Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 30 dicembre 2017

2017 crisi economica - La crisi di liquidità si avvicina e non ci saranno strumenti per reggerla

El-Erian: New Normal agli sgoccioli, economia sarà preda di forti scosse. Attenzione a “politica della rabbia”

29/12/2017 14:04 di Laura Naka Antonelli

Investitori si stanno aggrappando alla logica del Buy The Dip. “Questa convinzione è così radicata che, per cambiarla, è necessario non solo uno shock, ma un grande shock”.

Nel 2009, quando era al timone di Pimco insieme a Bill Gross, Mohamed El-Erian coniò l’espressione “New Normal” per indicare l’avvento di una nuova realtà economica che sarebbe stata caratterizzata da una bassa crescita e da tassi di interesse rasoterra.

I fatti gli hanno dato indubbiamente ragione, ma quella realtà economica non durerà ancora per molto. E a dirlo è lui stesso, in un’intervista che è stata rilasciata a Finanz Und Wirtschaft.

Il responsabile alla consulenza economica di Allianz ritiene infatti che il mondo sia arrivato a un “punto critico” e che il “New Normal” sia prossimo alla fine. L’economia globale, a suo avviso, sarà interessata infatti da una profonda metamorfosi che o porterà a “un potente boom economico” o scatenerà “nuove scosse nei mercati finanziari”.

L’era del New Normal sta per concludersi

“Il concetto del New Normal – spiega El-Erian – si basava sull’assunto secondo cui la crisi finanziaria non fosse stata solo un graffio, ma qualcosa di più profondo, qualcosa di strutturale, piuttosto che soltanto di ciclico. A quel tempo, questo concetto si scontrò con la resistenza opposta dalla saggezza convenzionale, e fu molto difficile farlo accettare, visto che le economie dei paesi avanzati vivevano prevalentemente in uno spazio ciclico. (Per loro) erano le economie dei paesi in via di sviluppo che vivevano in uno spazio strutturale”.

Gli anni successivi diedero ragione all’economista. Che ora, però, afferma di non poter più credere alla prosecuzione del fenomeno. E la ragione è perchè “il New Normal ha piantato i semi della sua stessa distruzione”.

Ovvero?

“Quando un’economia di mercato sofisticata come quella che caratterizza i paesi avanzati cresce lentamente per un periodo di tempo molto lungo, e quando quella crescita non è molto inclusiva, le cose iniziano a spezzarsi: nell’economia, nella società, nella politica, e nei mercati finanziari. Affinché si possa dire che il New Normal durerà altri cinque anni, è necessario sostenere che queste crepe non abbiano alcun significato. E invece ce l’hanno”.

Mondo va verso incrocio a T: la distribuzione bimodale

Piuttosto che credere ancora in uno scenario di New Normal, El-Erian ritiene che il mondo si stia dirigendo verso “un incrocio a T, con tre conseguenze fondamentali: la prima è che la strada in cui ci troviamo ora sta per finire; il secondo messaggio è che ciò che avverrà in futuro sarà molto diverso da quello a cui abbiamo assistito fino a ora. E il terzo messaggio è che si può verificare una delle due possibilità” che si presentano.

La prospettiva è quella, dunque, di “una distribuzione bimodale: molto buona o davvero cattiva”. Il che significa che “o entreremo in una fase di una crescita elevata e inclusiva, o scivoleremo in una recessione con una rinnovata instabilità finanziaria“.

Per El-Erian, il “momento critico” della biforcazione arriverà “entro i prossimi due anni”. E le probabilità di una forte crescita dell’economia o di una nuova recessione sono praticamente le stesse”

Il verificarsi dell’una o dell’altra condizione dipenderà da “quello che i politici decideranno di fare”. 

Sarà la politica a dettare il futuro dell’economia.

“Se l’economia crescerà in modo lento e non inclusivo, a prevalere sarà la politica della rabbia, che produrrà esiti come la Brexit, l’elezione di Trump negli Stati Uniti o le difficoltà che la cancelliera tedesca Angela Merkel sta incontrando nel riuscire a formare una nuova coalizione. La lista è lunga. A volte la politica della rabbia si traduce nell’arrivo di candidati pro-riforme come nel caso del presidente francese Macron. Altre volte scatena conseguenze molto dirompenti come la Brexit. In ogni caso la politica della rabbia inizia a dominare, il che significa che l’establishment politico diventa sempre meno sicuro”.

El-Erian precisa che quei movimenti che stanno spaventando così tanto i piani alti della finanza e la politica tradizionale non sono improntati al populismo, ma proprio al sentiment anti-establishment.

“La Brexit è stata un voto anti-establishment, così come Trump è stato un candidato anti-establishment. Non si tratta di populismo. Ma di movimenti che sono contro il sistema”. E, nel caso specifico dell’Europa, il problema è che l’Eurozona dovrebbe essere “una sedia con quattro gambe. Invece, è una sedia con una gamba e mezza”.

Per la precisione, “la gamba completa è l’Unione monetaria, e funziona bene. La gamba a metà è l’Unione bancaria, che deve essere completata. Poi ci sono altre due gambe, che rappresentano le decisioni politiche che è necessario prendere sull’integrazione fiscale e su una migliore integrazione politica”. Queste ultime due gambe sono per l’appunto assenti.

Per l’Europa, quattro sono le questioni cruciali: l’attuazione di riforme strutturali che stimolino la crescita, l’equilibrio della politica fiscale, l’ammissione che in certi casi, come in quello della Grecia, c’è troppo debito, e il coordinamento di politica sia a livello globale che locale”.

El-Erian e l’opinione sul Buy The Dip

Riguardo a quello che faranno i mercati finanziari dopo un anno eccezionalmente positivo, El-Erian fa notare che gli investitori “sono ormai propensi ad acquistare ogni volta che si verifica una flessione, a prescindere da quanto siano elevati i prezzi degli asset e da quanto ampia sia la decorrelazione tra i prezzi degli asset e i fondamentali”.

Questa situazione (di posizionarsi sui mercati subito dopo ogni ritracciamento) “potrà continuare ancora per un po’”.

D’altronde, “ci vuole molto per deragliare questo mercato, perchè la strategia di continuare ad acquistare in stile ‘buy the dip’ è molto semplice e molto redditizia, in modo ripetuto. E non c’è niente che i mercati amino di più di una strategia che si conferma ripetutamente redditizia”.

Ma anche il buy the dip prima o poi finirà, magari a seguito di un incidente.

“Il punto è quello che è necessario per cambiare ciò che condiziona gli investitori, ovvero la convinzione che ogni calo diventa una occasione di acquisto. Questa convinzione è così radicata che, per cambiarla, è necessario non solo uno shock, ma un grande shock. Una possibile fonte potrebbe essere un grande shock geopolitico, e noi siamo in presenza di una situazione geopolitica molto insolita. La Corea del Nord è imprevedibile ed è molto difficile per i mercati prezzarne il rischio. Ci sono inoltre i cambiamenti che stanno interessando l’Arabia Saudita, e che sono molto importanti. Dunque c’è un insieme di fattori geopolitici che è necessario monitorare”.

Un altro grande shock potrebbe essere provocato da errori di politica economica.

Molti economisti – fa notare El-Erian – concordano sul fatto di non aver mai compreso così poco in tutta la loro carriera quanto sta accadendo a tre fattori importanti: la produttività, la determinazione dei salari e l’inflazione, tanto che in quest’ultimo caso la numero uno della Fed, Janet Yellen, parla di ‘mistero’. Questi tre elementi, che sono cruciali per l’economia e per le decisioni politiche, sono molto incerti. E quando esiste un rischio così elevato di incertezza sale anche il rischio di commettere un errore”.

Guardando al 2018, “la questione chiave per l’economia globale e per i mercati finanziari è cosa accadrà se, non solo la Fed ma se fino a quattro banche centrali sistemicamente importanti cercheranno di normalizzare la politica monetaria allo stesso momento”.

Il riferimento è alla Federal Reserve, alla Bce, alla People’s Bank of China e alla Bank of England, che “sta facendo fronte a una difficoltà molto elevata”, in quanto alle prese con il rischio di stagflazione, ovvero di un contesto in cui l’inflazione sale e la crescita si conferma stagnante.

La domanda che gli investitori non si pongono mai. E il portafoglio migliore

Come dovranno comportarsi, in un panorama così complesso, gli investitori?

El-Erian ritiene che per gli investitori sia fondamentale porsi domande anche difficili. Ovvero, “non bisogna limitarsi a chiedersi cosa potrà andare bene”, ma sarà necessario anche chiedersi ‘Quale tipo di errore potrei commettere?”.

La domanda che inoltre gli investitori non si pongono mai – ammonisce il guru – è: ‘Quale errore non posso permettermi di commettere?’

Infine, sulla scelta del portafoglio di investimenti, “è necessaria una combinazione di resilienza e agilità”.

La scelta ricade sul “portafoglio barbell. Con i mercati che diventano sempre più costosi, bisogna prendere parte di quei soldi e destinarli al contante e agli strumenti equivalenti al contante. In questo modo si soddisfa la parte di resilienza”.

Resilienza significa però anche “stare al gioco, perchè più è lungo il tempo in cui starete al gioco – sottolinea El-Erian – maggiori saranno le opportunità di cui potrete beneficiare.

A tal proposito, “gli anni 2008-2009 sono un esempio perfetto. Se foste riusciti a rimanere posizionati sui mercati, senza essere costretti a fare scelte sbagliate nel momento sbagliato, avreste beneficiato di grandi opportunità. Oggi, voi avete opportunità di investimento a cui tanti altri non possono accedere in modo facile. Esempi sono i mercati dei mutui dei paesi in via di sviluppo o i fondi venture che puntano sulle infrastrutture. Per la maggior parte delle persone è difficile tuttavia accedere a questi tipi di investimenti “.

