Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 31 dicembre 2018

Guido Salerno Aletta - 2 - La Strategia della Fed è partita dal lontano dicembre 2015 quando per cercare di risolvere i debiti Gemelli (partite correnti e bilancio dello stato, entrambi negativi), per non parlare del fortissimo debito privato e delle famiglie e delle imprese, ha deciso di alzare progressivamente e sistematicamente i tassi d'interesse. Siamo arrivati al punto, sarà recessione voluta e cercata, gli strateghi statunitensi pensano di gestirla, nel frattempo Stati e popoli andranno in crisi, Argentina è la punta dell'iceberg, aziende falliranno e manderanno a tappeto centinaia e centinaia di famiglie, General Motors, General Eletric

Come si muoverà davvero la Fed di Powell

31 dicembre 2018 


L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta sulle mosse della Fed

LE NOVITA’ DELLA FED

La riduzione progressiva degli asset acquisiti nel portafoglio con i tre successivi Qe, ed il conseguente assorbimento di liquidità in dollari, sta facendo emergere problemi rilevanti. In linea di principio, l’indicatore di liquidità sul mercato è rappresentato dal livello dei depositi eccedenti la riserva obbligatoria. In questo caso, la vendita sul mercato di titoli da parte della Fed ha come conseguenza una corrispondente diminuzione di questi depositi, senza impatti ulteriori. Accade però, da diversi mesi, che il mercato dei Fed funds, l’overnight in cui le banche si scambiano al tasso stabilito dalla Fed la liquidità ulteriore alla riserva obbligatoria, si sia isterilito: c’è poca liquidità.

CHE COSA HA PREVISTO IL CONGRESSO USA

Il Congresso americano, per incentivare le detenzioni presso la Fed, ed indirettamente per garantire una più efficiente gestione dei tassi sui Fed funds in quanto in un mercato asfittico il tasso si colloca troppo in alto nella forchetta decisa dalla Fed, ha previsto di recente la possibilità di remunerarli, ma ciò non ha determinato un aumento consistente. Al contrario, il totale delle riserve liquide detenute presso la Fed è diminuito costantemente. Dal picco di 2.800 miliardi di dollari del 2016, è passato ai 2.310 miliardi di dollari del dicembre 2017, ed infine ai 1.896 miliardi dello scorso ottobre, con una contrazione complessiva di mille miliardi e di 414 miliardi nel solo periodo compreso tra dicembre 2017 ed ottobre scorso.

COME LA FED HA RIDOTTO LA LIQUIDITA’

In un anno, tra il 13 dicembre 2017 e lo scorso 13 dicembre, la Fed ha ridotto la liquidità, mettendo sul mercato le sue detenzioni in titoli, per complessi 331 miliardi di dollari, tra cui 222 miliardi in Treasury Notes e 116 miliardi in MBS’s. Si rileva quindi che i depositi liquidi presso la Fed sono diminuiti più velocemente del ritiro della liquidità operato da parte della Fed.

L’economia americana ha evidentemente bisogno di liquidità, e difficilmente può sostenere una sua continua riduzione: il dato sopra riportato, relativamente al livello delle riserve liquide, è infatti pari alla metà di quello degli asset detenuti dalla Fed: al 13 dicembre scorso, i Treasury notes ammontavano a 2.102 miliardi di dollari e le Mbs’s a 1.653 miliardi, per un totale di 3.755 miliardi.

LA STRATEGIA SUI TASSI

La Fed, nella riunione di questa settimana, ha deciso di procedere comunque con il già programmato quarto aumento in un anno dei tassi, di altri 25 punti base. Si è trovata di fronte a più aspetti problematici da valutare: la sensitività declinante di alcuni indici che anticipano l’inflazione; il rallentamento di numerose economie, a partire da quelle di Giappone, Germania e Cina; l’andamento di Wall Street già riflessivo e contrastato. Ha deciso di procedere comunque nell'aumento, ritenendo che una sospensione del processo di normalizzazione della politica monetaria avrebbe rappresentato un segnale ancor più negativo, che avrebbe addirittura accelerato l’alleggerimento delle posizioni su Wall Street. Il mercato non ha gradito comunque, con gli indici scesi ai minimi.

La strategia della Fed ha dunque prevalso sulle preoccupazioni e sulle pressioni in senso contrario esercitate dal Presidente americano Donald Trump: a suo avviso, un aumento dei tassi sarebbe negativo per via dell’aumento del costo del credito e perché induce un rafforzamento del dollaro che peggiora le ragioni di scambio commerciale con l’estero. Ciò che è ancora più importante per la Fed, in un contesto in cui c’è da finanziare un imponente deficit pubblico ed un altrettanto ciclopico disavanzo delle partite correnti (debiti gemelli), è che da tutto il mondo affluiscano capitali.

Main Street, sia chiaro, sopravvive e consuma importando dall’estero ogni ben di Dio solo se Wall Street è capace di attirare risorse sempre nuove: un alto tasso di interesse sul dollaro è quindi una necessità insuperabile, soprattutto dopo che la Cina ha smesso di reinvestire in titoli del Tesoro il suo attivo commerciale con gli Usa, limitandosi al mantenimento delle detenzioni.

(2.continua; la prima parte si può leggere qui)

Calabria - Il Sistema massonico mafioso politico sotto attacco trema. Fanfulla Salvini, ministro Bonafede o contro la Massoneria-'Ndrangheta-politica o a favore, decidete

Il 2019 e il terrore dei politici in Calabria: aleggia lo spettro di un mega blitz giudiziario

Nei luoghi della politica calabrese, nei palazzi del potere, nei corridoi delle sedi legislative non si parla d’altro. Un Big bang delle inchieste, la madre di tutte le indagini a firma delle Procure più pesanti della regione potrebbe abbattersi sulla politica e cambiare radicalmente il quadro politico regionale

di Pasquale Motta 
lunedì 31 dicembre 2018 15:03

Un fantasma

Mutuando una frase storica dei tempi del Manifesto comunista, potremmo dire che “uno spettro si aggira sulla politica in Calabria: lo spettro del mega blitz giudiziario”. Un Big bang delle inchieste, la madre di tutte le indagini a firma delle Procure più pesanti della regione. Contro lo spettro del comunismo in Europa si erano coalizzati, “il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi”(…) in questo caso, invece, la politica calabrese, reagisce con la paura, con l’ansia, con le strette di spalle, con il silenzio.

Il timore è sussurrato dietro una finta calma apparente. E tuttavia, nei luoghi della politica calabrese, nei palazzi del potere, nei corridoi delle sedi legislative non si parla d’altro. I big ti avvicinano sottovoce per chiederti se hai sentito dire che da un momento all’altro una raffica di arresti potrebbe colpire pesantemente la politica e la Pubblica Amministrazione, i comuni. Una situazione nella quale, spesso, i cronisti vengono intervistati, invece di intervistare, nella speranza che possano fornire smentite o conferme alla sensazione che si respira. Quello che si percepisce chiaramente, è la manifestazione di uno stato di angoscia, soprattutto, in alcuni potenti calabresi, i quali, sembrano degli zombi nell’affannosa ricerca di una rassicurazione, magari propedeutica al training autogeno assistito.

“Si dice che siano 204 i provvedimenti già firmati – afferma qualcuno - no no, sono oltre 350” – rettifica qualcun altro - “ma sai se riguardano la regione? –chiede preoccupato qualche altro papavero del potere - “da quanto ne so la prossima retata riguarda Cosenza” – risponde, invece, chi vuole dare l’impressione di avere notizie più fresche -. Queste sono alcuni dei ragionamenti nei quali ti imbatti nei luoghi bazzicati dalla politica o nelle sagrestie dei santuari del potere in salsa calabra. E, tali ragionamenti non è raro sentirli anche oltre Regione, nel transatlantico di Montecitorio, nel quale si sostiene che in Calabria qualcosa di “tragico” possa azzerare gli equilibri tradizionali della politica regionale.

Sono in molti a chiedersi se lo stato di ansia che si è diffuso nel mondo della politica abbia qualche fondamento, oppure, è il frutto della fantasia spinta di chi tenta di tenere in fibrillazione la fase politica. I riflettori sono tutti puntati sul Super Procuratore della Calabria: Nicola Gratteri. Politici, imprenditori, giornalisti, da tempo, ormai, non si limitano solo a registrare le esternazioni del Magistrato, ma ne analizzano anche le sillabe, nella speranza di trovare qualche conferma alle voci che circolano costantemente. Interpretare cosa si nasconda tra le righe delle affermazioni di Gratteri, sembra ormai diventato lo sport nazionale. E da questo punto di vista, Gratteri non delude, anche perché, tra la presentazione di un libro e le conferenze stampa di rito, le esternazioni del Procuratore non mancano mai. Occasioni ghiotte, soprattutto per quei retroscenisti che di mestiere godono nel vedere i politici e gli uomini di potere di questa regione affogare nell’angoscia di essere travolti in scenari catastrofici.

Il procuratore di Catanzaro, tra l’altro, non ha mai nascosto l’obiettivo e l’esigenza di un repulisti generale in Calabria per contrastare la corruzione, il voto di scambio, le infiltrazioni della criminalità organizzata nelle istituzioni. Da questo punto di vista, è nota la sua affermazione di sentirsi in guerra sul fronte del contrasto alla ndrangheta e il malaffare. Uno tale contesto dunque, alimenta e conferma le paure di coloro che sono convinti che una bomba giudiziaria di proporzioni storiche stia per abbattersi trasversalmente sulla classe politica e sulla burocrazia calabrese. La bomba giudiziaria, almeno secondo il pourparler, non dovrebbe risparmiare nessuno e potrebbe colpire anche alcuni grossi enti locali della regione. Un mega blitz destinato a stravolgere radicalmente lo scenario politico calabrese.

