Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 14 novembre 2018

Conferenza di Palermo - Conte ha fatto fare un passettino in avanti ai protagonisti libici verso la soluzione diplomatica-politica grazie anche all'Eni

Perché non è stato un flop la conferenza sulla Libia a Palermo



Fatti, commenti e scenari sulla Libia dopo la conferenza di Palermo voluta dal governo italiano. Il Punto di Marco Orioles

La Conferenza di Palermo sulla Libia si conclude senza una dichiarazione scritta, ma solo con un “un accordo verbale ma vincolante”, come lo definisce il portavoce di Palazzo Chigi, Rocco Casalino. Quanto basta, al governo italiano, per cantare vittoria. “Complimenti al lavoro di Conte, come avevamo promesso abbiamo riacquistato centralità nel Mediterraneo”, esulta Luigi Di Maio. “L’Italia torna centrale dopo anni di servilismo, bravo Conte!”, gli fa eco il collega vicepremier Matteo Salvini.

Parole altisonanti, che si riflettono nell’entusiasmo di uno dei protagonisti dell’iniziativa diplomatica italiana,l’inviato per la Libia delle Nazioni Unite Ghassan Salamé: “Palermo è stata un successo, una pietra miliare nel cammino della Libia”. Toni trionfalistici giustificati dalla stretta di mano a favore di telecamera tra i leader dei due poteri rivali che si contendono il controllo del Paese, il capo dell’esecutivo tripolino Fayez al-Serraj e quello dell’Esercito Nazionale Libico, Khalifa Haftar.

“Non si cambia cavallo mentre si attraversa il fiume”, ha confidato Haftar al primo ministro Giuseppe Conte,regista della Conferenza. È il segnale che tutti, a Palermo, si attendevano. L’uomo la cui presenza nel capoluogo siciliano è stata in sospeso fino all’ultimo minuto accetta che il suo acerrimo nemico dell’Ovest conservi lo scettro del potere fino a nuove elezioni. La disponibilità di Haftar è l’indicatore che marca la differenza tra un flop e la vittoria. Il governo italiano ha avuto la meglio sugli attriti di una realtà fatta di lacerazioni e di scontro frontale tra opposte rivendicazioni.

Non è tutto oro ciò che luccica, naturalmente. Al ritratto libico di famiglia concesso da Haftar fa da contraltare il rifiuto della delegazione della Cirenaica di sostenere, durante la sessione plenaria che conclude la due giorni di Palermo, la dichiarazione finale. Una tensione drammatizzata dalla vistosa assenza di Haftar, che lascia la Sicilia in anticipo, fermo nel suo rifiuto di sedersi allo stesso tavolo occupato dagli odiati esponenti della Fratellanza Musulmana e dai rappresentanti dei governi nemici di Turchia e Qatar.

L’intesa raggiunta ieri deve dunque fare i conti con la reiterazione del gioco delle parti che impedisce di accorciare le distanze, che restano enormi, tra il campo islamista di Tripoli e quello laico di Tobruk. Lo psicodramma libico è lo specchio di quello scontro all’ultimo sangue che è in atto in tutti i Paesi interessati dalle primavere arabe del 2011: quello tra una politica sottomessa ai diktat dell’Islam e un potere che rigetta l’ingerenza della fede nella sfera pubblica. Uno scontro di civiltà all’interno della civiltà islamica, frammentata tra istanze moderniste e retaggi conservatori, desiderio di allineamento all’Occidente da un lato e sguardo privilegiato ai partner musulmani dall’altro. Una contrapposizione radicale che una sola Conferenza, per quanto ben organizzata, non può risolvere.

Il governo italiano ci ha messo, comunque, la faccia. E, dopo aver incassato la diserzione dei principali leader occidentali, che a Palermo hanno mandato solo le seconde file, fa comunque il suo gioco. Un gioco il cui esito è in bilico fino all’ultimo. Messo di fronte al rifiuto del generale Haftar di confrontarsi con i suoi principali spauracchi, Giuseppe Conte rimedia allestendo un vertice parallelo ridotto. Vi prendono parte Haftar e Serraj, insieme al premier russo Dmitri Medvedev, al presidente dell’Egitto al-Sisi, al presidente della Tunisia Essebsi, al presidente del Consiglio Ue Donald Tusk, al ministro degli Esteri francese Le Drian, al premier algerino Ouyahia e a Salamè. Scelta apprezzata dal feldmaresciallo, che si scioglie in un’attestazione di stima verso Conte: “E’ un amico, mi fido di lui”. Spazio dunque ai fotoreporter, che immortalano la calorosa stretta di mano tra Serraj, Haftar e il premier italiano, visibilmente soddisfatto.

Chi non è soddisfatto è invece il delegato turco, il vicepresidente turco Fuat Oktay, rimasto fuori dal vertice parallelo. “L’incontro informale che si è svolto questa mattina con alcuni attori presentati come protagonisti del Mediterraneo – osserva indispettito Oktay – è un approccio molto fuorviante e dannoso al quale ci opponiamo con forza. (…) Purtroppo la comunità internazionale non è stata capace di unirsi stamattina”. Colpa, secondo Oktay, di chi ha “abusato dell’ospitalità italiana”, riferimento tutt’altro che velato a Haftar. Per il vicepresidente turco “qualsiasi incontro che escluda la Turchia” non può che dimostrarsi “controproducente per la soluzione di questo problema” perché “la crisi in Libia non sarà risolta se alcuni Paesi continuano a indirizzare il processo sulla base dei propri limitati interessi“. La Libia, ha precisato Oktay, “ha bisogno non di maggiori, ma di minori interventi stranieri” e “quelli che hanno causato le condizioni catastrofiche” nel paese “e continuano a farlo non possono aiutare a recuperare la situazione”.

Il malumore turco è però, agli occhi di Conte, una nota stonata in uno spartito convincente. A Palermo, dichiara il primo ministro alla fine della Conferenza, si sono poste “basi importanti per la stabilizzazione” della Libia perché i principali attori della crisi hanno aderito alla road map di Salamé. Un piano, osserva Conte, “largamente condiviso dagli stessi libici, insieme ad una forte coesione della comunità internazionale”. Per il premier, sarebbe naturalmente “velleitario dire che abbiamo risolto tutti i problemi, ma sicuramente è stato fatto un passo avanti nel percorso di stabilizzazione e noi ci poniamo come facilitatori, come attori di promozione delle condizioni di stabilità”.

Durante la sessione plenaria, Conte sottolinea come l’Italia, sponsorizzando il piano Salamé, abbia creato le condizioni per “sostenere il cessate il fuoco a Tripoli e facilitare le discussioni per l’attuazione dei nuovi assetti di sicurezza che abbiano come obiettivo il superamento del sistema basato sui gruppi armati (…). In questa sede la Comunità internazionale potrà anche esprimere un sostegno concreto alla creazione e al dispiegamento di forze di sicurezza regolari“. La Conferenza ha dedicato, aggiunge Conte, “grande attenzione anche alla dimensione economica. Nell’intensa giornata di lavori a livello tecnico di ieri, infatti, sono state sviluppate interessanti discussioni sulla riunificazione delle istituzioni economiche e finanziarie libiche e sulle urgenti riforme strutturali necessarie al Paese”.

Le dimensioni della sicurezza e quelle economiche erano, tuttavia, subordinate ad una convergenza sul piano politico, il punto più pressante di tutti. La Conferenza di Palermo è stata pensata in funzione del raggiungimento di un consenso su quando e come riportare i libici alle urne. Anche su questo fronte, l’iniziativa diplomatica italiana porta a casa un risultato: tutte le parti hanno convenuto sulla bontà del percorso delineato da Salamé, che prevede la convocazione di una Conferenza Nazionale all’inizio del 2019 cui partecipino tutti gli stakeholder, cui seguiranno elezioni parlamentari, una discussione sulla riforma della Costituzione e l’approvazione di una legge elettorale, quindi il voto per le presidenziali.

Salamé può dirsi soddisfatto. “Ritengo”, commenta l’inviato Onu, “che la Conferenza nazionale libica, che pensiamo di fare nelle prime settimane del prossimo anno, sia resa più facile da questa conferenza perché ho visto sostegno unanime nella società internazionale e anche per il chiaro impegno dei libici presenti. Hanno detto che verranno, mi sento più tranquillo sull’indirla e sul suo possibile successo”. Salamé, soprattutto, può tirare un sospiro di sollievo perché l’attore più riottoso di tutti, Haftar, è “pienamente coinvolto nel processo politico delle Nazioni Unite”.

Se son rose fioriranno, insomma. E nel ginepraio libico, un fiore è pur sempre un segnale di speranza, uno dei pochi in un paese senza pace e, almeno fino a ieri, senza prospettive.

La crisi indotta dall'aumento dei tassi d'interessi della Fed, dopo l'Argentina tocca alla General Elettric indebitata in dollari che non riesce a pagare gli interessi del debito. La crisi arriva veloce veloce e lo sconquasso pure

General Electric sommersa dai debiti, si allunga ombra default

13 novembre 2018, di Mariangela Tessa

Pesante tonfo ieri alla Borsa di Wall Street per General Electric. Il titolo del conglomerato americano ha perso quasi il 7% a $7.99 per via delle situazione sempre più grave in cui versa il gruppo, sommerso dai debiti.

Una conferma del peggioramento delle situazione è arrivata ieri dall’amministratore delegato Larry Culp, che ha confermato l’urgenza per il gruppo di vendere asset per ridurre il suo debito elevato, che viaggia sui massimi da sei anni. E che pertanto rischia, secondo alcuni analisti, di causare il default del colosso Usa. Nel terzo trimestre, GE ha comunicato $ 114 miliardi di debito, 3,7 volte il suo capitale azionario e oltre quattro volte il rapporto debito / capitale medio del settore pari a 0,77.