Il prodromo di una risposta intelligente al massacro che i tedeschi pretendono tutti i giorni per i crediti deteriorati delle banche italiane fatto per affossare definitivamente la nostra economia

Nella guerra italo-tedesca dei dossier Bankitalia spara un colpo (derivati)

Nel 2013 la Bundesbank suggeriva una patrimoniale all'Italia. Ora Bankitalia critica l'ipocrisia dell'eccezionalismo tedesco

30 Dicembre 2017 alle 06:02

Banca d'Italia (foto LaPresse)

Roma. Marzo 2013: la Bundesbank rese noto un dossier che sottolineava come nell’Italia in piena crisi il 68 per cento delle famiglie avesse una casa di proprietà che le rendeva tre volte più ricche di quelle tedesche. I media popolari come la Bild scrissero che un paese pieno di debito pubblico e di ricchezza privata non meritava la solidarietà del Nord Europa, mentre il futuro governo di Roma (c’erano appena state le elezioni) lungi dall’abolire l’imposta sulla prima casa avrebbe...

Schizzi di melma arrivano da per tutto e partono dovunque ci siano interessi del corrotto euroimbecille Pd. Mandiamoli via velocemente a calci nel sedere, il 4 marzo con il voto di massa

Blitz del governo provvisorio Le mani sui vertici delle Fs

Nominato in anticipo il cda: uno "scippo" al futuro esecutivo. Confermato Mazzoncini, ad voluto da Renzi

Marcello Zacché - Sab, 30/12/2017 - 08:05

La notizia esce sottotraccia nel tardo pomeriggio di ieri, annegata in un comunicato delle Ferrovie intitolato così: «Fs italiane: Anas entra nel gruppo».


L'operazione è quella, annunciata da mesi, del conferimento di Anas (la società che gestisce le strade pubbliche) alle Fs. Ma poi, nell'ultima riga, ecco la notizia inattesa: «Contestualmente viene nominato, in continuità, il nuovo cda di Fs, con presidente Gioia Ghezzi e Renato Mazzoncini» (quest'ultimo è l'amministratore delegato).

È un blitz, perché il cda di Fs aveva la sua scadenza naturale in primavera, con l'approvazione del bilancio 2017. La nomina sarebbe dunque spettata al prossimo governo (le Fs sono controllate al 100% dal ministero dell'Economia di Pier Carlo Padoan) dopo le elezioni. Invece ieri, cogliendo al balzo l'occasione, l'assemblea oltre ad approvare la fusione ha anche rinnovato il cda. Ufficialmente per permettere l'ingresso di due rappresentanti di Anas al posto di due delle Fs. Un'operazione che poteva però avvenire anche senza bisogno dell'assemblea: una volta approvata la fusione con Anas sarebbero state sufficienti due dimissioni dal cda, con la cooptazione dei nuovi membri (prassi consolidata nelle spa), lasciando inalterata la scadenza del 2018. Invece, in questo modo, è entrato in carica un nuovo consiglio, ancorché «in continuità» come si legge nel comunicato. Ma la cui durata, come confermano al Giornale fonti delle Ferrovie, sarà triennale. Insomma, un nuovo vertice a tutti gli effetti. Con la presidente Ghezzi già nominata dall'assemblea e l'ad Mazzoncini che verrà invece indicato dallo stesso cda, nella prima riunione utile.

Manager fortemente voluto da Matteo Renzi nel 2015 (che da premier aveva cambiato il vertice delle Fs due volte, licenziando il presidente Marcello Messori e l'ad Michele Elia dopo pochi mesi dalla nomina), Mazzoncini era in Fs già nel 2012, quando si occupò in prima persona di fare l'accordo con l'allora sindaco di Firenze Renzi per la «privatizzazione» dell'Ataf, l'azienda tranviaria fiorentina di cui poi divenne presidente. Operazione seguita per il comune di Firenze dall'avvocato Maria Elena Boschi.

Tra i politici, la prima ad accorgersi del blitz è stata Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d'Italia. «I ladri di poltrone del governo Renzi - Gentiloni assestano gli ultimi vergognosi colpi di coda prima di essere cacciati dagli italiani», ha detto. Ma c'è da scommettere che non resterà isolata. Anche perché di qui a primavera potrebbero esserci altri casi di poltrone in bilico. Come per esempio quelle pesantissime della Cdp, i cui vertici sono anch'essi in scadenza nel 2018.

Nel nuovo cda di Fs, oltre a Ghezzi e Mazzoncini, sono stati confermati anche Simonetta Giordani, Wanda Ternau e Federico Lovadina (che viene dallo studio Tombari, come il tesoriere Pd Bonifazi, la stessa Boschi e il fratello Emanuele). New entry sono Giovanni Azzone e Franceca Moraci (nominata in Anas nel 2015, sempre dal governo Renzi-Padoan).

2017 crisi economica - la Cina cerca di prevenire la prossima crisi di liquidità che a breve ci investirà come una tempesta perfetta

La Cina riempie di liquidità le banche

In arrivo 1.000 miliardi di yuan che rischiano di far esplodere il debito del Paese

Rodolfo Parietti - Sab, 30/12/2017 - 08:43

Il prossimo 16 febbraio inizia in Cina la Festa di Primavera. È il capodanno nell'ex Celeste impero, festeggiato con pranzi, petardi e buste rosse.


Piene di denaro. È il tripudio del denaro cash, una lunga muraglia di contante che obbliga le banche a fare il pieno di liquidità. Per evitare guai (leggi credit crunch), la People's Bank of China (Pboc) ha deciso di mettere a loro disposizione fino a 1.000 miliardi di yuan (circa 153 miliardi di dollari). Il meccanismo funziona così: i requisiti legati alle riserve prudenziali vengono abbassati per 30 giorni di due punti, al 15%, permettendo di liberare risorse destinate ai prestiti.

Non è la prima volta che la banca centrale cinese usa questo strumento di alleggerimento, ma quest'anno la mossa sembra preoccupare più di un osservatore. Soprattutto se i principali istituti di credito, ben capitalizzati anche secondo il Fondo monetario internazionale, faranno da ponte per girare la liquidità aggiuntiva alle banche medie e piccole, molto meno virtuose sotto il profilo della copertura del rischio e molto più opache dal punto di vista della gestione. Ma, più in generale, ad allarmare è l'esponenziale crescita avuta nell'ultimo anno e mezzo dai volumi di credito.

Con il lievitare del debito complessivo cinese (Stato, famiglie e imprese), ora al 274% del Pil, la Pboc ha gettato alle ortiche la stagione della politica monetaria ultra-espansiva per serrare i ranghi, disponendo controlli sui movimenti di capitali e dando alcuni giri di vite ai tassi, l'ultimo dei quali deciso questo mese.

Il governatore Zhou Xiaochuan ha però un problema. E piuttosto grosso: il premier Xi Jinping vuole briglie più sciolte per sostenere la crescita economica e la transizione verso un'economia più orientata sui consumi interni e sui servizi. Per l'anno prossimo gli analisti già prevedono un rallentamento della crescita. L'aumento del Pil dovrebbe quindi essere inferiore al 6,8% messo a segno in settembre. Ciò potrebbe rappresentare un problema non solo per Pechino ma per tutto il pianeta. La regola generale, infatti, è che una diminuzione dell'1% della crescita cinese si traduce in un calo dello 0,25% del Pil globale.

L'Fmi, però, sembra più preoccupato della stabilità finanziaria, da anteporre ai target di sviluppo economico. «Gli obiettivi ufficiali di crescita regionale e gli aiuti alle aziende per evitare perdite di posti di lavoro rischiano di condurre a un marcato aumento del debito, specie a livello delle amministrazioni locali», sottolineava un recente report del Fondo. Che suggerisce anche la ricetta per le banche: «Con il patrimonio degli asset bancari cinesi che ha raggiunto i 34.700 miliardi di dollari, tre volte il Pil del Paese (11.200 miliardi), detenere più capitali ha spiegato l'organismo guidato da Christine Lagarde rafforzerebbe il sistema bancario e così la stabilità finanziaria».

Niger - Il governo Gentiloni servo di Macron manda i nostri ragazzi in questo paese quando gli immigrati e la tratta dei schiavi si svolge il Libia. Mandarlo via a calci nel sedere

Foto: Nella foto soldati del Mali della coalizione militare del G5 Sahel, che combattono contro i terroristi islamici in Niger – Credits: DAPHNE BENOIT/AFP/Getty Images - Dicembre 2017

L'operazione dell'Italia in Niger, spiegata bene

Via libera del Consiglio dei Ministri all'operazione contro terrorismo e schiavisti. Tutte le difficoltà, gli interessi e gli schieramenti in gioco

29 dicembre 2017

Il via libera alla missione militare italiana in Niger è arrivato, come annunciato dal Presidente del Consiglio nella conferenza stampa di fine anno, che l'aveva definita "sacrosanta per l'interesse dell'Italia" e aveva fornito anche un primo numero sul contingente che dovrebbe essere impiegato: circa 500 uomini.

L'invio di nostri militari nel Sahel è uno degli ultimi atti dell'esecutivo dopo lo scioglimento delle Camere, prima delle elezioni del 4 marzo, ed è stato giustificato dalla lotta allo schiavismo e al terrorismo. Ora si attende l'approvazione di Camera e Senato, in regime di prorogatio.

Di cosa si tratta

Il progetto arriva dopo diverse tappe, iniziate con l'apertura di un'ambasciata italiana a Niamey, lo scorso febbraio, che ha visto un'accelerazione nelle ultime settimane.

A ottobre fonti militari avevano annunciato l'invio di una prima decina di addestratori e di alcuni militari, a seguito della firma di un accordo di cooperazione tra Italia e Niger, a Roma. Poi nelle ultime ore Gentiloni ha spiegato: "Dobbiamo continuare a lavorare concentrando l'attenzione e le energie sul mix di minaccia del traffico di esseri umani e il terrorismo nel Sahel".

