Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 9 dicembre 2017

Gli statunitensi avranno sempre morti e sono costretti ad agire nell'ombra, sottotraccia, con organizzazione inadeguata il tutto è frutto di obiettivi inconfessabili di protezioni delle multinazionali che fanno profitti enormi depredando territori e popoli

US Africa Command: tra Forze Speciali e contractors

9 dicembre 2017 


A più di due mesi dall’imboscata in cui hanno perso la vita 4 berretti verdi americani e 5 soldati nigerini nei pressi di Tongo Tongo (Niger) molto resta ancora da chiarire. Salvo proroghe, l’indagine ufficiale terminerà solamente a fine gennaio 2018, tuttavia, molto è già stato detto ed ipotizzato: l’importanza del Niger nella strategia globale antiterrorismo, presenza militare di Washington nel Paese e sul continente, preparazione ed equipaggiamento degli operatori americani, natura della loro missione, ma soprattutto le condizioni del supporto – aereo, in particolare – che hanno ricevuto.

Un appoggio che, a causa di risorse limitate e vastissime aree da coprire, si è mostrato tardivo, insufficiente ed affidato quasi interamente a società private.

Tra il 3 e 4 ottobre 12 soldati americani – di cui 8 berretti verdi – e 30 soldati Nigerini sarebbero stati chiamati a supportare Obsidian Nomad, la cattura od uccisione di un importante leader terrorista – si vocifera di Adnan Abu Walid al-Sahraoui, capo di Al Morabitun, recentemente affiliatosi all’ISIS.

L’operazione, in cui era impegnato un reparto misto americano-francese-nigerino, è saltata a causa dello spostamento dell’obiettivo – nome in codice Naylor Road – dal suo accampamento in Niger al Mali.

L’unità di supporto, inviata comunque a raccogliere informazioni, non trovando indizi, ha iniziato il rientro alla base. Dopo aver fatto rifornimento ed una riunione con gli anziani del villaggio di Tongo Tongo (~25 km dal confine maliano) è caduta in un’imboscata “complessa”, tesa da una cinquantina di militanti con armi leggere e pesanti.


Il convoglio si sarebbe immediatamente diviso: il grosso si è ritirato di qualche miglio, mentre un veicolo con quelle che sarebbero poi diventate le vittime, è rimasto isolato. Pensando di potercela fare da soli, la prima richiesta di soccorso degli americani è avvenuta dopo un’ora. In pochi minuti un drone disarmato è giunto sul posto, ma per un vero e proprio supporto aereo c’è voluta un’altra ora, affinché dei Mirages francesi giungessero dal Ciad. Senza contatto radio ed impossibilitati a discriminare i bersagli, i piloti francesi non hanno potuto far altro che sorvolare la kill zone, mettendo comunque in fuga gli aggressori.

Elicotteri francesi ed un aereo di contractors hanno allora evacuato i feriti, per poi tornare a recuperare i caduti. Mancando all’appello il sergente La David Johnson è stato immediatamente dichiarato un Duty Status Whereabouts Unknown (DUSTWUN) – stato transitorio di un operatore in mancanza di elementi sufficienti a dichiararlo morto o disperso – scatenando un’estenuante ricerca. Solo dopo 48 ore un abitante di un villaggio vicino ne ha trovato il corpo a più di un miglio dalla posizione di evacuazione, con mani legate dietro la schiena, segni di tortura ed un colpo alla nuca sintomatico di una vera e propria esecuzione.

Il bilancio è stato quindi di 4 americani e 5 nigerini morti e 2 americani e 6 nigerini feriti; sul campo sono rimasti anche 20 jihadisti. Secondo un militare nigerino il convoglio era insufficientemente armato e preparato. Essi infatti erano dotati di una sola mitragliatrice pesante, senza giubbotti antiproiettile, senza blindature sui veicoli, senza copertura né aerea né di una forza di reazione rapida. Il Pentagono ha riferito che la natura della missione non prevedeva contatti col nemico.

Berretti Verdi in Africa

La principale attività dell’unità nel Paese – Berretti Verdi dell’Operational Detachment Alpha (ODA) – infatti era quella di assistere e consigliare i 30 nigerini. Salvo poi vedersi affidare tutta una serie di incarichi diversi, tra cui quello di cui stiamo parlando.

Il Niger, uno dei Paesi più poveri al Mondo, è da qualche anno di grande rilevanza per la campagna antiterrorista globale di Occidente e Stati Uniti. Dall’indipendenza ottenuta dalla Francia nel 1960, vi si sono avvicendati diversi regimi militari, colpi di stato, istanze indipendentiste ed autonomiste delle popolazioni nomadi del nord del Paese – ribellioni Tuareg degli anni 60, 90 e 2007 – intrecciandosi con secolari ed intramontabili traffici illegali e rapimenti a scopo d’estorsione.


A peggiorar la situazione l’instabilità generale della fascia saheliana e dell’Africa nord-occidentale che vede il Niger circondato, infiltrato ed attaccato da terroristi e guerriglieri provenienti da Libia, Mali e Nigeria. Secondo il Dipartimento di Stato americano vi sono attivi diversi gruppi terroristici tra cui Boko Haram, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), ISIS, il Movimento per l’Unità ed il Jihad in Africa Occidentale, Ansar al Dine ed il Fronte di Liberazione di Macina. A marzo inoltre, dalla fusione di fuoriusciti dalle precedenti organizzazioni, è nata Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin (JNIM).

A partire dal 1993, con l’impopolare e sanguinoso disastro somalo reso celebra dal film “Black Hawk Down”, gli Stati Uniti si sono dimostrati alquanto riluttanti ad intervenire direttamente sul continente africano, preferendo addestrare ed equipaggiare governi e truppe locali. Tuttavia, scarsi risultati ed un ulteriore deterioramento della sicurezza, hanno spinto le forze americane a tornare in massa già ad inizio anni 2000, con ruoli sempre più attivi.

Attualmente sono impegnate nell’Operazione Juniper Shield – precedentemente Operation Enduring Freedom – Trans Sahara (OEF-TS) – indirizzata a “distruggere o neutralizzare” gruppi terroristici affiliati ad Al Qaeda e Stato Islamico nell’Africa nord-occidentale; sostanzialmente uccidendo o catturandone membri di spicco. Una sua sottosezione, Juniper Micron, prevede il supporto ai 4.000 soldati francesi dell’Operazione Barkhane, missione antiterrorismo e di stabilizzazione in Mali.

Secondo dichiarazioni ufficiali, AFRICOM – Comando Africano – annovera una rete di 46 installazioni, tra cui due siti operativi avanzati – Camp Lemonnier, a Gibuti ed un’altra sull’isola britannica di Ascensione, a largo delle coste dell’Africa occidentale – 13 strutture miste e 31 avamposti temporanei. Un aumento di 10 installazioni (+28%) in appena due anni.

In 53 dei 54 Paesi africani riconosciuti dalle Nazioni Unite (principalmente in Niger, Gibuti e Somalia) sono presenti circa 6.000 soldati americani, impegnati annualmente in 3.500 missioni che spaziano da operazioni militari vere e proprie ad esercitazioni, addestramento, programmi ed impegni vari. Il numero di operatori di forze speciali è passato da 450 nel 2012 a 1.300 nel 2017 (su un totale di 8.000 dispiegati globalmente).

Le operazioni che il Pentagono definisce di “advise and assist” – consulenza ed assistenza – risultano spesso indistinguibili da vere e proprie operazioni di combattimento e sono una delle modalità con cui viene stabilita una presenza nei Paesi africani, aggirando procedure congressuali più complesse.

Il Niger, rappresenta quindi l’atteggiamento di guerra permanente degli Stati Uniti nel Mondo, dove le operazioni di combattimento sono condotte con poco od addirittura nessun controllo. Nel Febbraio 2013, l’allora presidente Obama aveva comunicato al Congresso il dispiegamento di un centinaio di soldati americani per la gestione di una struttura per droni di sorveglianza: Air Base 101, a Niamey.


Nel giugno di quest’anno, Donald Trump ha reso noto che il numero di americani è salito a 640 – 800. Una presenza militare decisamente più alta che in ogni altro Paese africano (seguita da quella in Camerun con 300 uomini).

Mentre una parte di essi si trova impegnata con le truppe locali, il grosso sta costruendo la nuova base di droni ad Agadez.

Air Base 201 rappresenta uno dei più grandi progetti nella storia dell’USAF in termini di truppe impegnate nei lavori. Un investimento da $100 milioni che gli Stati Uniti stanno sborsando per pista d’atterraggio, alloggi ed altre strutture di supporto. I lavori, a causa di tempeste di sabbia, alte temperature, malaria, ostacoli logistici ed altro, stanno subendo notevoli ritardi e la previsione di concludere entro l’anno è stata posticipata a metà 2018. Da Agadez non partiranno solo droni per operazioni di sorveglianza, ma anche per attacchi. Nonostante in Niger non vi siano specifiche basi jihadiste, le infiltrazioni dai Paesi circostanti, concretizzatesi in almeno una quarantina di attacchi in un anno, hanno spinto il primo ministro Rafini a concedere agli Stati Uniti l’autorizzazione a colpire.