“Al momento non abbiamo priorità più alta che ridurre il debito”, ha detto Culp alla CNBC. “Abbiamo molte opportunità per farlo attraverso le vendite di asset”.

Sempre nel terzo trimestre, GE ha registrato una perdita trimestrale di $ 22,8 miliardi, ha tagliato il suo dividendo annuale a soli 4 centesimi per azione. Da allora, alcuni analisti hanno messo in dubbio la liquidità di GE e, di conseguenza, hanno iniziato a ridurre i loro prezzi obiettivo.

Le ultime bocciature in ordine temporale sono arrivate ieri dagli analisti del Credit Suisse e CFRA, che hanno tagliato i prezzi obiettivi sul titolo rispettivamente da $ 12 a $ 10 e $ 9, citando l’andamento incerto sugli utili e sui margini di GE nonché e sulle potenziali passività e svalutazioni delle sue unità assicurative e elettricità. Previsioni al ribasso che si aggiungono a quelle dell’analista di JPMorgan, Stephen Tusa, che la scorsa settimana ha tagliato il suo obiettivo di prezzo a $ 6 da $ 10.

Come se non bastasse, alcune obbligazioni GE stanno ora scambiando molto al di sotto della media, e il suo credit default swap quinquennale è salito a un prezzo di offerta di 176,5 punti base, secondo i dati di IHS Markit e Refinitiv.

i militari statunitensi contro il Globalismo nel trascorrere degli anni si sono accorti che le loro armi dipendono dai nemici cinesi

PERCHE’ TRUMP CERCA DI RE-INDUSTRIALIZZARE L’AMERICA

Maurizio Blondet 14 novembre 2018 


L’essenza del problema, secondo una rilettura dei fatti di un giornalista della Reuters, Andy Home, che era venuto in possesso di una copia del rapporto, risalente al settembre scorso, del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti riguardante i rifornimenti di materiale essenziali per l’esercito americano. Intitolato “Valutare e rafforzare la resilienza della catena di approvvigionamento manifatturiera e della difesa degli Stati Uniti” ( settembre 2018), rivela che più di 300 (!) forniture -chiave, necessarie al normale funzionamento delle forze armate americane sono in pericolo: i produttori statunitensi o sono sull’orlo della bancarotta o sono già stati rimpiazzati da fornitori cinesi o di altre nazionalità, a causa della deindustrializzazione dell’economia interna e della rilocalizzazione della produzione nelle nazioni del Sud-Est Asiatico.

Un esempio, che Home trae dal citato rapporto: ci si è accorti l’ultimo produttore americano di filati sintetici in poliestere, necessari alla fabbricazione dei teli per gli attendamenti militari, aveva chiuso l’attività di recente. Questo significa che se gli Stati Uniti dovessero dichiarare un “embargo sui tessuti,” per alcuni soldati americani ci sarebbe la seria prospettiva di dover dormire all’aperto.

Ma sarebbe il meno. Ben altre difficoltà di fornitura sono elencate nella parte non segretata del rapporto: dall’alluminio laminato a freddo utilizzato per la blindatura, alla manutenzione degli alberi-motore a tenuta stagna dei sottomarini, agli interruttori di alimentazione al silicio utilizzati nei sistemi missilistici, tutto vien comprato all’estero sul mercato globale. I militari scoprono che non possono più confidare nella potenza industriale di un paese che stima di aver perso 66.000 imprese manifatturiere nei primi 16 anni di questo secolo.


Gli Stati Uniti temono difficoltà nelle consegne future degli speciali interruttori elettrici che fanno funzionare quasi tutti i missili americani. L’azienda produttrice di questi interruttori ha chiuso, ma gli alti gradi dell’esercito ne erano venuti a conoscenza solo dopo la cessazione delle forniture. E non si possono ordinare da nessun’altra parte, perché il produttore è scomparso nel nulla due anni fa. Un altro esempio: l’unico produttore nazionale di motori a combustibile solido per i missili aria-aria, come si legge sul documento, “aveva incontrato problemi tecnici relativi alla produzione,” motivazioni che non erano state chiarite neanche dopo l’intervento di esperti governativi e militari. I tentativi di riprendere la produzione sono falliti e il Pentagono è stato costretto a ricorrere ad un’azienda norvegese per garantire la continuità delle consegne. Ovviamente, questo è indice di un sicuro degrado tecnico di tutto il sistema americano, perché la perdita di alcune competenze di base non basta da sola a giustificare una situazione dove non si può ripristinare una produzione e neanche si riesce a capire qual’è il problema.


La Cina ha praticamente il monopolio delle terre rare, e l’ha ottenuto sbattendo fuori la concorrenza col dumping (veramente è solo in quella Nazione che si trovano le terre Rare).

Ammettono al Pentagono di non potersi più fidare dei produttori dei componenti elettronici che servono anche a far funzionare le armi atomiche – perché “la filiera di produzione è globalizzata”, insomma utilizzano chips fabbricati in Cina o in Corea, e non si sa esattamente cosa i cinesi ci abbiano messo dentro. Addio segreti militari. Lo stesso vale per il software.

La Cina, vale la pena ricordare è stato il più grande fornitore unico di prodotti in alluminio negli Stati Uniti l’anno scorso. La Russia, un altro paese specificamente identificato come una minaccia nel rapporto, era il secondo maggior fornitore di alluminio primario.

“Tutti gli aspetti della base industriale di produzione per la difesa sono attualmente minacciati, in un momento in cui i concorrenti strategici e le potenze revisioniste (sic) appaiono crescere in forza e capacità”, afferma il rapporto. In cima alla lista dei “concorrenti strategici” c’è la Cina.

“Le distorsioni non di mercato della Cina al campo di gioco economico devono finire o gli Stati Uniti rischiano di perdere la tecnologia e le capacità industriali che hanno permesso e potenziato il nostro dominio militare”.

A farla breve: il Pentagono scopre che, riducendosi a comprare sul mercato globale ciò che gli serve, può finire per dipendere da un nemico per completare il suo armamento.

E’ il bello del mercato globale, ragazzi. E’ l’ideologia della “interdipendenza”, del “vantaggio competitivo”; del comprare le merci al prezzo più basso perché è conveniente e concorrenziale, che ha de-industrializzato l’Occidente. E indebolisce la forza armata. Così si constata che uno Stato potente deve mantenere lavorazioni ed eccellenze tencologiche sottratte al mercato e alla concorrenza, insomma una dose di autarchia delle industrie di punta militari – che risponde alle necessità della sicurezza, non a quelle della convenienza del prezzo. La logica del mercato globale fa’ arretrare tecnologicamente, in fondo, anche la civiltà, del paese che l’adotta con rigore ideologico.

Il rapporto del Pentagono è importante per il mutamento di ideologia che contiene: afferma esplicitamente il primato delle necessità strategiche sull’economicismo liberista. E’ un contributo alla deglobalizzazione.
Adesso il Presidente Trump sostiene che “una base industriale […] sana è un elemento critico del potere degli Stati Uniti” e insiste sul fatto che “l’industrializzazione è questione strategica”: siccome ciò che è “strategico” è di competenza del presidente, si apre un periodo interessanti per i “mercati globali”.


Esercito europeo - Mai e poi mai in questa Unione Europea colma di Euroimbecillità, economia docet

L’EUROPA E I SUOI NEMICI14 novembre 2018
Esercito europeo, Merkel e Macron sfidano Trump (e l'Italia sovranista se la fa sotto)

Merkel e Macron vogliono un esercito europeo. Per ora “complementare alla Nato”, ma è chiaro che l’intento è quello di dare uno schiaffo a The Donald. Un’Europa più forte serve. Ma i sovranisti di casa nostra (vedi Governo gialloverde) non la vogliono

Non è che ci voglia poi molto a far arrabbiare Donald Trump. Per capirlo, se avessimo dimenticato i tweet feroci e le scenate alla Casa Bianca e in giro per il mondo, basterebbe rivedere l’esilarante video del re del Marocco abbioccato a Parigi durante il discorso di Emmannuel Macron e lo sguardo con cui Trump lo incenerisce. Questa volta, però, The Donald ha ottime ragioni per sbroccare, e qui provo a spiegare perché. Succede infatti che due leader europei che hanno spesso mostrato d’intendersela, ovvero Macron e Angela Merkel, a distanza di pochi giorni affrontino lo stesso, per gli americani spinosissimo, argomento: la costituzione di un vero esercito europeo.

Macron, per parlarne, aspetta di avere a Parigi una sequela infinita di leader di tutto il mondo. La Merkel, invece, lo fa intervenendo a una plenaria del Parlamento europeo. Voi avete così tanta fede nelle stelle da pensare che sia tutto un caso? Che quei due volponi tirino fuori l’argomento praticamente insieme e nelle due occasioni che potevano dare al tema il massimo risalto? Io no. Credo, invece, che qualche telefonata sull’asse Parigi-Berlino ci sia stata. Per preparare la volata verso le elezioni europee del maggio prossimo. E intanto fare a Trump, che è pur sempre quello dei dazi contro le importazioni di acciaio e alluminio dalla Germania e dalla Francia, quello che non vuole il gasdotto North Stream tra Russia e Germania, quello che fustiga gli europei perché non mettono abbastanza soldi nella Nato e tante altre belle cose, il massimo dispetto possibile. Vladimir Putin, infatti, quando ne ha sentito parlare ha subito detto: «Un’ottima idea!». E ha rimpianto di non avere i baffi per riderci sotto.