E, infatti, l’aria che si respira è pesante e rende precarie anche scelte che sembrano assodate. E d’altronde, la grana caduta tra capo e collo su Oliverio e il suo entourage, ha prodotto e alimentato ancor di più uno stato di inquietudine e di tensione che si taglia con il coltello. Un mese fa, Oliverio e Adamo, sventolando la richiesta di decine di sindaci calabresi annunciavano al “mondo” la ricandidatura del Governatore: in pochi giorni è cambiato tutto, non solo quella ipotesi è sempre più lontana, ma è a rischio anche la possibilità di arrivare a fine legislatura.

“Se Atene piange, Sparta non ride”, si recitava nell’Aristodemo di Vincenzo Monti. E, infatti, se, allo stato, quello che sembrerebbe destinato a succedere a Mario Oliverio alla guida della regione, ovvero, l’attuale Sindaco di Cosenza Mario Occhiuto, sembra avere davanti a sé un’autostrada spianata, sono in molti a sostenere, invece, che all’orizzonte incombono grossi nuvoloni neri sul piano giudiziario che potrebbero far saltare quella spianata. Da mesi, infatti, trapelano indiscrezioni su inchieste della Dda, su dichiarazioni di pentiti che aleggiano sull’amministrazione cittadina, tali da compromettere e, addirittura, far saltare il progetto del primo cittadino bruzio di trasferire il modello Cosenza al decimo piano della cittadella Regionale.

Voci, retroscena, indiscrezioni che si affastellano e si incrociano con la discussione e con le battaglie politiche interne ed esterne alle forze tradizionali del centrodestra e del centrosinistra. Quanto tutto ciò sia fondato, evidentemente, lo scopriremo solo vivendo. È indubbio, comunque, che i retroscena si susseguono in maniera uniforme in tutta la Calabria. A Reggio Calabria, per esempio, sembra che possa partire un’altra tempesta. Inchieste che alcuni ritenevano fossero finite in un binario morto e che, invece, negli ultimi mesi hanno ripreso nuovo vigore. Se a ciò, si aggiunge che anche le Procure di Paola e Castrovillari potrebbero serbare qualche sorpresa (sulla Tirrenica cosentina, infatti, le prime avvisaglie sono state pesanti), considerato il proverbiale attivismo dei due Procuratori sul fronte della lotta alla corruzione nella Pubblica Amministrazione, il futuro e il 2019 per la politica calabrese si presenta fosco e incerto. Nel commentare questa paura mi viene in mente una frase Aung San Suu Kyi, “Non è il potere che corrompe, ma la paura. Il timore di perdere il potere corrompe chi lo detiene e la paura del castigo del potere corrompe chi ne è soggetto”.

Moneta Complementare - manca solo il coraggio, non è difficile. L'Euro è un Progetto Criminale, cambio fisso

Il debito pubblico non può essere ripagato, a maggior ragione con l’economia in recessione. Se vogliamo affrontare la tempesta ci vogliono almeno i minibot

Maurizio Blondet 31 dicembre 2018 

DI PAOLO BECCHI E GIOVANNI ZIBORDI

Da quando c’è il nuovo governo si strilla che le nostre banche perdono in Borsa per via dello spread. Ora però tutto il mondo è nella stessa situazione e nessuno parla più dello spread. Le banche tedesche ad esempio hanno perso il 40% in pochi mesi e il 90% dai livelli di dieci anni. E qui non si può dare colpa a Di Maio o a Salvini. Tutto il settore bancario europeo è crollato quanto quello italiano e anche quello americano lo sta seguendo ora. Il 2018 è stato un anno in cui tutti i mercati, chi più chi meno, hanno perso: emergenti ed asiatici, europei e americani, bonds societari, commodities e valute.

Solo il dollaro Usa ha guadagnato. Il motivo scatenante principale è il modesto aumento dei tassi di interesse da 0% a 2,5% degli Usa nonché il fatto che la Federal Reserve ha ridotto di 400 miliardi i titoli in portafoglio riducendo liquidità. Ma la causa di fondo sembra essere un’altra: l’enorme aumento del debito nel mondo, il 40% negli ultimi dieci anni fino a 250 mila miliardi (in dollari).

Noi siamo ossessionati dal debito pubblico italiano che in realtà è solo 2,600 miliardi (in dollari), cioè l’1,1% del debito totale mondiale. Una goccia d’acqua in un mare di debito. Questo enorme accumulo di debito ha prodotto la crisi di dieci anni fa di Lehman Brothers e ora ne sta preparando un’altra, dato che governi e Banche Centrali hanno reagito dal 2008 in poi tagliando i tassi a zero spingendo nell’economia altri 70mila miliardi di debito (pubblico e privato).

LE CRITICHE

L’Italia è particolare rispetto agli altri Paesi perché ha poco debito di famiglie, imprese e banche e più debito pubblico e in più non ha più la sua valuta e la Banca Centrale. Negli ultimi anni è stata soffocata perché non ha potuto pompare debito come hanno fatto tutti gli altri. Perché il debito nell’immediato è potere d’acquisto in più per chi lo contrae. Molti hanno criticato il governo, o perché non riduce abbastanza il deficit e il debito (dal lato dei rigoristi alla Cottarelli…) o perché volendo rispettare i vincoli della Ue finirà con l’aumentare un po’ la pressione fiscale.

Si attacca il governo perché usa le poche risorse disponibili per spesa corrente, reddito di cittadinanza e abbassamento dell’età pensionabile. Tuttavia la povertà crescente, specialmente al Sud è innegabile, e il Pd non è crollato solo per i 600mila africani traghettati e messi in albergo, ma anche perché ha continuato con la politica di austerità imposta dalla Ue, lasciando tanta gente in difficoltà.

Con un crollo dell’8% medio del reddito pro-capite dal 2008 ci sono settori della popolazione che hanno subito una riduzione del tenore di vita del 20%.

La maggior parte degli elettori ne ha abbastanza dell’austerità imposta da Bruxelles e del fatto che lo spread e i Btp salgono o scendono non gliene importa niente.

AUMENTA L’IVA

Anche se Di Maio e Salvini avessero dato retta agli economisti invece che agli elettori e avessero usato quei pochi miliardi negoziati con la Ue per ridurre tasse o per investimenti pubblici, sarebbero state solo briciole. Essendosi anche impegnati a ridurre il deficit al 2% quest’anno e poi all’1,8% e 1,5% negli anni successivi sono stati persino costretti a programmare un aumento dell’Iva di 23 e 28 miliardi rispettivamente. Il che significa un Iva al 27% entro due anni. Con l’economia che sta andando in recessione entreranno meno tasse nelle casse dello Stato e l’anno prossimo saremo daccapo con la Commissione Ue, e con ancora meno soldi di quest’anno da negoziare.

Certo, con una nuova Commissione molte cose potrebbero cambiare, ed è su questo che Salvini punta giustamente, ma come andrà a finire lo sapremo solo dopo le elezioni europee. Alla fine le polemiche attuali sulla manovra girano intorno al feticcio del debito pubblico di 2,300 miliardi e passano gli anni, cambiano i governi e nessuno indica una soluzione. E il debito continua ad aumentare. Di solito ci si mette a parlare di ridurre la burocrazia e velocizzare la giustizia, cose belle in teoria, ma lente da farsi e che comunque non creano soldi e non diminuiscono il debito.

L’unica soluzione radicale, il ritorno alla Lira, è stata a quanto pare sepolta da Salvini dopo che Di Maio già da tempo lo aveva fatto. La verità è che la soluzione dei problemi di debito, quando superi una certa soglia, e nel mondo (non solo in Italia) questa soglia è stata superata, è sempre un misto di default e stampa di moneta.

Non esiste la possibilità di ripagare anche solo in parte 250mila miliardi di debito globale e quando arriva una recessione (di solito ogni otto anni circa) molte famiglie e aziende non riescono a pagare neanche le rate.

Le recessioni fanno parte del gioco, il problema dell’Italia è che si passa da una recessione all’altra, perché a dare le carte è una Unione che ha come compito principale quello di danneggiare il nostro Paese.

Paolo Becchi e Giovanni Zibordi su Libero, 29/12/2018

(tabella e testo di G. Zibordi)


“Negli anni ’70 con inflazione media sopra il 10% il reddito reale (al NETTO DELL’INFLAZIONE) è cresciuto del 24% … controllare per credere… negli ultimi 10 anni invece, con inflazione all’1%, è calato del -.8% L‘inflazione bassa favorisce solo la rendita finanziaria

30 dicembre 2018 - La cazzata quotidiana dei giornaloni

Nicola Gratteri - se Bonafede e il fanfulla Salvini volessero, il Sistema mafioso massonico politico perderebbe l'importante pezzo che è la 'ndrangheta


Dettagli 
Pubblicato: 29 Dicembre 2018


"Prima erano i mafiosi che andavano a casa dei politici a chiedere favori, oggi sono i politici che cercano i capi mafia"

Nel corso del programma radiofonico "Un Giorno Speciale" in onda su Radio Radio e condotto da Francesco Vergovich, è intervenuto in mattinata Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica di Catanzaro.