Una prima ricognizione con il governo nigeriano è già stata effettuata, come confermato dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, il Generale Graziano, che ha parlato di contatti e definizione di dettagli logistici con il governo di Niamey. Se Graziano ha parlato di un contingente di "alcune centinaia di uomini", è stato Gentiloni a indicarne in almeno 470 il numero.

"Non sarà comunque una missione combat" - ha rassicurato il Capo di Stato Maggiore della Difesa - "Il nostro contingente avrà il compito di addestrare le forze nigeriane e renderle in grado di contrastare efficacemente il traffico di migranti ed il terrorismo".
Le insidie dello jihadismo

I militari italiani, però, dovrebbero fare i conti con un contesto molto differente rispetto a quello delle missioni precedenti e attuali. A differenza dell'Iraq, dove l'Isis è stato dichiarato sconfitto, con la liberazione delle ex roccaforti dei miliziani del Califfato, in Niger Boko Haram è solo una delle organizzazioni che operano in modo molto violento.

Lo sanno bene i francesi, che da anni sono impegnati nello lotta al terrorismo jihadista nella regione, attraverso l'Operazione Barkhane avviata nel 2014.

Non a caso si è svolto proprio a Parigi il vertice del G5 Sahel (che riunisce Mali, Burkina Faso, Mauritania, Niger e Ciad), dove è stata raggiunta un'intesa per il dispiegamento di un contingente multinazionale a sostegno dei paesi della regione. Ne farebbero parte, oltre alle forze italiane, quelle francesi, tedesche e forse anche belghe e spagnole.

Obiettivo sarebbe sconfiggere i gruppi che gravitano intorno ad Al-Qaeda nel Maghreb e alle altre formazioni di stampo jihadista che, grazie alla tratta di esseri umani e altre attività criminali comesequestri e traffico di stupefacenti, finanziano proprio il terrorismo islamico.
Perché è un'operazione difficile

Il Niger presenta anche alcune difficoltà legate al tipo di territorio, che si trova a sud di Algeria e Libia, nella prima fascia sudsaharia; non ha sbocchi sul mare, dunque non può contare sull'apporto delle navi.

I rifornimenti, così come l'arrivo di uomini e mezzi, dovrebbe avvenire necessariamente per via aerea: come accaduto per l'Afghanistan è probabile che i paesi europei, impegnati nella nuova operazione, debbano ricorrere a cargo russi come l'Antonov An-124 o statunitensi come i C17, di fatto "noleggiati".

L'area si presenta poi in larga parte desertica, il che rende più difficili gli spostamenti e le operazioni in un'area dominata da criminali che invece si muovo a loro agio in un territorio favorevole alle imboscate.

Interessi economici

Il Niger rappresenta uno degli ultimi 10 Paesi al mondo per PILpro capite, dunque è tra i più poveri del pianeta, eppure lo sforzo finanziario per sostenere l'operazione da parte europea, e non solo, sarebbe molto consistente.

Secondo le cifre circolate al vertice di Parigi, il costo di un anno di intervento militare è stimato in oltre 420 milioni di euro. A questi si dovrebbero aggiungere 100 milioni in arrivo dall'Arabia Saudita e 30 dagli Emirati Arabi, che avrebbero interesse a investire in chiave anti-Qatar: secondo fonti dei servizi segreti francesi, infatti, il paese "rivale" sosterrebbe gli insorti nel Mali tramite alcune organizzazioni umanitarie.

Il Presidente francese Macron in visita ai circa 700 soldati impegnati nell'operazione Barkhane, in corso dal 2014 nella zona del Mali e del Niger– Credits: LUDOVIC MARIN/AFP/Getty Images - Dicembre 2017

Le basi europee e americane in Niger

La Germania conta su una propria base nel vicino Mali, dove opera un contingente tedesco che potrebbe spostarsi in Niger, ma ha un centro logistico presso l'aeroporto della capitale nigeriana di Niamey, al fianco di americani e francesi.

La Francia, invece, presente da anni nella regione, coordina i propri interventi da Sévaré, in Mali, ma può contare anche su basi distaccate in Mauritania e nello stesso Niger, nel deserto che la separa dalla Libia. Dispone del maggior numero uomini (circa 4mila militari) e mezzi (500 di terra, una 30ina i velivoli).

Anche gli Stati Uniti sono presenti nell'area del Sahel, seppure in modo "silenzioso", in particolare in tre basi nigeriane e una in Burkina Faso, con velivoli e personale di terra, costituito da forze speciali e contractors.

Contribuirebbero, però, con 51 milioni di euro all'operazione multinazionale, per la quale l'Europa sarebbe pronta a stanziare 50 milioni, ai quali si aggiungerebbero anche i 5 milioni dei Paesi del G5 del Sahel. Washington, però, continuerebbe a muoversi con una certa autonomia, come già accaduto in altri teatri.
E l'Italia?

Se la proposta di missione in Niger dovesse essere approvata dal Parlamento, il contingente italiano potrebbe essere costituito da parte delle truppe di terra al momento presenti in Iraq: istruttori al momento di stanza a Bagdad, uomini del Genio e un reparto logistico.

Fonti vicine alla Difesa indicano in 150 il numero di veicolicomplessivi da dispiegare, tra i quali potrebbero esserci elicotteri della Marina ora in Iraq. Alla missione, poi, potrebbe partecipare anche la Folgore con i propri paracadutisti.

Il contingente sarebbe concentrato nella zona di collegamento con la Libia, lungo le rotte dei migranti, proprio per contrastarle. Per questo si ipotizzerebbe di utilizzare una base francese a Madama, a circa 100 km dal confine libico, in un'area che andrebbe sminata per la presenza massiccia di ordigni nascosti.

Si tratterebbe di una struttura del 1931 da ampliare e riammodernare per poter ospitare i militari italiani, che andrebbero ad aggiungersi a quelli francesi e nigeriani già presenti.

Resta, però, l'incognita dei costi, non stimati in modo ufficiale. Per poter finanziare un impegno italiano occorrerebbe comunque utilizzare parte dei fondi stanziati e impiegati in Iraq, che nel 2017 ammontavano a poco più di 300 milioni di euro, giustificati con il doppio obiettivo della lotta al terrorismo e del contrasto agli sfruttatori dei migranti.
Lotta ai trafficanti di esseri umani

Alla lotta al terrorismo, infatti, e si unirebbe quella agli schiavisti, che si arricchiscono gestendo la tratta di migranti, come ribadito da Gentiloni solo poche ore fa: "La nostra politica estera non si esaurisce nella partecipazione dalle alleanze e deve avere ben chiaro il nostro interesse nazionale. Averlo a cuore, diceva Ciampi, non significa riscoprire nazionalismo, revanscismi o velleità egemoniche, ma essere cittadini italiani ed europei".

Secondo Gentiloni si potrebbe contare sulla collaborazione del governo di Niamey "pronto forse più degli altri a collaborare sulle migrazioni, anche perché è un paese di transito".

Sionismo - statunitensi ed ebrei non vogliono che anche l'Iran abbia armi di deterrenza per evitare l'aggressione dei sionisti

L’intesa fra Stati Uniti e Israele oltre Gerusalemme. L’indiscrezione di Axios



Gli Stati Uniti e Israele hanno raggiunto un piano strategico comune pensato per contrastare l’attività dell’Iran in Medio Oriente. L’intesa sarebbe stata raggiunta il 12 dicembre scorso in un incontro segreto tra funzionari israeliani e americani alla Casa Bianca, tra cui c’era anche il consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster.

Lo scrive il sito washingtoniano Axios (molto ben introdotto nell’Amministrazione Usa) che citando una fonte americana spiega che il raggiungimento dell’accordo c’è stato dopo due giorni di discussioni. Tra gli obiettivi comuni ci sono azioni diplomatiche e sotto copertura per impedire a Teheran di ottenere armi nucleari. La pressione diplomatica verrà esercitata nell’ambito dell’accordo storico sul nucleare siglato tra l’Iran e le principali potenze mondiali nell’estate 2015, quando alla Casa Bianca c’era Barack Obama. L’amministrazione Trump – da sempre critica dell’intesa sul nucleare, difesa invece dalla Ue – vuole monitorare ulteriormente il Paese per accertarsi rispetti (come sta facendo) un accordo che lo scorso ottobre non fu certificato dal presidente Usa lasciando al Congresso la decisione di imporre eventuali nuove sanzioni.

Un altro obiettivo condiviso tra Usa e Israele – di cui Trump ha riconosciuto come capitale la città contesa con i palestinesi di Gerusalemme – prevede azioni volte a contrastare l’attività iraniana nella Regione, specialmente in Siria e quelle a sostegno dell’organizzazione libanese Hezbollah, vicina al presidente siriano Bashar al-Assad. Washington e Tel Aviv stanno mettendo a punto il da farsi per il “day after”, il giorno dopo la fine della guerra civile a Damasco. L’America di Donald Trump e l’Israele di Benjamin Netanyahu vogliono poi contrastare il programma missilistico iraniano e specialmente quello che chiamano il “progetto precisione” volto a produrre missili in Siria e Libano affinché Hezbollah li usi in una guerra futura contro Israele. Le due nazioni inoltre intendono prepararsi per vari scenari di crescenti tensioni che chiamano in causa Siria, Iran, Hezbollah e Hamas (che controlla la Striscia di Gaza). Stando ad Axios, funzionari israeliani hanno confermato l’intesa. “Usa e Israele la vedono allo stesso modo su diversi fronti nella regione, specialmente su quelli relativi all’Iran. Abbiamo raggiundo un’intesa riguardante la strategia e le politiche necessarie per contrastare l’Iran”. Le fonti hanno parlato di strategia ma anche di “obiettivi concreti” e azioni per raggiungerlo.