Avere un esercito Ue vorrebbe dire anche avere una politica estera Ue. E quindi giocare un ruolo nel mondo un po’ meno patetico di quello attuale

Il discorso dell’esercito europeo, in effetti, è davvero esplosivo. Avere un esercito Ue vorrebbe dire anche avere una politica estera Ue. E quindi giocare un ruolo nel mondo un po’ meno patetico di quello attuale. Mica male. Però…

Prima difficoltà: chi ci sta? C’è un sacco di Paesi, nella Ue, che prendono i soldi a Bruxelles e gli ordini a Washington e che si metterebbero comunque di traverso. I tre Baltici, la Polonia e la Romania dov’è installato il sistema missilistico americano, la Repubblica Ceca, con ogni probabilità anche qualche nordico come la Finlandia. E l’Italia, naturalmente, che ha già detto “no” all’Initiative Europèenne d’Intervention lanciata dal solito Macron. Metteteci qualcuno dei piccolissimi che non contano nulla dal punto di vista militare e il rischio è di avere una “cosa” tutta o quasi franco-tedesca, quindi non europea.

Macron e Merkel, poi, quando parlano di esercito europeo, aggiungono sempre: europeo sì, ma complementare alla Nato. C’è da capirli, un po’ di prudenza non guasta. Ma “complementare alla Nato” resta un puro nonsense. Qualcuno ha l’impressione che la Nato scarseggi di uomini, mezzi e competenze e abbia bisogno di una mano? Macron dice che noi europei abbiamo bisogno di un esercito nostro perché i pericoli sono ormai ai confini (leggi: Russia), ma la Nato ha appena fatto la sua esercitazione più grande dal dopoguerra (Trident Junction 2018, nei mari della Norvegia e nei cieli di Finlandia e Islanda) proprio per mostrare che è pronta a proteggere i nostro confini (leggi: Russia).

Oppure pensiamo che il mondo abbia bisogno sia della Nato sia di un esercito europeo, forse per dare l’assalto alla galassia e neutralizzare la Morte Nera? E se le due armate complementari non si trovassero d’accordo (Andiamo qui o andiamo là? Sparo io o spari tu?) se la giocherebbero ai dadi?

È chiaro a lui come a tutti, per primi Macron e Merkel, che di esercito europeo si può parlare solo all’interno di una prospettiva rigorosamente europeista sovranista

Sono proprio queste osservazioni, però, a farci capire perché Trump trovi “insultante” la sola idea di un esercito europeo. Perché è chiaro a lui come a tutti, per primi Macron e Merkel, che di esercito europeo si può parlare solo all’interno di una prospettiva rigorosamente europeista sovranista. Ovvero, di una prospettiva che, tra mille cautele, comunque preveda in fondo alla strada l’uscita dalla Nato e, con quella, l’affrancamento dalla sudditanza nei confronti degli Usa.

Senza il ricatto della sicurezza (state buoni che siamo qui noi americani a proteggervi) a che ci servirebbero tutte ‘ste basi? Perché noi italiani dovremmo tenerci decine di bombe atomiche americane in casa? E forse anche una profonda revisione della struttura della Ue, che si è già sgravata del Regno Unito e potrebbe forse alleggerirsi ancora un po’, non senza profitto. Per questo Trump si arrabbia, per questo Putin ride sotto i baffi che non ha.

Per carità, difficile che ci si arrivi. Difficile persino che si apra un serio dibattito in proposito. Fuori da quella prospettiva, però, resta poco. Andare in pellegrinaggio a Washington, farsi dettare il verbo, partecipare alle guerre e alle missioni quando ce lo chiedono, scoprire di colpo che la Tap è strategica, fare il canale tra il porto di Livorno e la base di Camp Darby per far passare le munizioni, e così via. Come facciamo noi italiani e come fanno molti altri in Europa. Sovranisti con tutto e tutti, tranne con ciò che davvero conta.

Le convinzioni di Carlo Nordio

Carlo Nordio: “Quali magistrati vanno subito cacciati”, smontate le balle M5s sulla prescrizione

Maurizio Blondet 13 novembre 2018 

«Da che sono andato in pensione, lavoro di più». Sembrava quasi impossibile. Ma il procuratore Nordio non mente: due editoriali alla settimana sul Messaggero, più l’ articolo nelle pagine di Cultura il sabato, l’ impegno alla Fondazione Venezia, quello alla giuria del premio letterario Campiello, la prossima inaugurazione a Mestre del museo Emme9, un’ opera da cento milioni. «E il tutto senza più la segretaria. Per me, che sono disordinato, abbandono il telefono dove capita e non sono abituato a organizzarmi non è semplice». Meglio parlare di giustizia allora, tema caldo, tanto per cambiare.

L’addio alla prescrizione è stato legato alla riforma del processo penale: equivale a dire che non si farà mai?

«Vuol dire che – nella migliore delle ipotesi – arriverà tra qualche anno.
Una riforma seria richiede tempi di elaborazione, e di discussione parlamentare, incompatibili con le date indicate.
E poi non si sa neppure che riforma vogliono. Mi creda, la prescrizione non sarà abolita, anche perché farlo sarebbe contrario all’articolo 111 della Costituzione, secondo il quale il processo deve concludersi entro termini ragionevoli».

Di che tipo di riforma avrebbe bisogno il nostro processo penale?

«I codici di procedura penale sono di due tipi. Quello inquisitorio e scritto, che avevamo fino al 1988, e quello accusatorio orale anglosassone, che abbiamo introdotto nell’ 89, adattandolo alle nostre tradizioni, cioè pasticciandolo. Quindi abbiamo bisogno di un codice coerente, che torni al passato o svolti definitivamente verso il sistema inglese, che io prediligo e vorrei copiassimo. Ma temo avremo un altro pastrocchio, se mai ci sarà».

Che vantaggi ha il sistema anglosassone?

«Discrezionalità dell’ azione penale, che riduce i tempi dei processi perché fai solo quelli importanti, separazione delle carriere, con giudici di nomina governativa e pm elettivi, e divieto di appellare le assoluzioni, perché se un giudice ha prosciolto, dubitare della sua sentenza significherebbe violare il principio del ragionevole dubbio di innocenza. Con questi tre accorgimenti avremmo processi rapidi e la questione prescrizione si risolverebbe da sé».

Quanta responsabilità hanno davvero i magistrati nella lunghezza dei processi?

«Responsabilità, e meriti, dei magistrati nella durata dei processi sono stati sempre enfatizzati. I processi durano a lungo per una ragione elementare: la sproporzione tra i mezzi e i fini. Con l’ azione penale obbligatoria, la massiccia produzione normativa che prevede sempre nuovi reati e la riduzione delle risorse, anche se i magistrati lavorassero il doppio – e le assicuro che lavorano già molto, e talvolta anche troppo, e inutilmente – i tempi saranno sempre eterni. Finché non depenalizzeremo molti reati e non lasceremo liberi i pm di non perseguire tutte le denunce, avremo sempre migliaia di processi prescritti».

Cosa pensa della prescrizione lei?

«Ubbidisce a due criteri: il venire meno dell’ interesse dello Stato a punire con il decorso del tempo, e la garanzia di una ragionevole durata del processo. Va mantenuta. È vero però che alcuni reati si scoprono sempre anni dopo la loro commissione, pensiamo ai falsi in bilancio o alle frodi fiscali, e quindi si sono già mangiati metà del tempo di prescrizione. Il compromesso giusto sarebbe far decorre il termine della prescrizione non dal momento della commissione del reato, ma da quello della scoperta del suo autore, e dalla iscrizione nel registro degli indagati. Sempre con un termine massimo però, per evitare che uno possa esser processato a una lunga distanza dal fatto».

La prescrizione però ha mandato assolti molti colpevoli…

«Sì certo, ma è colpa dello Stato. Eliminarla però significa colpire le vittime, perché se la prescrizione viene meno, i processi si allungano e la parte lesa deve attendere di più per avere giustizia».

Sospenderla per chi è condannato in primo grado o allargare il novero dei reati imprescrittibili, come forse si farà, è una soluzione?
«È una mostruosità».

Il giustizialismo della sinistra era sostanzialmente antiberlusconismo, quello dei grillini cos’ è?
«È acquiescenza supina a luoghi comuni infantili. Dilettantismo emotivo. M5S è esploso come consenso sotto la pressione degli scandali politici, specie quelli legati ai rimborsi alla cosiddetta casta. Il loro terreno di coltura è la reazione alle ruberie e si sono convinti che, se aumentano le pene, loro salgono nei sondaggi. Puntano all’ elettorato scandalizzato dal malcostume generalizzato e ambiscono a moralizzare il Paese attraverso il sistema penale ma sbagliano ricetta: se vuoi battere la corruzione devi diminuire le leggi e snellire le procedure, tutto l’ opposto di quanto fa M5S».

Si può dire che il loro giustizialismo è vendetta sociale e giacobinismo?

«Non li accrediterei di tanto onore. Saint Just e Robespierre erano altra cosa. Semmai li paragonerei a Hebert, o a Chaumette, gli ultrà del Terrore che furono i primi a essere decapitati».

Il Parlamento non conta più nulla, il governo è bloccato: la magistratura è diventato il potere più importante dello Stato?

«La magistratura ha assunto un forte ruolo di supplenza dai tempi di Tangentopoli non perché abbia fatto un passo avanti, ma perché la politica ha fatto due passi indietro».

