Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 6 gennaio 2018

Processori - La complessità delle nuove tecnologie ha raggiunto un punto tale da trascendere l'umana capacità di mantenerne il controllo, di conseguenza l'errore è inevitabile e saremo costretti ad accettarlo in quanto parte integrante del sistema stesso

INTEL, FALLA NEI PROCESSORI/ Ecco perché i nostri pc e smartphone sono tutti hackerabili

Arriva un nuovo allarme sulla sicurezza informatica, riguardante i processori più diffusi sui pc e gli smartphone. Un alert quindi globale. ALESSANDRO CURIONI

05 GENNAIO 2018 ALESSANDRO CURIONI

Lapresse

Sono passati un paio di mesi dall'annuncio della scoperta di Krack, una vulnerabilità che affligge il protocollo di sicurezza Wpa 2 utilizzato da quasi tutti i dispositivi wireless per proteggere tramite crittografia le comunicazioni "senza fili", e il mondo scopre che la quasi totalità dei processori montati su computer e smartphone in commercio sono afflitti da due gravi debolezze battezzate Meltdown e Spectre. Se nel primo caso era stato un ricercatore belga a scoprire il "bug", questa volta l'onore è toccato al team di Google Project Zero, gruppo di ricerca in materia di sicurezza del gigante di Mountain View. 

Come per Krack anche in questo caso c'è chi corre ai ripari, ma non sono i produttori di processori come Intel e AMD, quanto i big della Silicon Valley a partire da Microsoft, Apple e lo stesso Google, che stanno rilasciando correzioni per i propri sistemi operativi che funzionano sfruttando la capacità di calcolo di quei processori. Tra gli effetti collaterali previsti c'è una riduzione delle performance dei dispositivi, ma questo sembra essere il prezzo da pagare in nome della sicurezza. La ragione dell'inerzia dei primi, invece, non è un caso di colpevole sottovalutazione, ma un problema di impossibilità oggettiva determinato dalla natura dei bug. Si tratta infatti di vulnerabilità di progetto, cioè di errori concettuali nell'ideazione dell'architettura dei processori. Volendo fare un paragone è come se una casa automobilistica sviluppasse una nuova vettura "dimenticandosi" dei freni: non è possibile semplicemente richiamare il veicolo e aggiustarlo, ma si deve ripensarlo daccapo. 

Vero che queste ultime falle scoperte sono tutt'altro che semplici da sfruttare, richiedono competenze notevoli e risorse per nulla trascurabili, considerazioni che hanno spinto Intel e gli altri produttori a minimizzare il rischio che queste vulnerabilità siano effettivamente sfruttate in modo criminale, ma i comunicati rassicuranti non devono far perdere di vista alcune questioni fondamentali. In primo luogo qualsiasi criminale valuta l'economia dello sforzo e non si può trascurare come un "buco" comune a miliardi di dispositivi potrebbe essere la candela per la quale il gioco vale. Il secondo e forse più importante tema riguarda la tipologia delle vulnerabilità. Quando gli errori sono a livello di progettazione, come nel caso di Meltdown e Spectre e ancora prima di Krack (a essere sensibile al possibile attacco non era una tecnologia, ma il protocollo sul quale tutte si dovevano basare), allora significa che il tema della sicurezza non è ancora realmente integrato nei processi di progettazione e produzione dei sistemi. 

Probabilmente gli operatori economici delle tecnologie dell'informazione sono ancora costantemente vittime del "time to market" ovvero della necessità commerciale di immettere sul mercato nuove soluzioni a qualsiasi costo per evitare di essere soverchiati dalla concorrenza. La possibilità di errore diventa così fondante nel sistema per almeno due necessità "tecniche". La prima è di ordine "operativo" e riguarda il concetto di compatibilità retroattiva sulla base del quale deve essere possibile per un sistema più recente interagire con quelli delle generazioni precedenti, di conseguenza finirà per conservarne i pregi ma anche i difetti. La seconda è di tipo economico e consiste nel prendere per buone le soluzioni sviluppate in passato e quindi riutilizzarle così come sono in contesti diversi, spesso sottovalutando gli effetti prodotti da un ambiente differente da quello per cui erano state concepite. Tanto per fare un esempio nel mondo reale, è come se la "solita" casa automobilistica prendesse il progetto dell'impianto frenante di un veicolo del 1960 e lo adottasse come standard per le vetture di serie del 2018. 

Tuttavia esiste un'ipotesi alternativa, forse anche più lugubre. La complessità delle nuove tecnologie ha raggiunto un punto tale da trascendere l'umana capacità di mantenerne il controllo, di conseguenza l'errore è inevitabile e saremo costretti ad accettarlo in quanto parte integrante del sistema stesso. In definitiva non si tratta di un'ipotesi tanto peregrina, basta rammentarsi come da molti anni abbiamo perso la possibilità di governare le informazioni che circolano sulla Rete poiché la quantità stimata di byte annualmente in transito è rappresentabile da un "10" seguito da 21 zeri. In entrambi i casi i numeri ci sono contro.

Fino allo scorso anno si scriveva che solo in pancia alla Deutsche Bank c'erano 75.000 mila (legasi settantacinquemila) miliardi di derivati, oggi si dice che complessivamente nelle pieghe del bilancio sono diventati 6.800 miliardi cifra comunque enorme, gli altri miliardi sono scomparsi d'emblèe ma la Bce li ignora, perchè?

Se la Bce dimentica i problemi delle banche straniere

Tanta attenzione agli npl degli istituti (molti italiani) ma poca sui 6.800 miliardi di derivati in pancia alle banche tedesche e francesi

5 gennaio 2018

Il Presidente della BCE Mario Draghi – Credits: PATRICK HERTZOG/AFP/Getty Images

Negli ultimi mesi, l’organo di Vigilanza della Banca Centrale Europea è più volte intervenuto per porre l’attenzione del mondo intero – perlomeno, di quello finanziario – al tema dei cosiddetti NPL (non performing loans). Sono i crediti deteriorati o, per usare termine meno edulcorato, i crediti marci.

Con la minaccia del cosiddetto "Addendum", cioè delle nuove norme ancora più restrittive su tali crediti in bilancio, l’organo di Vigilanza ha di fatto incentivato un mercato, quello dell’acquisizione dei titoli di credito, acquistati da banche con forte caratterizzazione speculativa. La maggior parte delle banche in difficoltà, a seguito di tali minacciate restrizioni normative, sono invece le banche del sud europa, e segnatamente le italiane. In estrema sintesi e in logica di semplificazione, parliamo dei crediti prestati a imprese, di difficile esigibilità.

Sta di fatto che l’organo di Vigilanza si è "casualmente" dimenticato di un’altra, ben più significativa minaccia. Non lo dico io, ma un soggetto istituzionale; la Banca d’Italia.

In uno studio pubblicato in questi giorni, emerge che i derivati in circolazione sono circa 12 volte i crediti in sofferenza, cioè quello di cui abbiamo appena parlato. Anche qui, per i derivati eviterò il termine tecnico, cioè titoli “illiquidi”, ovvero quelli classificati nei bilanci delle banche con le diciture “livello 2” oppure “livello 3” per dire esattamente cosa sono: titoli tossici

Due considerazioni sono quelle che, in analisi dei rischi, vanno considerate: il peso e la probabilità del rischio. Quanto al peso, stiamo parlando di 6.800 miliardi: cioè una enorme bomba celata sotto sigle incomprensibili. Quanto al rischio che possa detonare, basti considerare che molti di questi titoli sono valutabili solo con un benchmark di mercato ad altri titoli similari quotati, mentre altri non sono affatto valutabili, perché non esiste un riferimento di prezzo ufficiale, nemmeno indiretto.

Ma allora chi stabilisce il valore? vi chiederete. Società di consulenza indipendenti, sarà la risposta ufficiale.
Pagate da chi? obietterete, lettori scaltri. Dalle stesse banche valutate, è la risposta completa.

In pratica, dietro astrusi modelli matematici le banche che hanno quei titoli giocano. Con le regole dei bilanci, in primis. 

Come rileva la Banca d’Italia "…i principi contabili lasciano spazio ad interpretazioni…" e quindi "…le banche hanno dunque l’incentivo a usare tale facoltà per distorcere il prezzo valutativo…"

Tradotto per i non addetti ai lavori: quei prezzi sono fittizi. Basterebbe una oscillazione del prezzo di solo il 5% - rileva Bankitalia – perché il Capitale di qualità (cosiddetto CET 1) scenda per le 18 Banche europee più esposte verso tale spazzatura dal 14% a sotto l’11%. Insomma, tutta la pomposa campagna della stabilità del sistema bancario, incentrata sul requisito patrimoniale delle banche è solo fumo negli occhi.

Ma se lo capiamo noi, osservatori indipendenti, perché non lo comprende l’Organo di Vigilanza di una Banca Centrale?

Oh, comprende benissimo che il rischio nascosto nei derivati tossici nascosti nei bilanci delle banche sia enormemente più grave di quello insito nei crediti non performanti concessi dalle banche alle imprese. Solo che il secondo è un rischio assunto prevalentemente dalle banche italiane.
Il primo, quello davvero esplosivo, è invece per circa il 75% concentrato in Europa in due sole nazioni: Germania e Francia.
Or mi sovviene la domanda, forse non peregrina: ma la BCE non dovrebbe essere un organo imparziale?