Il ruolo dei contracors

Ormai da tempo, dove ci sono soldati americani ci sono anche contractors; in particolar modo nell’area di responsabilità di AFRICOM che, fin dalla sua istituzione nel 2008, ha sempre ricevuto meno attenzione rispetto agli altri comandi: forze sparpagliate in ambienti ostili e proibitivi con risorse – mediche soprattutto – limitate.

Ed ecco che, terminata l’imboscata, è intervenuto un aereo della società privata americana Berry Aviation Inc.


Che tipo di servizi aerei abbia concretamente prestato durante l’imboscata non si sa ancora con certezza, tuttavia, il contratto prevedeva il recupero – in aree sicure – di operatori rimasti isolati durante i combattimenti, operazioni CASEVAC (Casualties Evacuation, trasporto di personale in varie condizioni mediche con velivoli di circostanza; differenti dalle MEDEVAC, Medical Evacuation in cui si utilizzano mezzi specifici ed appositamente equipaggiati per fornire cure mediche durante il tragitto) ed aviolanci di rifornimenti. Visto il “basso profilo” voluto da AFRICOM, con l’obbligo di velivoli disarmati e verniciati di bianco per differenziarli da quelli militari, si escludono operazioni di Close Air Support.

Il contratto stipulato dallo US Transportation Command (USTRANSCOM) con Berry Aviation Inc. è di tipo sole source, a prezzo fisso per la fornitura di servizi aerei con un velivolo ad ala fissa ed uno ad ala rotante, di medie dimensioni. Tali velivoli, basati a Niamey, devono esser pronti al decollo in tre ore – riducibili ad una, previo preavviso – per operazioni in Africa settentrionale ed occidentale con relativo personale, equipaggiamento, rifornimenti, strutture, trasporto, utensili, materiali, supervisione, servizio di sicurezza (per proprietà e personale), medici e quant’altro.

Il tutto dal 31 luglio al 31 ottobre 2017 con possibilità di estensione di ulteriori tre mesi, fino al 31 gennaio 2018. Trattandosi di un contratto ponte, vale a dire l’estensione di breve termine di un contratto esistente, è stato attribuito senza gara d’appalto per evitare gap nella fornitura di servizi.Come spiega il relativo decreto di approvazione infatti “In Africa, le condizioni mediche che richiedono CASEVAC sono generalmente collegate a ferite d’arma da fuoco o combattimento” e “non ci sono ambulanze o servizi medici d’emergenza per supportare i militari in queste austere località, se non servizi a contratto. La loro richiesta è talmente elevata che un consueto bando – e relative lungaggini burocratiche da cui non sono esenti nemmeno gli Americani – avrebbero messo a rischio la vita dei soldati in una maniera inaccettabile.”


Già da quattro anni la Berry Aviation, assieme alla subappaltata Air Center Helicopters Inc, era stata ingaggiata per la fornitura di servizi aerei in ben 31 Paesi africani, in contesti ad alto rischio. Il contratto, di cui quello odierno pare proprio esserne una prosecuzione, è stato stipulato a luglio 2013, con un periodo di validità dal 12 agosto 2013 al 27 giugno 2017. Esso si strutturava su di una prima tranche da 10,5 mesi, con tre possibilità di estensione della durata di un anno ciascuna. Il valore iniziale era di $10,725 milioni, saliti a $49 alla fine dei tre rinnovi. L’attribuzione del contratto prevedeva una gara d’appalto attraverso il sito del Federal Business Opportunity, a cui hanno partecipato altre 5 società inviando le proprie offerte.

Ciò che ha giocato a favore di Berry Aviation Inc. sono stati i soddisfacenti servigi già prestati ai militari in contesti difficili come l’Afghanistan od in aeree insulari del Pacifico. Fondata ad Austin, (Tx) nel 1983 è fornitrice infatti di varie agenzie governative già dal 1987, oltre a numerose società private, businessmen e squadre sportive. Attualmente la flotta societaria conta venticinque velivoli tra ala fissa (bimotori a turboelica) e rotante (4 elicotteri UH-72 Lakota).

La Berry si è così trovata a fornire due aerei in grado di trasportare almeno sei passeggeri – o 4 barelle – e 1.200 kg di carico.

Da una pista aerea militare di Ouagadougou, Burkina Faso – altro hub dell’antiterrorismo di Washington – i contractors dovevano esser in volo entro un’ora, alla volta di uno qualunque dei Paesi africani. Più precisamente, per operare contro i gruppi jihadisti della galassia di al-Qaeda ed ISIS in Africa settentrionale e nord-occidentale e contro al Shabaab e l’Esercito di Resistenza del Signore (LRA) in Africa centrale ed orientale.


Nel mirino – o meglio, nei sensori – delle società di contractors sono finiti quindi anche i guerriglieri cristiani. Dal 2009, esse conducono attività d’intelligence per le forze speciali americane con dei Pilatus PC-12s (U-28) su Uganda, Sudan, Sudan del Sud, Repubblica Centrafricana ed altri stati dell’Africa centrale. Decollando da un piccolo aeroporto nei pressi di Entebbe, Uganda questi aerei forniscono informazioni per il contrasto dell’LRA, responsabile di omicidi, rapimenti, mutilazioni e riduzione in schiavitù sessuale di donne e bambini. Il leader, Joseph Kony è ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimi di guerra e contro l’umanità. Nel 2010 il Presidente Obama ha inviato un centinaio di Berretti Verdi nella regione per assistere le truppe; per il rifinanziamento dell’operazione Observant Compass per il 2017 sono stati chiesti al Congresso € 22 milioni.

Ad inizio anno, tre società statunitensi si sono aggiudicate dei contratti del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, del valore complessivo di € 500 milioni, per fornire servizi aerei in altre aree di USAFRICOM dal 01/02/2017 al 31/01/2018: AAR/Airlift Group Inc. (€ 199 milioni), di nuovo Berry Aviation Inc. (€ 199 milioni) e la Erickson Helicopter (€ 95 milioni). Secondo le specifiche governative i velivoli a contratto saranno: almeno due aerei ad Entebbe (Uganda), due a Nzara (Sudan del Sud) e cinque elicotteri a Obo (Repubblica Centrafricana). A fine gennaio, in Repubblica Centrafricana è stato avvistato un elicottero Sikorsky S-61 con a bordo incursori americani.

Dal numero di registrazione si è risaliti alla EP Aviation LLC, società di McLean, Virginia che in passato apparteneva ad Erik Prince (da cui “EP”). Nel 2010 è stata venduta assieme ad altre attività ad AAR, conosciuta anche come Airlift Group; una sessantina di velivoli ad ala fissa e rotante assurti a simbolo di Blackwater in Iraq continuano ad operarvi. Tuttavia, diversamente dai Little Birds dei tempi d’oro, i mezzi attualmente a contratto non saranno né armati né autorizzati a rispondere al fuoco.


Se l’impiego dei contractors dell’aria è ormai assodato – dalla fumigazione delle piantagioni di coca in Colombia ai Little Birds ronzanti nei cieli di Bagdad, fino ai più recenti squadroni di “aggressori” privati dell’USAF– quello che ha suscitato scalpore, stavolta sono i lunghi tempi di reazione e la mancanza di un supporto aereo adeguato a garantire l’incolumità delle truppe sul campo e la buona riuscita delle missioni.

Mentre in teatri operativi “maturi” come Afghanistan e Iraq si possono ottenere supporto aereo ravvicinato od evacuazioni mediche in pochi minuti, nell’area di responsabilità di AFRICOM essi sono inesorabilmente pregiudicati dalla “tirannia della distanza” e dalla scarsità di risorse. Questo nonostante le forze speciali americane sul continente si spingano oltre i propri limiti e dipendano molto più dalle proprie capacità di qualunque altra unità nel mondo.

Il tempo di reazione della Berry Aviation Inc., come da contratto, può variare da 1 a 3 ore; un intervallo che sfora comunque la cosiddetta “Golden Hour” – l’ora d’oro in cui si ha la più alta probabilità che un trattamento medico possa evitare la morte o serie complicazioni in seguito ad una lesione traumatica o l’insorgenza di una patologia – ancora prima del decollo. In Afghanistan per ottenere un’evacuazione medica passano relativamente pochi minuti; in Africa possono volerci addirittura 10 ore, trasformando la “Golden Hour” in più ciniche e concrete “Golden 48 Hours”! Nonostante gli sforzi, secondo il brigadier generale in congedo, Donald Bolduc “non si avrà mai la Golden Hour in Africa; non è possibile,” tuttavia “i comandanti si sono accordati su di un accettabile lasso di tempo.”


Non appena diramata la notizia di un possibile “Missing in Action”, squadre d’intervento rapido preposte sono state attivate – e forse intervenute – da Sigonella (a 7.200 km di distanza) o Gibuti (4.500 km), mentre un altro team di riserva entrava in stato di allerta a Baumholder, Germania (12.100 km).

Tali distanze ragguardevoli sono dovute essenzialmente alla “presenza soft” sul continente voluta da EUCOM prima ed AFRICOM successivamente: né basi né truppe in dispiegamento permanente, almeno ufficialmente. Basti pensare che il quartier generale di AFRICOM si trova in Germania, mentre molte altre sue strutture sono disseminate nel resto d’Europa.