Quanto è vera l’ affermazione che i giudici fanno politica?

«Anche questa è una favola. Ma è sufficiente che alcuni magistrati, diventati famosi per inchieste nei confronti di politici, si candidino alle elezioni, per far sorgere questo sospetto. Anche per questo motivo io, avendo indagato nella prima tangentopoli, poi sulle coop rosse e recentemente sul Mose, ho detto che non avrei mai fatto politica. La sola idea che si pensi che ho fatto il mio lavoro per prepararmi un buon ritiro parlamentare, e magari prendere il posto di quelli che ho inquisito, mi fa rabbrividire».

Di Pietro con Tangentopoli, De Magistris che indagò Mastella e cadde Prodi, le Olgettine e la condanna Mediaset: la storia d’ Italia è stata scritta dai giudici?

«No, semmai da una politica fiacca e subalterna. I politici hanno condizionato per anni l’ attività politica alle iniziative giudiziarie, utilizzando gli avvisi di garanzia e le inchieste contro i rivali come una clava. Così però hanno delegittimato l’ intera categoria e si sono messi nelle mani dei magistrati. I grillini poi sono il massimo: usano la clava della magistratura anche contro loro stessi. Se la Lega facesse altrettanto, Salvini avrebbe dovuto dimettersi dopo quella curiosa inchiesta di Agrigento sulla Diciotti, dalla quale è stato prosciolto in meno di due mesi».

Con Berlusconi stata fatta una giusta applicazione della Severino?

«Il diritto penale dice che la condanna non può essere retroattiva e allora la decadenza dal Parlamento dopo una condanna contemplata dalla Severino è stata trasformata in sanzione amministrativa. Ma essa resta comunque una sanzione afflittiva, e quindi non si può applicare retroattivamente. Questo è stato fatto per ragioni politiche, ed è una macchia indelebile della nostra sgangherata civiltà giuridica».

È cambiato qualcosa nella giustizia rispetto ai tempi di Berlusconi?

«In peggio, come si vede. Sono stati creati reati assurdi, seguendo le mode, con leggi squilibrate. Oggi investire uno da ubriachi è più grave che farlo di proposito e certi reati di pedopornografia su internet sono puniti più gravemente dell’ atto sessuale in sé».

Responsabilità dei magistrati: si ha la sensazione che le toghe non paghino per i loro errori, è vero?

«No. Il cosiddetto errore del magistrato è fisiologico, se riguarda il merito della decisione. In tutti i paesi le sentenze vengono riformate, perché il giudicare è compito quasi sovrumano. Però ci sono due casi in cui il magistrato che sbaglia dovrebbe pagare: quando non legge le carte e quando non conosce le leggi. Pagare non in denaro, tanto è assicurato, ma nella carriera. Un magistrato inetto o incapace non va sanzionato nel portafoglio, va destituito».

Poiché è impossibile provare il dolo, come si può far scontare qualche conseguenza a chi apre inchieste che durano anni, distruggono carriere e si concludono in nulla?

«Bisognerebbe fare come in America: una statistica delle inchieste andate a buon fine e dei processi persi. E quando uno perde troppo, mandarlo a casa perché ha sbagliato lavoro».

A cosa è dovuto il calo di popolarità della magistratura?

«Ha suscitato troppe aspettative, poi deluse. Oltre al protagonismo di alcuni di noi. Bastano pochi, e i molti ne subiscono le conseguenze».

Cosa pensa della nuova norma della legittima difesa?

«Sostanzialmente bene. Chi si difende in casa si sostituisce legittimamente a uno Stato che non ha saputo proteggerlo, e tanto meno ha il diritto di punirlo. L’ avrei resa ancora più netta: io avrei sancito che, poiché la legittima difesa è l’ esercizio di un diritto, il fatto di reato non sussiste, invece è rimasta come causa di non punibilità di un comportamento considerato, a torto, criminale».

Fino a che punto il cittadino ha diritto a difendersi?

«Nei limiti della proporzione della reazione e dell’ attualità del pericolo. Che però vanno valutati tenendo conto della gravissima alterazione emotiva in cui versa l’ aggredito. Il quale, in caso di assoluzione, ha diritto ad esser sollevato dalle spese legali».

Da procuratore che ha lavorato decenni sul territorio: perché è così difficile fermare la criminalità contro il patrimonio, se il reato non sfocia poi nel sangue?

«I reati contro il patrimonio sono sempre esistiti, in tutto il mondo. Oggi però sono aumentati anche a seguito dell’ immigrazione incontrollata. Dirlo non è razzismo, è statistica».

Che giudizio ha del decreto sicurezza? Cosa funziona e cosa no?

«Ne ho un buon giudizio anche se non credo che sarà risolutivo».

La stretta sul riconoscimento dello status di profugo è giusta?

«Dipende. Il profugo vero va protetto e assistito. Il falso profugo va rimandato a casa. Ma non lo dice mica solo Salvini. Lo diceva già vent’ anni fa la legge Turco- Napolitano».

I critici dicono che così aumentano i clandestini e l’ illegalità…

«È una balla. Semplicemente, il decreto sicurezza va coordinato con le leggi esistenti, che prevedono l’ espulsione dei clandestini. Riconoscere lo status a chi non ne ha diritto non è la soluzione ma è ignorare il problema.
Ed è un’ ingiustizia, doppia perché penalizza soprattutto i profughi veri».

Quando Salvini fu indagato per la Diciotti lei disse subito che era una stupidaggine. Perché?

«Per le ragioni emerse dalla successiva richiesta di archiviazione. Era un atto politico, insindacabile. Per di più il pm aveva ipotizzato il reato di arresto illegale, quando non era stato arrestato nessuno; e infine non aveva interrotto il presunto sequestro di persona, mentre la legge gli imponeva di evitare che il reato fosse portato a conseguenza ulteriori. Se Salvini fosse stato mandato a giudizio si sarebbe trovato come coimputato lo stesso pm, per il reato di omissione di atti d’ ufficio o addirittura per concorso omissivo: è l’ art 40 2° comma del codice penale».

Che idea si è fatto dell’ inchiesta che coinvolge il sindaco di Riace Lucano?

«Ha violato la legge e se ne è vantato.
Ma peggio sono quelli che lo hanno sostenuto. Evocare a riguardo il concetto di disobbedienza civile, come ha fatto Saviano, è peggio di una bestialità, è un errore».

Lei indaga il Paese da oltre 50 anni: intravede i germi di un ritorno del fascismo o del razzismo?

«No, è una stupidaggine. L’ Italia non è un paese razzista né fascista. Ma la paura è paura, e per definizione vede pericoli anche dove sono inferiori a quelli reali».

Viceversa Salvini gonfia l’ allarme sicurezza a scopi di consenso come gli viene rimproverato?

«No. Salvini interpreta queste paure, e prende voti. È la democrazia, bellezza».

di Pietro Senaldi


Siamo democratici diamo voce anche agli euroimbecilli italiani che si sono venduti ai francesi. Gli interessi sul debito uccidono l'Italia per questo c'è la proposta in Politeia, l'Iìinteresse non lo decidono i mercati ma la banca centrale

ANALISI
Economia e Unione europea. Bini Smaghi: “Lo spread dipende dalla credibilità dei programmi”

13 novembre 2018
Luigi Marcadella (*)

I prossimi mesi saranno potenzialmente in grado di cambiare il corso della storia dell’integrazione europea. Lorenzo Bini Smaghi, presidente di Societé Generale, visiting Scholar al Weatherhead Center for International Affairs di Harvard, dal 2005 al 2011 membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea, commenta la tormentata fase politico-economica che sta vivendo l’Unione europea: "Gli inglesi stanno capendo che da soli, schiacciati tra giganti come la Cina, gli Stati Uniti, l’India, senza lo scudo europeo, si rischia l’isolamento


Elezioni europee nella prossima primavera, turbolenze sul debito pubblico italiano, movimenti e partiti di ispirazione sovranista che stanno lentamente crescendo nelle percentuali e cambi di leadership in vista nelle due maggiori potenze continentali (Angela Merkel ha già annunciato il suo ritiro mentre Emmanuel Macron sta lentamente consumando la sua popolarità). I prossimi mesi saranno potenzialmente in grado di cambiare il corso della storia dell’integrazione europea. Lorenzo Bini Smaghi, presidente di Societé Generale, visiting Scholar al Weatherhead Center for International Affairs di Harvard, dal 2005 al 2011 membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea, commenta la tormentata fase politico-economica che sta vivendo l’Unione europea.


Professor Bini Smaghi, cosa la preoccupa maggiormente dal punto di vista macroeconomico per il futuro a breve dell’area euro?
Dopo anni di ripresa economica l’economia mondiale prima o poi registrerà una fase di rallentamento.

È necessario che le finanze pubbliche e i mercati finanziari siano pronti e si trovino in una situazione solida, per far fronte alle ripercussioni di un tale rallentamento.

In altre parole, fin quando l’economia cresce bisogna mettere fieno in cascina, non spendere di più (quando mai l'economia italiana è cresciuta)

All’orizzonte si profila anche la fine del quantitative easing da parte della Bce. I mercati internazionali hanno già “scontato” nelle loro valutazioni la fine della politica espansiva di Francoforte o ci potranno essere ulteriori ripercussioni?
Non dovrebbero esserci effetti particolari, perché la decisione è stata annunciata da tempo e anticipata dai mercati. L’evoluzione dello spread dipenderà dalle politiche di bilancio nazionali e dalla credibilità dei programmi.