Impegnato in prima linea contro la 'Ndrangheta dal 1986, e sottoposto a scorta dal 1989, il magistrato e saggista, ha spiegato che "Essere sottoposti a scorta è pesante e stressante, non è una cosa semplice, occorre decidere dove fermarsi a prendere un caffè, per esempio, o dove andare al bagno. Io so perfettamente che non posso permettermi il lusso di fare 10 metri a piedi, perché si rischia".

Essere sotto scorta a volte viene visto come un privilegio, chi è che valuta se è necessaria la protezione?

A questa domanda Gratteri ha risposto: "In prima battuta è il Comitato provinciale della Sicurezza, presieduto dal Prefetto, poi c'è il colonnello dei Carabinieri, il colonnello della Guardia di Finanza, il Questore e certe volte anche la Dia, infine il Procuratore Generale".

"Bisogna fare attenzione alla concessione come anche alla revoca. A volte succede che quando muoiono quelli che sono considerati i nemici del sottoposto a scorta, questi continua a tenere la protezione, e così l'istituzione perde di credibilità, la gente comune lo percepisce come un fastidio. La discriminante sull'assegnazione della scorta deve essere il presente, il momento attuale è decisivo. Se in quel momento storico Tizio rischia o meno". Gratteri, con la collaborazione di Antonio Nicaso (esperto internazionale di criminalità organizzata), è anche autore di molti saggi sulla 'Ndrangheta, l'ultimo è "La Storia segreta della 'Ndrangheta", edito da Mondatori. Continuando il suo intervento a "Un Giorno Speciale", il Procuratore si è soffermato sulla struttura dell'organizzazione criminale originaria della Calabria: "La 'Ndrangheta è strutturata militarmente, c'è un codice, vi sono regole molto rigide, si pratica un tirocinio che dura oltre un anno; solo dopo una accurata selezione si scelgono gli appartenenti, e il selezionatore che ha portato il giovane aspirante, nel caso questo dovesse fallire, viene declassato e rischia anche la vita".

Come sono viste le 'Ndrine ( nella Camorra ci sono i Clan, a Cosa Nostra regnano le famiglie), come un' opportunità o vi è in qualche modo una condanna, com'è l'interazione con la popolazione locale?

"Oggi assistiamo a un'inversione di tendenza, prima erano i mafiosi che andavano a casa dei politici a chiedere raccomandazioni, favori, oggi sono i politici che vanno a cercare i capi mafia, portatori di voti. La percezione della gente è che il mafioso ha maggior potere rispetto al candidato politico. Il politico sta sul territorio mediamente 3-4 mesi prima delle elezioni, poi spesso sparisce, il mafioso sta sul territorio 365 giorni l'anno, e pur se viziate, dà risposte. L'opinione pubblica, soprattutto i poveri, vivono questa opportunità come ultima spiaggia". "Ovviamente - prosegue Gratteri - le persone intelligenti, colte, vivono la presenza della mafia nel Sud come una maledizione, che determina un 9% di Pil in meno rispetto al Centro e al Nord. Le mafie non hanno ideologie, non sono né di destra nè di sinistra, cercano di capitalizzare quel pacchetto di voti che certe volte arrivano anche al 30%, determinante a concorrere per chi sarà il sindaco, il vice sindaco e il segretario comunale, che porterà alla cogestione della cosa pubblica, e a quel punto il mafioso è già seduto all'interno della pubblica amministrazione".

Dopo tanti anni di lotta alla criminalità organizzata, verrà il tempo della fine delle mafie, della 'Ndrangheta o non si riuscirà a venirne fuori in nessuna maniera?

"Sono molto arrabbiato; questo fenomeno l'ho vissuto da quando ero bambino, e oggi a 60 anni - confessa tristemente Gratteri - vedo questa 'Ndrangheta sempre più ricca. Abbiamo portato a termine operazioni molto importanti, ora la conosciamo fin dalle viscere, ma la mia rabbia deriva da un'amara constatazione: sono convinto che se il governo volesse, potrebbe abbattere le mafie anche del 70 - 80%. Ad oggi non ho visto un governo che ha posto la lotta alle mafie come punto centrale per la liberazione dell'Italia da questa cappa, questa maledizione".

"Se il potere politico, i politici volessero, nel rispetto della Costituzione, cambiando le regole del gioco, l'ordinamento giudiziario, i codici, potremmo abbattere l'Ndrangheta nell'arco di meno di 10 anni, in modo consistente anche dell'80%, non dico 100%, sa perché? perché in ognuno di noi c'è un piccolo mafiosetto, c'è l'1-2% riconducibile a una connotazione mafiosa (il modo di agire, reagire)", conclude il Procuratore Nicola Gratteri.

Foto © Imagoeconomica


L'Euroimbecillità è schizofrenica - L'Euro è un Progetto Criminale con il suo cambio fisso

BREXIT/ Attenti a quella sentenza della Corte di giustizia che spacca la Ue

La procedura di uscita dell’Uk dall’Ue va completata entro il 29 marzo, ma una decisione della Corte di Giustizia europea può rimettere tutto in discussione

30.12.2018, agg. alle 07:52 - Augusto Lodolini

Theresa May (LaPresse)

Entro il 29 marzo la procedura dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea dovrà essere completata, ma il cammino sembra essere ancora lungo e sta mettendo in grave difficoltà l’assetto stesso del Paese. Come diversi commentatori hanno sottolineato, la Brexit sta rendendo il Regno sempre meno unito e ciò indipendentemente dall’esito finale della questione. Il risultato stesso del referendum di due anni fa era stato già molto divisivo, con gli inglesi schierati per il Leave, insieme ai gallesi, peraltro meno decisi in proposito, mentre gli scozzesi erano per il Remain e i nordirlandesi, pur in maggioranza per rimanere, mostravano anche in questa occasione divisioni tra cattolici e protestanti. Con Londra schierata nettamente per rimanere nell’Ue, a differenza del resto dell’Inghilterra. Da subito partì la richiesta per un nuovo referendum, che allora raccolse moltissime firme e che è ora tornata alla ribalta di fronte alla proposta di accordo del governo di Theresa May. Quest’ultima, personalmente a suo tempo per il Remain, ha dovuto affrontare nelle trattative una controparte che considerava il legittimo utilizzo di un articolo del Trattato come un reato di lesa maestà, all’insegna del “pagherete caro, pagherete tutto”.

La conseguenza è una turbolenza raramente vista sulla scena politica britannica, dove i contrasti sono tra le diverse nazionalità, tra i partiti e all’interno degli stessi partiti, principalmente tra i Conservatori. Theresa May ha evitato la sfiducia del suo partito solo impegnandosi a non ripresentarsi alle prossime elezioni, ma la battaglia si è riaccesa con la sua decisione di rinviare la discussione dell’accordo a gennaio, due mesi prima della data finale per la Brexit. L’accordo raggiunto con Bruxelles non soddisfa nessuno, né i Remainers, né i Brexiteers, e si fa sempre più vicina l’ipotesi del “no deal”, di un’uscita senza accordo, l’esito ritenuto più dannoso, per l’Uk ma probabilmente anche per l’Ue, anche se a Bruxelles i commissari, a loro volta in scadenza, sembrano non darsene pensiero.

In questa convulsa situazione è arrivata, all’inizio di dicembre, una decisione della Corte di Giustizia europea che avrebbe meritato una maggiore e più estesa attenzione, in quanto trascende il caso britannico. Sulla base dell’esposto di un tribunale scozzese, la Corte ha decretato che il Regno Unito può revocare unilateralmente la decisione di uscire dall’Unione, rientrandovi con le stesse condizioni che aveva prima del ricorso all’Articolo 50 del Trattato di Lisbona. La decisione, che deve essere presa secondo le norme costituzionali del Paese e notificata prima del 29 marzo, dà nuove armi in mano ai Remainers, anche se i tempi sono molto stretti, per esempio per indire il già ventilato secondo referendum. Vista però la diffusa opposizione all’accordo raggiunto dalla May, non si può escludere un voto contrario del Parlamento e la concomitante decisione di notificare la rinuncia alla Brexit entro i tempi richiesti.

Se ciò avvenisse, si creerebbe una nuova e imprevista situazione, che se da un lato continuerebbe il dibattito interno al Regno Unito, dall’altro ne creerebbe uno ancor più difficile all’interno dell’Unione, se non altro per i problemi che porrebbe la rinnovata convivenza con gli ex transfughi britannici. Inoltre, questo colpo di scena avverrebbe con gli organi europei in scadenza e la gestione della questione sarebbe di fatto rimandata a dopo le elezioni europee del prossimo maggio, cui parteciperebbero a questo punto anche i britannici.

Alla decisone della Corte si è opposto non solo il governo di Londra, ma anche la Commissione e il Consiglio Europeo, timorosi dell’applicazione della delibera da parte di altri Stati dell’Unione. Se uno Stato può invocare l’art. 50 e poi, se le trattative non migliorano la sua situazione, rientrare mantenendo immutate le condizioni precedenti, Bruxelles vede indebolita la sua forza contrattuale e posizioni tipo “prendere o lasciare” non sarebbero più consentite. Sotto un altro aspetto, tuttavia, la decisione potrebbe essere utilizzata anche dall’Unione per “liberarsi” di membri ritenuti scomodi, della serie “a nemico che fugge, ponti d’oro” (nda: l’uso di locuzioni popolari serve a meglio indicare quale sia la reale natura dei rapporti all’interno dell’Ue, ben lontani da ciò che vorrebbe la narrazione europeista).