Niger - Anche lo zombi Berlusconi servo di Macron si è dimenticato che i nostri interessi sono in Libia a difesa del lavoro dell'Eni

Berlusconi si schiera per la missione in Niger. Può la Lega giocare sulla Difesa?



La difesa fa parte di quelle materie che contano poco in campagna elettorale ma che fanno poi “la” differenza quando si è al governo o in Parlamento. Le questioni che hanno a che fare con la sicurezza internazionale e con il mondo delle forze armate sono cruciali e definiscono non solo l’identità di un Paese ma anche delle singole forze politiche. Questa premessa è doverosa per ricostruire una dinamica che non va affatto sottovalutata. Dopo l’annuncio del presidente del Consiglio ed il decreto del governo, la missione italiana in Niger è una realtà rispetto la quale i partiti devono prendere posizione. Ad oggi, il centrodestra si presenta diviso e questa differenza rischia di pesare molto più di quanto non sia stato rilevato sin qui.

L’OK DI FORZA ITALIA

È il deputato forzista Stefano Maullu il primo ad intervenire schierandosi nettamente a favore dell’iniziativa voluta dal governo. “L’invio di un contingente militare italiano in Niger rappresenta certamente un’ottima notizia, perché le nostre truppe potranno contribuire in maniera determinante alla lotta al terrorismo e al contrasto dei traffici di esseri umani”. “È un’area strategicamente cruciale anche per l’Italia e per il suo futuro, – aggiunge Maullu – perché una parte rilevante dei flussi migratori passa proprio dal Niger, dall’Africa subsahariana, dai Paesi a sud della Libia. Come sostenuto a più riprese dal sottoscritto e da Silvio Berlusconi, per risolvere l’emergenza migranti bisognerà intervenire sopratutto in questa zona: non soltanto con aiuti finanziari e con investimenti, ma anche con un preciso sforzo militare per contrastare i traffici illegali. Si tratta di un obiettivo condiviso anche da Forza Italia e dal Ppe, e siamo assolutamente intenzionati a raggiungerlo in tempi brevi”.

Parole chiare, dunque. A queste si aggiunge il comunicato “ufficiale” del partito di Silvio Berlusconi che peraltro sulle missioni internazionali ha sempre sostenuto il governo del Paese anche quando è stato all’opposizione (una serietà mai abbastanza segnalata dagli opinionisti liberal). A firmare la nota sono i capigruppo di Forza Italia al Senato e alla Camera, Paolo Romani e Renato Brunetta, e i responsabili della Consulta sicurezza di Forza Italia, Maurizio Gasparri e Elio Vito. “L’allargamento dell’impegno militare italiano al Niger – scrivono – non può che essere accolto con favore, perché rientra nel contrasto al terrorismo islamico sempre più radicato nell’Africa sub-sahariana e nel controllo delle rotte criminali dei trafficanti di esseri umani che inondano il nostro Paese di migranti economici e le acque del Mediterraneo di morti; con l’aggravante, che non si può ignorare, delle possibili infiltrazioni jihadiste nel flusso migratorio. Una missione dunque direttamente volta a garantire la sicurezza del nostro territorio e dei nostri cittadini”. “La presenza francese sul campo – aggiungono con punta di non troppo velata polemica – infatti non ha mai contribuito al controllo delle frontiere con il sud della Libia, lasciando che la pressione sulle coste libiche aumentasse. Bene dunque l’avvio di una missione con un contingente nazionale sul terreno, che possiamo al massimo definire tardiva. Come Forza Italia, nel passaggio obbligato dalla nuova legge quadro alle Camere definiremo in maniera circostanziata impegni ed obiettivi, così come abbiamo fatto per la missione unilaterale in Libia. Da opposizione responsabile abbiamo sempre condiviso iniziative di politica internazionale e di sicurezza nell’interesse dell’Italia, anche in questo caso non ci tireremo indietro nel fornire il nostro contributo ed il nostro sostegno”.

IL DISTINGUO DELLA LEGA

Se da Forza Italia il sostegno è chiaro ed evidente, da via Bellerio (sede della Lega) arriva una dichiarazione dal contenuto ben diverso. “Riteniamo giusto aiutare le forze locali africane contro il terrorismo e contro i trafficanti di uomini, in coerenza col principio ‘aiutiamoli a casa loro’, ma nel caso del Niger il governo si è mosso tardi (i traffici illeciti in quella regione sono noti alle agenzie di intelligence da anni) e, per giunta, al traino di Macron. Guarda caso la scelta di intervenire si è compiuta solo poche settimane prima delle elezioni e in coincidenza con la ripresa degli sbarchi. Per il futuro servirà un approccio ben diverso: l’Italia deve essere guida internazionale di una strategia di ampio respiro per il contenimento dell’immigrazione irregolare. Un ruolo che spetta al nostro Paese sia perché è quello più di tutti esposto alla pressione migratoria, sia per il prestigio che i nostri soldati ci hanno sempre garantito e per le enormi capacità da loro dimostrate sul campo”. Con queste parole l’europarlamentare e vicesegretario federale della Lega Lorenzo Fontana sembra chiudere all’ipotesi di un voto favorevole del Carroccio.

LA REPLICA FORZISTA

Dopo le parole del numero due di Salvini, interviene nuovamente sul tema un’altra esponente berlusconiana, Stefania Prestigiacomo. Nella dichiarazione dell’ex ministra di Forza Italia non si cita la Lega ma le parole non sono di certo meno chiare. “Chi è contrario all’invio dei militari italiani in Niger non ha ben presente l’importanza che avrebbe un contingente europeo in Africa. Il terrorismo e il traffico di esseri umani sono temi troppo importanti per essere lasciati a gruppi di criminali che trattano donne e bambini come bestie o che contribuiscono ad alimentare il terrorismo internazionale”. La deputata di Forza Italia rincara la dose e per giustificare il consenso del suo partito spiega che si tratta di “rimettere ordine nella polveriera africana e per ridare sicurezza ai nostri cittadini sempre più preoccupati dalle migrazioni senza controllo e dal pericolo terroristico che si vive in Europa”. Come dire che proprio seguendo le sensibilità tipiche del popolo leghista, i parlamentari di FI sosterranno la missione in Niger. La palla ritorna quindi nel campo di Matteo Salvini. Con la consapevolezza che questa potrebbe essere per la Lega una buccia di banana su cui potrebbe infrangersi il progetto del centrodestra come coalizione tranquilla di governo (ogni riferimento è puramente casuale).

Agli Stati Uniti non basta invadere stati sovrani, fare rivoluzioni colorate, uccidere capi di stato, fomentare attentati per stragi civili, essere il più grande esportatore di armi al mondo ora buttano melma anche sui loro servi per pigliarsi tutto

USA vogliono anche la nostra modesta “quota di mercato” della morte in Yemen

Maurizio Blondet 30 dicembre 2017 

New York Times: “In Yemen bombe prodotte in Italia usate sui civili”

“Online un video reportage sulla vendita all’Arabia Saudita di armi prodotte in uno stabilimento della Sardegna

“L’Italia, secondo il quotidiano newyorkese, «sta approfittando» di una guerra per rafforzare la sua industria bellica, ma è lecito chiedersi «se il governo stia violando leggi nazionali e internazionali». Di sicuro quello che emerge è «un’istantanea sulla melmosa rete che alimenta i conflitti internazionali». Il Parlamento europeo a novembre ha votato per la terza volta l’embargo di armi a Riad, ma non sono mai state intraprese azioni nel Consiglio europeo, per la presenza di altri Paesi grandi esportatori, come Gran Bretagna e Francia.

(da La Stampa neocon)

Ora, cari neocon torinesi, bastano 10 minuti per trovare questi titoli: 

Perché noi stiamo aiutando i sauditi a distruggere lo Yemen?

“Gli Stati Uniti stanno sostenendo l’aggressione saudita contro lo Yemen collaborando in ogni modo con l’esercito saudita. Indicazione dei bersagli (targeting), intelligence, vendita di armi e altro ancora. Gli Stati Uniti sono partner dei crimini nello Yemen in Arabia Saudita.

“Il fatto di tenersi per mano con l’Arabia Saudita mentre massacra i bambini yemeniti riflette davvero i valori americani? Qualcuno sta prestando attenzione?

“L’affermazione che stiamo combattendo al Qaeda nello Yemen e quindi il nostro coinvolgimento è coperto dall’autorizzazione post-9/11 per l’uso della forza è il contrario della verità. In realtà l’intervento degli Stati Uniti a favore dei sauditi nello Yemen è una spinta a favore al-Qaeda nel paese. Al-Qaeda, lì, è in guerra con gli Houthi che hanno preso il controllo di gran parte del paese perché gli Houthi praticano una forma di Islam sciita che sostengono essere legati all’Iran. Stiamo combattendo dalla stessa parte di al-Qaeda nello Yemen.

Ron Paul, 21 novembre 2017

Why Are We Helping Saudi Arabia Destroy Yemen?.


La Gran Bretagna è in guerra con lo Yemen. E perché nessuno lo sa?


… stiamo intervenendo non semplicemente fornendo armi ma anche consiglieri militari britannici alla coalizione di dittatori arabi guidata dai sauditi ….
I militari del Regno Unito “lavorano a fianco” dei puntatori sauditi nella guerra in Yemen
Il ministro degli Esteri saudita conferma che i consiglieri militari britannici sono nella sala operativa della campagna di bombardamenti.

Richard Spencer, Telegraph, 15 gennaio 2016.

Non sono state le mine italiane, ma i puntatori inglesi al servizio dei sauditi.

Per l’ONU, più di 100 sortite, ritengono, riguardano ” violazioni del diritto internazionale umanitario “.