Una divergenza sempre più marcata tra i governi di Germania, Francia e Italia, unitamente a turbolenze sui mercati e ad un depotenziamento delle forze europeiste a Bruxelles, potrebbe comportare “shock” sistemici nel processo di integrazione europea?
Non credo, in tutti i Paesi ci possono essere dei ricambi politici, ma è poi necessario lavorare con gli altri per mettere in atto politiche efficaci a livello europeo.

Dare contro all’Europa, e agli altri governi, significa in fin dei conti isolarsi, e ciò va contro l’interesse dei singoli Paesi.

I dati macroeconomici del dopo Brexit secondo lei possono rafforzare o smorzare i propositi politici dei leader – collocabili nella linea “sovranista” – che mettono in discussione l’adesione economico finanziaria all’Unione?
Gli inglesi stanno capendo che da soli, schiacciati tra giganti come la Cina, gli Stati Uniti, l’India, senza lo scudo europeo, si rischia l’isolamento. Che convenienza avrebbero le aziende ad investire nel Regno Unito, se non hanno poi accesso al mercato europeo, il più importante al mondo? L’isolamento porta ad una perdita di sovranità. Chi ha nostalgia della lira, ad esempio, si dimentica che il valore del cambio e dei tassi d’interesse erano in balia dei mercati, e che ogni volta che si verificava una svalutazione i risparmiatori ci rimettevano.

Si prefigura una procedura d’infrazione a carico dell’Italia per lo sforamento dei parametri di finanza pubblica. La fase di scontro aperto tra Italia e istituzioni europee ha dei “punti di rottura” già prefissati, dei paletti che né Roma né Bruxelles vogliono oltrepassare?
Mi sembra che per ora ciascuno sia rimasto sulle sue posizioni, anche se c’è un dialogo mirato a spiegare le differenze. Tuttavia,

all’ultima riunione dell’Eurogruppo i ministri dell’economia degli altri Paesi dell’euro hanno dato alla Commissione il mandato di discutere con il governo italiano per far correggere la manovra al fine di rientrare nei parametri concordati.

Vediamo se la manovra verrà rivista per ridurre l’indebitamento che rende fragile l’economia italiana.

(*) La Voce dei Berici

Carige - la resa dei conti è arrivata una conduzione dissennata si sapeva da molto tempo che sarebbe arrivato questo momento. I banchieri puah

BANCHE

Carige crolla, in Borsa perde il 48%. Lo schema delle banche-azioniste

Patuelli (Abi): confidiamo che il bond subordinato da 320 milioni venga rimborsato integralmente al Fondo Volontario con l’aumento di capitale di Carige. Massiah: Ubi parteciperà al bond. Il 30 novembre assemblea dello Schema Volontario del Fitd: il nodo della governance e del controllo

13 novembre 2018


Un tracollo del 50% in pochi minuti. Così il mercato ha segnato la fuga da Carige, l’istituto ligure che ha trovato un’àncora di salvataggio nel prestito obbligazionario da 320 milioni che sarà coperto dal sistema bancario sotto il cappello dello Schema Volontario del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd).

Ieri il titolo non è riuscito a fare prezzo per l’intera giornata e solo sul finale, ammesso a pochi minuti dalla chiusura, ha registrato la maxi-perdita. Un risultato atteso, visto che l’aumento di capitale da 400 milioni da lanciare in primavera per rimborsare il bond subordinato sarà altamente diluitivo per i soci che non lo sottoscriveranno. Adesso Carige capitalizza circa 100 milioni con il titolo a 0,0019 euro e da oggi sarà quotata ma con il divieto di vendita allo scoperto.

La rete di salvataggio tesa dal sistema bancario — su spinta della Banca d’Italia e del governo Lega-M5S — consente al nuovo amministratore delegato, Fabio Innocenzi, di dire ai dipendenti che «l’emergenza è finita» e che «la banca è in sicurezza» e può pensare «al rilancio commerciale». Tutto ciò in vista di un’acquisizione da parte di un altro istituto o di un fondo, anche se gli analisti (Equita, Akros) dubitano che la banca diventi appetibile avendo una quota di crediti deteriorati (npl) ancora molto alta, sopra il 21% a livello lordo.

Nel frattempo, peraltro, dentro lo Schema Volontario si devono risolvere questioni delicati di governance e tecniche per le banche stesse. Per questo è stato individuato un advisor legale in vista dell’assemblea del 30 novembre che dovrà approvare l’operazione.

Se resteranno azioni non sottoscritte nell’aumento di capitale, il fondo convertirà i bond in capitale. Ma come andrà scritta nei bilanci delle singole banche la quota in Carige? Chi e come gestirà l’istituto per conto del fondo? E che cosa succederà se il fondo avrà più del 49%, che è la soglia massima prevista dallo statuto dello Schema Volontario? Sono le domande che in questi giorni i banchieri si stanno ponendo. Secondo il presidente di Carige, Pietro Modiano, il fondo convertirebbe solo il 49% in azioni e terrebbe il resto in bond. Secondo alcuni banchieri, invece, il fondo potrebbe convertire tutto ma congelare i diritti di voto oltre il 49%. Resta il tema del controllo, che il fondo non può avere. Anche su questo il confronto con le autorità di vigilanza è costante. «Ci muoviamo in una terra incognita», commenta una fonte diretta, «l’operazione l’abbiamo fatta in soli tre giorni».

Il ceo di Ubi, Victor Massiah, ha detto che la sua banca parteciperà al bond ma che non interverrà nell’aumento di capitale. «Abbiamo avuto tra capo e collo la necessità di prevenire una crisi» con un prestito subordinato, ha detto il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, ma «confidiamo vivamente possa essere in pochi mesi rimborsato integralmente alle banche». «Carige ce la può fare e ce la farà, ne siamo ampiamente convinti», ha detto il governatore della Liguria, Giovanni Toti.

Si vedrà. Resta che quello di Carige è «un salvataggio che va fatto per non avere un effetto domino nel sistema», ha detto Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda, a margine degli Stati Generali del Credito. Una crisi bancaria avrebbe effetti anche sulle imprese e Assolombarda è preoccupata in particolare per le pmi «che nel 2019, stante l’attuale situazione, potrebbero subire una nuova stretta del credito. Il sistema delle banche sta mutando e influisce sul fare business. Abbiamo scarsità di private equity e venture capital che, invece, sono necessari per finanziare l’innovazione».

La volontà di Conte la diplomazia dell'Eni fanno vincere l'Italia. Un passettino in avanti in un processo tutto da scrivere

Libia, il vertice di Palermo riporta alla ribalta la diplomazia italiana
–dal nostro inviato Gerardo Pelosi
12 novembre 2018

(Ansa)

Palermo – Fino all’ultimo sulle due sponde del Mediterraneo c’era chi, per motivi e interessi diversi, aveva scommesso sul fallimento della conferenza internazionale sulla Libia. E, fino all’ultimo, il rischio che il lavoro delle ultime settimane di Palazzo Chigi, Farnesina e Nazioni Unite si incagliasse era più che reale.


Il generale Khalifa Haftar, uomo forte di Bengasi, si è fatto attendere per tutto il giorno a Palermo in un’altalena incontrollata di voci e indiscrezioni fino a quando, alle 18 e 30, il Gulfstream dei nostri servizi di sicurezza, dopo molte ore di volo, lo ha finalmente caricato a bordo per farlo atterrare all’aeroporto Falcone-Borsellino da dove si è diretto all’Hotel Villa Igiea, sede della conferenza ospitata dal premier Giuseppe Conte.


12 novembre 2018

L’arrivo di Haftar
Haftar è stato subito inghiottito in una fitta serie di riunioni bilaterali con gli altri capi di Stato e di Governo (almeno dieci in tutto come il russo Medvedev e l’egiziano Al Sisi) e ministri degli Esteri (venti) e con i rappresentanti della realtà politica libica. Ha incontrato tutti il generale tranne il presidente dell'Alto Consiglio di Stato (praticamente il Parlamento di Tripoli) Khaled al Meshri, uomo troppo vicino alla Fratellanza musulmana che Haftar ritiene un'emanazione di Al Qaeda.

Gli incontri del premier
Ieri Conte, prima della cena di lavoro ha incontrato tutti e quattro i rappresentanti principali della realtà libica (Serraj, Haftar e i due presidenti dei Parlamenti di Tobruk e Tripoli). Per oggi non è previsto alcun documento finale da firmare. Il risultato è avere già messo allo stesso tavolo i principali protagonisti della politica libica. Un significativo passo verso il processo di democratizzazione del Paese nordafricano sostenuto con forza dalla nuova road map dell’inviato delle Nazioni Unite Ghassam Salamè che dovrebbe sfociare nella data delle prossime elezioni politiche e presidenziali. È stato proprio Salamè insieme alla sua vice, Stephanie Williams a coordinare insieme all’ambasciatore Sebastiano Cardi i due tavoli tecnici sulla sicurezza e sull'economia. Secondo la Williams «bisogna fare di più per incrementare il supporto logistico e creare forze regolari che assumano la responsabilità della sicurezza in Libia. Il successo – ha aggiunto la Williams - dipenderà da un sostegno univoco alle autorità libiche necessario per aumentare la capacità delle istituzioni libiche, soprattutto ministero degli Interni e della Difesa e le forze di polizia».


