Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 30 marzo 2018

Alceste il poeta - inimmaginabile, l'omossessualità che cerca di imporsi come normalità. Non conosce l'identità forgiata dal tempo millenaria è di una mediocrità palese che spaventa e che ci trova indifesi. L'assurdo che irrompe nel reale e vorrebbe imporsi a tutta l'umanità, ma sa che è un flato di breve respiro, dura sarà accettare, per costoro, la propria sconfitta

Elementi di critica protozoica


Roma, 29 marzo 2018

Mario Mieli, Elementi di critica omosessuale, Einaudi, 1977.
Dalla premessa a una edizione digitale del libro estraggo:

“Apro una pagina a caso - davvero lo faccio in questo momento - e casco sul capitolo quinto ‘Mens sana in corpore perverso’; il paragrafo 1 si intitola Il ‘non-desiderio’ e la negazione. I desideri coati; basta, è un esempio di un linguaggio che nel far reagire saperi disparati, nel piacere dell’ “inversione”, del calambour, crea, e crea contestazione. Come se quel gusto tipico della checca di tutti i tempi di rovesciare il linguaggio, di appropriarsi di un mondo fantastico (divenendone la regina, insieme a tutte le altre), di inventare un mondo diverso, di vivere finalmente, fosse giunto a un grado di consapevolezza, RIVOLUZIONARIA questa volta”.

Giusto per annusare alcuni afrori.

Ed ecco Mieli:

“Ho messo a confronto col mio punto di vista, maturato e ringiovanito nell’ambito del movimento gay, molti dei luoghi comuni antiomosessuali diffusissimi e alcune delle più note teorie psicoanalitiche inerenti all’omosessualità. L’ho fatto perché ritengo ancora opportuno contrapporre, anche in 'sede teorica', i pareri di noi gay a quelli tradizionali degli etero, i quali di solito condividono - più o meno volentieri o più o meno consapevolmente - i (pre)giudizi di certa canaglia reazionaria, di tutti quei medici, psicologi, sociologi, magistrati, politici, preti ecc. che spacciano per verità sulla questione omosessuale le più grossolane - o, rarissimamente, sottili - menzogne. Noi, che non ci identifichiamo con la loro ‘Scienza’, facciamo riferimento a una gaia scienza”.

Siamo nell’ordinario piagnisteo. Mieli, però, va subito al sodo:

“ … quello omosessuale sarà un problema riguardante tutti, dal momento che il desiderio gay è presente in ogni essere umano, è congenito, anche se attualmente, nella maggior parte dei casi, viene rimosso o quasi-rimosso”.

Poi ammette:

“I movimenti gay contemporanei sono sorti nei paesi in cui il capitale è pervenuto alla fase del proprio dominio reale”

La fase trionfale del capitalismo coincide col trionfo dell’omosessualismo tanto che “[il] nuovo movimento gay [risorge] come Gay Liberation Front negli Usa nel 1969”. 

Coincidenze significative. La rivelazione, vera, segue poco dopo:

“La psicoanalisi perviene alla constatazione del polimorfismo ‘perverso’ infantile e riconosce la presenza in chiunque di una disposizione erotica rivolta verso le persone dello stesso sesso. Secondo Freud, il bambino è 'costituzionalmente qualificato' al polimorfismo ‘perverso’: tutte le cosiddette ‘perversioni’ fanno parte della sessualità infantile (sadismo, masochismo, coprofilia, esibizionismo, voyeurismo, omosessualità ecc.)”.

a cui fa da corredo la capitale citazione freudiana:

“La disposizione alle perversioni è l’universale disposizione originaria della pulsione sessuale umana, dalla quale si sviluppa il comportamento sessuale normale in seguito a mutamenti organici e a inibizioni nel processo di maturazione”.

Il bambino, insomma, è naturaliter perverso e polimorfo. Un neonato che si agita nella culla, secondo Mieli e Freud, desidera naturalmente, quale plasmabile grumo di fango, sfruttando la propria indifferenza sessuale fisica, giacere con adulti animali e cose in un naturale tripudio di penetrazioni lappamenti escrezioni. Solo il maledetto sviluppo fisico (quei membri quelle vagine) e l’educazione (una mera costruzione umana, ovviamente repressiva) sviano un così perfetto androgino fisico psicologico dalla gioiosa verità primigenia. Uno stato edenico rovinato dai bacchettoni. Adama ed Evo, pansessuali, se la spassavano, poi arrivò il Gran Barbogio, capitalista e fallocrate, con l’uzzolo della società e del lavoro.