Fra cui:

Yemen: la coalizione ha usato un missile britannico nel bombardamento aereo illegale

Ha colpito un obbiettivo civile, una fabbrica di ceramiche.

Amnesty International , 25 novembre 2015,



La Marina francese collabora al blocco navale che causa la morte per fame

“Le bombe lanciate sui bambini yemeniti sono dirette da un sistema di guida elettronica francese.. Anche gli aerei-cisterna di rifornimento sono francesi. Grazie al loro aumentato raggio d’azione, gli F-35 sauditi possono colpire lo Yemen in tutta la sua estensione .

“Il blocco marittimo che affama la popolazione yemenita è assicurato dalla Marina francese che vi partecipa. La storia ricorderà che Hollande e Macron sono i macellai dei bambini yemeniti”.
In this March 22, 2016 photo, infant Udai Faisal, who is suffering from acute malnutrition, is hospitalized at Al-Sabeen Hospital in Sanaa, Yemen. Udai died on March 24. (AP Photo/Maad al-Zikry)

Jean-Yves Jézéquel , 29 dicembre 2017.

La verità è che il Deep Occcidente vuole fotterci anche il nostro marginale business della morte con i sauditi, come ci ha fregato gli affari con Gheddafi in Libia, come ci ha rovinato i rapporti dell’ENI con l’Egitto buttandoci fra i piedi il cadavere di Regeni. Sulla strage dello Yemen, fanno i moralisti sulla nostra fabbrichetta di Sardegna, perché vogliono prenderci anche la nostra “quota di mercato”. Forse ne hanno addirittura bisogno, perché il sistema militare-industriale è il più inefficiente parassita pubblico, ed opera con l’acqua alla gola. Una pace, per loro, è la rovina economica. Non possono trascurare nessuna fonte di strage e di profitto, Yemen o Donbass, Siria o Afghanistan, Libia o Niger o Somalia, la pace è impossibile, perché fa crollare i fatturati.

Cosa aspettiamo a prendere atto che oggi, il vero ed unico nostro Nemico è l’Alleato?

Un governo che ci sta sommergendo di melma con gli ultimi atti, soldati in Niger, Firenze sempre più votata al fast food

FIRMATO IL DECRETO FAVOREVOLE PER IL NUOVO AEROPORTO DI FIRENZE


Sarà costruita la nuova pista da 2.400 metri e il nuovo terminal, Nardella: 'non si torna indietro'
29 dicembre 2017

È stato firmato dal Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, di concerto con il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, il decreto di giudizio favorevole di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) per il progetto del nuovo Master Plan 2014-2029 per l’aeroporto di Firenze. 

La firma segue la conclusione positiva dei lavori della Commissione tecnica VIA che, lo scorso 5 dicembre 2017, ha emanato il parere integrativo per il progetto che prevede la realizzazione della nuova pista da 2.400 metri e del nuovo terminal. 

Preso atto del giudizio favorevole di VIA circa la sostenibilità ambientale dell’opera, Toscana Aeroporti esprime la propria soddisfazione per l’ottenimento del decreto VIA che rappresenta un passaggio fondamentale per la realizzazione di un progetto di rilevanza strategica per la Società e il sistema aeroportuale toscano. 

“Apprendiamo con soddisfazione la firma del decreto di VIA che sancisce la compatibilità ambientale del Master Plan dell’aeroporto di Firenze con pista parallela. Questo rappresenta il primo e fondamentale passaggio per la conclusione dell’iter di autorizzazione di un progetto che consentirà di dotare la città di Firenze e l’intera Toscana di un’infrastruttura strategica per rispondere alla domanda inevasa di traffico in regione e risolvere i limiti strutturali dell’attuale pista”, ha affermato il Presidente di Toscana Aeroporti Marco Carrai. 

"Bene la firma del decreto di Via per l'aeroporto di Peretola. Ora si può partire con la nuova pista, non si torna indietro. Firenze avrà finalmente un aeroporto degno del suo nome". Così, su twitter, il sindaco di Firenze Dario Nardella ha commentato il passo in avanti nell'iter autorizzativo per l'ampliamento dello scalo fiorentino. 

"La firma del Mibact non è una sorpresa. Il dato incontrovertibile rimane l'impatto negativo di quest'opera sul territorio e sul suo sviluppo economico, ribadito dalla conferma integrale del quadro prescrittivo contenuto già nel parere di dicembre 2016. Ora che finalmente abbiamo a disposizione il testo, lo leggeremo con i tecnici e valuteremo insieme agli altri sindaci eventuali iniziative". Ha affermato il sindaco di Sesto Fiorentino Lorenzo Falchi.

E stavolta, con l'Iran non sarà una guerra per procura. Significa che i mercenari dell'Isis/al Qaeda sono anche un'emanazione degli ebrei sionisti, che continuano ad essere usati per tutte le necessità, oggi predominano le stragi dei civili, Afghanistan, Russia, Libia

ESTERI

Usa e Israele hanno un piano comune per contrastare la penetrazione dell'Iran in Medio Oriente

L'accordo riferito dal sito Axios, mentre a Teheran monta la protesta: ai cittadini i successi militari non interessano, vogliono la ripresa dell'economia

29/12/2017 17:10 

Umberto De GiovannangeliGiornalista, esperto di Medio Oriente e Islam

GETTY IMAGES

Una vittoria militare, quella ottenuta in Siria, che può trasformarsi in un boomerang esplosivo per l'Iran. Perché l'incidenza delle spese militari, a tutto vantaggio della Pasdaran holding, sulle casse dello Stato è tale da acuire la crisi economica e innescare proteste di piazza che si susseguono da ottobre. Una nuova "Onda Verde" investe la Repubblica islamica dell'Iran. Stavolta, a innescare la protesta è il crescente malessere sociale: la disoccupazione è ancora al 12,4 % con un aumento di 1,4 punti nell'ultimo anno. Circa 3,2 milioni di persone sono senza lavoro, su una popolazione di 80 milioni.

Il governatore di Mashad, Mohammad Rahim Norouzian, ha confermato le dimostrazioni ma ha precisato all'agenzia Isna che "anche se illegali, sono state gestite dalla polizia con tolleranza". Altre proteste si sono svolte davanti al Parlamento di Teheran, il Majlis, con circa duemila persone che hanno gridato: "Vergogna Rohani", "Ridateci i nostri soldi". Il gruppo di opposizione National Council of Resistance ha diffuso video della manifestazione. Le proteste sono esplose dopo che migliaia di risparmiatori hanno visto i loro conti bloccati dopo aver investito in istituzioni finanziare legate al governo ma ancora sotto sanzioni e in crisi di liquidità.

Nel mirino è l'uomo che aveva garantito aperture sul terreno dei diritti civili e, soprattutto, un deciso impulso alla crescita economica: il presidente Hassan Rohani. A portarlo per la seconda volta alla presidenza dell'Iran è stato soprattutto il voto dei giovani, delle donne, della classe media delle grandi città. Un voto per sbarrare il passo all'ala più conservatrice del regime, quella che ha nella Guida suprema, l'Ayatollah Ali Khamenei, il suo referente massimo. Le speranze tradite hanno generato la protesta, così come la denuncia di una corruzione che dilaga ad ogni livello dell'apparato pubblico.

Il sindaco di Teheran Mohammad Bagher Ghalibaf ha detto che "il Paese si trova ad affrontare crisi economica, disoccupazione, recessione e inflazione. Un albero dal quale non è nato alcun frutto in quattro anni non produrrà nulla di positivo per il futuro", ha detto Ghalibaf riferendosi ai primi quattro anni di presidenza Rohani.

Tanto più che le uniche a crescere sono le spese militari. Sono già stati stanziati miliardi per l'acquisto dei carri armati russi T-90, per l'artiglieria, per i nuovi aerei da combattimento Su-30 e per elicotteri, e nel corso del biennio 2016-2017 il settore della difesa iraniana è cresciuto del 45%. A ciò si aggiungono i finanziamenti – calcolati in circa 600 milioni di dollari – elargiti a Hezbollah, Hamas e agli Houthi yemeniti.

A placare gli animi non bastano certo i successi militari conseguiti dai Pasdaran in Siria a fianco dell'esercito di Bashar al-Assad. Una vittoria che ha cementato il fronte sunnita e avvicinato Riyadh a Gerusalemme. Un patto a tre, perché nella triangolazione entra d'imperio Washington. Gli Stati Uniti e Israele hanno definito un piano comune per contrastare la penetrazione dell'Iran in Medio Oriente. L'intesa sarebbe stata raggiunta il 12 dicembre scorso in un incontro segreto tra funzionari israeliani e americani alla Casa Bianca, alla presenza del consigliere per la Sicurezza nazionale H.R. Mcmaster. A scriverlo è il sito Axios. Da Gerusalemme non vengono conferme ufficiali, ma a "microfoni spenti" fonti vicine al primo ministro Benjamin Netanyahu confermano ad HP che "in queste settimane sono proseguiti incontri a vari livelli con l'amministrazione Usa per valutare una risposta strategica a una minaccia comune quale è quella rappresentata dall'Iran". Una strategia, aggiunge la fonte, "che si fonda sul giudizio fortemente negativo, comune a Trump e Netanyahu, sull'accordo con l'Iran sul nucleare".