I temi economici sul tavolo
Per quanto riguarda i temi economici il tavolo tecnico ha messo a fuoco i problemi relativi alla fusione in uniche istituzioni valide per tutto il territorio libico sia della Banca centrale che dell’ente petrolifero Noc. Non sono mancate proposte per calibrare la rappresentanza della Tripolitania e della Cirenaica nei board dei due organismi. Le due banche centrali attiveranno audit per certificare i loro patrimoni in vista dell'unificazione. Al tavolo hanno preso parte anche rappresentanti dell'Unione europea, della Lega Araba, del Fondo monetario e della Banca Mondiale. Sull'economia, ha spiegato Salamè «qualcosa si muove: la creazione di una tariffa sulle transazioni di valuta ha abbassato almeno del 25% il livello del cambio al mercato nero e ciò significa ridurre il margine di sfruttamento delle risorse libiche da parte dei gruppi criminali».


12 novembre 2018

Italia, Francia e la “diplomazia del petrolio”
All’organizzazione della conferenza avrebbe contribuito anche la Francia che ha visto in Palermo una naturale prosecuzione della conferenza tenutasi in maggio a Parigi. E questo anche a smentire le voci di una contrapposizione tra Parigi e Roma. Anzi sarebbe stata già da tempo siglata una vera e propria “pax petrolifera” tra i due colossi del settore Eni e Total che non solo in Libia ma in Algeria, Libano ed Egitto intendono collaborare su progetti di comune interesse.

Savona facci sognare - L'Euroimbecillità si difende solo i soldi li tengono insieme

PERCHE’ I BANCHIERI SONO CONVINTI EUROPEISTI

Maurizio Blondet 13 novembre 2018 

(Illuminante articolo di Maurizio Gustinicchi su Qelsi. Titolo originale:)

Ceo capitalism e opposizione interna a Savona

l nostro resoconto settimanale dal fronte di guerra Savona-UE richiede un breve riassunto delle precedenti comunicazioni:

1) Secondo la Teoria dei Giochi la Commissione UE ha perso la sua guerra;

2) la BCE è commissariata dai tedeschi perché non contagi il sistema finanziario con lo spread;

3) la Merkel, per la rivolta dei tedeschi all’immigrazione di massa e alle regole del mercato del lavoro neoclassico, ha perso le elezioni in Assia e Baviera e si avvia al pensionamento;

4) i Savona’s boys, oltre alle Politiche Fiscali (deficit al 2.4%), si sono riappropriati anche delle Politiche Commerciali (accordi bilaterali con Russia, Cina, Usa), una delle 3 leve di Politica Economica;

5) Un claudicante PD e l’idea di una nuova Banca Pubblica per la Politica Monetaria, ha costretto il Policy Makers “Grandi Banche Italiane” a palesarsi quale vera opposizione.

Crollo del Macronismo

In aggiunta a quanto sopra, questa settimana abbiamo visto crollare anche l’ultimo fortezza europea in chiave antipopulista: il “Macronismo”.

Sul Manifesto, i giorni scorsi, appare un articolo all’interno del quale si legge:
“Mosca abbandona il dollaro ed entra nell’Euro”

che significa dichiarare che l’euro sostituirà il dollaro quale valuta di riserva.

Se aggiungiamo a quanto sopra le dichiarazioni di Juncker:

“è un’aberrazione che la UE debba pagare l’80% delle proprie importazioni di energia in dollari, l’Euro deve diventare lo strumento di una nuova sovranità Europea”,

e quelle del novello “eurobellicoso” Napoleone V:

“Europe build its own military in order to protect itself from the USA, China and Russia….”

parole considerate da Donald Trump:

Very insulting…”

e da noi fuori luogo, visto che in Italia abbiamo Aviano, Camp Darby, San Vito dei Normanni e Sigonella, che in Germania vi sono circa 70 basi Air-force, US-Navy e US-Force ed in Francia le basi USA di Marsiglia e di Tolone, capite bene che la pazzia del novello “Carlo Magno” ha dato oggi il colpo di grazia ai sogni imperialisti franco-tedeschi.

Per Trump era sufficiente un’Italia in crescita onde mantenere il dollaro debole sull’Euro (e ridurre quindi la competitività dell’export tedesco verso gli USA), ma aggiungendo ora l’attacco di Jucker al dollaro quale valuta di riserva mondiale e all’Imperialismo americano che opprimerebbe le ambizioni di Macròn sul continente, è chiaro che gli USA cominciano ad avere più di un motivo per desiderare la morte dell’Euro.

Trump oggi in Francia ha ripagato con la stessa moneta Cicciobello di Francia indirizzando sorrisi e sguardi complici a Putin; quest’ultimo, invece, è stato accolto da Merkel e Mac(a)ron come il medesimo sguardo che un condannato a morte riserverebbe al proprio boia.


Gli schiaffi morali del duo Trump-Putin, unitamente al calo di consensi sul fronte interno, avviano anche Napoleone Quinto ad un quanto mai certo prepensionamento.

La vera opposizione: Grandi Banche e Confindustria

Senza più avversari politici, ai Gialloverdi rimane la sola opposizione delle Grandi Banche e di Confindustria. Come mai queste due istituzioni? Quali interessi hanno?

Da un’analisi della Mazziero Research, si comprende come l’assetto societario di Banca d’Italia faccia capo a Banca Intesa e Unicredit (sia direttamente, sia grazie alle quote dei fondi pensione del Gruppo Intesa, del personale di Unicredit, della Compagnia San Paolo e della Fondazione Cariplo). La suddetta società di analisi spiega ciò col fatto che l’investimento ha reso molto nel 2017, il 4.5%.

Se il sistema dovesse continuare a guadagnare a questi livelli in fondo è un discreto affare. Ma in realtà, come vedremo, dietro la massiccia partecipazione delle Grandi Banche nazionali a Banca d’Italia vi sono anche altri motivi.

Per quanto concerne Confindustria, Filippo Astone, uno scrittore che nel 2010 descrisse meravigliosamente il centrosinistra:

“ pullula di puzzoni, tutti élite e salotti. Anche a me sarebbe piaciuto entrarci. Ma sono figlio unico di madre vedova”,

egli afferma che:

……Il 90% dei contributi raccolti da Confindustria proviene da imprese di piccole e medie dimensioni, …il 6% arriva dai grandi gruppi privati. Il restante 4% dalle aziende statali: Eni, Enel, Poste, Ferrovie, Finmeccanica. Il malumore dei piccoli nasce da questo: mantengono l’organizzazione ma si sentono come le mucche che non hanno alcuna voce in capitolo sulla destinazione del latte».

Confindustria fa esclusivamente gli interessi dei grandi!

Come mai grandi Banche ed Imprese si sono saldate in un’unica opposizione al governo populista?

Dobbiamo capire cosa sono UE e BCE.

Secondo Ashoka Modi (in “Why the euro failed”) alla fine degli anni 70, la pace in Europa era un fatto già acquisito. C’era da creare una società aperta e promuovere creatività e benessere. A tal fine, i Leader europei avviarono l’Unione Monetaria, sebbene Milton Friedman avesse loro spiegato che la Politica Monetaria non migliora la crescita nel lungo termine ma, anzi, può minarla.

I difetti dell’Unione Monetaria erano noti ed evidenti ma i Leader Europei non diedero ascolto agli economisti e crearono un sistema in cui gli Stati sono privi della leva del cambio flessibile e di una Banca Centrale. I Leader avrebbero dovuto almeno considerare trasferimenti nord-sud, tipici di Sistemi politici compiuti (USA), e ammortizzatori sociali per i periodi di crisi, ma i tedeschi non ne vollero saper nulla.

Secondo l’autore, i Leader europei progettarono questo malfunzionante sistema inconsapevolmente (ossia senza colpa) ma lasciarono che in esso si inserissero subdoli Capitalisti finanziari.

Tali soggetti si sono impossessati sia della Commissione UE, sia della Banca Centrale e, in parallelo con quanto accadeva negli Stati Uniti, in pochi anni hanno indebolito l’intero occidente.

Quei privati hanno fatto stampare alla BCE tantissimo denaro senza destinarlo a cittadini ed istituzioni. I soli attori sociali che hanno avuto accesso alla liquidità BCE sono state le Multinazionali (programma di acquisto di Bond privati) e le élite finanziarie. Le Banche, e quelle Multinazionali di cui le banche detengono equities, erano e sono le vere proprietarie di UE e BCE ed operano senza scrupoli nel conseguire i propri obiettivi (vedi il Comitato dei Creditori in Grecia).

Dicevamo che la BCE ha creato tantissima moneta, per la precisione circa 2.000 miliardi di nuova base monetaria. Tale liquidità, in eccesso rispetto al necessario, è tornata presso la BCE sotto forma di riserve e deposit facility (circa 1.600 miliardi). Il Moltiplicatore Monetario dell’area UE ha un valore inferiore alla creazione stessa di moneta e ciò rappresenta il fallimento della BCE e della sua Politica Monetaria.

Tutta la liquidità del QE di Draghi si è tradotta in trading di “equities”, miglioramenti dei requisiti patrimoniali delle banche, per far vedere che sono liquide e solide, e bonus ai Manager (i veri Policy Makers al soldo del Decisore Politico UE).

Le banche hanno ristretto il credito – contro il governo

Al 31 ottobre scorso, le banche italiane avevano parcheggiato 80 miliardi tra le riserve in eccesso e circa 87 miliardi tra i depositi.

Se ricordate bene, da Marzo a Settembre 2018, la contrazione del credito erogato al sistema era di circa 50 miliardi. Le banche hanno tesorizzato in cassaforte disinteressandosi della crescita del paese.

Tutto per le banche, nulla per l’economia! Un modus operandi volto a mantenere status quo sociale e politico affinché nulla cambi anche col governo del cambiamento.

Il carattere predatorio dei manager bancari si capisce meglio snocciolando i dati che seguono.

