblea Eurostop: praticare la rottura su interessi di classe definiti


di Sergio Cararo - Contropiano 

Sabato prossimo, 2 dicembre, la Piattaforma Eurostop riunirà la sua assemblea nazionale, convocata già da quella precedente del 1 luglio scorso, per discutere sulla valutazione delle mobilitazioni del 10 ed 11 Novembre, dello lo sviluppo della situazione politica e della gestione della fase elettorale.

Con tutta evidenza gran parte dell’attenzione si va concentrando sull’ultimo punto, oggetto della accelerazione imposta dai compagni di Napoli e dall’assemblea al Teatro Italia del 18 novembre sulla proposta di una lista popolare alle prossime elezioni. Intervenendo in quella assemblea e in quelle territoriali che si stanno svolgendo in molte città, i compagni di Eurostop hanno chiarito due questioni fondamentali: sul cosa fare deciderà l’assemblea nazionale degli aderenti di sabato prossimo e la questione della rottura della gabbia dell’Unione Europea e della Nato è un punto dirimente.

Più volte abbiamo segnalato come l’arrivo di una scadenza elettorale provochi in giro una fibrillazione che troppo spesso rimuove sia i problemi politici di fondo che quelli materiali. Per alcuni, le elezioni – e il loro risultato – sono un certificato di esistenza in vita senza il quale non c’è soggettività e funzione politica che tenga. Per altri le elezioni sono un falso problema che merita una risposta meramente astensionista perché a fare la differenza nei rapporti di forza sono solo le lotte sociali.

Sparisce così il contesto politico, le sue contraddizioni, le sue accelerazioni e le sue possibilità di esercitare una funzione concreta che sposti un po’ più in avanti le possibilità di ricomposizione di un blocco di interessi “di classe” e del conflitto politico e sociale che ne sia l’esercizio materiale nei rapporti di forza.

La letterina della Commissione Europea al governo italiano, ad esempio, ci dice chiaramente che per le classi dominanti e il dispotismo tecnocratico europeo, non è affatto importante chi vincerà le elezioni, è importante solo che – chiunque sia – applichi i diktat della Troika sul pareggio di bilancio, le privatizzazioni, lo smantellamento del welfare e dei diritti dei lavoratori, punto. Non è un dettaglio. Questo definisce il quadro dentro cui oggi viene ancora tollerata la funzione della “politica”. Lo ha spiegato chiaramente il “crudo” editoriale del Corriere della Sera di una settimana fa dando voce a quello che si pensa e si attua a livello di gerarchia di comando europea.

Il fallimento dell’esperienza di Tsipras e Syriza in Grecia – con il tradimento del coraggioso Oxi della popolazione nel referendum – ha messo fine ad ogni velleità di condizionamento dell’apparato di comando nell’Unione Europea. Figuriamoci quanto sia possibile poi “condizionare” la Nato o il testosterone dei militaristi “de noantri” eccitati dall’idea di un Esercito Europeo. Quindi ogni ipotesi di riforma, miglioramento, democratizzazione verso questo apparato diventa impraticabile e fuorviante. Un significativo cambiamento prevede dunque una radicale rottura con gli apparati della governance europea e delle regole che hanno imposto.

Nasce da questo la necessità di operare e di far circolare a livello popolare il percorso della “rottura” con questi apparati – Ue/euro e Nato – come fattore di sopravvivenza sociale e di ripristino della sovranità popolare e democratica sulle sorti di un paese (sancite tra l’altro da una Costituzione perennemente sotto attacco o inattuata).

Diventa importante, anzi decisivo, far entrare in campo il “come” praticare questa rottura. Solo per fare un piccolo e parziale esempio, la richiesta dei referendum sui Trattati Europei e internazionali (es: la Nato o il Fiscal Compact), entra immediatamente in rotta di collisione sia con chi vuole escludere “il popolo” dalle decisioni che lo riguardano e ne determinano le condizioni materiali, sia con chi ha agitato la questione (Lega, M5S) ma l’ha abbandonata perché cooptato nelle regole del gioco dei poteri forti.

In secondo luogo occorre indicare come la struttura che le classi dominanti hanno costruito sull’Europa – l’Unione Europea – non sia affatto l’unico orizzonte o scenario di integrazione regionale possibile, soprattutto tra i paesi del Mediterraneo nord e del Mediterraneo sud alle prese, ad esempio, con la comune e devastante questione sia dell’immigrazione (verso l’Europa) che dell’emigrazione (dai paesi euromediterranei verso quelli del nord).

Dunque questo approccio e percorso di “rottura”, al momento è completamente assente dal panorama politico del paese. Ma abbiamo verificato che troppo spesso è assente anche nell’analisi e nei programmi di molte anime della sinistra esistente che ha rinunciato ad indicare qualsiasi modello alternativo di società. Anzi, la “sinistra” esistente ne è un ostacolo pervicace, fino ad essere percepita a livello di massa come parte del problema e non della soluzione. La Piattaforma Eurostop è nata proprio per non fare più sconti a questa sinistra o per accettarne il perimetro come unico spazio politico possibile.