La strategia di contenimento dell'Iran passa dunque dalla cancellazione da parte americana di quell'accordo. Un impegno, assicurano a Gerusalemme, che il presidente Trump intende formalizzare già nei primi mesi del 2018. E questo con il plauso dell'Arabia Saudita. Dopo la decisione su Gerusalemme, Trump starebbe valutando l'ipotesi di "uccidere" lo storico accordo sul programma nucleare dell'Iran firmato con Teheran nel 2015 da Barack Obama e le principali potenze mondiali. Lo riporta Politico, sottolineando come il presidente americano - per mantenere un'altra delle sue promesse elettorali - potrebbe agire ancora una volta contro le indicazioni dei suoi più stretti collaboratori. Due le scadenze di gennaio - una sulle sanzioni e una sul rinnovo della certificazione dell'intesa - che potrebbero fornire al tycoon il pretesto per mandare definitivamente all'aria l'accordo. Quelle di Politico non sono solo indiscrezioni fondate su buone entrature tra i consiglieri più ascoltati alla Casa Bianca. È lo stesso Trump a confermare la volontà di formalizzare l'uscita dall'accordo con l'Iran sul nucleare. "Dobbiamo bloccare il piano nucleare dell'Iran, dobbiamo punire la Guardia nazionale di Teheran. Chiederò al Congresso di abrogare il patto con l'Iran", aveva ribadito Trump nel suo discorso di presentazione del Piano della Sicurezza nazionale americana. "Il mondo vede che l'America sta tornando, sta tornando forte", aveva aggiunto.

Il memorandum Usa-Israele, stando a fonti di Washington, prevede la creazione di quattro gruppi di lavoro che si concentrano su una serie di questioni chiave relative ai programmi nucleare e balistico dell'Iran, così come la fornitura di armi nella regione. Una conferma viene da Gerusalemme. Secondo il canale televisivo "Channel 10", il primo gruppo di lavoro sarà impegnato in un "lavoro segreto e diplomatico per abolire il programma nucleare iraniano". L'obiettivo del secondo gruppo sarà "limitare la presenza dell'Iran nella regione, in particolare, in Siria e in Libano". I compiti del terzo gruppo includono "la limitazione del programma balistico iraniano" e "la limitazione dei tentativi di consegnare missili iraniani agli Hezbollah". Infine, il quarto gruppo lavorerà "sull'escalation nella regione a cui l'Iran potrebbe essere coinvolto". Gli alti funzionari israeliani hanno confermato al canale televisivo che Usa e Israele hanno raggiunto un accordo strategico sulla questione iraniana. "Israele e gli Stati Uniti seguono da vicino le tendenze e processi nella regione, in particolare l'Iran, e hanno formulato una tesi finale sulla politica strategica in relazione a queste sfide", riferisce Channel 10.

Lo Stato ebraico, concordano analisti e fonti diplomatiche israeliane, non può assistere passivamente al continuo riarmo, via Teheran, di Hezbollah. Secondo un recente rapporto dell'intelligence militare di Gerusalemme, attualmente Hezbollah disporrebbe di oltre 100mila missili, rispetto ai circa 12mila che aveva prima della guerra dell'estate 2006. Secondo il sito French Intelligence, gli Hezbollah starebbero costruendo almeno due installazioni in Libano, dove produrre missili e armamenti. Sebbene questa notizia circolasse da tempo sui siti arabi, il magazine francese ha fornito maggiori dettagli su queste due strutture, indicandone la posizione e la tipologia di armamenti prodotti. Una prima struttura si troverebbe nei pressi di Hermel, nella Beqaa, mentre la seconda sarebbe posizionata tra Sidone e Tiro. Nella prima installazione verrebbero prodotti razzi Fateh 110 capaci di colpire quasi tutto il territorio israeliano, con una gittata di 300 km e un discreto livello di precisione. Nel complesso situato sulla costa mediterranea invece verrebbero fabbricate munizioni di piccolo calibro. "Israele sa bene che cercare di sbattere fuori l'Iran dalla Siria può portare ad un conflitto diretto con Teheran – rimarca Amos Harel, tra i più autorevoli analisti militari israeliani - I comandi di Tsahal sanno che sul terreno la minaccia principale resta al momento quella di Hezbollah, ma in prospettiva la presenza di basi iraniane in Siria rappresenterebbe un rafforzamento inaccettabile, non solo per Israele ma anche per Paesi arabi come Arabia Saudita, Giordania ed Egitto, della dorsale sciita Baghdad-Damasco-Beirut".

"Abbiamo ribadito più volte – gli fa eco il ministro dell'Energia Yuval Steinitz, tra i più vicini al premier Netanyahu – che oggi l'espansionismo iraniano rappresenta il pericolo maggiore per la stabilità e la sicurezza della regione. Gli Stati Uniti l'hanno compreso, l'Europa ancora no". Di certo, del probabile piano strategico anti-iraniano che Stati Uniti e Israele avrebbero definito, lo Stato ebraico informerà il suo nuovo alleato saudita. In questa direzione andava peraltro l'intervista concessa a inizi di novembre dal Capo di Stato Maggiore delle Idf (Forze di difesa israeliane), il generale Gadi Eisenkot, al giornale saudita "Elaph". In quella storica intervista, mai prima d'allora il più alto in grado nelle Forze armate dello Stato ebraico aveva parlato con un giornale saudita, il generale Eisenkot aveva definito l'Iran come "la più grande minaccia per la regione", affermando che gli israeliani sono pronti a scambiare informazioni con i sauditi per bloccare Teheran, che vuole "prendere il controllo del Medio Oriente e creare una mezzaluna sciita dal Libano all'Iran e dal Golfo persico al mar Rosso".

Nel frattempo, il ministero della Difesa di Israele ha aumentato le sue difese lungo il confine settentrionale negli ultimi anni, costruendo barriere elevate per prevenire qualsiasi attacco da terra di Hezbollah. Ha costruito muri con pannelli di cemento armato, blocchi di cemento e calcestruzzo e torri di guardia fortificate, ma sta anche costruendo un nuovo "recinto intelligente" di sei metri di acciaio e filo spinato che si estende per diversi chilometri con centri di raccolta di informazioni, e sistemi di allarme, sul confine libanese.

La risposta iraniana avviene, al momento, per vie indirette. Ai confini Nord d'Israele, continuando il riarmo di Hezbollah. E a Sud, sostenendo l'ala militare di Hamas, le Brigate Ezzedin al-Qassam e la Jihad islamica palestinese negli attacchi, attraverso il lancio di razzi, proseguiti anche oggi, dalla Striscia di Gaza contro le città frontaliere israeliane.

A tenere i contatti con i capi militari di Hamas e della Jihad palestinesi è una figura di primissimo piano nella catena di comando dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, corpo di élite che fa riferimento diretto a Khamenei: il generale Qassem Suleimani, regista delle operazioni in Medio Oriente – dall'Iraq alla Siria, dal Libano allo Yemen . È lui ad aver telefonato, dopo lo strappo di Trump su Gerusalemme, ai comandanti delle forze palestinesi più forti nella Striscia di Gaza per assicurare l'appoggio dell'Iran in caso di escalation contro Israele. La risposta non si è fatta attendere. Le sirene d'allarme sono risuonate nelle città israeliane prossime alla Striscia: tre razzi sono stati lanciati da Gaza nel sud di Israele due sono stati intercettati dal sistema di difesa antimissili Iron Dome, e il terzo è caduto in un'area popolata senza però fare vittime. In risposta, Israele ha subito reagito colpendo nella Striscia "due obiettivi terroristici" palestinesi, ricorrendo a carri armati e a velivoli. A riferirlo è un portavoce militare. "Dietro i terroristi di Hamas come di Hezbollah c'è la lunga mano dell'Iran", dichiara il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman. "Dobbiamo prepararci ad ogni evenienza", aggiunge. E stavolta, con l'Iran non sarà una guerra per procura.

Abbattere il sionismo ebraico non è un'esigenza palestinese ma di tutto il mondo che non vuole essere calpestato da questa ideologia selettiva e totalizzante

GERUSALEMME: KINGDOM OF HEAVEN? (Regno del Paradiso?)


(di Gino Lanzara)
29/12/17 

La querelle medio orientale ha vissuto la sua akmè negativa in coincidenza con il termine dell’anno e, soprattutto, con il delinearsi delle varie evoluzioni geopolitiche regionali che hanno di fatto reso ancora più labile la stabilità dell’area. Un’analisi della situazione trova un interessante (e quasi obbligato) start iniziale in Israele, dove il conflitto con i palestinesi (genocidio dei palestinesi) risulta animato da diverse dinamiche, sia di carattere interno che estero, in grado di condizionarne lo sviluppo.

Lo scontro tra Tsahal ed il movimento armato palestinese viene attualmente combattuto sia per conquistare territorio (e preziose risorse idriche), sia per riaffermare una precisa identità e contempla un’asimmetria dell’offesa - portata dalla fazione palestinese - cui fa seguito, secondo copione, una reazione sovente sproporzionata da parte israeliana.

La situazione politica interna ai due schieramenti destabilizza ulteriormente la situazione e si fonda su elementi talvolta di difficile ed immediata comprensione per un osservatore occidentale specie se europeo.

L’ortodossia religiosa ebraica, le diverse interpretazioni su cui si sono basate le politiche di insediamento dei coloni unitamente ad eventi riguardanti la condotta di esponenti politici israeliani, la travagliata convivenza politica delle due anime di Fatah e Hamas da parte palestinese, non forniscono alcun possibile auspicio di solidità: il premier Netanyahu (foto) è politicamente indebolito da alcuni scandali finanziari che lo sfiorano, mentre Abu Mazen è usurato da una reggenza che non ha portato risultati percepibili dalla popolazione, a dimostrazione che quando le leadership si indeboliscono le crisi si acuiscono.


Se è vero che da un lato l’accordo tra Abu Mazen e Ismail Haniyeh (senza dimenticare il più integralista Yahya al-Sinwar assurto agli onori della cronaca mediorientale nel corso del 2017) consentirà all’ANP di tornare a governare Gaza, dall’altro rimane il problema della regolarizzazione e soprattutto del controllo del braccio armato di Hamas. Tenuto conto della logica che sottende sempre l’agire della Stella di Davide, non appare fuorviante ipotizzare che quel che si intende ottenere non ha nulla a che vedere con una effettiva rioccupazione di Gaza per mezzo di un conflitto inutile, quanto con un tentativo di contenere Hamas, peraltro sempre più considerato anche in Cisgiordania ma altrettanto consapevole dell’oggettiva impossibilità di gettare in mare Israele mercè l’improbabile apertura di coraniche porte infernali, dato che, finora, l’appoggio dei Paesi islamici si è concretizzato in proclami e forniture di armamenti senza fattivi coinvolgimenti bellici sul campo.