Dopo Bengasi e la morte dell’Ambasciatore Stevens sono state sì create una serie di unità di supporto (tra cui Rota, in Spagna) e migliorati i meccanismi di risposta, tuttavia, alla luce di quanto accaduto, non pare ci siano state apprezzabili variazioni in Africa nord-occidentale: A parte una forza d’intervento rapido a Camp Lemonnier, sulla parte orientale del continente, gli Stati Uniti non hanno presenze né installazioni di una certa consistenza ad occidente. Le operazioni di droni stesse, sebbene abbiano ricevuto molta attenzione mediatica, sono limitate e con dispiegamenti ridotti, lasciando la responsabilità del supporto aereo praticamente ai contractors.

I limiti di Africom

Nel discorso annuale alla Commissione Forze Armate del Senato a Marzo 2017, il comandante di AFRICOM, generale Thomas Waldhauser (nella foto sotto) ha specificatamente lamentato una situazione in cui può solamente soddisfare il 20-30% delle operazioni di intelligence, ricognizione e sorveglianza aeree necessarie, sottolineando anche la mancanza di assistenza medica per le truppe e la completa dipendenza dai contractors per le evacuazioni.


Secondo voci non confermate, prima dell’imboscata di Tongo Tongo sarebbero state avanzate richieste di ulteriore supporto da parte del Comandante delle Operazioni Speciali in Africa; richieste che l’ambasciata di Niamey ha prontamente respinto per timore di ripercussioni politiche, a causa di una “presenza militare nel Paese cresciuta già di ben 8 volte dal 2013”.

Se da una parte ci si lamenta di queste carenze, dall’altra i militari sono preoccupati che tutto il clamore suscitato dalla vicenda non possa far altro che portare maggiori ed impulsive restrizioni sulle operazioni speciali, con una maggior avversione al rischio. Secondo un operatore esperto, focalizzandoci solamente sulle 4 vittime – sempre e comunque tragiche – si rischia di non considerare che un’unità in inferiorità numerica, con risorse limitate è riuscita comunque a sopravvivere ad una pesante imboscata. Gli uomini delle forze speciali conducono attività ed operazioni “speciali”; non possono sottostare a limitazioni imposte per mere questioni di sopravvivenza politica.

Ciò rischierebbe di convertire una missione agile, leggera in qualcosa di molto più goffo e convenzionale come accadeva in Iraq e Afghanistan: “Non potevi lasciare il compound senza sei blindati, molte armi e uomini, dovevi controllare 13 volte, avere ISR [intelligence, sorveglianza e ricognizione aerea] e supporto aereo ravvicinato entro un certo range […]. Se operassimo in questo modo sul continente africano, ci precluderemmo la possibilità di fare molto.”

Un’escalation militare in Niger ed in Africa sarebbe effettivamente vista con riluttanza da un’opinione pubblica americana stanca di guerre ultradecennali in Medioriente e, probabilmente, con ancora vive le raccapriccianti immagini dei cadaveri dei rangers trascinati per le strade di Mogadiscio. Allo stesso modo le popolazioni locali potrebbero risentirsi, temere attacchi neocolonialistici o ritorsioni terroristiche.


Cosa potrebbero fare allora i contractors? Da una parte, in numero e con risorse e poteri adeguati, essi potrebbero ottenere ottimi risultati (vedasi la CASEVAC dell’ambasciatore polacco in Iraq, ferito da un IED nel 2007, valsa ai piloti della Blackwater un’importante onorificenza); dall’altra, loro eventuali perdite, successi o fallimenti potrebbero rimanere occultati dalla più stretta aderenza al segreto aziendale. Alle continue richieste di chiarimenti ed interviste dei media, ad esempio il presidente e direttore operativo di Berry Aviation Inc., Stan Finch, ha immediatamente riferito che tali informazioni “appartengono al cliente”. In attesa che la relativa commissione d’inchiesta faccia luce sui lati ancora oscuri della vicenda, pare evidente l’ennesima necessità di una presenza professionale e discreta.

Foto: US DoD, Specialist Operations, AFP e Africa Command

Mauro Bottarelli - finchè c'è emergenza i mercati sanno che le Banche Centrali cercheranno di stare saldamente al timone se poi questo riuscirà è al di la del divenire

SPY FINANZA/ Il "buco nero" cinese pronto a rispedirci in piena crisi

I mercati hanno festeggiato l'accordo sulla Brexit e le modifiche ai parametri di Basilea. Ma anche le pericolose e brutte notizie che arrivano dalla Cina. MAURO BOTTARELLI

9 DICEMBRE 2017 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

Borse in spolvero ieri, galvanizzate da due notizie: l'accordo fra Ue e Gran Bretagna sul Brexit e le modifiche ai criteri bancari di Basilea III. Piazza Affari, all'ora di pranzo, era maglia rosa in Europa, trascinata proprio dal comparto bancario. Fin qui, la cronaca che sentirete e leggerete ovunque. Ora vediamo la realtà. E partiamo da quanto si può vedere nel grafico più in basso: se tutto è così bello e risolto, perché dopo l'euforia iniziale, la sterlina sul dollaro si è sgonfiata come un soufflé mal riuscito? Per due motivi, entrambi emersi dopo la conferenza stampa di Jean-Claude Juncker e Theresa May, volti segnati dalle occhiaie per la maratona notturna e ottimismo d'obbligo. 

Primo, il capo negoziatore Ue, Michel Barnier, ha detto chiaro e tondo che non ci sono cifre sul conto che il Regno Unito dovrà pagare per la Brexit: «Non ho mai indicato cifre e non comincerò oggi». Di fatto, il Regno Unito contribuirà al bilancio 2019-2020 come se fosse ancora nell'Ue. Barnier ha detto che le cifre «balleranno e che non si può calcolare l'ammontare finale in questo momento»: e non stupisce, visto che siamo talmente in alto mare che quanto emerso nei giorni scorsi vede il conto finale variare dai 55 miliardi di euro paventati da indiscrezioni dei media, a fronte dei 20 miliardi originariamente offerti da Londra e ai 60 miliardi evocati a Bruxelles. Insomma, confusione. Secondo, quello 0,4% di calo della quotazione della sterlina è legato a un'altra dichiarazione, questa volta riferita a funzionari Ue sotto anonimato: «Non è realistico aspettarsi un accordo commerciale fra Ue e Regno Unito prima del marzo 2019». Quindi, su ciò che conta non esiste - in realtà - nemmeno lo straccio di un accordo preliminare. Come al solito, buy the rumors, sell the news. Ma sui giornali di oggi, state certi, sarà un florilegio di ottimismo. 


C'è poi la questione banche. Ovvero, le modifiche alle regole di Basilea III, denominate ora Basilea IV. Il compromesso obbligherà le banche ad aumentare i livelli di capitale, ma gli istituti avranno tempo dal 2022 al 2027 per realizzare le misure richieste: le nuove regole prevedono l'introduzione di un cosiddetto output floor, un livello minimo per le richieste di capitale sugli asset, al 72,5%, con un regime transitorio dal 2022 al 2027. Il livello minimo inizialmente è previsto al 50% (nel 2022) per arrivare al 72,5% nel 2027. «Una pietra miliare che renderà il sistema di patrimonializzazione più solido e migliorerà la fiducia nel sistema bancario», ha affermato giovedì il Presidente della Bce Mario Draghi, in qualità di presidente del Ghos durante una conferenza stampa presso la Banca dei regolamenti internazionali (Bis). Si completa così un capitolo chiave di quel lungo percorso di riforme che la comunità internazionale ha avviato a seguito della crisi globale: «Sono riforme che aiuteranno a ridurre l'eccessiva diversità tra le valutazioni sui rischi e che miglioreranno la paragonabilità e la trasparenza sui livelli patrimoniali delle banche», ha rilevato Stefan Ingves, presidente del Comitato di Basilea. 

Nessun accordo, invece, sul differente trattamento dei titoli di Stato in portafoglio alle banche, paletto molto temuto in Italia, al pari dell'addendum sugli Npl. Negli ultimi anni sono state ipotizzate misure per le banche sui bond pubblici: soprattutto i vertici della Bundesbank e della Vigilanza Bce avevano proposto requisiti di capitale (togliendo la ponderazione zero) e limiti alle esposizioni sovrane, addirittura portando alla creazione di una task force al riguardo, ma le considerazioni finali sono ancora lungi dall'essere approvate, lasciando sul tavolo pro e contro. Insomma, per ora niente cambiamenti alle regole sulle esposizioni ai titoli di Stato. Spiegato il rally di Piazza Affari. In contemporanea, poi, il Fondo monetario internazionale ha però chiesto «un recepimento tempestivo e coerente» del pacchetto di riforme che hanno rafforzato le regole prudenziali sulle banche di Basilea III. Il Fmi «gradisce la finalizzazione del pacchetto di riforme di Basilea III che dà maggiori assicurazioni sul fatto che i rischi principali ai quali il sistema bancario è stato esposto durante la crisi sono ora opportunamente indirizzati e sollecita le autorità nazionali a muoversi rapidamente per implementare queste riforme in modo tempestivo e coerente». 