Se diversi Stati membri seguissero questa strada, si creerebbe per l’Unione Europea una situazione di continua instabilità certamente non auspicabile, ma questo rischio potrebbe spingere gli organi europei che nasceranno dalle prossime elezioni a una revisione sostanziale dei trattati e della loro applicazione, così da tener più conto delle diversità tuttora notevoli che esistono all’interno dell’Unione e della volontà dei popoli che la compongono. Una sfida e un’opportunità anche per l’Italia.

La Manovra ha senso solo se sarà seguita da altri passi nella stessa direzione, verso politiche redistributive della ricchezza e di equità sociale, capaci di svolgere un’azione quanto più è possibile anticiclica in un contesto economico che sembra destinato a rallentare a livello globale

Un augurio concreto dalla Notizia

29 dicembre 2018 di Gaetano Pedullà

La Notizia, come sanno bene i nostri lettori, non esce la domenica e il lunedì, e pertanto questo è per noi l’ultimo numero del 2018. Non vi mando di traverso gli avanzi del panettone con l’ennesimo papello di considerazioni e di bilanci, ma se dovessi definire l’anno che finisce con un’unica parola direi che è stato di transizione. Ognuno è chiaro che farà il proprio personalissimo consuntivo, ma in linea generale di questo 2018 resta la profonda richiesta di cambiamento manifestata dagli italiani con il voto del 4 marzo, con la conseguente nascita di un Governo del tutto estraneo alle logiche della vecchia politica. Certo, la partenza non è stata facile, e ministri e sottosegretari stanno tutt’ora pagando un prezzo per l’età media molto più bassa rispetto al passato, l’inesistente consuetudine con le stanze del potere e il fuoco di sbarramento di chi è stato sfrattato dalle stanze medesime. La contrattazione aspra con l’Europa, per quanto terminata con un necessario armistizio, ha mostrato a questo Paese e ancor di più all’estero che la protesta può diventare proposta e non necessariamente rivolta, come abbiamo visto con i gilet gialli in Francia. La Manovra che oggi diventerà legge con la fiducia ha però un senso solo se sarà seguita da altri passi nella stessa direzione, verso politiche redistributive della ricchezza e di equità sociale, capaci di svolgere un’azione quanto più è possibile anticiclica in un contesto economico che sembra destinato a rallentare a livello globale.Con questo giornale, che dal prossimo numero entrerà nel settimo anno di pubblicazione, continueremo a seguire questo cambiamento nella politica italiana, senza i pregiudizi e la consorteria di molta altra stampa nazionale, palesemente arroccata sulle posizioni nostalgiche di un passato che non c’è più a livello di partiti, di grandi interessi economici e soprattutto degli elettori. Liberi di parlare senza intereferenze ai nostri lettori, grazie all’indipendenza che ci deriva dall’essere editori puri, racconteremo e faremo del nostro meglio per vigilare sulle riforme che servono al Paese, affinché gli auguri di un futuro migliore che insieme alla redazione de La Notizia desidero porgere a tutti diventino concretezza e non un vuoto auspicio retorico.

domenica 30 dicembre 2018

Lo stregone maledetto legge i dati con gli occhiali dell'ideologia del servo del neoliberismo, di quelli che tradiscono gli Interessi Nazionali

Anche i Draghi sbagliano

di Carlo Clericetti

“Mario, quali dati stai guardando?” Lucio Baccaro, direttore dell’autorevole centro di ricerche tedesco Max Planck, è rimasto un po’ sconcertato dalla lettura del discorso che il presidente della Bce ha tenuto il 15 dicembre alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, che gli ha conferito la laurea honoris causa.

Il passaggio che ha colpito Baccaro è questo:

“La flessibilità dei tassi di cambio avrebbe indebolito il mercato unico in due modi. In primo luogo avrebbe ridotto l’incentivo delle imprese residenti nel paese che svalutava ad accrescere la produttività, perché avrebbero potuto – sia pur temporaneamente – elevare la competitività senza aumentare il prodotto per addetto. L’Europa sperimentò ripetutamente come questa via fosse tutt’altro che efficace. Dal varo dello SME nel 1979 alla crisi del 1992 la lira venne svalutata 7 volte rispetto al DM (marco tedesco), perdendo cumulativamente circa la metà del suo valore rispetto a questa valuta. Eppure, la crescita media annua della produttività in Italia fu inferiore a quella dei futuri paesi dell’area dell’euro a 12 nello stesso periodo”.

I dati, però, non sembrano andare d’accordo con queste affermazioni. Ecco un grafico sulla produttività (Pil reale per ora lavorata)dell’Italia a confronto con quella europea, di fonte Ocse. Le due linee rosse segnano l’ingresso e l’uscita dallo Sme (1979 e 1992).


La produttività italiana, osserva Baccaro, è stata più o meno in linea con quella degli altri paesi fino alla metà degli anni ’90 – cioè tutto il periodo dello Sme – e solo dopo si è fermata, mentre quella degli altri ha continuato a crescere. Non sembra che i riallineamenti avessero disincentivato le imprese italiane ad aumentarla: piuttosto appare che la loro fine abbia avuto un pessimo effetto.

Fin qui Baccaro, ma non è tutto. L’economista Massimo D’Antoni nota che per di più Draghi si sbaglia sui riallineamenti: “La verità è che ci sono stati 7 riallineamenti del marco e solo 5 della lira, e solo in un caso si trattava di una svalutazione "pura". Chiamarle tutte svalutazioni della lira rivela un atteggiamento di parte. Si noti che la svalutazione totale della lira sul marco è stata un effetto tanto della rivalutazione tedesca quanto delle svalutazioni italiane”.


Draghi, insomma, fa il suo mestiere di difensore della moneta unica, e questo fa certamente parte del suo ruolo. Ma forzare le interpretazioni per sostenere la propria tesi è già criticabile quando lo fa un politico: un tecnico, anzi, il tecnico più importante che ci sia in Europa, non dovrebbe proprio farlo. Sulla laurea ad honorem niente da dire. Ma la lode, stavolta, non se l’è meritata.

La manovra spiegata in un altro modo

Italia, arriva la fine dei giornali (e media) di regime

-30 dicembre 2018


Fonte: Il Blog delle Stelle

Oggi gran parte dei giornali gridano al presunto aumento indiscriminato delle tasse e ai presunti tagli indiscriminati a qualsiasi cosa: pensioni, scuola, salute, ecc. Queste informazioni nel migliore dei casi sono assolutamente parziali, spesso distorte, in alcuni casi addirittura inventate.

E’ vero che nella manovra sono previsti aumenti di tasse. Bisogna anche però dire per chi sono previsti. Ossia per le banche, per le grandi assicurazioni, per il gioco d’azzardo e per i colossi multinazionali che sono abituati a pagare le tasse in paradisi fiscali all’interno della UE. Ossia aumentiamo le tasse a quelli che hanno sempre goduto di un trattamento di favore e di privilegio da parte dei vecchi governi. Non a tutti, ma a quelli che pur avendo tanto pagavano poco. Non viene invece citato da nessun giornale il fatto che abbiamo abbassato le tasse al 15% a centinaia di migliaia di partite IVA, quelle che fatturano fino a 65.000 euro e che in questi anni sono sempre stati vessati proprio per non andare a chiedere più soldi a banche, assicurazioni e lobby dell’azzardo. Così come nessuno sbatte in prima pagina il fatto che abbiamo dimezzato l’IMU per i capannoni, una misura che piccoli e medi imprenditori chiedevano da tempo immemore. Una criticità vera che c’è stata riguarda il mondo del volontariato, ma ieri sia il ministro Di Maio sia il presidente Conte hanno assicurato che verrà risolta al più presto.

Tutto il resto sono balle. Come quelle sulle pensioni. L’enorme balla sul blocco dell’adeguamento delle pensioni: abbiamo spiegato ieri in un post dettagliato come funziona e dimostrato che le pensioni più basse avranno un incremento maggiore di quello che aveva previsto il vecchio governo. Gli unici tagli alle pensioni sono riservati alle pensioni d’oro: uno scandalo tutto italiano a cui abbiamo deciso di mettere fine dopo anni di promesse non mantenute. Finalmente si fa. Così come finalmente si aumentano le pensioni minime. Come è che nessun giornale lo scrive? Forse perchè qualche editorialista perderà la sua pensione d’oro? Può essere.

Non è vero che ci sono tagli alla scuola né alla sanità. È, invece, vero che nella manovra sono previsti nuovi stanziamenti per la scuola: 2.000 docenti in più nella scuola primaria, 400 in più per i licei musicali, 290 educatori in più nei convitti e negli educandati, quasi 300 milioni in più in due anni per il funzionamento delle scuole. Così come è vero che per la sanità Abbiamo aggiunto altre risorse al miliardo programmato per il Fondo sanitario nazionale. Ci sono 4 miliardi in più da investire nel fondo per l’ammodernamento delle strutture sanitarie, contro rischio sismico e antincendio, 350 milioni in tre anni per combattere i tempi di attesa per esami e visite, ci sono più borse di studio per i futuri specialisti e medici di base, ci sono più fondi per la ricerca e per i nostri Istituti di ricerca, e una particolare attenzione al ruolo sociale delle farmacie rurali che rischiavano di sparire.