Per anni abbiamo modellato comportamenti virtuosi in cui andiamo a fare la spesa con le nostre buste indistruttibili e pronte a tutti gli usi, per anni ci siamo riempiti le case di questi strumenti per risparmiare per non fare monnezza inutile e ora con un colpo solo si vuole annullare anni di comportamenti virtuosi e massificati con l'obbligo del costo. Abbiamo interiorizzato dei comportamenti e con dei segni chiamati legge si vuole eliminarli, tipico atteggiamento da euroimbecille che non sa come viviamo. Tic tac tic tac il 4 marzo 2018 è sempre più vicino

Il Pd cade in una busta, effetto pesante sui sondaggi. Buttaroni (Tecnè): “Con la tassa sui sacchetti il partito sempre più lontano dalla realtà”

5 gennaio 2018 Antonio PitoniPolitica


“Sicuramente c’è un impatto negativo sul consenso. In questo momento, verso il Pd, c’è un atteggiamento analogo a quello che c’è tra due persone che si sono amate ma che ora si stanno lasciando”. Ne è convinto Carlo Buttaroni, presidente dell’Istituto Tecnè.

Che giudizio dà della norma che introduce l’obbligo di utilizzare sacchetti biodegradabili nei reparti ortofrutticoli dei supermercati?
“Rilevo che l’impostazione di questa norma è obiettivamente molto curiosa”.

Curiosa perché?
“Innanzitutto i costi sono stati scaricati sui consumatori e non sulle imprese che avrebbero potuto fare delle economie di scala. In secondo luogo, proprio perché il costo è a carico del consumatore, è stata eliminata ogni possibilità di concorrenza: l’impresa non ha alcun interesse a cercare sul mercato l’offerta migliore per la fornitura dei sacchetti. Nel recepimento della direttiva Ue da parte del Governo, vedo un eccesso di zelo ma anche un po’ di distrazione”.

E sul fronte dei sondaggi come si traduce questo mix tra eccesso di zelo e distrazione?
“Sicuramente c’è un impatto negativo, che rafforza una dinamica altrettanto negativa verso il Pd che, qualsiasi cosa faccia, non fa che accentuare il fastidio nei propri confronti. Anche quando fa cose positive. Figuriamoci in questa vicenda delle buste che, oltretutto, è percepita in maniera negativa”.

In particolare da chi?
Soprattutto dagli anziani, che le buste se le portano da casa per risparmiare. Su queste persone il provvedimento ha una forte incidenza negativa acuendo, nei confronti del Pd, un sentimento di ostilità che viene percepito sempre più lontano dalla realtà del Paese e, in particolare, da quelle fasce che vivono i disagi più forti e si sentono abbandonate Così si dimostra di non capire e di non essere in sintonia con l’opinione pubblica”.

Un sentimento che fa perdere consensi?
“Un sentimento che magari non farà cambiare idea su chi votare ma che di certo non favorisce neppure la possibilità di recuperare il consenso perduto”.

Tic tac tic tac Noi Italiani siamo gli unici a sapere quali sono i nostri Interessi Nazionali, il 4 marzo via a calci nel sedere ci hanno derubato, svenduto agli stranieri il presente, il nostro futuro, dei nostri figli, dei nostri nipoti

Elezioni, all'estero temono il laboratorio politico-populista di Lega e M5s

Elezioni 2018.L’Europa spera in una grande coalizione tra moderatiDi Daniele Rosa


"Il risultato delle elezioni italiane del 4 marzo non e’ assolutamente scontato, ed anzi le elezioni potrebbero far nascere un laboratorio politico di un modello tra partiti e movimenti populisti. Ossia tra il M5S di Beppe Grillo e la Lega di Matteo Salvini": cosi’ molti osservatori stranieri, liberi da condizionamenti interni italiani, vedono il futuro politico dell’Italia, uno dei paesi fondatori dell’Europa e terza forza industriale europea.

Sono tutti molto concordi che, con la legge elettorale appena varata, nessuna forza politica avrà’ una maggioranza. Ne’ il PD di Matteo Renzi, l’ex premier considerato in crisi di immagine, ne’ Forza Italia con un Cavaliere che, a oltre 80 anni, continua a voler fare il leader senza decidere un suo ‘delfino’, e nemmeno il M5S di Beppe Grillo.
Elezioni 2018.L’Europa spera in una grande coalizione tra moderati.

Quello che l’Europa spererebbe accadesse e’ una grande coalizione tra moderati, ovvero tra FI, PD e i piccoli partiti del Centro.
Chiaramente un accordo di questo tipo garantirebbe stabilita’ politica ed economica in un paese troppo importante per l’equilibrio del sistema europeo.

Invece il rischio temuto, da tutti i cosiddetti ‘poteri forti’, banche ,finanza, politica europea, e’ una deriva populista. Una deriva che in Italia, a differenza di quella rischiata in Francia con la Le Pen , potrebbe avere due anime unite nella totale diversità’: ossia la Lega e il M5S.

Sarebbe davvero un laboratorio politico unico nel panorama europeo.
Possibile? Rischioso?
Difficile dirlo, anche se i due protagonisti, in diverse occasioni, hanno manifestato sentimenti contrari. Ma si sa che in politica non sempre quello che si dice e’ la verità’.
E l’Italia e’ la patria del Machiavelli.
Elezioni 2018. Italia patria di Machiavelli.

Matteo Salvini, diverse volte, ha detto che 'se subito dopo le elezioni non ci fosse una chiara maggioranza potrebbe chiamare il leader pentastellato’. Dal canto suo Grillo ha più’ volte confermato che invece ‘mai potrebbe fare accordi con la Lega’.

A osservare profondamente le due realtà’ si vede chiaramente che sono davvero lontane su molte idee.
Ad esempio sui migranti il M5S ha una posizione molto ‘light’, a volte incomprensibile, mentre la Lega su un maggiore controllo dell’immigrazione ha idee molto chiare e radicali.

In disaccordo totale le due formazioni sono pure sul cosiddetto' reddito di cittadinanza' che i grillini vorrebbero finanziare a tutti quelli che ne avrebbero diritto, mentre la Lega, su questo versante, e’ decisamente sorda.
Elezioni 2018. Virginia Raggi senza grandi risultati a Roma

Nel mondo del compromesso politico può’ accedere tutto e il contrario di tutto.
Ma la maggioranza degli osservatori stranieri e’ maggiormente convinta che, alla fine, prevarranno gli accordi tra i partiti moderati a cui si aggiungerà’ la Lega.
Il tutto per lasciare fuori il M5S considerato, al momento, ancora troppo acerbo per gestire il Governo di un Paese appena uscito da una crisi di dieci anni.

I risultati ottenuti dalla sindaca grillina a Roma, la Capitale sotto i riflettori del mondo, non sono stati purtroppo cosi’ buoni. Certo non hanno dato il via libera ad un Movimento fatto e votato soprattutto da molti giovani, nel bene e nel male, non cosi’ esperti delle logiche politiche.
In questa fase storica si considera opportuno non intraprendere strade rischiose.
E qui tutti gli osservatori stranieri sono d’accordo.
Lo saranno pure gli italiani votanti?

a parte Gentiloni, un servo francese uno spaccato del mondo di mezzo

05 gennaio 2018
Da Renzi a Boccia, uno sguardo nelle calze dei potenti per l'Epifania

Occhio di Lince distribuisce carbone e dolciumi. Minali promosso a pieni voti. Gentiloni premiato (a differenza del segretario Pd). E il leader di Confindustria? Dietro la lavagna.


Il vostro Occhio di Lince curiosa (indebitamente) nelle calze dei potenti per vedere cosa lascia loro la Befana. Carbone nero? Dolciumi premianti? O cos’altro? Ecco un primo giro.

Il segretario del Pd Matteo Renzi.
ANSA

Orecchiette per Matteo Renzi

Il segretario del Pd non si è affatto pentito di aver voluto a tutti i costi la commissione d’inchiesta sulle banche, nonostante sia diventata un boomerang, ma prudentemente ha deciso che il primo obiettivo della sua campagna elettorale sarà quello di far dimenticare Banca Etruria e la Boschi story. Nell’intento, non guarda in faccia nessuno: tira in ballo un’altra banca, anche a costo di inventarsi un caso che non esiste, e già che c’è mette un po’ di liquame nel ventilatore rivolgendolo verso Corte Costituzionale e Consob (gestione Vegas). E per riuscirci, non avendo amici fidati tra i giornalisti che si occupano di economia e finanza, si è rivolto ai notisti politici più vicini a lui. Il primo a rispondere all’appello è stato Claudio Tito, che a Repubblica è un po’ il Meli (nel senso di Maria Teresa) del Corriere. Il quale ha sparato un pezzo, negli spazi per lui inediti delle pagine economiche del giornale diretto da Calabresi, su tre rischi che secondo lui corrono le banche popolari.