“La maggior parte degli psicoanalisti riconosce manifestazioni sessuali già nei primissimi mesi e nei primi anni di vita ed elenca tappe evolutive di tendenze più o meno coscienti che si possono riassumere nello schema: autoerotismo-omosessualità-eterosessualità”.

Arrestare la differenziazione dei caratteri primari maschili e femminili (magari intervenendo chimicamente o geneticamente: oggi lo si può fare) e annientando l’educazione classica (definita, con un simpatico neologismo, educastrazione): questa l’utopia. A un genere oltreumano di tal fatta arriderà, quindi, compiuta, la felicità. Siamo qui in presenza di un dionisismo originario, assoluto, una volontà di perdersi e di auto annientarsi nell’apeiron dell’infinità possibilità: garantita da ciò che, oggi, con le lenti ingannevoli dell’educastrazione, viene considerata perversione.
L’orgia, in tal senso, è l’unica istituzione invocata da Mieli. O il sabba. Tutto il resto è un impaccio o nemico. E ciò che è nemico è la definizione, la solarità, la civiltà, la rinuncia al magma in nome della legge, del dovere, della disciplina: ciò che consente l’etica, l’arte e lo sviluppo dell’anima. Al nemico si son dati tanti nomi: patriarcato, fascismo, fallocrazia, militarismo, nazionalismo et cetera. Sotto tale uragano di parole si cela un programma d’esilissima concezione seppur grandioso nella sua attuazione.
Io l’ho sempre chiamato il mondo al contrario. Poiché amo Philip K. Dick ho coniato il neologismo UDW (Upside Down World): le rivoluzioni, quelle vere, vantano un impianto elementare (il programma neocon, concepito a fine anni Novanta e ancor oggi operante, constava di poche paginette): solo i loro effetti appaiono immani.
Al Cristianesimo o all'Islam è preferibile il buddismo, pratica senza dei, tarda, rinunciataria, fatalista, dove l’increspatura arrogante dell’uomo è destinata a perdersi come nei mandala di sabbia che significano la futilità.
Al mondo muliebre il sabba femminino, col bacio al culo del demonio, la Bonino che strappa neonati dalle trippe delle liberate per gettarli nel calderone della libertà totale.
Alla disciplina l’anarchia (via il servizio militare, via la scuola, via il paziente apprendistato della bottega per il manufatto anonimo e seriale, via ogni gerarchia che configuri una comunità).
Al simbolismo figurativo l’astrattismo o l’iperrealismo dissacratorio o il commercio pop.
Alla famiglia i falansteri da discoteca.
Al paradiso promesso dopo l’espiazione il godi finché puoi e vuoi.
Riconosceremo, in tale esigui lumeggiamenti, una filosofia della dissoluzione, ricca di una propria tradizione carsica (delineata da Giorgio Galli in Occidente misterioso), fatta propria, con uno scatto di reni propagandistico e tecnocratico, dalla controcultura dei Sessanta e poi dal generone turbo capitalista liberale e libertario.

“Ma [l’]'evoluzione' [autoerotismo-omosessualità-eterossessualità] non è naturale: essa riflette l’influenza repressiva dell’ambiente socio-familiare sul bambino … io chiamerò transessualità la disposizione erotica polimorfa e «indifferenziata» infantile, che la società reprime e che, nella vita adulta, ogni essere umano reca in sé allo stato di latenza oppure confinata negli abissi dell’inconscio sotto il giogo della rimozione”. 