Insomma il racconto di questi giorni più che quello indipendente e super partes che ci si aspetterebbe dagli organi di informazione, sembra ripetere la tiritera delle opposizioni che coerentemente proteggono i privilegiati e vorrebbero che si facesse cassa sulla povera gente. Invece abbiamo deciso di fare cassa sui privilegiati, compresi quei giornali che campano aggrappati alla greppia dello Stato e entro pochi anni non vedranno più il becco di un quattrino pubblico e iniziamo già dal 2019 a stringere i cordoni della borsa. Forse è per quello che anzichè fare informazione, si limitano a beceri e falsi racconti propagandistici. La verità sbatterà il conto in faccia anche a loro e l’unica cosa che otterranno alla fine sarà la perdita di altri lettori.

http://www.iacchite.com/italia-arriva-la-fine-dei-giornali-e-media-di-regime/

Guido Salerno Aletta - 1 - Le banche occidentali hanno immesso liquidità che è andata a sostenere i corsi azionari, operazioni speculative, buy-back ed acquisizioni, determinando la bonanza delle Borse

Vi spiego i 2 obiettivi della normalizzazione avviata da Fed e Bce

30 dicembre 2018


La normalizzazione di Fed e Bce analizzata dall’editorialista Guido Salerno Aletta


E’ stata tutta una corsa, quest’anno, per le Banche centrali investite direttamente dalle crisi finanziarie del 2008 e del 2011, Usa ed Eurozona, a concludere le politiche monetarie eccezionalmente accomodanti decise per contrastarne gli effetti. Molto più avanti sta la Fed, rispetto alla Bce.

Hanno due obiettivi da raggiungere: tornare ad un livello di tassi normale; ridurre le dimensioni dei loro bilanci, vendendo gli asset in portafoglio e così rastrellando liquidità. La questione dei tassi incide sulle attività economiche legate al credito, secondo i criteri ben noti. Ma serve alzarli presto, per costituire un cuscinetto di almeno quattro o cinque punti percentuali, quelli considerati necessari per affrontare una nuova crisi, economica o finanziaria che sia. Il ritiro della liquidità, immessa in questi anni in quantità senza precedenti, ha l’obiettivo di evitare lo snaturamento definitivo delle funzioni delle Banche centrali. Hanno finanziato la ripresa dei corsi azionari e sono diventate owner di asset, e non solo lender of last resort del sistema bancario

LA TORSIONE INTERVENTISTA DOPO LE CRISI

La questione è delicata assai, perché va considerata alla luce di quanto avvenne dopo la crisi del ’29, con l’avvento dello Stato dirigista e del capitalismo di Stato, ben diverso dal socialcomunismo.

Dopo la crisi americana del 2008 e quella europea del 2011, l’orrore provocato dal solo pensiero di tornare indietro di ottanta anni, alle politiche stataliste, di welfare e keynesiane, è stato sufficiente per attivare politiche monetarie che risollevassero direttamente l’intero sistema finanziario, trasformando la natura e le funzioni delle Banche centrali in veri e propri animatori del mercato. Gli acquisti di titoli pubblici sono serviti ad immettere liquidità che è andata a sostenere i corsi azionari, operazioni speculative, buy-back ed acquisizioni, determinando la bonanza delle Borse. E’ esattamente ciò che, dopo le leggi di separazione tra banche commerciali e di investimento, dopo la crisi del ’29, non si poté più fare.

COME HANNO AGITO LE BANCHE CENTRALI

La funzione delle banche centrali “occidentali” sembra dunque aver subito una torsione: sono diventare degli operatori finanziari istituzionali, con una natura mista, analoga a quella che la Bank of England aveva alle sue origini: la BoJ ha avuto un ruolo attivo negli investimenti infrastrutturali pubblici ed in quelli privati dopo lo tsunami e l’incidente nucleare di Fukushima; la Fed ha comprato enormi quantità di Mbs’s immobiliari emesse dalle agenzie federali; la Bce ha attivato nell’ambito del Qe un sostanzioso programma di intervento a favore del settore privato, con l’acquisto di obbligazioni derivanti dalla cartolarizzazione di crediti al consumo o di mutui (Abs), di obbligazioni garantite (Covered bond), e pure di beni aziendali ad alto rating (Qe3). Si stanno accollando veri e propri rischi imprenditoriali: questione ancora più rilevante se si considera che il Governatore della Bce Mario Draghi ha ammesso che il Qe è ormai entrato stabilmente a far parte degli strumenti in dotazione della Banca.

Si è andati quindi molto oltre rispetto all’obiettivo della stabilità della moneta, e comunque della massima occupazione compatibile con la stabilità della moneta, per cui furono concessi alle banche centrali poteri ed autonomia.

L’ORTODOSSIA MONETARIA DEL BLOCCO BRICS-PLUS

Per quanto possa apparire paradossale, sono state le Banche centrali del blocco geopolitico rappresentato dai Paesi Brics-Plus, segnatamente quelle di Cina, Russia e Turchia, ad aver tenuto un atteggiamento monetario più ortodosso: non hanno dovuto svolgere quel ruolo di assistenza al mercato che invece si sono accollate le loro consorelle occidentali. Ciò in quanto in quegli Stati c’è una forte direzione politica dell’economia, anche attraverso le aziende e le banche pubbliche. Le banche centrali “occidentali”, ed in particolare la Bce, si trovano quindi più esposte, e soprattutto vulnerabili per la imprevedibilità dei processi solo di mercato, di quanto non lo siano le banche centrali del blocco Brics-Plus.

Risultano evidenti le coerenze tra strutture dei tassi e sistema economico: il Giappone, avendo un enorme debito pubblico, che gli serve come asset non soggetto ad inflazione cui destinare parte dell’attivo commerciale con l’estero, ha necessità di tenerne i tassi a medio termine a zero per evitare uno sforzo fiscale progressivo a carico del bilancio pubblico. La Cina, avendo come obiettivo strategico l’ampliamento del mercato interno, deve prioritariamente orientare l’offerta di credito a questo fine, e controllare i tassi per contrastare l’esportazione di capitale per fini speculativi. Un ritmo di crescita sostenuto, con rendimenti del capitale consistenti, rappresenta il miglior antidoto.

Problemi di tutt’altro genere deve affrontare la Fed.

(1. continua; la seconda e la terza parte dell’analisi saranno pubblicate nei prossimi giorni)

Carlo Freccero e difesa del proprio vissuto

L’ultima eredità del ’68? La Rete

L’anno volge al termine, e con esso le celebrazioni per il cinquantenario del ’68. E forse la sua ultima traccia sta nel mito di Internet come intelligenza condivisa, come patrimonio culturale comune.


(Photo credit: JACQUES MARIE/AFP/Getty Images).

L’anno volge al termine, e con esso le celebrazioni per il cinquantenario del ’68. Il ’68 è stato importante per me come per tutti quelli della mia generazione. Se in quest’anno di celebrazioni non ne ho mai parlato, i motivi sono due. Il primo è collegato ai miei ricordi giovanili, per cui trovavo inutili certe celebrazioni del passato. Ogni generazione deve fare le sue esperienze e la stessa parola “celebrazione” ha qualcosa di sbagliato, nel momento in cui mummifica, immortala, codifica un movimento che al contrario voleva essere cambiamento e perturbazione. Il secondo è una forma di opportunismo. Come operatore della comunicazione, so che si tratta di un argomento sgradito oggi alla platea dei lettori, inadatto a raccogliere audience perché “politicamente scorretto”, “fuori dall’agenda dei media”, anacronistico come tutto l’armamentario delle parole che lo codificano a partire dal termine rivoluzione.

Viviamo in una bolla spazio-temporale prodotta dal pensiero unico. Il valore di oggi non è il cambiamento, la differenza, ma la ripetizione, il conformismo, la popolarità di chi rappresenta la maggioranza. C’è una cosa, però, che non posso sopportare e che mi spinge oggi a fare del ’68 una difesa in extremis. Non posso accettare la tesi prevalente sul ’68, che lo critica non come fonte di cambiamento, ma come matrice del pensiero unico. È la tesi di autori che peraltro stimo e di cui condivido su altri temi il pensiero, come Mario Perniola e Costanzo Preve e da cui deriva un esercito di epigoni contemporanei anti sessantottini. Preve e Perniola – che conoscevo e frequentavo – erano allora i nostri fratelli maggiori. Tagliati fuori anagraficamente dal movimento, perché già fuori dall’università, non sono mai stati in grado di condividere le nostre motivazioni e hanno dato al ’68 una lettura in buona fede, ma basata su strumenti inadatti a comprenderla.

Cos’è che rendeva per loro e per noi oggi il ’68 incomprensibile? La sparizione del concetto chiave su cui si basava: il capitale culturale. Leggo negli scritti di Diego Fusaro che il ’68 avrebbe affossato i valori borghesi. Al contrario è stata l’affermazione del valore borghese per eccellenza: il capitale culturale, di cui ha portato a termine la rivoluzione. In un’epoca di eterno presente postmoderno come l’attuale, la parola “rivoluzione” è di per sé politicamente scorretta, dal momento che indica discontinuità, tanto che le sinistre più radicali l’hanno da tempo sostituita con il più episodico “rivolta”. Ma risulta ancora più incomprensibile se unita ad un concetto rimosso da tempo come “capitale culturale”.

Viviamo in un contesto dove la maggioranza dei consensi determina il valore delle cose. Il ’900 è stato il tempo della discontinuità, delle rivoluzioni e delle avanguardie. Tra le rivoluzioni del ’900 la più nota è stata la rivoluzione sovietica del 1917, spazzata via con le macerie del Muro di Berlino. Si trattava di una rivoluzione economica, basata sulla conquista comune dei mezzi di produzione. Il ’68 è stato invece una rivoluzione culturale, basata su conquista e condivisione comune del sapere. Il sapere è stato ridistribuito a tutti attraverso l’accesso alle università. In una società divisa oggi tra élite e masse ciò desta scandalo e suggerisce una lettura secondo cui il sapere borghese è stato cancellato.