LE BOMBE DI TITO SU REPUBBLICA. Il primo è una vera e propria rivelazione: a marzo ci sarà la sentenza della Consulta sulla riforma Renzi e potrebbe succedere che quei cattivoni di giudici costituzionali accolgano un ricorso avverso. Bella scoperta. Peccato che se quella sentenza ci sarà, vorrà dire che la famosa riforma che doveva rivoluzionare il sistema bancario era costituzionalmente bacata. Naturalmente, nulla viene detto sulle mosconate che in Borsa sono state fatte mentre la grande riforma nasceva. Il secondo rischio evocato più che un pericolo è una realtà, visto che si riferisce alla condizione di illiquidità dei titoli delle popolari quotati al mercato chiamato Mtf. L’obiettivo è dare la colpa a una direttiva della Consob, in modo da denigrarla e con essa screditare quello che i vertici della commissione di controllo sulla Borsa hanno detto sull’Etruria. E poi, la bomba finale di Tito: «Nessuno può escludere un vero e proprio default» della Banca Popolare di Bari perché un’inchiesta della Procura di Bari «sta mettendo in evidenza le gravi carenze nella gestione».

MATTEO IN GUERRA CON GLI OPPOSITORI PUGLIESI. A parte il fatto che l’indagine giudiziaria a cui si fa riferimento riguarda la denuncia di un ex dipendente che con l’andamento della banca non ha niente a che vedere, ma non c’è uno straccio di elemento a riprova di quanto affermato. Tanto che dopo la lettera di smentita della banca, riportata da Repubblica parzialmente e con tanto di replica piccata, è probabile che l’istituto barese proceda in giudizio contro il giornalista e testata. Ma come mai è stato scelto come bersaglio proprio la Popolare di Bari? A chiederlo a quelli del Pd, renziani o meno che siano, si ottiene una sola risposta, anche se sotto il vincolo dell’anonimato: la guerra di Renzi con i suoi oppositori politici pugliesi, quelli rimasti dentro il Pd e i fuorusciti. Che si riferiscano a Michele Emiliano e Francesco Boccia, da un lato, e a Massimo D’Alema, dall’altro? Come diceva il Divo Giulio, a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca.

Il premier Paolo Gentiloni.
ANSA

Medaglia da winner per Alberto Minali e Paolo Gentiloni

A insindacabile giudizio della Befana, calza piena di dolci e diploma da numero uno del mondo del business tricolore per il 2017 all’amministratore delegato di Cattolica Assicurazioni. Uscito sconfitto ma a testa alta dal braccio di ferro con Philippe Donnet in Generali, dove molti azionisti già lo rimpiangono, Minali è approdato sulla tolda di comando della cooperativa veronese prima dell’estate, e in pochi mesi ha portato a termine due colpi eccezionali: ha promosso l’ingresso di Warren Buffet nell’azionariato della compagnia e si è aggiudicato la gara per la bancassurance con Bpm-Banco Popolare. Chapeau.

QUESTIONE (ANCHE) DI STILE. Sempre a giudizio della vecchina con la scopa, per la politica italiana il number one del 2017 non può che essere il presidente del Consiglio. Ha dimostrato che non c’è bisogno di avere meno di 40 anni e di andare in tivù tutte le sere per essere in grado di governare. Il suo stile sobrio e riservato ha preso clamorosamente il sopravvento su quello da spaccone del suo predecessore e il suo governo merita la sufficienza piena. Che di questi tempi…

Il numero uno di Confindustria Vincenzo Boccia.
ANSA

Carbone nero per Vincenzo Boccia

La sua presidenza di Confindustria è stata fin qui una vera e propria calamità, e se non si spiccia a farsi dare un seggio sicuro da qualcuno – più probabile Renzi che Berlusconi – rischia di passare alla storia per essere il primo presidente che non riesce a concludere i quattro anni (2+2) di mandato. Il disastro del Sole 24 Ore – che non sarà la querela preannunciata ai nostri amici del Fatto Quotidiano a salvare dagli inferi, considerato che conta su poco più di 7 milioni di patrimonio netto e capitalizza 11 milioni e rotti in Borsa – e una gestione da dilettante del potere di rappresentanza del capitalismo italiano, la cui immagine collettiva non è mai stata così debole, rendono la situazione di Boccia a dir poco precaria.

IN ROTTA DI COLLISIONE CON LA PANUCCI. Ora è pure entrato in frizione con Marcella Panucci, direttore generale della confederazione, che significa inimicarsi il giro potente formato dal duo Francesco Gaetano Caltagirone (con i suoi giornali e il fido scudiero Fabio Corsico) e Paola Severino, ex ministro e rettore della Luiss. Finora l’ha tenuto in vita Carletto Messina, su suggerimento di Stefano Lucchini, da poco salita nuovamente sulla tolda di comando della comunicazione del gruppo. Ma se, cari e affezionati lettori, come sembra, il vento del Nord, forse finalmente unito dal Piemonte al Veneto passando per la Lombardia di Bonomi e Bonometti, dovesse cominciare a tirare forte…

Paola Tommasi col presidente americano Donald Trump.

Tacco 12 per Niccolò Ghedini

Dalle carte segrete di Arcore che l’avvocato di Berlusca tiene strette, cominciano a filtrare i nomi delle new entry al femminile del prossimo parlamento. Scontata infatti la riconferma di quasi tutte le deputate e senatrici uscenti nei loro stessi collegi, Ghedini è arrivato ad una scrematura per le nuove candidate scelte dalla società civile. Ecco tutte quelle che hanno superato i vari vagli, dal curriculum alla capacità mediatica fino alla presenza estetica.

Paola Tommasi, pugliese, 35 anni, bocconiana, distaccata nel gruppo parlamentare di Forza Italia alla Camera come economista, editorialista di Libero e di Lettera43, volto televisivo dopo aver seguito la campagna elettorale di Donald Trump e ponte naturale con il governo Usa.
Maria Tripodi, di Reggio Calabria trapiantata a Roma sotto l’ala protettiva di Anna Grazia Calabria, di cui è il braccio armato come responsabile organizzazione di Forza Italia giovani e che ha già voluto candidarla alle elezioni europee del 2014. Grande amica di Francesca Pascale.
Annaelsa Tartaglione, 28 anni di Isernia, laureata in Scienze politiche, è stata nominata ad agosto coordinatrice regionale del Molise da Berlusconi, su suggerimento di Nunzia De Girolamo.
Antonella Sberna, 35 anni, consigliere comunale di Viterbo e neo-mamma. Ha sempre respirato politica, prima con uno stage nella segreteria di Antonio Tajani al Parlamento europeo e poi in Senato con Cinzia Bonfrisco. Viene considerata un sicuro talento.
Martina Sassoli, anche lei 35 anni e neo-mamma. Anche lei bocconiana, è assessore al comune di Monza con deleghe a sviluppo del territorio, urbanistica, edilizia privata, ambiente, rapporti con associazioni di categoria, pari opportunità. Figlia di Andrea, imprenditore brianzolo nel settore dell’acciaio.
Anna Pettene, avvocato, moglie del presidente di Erg Edoardo Garrone, pronta a scendere in campo in Liguria, forte dei weekend in famiglia con Ghedini.

Uno degli obiettivi fondamentali del fantoccio Macron è quello di imbavagliare l'informazione e riportarla TUTTA sotto le ali protettrici del potere. La Polizia e la Gendarmeria non si meritano politici alla Macron

MACRON NON TEME LE BANLIEUES IN FIAMME. TEME “RT”.

Maurizio Blondet 5 gennaio 2018

E’ ormai un rituale nei sobborghi, ogni Capodanno in Francia: le torme di giovinastri e vandali di colore bruciano le auto parcheggiate incautamente sotto i loro falansteri. La sola novità è la crescita del fenomeno: dalle 935 auto bruciato il 31 dicembre dell’anno scorso, si è passati a capodanno 2017 a 1031. Ciò, nonostante lo spiegamento di 140 mila fra agenti e forze di sicurezza in tutto il territorio. Gli arresti sono parimenti cresciuti da 456 a 510. A cosa si deve questo rituale di bruciare le auto nelle banlieues? “può essere un gioco associato alle violenze urbane, o per noia o per protesta contro un arresto – risponde a Le Parisien Christophe Schulz, funzionario dell’Osservatorio Nazionale Per il crimine e la repressione penale (DNPR) – o può essere anche il bisogno di liberarsi di un’auto usata per un delitto o in una truffa assicurativa”. L’ultima risposta fa’ pensare a zone di non-legge assoluta, in mano a comunità interamente criminali.


Nel sobborgo parigino di Champigny sur Marne, dozzine di giovanotti di colore, strafatti e fumati, durante un “veglione di strada” hanno pestato due agenti – fra cui una poliziotta di 25 anni, bastonata da dietro le spalle, una volta caduta presa a calci alla faccia e al ventre – per poi postare la virile impresa sui “social” insieme agli altri loro vandalismi, dove si sentono le loro urla belluine e i loro grugniti di gioia. L’agente che era con la ragazza, un capitano di 37 anni, anche lui preso a calci mentre era terra da un gruppo “molto aggressivo”, ha estratto la pistola, riuscendo a farli desistere.