Rispetto al 2005 abbiamo 240 banche e 55.000 dipendenti in meno, costi del personale inalterati e ampi utili da investimenti in titoli di stato ed equities scambiate tra banche.

I manager e gli alti vertici del sistema bancario hanno bloccato l’economia, licenziato a più non posso, riscosso lauti compensi (stipendi d’oro e bonus) e distribuito grandi dividendi.

Con la crisi dello spread del 2011, le famiglie vendendo i titoli di stato accusarono forti perdite, le banche italiane, grazie alla liquidità garantita dalla BCE (300 miliardi via LTRO), acquistarono BTP salvando lo stato e poi, col successivo Whatever it takes, conseguirono importati utili su quei titoli.

Questo orientamento, contro i cittadini, e a totale ed esclusivo vantaggio di manager ed azionisti di banche e Corporation, ha preso piede proprio dagli anni 80. Analisi storiche condotte sugli USA dimostrano che sino ad allora ogni dollaro di guadagni o prestiti veniva destinato per il 40% agli investimenti (vedi “Disgorge the cash” su rooseveltinstitute,org). Oggi tale quota è scesa ed è finita sotto la quota in pagamenti agli azionisti (da cui le alte retribuzioni garantite ai manager). L’erogazione del credito è in larga parte destinata a quel sistema che intreccia i rapporti tra banche e multinazionali: la “rivoluzione degli azionisti”.

Nel nuovo modello, che possiamo chiamare “CEO CAPITALSM”, i rentier si garantiscono la gestione delle Banche Centrali, delle multinazionali e del credito che loro necessita. Queste ultime, attraverso le lobbies a Bruxelles, accrescono i mercati a scapito di PMI e microimprese, con il credit-crunch sopprimono i piccoli, e per tutti vi sono ricchi premi (dividendi) e cotillons.

Perché il sistema continui a funzionare è necessario che né Trump, né le singole nazioni europee tornino in possesso della Politica Monetaria attraverso la nazionalizzazione della Banche Centrali.

Ma Savona e i suoi ragazzi sanno che sarà vera rivoluzione solo operando in tal senso.

Per questo Visco durante la Giornata Mondiale del Risparmio arriva a dichiarare:

“Nel III millennio problemi e sfide hanno assunto dimensioni globali; è illusorio pensare di poterli affrontare negli stretti confini degli stati nazionali. Il futuro dell’Italia non può prescindere da quello dell’Europa” — ma se Polonia, Russia, Giappone, Uk e ogni altro stato nel mondo ha la sua Banca Centrale?

Il vero messaggio è :

“noi siamo i Policy Advisor delle Grandi Banche; esse hanno investito in Confindustria e nelle sue aziende (in Italia e all’estero); queste ultime possono crescere solo se protette dai Lobbysti a Bruxelles, al riparo dai governi locali, e massacrando PMI e Microimprese; tuti dobbiamo far in modo che esse massimizzino gli utili e spostino la liquidità dagli investimenti ai dividendi per gli azionisti”

Ed è chiaro come la luna piena che Visco mente spudoratamente quando, sempre nel corso di tale convegno, afferma:

“Direttamente o indirettamente il rischio sovrano ricade sulle famiglie: non solo detengono titoli pubblici per un valore nominale di 100 quasi miliardi, ma all’attivo degli intermediari cui affidano i risparmi vi sono titoli pubblici per circa 850 miliardi”

Il nuovo LTRO che pare si profili all’orizzonte, con switch tra titoli a breve a titoli a lungo, consentirà al sistema bancario:

– di tenere fino a scadenza i titoli in loro possesso senza doverli liquidare per esigenze di cassa,

– di acquistare a prezzi bassi BTP delle famiglie lucrando ottimi guadagni dalla loro gestione.

Il loro problema non è raccontare la verità, ma dire menzogne onde preservare lo status quo politico ed economico, qul CEO CAPITALISM, che consente alle grandi banche di avere tutto il denaro che gli serve e di continuare all’infinito il giro di giostra che riporta tutto a lauticompensi e generosi dividendi.

Perché questo accada, è necessario che i Gialloverdi falliscano nel loro intento populista e, al contempo, scompaiano PMI e Microimprese.

In difesa dei loro privilegi e del loro status di rentiers senza rischio, grandi banche e grandi industrie si sono precipitate a Bruxelles e a Francoforte per rassicurare le élite europee e tedesche.

Su Handelsblatt oggi, domenica 11 novembre, viene pubblicato l’articolo:

“Die Regierung in Rom treibt Italien immer weiter in die Isolation”

Nel quale si legge:

“L’Industria e i Banchieri sono convinti europeisti che non vogliono un conflitto con l’Unione Europea. Il piano governativo di creare crescita attraverso più consumi non li convince (agire sulla domanda non li convice, questi euroimbecilli ci fanno ci fanno). Temono che l’Italia stia diventando sempre più isolata”

Se da un lato è sufficiente che:

1) il Policy Advisors (Banca d’Italia) remi contro Savona mettendo in campo tutto il proprio prestigio,

2) il Sistema Bancario riduca il credito e aumenti le riserve ferme presso la BCE,

dall’altro gli stessi gialloverdi stanno comunque dando loro una bella mano spianandogli la strada attraverso i decreti attuativi della riforma del Diritto Fallimentare.

Ma di questo argomento ne parleremo più compiutamente in seguito, nel frattempo tenete fisso in mente che:

“l’Assoluto è ragione che si sviluppa e manifesta nella storia”

(Hegel)

Come dire che Trumpismo e Brexit stanno li a mostrare che il Lógos, a protezione del Katekhon, tende a sistemare da solo gli errori dell’Umanità.

Fortuna vuole che l’attuale flebile opposizione, come dice il buon Caparezza ne “La Ghigliottina”: “fa più acqua di un Canadair”

Ad maiora.



Il lavorio diplomatico dell'Italia è sfociato nella Conferenza di Palermo, consapevole che è parte integrante di un processo tutto da scrivere

Palermo, Michela Mercuri (UniMC): “Haftar riceverà riconoscimento politico forse nell’Alto Consiglio di Stato”

Palermo. Difficile che Haftar e Sarraj firmeranno una road map comune, ma al generale potrebbe essere riconosciuto un ruolo nell'Alto Consiglio Nazionale, spiega la professoressa Michela Mercuri
-13 novembre 2018

Il futuro della Libia alla Conferenza di Palermo, dove il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Enzo Moavero Milanesi è giunto nella giornata di oggi. Organizzato dall’Italia, l’evento punta a cercare soluzioni per stabilizzare il paese nordafricano nell’ambito del Piano d’Azione esposto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite Ghassan Salamé rappresentante speciale libico presso l’ONU. 

Fondamentale la plenaria presieduta dal Primo Ministro Giuseppe Conte martedì 13 novembre con i leader politici internazionali e locali. Il premier italiano ha l’ambizione di far incontrare il generale Khalifa Haftar (giunto in serata al verice) con la sua controparte Fayez al Sarraj, politico sostenuto dalla Comunità internazionale. 

“Non firmeranno una road map comune, ma è comunque importante che i due leader si confrontino in un contesto diplomatico” spiega la professoressa Michela Mercuri, docente di Storia contemporanea dei paesi del Mediterraneo all’Università di Macerata, una doccia gelata per chi forse ingenuamente vede in Palermo la fine di una lunga fase di instabilità.


La professoressa Michela Mercuri

“Più probabile – continua il docente – che Haftar riceva un riconoscimento politico: è nei suoi interessi infatti abbandonare l’imprinting militare ed essere considerato un interlocutore più istituzionale, specie in vista delle prossime elezioni la cui data verrà forse stabilita nel corso del summit siciliano”. 

In altre parole un’investitura, ma non nel governo di Tripoli semmai nell’Alto Consiglio di Stato libico l’organo voluto dalle Nazioni Unite come canale di dialogo con le fazioni in lotta soprattutto nel sud-est, quel Fezzan attraversato da organizzazioni criminali, gruppi ribelli e terroristi islamici. Malgrado sconfitto sul campo il Daesh continua ad intessere rapporti con le forze che destabilizzano il paese come ricorda la professoressa nel volume Il mondo islamico dopo lo stato islamico. 

Ancora Mercuri: “Persa la sua vocazione ad essere entità statale l’Isis si è trasformato in qualcosa di più fluido, una vera e propria organizzazione terroristica che in Libia tesse relazioni con altri gruppi che proliferano nel Fezzan, come i trafficanti di uomini. E’ per questo che gli incontri palermitani hanno un valore molto importante per l’Italia, perché trovare una soluzione comune ed internazionale è necessario al nostro paese sia per combattere le forze ostili ad una pacificazione nel vicino stato nordafricano, sia per contenere il traffico verso le nostre coste. Sì gli aiuti alle forze di sicurezza e alla guardia costiera di Tripoli hanno permesso un calo degli arrivi, ma resta il fatto che 700 mila persone sono bloccate sulle coste in mano a gruppi criminali. Una situazione quindi inaccettabile”. 

Sulla possibilità di giungere ad una soluzione internazionale, la professoressa Mercuri è scettica sul ruolo della Francia dapprima infastidita dalla presenza italiana in Niger (territorio che rientra nella sua sfera d’influenza), poi non intenzionata ad un intervento militare in Libia, pur avendo inviato il proprio Ministro degli Esteri ad incontrare alcune delle fazioni in lotta. Fra la diplomazia internazionale e quella parallela dei francesi c’è un terzo



attore del quale Haftar è stato per alcuni anni uomo forte, la Federazione Russa. 