Ora, partiamo dal bicchiere mezzo pieno della situazione. La notizia è comunque positiva per le banche, ma anche per gli Stati che non vedranno salire i costi di finanziamento per effetto di un differente trattamento dei titoli emessi. Il livello minimo fissato al 72,5% è in linea con quelle che erano le stime degli analisti, i quali valutano positivamente il fatto che non vi siano state modifiche al trattamento dei titoli governativi e che siano stati introdotti dei correttivi per la valutazione dei mutui residenziali. Inoltre, il lungo periodo transitorio delle nuove norme e il livello al 72,5% non dovrebbero portare a scossoni per le banche che hanno 10 anni per adeguare i propri business model e ridurre l'impatto sul capitale. 

Insomma, l'approvazione delle modifiche a Basilea 3 rimuove una delle incertezze regolatorie che hanno caratterizzato il settore bancario ed è positivo il fatto che non siano stati effettuati cambiamenti al trattamento dell'esposizione al rischio sovrano. In più, il periodo di implementazione è piuttosto lungo (9 anni prima della piena applicazione), a detta degli analisti di Banca Imi, «quindi lascia tempo alle banche per adattare i loro modelli di business alle nuove regole ed evitare il rischio di fabbisogni di capitale nel breve». Manca un pezzo, però. Manca il bicchiere mezzo vuoto

Perché la Bce ha ceduto così di colpo, proprio in un periodo in cui invece stava operando con lo spirito del cosiddetto "poliziotto cattivo"? Semplice, perché lo stesso Fmi che ha fatto da contraltare alle nuove norme ha mandato un segnale poco piacevole ai mercati: lo stress test appena concluso sulle banche cinesi ha evidenziato, con notevole ritardo sui report degli analisti indipendenti, un buco potenziale di capitale da 280 miliardi di dollari. E siccome, al netto delle panzane sulla ripresa sincronizzata a livello globale, è sempre e comunque l'impulso creditizio cinese a mantenere in piedi lo schema Ponzi dei mercati, ecco che le Banche centrali, Bce in testa, entrano in modalità "colomba". 

Questi due grafici ci spiegano bene la situazione: al centro del buco nero cinese evidenziato dal Fmi ci sono i famigerati prodotti di gestione del risparmio, di fatto bombe a orologeria esattamente come i derivati. Certo, i calcoli del Fondo si basano su uno scenario particolarmente severo e le perdite sarebbero pari - al massimo della negatività - al 2,5% del Pil cinese, ma sono gli scossoni sistemici sui rapporti di controparte e il crollo della credibilità nello scudo delle Banche centrali a far paura. Anche se i rischi del Dragone fossero di minore entità. Il secondo grafico, poi, parla chiaro: la Cina ormai è ben oltre il concetto di too big to fail, è l'architrave stesso del minimo di stabilità che ancora i mercati e l'economia ultra-finanziarizzata stanno vivendo. Leva la massa creditizia di Pechino, al netto dell'esportazione di deflazione che è il prezzo da pagare, e il grande inganno globale del Qe come stimolo salvifico crollerebbe come un castello di sabbia



Di fatto, l'euforia di ieri è basata sul concetto malato di nuova stabilità nato dalla crisi del 2008: finché c'è emergenza si festeggia, perché significa che le Banche centrali resteranno al timone. E per ingenerare sempre nuova emergenza, occorre proseguire con la politica dell'azzardo morale. Un cane che si morde la coda. E che, prima o poi, smetterà di girare come una trottola e crollerà al tappeto, esausto e con la lingua a penzoloni. Festeggiamo pure l'accordo sul Brexit e il ridimensionamento di Basilea III, ma occorre essere consapevoli di cosa sta realmente dietro quei risultati e quelle scelte. Altrimenti, si rischia davvero di celebrare in pompa magna il proprio funerale.

Gerusalemme - una imbecillità nessuna strategia geopolitica ma solo il bisogno di esaudire i desideri del genero

Dal Papa all’Iran e al resto del mondo: condanna unanime alle dichiarazioni di Trump su Gerusalemme

8/12/2017


MEMO. I politici e leader religiosi di tutto il mondo si sono uniti nel condannare l’annuncio provocatorio del presidente statunitense Donald Trump che vede gli USA riconoscere Gerusalemme capitale di Israele. Il destino della Città Santa è stato deciso in un discorso diffuso il 6 dicembre, ma i leader mondiali si stanno opponendo fermamente, temendo caos e rivolte nella regione.

L’ambasciatore palestinese nel Regno Unito, Manuel Hassassian, ha espresso il proprio dissenso in un’intervista alla radio della BBC. “Se intende davvero ciò che dice su Gerusalemme capitale di Israele, dirà addio per sempre alla soluzione a due stati”, ha affermato Hassassian.

Il diplomatico palestinese non ha usato parole dolci nel dire all’intervistatore “sta dichiarando guerra al Medio Oriente, a 1,5 milioni di musulmani [e] centinaia di milioni di cristiani che non accetteranno che i luoghi sacri siano soggetti completamente all’egemonia israeliana”.

L’Autorità Palestinese (ANP) ha dichiarato che abbandonerà tutti gli accordi precedenti con le amministrazioni statunitensi se l’ambasciata americana sarà spostata a Gerusalemme. Ha avvertito inoltre che “cambiare le politiche americane e lo status quo a Gerusalemme avrebbe conseguenze pericolose”.

Le preoccupazioni sulle conseguenze di una mossa così unilaterale sono condivise in tutta la regione. La Giordania, su cui pende il dovere storico di mantenere lo status quo dei luoghi sacri a Gerusalemme, ha avvertito di possibili ripercussioni. “Spostare l’ambasciata a questo punto avrà conseguenze sui palcoscenici palestinesi, arabi e islamici e minaccia la soluzione dei due stati”, ha dichiarato il Re Abdullah durante gli incontri con i Membri del Congresso statunitensi. Ha continuato dicendo che tale mossa comporterebbe solo la fine della soluzione dei due stati.

In precedenza, questa settimana la Lega Araba aveva tentato di frenare l’annuncio con una dichiarazione in cui metteva in guardia sull’avanzamento del terrorismo con una decisione che pregiudica le leggi internazionali e sfida millenni di storia della regione. Qualunque mossa degli Stati Uniti che riconosca Gerusalemme come capitale di Israele alimenterebbe estremismo e violenza, ha dichiarato il Segretario Generale della Lega Araba, Ahmed Aboul Gheit.

Nonostante le divisioni nella regione, i leader arabi si mostrano uniti sul destino di Gerusalemme. “[il piano di Trump] è preoccupante e ha conseguenze pericolose sul processo di pace, sicurezza e stabilità nella regione”, ha affermato l’inviato del Kuwait alla Lega Araba, Ahmed Al-Baker. “Il diritto storico di sovranità sulla Città Santa è dei palestinesi”. Ha rinnovato inoltre l’appoggio del suo Paese ai diritti dei palestinesi su Gerusalemme e gli altri territori occupati nel 1967.

Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, è stato uno dei critici più accesi del piano, dicendo agli USA e a Israele che il cambiamento dello status di Gerusalemme è una “linea rossa per i musulmani”. Erdogan ha dichiarato al parlamento che la risposta del suo Paese “potrebbe portare anche a interrompere tutti i legami diplomatici con Israele”.

Le figure religiose più importanti si sono fatte avanti per mettere in guardia contro il provvedimento sbagliato di Trump. L’autorità religiosa egiziana di Al-Azhar ha affermato che il riconoscimento statunitense di Gerusalemme capitale d’Israele “minaccia la pace mondiale”. Nella sua dichiarazione, una delle maggiori personalità islamiche mondiali ha affermato che “l’intenzione degli USA di riconoscere Gerusalemme capitale d’Israele infiammerebbe l’opinione pubblica tra i musulmani, minacciando la pace e diffondendo odio in tutto il mondo”. La Chiesa copta ortodossa egiziana ha espresso allo stesso modo preoccupazioni sulle intenzioni di Trump, dichiarando che “contraddicono tutte le legittimazioni internazionali e le risoluzioni su Gerusalemme”, e avranno effetti negativi sulla stabilità del Medio Oriente nel mondo.

Le voci di disperazione sono state udite anche in Vaticano. Papa Francesco, di solito cauto nel fare dichiarazioni politiche, ha parlato della decisione di Trump durante la sua udienza settimanale a Piazza S. Pietro, chiedendo di “rispettare lo status quo della città”. Il pontefice argentino, 80 anni, ha proseguito dicendo: “Non posso nascondere la mia profonda preoccupazione per la situazione che si è creata negli ultimi giorni e, allo stesso tempo, faccio un appello accorato all’impegno di tutti nel rispettare lo status quo della città, in conformità con le risoluzioni ONU attinenti”.

Il suo sentimento è stato condiviso dall’Iran, che ha ribadito che “non mostrerà tolleranza” verso nessun cambiamento dello status della città, luogo sacro per Islam, Cristianesimo ed Ebraismo.

Con una condanna globale quasi unanime, le motivazioni dietro una mossa unilaterale così aggressiva da parte di Trump sono sotto esame. Secondo i critici, egli sarebbe disposto a compromettere la pace, la sicurezza e la stabilità internazionale pur di tranquillizzare i suoi sostenitori di destra, tra cui finanziatori miliardari pro-Israele come Sheldon Adelson, i sionisti cristiani evangelici e membri dei gruppi di pressione pro-Israele, la maggior parte dei quali è molto vicina al presidente.