La notte seguente nella vicina Stains, Seine-Saint-Denis, un incendio in un palazzo popolare. Dei poliziotti entrano, salgono fino al terzo piano fra le fiamme (“pezzi incendiati ci cadevano addosso”), sfondando a calci una porta e salvano tre bambini che, dentro, urlavano. Quando sono sulla strada coi piccoli che hanno salvato, vengono accolti da una gragnuola di sassi. “Una banda di giovani, non avevano capito, non eravamo venuti ad arrestare nessuno”, dice il brigadiere-capo di 35 anni.

Poliziotti si suicidano

Nei primi dieci mesi del 2017 si sono tolti la vita 47 poliziotti francesi e 16 gendarmi; nella sola seconda settimana di novembre, 8 agenti e 2 gendarmi hanno messo fine ai propri giorni. Nell’ultimo decennio, sono più di 700 i poliziotti suicidi. Per lo più maschi, quarantenni, sposati con due figli. La continua sensazione di dover agire in territorio ostile, circondati dal disprezzo e dall’odio dei presenti, gli orari massacranti, i riposi saltati. Spesso si suicidano per la separazione o il divorzio. “Ma sono i problemi professionali che fanno esplodere la vita privata”, dice un sindacalista. Una tragedia cronica, per una professione costretta ad operare giorno e notte in quartieri proibiti dove ribolle una rivolta nichilistica dei ragazzi di terza generazione, che non sa diventare rivoluzione. Ma non è questo che preoccupa il potere.

Nel suo discorso di Capodanno, il presidente Macron ha spiegato cosa lo allarma davvero. “Ho deciso di far evolvere il nostro dispositivo giuridico per proteggere la vita democratica dalle notizia false”, ha annunciato. Ecco il problema: le fake news. Ha annunciato una censura legale “delle piattaforme, dei tweeet, dei siti interi” che “inventano voci e notizie false che affiancano quelle vere. La verità è che c’è una strategia- una strategia finanziata – che mira a creare il dubbio, a lasciar pensare che quel che dicono i politici e i media è sempre più o meno menzognero”.

Come si vede, Macron ha espresso una teoria complottista in piena regola: dietro le informazioni false c’è una strategia, per giunta “finanziata”. Da chi? I commentatori ritengono che con questo Macron, senza nominarla, alludesse a RT, la tv Russia Today che ha appena inaugurato le sue trasmissioni in francese, dalla sua nuova sede di Parigi, sicché adesso gli ascoltatori avranno un notiziario 24 ore su 24 con un punto di vista diverso da quello (corale all’unisono) dei media nazionali; e che raggiunge non solo i francesi, ma Belgio, Canada, Maghreb, Africa francofona.

“Russia Today” in francese. E’ il panico.

Le autorità hanno provato per due anni ad impedire l’andata in onda di RT a forza di burocrazia e normative e regolamentazioni. Hanno tentato di imporre che le trasmissioni fossero controllate e autorizzate da una Commissione Etica, cosa alquanto insolita per un telegiornale che va in diretta. I più noti giornalisti della carta stampata e anchorman delle tv concorrenti hanno cominciato ad attaccarla prima ancora che andasse in onda. E adesso i redattori assunti da RT ricevono sms da colleghi che li accusano di “essere passati alla Russia”. Macron in persona l’ha bollata come “propaganda” senza aver visto il primo notiziario, ed ha negato ai giornalisti di RT l’accredito per accedere all’Eliseo alle sue conferenze-stampa.

Un vero attacco di panico dell’Establishment, che ha fondati motivi: “il canale solleverà gli argomenti che di solito sono nascosti sotto il tappeto dagli altri media”, ha detto un giornalista neo-assunto, ed ecco il problema: perché se le tv nazionali d’Oltralpe sono tanto omissive e ufficiose quanto le nostre italiane, là il potere ha cose più grosse da nascondere, e che non vuol vedere spiegate al suo pubblico. Per esempio: cosa stanno facendo veramente le truppe francesi in Niger e in Mali? Ecco un tema in cui le tv e i giornali sono assai rispettosamente discreti, per comprensibile patriottismo. Qualche reportage d’inchiesta sulla parte avuta da Parigi nella sovversione armata in Siria, di cui i francesi nulla sanno, è una eventualità che basta a far rizzare i capelli in testa a tutti quelli che contano. Perché Parigi ha fornito armi ai jihadisti anti-Assad fin dal 2012, nonostante la UE avesse posto un embargo su tali tipi di assistenza; senza contare i soldati francesi mandati come istruttori, o gli strani casi dei ragazzotti di terza generazione di quelle banlieues misteriosamente “radicalizzati” e spediti in Siria. Magari, Iddio non voglia, la RT potrebbe intervistar Alain Soral, l’intellettuale passato dal comunismo alla posizione “destra del lavoro e sinistra dei valori”; che per tutti i media bempensanti è una assoluta non-persona, da non citare mai e da non mostrare mai nemmeno di faccia. O ancor peggio, una apparizione in video del comico del “manico d’ombrello” (quénelle) Dieudonné, su cui pesa la più tombale censura mediatica perché ha detto cose “antisemite”. Magari, potrebbero mostrare servizi dal vivo delle auto incendiate a Capodanno, e far avanzare in primo piano un problema sociale e politico della rivolta endemica dei sobborghi, che i media ritengono di cattivo gusto esagerare; parlando invece dei disordini e manifestazioni in Iran. Magari, un’inchiesta sui poliziotti che si suicidano in massa, cercando di capire perché. Sono tutti rischi terribili, per la narrativa liberista, liberale, felicemente globalista ed europeista di “successo”, di Macron.

Le sue “riforme”? Plutocratiche

Narrativa che ha bisogno di essere sostenuta dai media “bobo”, bourgeois-bohemièn, perché sotto cova una rabbia ancora più politicamente pericolosa di quella dei vandali delle banlieues: quella della classe media “periferica” e la classe operaia bianca che si vede spossessata ed ha votato Front National.

Ne ho parlato in un articolo del 3 ottobre scorso:

E’ una Francia che “non esiste” per i media fatti da giornalisti bobo, per i quali “la società consiste solo di ricchi glamour e di poveri immigrati” da accogliere benevolmente. Ora, questi ceti abbandonati (perché “razzisti”, sovranisti, lepeniani) assistono alle “riforme” di Macron, che non possono essere che definite plutocratiche.

Ha quasi soppresso la ISF (Imposta sulle Fortune che colpisce le fortune superiori ai 1,3 milioni), ridotto al 30 per cento “flat” l’imposta sui capitali (Prélèvement Forfetaire Unique) , abbassato l’imposta sulle società (dal 30 al 25%), ridotto di un terzo la tassazione sulle stock-options, e – nella speranza di attrarre i finanziari da Londra – tagliato l’imposta sugli stipendi superiori a 152.279 euro annui, che si traduce in un regalo da 140 milioni di euro soprattutto ai banchieri – e questo in un paese dove 3520 famiglie ricche sfondate conservano 140 miliardi di euro al sicuro nei paradisi fiscali. 


E contemporaneamente ha rincarato il gas, la benzina, il contributo quotidiano ospedaliero che un francese ricoverato deve pagare di tasca propria; per giunta ha privatizzato la società Aéroports de Paris vendendola…a Merrill Lynch (e pensare che rifiutava di vendere a Fincantieri la RTX) . La rabbia di questa France Périferique, classe media degradata e classe operaia dimenticata, sarà molto peggio di quella delle banlieues.

I rincari di Macron

ancora una volta dei titoli tossici piene le banche tedesche e francesi non si ha da parlare

PADRONI D'EUROPA
Banche, più trasparenza sui titoli tossici? La Germania rinvia tutto al 2020

4 Gennaio 2018
di Ugo Bertone


Doveva essere, nelle intenzioni degli euro burocrati, il motore della rivoluzione finanziaria europea, in grado di proteggere il risparmio grazie ad un’iniezione di trasparenza e di concorrenza. Purtroppo, la macchina messa a punto in sette anni di studi e ricerche con un costo d’avvio di due miliardi e mezzo di euro circa, la direttiva Mifid 2, è scoppiata come una vecchia Balilla al momento della mossa in moto: due grandi protagonisti hanno chiesto ed ottenuto una proroga di 30 mesi, quel che ci vuole per adeguarsi alla montagna di nuove regole.

No, non fatevi idee sbagliate. A chiedere il rinvio non sono stati i banchieri italiani, i soliti incalliti ripetenti duri d’orecchio. No, la richiesta è arrivata in contemporanea dai regolatori dei due più importanti mercati europei dei derivati, cioè i prodotti più sofisticati e, perciò, bisognosi di trasparenza: la Financial Conduct Authority (Fca), che ha chiesto ed ottenuto una deroga per il Liffe, la Borsa dei derivati della City, e il regolatore tedesco BaFin, che ha concesso una proroga simile, fino a luglio 2020, per i derivati scambiati su Eurex, il mercato di Francoforte. Insomma,se ne riparlerà solo nel luglio 2020 quando, si spera, anche i derivati dovranno rispondere a tutti i requisiti di trasparenza richiesti dalle autorità europee. Una sorta di certificato doc così impegnativo che un derivato comprato a Francoforte potrebbe essere venduto in qualsiasi altra piazza, Parigi, Londra o Milano, con un solo click del pc.