Al contrario, il sapere allora fu ridistribuito proprio per eliminare la differenza tra elite e masse, e rendere tutti capaci di autodeterminazione. Nel ’68 Mario Monti non avrebbe potuto recitare senza scandalo la sua storica frase: “La democrazia è una forma di governo sbagliata perché è assurdo che siano le pecore a guidare il pastore”. Non ci saremmo lasciati dare delle pecore da nessuno. La nostra è l’ultima generazione che ha usufruito in massa dell’ascensore sociale. E gli anni successivi al ’68 sono quelli del boom economico e del consumismo diffuso. Non vivevamo al di sopra delle nostre possibilità. Avevamo capito che la ricchezza e il benessere sociale nascono dalla condivisione e non dalle privatizzazioni e dalla lotta di tutti contro tutti. Cosa resta oggi del ’68? Forse la sua ultima traccia sta nel mito di Internet come intelligenza condivisa, come patrimonio culturale comune.

La Merkel chiarisce il suo pensiero. L'Euro è un Progetto politico per sottomettere tutti gli euroimbecilli

IL PERICOLO MERKEL NON E’ CESSATO

Maurizio Blondet 29 dicembre 2018 

Oggi gli stati nazionali devono oggi essere pronti a rinunciare alla propria sovranità “: così la cancelliera Merkel in una riunione della Conrad Adenauer Stiftung (una vecchia centrale di pensiero “atlantica”). Non dovendo più preoccuparsi di farsi eleggere (ha detto che non cercherà la rielezione nel 2021), la signora ha dato la stura alla sua fede mondialista, senza limiti né dolcificazioni.

Ha cominciato attaccando (senza nominarli) gli esponenti del suo stesso partito che – probabilmente desiderosi di avvicinarsi alle posizioni dell’ AfD, anti-immigrazionista – hanno voluto non votare il Global Compact delle Nazioni Uniti sui diritti degli immigrati: voi vi dite patrioti ma non lo siete: “Patriottismo è quando si includono altri nell’interesse della Germania e accetti situazioni vantaggiose per tutti”. Fraseggio in cui Zero Hedge ha visto un riecheggiamento di una frase di Macron: “Il patriottismo è l’esatto contrario del nazionalismo; il nazionalismo è tradimento” -che è a sua volta l’eco della neo-strategia confezionata da Attali, “Non si deve lasciare la nazione ai nazionalisti”, ma usarla facendola diventare una forza del globalismo a vantaggio dell’oligarchia apatride.

Ma Angela è andata più oltre: “ci sono [politici] che credono di poter decidere quando questi accordi [sovrannazionali] non sono più validi perché ‘rappresentano il popolo’”, ha detto: “ Ma ci sono individui che vivono in un paese, non sono un gruppo che si autodefinisce come ‘popolo’”.


E questo è il dogma fondamentale del globalismo, in cui un patologico “individualismo” si coniuga perfettamente con il totalitarismo del capitalismo terminale: le comunità storiche e culturali non hanno alcuna legittimità, letteralmente “non esistono”; quindi non hanno alcun “diritto”. Esistono e vanno riconosciuti solo i “diritti individuali” (a cominciare da quelli degli omosessuali) che si identificano coi “diritti a consumare” senza limiti; invece la “società” come appartenenza ad un ente storico coi suoi valori comuni e solidarietà, in quanto tale è solo un flatus vocis, un fantasma illusorio provocato dal linguaggio che esprime “idee generali”, concetti, senza fondamento reale.

Si prega di capire le conseguenze eversive e insieme totalitarie di questa ideologia:

“L’individuo atomizzato, quale lo concepisce questa teoria liberista, non può essere in primo luogo un cittadino, perché è per definizione estraneo all’appartenenza che fonda il voler-vivere-insieme” (M. Gauchet). “Una politica fondata sulla somma degli interessi particolari è una anarchia, ossia una non-politica” (Chantal Delsol). Di fatto, questo tipo di individuo atomizzato, creato dal Sistema, ha per primo rinunciato alla sua sovranità, ossia alla libertà politica, consegnandola alle oligarchie tecnocratiche che gli danno in cambio le “libertà” e i “diritti” a godere. Che poi la tecnocrazia alla quale hanno consegnato la loro libertà politica stia facendo morire i greci, e invadendole nostre strade di futuri assassini e stupratori di colore, è a questi individualisti – che vanno volentieri a morire per in una discoteca o pestandosi fra tifoserie da stadio – del tutto indifferente.

La Merkel mai aveva espresso così chiaramente il suo “credo” globalista ed eversivo-totalitario. Ciò pone due ordini di problemi. Conferma che essa, lungi dall’abbandonare l’agone, si vuol candidare (presso i poteri forti) per occupare la poltrona della Commissione UE – ossia va dove il potere esiste davvero ed è al riparo dal voto democratico. L’altro è che essa, resta comunque cancelliera fino al 2021, quindi in grado di imporre per un paio d’anni ancora la spietata politica di potenza germanica a servire il progetto globalista, senza più alcun infingimento o remora di dover accontentare un elettorato.

Gettata ogni maschera, la Cancelliera ha tutto il tempo e la forza per fare di tutto per contrastare l’evidente sgretolamento della Unione Europea – dal Brexit alla Svezia sull’orlo della guerra civile coi suoi immigrati “accolti”, dai Gilet Gialli al governo “sovranista” italiano (che però ha già disciplinato). Come hanno dimostrato i recenti discorsi di Draghi, le palesi tendenze allo sgretolamento della loro creatura non li indurrà a provare una riforma (una perestroika), ma a contrario a serrare le viti della gabbia, ad aggiunger sbarre e lucchetti alla prigione dei popoli.

I poteri tedeschi hanno una ragione in più per rendere schiavistica la UE, ed è la crisi economica tedesca., esito terminale di una politica radicalmente errata.

Il mercato dei capitali tedesco ha perso 500 miliardi nel 2018. Devono pur rifarsi. Aspese di chi, indovinate.

“In Germania le azioni hanno perso quest’anno 500 miliardi di dollari…L’intera Borsa-valori tedesca vale oggi 1,9 mila miliardi in meno delle Tre Top: Microsoft (776 miliardi),Apple (741) e Google (724) sommate insieme”.

“L’indice DAX (borsa tedesca) ha chiuso il 2018 con la peggior performance nel decennio, mentre crescono le tensioni contro il commercio mondiale. La “de-globalizzazione strisciante” fa male alle azioni delle imprese esportatrici, e ciò si aggiunge agli errori di gestione” (Holger Zschaepitz)

E, per finire con Zibordi: “IN GERMANIA LE BANCHE HANNO PERSO (inclusi dividendi !) IL 90% IN BORSA DAL 2007 E NON HANNO MAI RESO NIENTE NEGLI ULTIMI 30 ANNI”.


E’ chiaro che la classe redditiera germanica farà di tutto per mantenere le proprie posizioni di indebito vantaggio nella UE e attraverso la UE, con qualunque mezzo.

E dalla parte opposta, del cosiddetto “sovranismo” che dovrebbe resister, c’è “l’assenza di leadership nazionali. La dominazione di Bruxelles da parte delle sue burocrazie non elette e arroganti ha degradato le leadership nazionali al punto che sono letteralmente senza leader e senza timone”: questa precisa e dura diagnosi di Dimitri Orlov, possiamo ormai sottoscriverla dopo aver visto l’ultimo selfie di Salvini o le sue ultime tifoserie calcistiche, e la stupidità decrescitista che perseguono i 5S: non abbiamo leadership all’altezza della sfida che presenta la totalitarizzazione prussiana della UE.

“via via che il potere delle eurocrazie svanisce, il vuoto di potere al livello nazionale” (lo vediamo anche a Londra e a Parigi) non permetterà una transizione ordinata”, nota Orlov. Le oligarchie sono difficili da sloggiare , anche quando sembrano deboli. Come credete che si preparino Salvini, Conte e Di Maio a quello che la dirigenza tedesca sta per fare della UE e dell’euro?

E’ da settembre che Alternative fur Deutschland – il partito “sovranista” e presunto “amico” – ha posto al Bundestag il tema di cambiare il Target 2, il sistema dei trasferimenti transfrontalieri nell’area euro, che i tedeschi si ostinano a ritenere loro crediti e nostri debiti, da reclamare integralmente per prevenire un’uscita dell’Italia dall’euro: sono 492 miliardi, altri 400 dagli spagnoli, che vogliono da noi. Secondo la proposta dell’AFD, le altre banche centrali nazionali con passività nel sistema euro (come Bankitalia) dovrebbero prima trasferire ” valori mobiliari di pregio”, proprietà di valore reale, come garanzia alla BCE, che dovrebbe quindi trasferire la garanzia alle banche centrali nazionali che vantano crediti (come la Bundesbank), perché in caso di uscita dell’Italia, “sarebbe difficile andarli a prendere coi carri armati…In effetti, stiamo dando via soldi all’estero. I tedeschi non hanno nulla da regalare”, ha sibilato il relatore AfD


E questa non è la posizione di un partito estremista. E’ la medesima posizione degli economisti dell’IFO, come H.W. Sinn col suo collega Fuest il quale quasi ogni settimana scrive su Handelsblatt che la Germania rischia di perdere le centinaia di miliardi che l’Italia “le “deve”, se diventiamo insolventi o usciamo dalla moneta unica. E propone di modificare il sistema Target 2 in “Target 3”: in pratica, quando un italiano compra una BMW, deve prima consegnare a garanzia alla BCE, oro o altro valore reale, e va posto un limite all’”indebitamento” nel sistema Target 3 – il che equivale a dire che gli euro in mano agli italiani non valgono quanto gli euro in mano ai tedeschi, perché “non si possono fidare di noi”; anzi non valgono nulla, e quindi dobbiamo garantire in oro.