La ritualità del conflitto israelo-palestinese sembra dunque trovare maggiori spunti in un quadro geopolitico di più ampia complessità, alimentato dagli effetti collaterali della guerra combattuta in Siria, dati il rinnovato ruolo di Hezbollah, sempre meno milizia prettamente libanese, la sempre più marcata influenza russa, l’incognita kurda segnata dal referendum per l’indipendenza, unitamente ad una rinnovata assertività filo israeliana della politica estera USA. Proprio il cambiamento di rotta impresso da Washington, dopo un periodo di relativo appeasement con l’Iran, ha ridestato dinamiche solo apparentemente sopite e comunque connesse con la realtà geopolitica mediorientale. La (momentanea) sconfitta di Daesh, le spinte egemoniche e le infiltrazioni iraniane sulla linea strategica del Golan con la quanto mai opportuna interposizione russa e l’avvicinamento del Regno Saudita ad Israele (inutile mettere sbarre alle idee, avrebbe detto Metternich, le scavalcano) danno ulteriore spessore politico alla questione israelo-palestinese.


Gli USA, dopo due mandati presidenziali democratici decisamente poco orientati alla causa israeliana, sono dunque ora impegnati a ricucire i rapporti con i tradizionali alleati sunniti d’area (Arabia Saudita ed EAU), a loro volta protesi a contenere la spinta sciita operata dall’Iran. La decertificazione USA degli accordi a suo tempo sottoscritti con l’Iran al fine di favorire sia uno sviluppo nucleare che un allentamento dei vincoli imposti all’import-export degli armamenti, ha reso più volitivo Israele che, da tempo, sta attuando una politica di contenimento attivo degli apprestamenti dei Guardiani della Rivoluzione attestati lungo il confine siriano. Con la rimarchevole ed accertata attività degli ayatollah a favore degli Hezbollah libanesi e degli Huthi yemeniti, e preso atto del ritorno sulla scena politica internazionale della Russia che tuttavia è cosciente dell’indispensabilità dell’Iran quale elemento politico regionale di base, non è difficile comprendere lo scenario strategico disegnato dal CSM israeliano, generale Eisenkot, forte anche dell’appoggio militare e tecnologico prestato dall’alleato a stelle e strisce con batterie missilistiche e nuove forze aeree fondate sull’acquisizione degli F35 in versione potenziata, nonché promotore di recentissime esercitazioni aeree internazionali senza precedenti (si vis pacem para bellum?). Eisenkot è stato crystal clear (cristallino) nella sua disamina strategica, estremamente vicina alla vision saudita: l’Iran sta giocando un ruolo di primo piano in tutta l’area mediorientale, sta fornendo un imprinting ideologico nel tentativo di realizzare un controllo egemonico della regione grazie alla costruzione di due mezzelune sciite: una che parte dall’Iran ed attraverso l’Iraq arriva in Siria e Libano; la seconda che muove dal Bahrein, passa per lo Yemen e giunge fino al Mar Rosso. Il mutamento strategico iraniano ha portato alla condivisione di know how tecnologico con il Partito di Dio e ha permesso la realizzazione in house di armi più sofisticate. Comprensibile quindi l’allarmato pragmatismo israeliano che, memore dell’ultimo cambiamento di strategia di Hez che tanto lo ha posto in difficoltà in termini di combattimento convenzionale, ha condotto a strikes sulle linee di rifornimento iraniane in Siria – con il silente placet russo - e ad una visione congiunta con i sauditi, del resto mai pienamente coinvolti nella vicenda palestinese e che anzi si stanno facendo portavoce per determinare una posizione unitaria e contraria a Teheran in seno alla Lega Araba.


Alla linea saudita pro Israele non possono essere certo estranee né la componente finanziaria, che vede protagonista il destino del mercato petrolifero mondiale, unitamente alla rimarchevole disponibilità di giacimenti di gas del Qatar, Paese ostaggio dei due contendenti, né la plausibilità di un disegno strategico che vuole uno spostamento del confronto tra sciiti e sunniti dal teatro siriano a quello libanese.

Può Israele attaccare preemptively (preventivamente) il Libano apparentemente sempre più succube del gruppo sciita e, soprattutto, gli impianti nucleari iraniani? Da un punto di vista puramente strategico impegnare Hezbollah su di un fronte mentre ce n’è ancora, di fatto, un altro dinamicamente aperto in Siria e mentre gli USA si adoperano per una fattiva copertura diplomatica utile ad un inedito avvicinamento con Riad – il cui a breve monarca mostra un’assertività anti iraniana senza precedenti - potrebbe essere pagante, specie per annichilire il confronto a lungo raggio con Hez. In questo contesto così variegato va considerato un aspetto tecnologico che non sarebbe saggio sottovalutare, ovvero il progettato (e finanziato) potenziamento della Cenerentola delle FFAA israeliane, la Marina, con battelli tedeschi Dolphin in grado di lanciare – opportunamente modificati - fino a 16 missili da crociera.

Ritornando ad aspetti più strettamente politici (e non meno importanti), rimane da valutare acriticamente (e realisticamente) l’effetto del sasso statunitense lanciato nello stagno gerosolimitano. L’annunciato trasferimento dell’ambasciata USA, con il contestuale riconoscimento di Gerusalemme quale Capitale dello Stato ebraico, ha movimentato una situazione che, quale ossimoro geopolitico, nella sua esplosività è rimasta a lungo cristallizzata. L’attuale amministrazione americana ha interpretato pragmaticamente gli eventi, seguendo le già manifeste inclinazioni di un presidente che, di fatto, ha dato vigore ad una scelta sovrana del Congresso votata nel 1995 in piena era Clinton. La risoluzione ONU, opportunamente enfatizzata, se da un lato ha stigmatizzato la decisione americana, dall’altro ha dato mostra di una retorica di fatto inconcludente, alla luce del fatto che, mai come ora, gli USA hanno mostrato una coerenza (magari non condivisibile ma realistica) volutamente non perseguita dalle precedenti amministrazioni; all’atto pratico nulla è mutato e la causa palestinese è stata di fatto nuovamente immolata, dai suoi stessi più strenui difensori, sull’altare della ragion di stato e degli indispensabili fondi erogati dalla FED.


Ben più concreta, ma meno reclamizzata, è stata la risoluzione adottata dall’Organizzazione della Conferenza Islamica – dominata dall’Arabia Saudita - che, con l’individuazione di Gerusalemme est quale Capitale palestinese, pone la soluzione del conflitto nell’ottica della costituzione di due distinti Stati. Se l’Arabia Saudita intende avvalersi del sostegno israelo-statunitense in chiave anti iraniana, non può che evitare di contrastare con forza la linea Trump; del resto anche gli altri due più rilevanti soggetti politici regionali, Turchia ed Egitto, al di là delle inevitabili posizioni ufficiali, sembrano aver optato per linee di realpolitik votate ad una concreta e fattiva oggettività tesa ad evitare ulteriori attriti con Israele e Washington.

Come si pone l’Occidente di fronte a questo panorama? In modo contrastante, con una politica talvolta miope, che non comprende appieno l’importanza Saudita, che essa piaccia o meno, e che continua ad appoggiarsi ad un’ideologia liberal non scevra da difetti, come la diffusa ed ingenerata instabilità mediorientale sta a dimostrare.

Conclusioni: il mondo è davvero in vendita come asserito in sede ONU dall’ambasciatore venezuelano? Nihil sub sole novi (non c'è nulla di nuovo sotto il sole); il pragmatismo ed il realismo nelle relazioni internazionali continuano ad indicare strade e percorsi che, privi di edulcorante ideologia, possono anche repellere ma che, di certo, continuano ad avere la loro oggettiva importanza.

(foto: Israel Defense Forces / U.S. Marine Corps)

Mauro Bottarelli - Buongiorno Visco schiavo consapevole insieme a Prodi e Ciampi e a tutta l'attuale dirigenza del corrotto euroimbecille Pd che dobbimo cacciare via di corsa a forza di calci nel sedere

SPY FINANZA/ L'attacco sospetto di Visco alla Germania

Vincenzo Visco in un'intervista ha attaccato la Germania e la sua gestione della politica europea. Una mossa molto sospetta a poche settimane dalle elezioni, dice MAURO BOTTARELLI

30 DICEMBRE 2017 MAURO BOTTARELLI

Vincenzo Visco (Lapresse)

Se qualcuno avesse cercato la prova provata che la campagna elettorale fosse ufficialmente iniziata, non avrebbe dovuto affannarsi troppo per trovarla. Eccola: «A distanza di vent'anni da quando il governo Prodi varò la manovra che valse all'Italia l'ingresso nell'euro, l'Europa è andata tutta da un'altra parte. La Germania doveva fare da traino a tutta l'operazione e invece si è messa a fare politiche mercantiliste, nazionaliste e isolazioniste a scapito della crescita dell'Europa». E chi avrà mai proferito queste parole, corredate da una tutt'altro che velata accusa di «aver tradito l'euro»? Nientemeno che l'allora ministro delle Finanze, Vincenzo Visco, in un'intervista concessa ieri a La Stampa di Torino. 