Sembra che Trump dimentichi la Storia di Gerusalemme, come anche il diritto internazionale e le precedenti politiche statunitensi. Nonostante le pretese secondo le quali Gerusalemme e l’intera Cisgiordania sarebbero “territori contesi” il cui futuro sarà deciso attraverso negoziazioni, lo status dei Territori occupati non potrebbe essere più chiaro per il diritto internazionale. Inoltre, gli eventi storici non potrebbero essere più cristallini: Israele ha conquistato quasi tutta Gerusalemme e dintorni nel 1967. In seguito, ha annesso queste regioni illegalmente. I poteri dell’occupazione, secondo lo Statuto ONU e le Convenzioni di Ginevra, non sono autorizzati ad annettere i territori occupati, normative messe in atto per scoraggiare azioni imperialiste e colonizzatrici. Tenendo a mente ciò, la Gerusalemme Est palestinese appartiene a Israele come la città francese di Nizza apparteneva a Mussolini, che annesse il territorio francese a quello italiano con una mossa militare durante la Seconda Guerra Mondiale.

La Stampa, covo dei sionisti ebrei, crea fake news ma non viene sanzionata

8 DICEMBRE 201716:00
Salvini replica a Biden: italiani e non Putin faranno perdere Renzi


"Renzi ha perso il referendum e perderà le elezioni, perché gli italiani hanno buon senso, non perché lo vuole Putin". Lo afferma il segretario della Lega, Matteo Salvini, commentando le dichiarazioni dell'ex presidente Usa Joe Biden sulla presunta intromissione di Mosca nella politica italiana. "Un buon rapporto con la Russia è strategico per l'Italia, le sanzioni contro Mosca sono una follia che toglieremo. Il resto è fake news", sottolinea.

Gerusalemme - Il tempo forse potrebbe rimarginare la ferita ma rimarrà una cicatrice larga e ben visibile, nessuna illusione

Gerusalemme: la rabbia del mondo musulmano contro Trump

Euronewsultimo aggiornamento: 08/12/2017

Proteste in vari Paesi venerdì, giorno della principale preghiera per i musulmani, contro il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele pronunciato dal presidente statunitense.


Nei Paesi islamici e arabi la decisione di Donald Trump suscita indignazione: a Istanbul, in Turchia, oltre tremila persone hanno protestato contro il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele.

Rabbia anche nel campo profughi palestinese Jaramana in Siria venerdì, giorno della preghiera principale per i musulmani. Proteste anche in Libano e in Giordania, unico Paese arabo assieme all'Egitto ad aver siglato la pace con Israele.

"Al Quds (nome arabo per Gerusalemme) è la capitale della Palestina" hanno scandito i manifestanti a Kabul, in Afghanistan, dove sono state bruciate bandiere israeliane e statunitensi.

"Vogliamo che tutti i musulmani del mondo si uniscano e annuncino la Jihad contro gli Stati Uniti e Israele" dice un manifestante.

Centinaia di musulmani sono scesi in strada anche al Cairo, la capitale dell'Egitto, dopo la preghiera alla moschea al-Azhar. Uno di loro afferma: "Il presidente Trump deve sapere che la Palestina è nei cuori di tutti gli arabi, di tutti i musulmani e di ogni persona libera nel mondo".

In segno di protesta l'imam Ahmed al-Tayeb ha annullato l'incontro con il vicepresidente statunitense Mike Pence previsto per il 20 dicembre affermando che "non si discute con chi ruba i diritti alle persone".

Gerusalemme - il sionismo ebraico vuole il grande Sion e deve, in primis, fare il genocidio del popolo palestinese

TERZA GUERRA MONDIALE/ Lo stato palestinese, merce di scambio tra Sauditi e lobby ebraiche

Mentre i palestinesi scendono in strada e Hamas proclama l'intifada, cominciano a svelarsi i retroscena internazionali delle parole di Trump. LUCIO CARACCIOLO

08 DICEMBRE 2017 INT. LUCIO CARACCIOLO
Paolo Vites

Gerusalemme (LaPresse)

Primi incidenti e scontri fra palestinesi e soldati israeliani, come era prevedibile, dopo la dichiarazione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come sola capitale dello stato israeliano. Preoccupa di più però la dichiarazione di Ismail Haniyeh, leader di Hamas, che ha annunciato per oggi l'inizio della nuova intifada: "domani (oggi, ndr) sarà il giorno dell'ira e l'inizio della nuova intifada chiamata 'liberazione di Gerusalemme'". Per Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica Limes, in questa conversazione con ilsussidiario.net, "se Trump ha fatto questa mossa per accattivarsi quella parte della lobby ebrea americana che spinge per questa soluzione, dal punto di vista internazionale chi muove le fila è l'Arabia Saudita che ha già detto ai palestinesi di rinunciare a Gerusalemme e accontentarsi di uno stato minimale".

Caracciolo, annunciando Gerusalemme "capitale di Israele", Trump ha detto che lavorerà per la pace. Che senso ha dire una cosa del genere, visto che invece sta per aprirsi una crisi internazionale dalla portata imprevedibile?

Sono parole che significano solo un abbellimento retorico privo di contenuto. Non c'è nessuna vera negoziazione in corso né sopra né sotto il tavolo al momento fra le parti in causa.

Dunque qual è la sua ipotesi per una tale mossa?

Trump fotografa una realtà che è già sul terreno e cioè che Gerusalemme è israeliana di fatto. Il motivo per cui ha detto quello che ha detto è essenzialmente per ragioni di politica interna.

Cioè?

Per ripagare ed essere ulteriormente pagato anche per la sua prossima campagna elettorale da quella parte della lobby ebraica americana che preme per questa soluzione. Poi ricordiamoci del ruolo fondamentale che ha avuto in tutto questo il genero di Trump, Kushner, per i suoi legami con la destra israeliana.

Tutto qui? Una tale crisi per garantirsi la rielezione?

No, non è tutto qui. Dal punto di vista internazionale la pista più interessante è quella saudita.

Cosa intende?

Al di là delle dichiarazioni di circostanza contro Trump c'è la notizia di movimenti da parte del famoso figlio del re saudita, Mohammed bin Salman, il quale ha avuto dei colloqui tempestosi con la leadership palestinese dicendo loro che devono mollare su tutte le loro richieste. In sostanza ha detto loro che devono accontentarsi di uno staterello, quello che avanza della Cisgiordania, senza continuità territoriale e senza Gerusalemme capitale, e smetterla di protestare. Ha anche minacciato il presidente dell'autorità palestinese Abu Mazen di farlo fuori e di mettere al suo posto un politico palestinese considerato intrinseco a Israele. Insomma, in questa vicenda esplosa con le parole di Trump ci sono movimenti da parte saudita di prima importanza.

Si parla peraltro da tempo di un asse Israele-Arabia contro l'Iran...

Infatti. E l'attore più scatenato non è Israele ma l'Arabia Saudita, che cerca di mobilitare americani e israeliani contro il suo nemico regionale, l'Iran.

Ci sono già scontri in atto, il leader di Hamas ha proclamato una nuova intifada: ci sarà una escalation di violenze?

Questo è probabile, certamente dal punto di vista della sicurezza degli israeliani questa dichiarazione di Trump non è garanzia di sicurezza. Inoltre ci saranno violenza e terrorismo anche altrove. Oggi Israele e il mondo arabo sono meno sicuri di ieri.

I paesi islamici come si muoveranno, in particolare la Turchia?

Erdogan nella sua megalomania ha sempre avuto e mantiene l'idea di rappresentare non solo il sultanato ottomano ma anche il califfato islamico. Vuole proporsi come protettore della Città Santa, ma siamo nel campo della retorica non in quello della realtà.

Quali sviluppi prevede?

Prima di vedere l'ambasciata americana a Gerusalemme, se tutto va secondo l'idea di Trump, ci vorranno anni e probabilmente non se ne farà nulla.

Nel frattempo si può realisticamente sperare in un dialogo fra Israele e palestinesi?

Certo, anche se non si sa quale palestinese potrà averne il titolo per farlo.

Nicola Gratteri - anche le terre sono sotto la giurisdizione 'ndranghetista

Operazione Pietranera, Gratteri: "'Ndrangheta ancora fortemente interessata a latifondi" - VIDEO


Catanzaro - "Così come ai tempi della picciotteria la 'ndrangheta continua a essere fortemente interessata al controllo del latifondo". Lo ha sostenuto il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri nel corso della conferenza stampa tenutasi per illustrare i risultati dell'operazione "Pietranera" condotta dalla Squadra mobile. "Il controllo di un territorio - ha aggiunto Gratteri - passa non solo attraverso i centri abitati ma anche attraverso le aree agricole. Inoltre i clan guadagnano sulle terre imponendo la guardiana, una vera e propria estorsione, e l'assunzione di affiliati. In questo modo la cosca riesce a infiltrarsi nella gestione dei terreni fino a controllare le aziende agricole e a lucrare anche sui contributi pubblici". Nel corso dell'indagine è emerso come una nobile famiglia di proprietari terrieri per oltre vent'anni abbia avuto come "interlocutori i Gallelli Macineji che - ha spiegato il procuratore aggiunto Vincenzo Luberto - gli contendevano le risorse economiche con metodi mafiosi". La genesi delle indagini, ha detto l'aggiunto Vincenzo Capomolla, si deve ad alcune intercettazioni avviate dall'autorità giudiziaria subito dopo gli arresti effettuati nel 2015 nei confronti proprio del clan Gallelli.