Mieli ha il pregio della chiarezza e della concisione.
Egli anela al protozoo.
E il brodo primordiale ad affascinarlo.
Sull’orlo dell’abisso sente il richiamo più irresistibile. E si getta voluttuoso.
Nuotare in quell’oceano dove non arrivano i comandamenti del fallo (ben altro è il pene, come ammetterà in altro luogo dell’opera) sarà meraviglioso; sciogliersi nel tutto; misticismo protozoico; indiarsi plotinianamente in ciò che mai trattiene.
In luogo di ammoniaca, polimeri, ossigeno, azoto e anidride carbonica, la calda poltiglia s’identifica, infatti, con la possibilità infinita, scevra di qualsivoglia costruzione morale o etica; nello sciaguattìo originario si può essere tutto: omosessuali, eterosessuali, androgini, zoofili, coprofagi, pedofili, interraziali, incestuosi, assassini, sadomasochisti e cultori dell’innesto inorganico: il programma “A New Mankind for a New Century” è qui riassunto con accecante semplicità.
In tali brevi righe, sostanziate dai maestri riconosciuti della dissoluzione, si ha il primo postulato del Nuovo Ordine, ribattezzato PolCor da qualche buontempone.
Da sole quattro righe possiamo inferire il resto del libro che, con caparbia tenacia e insolita coerenza, riecheggia e definisce (sic!) tale intuizione: la storia della civiltà è storia della repressione sessuale. Ciò che si credeva progresso è, per Mieli, regresso; dobbiamo, perciò, regredire e devolvere storicamente per poterci davvero evolvere e progredire in armonia con la natura; nella piena consapevolezza di ciò che si è; nella gioia della Gaia Scienza.
Da tali considerazioni ne derivano altre, inoppugnabili:

1. Mario Mieli non era comunista. Il comunismo vien qui sfruttato (più o meno consciamente) quale fenomeno storico contingente: crollato quello, infatti, si è passati al suo opposto: il turbo capitalismo. Si spiega in tal modo l’attrazione di tanti sinistrati (devoti alla Stimmung del Mieli pensiero più che alla centralità sovversiva d’esso) per Washington; dopo aver elevato peana per Mosca, Pechino, Ulan Bator e L’Avana. A ben vedere Mieli non è neppure di sinistra, ma solo l’araldo dell’Ultimo Credo Possibile.

2. Mario Mieli non era omosessuale. Come i sinistrati anche i gay sono individui alla moda. Si limitano a leccare la Nutella di alcune affermazioni. L’arroganza che deriva dal loro surf sull’onda del conformismo imperialista (oggi dominante) li esime da ogni confronto con personalità intelligenti (che, nel fronte opposto, peraltro, latitano: almeno qui da noi). No, il povero Mario amava i maschi, ma, allo stesso modo, come Dioniso, poteva amare un ramo di fico, vestirsi da donna, partecipare a riti iniziatici e alchemici con sacrifici immondi, bere sangue, mangiare merda. Se lo fu, omosessuale, e ne dubito, mancando egli del pathos dell’omoerotia tradizionale, ricca di ruvidezze ben più virili dell’eterosessualità, visse tale inversione incidentalmente, nel quadro di una più vasta e spaventevole perdizione.
In lui era potente l’Indifferenziato, senza remore o divieti; ambiva, sempre e comunque, l’acte gratuit. Dilaniarsi all’infinito, brandelli di Sé nella libertà assoluta. Ci si comprende? Si intuisce il gigantesco programma? La soppressione definitiva dell’umanità presagita e preparata da secoli di lavori sotterranei? Guardatevi addietro. Cosa sono questi ratti, le talpe della morale, i tarli del buonsenso? In ogni campo. Deformazioni, inversioni, distruzioni di senso. Per questo prendo d’acido quando mi si parla di cambiamento per un presidente del consiglio “nuovo” … o di politica monetaria “nuova” … sono tutte cianfrusaglie, minuterie, pinzellacchere.

3. Mieli era ebreo, certamente. Dal genio del suo popolo derivava la concezione inestirpabile del mondo al contrario, come spiegato nell’omonimo post (Il mondo al contrario). Gli Ebrei volevano vivere, come nel film di Lubitsch, e, per ottenere la sopravvivenza, inventarono un mondo fittizio in cui gettare i propri nemici. E funzionò. Millenni di storia e letture al lume di candela non si tradiscono dall’oggi al domani. Riconosciamo all’ebraismo tale sublime tendenza alla commedia. Ogni tradizione è una volontà di potenza. Rinunciarvi o rimanervi fedeli denota la salute di una cultura. L’Europa vi rinuncia: le macerie sono fra noi. Les décombres.