Peccato che non sia così. A Francoforte e Londra i banchieri hanno alzato bandiera bianca di fronte ai 400 e più documenti necessari per are il via ad una singola operazione. Oltre ai problemi sollevati da regole tardive, comunicate alle banche solo a metà dicembre, ovvero troppo tardi per adattare il software necessario per operazioni estremamente complesse, in buona parte inedite. Il rinvio, insomma, ha buone giustificazioni. Almeno in parte.

Perché, c'è da chiedersi, l’Unione Europa ha insistito perché la Mifid2 prendesse il via all'inizio del 2018 anche se era ormai ben chiaro che un rinvio sarebbe stato necessario? Più di una ricerca presso i grandi operatori, infatti, hanno confermato in questi mesi che 9 operatori su dieci sarebbero stati in grave imbarazzo di fronte alle richieste della Direttiva. Ma Bruxelles, che già aveva rinviato di un anno il decollo della Mifid 2, è stata inflessibile. Perché? Il motivo è semplice.

Quel che rimane della Direttiva, in vigore fin da subito, riguarda i rapporti tra chi raccoglie ed amministra il denaro e la clientela. In un certo senso il cuore del sistema ovvero quel che emerge agli occhi del grande pubblico. In sostanza la chiarezza sui costi e la trasparenza nei rapporti con chi colloca quote di fondi, certificati di deposito, polizze e bond.

Peccato che, grazie al rinvio, restino fuori i prodotti più complicati, talvolta tossici. Per capire la consistenza del problema per le grandi banche tedesche (e francesi), è utile rifarsi ad un recente studio della Banca d’Italia da cui emerge che i due terzi dei titoli in circolazione spesso «complessi, opachi e altamente illiquidi» si trovano nelle banche francesi e tedesche (per un terzo nel resto dell'unione monetaria, di cui il 5% in Italia). Sono questi gli asset, spesso qualificati nei bilanci come «liquidi» in assenza di un riscontro di mercato, che garantiscono profitti elevati (sulla carta) e rischi "bassi" (sempre sulla carta), senza esser però spostati dal magazzino. Mifid 2 era l'occasione per metter un po’ d’ordine. Purtroppo, sarà necessario attendere il luglio 2020.

Tic tac tic tac il 4 marzo si avvicina e lo zombi fa il conto della serva questa è la sua alta politica, ma li manderemo a casa a calci nel sedere

Elezioni 4 marzo sondaggi Pd crollo. Così Renzi blinda le liste Pd

Elezioni 4 marzo, per i non renziani del Pd solo le briciole. E c'è un piano anti Gentiloni e Minniti...

Di Alberto Maggi (@AlbertoMaggi74)
5 gennaio 2018


Matteo Renzi sta lavorando alla definizione delle liste del Partito Democratico per le elezioni politiche del 4 marzo. Il segretario del Pd, secondo quanto risulta ad Affaritaliani.it, non ha alcuna intenzione di lasciar spazio alle minoranze interne. I pochissimi collegi cosiddetti sicuri, sempre meno visti i sondaggi, saranno tutti occupati da fedelissimi piazzati nelle zone di Toscana, Emilia Romagna, Umbria e Marche dove la coalizione bonsai che Piero Fassino sta mettendo in piedi è più forte (almeno sulla carta). E comunque - dalla Boschi a Lotti, passando per Marcucci e allo stesso Renzi - tutti avranno un 'paracadute' nel proporzionale e quindi verranno sicuramente eletti. Alle varie componenti dem che non fanno parte del 'giglio magico' - quindi l'area di Franceschini, quella di Martina e le minoranze di Orlando ed Emiliano - ma anche agli alleati, Bonino compresa, verranno lasciati i collegi uninominali più pericolosi o comunque dove la sfida con gli altri partiti, Centrodestra in testa, è più ardua (Nord in testa ma anche Sicilia e Puglia). Non solo.

Pare che per una percentuali minima dei non renziani, sia parlamentari uscenti sia new entry, sia previsto il recupero nel proporzionale dove le liste sono bloccate e non c'è il 'pericolo' delle preferenze. Il segretario punta ad avere una pattuglia di deputati e senatori, qualunque sia il numero finale, fedelissimi anche perché dopo la chiusura delle urne, qualora nessun partito o coalizione avesse la maggioranza assoluta per governare, servirà una squadra pronta ad obbedire alle direttive del capo. Resta il nodo, pesante, di due figure di spicco dell'esecutivo, il premier Gentiloni e il ministro dell'Interno Minniti. Renzi teme fortemente la concorrenza interna di chi nei sondaggi ha un gradimento superiore al suo e quindi starebbe ipotizzando per il presidente del Consiglio e per il titolare del Viminale una candidatura nei collegi nel Lazio e in Calabria, quindi altamente a rischio sconfitta. Anche se poi Gentiloni e Minniti venissero recuperati nel proporzionale, il clamore del flop eliminerebbe due concorrenti interni, soprattutto per i possibili scenari post-elezioni. Il timore del segretario è che una probabile sconfitta nelle urne faccia aprire il capitolo di un cambio di leadership e quindi 'azzoppare' politicamente subito i due principali competitor è una mossa che al Nazareno stanno valutando seriamente.

Una certezza, i processori tutti hanno un problema di sicurezza

Falla processori, "la più grave di questi anni"

Esperto, rischi anche per auto, smart tv e il settore gaming

Falla nei processori, a rischio pc e smartphone © ANSA/EPA

Redazione ANSA
05 gennaio 201812:14ANALISI

ROMA - "La vulnerabilità in questione rappresenta probabilmente la più grave di questi ultimi anni. Prevedo un impatto decisamente superiore a quanto affermano al momento le cronache internazionali e le stesse aziende coinvolte". E' questo il parere all'ANSA di Raoul Chiesa, esperto di sicurezza, sulla falla scoperta nei processori di Intel, Arm e Amd che mette a rischio non solo pc e smartphone ma anche le automobili di nuova generazione, le smart tv oramai diffuse in tutte le case e le console per giocare.

"La terminologia corretta da utilizzare in questo caso è 'Hardware Hacking' - spiega -. E l'interesse dei vari attori come gli Stati, il cybercrime e lo spionaggio industriale, solo per citarne alcuni, si sta allargando sempre di più verso queste tematiche. Si sposta l'attenzione dal classico mondo delle vulnerabilità dei software a quello hardware", cioè dei dispositivi. Secondo Raoul Chiesa, membro del Consiglio Direttivo dell'AIIC, l'Associazione Italiana Esperti Infrastrutture Critiche, "i rischi per gli utenti non sono solo relativi a password, fotografie, documenti sensibili, smartphone, computer fissi e portatili" ma riguardano anche "i dispositivi connessi dell'Internet delle cose, le automobili di nuova generazione tra cui molti nuovi modelli di Bmw, Audi, Chrysler, Ford, Honda, Mazda, Opel, i sistemi di automazione industriale (SCADA/ICS), il settore del gaming".

"Per capirci - sottolinea Chiesa - le vecchie Xbox e Sony Playstation montano processori Intel, ma parliamo anche del settore entertainment, delle smart tv che abbiamo nei nostri salotti e camere da letto. Insomma, prevedo un impatto decisamente superiore a quanto affermano al momento le cronache internazionali e le stesse aziende coinvolte". Per l'esperto, è "necessario un urgente e critico cambio nell'approccio alla produzione di tecnologie: l'Europa tramite la Commissione Europea ha recentemente capito l'importanza di concetti come 'Security by Design' e programmazione sicura, e sta iniziando ad agire in tal senso, grazie al supporto di organizzazioni come ECSO ed EOS, che per fortuna vedono anche la presenza di realtà italiane".

Intel due falle, Amd e Arm una falla, vulnerabilità dei processori

Meltdown e Spectre, tutti i dettagli sulle falle che rendono vulnerabili i processori



Tre giganti dell’hi-tech, Intel, Amd e Arm, leader del mercato mondiale dei microchip, sono all’opera per risolvere una preoccupante vulnerabilità nei sistemi di sicurezza di tutti i processori presenti nei computer messi sul mercato nell’ultima decade.
La falla è considerata estremamente grave perché – anche se fino ad ora non ce n’è stata evidenza – potrebbe essere utilizzata da malintenzionati per violare macchine e device contenenti dati sensibili (anche server, smartphone, tablet e oggetti connessi IoT) per appropriarsene.

LE DUE FALLE
In particolare, gli esperti si sarebbero trovati di fronte a due distinte falle (che, come detto, riguardano un elemento come il processore o Cpu, fondamentale perché sovrintende a gran parte delle funzionalità del computer). La prima, chiamata ‘Meltdown’ (collasso, avaria), riguarderebbe Intel e sarebbe stata individuata in maniera indipendente da tre nuclei di ricercatori (la compagnia tedesca di cyber security Cerberus, il Politecnico di Graz in Austria e il Project Zero di Google). La seconda, invece, ‘Spectre’, toccherebbe sia Intel sia Arm e Amd, avrebbe due varianti ed è stata resa nota sempre dal gruppo di Mountain View. In entrambi i casi sarebbero stati informati sia i costruttori sia gli sviluppatori dei sistemi operativi (tra i quali Apple, Microsoft, Linux).