La proposta dei compagni napoletani di “Je so pazzo”, sul piano dei contenuti non nasce all’origine con la stessa sintonia della Piattaforma Eurostop sulla questione europea, ma ha colto bene la contraddizione tra esigenze popolari disattese e divise, con la loro entrata in campo autonoma nella “politica”, indicandone le potenzialità, soprattutto tra chi ha meno di trent’anni (e non porta dunque le stimmate delle sconfitte del passato ma solo la rabbia sul presente) e tra chi da anni si è ritirato in una “militanza a chilometro zero” su un terreno specifico (ambientale, sociale, sindacale, solidale etc.) rinunciando alla “politica” perché essa ne ha completamente disatteso le aspettative, il radicamento sociale, le possibilità di risultati concreti.

Eppure nelle assemblee che si stanno facendo in giro per l’Italia su questa proposta di lista elettorale si respira un clima più positivo che tre, quattro o cinque anni fa non era affatto visibile. Non sono tanto o non solo gli argomenti più o meno convincenti, ma è la realtà che modifica radicalmente i comportamenti e costringe a fare cose diverse anche chi non le ha voluto fare fino a ieri. Come abbiamo scritto nei giorni scorsi, il problema non è tra vecchio e nuovo, il problema è evitare che il “morto afferri il vivo”.

Se non si coglie la dinamica della realtà – ma ci si limita a fotografare l’immobilità del presente e del passato-, se non si colgono le potenzialità che possono esprimersi in settori sociali diversi da quelli perimetrati e conosciuti fino ad ora, il rischio è quello di non cercare di cogliere gli squarci che si aprono in uno scenario che il nemico di classe vorrebbe blindato, esclusivo, inamovibile.

Evocare nuovamente e praticare la rottura del quadro esistente sulla base di interessi popolari e di classe definiti, è il presupposto per qualsiasi ipotesi di cambiamento, indipendentemente dalle elezioni e dal loro risultato. Hic rhodus hic salta!

Quando le istituzioni creano le fake news per avere lo strumento per eliminare la creazione di qualsiasi opposizione critica e costruttiva fin dalla nascita


Tutti i misteri di Andrea Stroppa, l’ex hacker dietro la cyberstrategia di Renzi

-30 novembre 2017

Roma, 30 nov – Giusto ieri abbiamo parlato dell’allucinante caso “Diretta News” e di come questa operazione di censura ideologica spacciata per “lotta alle fake news” sia nata dal consulente informatico di Matteo Renzi, Andrea Stroppa. C’è lui dietro gli “scoop” di BuzzFeed e New York Times, che poi il Pd stesso ha rilanciato spasmodicamente. Ma di chi si tratta, precisamente? Giacomo Amadori, su La Verità, ne ha tracciato la biografia, a metà tra cialtronismo e strani contatti.

Tutto inizia nel 2013, quando il ragazzo, allora diciassettenne, viene arrestato per una vicenda legata ad Anonymous. Due mesi dopo l’ arresto, Stroppa pubblica una ricerca sul New York Times e il Corriere della sera lo intervista. Che si tratti di uno di quei casi da film in cui l’hacker cattivo viene assoldato dalle forze del bene per mettere le sue competenze al servizio della giustizia? Sembrerebbe proprio di sì, a patto di avere una concezione molto, molto elastica di concetti come “bene” e “giustizia”.

Ecco come il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro ricostruisce questo passaggio: “Quando i giudici lo liberano, un importante editore romano, secondo le nostre fonti, lo segnala a Jonathan Pacifici, imprenditore ebreo originario del ghetto di Roma con importanti affari in Israele e soprattutto con i giusti agganci nel mondo renziano. Pacifici presenta Stroppa alla corte di Marco Carrai, all’epoca piccolo Richelieu di Matteo con la fantasia di sbarcare con le sue attività nel mondo digitale”. Dopo essere entrato in contatto col Giglio magico, le quotazioni di Stroppa cominciano a volare.

Dopo aver pubblicato numerosi dossier e ricerche in tema di contraffazione online, malaware e botnet, nel suo curriculum il 23enne vanta anche collaborazioni con ‘La Stampa’ e la Repubblica’. Oltre che sul ‘New York Times’, i suoi report sono finiti sulla ‘Cnn’, su ‘Vanity Fair’, sul ‘Washington Post’, ‘Forbes’ e sul ‘Wall Street Journal’, per citarne alcuni. Ma quando Carrai comincia a perdere colpi, le strade dei due si separano. L’ex hacker si mette in proprio, fino ad arrivare, incredibilmente, a confrontarsi coi vertici del potere globale, come lui stesso ha ammesso su Facebook: “Ho avuto il piacere di confrontarmi con analisti dell’intelligence, ex veterani della Cia, consiglieri di importanti rappresentanti di altri Paesi e alti dirigenti delle più importanti società tecnologiche statunitensi”.

Chiosa Amadori: “Una scuola, quella delle barbe finte a stelle e strisce e dei suoi analisti (da Edward Luttwak a Michael Ledeen), a cui si sono abbeverati anche altri protagonisti dell’ ultima Leopolda. E che probabilmente ha aperto a Stroppa la strada delle redazioni che contano, dal Nyt al Wall street journal, ma anche quelle anche del Guardian, di Russia Today e dei portali cinesi. A cui ovviamente non poteva arrivare da solo. Le ricerche di Stroppa non sono destinate solo ai media, ma anche, parole sue su Facebook, ‘in una forma più privata ad altri soggetti‘, probabilmente agenzie governative e forze di polizia”. Si segnalano anche suoi contatti con Alec Ross, braccio destro di Hillary Clinton su tutto ciò che riguarda internet. Il tutto a 23 anni. Di sicuro c’è ancora molto da capire sulla vita e sulle amicizie di questo personaggio.