Michela Mercuri: “Mosca ha guardato ad Haftar come a viatico di penetrazione in Libia per avere una sua zona d’influenza e per ottenere un importante accesso al mare. Tuttavia fra le opzioni del Cremlino non c’è l’intervento armato, quanto l’ambizione ad assurgere ad interlocutore privilegiato, conquistando così internazionale l’immagine di nazione capace di dirimere delicate questioni internazionali. Una linea di condotta già sperimentata in Siria (colloqui di Sochi e Astana, nda) e che potrebbe essere di aiuto alla stessa Italia nel tentativo di trovare una soluzione efficace e, soprattutto, condivisa dalle parti in lotta e dalla Comunità internazionale”.

http://www.adhocnews.it/a-palermo-il-futuro-della-libia-mercuri-unimc-haftar-potrebbe-ottenere-un-ruolo-di-peso-nellalto-consiglio-di-stato/

L'informazione che volutamente non informa - Mattarella Mattarella questa non è libera informazione ma accanimento mediatico puro e semplice per screditare una forza politica, che con tutti i suoi limiti, cerca di fare un pochino gli interessi degli italiani, cosa che tu garante dovresti apprezzare

IL GRANDE GIORNALISMO ITALIANO

Maurizio Blondet 13 novembre 2018 


Il vero titolo doveva essere: “Il vaccino anti-morbillo non funziona!”. Infatti, se i sette contagiati erano vaccinati, come mai hanno contratto la malattia? 

…e poi avviare subito un’inchiesta sui vaccini inefficaci, ed altamente pericolosi. S’intende, dopo aver seguito un corso obbligatorio in logica formale

Allego cui la mail di un lettore al presidente che tanto ha a cuore la libertà di stampa minacciata di 5 Stelle:

Illustrissimo Presidente Mattarella,

ha perfettamente ragione quando afferma che “la libertà di stampa ha un grande valore, perché, anche leggendo cose che non si condividono, anche se si ritengono sbagliate, consente e aiuta a riflettere“.

Mi domando, però, Presidente, verosimilmente in compagnia di non pochi connazionali: questo vale anche per la malversazione giornalistica a fini di denigrazione ad opera di prestigiose testate giornalistiche, come documenta, peraltro solo molto parzialmente, questo breve repertorio che mi permetto di sottoporle, a supporto di quanto affermo?

E ancora di più: questo, Presidente, vale anche per la libertà di propaganda, stile Istituto Luce, truffaldinamente imposta per anni da perfetti allievi delle Goebelschool del giornalismo italiano e, soprattutto, finanziariamente sostenuta, per anni, con il canone dagli utenti del servizio pubblico televisivo?

Domani una nutrita schiera di sepolcri imbiancati dell’informazione, sprezzanti del ridicolo, darà luogo ad un civettuolo flashmob per manifestare contro le affermazioni dei giovani Di Maio e Di Battista a carico dei pennivendoli a bava armata che infestano i rotocalchi nazionali.

Avrà parole di richiamo anche per loro o si limiterà a fare da spettatore alla loro ipocrita parata?

Grato della Sua attenzione e scusandomi per il tempo sottratto, mi congedo restando comunque a disposizione per produrre, ove non basti quella in post scriptum, eventuale ulteriore documentazione alla base del mio disappunto.

Voglia gradire distinti saluti

Adriano Colafrancesco

Post Scriptum (*) :

“Hanno perso la Virginità” (Il Tempo, 19.12.2016).

“Il bivio di Raggi: ammettere la bugia col patteggiamento o rischiare il posto”, “L’ultima spinta che avvicina di un’altra spanna Virginia Raggi al suo abisso insieme giudiziario e politico è arrivata dalla testimonianza dell’assessore Meloni” (Carlo Bonini, Repubblica, 26.1.2017).

“La Raggi teme l’arresto. C’è aria di autosospensione” (il Giornale, 27.1.2017).

“Mutande verdi di Virginia” (Libero, 31.1.2017).

“La fatina e la menzogna”, “mesto déjà vu di una stagione lontana, quella della Milano di Mani Pulite”, “la Raggi è inseguita dallo schianto dell’ennesimo, miserabile segreto, custodito dai ‘quattro amici al bar’: una polizza sulla vita”, “Romeo ha un legame privato, privatissimo con la Raggi, in pieno conflitto d’interesse”, “Quelle polizze potrebbero avere un’origine non privata, ma politica… una ‘fiche’ puntata su una delle anime del M5S romano, quella ‘nero fumo’”, “il rebus della provenienza dei fondi”, “Soldi di chi? Per garantirsi quale ritorno?”, “tesoretti segreti e ricatti” per “garantire un serbatoio di voti a destra” (Repubblica, 3.2.2017).

“Spunta la pista dei fondi elettorali”, “Fondi coperti”, “L’ombra dei voti comprati”, “I pm a caccia dei contributi privati inferiori a 5mila euro e mai registrati” (Messaggero, 3.2.2017).

“La pista che porta alla compravendita di voti”, “Romeo potrebbe aver agito per conto di altri… Il sospetto di finanziamenti occulti giunti al Movimento 5Stelle” (Corriere della sera, 3.2.2017).

“Come in House of Cards”, “L’accusa di corruzione è vicina”, anzi “potrebbe emergere” (La Stampa, 3.2.2017).

“Patata bollente. La vita agrodolce della Raggi nell’occhio del ciclone per le sue vicende comunali e personali. La sua storia riguarda l’epopea di Berlusconi con le Olgettine, che finì malissimo” (Libero, prima pagina, 10.2.2017).

“Dopo via Almirante, via Raggi” (Il Foglio, 16.6.2018).

“Sindaca sempre più sola. Quei consiglieri tentati di toglierle la fiducia. L’idea dell’addio prima del giudizio per falso” (Repubblica, 19.6.2018).

“La Raggi fa perdere voti. M5S vuole cacciarla” (Libero, 20.6.2018).

“Al Campidoglio il piacere dell’omertà” (Repubblica, 15.7.2018).

“Virginia, la paura della condanna e l’ipotesi dell’auto-sospensione” (Messaggero, 22.9.2018).

“L’archiviazione per il reato di abuso può fornire nuovi elementi all’accusa del pm” (Messaggero, 6.10).

“Processo Raggi, la funzionaria di polizia contraddice la linea difensiva della sindaca” (Corriere della sera, 20.10).

“‘Marra decise per il fratello’. Altro colpo alla difesa Raggi”, “L’exit strategy se arriva la condanna. Abbandonare, autosospendersi o provare a tirare avanti senza simbolo” (Repubblica, 20.10).

“Assist di Marra a Raggi, ma Meloni lo smentisce” (Messaggero, 23.10).

“L’Opa leghista su Roma” (Il Foglio, 25.10).

“Se condannata, la carta Rousseau. ‘Voto web per andare avanti'” (Messaggero, 26.10).

“Raggi-Raineri, colpo di scena al processo” (Repubblica, 26.10).

“I partiti si preparano alla caduta”, “Il gioco di Salvini in Campidoglio”, “La sindaca nel suo labirinto. Nel momento più difficile, Virginia Raggi è sola e sembra non poter contare più nemmeno su Di Maio… È come scomparsa” (Il Foglio, 1.11).

“Sindaca a rischio condanna” (il Giornale, 2.11).

“L’ultima tentazione dei 5S: crisi pilotata per non votare” (Repubblica, 8.11).

“La Lega e la corsa per il Campidoglio. Parte l’offensiva social e nei municipi” (Messaggero, 8.11).

“Passo indietro o giunta ‘no logo’, le vie per Virginia in caso di sconfitta. No al perdono web” (Corriere della sera, 10.11).

“Raggi in bilico, un guaio per il M5S”, “La crisi in Campidoglio e gli effetti sul governo” (La Stampa, 10.11).

“Raggi, chiesti 10 mesi. Il M5S la molla” (il Giornale, 10.11).

“Pure Di Maio si prepara a scaricare la Raggi inguaiata dai giudici. Anche lei non vede l’ora di levare le tende” (Libero, 10.11).

“La Capitale, il malgoverno da cancellare”, “Con Virginia Raggi la situazione è precipitata. Ora che la conosciamo possiamo dire che in realtà tutto la predisponeva a questo esito. Giovane piccolo-borghese romana dall’abbigliamento e dalle maniere che ‘fanno tanto perbene’ nel quartiere Appio Latino dove è cresciuta, è centaura provetta e con l’aria sempre annoiata e il tratto vagamente indolente che ricorda la protagonista di un racconto di Moravia” (Ernesto Galli della Loggia, Corriere della sera, 10.11).

“L’esperimento romano può dichiararsi concluso con un sostanziale fallimento. Il tramonto di Virginia Raggi può intrecciarsi con un colpo al populismo municipale. Comunque vada, la sindaca è già fuori gioco” (Stefano Folli, Repubblica, 10.11).

“La Raggi è riunita con i suoi legali per l’ultimo disperato tentativo di salvarsi” (SkyTg24, 10.11).

“Il Tribunale di Roma assolve l’imputata Raggi Virginia perché il fatto non costituisce reato” (il giudice Roberto Ranazzi, 10.11.2018, ore 15.10).

Ps. Subito dopo il verdetto, quelli di SkyTg24 informano che la Raggi “è scoppiata a piangere perché non si aspettava una sentenza del genere” e il giudice ha stabilito che “la sindaca non si rendeva conto di quel che succedeva in Campidoglio”. Vergognamoci (anche) per loro.

(*) Tratto da “La marcia funebre” (Marco Travaglio) – Il Fatto Quotidiano del 11 novembre 2018