I RISCHI PER GLI UTENTI
Le vulnerabilità, hanno rilevato gli esperti di sicurezza, potrebbero consentire ai pirati informatici di accedere a dati privati, tra i quali password, dati bancari e informazioni codificate e classificate. Ad impensierire sono in particolare i servizi cloud e i sistemi più delicati che contengono informazioni sensibili o che consentono il funzionamento di infrastrutture critiche.

LA DIFESA DI INTEL
Intel ha provato a minimizzare, ammettendo una vulnerabilità, che però, a suo dire, comporterebbe rischi molto bassi. In una nota, il produttore americano ha inoltre precisato che la falla non riguarda solo i prodotti del colosso a stelle strisce, ma anche dei suoi concorrenti.
La compagnia ha infatti definito “non corrette” le notizie che parlano di un “bug” o di una “falla” unicamente nei suoi prodotti. “Sulla base delle analisi al momento molti tipi di apparati – con differenti marche di processori e sistemi operativi – sono suscettibili a questi fatti” recita il comunicato. “Intel ritiene – continua – che questi fatti non abbiano la potenzialità di corrompere, modificare o cancellare i dati”.
L’azienda ha anche affermato di stare lavorando con i rivali, Amd e Arm, e con i produttori di sistemi operativi per “sviluppare un approccio valido per tutta l’industria in modo da risolvere il problema rapidamente e costruttivamente”.
Il numero uno del produttore Brian Krzanich ha detto alla Cnbc che “basicamente tutti i moderni processori per tutte le applicazioni” usano il processo definito “access memory” che è stato sviluppato dai ricercatori di Google e tenuto confidenziale mentre le compagnie lavorano a trovare un rimedio al problema.

CHE COSA FARE
Alcune varianti degli attacchi – si legge sul sito del Cert Nazionale – possono essere mitigate da aggiornamenti software specifici per i sistemi operativi più diffusi (alcuni sono già stati rilasciati), anche se in alcuni casi, spiegano gli esperti, a scapito delle prestazioni del processore.
Alcuni ricercatori di settore hanno ipotizzato che ogni correzione, che dovrebbe essere gestita da un software, anche se efficace (e comunque complessa da installare in modo così estensivo).

venerdì 5 gennaio 2018

Ilva - Emiliano da il benservito a Calenda, il bello solo nelle chiacchierate con i mass media venduti al potere. Il Decreto del presidente del consiglio è di Gentiloni e con lui bisogna confrontarsi

Ilva, Emiliano: “Lavoro solo con Gentiloni, Calenda si faccia da parte. Ritiro il ricorso se ho garanzie sulla salute dei cittadini”


Il governatore pugliese apre alla trattativa sul Piano ambientale dell’impianto siderurgico impugnato davanti al Tar da Regione e Comune di Taranto, purché il confronto avvenga col presidente del Consiglio. E a una sola condizione: ottenere dal governo assicurazioni sul rispetto "della salute dei cittadini". In pratica, chiede a Palazzo Chigi un'apertura al processo di decarbonizzazione e l'applicazione della legge regionale sulla previsione del danno sanitario

di F. Q. | 5 gennaio 2018

“Lavoro solo con Gentiloni, Calenda si faccia da parte”. Il governatore pugliese Michele Emiliano apre alla trattativa sul Piano ambientale dell’Ilva impugnato davanti al Tar da Regione e Comune di Taranto, purché il confronto avvenga col presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. E a una sola condizione: ottenere dal governo le garanzie “di rispettare le leggi, la Costituzione, la salute dei cittadini. Se non le avremo il ricorso non sarà mai ritirato”, ha detto il presidente della Regione Puglia. Tradotto in pratica, Emiliano chiede a Palazzo Chigi un’apertura al processo di decarbonizzazione e l’applicazione della legge regionale sulla previsione del danno sanitario.

Il ministro Carlo Calenda “si faccia da parte e ci consenta di dialogare con il presidente del Consiglio che peraltro è l’autore dell’atto (Dpcm sul piano ambientale) impugnato” da Regione e Comune di Taranto, ha ribadito il governatore, chiedendo a Gentiloni “un impegno a lavorare in modo positivo” sull’Ilva. Emiliano ha voluto evidenziare che “Calenda ne ha dette di tutti i colori sul Comune e sulla Regione, e io questa cosa non gliela perdonerò mai”. “Prima ha tentato di escluderci dal tavolo – ha spiegato – poi ci ha sottoposto a una pressione per ritirare senza condizioni un ricorso, dicendo che noi volevamo far chiudere la fabbrica e che eravamo semplicemente la cultura del no. Ha tentato di soffocare il nostro diritto”.

Tra l’altro – ha proseguito Emiliano – Calenda non è un soggetto eletto, non fa parte del Pd, è un ministro tecnico, non ha nessuna caratteristica politica”. “La storia personale di Gentiloni – ha aggiunto – è quella di uomo politico legittimato, che guida un governo, e lo fa con uno stile che ho sempre apprezzato“. “Altri interlocutori – ha concluso – non ce ne possono più essere”.

Emiliano ha parlato con i giornalisti a margine di una conferenza stampa su un nuovo volo da Bari per Mosca e ha affrontato anche il tema del ricorso presentato da Regione e Comune. Stiamo chiedendo al governo di rispettare le leggi, la Costituzione, la salute dei cittadini. Se avremo queste garanzie – ha sottolineato il governatore della Puglia – è evidente che nessuno di noi ha intenzione di mantenere in piedi un contenzioso che non abbia un significato di tutela della salute delle persone”.

Parlando delle condizioni su cui Regione e Comune di Taranto si concentreranno nella controproposta alla bozza del Protocollo di intesa sull’Ilva inviato loro dal governo, Emiliano ha detto che “se raggiungiamo un accordo sulla applicazione della legge regionale sulla previsione del danno sanitario (Vds), e otteniamo la possibilità di dimostrare che la decarbonizzazione non ha questo differenziale di costo così elevato come si sostiene, e che quindi si parte con la decarbonizzazione almeno sui due gruppi da ristrutturare, allora noi siamo a buon punto“.

Se noi troveremo un accordo e se avremo la garanzia della tutela della salute dei pugliesi e in particolare dei cittadini dell’area metropolitana di Taranto, è mia intenzione anche proporre alla nuova proprietà dell’Ilva che una delle società di proprietà della Regione Puglia entri nel capitale della nuova Ilva”, ha poi annunciato Emiliano, facendo l’esempio di Acquedotto pugliese: potrebbe entrare, “con riferimento alla depurazione dell’acqua” e “sia pure con una quota simbolica, nel capitale”.

Ilva - governo disonesto nel metodo e nel merito, nessuna fiducia a Gentiloni. Ma questa gente con chi pensa di confrontarsi? Tic Tac tic tac il 4 marzo 2018 si avvicina


CP 04 GENNAIO 2018 


Il Sindaco di Taranto interviene sul protocollo di intesa inviato dal Governo a Regione e Comuni e sottolinea la diversa efficacia dello strumento proposto rispetto a quello dell'accordo di programma indicato dagli Enti locali

Il primo cittadino di Taranto, Rinaldo Melucci, interviene così sullo schema di protocollo proposto dal Governo sulla trattativa ILva: "Anche il Comune di Taranto sta elaborando con consulenti legali e tecnici la propria proposta, nell'interesse collettivo sforzandosi di fare sintesi con le posizioni della Regione Puglia. Non si intende modificare questa road map. 

Inoltre, il Comune aveva rivendicato uno strumento più efficace come l'accordo di programma, strumento di rilevanza amministrativa peraltro accolto dal Ministro Calenda, per il tramite di dichiarazioni rilasciate a mezzo stampa all'indomani dell'ultimo tavolo istituzionale, mentre ci giunge oggi inaspettatamente una bozza nella forma di un generico protocollo di intesa, che riteniamo non conservi analoga efficacia. 

Ad ogni modo, avremo ora cura di valutare le due ipotesi sul tavolo e trasmetteremo entro il prossimo fine settimana la nostra controproposta consolidata al Governo.

E' evidente che la nostra verifica sarà centrata sulle soluzioni individuate per l'ordine del giorno del tavolo istituzionale e sulle responsabilità della gestione commissariale e della parte acquirente; ma se la nostra comunità dovesse ricevere l'intera, ribadiamo intera, auspicata soddisfazione, non sussisterebbero nuovi motivi ostativi alla conclusione della trattativa".

I sionisti ebrei uccidono gli uomini solo perchè sul campo hanno dimostrato di saperli tenere sotto scacco, niente guerra a freddo, una porcheria


Iran, accordo tra Cia e Mossad per eliminare un generale dei Pasdaran

La guerra tra servizi segreti sarebbe arrivata all’atto finale

Pubblicato il 4 gennaio 2018 in Internazionale/Relazioni Internazionali da Yamas

Cia e Mossad trovano l’accordo per uccidere il capo dei pasdaran iraniani. L’operazioni, progettata dagli 007 israeliani e mandata all’aria dai colleghi Usa negli anni scorsi, adesso avrebbe avuto il via libera di Washington. La notizia, degna di una vera e propria spy story, è stata rivelata dal quotidiano kuwaitiano, Al-Jarida, secondo il quale lo storico legame che unisce l’intelligence americana a quella israeliana sembra abbia subito nei mesi scorsi un’incrinatura dovuta a diversità di vedute sull’eliminazione fisica del generale Qassem Suleimani, capo della Niru-ye Qods, la brigata Gerusalemme, corpo dei Pasdaran iraniani incaricato delle operazione all’estero. L’apice della crisi si sarebbe avuta in occasione dell’omicidio mirato dell’ufficiale iraniano pianificato circa 3 anni fa nei pressi di Damasco, quando i servizi segreti statunitensi, per sventare il piano del Mossad,avrebbero rivelato al governo iraniano le intenzioni dell’intelligence israeliana.