E ancora: «Quella che è avvenuta negli ultimi dieci anni, dopo la crisi, a causa delle politiche della Germania in qualche modo avallate dalla Bce, è un'artificiosa rinazionalizzazione dei diversi euro, e quindi dei diversi tassi di interesse. E quindi la moneta unica funziona male e a scartamento ridotto. La Germania continua a crescere a spese nostre, perché c'è un marco svalutato che è l'euro. E loro invece di espandere l'economia, continuano ad accumulare avanzi sull'estero». I tedeschi, prosegue, «non hanno mai voluto risolvere il problema delle banche, con l'assicurazione dei depositi. Insomma insieme con la moneta unica ci si sta se si condividono i rischi. La condivisione dei rischi è l'unico modo di evitare i rischi». E in merito al referendum sull'euro che potrebbe promuovere il M5S, «non ci credono nemmeno loro», commenta Visco, «ma il problema c'è, nel senso che per come si è venuta costruendo la politica monetaria ed economica dell'Ue è autolesionistica. Non funziona. Funziona parzialmente solo per la Germania». 

Ma questi non erano i fenomeni? Non erano i professoroni da contrapporre ai populisti biechi e senza visione d'insieme? Diciamo che ci hanno messo qualche annetto a rendersi conto di come girava il fumo, non proprio dei mesi: e adesso, cosa faranno? Si lanceranno alla rincorsa dell'euroscetticismo, magari varandone la versione light e accademica? La questione si presta a facili ironie, ma da ridere c'è davvero poco. Perché al netto della tardiva presa d'atto di Visco, c'è una realtà ormai cristallizzata: indietro non si può tornare. O si procede su questa strada o si passa al piano B, sperando che sia gestibile: ovvero, la creazione del famoso euro a due velocità, con l'Italia di fatto alla guida del blocco non-core dei Paesi mediterranei

D'altronde, cosa disse Wolfgang Schaeuble al governo italiano, prima di diventare presidente del Bundestag? Attenzione a menar troppo vanto per i risultati raggiunti, perché una volta sparito l'ombrello della Bce, la speculazione potrebbe tornare a farsi sentire. E pensate che non lo farà in vista del voto del 4 marzo? Pensate che la calma irreale che ha portato Paolo Gentiloni a concludere ordinatamente la legislatura sarà garantita da mercati che millantano salute ma sotto sotto sono ormai al livello che vedete nel grafico? Questo è il margin debt alla Borsa di New York oggi, ovvero la prova provata ulteriore che la tempesta è in ebollizione. Non c'è più liquidità sul mercato per il collaterale, lo dicono chiaramente i premi di rischio per i prestiti concessi dalle varie Banche centrali che ormai sono ai massimi da quattro anni: prima o poi, o qualcuno inonderà di nuovo il mercato o una notte il mercato interbancario si congelerà un'altra volta e saremo alla Lehman Brothers 2.0. 


Peccato che il grafico appena pubblicato ci mostri che la magnitudo debitoria sul margine sarà ancora più devastante potenzialmente, cioè capace di far sparire in poche ore intere istituzioni finanziarie private. E in questo contesto mondiale che si inserisce la tardiva e patetica presa d'atto di Vincenzo Visco, quasi anche il Pd di governo, quello di Renzi che prende in giro tutti via Twitter, ora sia talmente giunto alla fine degli argomenti da dover attaccare con la retorica anti-tedesca: proprio ora, quando ormai abbiamo svenduto l'ombrello per un po' di flessibilità da spendere in mancette elettorali e comincia a piovere? 

Ricorderete come, a mio modo di vedere, il segnale incontrovertibile di una volontà tedesca di rivedere l'impianto stesso dell'eurozona fosse stato quello lanciato dalla Bundesbank e dalla sua decisione dello scorso anno di rimpatriare in fretta e furia tutto l'oro fisico stoccato fra New York, Londra e Parigi. Così è stato fatto, ora Berlino è in controllo di quelle riserve, tornate a casa con ben due anni di anticipo sul programma originario: a vostro modo di vedere, Vincenzo Visco non aveva colto il segnale? Io spero di sì, altrimenti abbiamo avuto per anni un totale incompetente e impreparato a gestire le nostre finanze. E perché non ha parlato prima, dall'alto del suo status di padre nobile italiano dell'euro? E perché Romano Prodi, lo stesso che lancia appelli pro-europeisti dai giornali, ci ha messo sei anni a rendere pubblici i suoi dubbi sulle modalità con cui si è giunti agli eventi politico-economici del 2011?

Dobbiamo quindi davvero credere alla versione di Giulio Tremonti, ovvero di una quinta colonna italiana, il duo Quirinale-Bocconi, per la salvezza delle banche tedesche e francesi? Se sì, cosa ci avevano promesso in cambio? Non certo ristoro dal mega-contratto derivato, visti i 4 miliardi sborsati pronta cassa nel 2012 dal governo Monti: l'assicurazione della non opposizione della Bundesbank al whatever it takes e al Qr di Draghi è stata forse il do ut des della decisione che mandò a casa il governo Berlusconi e garantì la salvezza agli istituti teutonici e d'Oltralpe? Perché attaccare adesso la politica tedesca di surplus appare ridicolo, visto che è nota e palese da sempre: qualcuno sta preparando il terreno alla prossima legnata bancaria, come anticipato da Luigi Bisignani su Il Tempo di qualche giorno fa? Esattamente come per i Democratici Usa e l'Fbi la Russia è colpevole di qualsiasi nefandezza, anche l'arrosto bruciato, così i manovratori di un tempo stanno preparando la loro difesa d'ufficio, mettendo nel mirino i tedeschi brutti e cattivi, visto anche il brevissimo tempo che ci divide dalle urne? 

Il dado è tratto, ormai. Con buona pace di Visco e dell'europeismo da schiavi consapevoli.

C’è malafede se si mette sul medesimo piano la resistenza che cerca di opporre il popolo palestinese all’occupazione delle sue terre, alla palese volontà di attuare un genocidio da parte dei sionisti ebrei e le stragi dei civili che attua la Strategia della Paura e del Caos per disorientare popoli e costringere i governanti a non difendere gli Interessi Nazionali e a sottomettersi al Pensiero Unico del Globalismo unipolare

La linea Putin per fermare i terroristi

Fiamma Nirenstein - Ven, 29/12/2017 - 09:52

«Sì, sono stati i terroristi» ha detto Putin dell'esplosione di San Pietroburgo. E subito ha aggiunto un tocco putiniano: le forze dell'ordine devono «agire con decisione, non prendere prigionieri, eliminare i banditi sul posto nel caso la loro vita sia in pericolo».


Un'indicazione molto drastica, anche se, alla lettera, confacente alle comuni regole di ingaggio di esercito e polizia in tutto il mondo. La sede del discorso è significativa: una cerimonia di premiazione al Cremlino per le truppe che hanno preso parte alla campagna russa in Siria contro l'Isis. La premessa è duplice: da una parte, il valore decisivo proprio contro il terrorismo (e questo a chi si azzarda a pensare a scelte di carattere egemonico in Medio Oriente) del suo impegno della campagna di Siria contro l'Isis. E quindi, la continuità con la decisione di combattere in patria il terrore fino in fondo. Il terrorismo è l'incubo di tutti: la sua dunque è una descrizione dell'intervento in Siria come di un'azione meritoria della Russia contro i foreign fighter. E poi, incitando a combattere senza pietà, ha rimarcato come questa guerra sia in pieno svolgimento, durissima e indispensabilmente aggressiva. La forza, ha voluto dire Putin mentre una gran parte dell'opinione pubblica mondiale a sua volta si sposta dalla speranza della pacificazione alla battaglia fisica e giuridica, è l'unica strategia contro il rischio-sicurezza centrale nel nostro tempo e nei nostri centri di vita quotidiana. Il terrorismo, sembra sottolineare Putin, sia pure a modo suo, richiede una nuova filosofia. La collaborazione contro di esso è al centro, per la prima volta, della politica internazionale, basta ricordare come Putin abbia rivolto un ringraziamento pubblico il 17 dicembre a Trump, dopo il sanguinoso attacco di aprile che aveva fatto 14 morti, a prevenire altri attentati terroristici. La Russia è esposta al terrorismo dell'Isis sommato a quello dei ceceni musulmani esasperati: il risultato è molto pesante. Chi non ricorda l'attacco del teatro Dubrovka che fece 170 morti? E se si guarda le statistiche si nota che il fenomeno è stato affrontato di petto: dai 231 morti del 2010 oggi si contano 36 vittime. La linea dura di Putin si fa sempre più comune. Tuttavia, non si è perso lo sforzo di conservare moderazione e senso del diritto dove la guerra al terrore è più dura, come in Israele: qui da due giorni è cominciato il processo a Omar al Abed, un terrorista che ha ucciso a sangue freddo di notte in casa loro tre membri della famiglia Salomon, il padre di 70 anni e due figli, ferendo gravemente la madre. Sia la famiglia sopravvissuta sia il ministro della Difesa Avigdor Lieberman hanno chiesto la pena di morte, che in Israele è stata applicata da una corte militare, l'unica che può comminarla, una sola volta, contro Adolf Eichmann nel 1962. La richiesta appare lontana dal poter essere accolta. Intanto, un soldato, Elor Azaria, che nel marzo del 2016 ha sparato su un terrorista ridotto a terra finendolo, è adesso in carcere. Un terrorista può, anzi deve essere fermato a tutti i costi se è ancora armato, attivo, e pone un pericolo. Se Putin intendesse letteralmente questo, avrebbe molto più ragione del ministro degli Esteri Margot Wallstrom che ha chiamato «esecuzioni extragiudiziarie» chiedendo un'inchiesta internazionale la guerra ai terroristi colpiti a morte con le armi in pugno durante gli attacchi di quest'utima Intifada. Una forma di alleanza coi terroristi. La bravura consiste invece nel combattere difendendo la vita e anche la purezza delle armi. Vedremo se Putin intendeva questo, o solo di darci giù senza condizioni.