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"Quei dialoghi captati - ha aggiunto Capomolla - hanno consentito di carpire gli interessi della cosca sui terreni e di svelare come nonostante gli arresti domiciliari il boss continuasse a impartire prescrizioni agli affiliati sulla gestione delle terre". Gli affiliati, secondo il capo della Mobile Nino De Santis, "da custodi sarebbero diventati poi padroni dell'azienda agricola pretendendo di esercitare diritti sull'intero latifondo". Il questore Amalia Di Ruocco ha sottolineato l'importanza delle dichiarazioni delle vittime che hanno dato conferma agli esiti delle attività di indagine. "La popolazione calabrese - ha detto - deve sapere che non è sola, lo Stato può vincere se si collabora".

Ilva - Inammissibile che un ministro ricatti, è stato proprio il ricorso a costringerlo ad aprire un tavolo per sentire i pareri degli enti locali sulla sanificazione del processo produttivo

TARANTO
Ilva, Calenda: sindaco ritiri 
subito ricorso, o salta tavolo

07 Dicembre 2017


ROMA - «La convocazione con l’ordine del giorno condiviso è uscita ieri, mi aspetto che il ricorso venga ritirato immediatamente» dal sindaco di Taranto. Lo ha detto il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda a 'Focus Economià su Radio24, «altrimenti il tavolo non si fa, o ci occuperemo di quei problemi ma senza un confronto che non può essere in parallelo nelle aule di tribunale».

Calenda ha ricostruito l’esito dell’incontro avuto nei giorni scorsi a Taranto con il sindaco: «insieme tiriamo un ordine del giorno della riunione istituzionale di Taranto, facciamo una dichiarazione congiunta in cui si dice questo è l’ordine del giorno, appena ricevo la dichiarazione formale ritiro il ricorso». «Ieri ho mandato la convocazione formale con quell'ordine del giorno - ha detto Calenda -, sto aspettando di sapere se, ma immagino che sarà così, il sindaco terrà fede a ciò che ha detto, e cioè ritirare il ricorso perché non si può aprire un tavolo e discutere di cose che si discutono parallelamente al tavolo e in un tribunale».

CALENDA: COLPISCE IL SILENZIO DI PD E FI SU ILVA

C'è un «silenzio eclatante» della politica sulla «malattia italica» per cui si vuole tutto ma non si decide mai nulla. Lo ha detto il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda a 'Focus Economià su Radio24, che si è detto «molto, moltissimo» colpito dal silenzio di Pd e Forza Italia sull'Ilva.

«Mi colpisce moltissimo. Anche perché - ha spiegato - il Governo ha fatto una battaglia per cercare di trovare un investitore importante che mettesse a posto la parte ambientale. Il livello di questa parte ambientale è enorme. Se neanche su questo si smuovono i partiti non populisti che parlano tutto il giorno di un Truman show incomprensibile sulla responsabilità, le banche. Questa è vita reale di persone ma anche un pezzo del Pil dell’Italia molto significativo e la competitività dell’Italia».

Al conduttore che chiedeva perché Berlusconi e Renzi stanno zitti, Calenda ha risposto: «Non lo so, non ne ho idea, e la cosa mi lascia molto perplesso. Forse perché questo è uno di quei casi in cui si deve prendere una posizione su un fatto reale, complesso. Non è uno slogan ma un’operazione industriale. Forse perché lo sta portando avanti questo Governo».

Giulio Sapelli - E' pazzesco, questi vogliono depredare per legge creata da tecnocrati euroimbecilli

RIFORMA EUROZONA/ Il piano autoritario per impoverirci tutti

La Commissione europea ha presentato ieri la proposta di riforma dell’Eurozona. Una pericolosa camicia di forza pronta a far scoppiare una crisi, spiega GIULIO SAPELLI

07 DICEMBRE 2017 GIULIO SAPELLI

Jean-Claude Juncker (Lapresse)

È stato presentato il piano di riforma dell'Eurozona. La proposta è solo apparentemente complessa, perché se si supera l'ossimoro di formulazioni come le seguenti: "si perseguirà l'integrazione della 'sostanza' del trattato fiscale", ma "tenendo conto della flessibilità del patto di bilancio", che sono una vera e propria sfida al senso comune, non si può non rimanere sconcertati dinanzi alla mancanza di consapevolezza dei problemi europei reso manifesto dal presidente Juncker e dai suoi colleghi commissari.

La proposta più vaga ma più inquietante è quella di inserire il Fiscal compact che, non dimentichiamolo, è un trattato internazionale vero e proprio, nelle leggi europee, dimenticando che il Fiscal compact stesso è oggetto di critiche feroci da parte di una ristrettissima ma qualificata élite di economisti internazionali e da una parte sempre più crescente dell'opinione pubblica, che si dibatte nella ricerca di una quota crescente di flessibilità rispetto alle bronzee leggi dell'Unione Europea. Nessuna di queste critiche è mai giunta ai soloni della tecnocrazia europea? Evidentemente no, se si prosegue nella linea di continuare nell'ambita entropia europea giungendo addirittura a preconizzare la creazione di un Fondo monetario europeo di cui non si sente assolutamente il bisogno. L'esistenza del Fondo monetario internazionale, oltre a essere un elemento essenziale dell'interrelazione economica globale, consente all'Europa di non dipendere unicamente dalle ricette teutoniche dell'austerità che stanno sradicando il welfare europeo e aumentando i livelli di disuguaglianza tra sistemi economici nazionali e classi e ceti nelle aree più deboli dell'Europa, come sfortunatamente dimostrano i recenti dati dell'Istat e del Censis in Italia.

Ma vi è di più: Juncker sollecita la creazione di quell'unico ministro delle Finanze che significherebbe porre una pietra tombale sulle speranze di modificare la parte meno positiva dell'incastellatura tecnocratica europea, ossia quella che assicurerebbe, se ciò si realizzasse, una sorta di soluzione finale in merito alle politiche economiche europee e alla sottrazione di costituzionalità che l'Ue sta via via realizzando senza che un nuovo ordine costituzionale europeo sia stato legittimamente creato. È pazzesco, inoltre, porre così le basi di un ordinamento bancario ancora più rigido e non rispettoso, salvo che per la Germania, delle diversità istituzionali e proprietarie degli intermediari finanziari.

Insomma, la camicia di forza europea la si vorrebbe far indossare al più presto ai popoli europei. Sarebbe l'inizio di una crisi economica e sociale drammatica stravolgendo forse per sempre ciò che rimane della democrazia in Europa.

Mauro Bottarelli - la Bce compra spazzatura viene chiamata quantitative easing

SPY FINANZA/ La spazzatura nei bilanci della Bce

La Banca centrale europea ha comprato diversi bond di aziende, tra cui quelli di Steinhoff, società che sta affrontando difficoltà molto serie. MAURO BOTTARELLI

08 DICEMBRE 2017 MAURO BOTTARELLI

Mario Draghi (Lapresse)

Come volevasi dimostrare, la Commissione d'inchiesta sul sistema bancario si è tramutata in un bar sport pre-elettorale, un vergognoso uno contro tutti dove la prima vittima è proprio la verità che i risparmiatori truffati chiedono a gran voce. L'affaire Ghizzoni-Boschi ha innescato un vergognoso mercato delle vacche, un caravanserraglio dove chi grida di più pensa di ottenere il massimo. Ed ecco che, per sbloccare l'impasse creatosi, mercoledì la presidenza è stata obbligata ad accettare e calendarizzare le richieste di tutti: ci sarà appunto Federico Ghizzoni, atteso pare prima di Natale ma anche, su richiesta Pd, i vertici delle banche venete - in audizione pubblica -, oltre ai ministri dell'Economia del passato, da Tremonti a Grilli fino a Saccomanni e, ultima richiesta di un isterico Matteo Orfini, anche Mario Monti. Questo, oltre a Visco, Vegas e Padoan, già calendarizzati a Palazzo San Macuto prima di Natale: dormiranno lì? Sacchi a pelo per tutti? Oppure questa gara alla sovrabbondanza serve soltanto a intasare i lavori e mandarli in tilt, così saranno tutti contenti? 

Perché si sa, avendo i tempi contingentati, c'è il duplice rischio: pochi minuti per un argomento così complesso o, addirittura, qualcuno che rimane fuori. Quindi, c'è il rischio del colpo di spugna. Ma non basta. Renato Brunetta, vice-presidente della Commissione, ha polemizzato con il Mef riguardo i documenti relativi ai cosiddetti "derivati di Stato", a suo modo di vedere non ancora giunti. Et voilà, ieri pomeriggio lo stesso ministero comunicava l'invio. Ormai è guerra per bande, volano gli stracci: «Nel 2011 fu golpe e sapremo la verità», ha tuonato lo stesso capogruppo di Forza Italia. Era forse questo il mandato statutario della Commissione? 