Una vera e propria guerra tra servizi segreti che adesso sarebbe arrivata all’atto finale

Ma nelle scorse settimane si sarebbe avuta un’inversione di tendenza da parte degli apparati di sicurezza americani, influenzati dalla leadership di Trump, che avrebbe dato il suo benestare all’uccisione del generale persiano. L’eliminazione dell’ufficiale a capo della forza speciale Niru-ye Qods, reparto di elité delle guardie della rivoluzione iraniane, sarebbe infatti ritenuta necessaria visti i recenti ed inquietanti sviluppi in Medio Oriente e la paventata volontà di Teheran di estendere il bacino della sua influenza militare fino ai confini tra il Libano e Israele, zona di influenza degli Hezbollah, notoriamente sostenuti dagli sciiti iraniani.

Proprio la propensione del reparto guidato dal generale Soleimani a estendere le operazioni ben oltre i confini iraniani, è vista come una seria minaccia per lo Stato ebraico che teme un incremento degli attacchi da parte delle milizie sciite dai confini a nord del Paese, dove è più forte la presenza di Hezbollah e delle rotte di rifornimento, che sembrano essere uscite intatte anche dal recente conflitto combattuto in territorio siro-iracheno.

Giulio Sapelli - dominio dominio dominio dei francesi e l'Italia è una sua colonia

Il contingente italiano non può essere descritto come una favola umanitaria per i bambini

In Africa al servizio di Macron

La Francia ha immensi interessi nei paesi subsahariani

di Giulio Sapelli ilSussidiario.net 

Il Niger è il cuore strategico dell'Africa francese subsahariana. Si tratta di quel plesso d'insediamenti di popolazione che stanno costruendo, nell'agone della post-colonizzazione, uno Stato multietnico. Il Niger gode di una posizione geografica che è alla base della ragione per cui i francesi dal 1890 ne controllano le popolazioni che via via si sono agglutinate avendo ai confini altri insediamenti a debole state building e che collegano Africa del nord e Africa centrale, quell'Africa centrale dove la colonizzazione francese si arrestò dinanzi alla statualità coloniale patrimonialistica belga che controllava il Congo, ossia il cuore dell'Africa e per certi versi del mondo del futuro.

Il Niger infatti è circondato dall'Algeria, dal Benin, dal Burkina Faso, dal Chad, dalla Libia, dal Mali e dalla Nigeria che giunge all'Oceano. È a partire da questa corona di statualità ancora incerte tra potere militare e gruppi parentali che costituiscono i popoli subsahariani che i francesi diedero il via a quei processi di decolonizzazione del loro impero africano che culminarono con la rivoluzione algerina e con la pacificazione gaullista.

Essa poté attuarsi grazie alle decisioni assunte dalla Francia ai tempi di Bretton Woods e che purtroppo non sono mai ricordate dagli analisti e che i politici in maggioranza ignorano.


Eppure sono decisive e solo così si può comprendere anche il rilievo strategico dell'appena insediatasi presenza italiana in Niger.

A Bretton Woods i francesi rinunciarono al tallone monetario dell'oro per il dollaro, ma ottennero la conservazione del Franco francese africano che ancor oggi è la moneta degli stati a debole istituzionalizzazione franco africani, a cui il Niger appartiene, ossia la Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale.


Uno stato, il Niger, che l'Onu, ha identificato nel 2016 come lo Stato più «emergente».

E ciò grazie alle sue risorse minerarie di eccezionale rilevanza: oro, ferro, carbone e soprattutto, strategicamente decisivi, uranio e petrolio.

Il Canada ha un tradizionale legame con il Niger unitamente alla Francia per il lavoro delle multinazionali alla ricerca dell'oro, ma il legame strategicamente decisivo è quello con la Francia, che grazie ad Areva coltiva l'uranio, tanto importante per il complesso nucleare su cui la Francia fonda la sua potenza. Anche in Niger le élite locali hanno instaurato un rapporto competitivo con la Cina proprio concedendo all'impero di mezzo concessioni per coltivare l'uranio.

Si tratta, infatti, di un fenomeno tipico della nuova gara per la decolonizzazione ch'io chiamo da globalizzazione e che ha nella Cina l'attore che in Africa sfida gli antichi colonizzatori con strumenti profondamente innovativi rispetto alle colonizzazioni passate: ricorso al lavoro forzato cinese e scarso interesse per i conflitti politici e inter-popolari locali, purché non minaccino interessi cinesi, com'è apparso evidente con la defenestrazione di Mugabe e la vittoria dell'antica ala pro-cinese del partito unico Zapu in Zimbabwe, dove si è appunto ora insediato Emmerson Mnangagwa, deciso ad allacciare con la Cina rapporti più intensi e che apriranno un nuovo capitolo nella storia della decolonizzazione globalizzata.

In Niger è oggi in corso una stabilizzazione politica che si invera dopo anni di colpi di stato e di tentativi di multipartitismo. Che si susseguono dalle prime elezioni del 1993 e che non riescono ancora a caratterizzare come procedura politico-negoziale i cicli di avvicendamento al potere delle élite post-coloniali. I francesi hanno sviluppato sempre una politica molto intelligente assecondando un connotato antropologico tipicamente del Niger, ossia la pratica del cousinage a plaisanterie, ossia una sorta di alleanze interparentali interetniche che hanno impedito che il Niger piombasse in quelle inaudite violenze agnatico-parentali che caratterizzano gli insediamenti stabili subsahariani. E questo nonostante l'esplosione demografica non si arresti passando dai sei milioni di abitanti nel 1960 ai 20 milioni del 2016, con una fertilità femminile tra le più alte al mondo, con 7,6 figli per donna. L'Isis ha minacciato anche la capacità locale di mediare i conflitti e minaccia la pace religiosa che è sempre stata una caratteristica di questo stato con il 95% di sunniti tra i musulmani e deboli presenze cristiane e animiste.

Oggi in Niger sono insediate accanto ai francesi truppe tedesche nel contesto di quelle prove generali dell'esercito europeo che hanno come asse l'accordo interstatuale franco-tedesco. L'Italia invece va in Niger per combattere l'Isis e i trafficanti di uomini che hanno in Niger un passaggio di elezione per la posizione geografica di cui abbiamo detto. È una prova generale dell'intersezione dell'Africa nei destini europei in forme dirette e non solo economiche? Questa è la questione dirimente che con un eufemismo minnitiano è chiamato «lo spostamento delle frontiere europee in Africa».

Non si tratta solo di un compito umanitario, è evidente. Ed è evidente che il tutto si svolge sotto l'egemonia (non il dominio ma l'egemonia) francese che ha nell'area un potere immenso rispetto a quello degli altri attori. Nulla di riprovevole, anzi: meglio la Francia con alleati come gli italiani e i tedeschi piuttosto che il dominio cinese proteso alla conquista del mondo.

Ora che gli Usa faticano a ritrovare la politica di egemonia dopo le follie unipolariste dei Clinton dei Bush e degli Obama, ben venga la guida francese. È rassicurante anche dei tedeschi che non posseggono forza militare considerevole per esercitare un ruolo di leadership. Ma se tutto questo accade, di questo si discuta, perbacco, e non di favolette umanitarie per bambini.

Niger - Gentiloni servo di Macron - tic tac tic tac 4 marzo 2018 andrete a casa

Torre di controllo - Partecipando con un contingente italiano alla missione militare in Niger

Proteggiamo l'uranio di Macron

Un'altra volta l'Italia si mette al servizio della Francia

di Tino Oldani 

L'invio di 500 soldati e di 150 veicoli militari in Niger costituisce una decisione strategica nelle relazioni internazionali. E bene ha fatto ItaliaOggi a dare il massimo rilievo all'analisi del professor Giulio Sapelli, il cui giudizio è, come sempre, lucido e condivisibile: «L'Italia va in Africa al servizio di Macron e della Francia, che ha immensi interessi nei paesi subsahariani.


Una missione che non può essere descritta come una favoletta umanitaria per bambini». Un giudizio che è l'esatto contrario di quanto aveva sostenuto il premier, Paolo Gentiloni, nella conferenza stampa di fine anno: «Il nuovo impegno in Africa è sacrosanto per l'interesse italiano».

Ma è davvero così? In fondo, non sarebbe la prima volta che l'Italia si accoda a una decisione militare della Francia: è già successo in Libia, dove Nicolas Sarkozy iniziò a bombardare Tripoli senza avvertire Roma, riuscendo poi, con la sponda del presidente Giorgio Napolitano, a coinvolgere anche l'Italia nella missione franco-britannica contro Gheddafi.