Ebbene: solo pochi giorni fa il direttore generale della Banca d’Italia Salvatore Rossi ha specificato che “spetta alla BCE” dire a chi appartengono le riserve auree dello Stato italiano (le quarte del mondo, 2400 tonnellate): di fatto dando implicitamente ragione a Fuest e Sin e mettendo già le nostre riserve “a garanzia” dei tedeschi a disposizione della BCE e non dello Stato, ossia del Tesoro. Con questa aggravante: che Fuest e Sinn in realtà sanno di star affermando assurdità, e quel che vogliono ottenere imponendo il Target 3 è né più né meno che “l’uscita furtiva dall’euro” perché capiscono che la Germania ha tratto dalla moneta unica “imperfetta” tutti i vantaggi che poteva ottenere – mentre gli oligarchi euro-inomani italiani, per salvare l’euro, sembrano davvero pronti ad anticipare le riserve d’oro nazionali “a garanzia” dei nostri pretesi “debiti” passati e futuri a disposizione della Bundesbank.



Io più lo riascolto e più sono ALLUCINATO. Stiamo a parlare delle virgole e il DIRETTORE DI BANKITALIA dice che la BCE (!!!) dovrà dire di chi è il NOSTRO oro? E meno male che la mia proposta di legge era superflua!! #giùlemanidalloro


Che si fa? Si va “coi carri armati” a riprenderci il nostro? Quali carri armati? E il governo giallo-verde capisce quel che stanno architettando i tedeschi? Sono culturalmente in gradi di capirlo e moralmente in grado di impedirlo?

Il Sistema massonico mafioso politico messo sotto assedio dalle procure di Catanzaro e Reggio Calabria, se Bonafede e il fanfulla Salvini vogliono vincere la guerra si devono schierare e fare fatti

Calabria 2019, reggerà il patto tra magistratura (corrotta) e massoneria? 

Da Iacchite - 29 dicembre 2018 


di Saverio Di Giorno

Se ci sarà una grande inchiesta che toccherà tutti i rapporti tra politica, imprenditoria e mafia sembrerà (o sarà?) solo uno scambio di prigionieri. I prossimi vincitori alle regionali si potranno fregiare di essere più puliti dei precedenti e di aver ripulito la Regione. In tutto questo la magistratura avrà dato, volente o no, una mano.

Nell’archivio dell’Espresso si trova un articolo a firma di Bocca dove si riportano delle intercettazioni tra Franco Pacenza, capogruppo ds al consiglio regionale della Calabria, all’epoca in carcere per una questione di fondi comunitari e regionali, e il deputato dell’Udeur Ennio Morrone.

“Franco”, si rivolge Morrone a Pacenza parlandogli di Giuseppe Cozzolino, il pubblico ministero che ha chiesto il suo arresto: “Cozzolino è un ladro… Cozzolino è un bastardo…”. “Cozzolino…”, lo interrompe per un istante Pacenza. “Ha trent’anni”, prosegue Morrone, “è di Napoli… Sappiamo dove se la fa…”. […] Morrone prosegue nelle rassicurazioni: “Tanto il gip sarà trasferito il 20 (agosto, ndr)… È un gip distrettuale… Ti posso garantire”, dice inoltre, “che tutti gli amici (…) Adamuccio, Nicola (Nicola Adamo, vicepresidente ds della regione Calabria, inquisito per un giro di finanziamenti comunitari, ndr), Rino, Spagnolo, sono (…) tranquilli. E comunque ne esci senz’altro. Io mi devo muovere, Fra’”. “Chiamiamo a Serafini” (Alfredo, procuratore capo di Cosenza, ndr), propone Pacenza. E Morrone: “Ho chiamato, a Serafini: perché tu non mi hai avvertito?”.

Le reazioni all’arresto di Pacenza furono di indignazione e bipartisan: dal sottosegretario all’Interno all’epoca Marco Minniti alla deputata di FI Jole Santelli. Un nastro sul quale bisognerebbe fare luce perché oltre alle voci dei due politici e della guardia presente, se ne sente una quarta non identificata. Bocca poi ricostruisce le parentele: Ennio Morrone è padre di Manuela che è giudice alla Procura di Cosenza; che è moglie di Stefano Dodaro, capo della Squadra mobile nella stessa città; che è vicino al pm Vincenzo Luberto; che è “in stretti rapporti” (anche per essere stato alunno della madre) con Mario Spagnuolo, ex pm di Cosenza oggi capo coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro; che al mercato mio padre comprò…

Tanto basta per far sorgere almeno dubbi. Ci sono state ispezioni disposte dal ministero e tanti articoli. Da quell’articolo sono passati anni, indagini e arresti e ora si può scrivere una seconda parte. Si può ad esempio partire dall’indagine Nuova Frontiera portata avanti dal dottore Bruni che ha portato all’arresto del capo clan Franco Muto, ma aveva lasciato fuori tanti volti noti e pericolosamente vicini (stessa situazione dell’operazione Plinius). Soprattutto una fuga di notizie parlava della presenza di un importante politico locale e le fughe di notizie dalle procure non sono mai casuali. Poi Bruni è stato promosso (meritatamente) proprio quando doveva fare i passi successivi e quindi tutto è dovuto ripartire, ma senza le intercettazioni che sono sparite.

Ora l’operazione Lande Desolate lambisce la politica, ma solo una parte. L’operazione porta la firma anche del dottore Luberto; il pm Eugenio Facciolla, riferisce che è “in stretti rapporti” con Mario Spagnuolo ex pm di Cosenza. Luberto, inoltre, “se la fa” (per usare lo stesso gergo delle intercettazioni) con la Santelli con la quale partecipa ai ricevimenti e alle feste. Nulla di proibito per carità, ma forse è deontologicamente sbagliato, si può dare adito alla fantasia di giornalisti e osservatori troppo malpensanti.

Si potrebbe pensare che fino a quando il cavallo vincente erano le vecchie forze non si poteva andare oltre un certo limite e ci si doveva fermare, ora però di mezzo c’è stato il terremoto elettorale del 4 Marzo e quindi quelle forze non giocheranno più da vincenti. Magari quindi ora quelle tante indagini (da Calabria Verde in giù) che toccano quei nomi delle intercettazioni possono chiudersi e sfociare in un’unica indagine.

Si potrebbe addirittura andare oltre e pensare che questi arresti saranno una buona arma politica che potranno sfruttare i nuovi vincitori perché nel frattempo altri accordi sono stati chiusi e i nuovi attori sono pronti ad entrare in scena (attori che si riciclano e riciclano nei nuovi carri e carrocci), che sia insomma un do ut des del tipo “io sacrifico alcune cose e tu fai carriera, ma in cambio io vinco e sto in pace”. Queste manovre emanano una puzza fortissima di massoneria

Ma se anche non fosse esplicitamente così, se presto non si chiarirà bene tutto peserà il sospetto che sia così. In ogni caso l’effetto sarà quello.

Il M5s ha chiesto da mesi una ispezione ministeriale alla procura di Cosenza, che in pratica significa fare un’ispezione ad Occhiuto visto che lì non si muove foglia che lui non voglia

e che il nipote del procuratore fa il dirigente al Comune… Ma l’hanno chiesta a luglio e ancora non è arrivata e – se arriva – dovrà necessariamente arrivare prima del voto alle Regionali, altrimenti vuol dire che sono d’accordo pure loro. Che casino!

Siria - la strategia siro-curda impedirà ad Erdogan di invadere il paese e continuare una guerra atroce che dura da troppi anni


IL FRONTE

La svolta siriana: Assad in aiuto dei curdi

Chiesta la protezione del regime per fronteggiare i turchi: è il primo effetto del prossimo ritiro Usa

28 dicembre 2018


L’esercito siriano posiziona le proprie truppe attorno alla cittadina curda di Manbij, un centinaio di chilometri a est di Aleppo ed estremo avamposto occidentale della regione di autogoverno curdo in Siria, meglio nota come Rojawa. Da Ankara il presidente Recep Tayyp Erdogan replica che si tratta di «un’azione di pressione psicologica» da parte del regime di Bashar Assad. A suo dire «la situazione resta incerta». Nel frattempo l’esercito turco posizionato da quasi un anno all’interno del territorio siriano assieme alle sue milizie alleate sunnite locali rafforza gli avamposti. Ancora Erdogan lascia però capire che, se i regolari siriani dovessero completare il loro dispiegamento lungo tutto il confine internazionale tra i due Paesi, allora la tensione si scioglierebbe, visto che le forze militari curde diventerebbero irrilevanti e non ci sarebbe «più lavoro da fare» per le unità turche e i loro alleati.