E sapete cosa succede alla Bce, sancta sanctorum del sistema bancario, mentre a Roma giocano alla campagna elettorale sulla pelle (e sui soldi) dei truffati? Qualcuno avanza dubbi. Pesanti. Il nome che è meglio che vi stampiate in testa, perché potreste sentirne parlare a breve, è Steinhoff International Holdings NV, sconosciuta in Italia ma molto nota altrove in Europa. Si tratta di un conglomerato retail che controlla Conforama in Francia, Mattress Firm negli Usa e Poundland nel Regno Unito. Bene, mercoledì il Ceo del gruppo si è dimesso senza preavviso a seguito di irregolarità legate all'accountability, mentre il board ha annunciato un ritardo indefinito nella prospettazione dei risultati finanziari del gruppo, citando un'inchiesta fiscale tedesca risalente al 2015. Insomma, guai per un gruppo con le radici in Sud Africa ma rapidamente espansosi in Australia, Europa e Stati Uniti. 

Direte voi, cosa c'entra tutto questo con la Bce? Un attimo e ci arrivo. Mercoledì, a seguito delle novità, il titolo della Steinhoff ha perso un sobrio 72% alla Borsa di Francoforte, bruciando qualcosa come 7 miliardi di euro di valore, prima di chiudere su dai minimi di giornata a -64% e 1,08 euro per azione: nel dicembre 2015, quando debuttò al Dax, l'azione quotava 5,075 euro. Ma più che il titolo azionario, è il bond di Steinhoff a preoccupare. Per l'esattezza, 800 milioni di unsecured bonds con scadenza 2025 crollati di 41 centesimi sull'euro, a 42 centesimi, prima di rimbalzare modestamente. A fare sensazione è il fatto che quei bond furono emessi solo sei mesi fa, a inizio luglio e avevano un investment grade di Baa3 garantito da Moody's. 

E sapete chi ha acquistato quei bonds, di cui si parla tanto nelle sale trading e non certo con toni ottimistici o entusiastici? Ve lo dice il grafico qui sotto: proprio la Bce. E in gran quantità, stando ai numeri non smentiti resi noti da Ubs. Numeri non confermati nel controvalore da un funzionario dell'Eurotower mercoledì a Bloomberg: «Ne deteniamo alcuni», la risposta. Sono molti, invece. Ma non spaventi la perdita potenziale, non è certo questo il problema. Primo, la Bce avrebbe comprato i bonds a luglio, proprio nel corso dell'emissione. Secondo, l'acquisto sarebbe avvenuto bypassando il mercato secondario e direttamente da Steinhoff: insomma, monetizzazione senza backdoor. Quindi, abbiamo la certezza che le tremebonde obbligazioni del conglomerato retail fanno parte dei 129 miliardi di euro di controvalore di bond corporate acquistati finora dalla Bce, ricordando che la nuova fase di operatività - quella sull'obbligazionario privato - è partita soltanto nel giugno 2016. 


Insomma, si è acquistato con il badile per cercare di sostenere e implementare l'economia reale dell'eurozona. Ed ecco la nota di discrimine. Statutariamente, la Bce non poteva acquistare bond senza investment grade, ma il problema del rating è stato bellamente bypassato, visto che una sola agenzia o un solo notch di conferma sono stati sufficienti a garantire acquisti con il badile di carta di aziende di fatto decotte. Resta però un problema, legato a doppio filo all'annuncio stesso, nel marzo 2016, del programma di acquisto corporate denominato Cspp: cosa accadrà ai bond comprati e messi a bilancio dalla Bce, se o quando questi subiranno un downgrade a livello junk, ovvero non monetizzabile e contabilizzabile a bilancio dall'Eurotower? 

Lo scopriremo a breve, visto che questo pare il destino cui sta per andare incontro Steinhoff con la sua carta a scadenza 2025. Non c'è obbligo di vendita, ma c'è dell'altro: se Steinhoff andrà in bancarotta, il suo debito diventerà equitized? Ovvero, la Bce dovrà comprare equity della nuova Steinhoff che nascerà dalla riorganizzazione, qualcosa che l'Eurotower non ha affatto mandato statutario e politico per fare? Moody's ha fatto capire che il rating Baa3 non durerà ancora per molto, poi si scenderà al livello "spazzatura". A quel punto, la Bundesbank non chiederà conto di nulla, a vostro modo di vedere? Soprattutto alla luce di quanto evidenziato in questo grafico: stando a dati di venerdì scorso, la Bce ha a bilancio il corrispettivo del 40% del Pil europeo. E cosa mantiene spread e rendimenti bassi nell'eurozona? Proprio la credibilità e lo scudo della Bce. E quando scoppierà la mina antiuomo Steinhoff, cosa succederà? Effetto domino? 


Sempre Ubs, attraverso questi grafici ci dice che in base al breakdown di rating degli acquisti, nel bilancio della Bce gravano 26 cosiddette fallen angels, aziende i cui bond sono ormai equivalenti a "spazzatura" - rating BB+ o meno - per un ammontare di 18 miliardi di euro di debito nozionale. Il tutto, nel silenzio generale. Ma un silenzio che non durerà ancora molto, posso garantirvelo. Perché il mandato di Draghi si accorcia e le dinamiche all'interno dell'eurozona stanno mutando rapidamente. Molto rapidamente. 


Qualcuno dica a Orfini e ai suoi sodali che questa potenziale bomba innescata potrebbe scoppiare in primavera, magari pre-annunciata da tremori in contemporanea con il voto: far volare gli stracci in sede di Commissione, gettando al vento il residuo di credibilità di istituzioni come Bankitalia o degli istituti di credito, significa spararsi su un piede per quattro voti o l'onore di Maria Elena Boschi. Si fidi, non ne vale la pena. Qui ci si fa male davvero.

Gerusalemme - Le certezze dell'imbecillità aumentano

Gerusalemme, la Cina preoccupata 
per la decisione di Donald Trump

DIC 7, 2017 

Il progetto del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di riconoscere Gerusalemme quale capitale dello Stato di Israele, spostando fisicamente l’ambasciata Usa da Tel Aviv, preoccupa la Cina. “Siamo preoccupati per una possibile escalation di tensioni” in Medio Oriente, ha detto il portavoce del ministro degli esteri cinese, Geng Shuang, confermando quanto già più volte detto da Pechino sulla volontà di avere un Medio Oriente il più possibile stabilizzato. “Tutte le parti coinvolte devono avere a cuore la stabilità della regione ed essere prudenti nelle loro azioni e nelle loro dichiarazioni, evitare di minare le basi di una risoluzione della questione palestinese e astenersi dal generare un nuovo scontro nella regione”. Così ha detto lo stesso portavoce che ha concluso ricordando come la Cina abbia sempre promosso il processo di pace in Medioriente, sostenendo la giusta causa” del popolo palestinese e il suo diritto ad avere uno Stato sovrano, indipendente e basato sulle frontiere decise nel 1967. Uno Stato che avrebbe Gerusalemme est come capitale.

A fare eco a queste preoccupazioni del governo cinese, ci ha pensato l’organo ufficiale internazionale del partito, il Global Times, che in un editoriale, ha voluto indicare tutti i pericoli che potrebbero scaturire dalla decisione finale di Donald Trump sul riconoscimento della nuova capitale di Israele. Secondo il quotidiano online cinese, “le decisioni di Trump spezzeranno la situazione relativamente calma tra la Palestina e Israele e riscriveranno il panorama politico in Medio Oriente”. Il ragionamento che fa il quotidiano cinese, e che dunque è quello che filtra dai palazzi di Pechino, è che con i tumulti delle Primavere arabe, i vari scontri tra musulmani sciiti e sunniti che infiammano il Medio Oriente dalla penisola arabica alla Siria e l’Iraq, la guerra allo Stato islamico e le ribellioni in Siria, la questione palestinese si era mantenuta sostanzialmente equilibrata. Un equilibrio precario, certamente, dove non sono mancati momenti di alta tensione, proteste e morti, ma che si è sempre riuscito a sedare riportandola alla tranquillità armata che caratterizza quella terra da molti decenni. Adesso, la decisione di Trump rischia, in sostanza di riportare al centro del Medio Oriente un problema che si stava risolvendo quasi da solo, in una sorta di stallo permanente, con la possibilità di sbocchi diplomatici che mettessero dei punti fermi nella disputa arabo-israeliana.

Trump “sta agitando un nido di vespe dice il Global Times. E probabilmente è proprio questo il timore di Pechino, che in Medio Oriente ha intenzione di penetrare attraverso progetti infrastrutturali e accordi economici che coinvolgono sia gli Stati arabi che Israele. E si teme in particolare la possibilità che oltre all’esplosione di nuove rivolte mediorientali e nuova instabilità, si riaccenda anche la possibilità di una rinascita del terrorismo islamista in chiave anti-americana. Perché se prima si poteva credere che molti Paesi arabi e musulmani potessero ritenere plausibile un compromesso con gli Stati Uniti nell’ottica di una presa di potere di forze più o meno moderate, ma facilmente manovrabili e meno inclini allo scontro ideologico, adesso c’è il serio rischio che si riaccendano i cuori dei molti movimenti radicali in tutti i Paesi della regione. Pericolo che a Pechino è visto con estremo interesse dal momento che per giungere all’Europa e al Mediterraneo, la Nuova Via della Seta deve attraversare Paesi che hanno una forte ostilità con gli Stati Uniti e con Israele e che potrebbero presto incendiarsi.