Questa volta, almeno sul piano formale, tutto si tiene. Riavvolgiamo il film. Il primo annuncio ufficiale della missione in Niger lo ha dato Gentiloni a Parigi il 14 dicembre, al termine del G5 Sahel, vertice promosso da Emmanuel Macron, a cui hanno partecipato Francia, Germania e Italia da un lato, e cinque paesi africani dell'area subsahariana, da sempre legati alla Francia: Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania, Nigeria. La decisione è stata confermata il 24 dicembre con il discorso pronunciato da Gentiloni sulla tolda della nave Etna: «Una parte delle forze in Iraq verrà dispiegata nei prossimi mesi in Niger: è questa la proposta che il governo farà al parlamento per una missione che ha l'obiettivo di sconfiggere il traffico di esseri umani e il terrorismo». Infine il terzo annuncio, nella conferenza stampa del 28 dicembre.

Il parlamento, come è noto, è stato sciolto nel giorno stesso del terzo annuncio. Ma in virtù di una procedura eccezionale, le commissioni competenti di camera e senato potranno riunirsi durante la campagna elettorale per dare il benestare del parlamento al decreto sulla missione in Niger, decreto già sottoposto al capo dello stato, Sergio Mattarella. La correttezza formale, tuttavia, non può impedire un paio di domande: qual è il «sacrosanto interesse» dell'Italia? E come è stata presa la decisione sulla missione?

La giustificazione di Gentiloni («sconfiggere il traffico di esseri umani e il terrorismo») suona bene, e in linea di principio è perfino condivisibile. Ma se poi si entra nei dettagli, è difficile dare torto al professor Sapelli, che parla di «favoletta umanitaria per bambini».

La subalternità italiana a Macron, e agli interessi francesi, emerge chiara a iniziare dal dispiegamento sul campo: il contingente italiano dovrà sostituire la guarnigione francese che presidia l'avamposto di Madama, un vecchio fortino della Legione Straniera nel deserto, a poca distanza dal confine tra Niger e Libia, circondato da filo spinato e campi minati.

Un punto strategico per le rotte dei trafficanti di esseri umani: da qui, secondo l'Unhcr (l'Onu per i rifugiati), nel 2016 sono passati circa 330 mila migranti, che hanno pagato fino a 4 mila euro per essere trasportati fino al Mediterraneo. In questo modo si dovrebbe realizzare ciò che il ministro dell'interno, Marco Minniti, chiama «lo spostamento delle frontiere europee in Africa», con l'intento di bloccare militarmente i flussi migratori nel deserto. Resta però da vedere come reagiranno le tribù che controllano quel territorio, lucrando centinaia di milioni di euro e dollari sul passaggio dei migranti. Inutile dire che si tratta di tribù bene armate, in cui si sta infiltrando l'Isis, con il suo bagaglio di terrorismo.

Distogliere i propri militari da un sito rognoso come Madama, consentirà a Macron di impiegarli a protezione delle miniere di cui la Nigeria è ricca (oro, ferro, carbone), soprattutto delle miniere di uranio, fondamentale per le centrali elettriche francesi. Il Niger è il quinto produttore di uranio al mondo, ma la sua popolazione (20 milioni) è tra le dieci più povere del pianeta.

A guadagnarci sull'uranio, infatti, non è il Niger, ma una società francese a proprietà pubblica, la Areva, per il cui salvataggio il governo di Parigi ha sborsato pochi mesi fa 4,5 miliardi di euro, con l'ok di Bruxelles. Dunque, un'impresa protetta da Macron per mille ragioni: basti pensare che con l'uranio del Niger viene prodotta l'energia elettrica per il 50% della popolazione francese.

Non è tutto. Rinforzando la propria presenza (politica e militare) in questa area, Macron mira a dispiegare la propria leadership su tre fronti internazionali: contrastare la concorrenza della Cina, che in Africa sta tessendo alleanze e affari con successo crescente; sperimentare sul campo, con tedeschi e italiani, un abbozzo dell'esercito europeo di cui il presidente francese è fautore; portare a casa nuovi affari.

Il Niger ha ottenuto di recente a Parigi dalla Conferenza dei paesi donatori un finanziamento di 23 miliardi di dollari, da destinare a sviluppo e sicurezza. Ovvero, appalti futuri per le imprese europee. Poiché la regìa è saldamente nelle mani di Macron, è scontato che saranno le imprese francesi a fare la parte del leone, seguite da quelle tedesche. Qualche appalto toccherà anche a quelle italiane: ma questo è un «interesse» su cui Gentiloni ha preferito glissare.

Tic tac, tic tac, nessuno crede che la burocrazia possa partorire simili scemenze. La rabbia è stata incanalata, tutto è inutile per disinnescarla

SACCHETTI BIODEGRADABILI/ L'obbligo assurdo di pagamento e l'inutile caccia al complotto

La norma sui sacchetti biodegradabili ultraleggeri ha scatenato un gran caos. Tutta colpa di una norma stupida sull'obbligo di pagamento. SERGIO LUCIANO

05 GENNAIO 2018 SERGIO LUCIANO

Lapresse

Il ministro Gianluca Galletti, post-democristiano di buon senso, ha pienamente ragione: "L'entrata in vigore della normativa ambientale sugli shopper ultraleggeri -ha detto ieri - è un atto di civiltà ecologica che pone l'Italia all'avanguardia nel mondo nella protezione del territorio e del mare dall'inquinamento da plastiche e microplastiche". E ha aggiunto: "Le polemiche sul pagamento di uno o due centesimi a busta sono solo un'occasione di strumentalizzazione elettorale". D'accordo, ministro. Ma com'è potuto accadere che una norma giusta, per una volta all'avanguardia in Europa, dal peso economico veramente modesto - non diciamo irrilevante solo per riguardo verso i veri poveri - sia diventata una pietra dello scandalo?

A ripercorrere le ricostruzioni più precise si scopre un "loop" burocratico, tra norme-cornice europee e norma applicativa italiana che ha scatenato una tempesta in un sacchetto. Proviamoci. Dunque, dal 1° gennaio scorso - in un turbine di rincari tariffari veri, gravi e parzialmente immotivati, come quello dell'energia elettrica, del gas e delle autostrade - è entrata in vigore una legge approvata lo scorso agosto, che attua una regola europea, e che prescrive che i sacchetti di plastica leggeri e ultraleggeri, sottilissimi - impiegati nei supermercati per imbustare frutta e verdura e a volte carne e salumi - siano biodegradabili. E fin qui, tutto bene.

Il busillis è nato su un altro punto. La stessa legge italiana prescrive che questi sacchetti vengano pagati dai consumatori. Proprio così. Pochissimo - appena 1-2 centesimi ciascuno - ma pagati. Specificamente pagati, con evidenza del microprezzo nello scontrino finale che viene emesso e appunto pagato alla cassa. E perché mai? Non sarebbe stato più logico ritoccare in maniera impercettibile i prezzi degli alimenti, o la tara?

Certo che sì: ma è appunto qui che scatta il paradosso. In un'Europa sventrata dalla Brexit e attraversata da nazionalismi e malesseri di ogni sorta, qualche scienziato sociale da quattro soldi ha deciso che (comma 5 della legge italiana) questi sacchetti vengano pagati esplicitamente dal consumatore: "Le borse di plastica in materiale ultraleggero non possono essere distribuite a titolo gratuito e a tal fine il prezzo di vendita per singola unità deve risultare dallo scontrino o fattura d'acquisto delle merci o dei prodotti imballati". 

E perché? Per indurre i consumatori a utilizzarne il minor numero possibile. Come se uno, per intenderci, quando va a comprare le zucchine ne imbustasse una in ciascun sacchetto, per inquinare di più. Invece, sapendo di dover pagare i sacchetti, si risolvesse a infilarli tutti in un solo sacchetto! Una norma priva di senso.

Per farsi belli e mettersi in mostra, i nostri governanti sono stati iper-corretti. E hanno fatto arrabbiare tutti, non sul "quanto" si pagherà, ma sulla scoperta di dover pagare, che - lasciando fare al mercato, ai commercianti - non sarebbe stata mai formalizzata e, visto il valore irrisorio del rincaro, nessuno se ne sarebbe accorto.

Ora, questa mossa è talmente stupida che la dietrologia e il complottismo nazionali sono scattati inesorabili a caccia del "cui prodest", perché nessuno crede che la burocrazia possa partorire simili scemenze. Ed è venuto fuori che il gruppo Novamont, presieduto dalla renziana Catia Bastioli (si fa per dire: è una signora che viene da lontano e ha una carriera manageriale e imprenditoriale per sua fortuna del tutto indipendente dalle precarie fortune politiche di Matteo Renzi, che per una volta non sbagliando l'ha nominata presidente di Terna) potrebbe avvantaggiarsi un pochettino, ma roba davvero irrisoria, dalla norma, ammesso che questi rincari fossero significativi, il che appunto non è… Apriti cielo: il sacchetto renziano ha fatto infuriare la polemica.

Ai complottisti va ricordato che la cretinaggine incide sulla realtà molto di più del malaffare.