Sono queste le conseguenze più dirette del recente annuncio di Donald Trump per il ritiro dei circa 2.000 soldati scelti americani, che dalla fine del 2014 operavano assieme alle forze curde per debellare Isis in Siria. Rispecchiano fedelmente uno dei principi fondamentali delle relazioni internazionali, per cui non può esistere un vuoto di potere: nel momento in cui un attore rilevante lascia il teatro, altri inevitabilmente prenderanno il suo posto. Principio particolarmente pregnante per quest’area contesa del Medio Oriente. Se ne vanno gli americani che sino a ieri hanno aiutato i curdi? La reazione è che i curdi cercano protezione a Damasco per fronteggiare i turchi, loro nemici storici, oggi ben più minacciosi dello stesso Isis. Del resto la mossa era scontata.

Anche nei periodi di massima debolezza del regime siriano i curdi hanno evitato lo scontro frontale. I soldati di Bashar sono sempre rimasti presenti nei loro presidi nel centro di Qamishli, la città più importante di Rojawa. E i loro posti di blocco controllano gli accesi sui tre punti di passaggio tra la regione curda e la Turchia. «Noi con Damasco vogliamo l’intesa. Speriamo in una forte autonomia, magari in una confederazione. La nostra bandiera resta siriana», spiegano i dirigenti curdi. Per loro è da guardare come ad un severo monito l’esempio dei «fratelli» curdi del nord Iraq, i quali, a causa del loro miope insistere per la scissione totale da Baghdad mirando ad uno Stato separato, hanno oggi perso quasi del tutto la loro forte autonomia sia politica che economica maturata sin da dopo la guerra del 1991. Ma le speranze dei curdi siriani paiono mal poste. Forte delle recenti vittorie contro gli oppositori, grazie all’aiuto determinate di Russia, Iran e le milizie sciite libanesi dell’Hezbollah, Assad sembra propenso a tornare col pugno di ferro alla situazione pre-rivolte del 2011, senza fare alcuna concessione ai curdi, che erano sempre stati duramente repressi nelle loro aspirazioni autonomistiche, da lui e da suo padre Hafez.

A guadagnare nettamente dal disimpegno americano è nel frattempo Vladimir Putin. Non a caso il presidente russo si è affrettato ad applaudire la mossa di Trump. Nei prossimi giorni il Cremlino sarà al centro di una intensa serie di colloqui. Già domani arriverà a Mosca una rappresentanza di alti dirigenti turchi. La diplomazia russa mira a un compromesso tra Ankara e Damasco. Se ci riuscisse, per Putin sarebbe un successo, con buona pace dei curdi, ormai orfani degli alleati occidentali e costretti a fare buon viso a cattivo gioco.

Dissentiamo - il fanfulla Macron e il fanfulla Salvini uguali. Il secondo deve imparare a combattere il Sistema massonico mafioso politico da Nicola Gratteri e se non lo fa scoppierà come un palloncino francese

VERSO IL KO TECNICO
Emmanuel Macron e Matteo Salvini, la bomba del Financial Times: "Uno è un leader finito, l'altro invece..."

29 Dicembre 2018


Verso il ko tecnico: tra Matteo Salvini ed Emmanuel Macron il Financial Timesnon ha dubbi, il leghista sta per trionfare. Il prestigioso quotidiano finanziario britannico, mai tenero con il vicepremier italiano, conferma la fase calante del presidente francese, ormai ex campione dell'europeismo in caduta libera in patria e costretto pure a contravvenire alle regole sul deficit di Bruxelles per placare le proteste e salvare la poltrona all'Eliseo.


Salvini, di contro, è considerato "il leader de facto del governo italiano" e soprattutto "il tesoro degli euroscettici e il pilastro di una nova coalizione nazionalista". Fino a poche settimane fa, Macron e Salvini se le davano di santa ragione a suon di battutine incrociate. Oggi però, nota l'editorialista Ben Hall, il francese "ha aggiustato il suo messaggio, evita di riferirsi al suo nemico italiano". La sportività e la dialettica democratica non c'entrano: il galletto ha scelto di incassare senza rispondere alla provocazioni perché teme Salvini e sa che rischierebbe di portare acqua al suo mulino, è il ragionamento comune di Italia Oggi. E il mulino di Salvini è per certi versi anche quello dei gilet gialli e soprattutto di Marine Le Pen, che nei sondaggi avrebbe clamorosamente sorpassato En Marche del presidente.

Moscovici l'emblema di questa Euroimbecillità a maggio del 2019 sarà spazzato via dal voto popolare

LA UE UCCIDE I GRECI (E ACCOGLIE I NEGRI)

Maurizio Blondet 29 dicembre 2018 

Consiglio d’Europa: “Picchi di Hiv, boom di disturbi mentali, sanità pubblica sull’orlo del collasso. L’austerità in Grecia viola i diritti umani”

allarmante report del Consiglio d’Europa svela gli effetti delle misure di austerity sulla popolazione greca

(Huffington Post)

Il 4 luglio scorso il Commissario Ue Pierre Moscovici annunciava senza nascondere un leggero autocompiacimento: “Alla fine dei tre programmi di salvataggio la Grecia è di nuovo un Paese normale dell’Eurozona”. Solo pochi giorni prima, il 29 giugno, la Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa Dunja Mijatović aveva concluso la sua missione in Grecia. Tre giorni fa è stato diffuso il report del suo viaggio e il responso è spietato: le misure di austerità attuate da Atene su ”richiesta” della Troika hanno integrato una violazione dei diritti umani. Dal 2010 al 2018 lo Stato ellenico ha beneficiato (si fa per dire) di 288,7 miliardi di aiuti da parte di Commissione Ue, Fmi e Bce, vincolati all’approvazione di quindici pacchetti di austerità da parte del Governo greco.

Secondo Moscovici, “le vaste riforme condotte hanno gettato le basi per una ripresa sostenibile”, consentendo alla Grecia di essere “di nuovo un Paese normale”. Per capire quanto sia “normale” la vita dei cittadini greci dopo l’iniezione violenta di austerità, in particolare nelle fasce più deboli della popolazione, bastano alcuni dati ben riassunti dall’indagine svolta dalla Commissaria Mijatović del Consiglio d’Europa, la principale organizzazione (estranea alle istituzioni di Bruxelles) in difesa dei diritti umani, democrazia e Stato di diritto.

Proviamo a metterli in fila: in sei anni il numero dei senzatetto è quadruplicato, passando da 11mila a 40mila; i furti di elettricità da parte di cittadini impossibilitati a pagare le bollette sono aumentati di quasi il 1000% dal 2008 al 2016; il sistema sanitario greco è gravemente sottofinanziato, con una spesa sanitaria pubblica di circa il 5,2% del PIL, molto inferiore alla media UE del 7,5%; più della metà dei greci nel 2017 soffriva di problemi di salute mentale, con stress, insicurezza e delusione tra le cause più citate; i suicidi sono aumentati del 40% tra il 2010 e il 2015, con la mortalità per suicidio arrivata al tasso medio annuo del 7,8%, rispetto all’1,6% prima della crisi; il finanziamento degli ospedali pubblici è diminuito più della metà dal 2009 al 2015.

In pratica, uno scenario apocalittico. Secondo Mijatović, in Grecia l’austerità ha messo a rischio in particolare il diritto alla salute e il diritto all’istruzione. Quanto al primo, è stata paralizzata “la capacità del sistema sanitario di rispondere ai bisogni della popolazione, aumentando allo stesso tempo le necessità di cure”. E aggiunge: “Come ha rilevato la Panhellenic Medical Association, il sistema sanitario è sull’orlo del collasso”.

L’impatto delle misure economiche restrittive ha avuto effetti devastanti anche sulla salute mentale dei cittadini greci, “notevolmente deteriorata, con la depressione particolarmente diffusa a causa della crisi economica”. Non solo: “Di conseguenza, la maggior parte degli ospedali psichiatrici è sovraffollata, il che contribuisce al deterioramento delle condizioni all’interno di queste strutture”. I rapporti studiati dalla commissaria per i diritti umani indicano anche che dal 2010, anno dell’inizio del periodo di austerity, il numero di ricoveri forzati è “aumentato drammaticamente”: la maggior parte di questi pazienti è fatta da persone disoccupate, ex uomini d’affari poi finiti in bancarotta o genitori che non sanno più come sfamare i propri figli, scrive Mijatović. Pazienti che, beninteso, in precedenza non hanno mai mostrato segni di insanità mentale.

Il Commissario ha poi rilevato come nel corso degli anni più difficili siano stati segnalati “picchi nei tassi di HIV e di tubercolosi tra i consumatori di droghe” dopo il taglio di un terzo dei finanziamenti ai programmi di assistenza per i giovani a rischio. In sintesi, conclude Mijatović, le misure d’austerità e le loro conseguenze concrete sulla popolazione “minano il diritto alla salute sancito dall’articolo 11 della Carta sociale europea, di cui la Grecia è parte”.

Un capitolo a parte è poi dedicato all’istruzione, altro diritto che i tagli al bilancio pubblico hanno messo a rischio. Le risorse destinate al Ministero dell’Istruzione greco sono state ridotte da 5.645 milioni di euro nel 2005 a 4.518 milioni di euro nel 2017. “Pertanto, i tagli al bilancio hanno gravemente colpito il personale docente, che è stato significativamente ridotto, così come la retribuzione degli insegnanti pur vedendo esteso il loro orario di lavoro”. La crisi economica ha avuto un impatto negativo, secondo il Consiglio d’Europa, sulla qualità dell’istruzione e sull’apprendimento. La commissaria, in più parti del suo report, si dice “particolarmente preoccupata” per le condizioni della popolazione greca. Per fortuna, a Bruxelles c’è chi ritiene ad Atene e dintorni la vita sia tornata alla normalità.


Claudio Paudice Giornalista politico, L’HuffPost