Ma quello che preoccupa Pechino non è soltanto il Medio Oriente. È anche il fatto che The Donald, piaccia o non piaccia, sta effettivamente compiendo le promesse elettorali. Aveva detto che si sarebbe sfilato dagli accordi internazionali, commerciali e politici, che ledevano gli interessi economici americani, e l’ha fatto. Aveva detto che il 5+1 con l’Iran non gli piaceva e ne ha promosso la decertificazione. Aveva promesso il travel ban e la forte ostilità nei confronti dell’Iran e l’ha fatto. E adesso è arrivata la decisione su Gerusalemme, promessa in campagna elettorale ma mantenuta in stand-by fino a nuovo ordine durante il primo anno di mandato. E se Trump continua a mantenere le sue promesse, tirando avanti senza scendere a compromessi con i suoi interlocutori, quello che teme adesso la Cina è che possa fare lo stesso con la Corea del Nord, in una crisi in cui spesso il presidente Usa ha utilizzato parole minacciose e in cui non ha mai escluso l’opzione militare. Il Global Times conclude con questa affermazione: “Le forze che non vogliono essere manipolate dagli Stati Uniti devono esserne consapevoli”. Consapevoli di questo decisionismo unilaterale di Donald Trump. Un monito che suona anche come una presa di posizione di notevole importanza da parte di Pechino nei confronti della comunità internazionale.

Gerusalemme - Trump strumento in mano per l'attuazione della Strategia del Caos e della Paura portato avanti dalle Consorterie Statuninsi e dai Sionisti Ebrei

Cambia la capitale di Israele: 
“tempesta perfetta” in arrivo

DIC 7, 2017 

L’annuncio del trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, che Trump ha riconosciuto come nuova capitale di Israele, ha avuto l’effetto di una bomba. Bizzarro destino per un simbolo di pace quale è un’ambasciata. Le poteste del mondo arabo sono solo le prime avvisaglie della Tempesta in arrivo.

Nel dare l’annuncio, Trump ha parlato di un “Tributo alla pace”. Purtroppo rischia di essere un diverso tipo di Tributo: un Tributo di sangue. Infatti alto è il rischio che l’incendio dilaghi, infiammando ancora di più lo scontro di civiltà, immaginato dai neocon e alimentato anche grazie all’apporto del loro avversario necessario, il Terrore globale, ché gli opposti estremismi si alimentano.

Accadrà in ambito palestinese, dove i votati allo scontro irriducibile con Israele rischiano di prendere il sopravvento sui più ragionevoli. E ciò accade proprio mentre la riconciliazione delle diverse anime palestinesi, avvenuta in questi giorni, attutendo le asperità di Hamas, avrebbe potuto rilanciare il processo di pace tra israeliani e palestinesi, come ha spiegato ieri sulle pagine della Repubblica Abraham Yeoshua.

Ma accadrà anche nel più ampio ambito dei Paesi arabi, dove i moderati faranno fatica a contenere le spinte revansciste dei movimenti radicali. Non solo: la nuova conflittualità offre nuovo slancio al Terrore, al quale si spalancano nuovi spazi di manovra.

Trump ha giustificato il suo strappo spiegando che Gerusalemme è ormai il cuore nevralgico di Israele, nel quale sono ubicati importanti organi dello Stato. Quindi si tratta solo di prendere atto della realtà. E ha aggiunto che si tratta di cercare vie nuove alla pace tra israeliani e palestinesi, ché quelle precedenti hanno fallito.

Si tratta di due affermazioni vere. Che nessuno nega, stante che Gerusalemme Ovest è da tempo designata come futura capitale di Israele, ma, appunto, si tratta di parte della città.

E se è vero che la soluzione dei due Stati è logora, il rilancio di prospettive di pace, anche diverse dalle pregresse, non può passare per una soluzione unilaterale, ma tramite negoziati tra le parti.

L’iniziativa americana peraltro rende più arduo anche il piano di pace dell’Arabia Saudita, quello più congeniale ai neocon e alla destra israeliana.

Tale piano non può aver inizio dalla definizione dello status di Gerusalemme, che non può che essere punto di arrivo e non di partenza.

Peraltro il piano era stato elaborato in altri tempi. Oggi che Ryad ha creato un esplicito asse con Tel Aviv in funzione anti-iraniana, verrà visto dai palestinesi né più né meno come il piano di pace israeliano. E in quanto tale non può che suscitare sospetti, ingigantiti dall’improvvida iniziativa Usa.

Così la determinazione di Trump appare solo un favore a Netanyahu, il cui trono vacilla in patria a causa delle inchieste che lo riguardano e per le proteste che sta suscitando il suo disegno di legge volto a contrastare il lavoro della magistratura.

Oggi Netanyahu può ostendere agli israeliani il suo massimo successo politico e sperare di aver tacitato le forze oppositive. Ha buon gioco, ma potrebbe rivelarsi un boomerang se ciò provocherà conflitti che gli israeliani, dopo anni di relativa pace e prosperità, come da rivendicazioni dallo stesso premier, speravano di essersi lasciati alle spalle.

Probabile che la decisione sia il pedaggio che Trump ha dovuto pagare per l’esplicito sostegno che Netanyahu gli ha offerto in campagna elettorale (a proposito delle interferenze russe sulla stessa…).

E che con questa mossa, Trump speri di evitare le forche caudine dell’inchiesta sul Russiagate, grazie alla quale i neocon lo stanno stringendo in un angolo, togliendogli spazi di manovra.

Così non si tratta tanto di una decisione di prospettiva e respiro geopolitico, ma di una manovra di piccolo cabotaggio, che consente a Netanyahu e a Trump di conseguire obiettivi mirati e immediati.

Certo, la variabile terrorismo potrebbe dare alla decisione una portata che non ha. Cavalcando l’ondata revanscista, esso potrebbe dare giustificazione postuma a questo azzardo.

E però anche tale variabile potrebbe non bastare a rendere permanente e duraturo ciò che non è stato concepito per durare, ma per lucrare vantaggi immediati.

Se così sarà, allora il danno potrebbe esser riparato e lo sconvolgimento globale, dopo aver mietuto le vittime del caso, rientrare.

È una speranza, certo, ma ha qualche base. Anzitutto il rigetto dell’Europa verso la mossa unilaterale Usa, che potrebbe aprire Washington e Tel Aviv a nuove prospettive negoziali. Non basterà, certo, ché l’Europa a trazione tedesca è gigante economico e nano politico, ma è per quanto ingolfato è pur sempre uno dei motori del mondo.

Dall’altra parte, la nuova dislocazione della legazione Usa consegna a Putin un ruolo ancor più forte in Medio Oriente, quello di «pompiere», come accennava ieri un articolo della Repubblica, dal momento che lo zar è diventato interlocutore necessario di tutti gli attori regionali, tanti dei quali o non parlano con l’amministrazione Usa o la considerano inaffidabile.

Proprio Putin potrebbe offrire una possibilità di realizzazione all’azzardo americano, incanalandolo in un ambito meno conflittuale. Tempo fa egli aveva offerto al governo israeliano di spostare l’ambasciata russa a Gerusalemme Ovest (vedi Piccolenote).

Allora ottenne un rifiuto ma l’offerta potrebbe tornare utile in futuro. Nel suo discorso strampalato, quello del Tributo alla pace (sic), Trump si è guardato dal dichiarare Gerusalemme una e indivisibile, accennando anche al suo ruolo fondamentale per le tre religioni monoteiste.

Ha anzi aggiunto che i «confini» della Gerusalemme d’Israele dovranno essere definiti in un negoziato. Da qui la possibilità che si possa in futuro aprire la prospettiva di un ridimensionamento dell’iniziativa americana.

Che cioè essa vada a riguardare solo la parte Ovest della città – magari con un ampliamento di facciata che salvi il guadagno politico conseguito da Israele -, nella quale anche i russi vadano a dislocare la loro ambasciata, in un riposizionamento a questo punto condiviso a livello globale.

Potrebbe giocare a favore di tale prospettiva l’edilizia. Anzitutto il nuovo sito della legazione Usa non è ancora stato individuato, cosa che ha fatto immaginare a tanti una possibile dilazione dei tempi.

In secondo luogo, almeno al momento appare difficile immaginare che gli ingegneri di Trump scelgano di fare i lavori nella zona araba, stante che rischiano di attirare ancor più furiose proteste se non attentati.

Da questo punto di vista, val la pena accennare che Erdogan, e non solo lui, criticando aspramente la decisione di Trump, ha parlato dell’intangibilità di al Quds, come gli islamici chiamano la città santa.

Una prospettiva che potrebbe aprirsi sta proprio in questa diversificazione, che non è solo lessicale: la delimitazione della zona di Gerusalemme capitale di Israele potrebbe dar vita alla gemella al Quds, con i luoghi santi alle tre religioni consegnati a una sovranità diversa.

Ma abbiamo parlato di prospettive di pace, che sono solo un ipotetico orizzonte futuro. Che, semmai si aprirà, sarà dopo l’incendio.

Peraltro tale ipotetico futuro è reso ancora più incerto dal fatto che la Tempesta in arrivo andrà a incrociarsi con l’altra Tempesta che da anni agita il Medio Oriente, quella del conflitto tra Iran (e suoi alleati) e Israele e Arabia Saudita (e loro alleati). Che ha trovato nella dichiarazione di ieri nuovo alimento. È la Tempesta perfetta.