4. Mieli e l’Italia. Nel libro tale nome (Italia) ricorre solo quale individuazione geografica o per meglio disprezzare. Giusto. Egli non era italiano. Apparteneva a un generico cosmopolitismo nichilista. Credeva d’essere tutto (buono, ecumenico, comunista, rivoluzionario, orgoglioso), ma, al fondo delle cose, non era nulla. Una solitudine diabolica, equivocata quale libertà, lo attendeva nei recessi del quotidiano, pronto ad avvinghiarlo come una teratologia proteiforme di Lovecraft. E così fu.

5. Palese la sterilità dell’atto rivoluzionario di Mario Mieli. Sterile non certo per l’eventuale vittoria delle sue posizioni. Egli ha vinto, finora. Il libro è una celebrata tessera del mosaico della propaganda trionfante. Finora. La sterilità, la piattezza, la petulanza sciocca, l’arroganza del vittimismo (condensata nell'iconico culturista San Sebastiano) celano altre gravi patologie. Mieli (e i suoi figliocci, tutti, uno dietro l’altro, in fila) mai evocano il nome principe della lingua materna, Italia, con amore o rallegrato affetto. Allo stesso modo egli preterisce i frutti e le arborescenze immani della nostra cultura. Mai (e dico mai) ho ascoltato un sessantottino discorrere de le superne cose dell’etternal gloria: che noi vantiamo; in quanto italiani; noi, l’Italia. Mai. La pagina culturale de Il Manifesto è un preclare esempio di ciò.
La mancanza di senso storico; anzi: l’incapacità a commuoversi di fronte a tali mirabili concrezioni dell’animo italiano e, in quanto italiano, universale: questo è il più chiaro indizio di possessione nichilista.

6. Alcune figure sorgono d'improvviso, senza alcun motivo. Esaurito il loro compito svaniscono nella mediocrità. A girarsi indietro ci si sorprende della canea suscitata. "Perché?", si chiede lo sprovveduto.

7. Per Mieli civiltà e sol dell'avvenire risiedono nella rimozione dell’Indifferenziato. Quel "rimosso" equivale alla luce del progresso. Sono d’accordo con lui. L’Indifferenziato, il rimosso, è con noi, sempre, nel paleoncefalo. Incatenare il primo demone: tale è, in effetti, la storia dell’Occidente e dell’umanità tutta. 
Traggo da tale analisi, tuttavia, auspici irremovibilmente contrari.

Per me la finzione e la menzogna che rimuovono tale mostro sono la solarità. Esorcizzare ciò che sobbolle nell’oscurità.
Ma cos'è menzogna e, quindi, argine?
Tempo fa rinvenni, nei miei campi, un muro di contenimento di tarda epoca medioevale. Apparteneva, probabilmente, a un convento benedettino. Una pietra, una sola pietra di quel muro, sbozzata rudemente: ecco l’argine. Quanto ha dovuto penare l’umanità per arrivare a quella pietra? Meditiamola in silenzio, senza arroganze. Quante menzogne giuste e desiderabili, quale sforzo di definizione e fede si è dovuto esercitare per far sì che un artigiano sentisse il bisogno di prendere lo scalpello e lì porre questo esiguo terrapieno contro la dissoluzione? Era in quell’uomo, probabilmente un benedettino o un secolare dipendente da Farfa, latente l’Indifferenziato? Sì, certo, ma quello sconosciuto deteneva le difese giuste. Viveva. Costruiva, teneva lontane le bestie, credeva, allontanava, giudicava, predicava, bestemmiava. Il mondo contenuto in quell’atto ci parla di un perentorio “non serviam” contro la disfatta che circonda la breve vicenda umana. Quanto dolore, speranza, abnegazione, iniquità, morte e sangue sono serviti onde distillare questa pietra? Quale l’immane fardello dell’essere umano per rendere accettabili i suoi passi sulla terra? Per solidificare un senso? Un qualsiasi senso!
Léon Bloy disse che l’intera storia dell’umanità convergeva in una strozzatura metafisica inevitabile: la nascita di un albero e la concrezione di materiali ferrosi: il primo servì a sbozzare la Croce, il secondo a temperare i chiodi del Golgota. Cicerone, Alessandro Magno, Nefertiti, Gilgamesh e milioni di uomini e sconfitte e stragi e costruzione celesti rilevano solo quali servitori materiali e inconsapevoli del sacrificio di Cristo.
Allo stesso modo si concepì quella pietra. Ogni cosa, in realtà, persino la più idiota, è stata concepita per rimuovere l’Indifferenziato e consentire la vita. E quanto è costata! Senza tali menzogne, di cui rivendico la bellezza e di cui sono custode indegno, il nostro per-durare non ha senso.
L’omosessualità di Mario Mieli è solo un ghiribizzo. Egli deriva l’orgoglio gay, una sciocchezzuola paludata negli abiti rosa del comunismo rivoluzionario morente, da una scaturigine ben più infernale: devastante. Da un mondo che imporrà il nulla perché nulla è, massima entropia morale e psicologica. In luogo della liberazione si avrà il suicidio di massa.
Che il povero Mario Mieli, questo Dioniso da operetta, si sia ammazzato è inevitabile.
Fra il gelo delle cime la vita degli uomini è difficile sino allo stremo; a tali bassezze impossibile.
Così come si è ammazzato Marco Prato, il seviziatore del Collatino. Nessuno può vivere nel paradiso evocato da Mieli. Un paradiso al contrario, ovvio. Un’utopia che provoca i brividi della trasgressione sol perché è vivo l’Antico Ordine. Quando verrà meno tale dialettica ingannatrice si raggiungerà l’entropia massima: l’umanità stazionaria. Nessuno saprà se ridere o piangere poiché avrà disimparato tali atti. Le polle della disperazione e della felicità, osmotiche, saranno, peraltro, essiccate. Si annegherà in sé stessi (cfr. Annegare nella libertà), nell’ebetudine, fermi, impotenti, privi di riferimenti, eguali gli uni agli altri in un folle pervertimento di falsa eguaglianza; i liquidi amniotici del nichilismo allagheranno i cuori rendendo indifferenti piaceri e scelte. Quale libertà se tutto è permesso? Il declino delle arti e del fare sarà completo. Come nell’operetta (morale) di Giacomo Leopardi un folletto potrà dire:

“Gli uomini son tutti morti e la razza è perduta … ora che sono tutti spariti la terra non sente che le manchi nulla, e i fiumi non son stanchi di correre, e il mare, ancorché non abbia più da servire alla navigazione e al traffico, non si vede che si rasciughi … il sole non s’ha intonacato il viso di ruggine; come fece, secondo Virgilio, per la morte di Cesare: della quale io credo ch’ei si pigliasse tanto affanno quanto ne pigliò la statua di Pompeo”.

A whimper. Ecco perché insisto: torniamo italiani. Torniamo indietro. Qualche attraversamento ancora resiste. I difetti dell’italiano nacquero per difendere gli italiani. Sono formazioni millenarie. Persino i peccati più triviali sono difese contro il nulla. Per tali motivi (ancora!) venero il passato sin nelle più minute e trascurabili manifestazioni.


Ho acquistato da poco tempo il Canzoniere armeno, opera del trovatore Sayat-Nova (1712-1795). Sayat-Nova conosceva quattro lingue: l’armeno, sua lingua materna; il georgiano, il turco dell’Azerbaigian e il russo. Gli dedicò un film, omonimo e impervio, Sergej Paradžanov; pellicola nota come Il colore del melograno.
Apro a caso il libro e cerco rime già note.
Leggiamo:

“Vestita di raso ricco di ricami d’oro fino, flessuoso ramo di cipresso,
hai una tazza nella tua mano, colmala, dammela, a quella coppa m’immolo.
Fai pure a pezzi il tuo Sayat-Nova, purché tu venga nel mio giardino.
Entra nel giardino coi tuoi vezzi, ti loderò col canto, amore, con le implorazioni”.

Tali parole, apparentemente estranee, mi ha ricordato una ragazza che amai, invano, in una perduta reincarnazione di me stesso.
A commuovermi, però, non è solo la nostalgia personale: per voi, giustamente, irrilevante e patetica.
Sono alcune parole: oro fino, cipresso, coppa. Le identiche parole, persino i giri metaforici, li si ritrova nella poesia italiana delle origini, nei provenzali o in alcuni canzonieri centroasiatici e persino di lingua indiana.
Più che parole sono le scaglie metalliche di una lorica che dovremo reindossare se non vogliamo morire.
Antiche, consunte, levigate, irrefutabili. 
Ha giustamente notato Antonia Arslan come ogni singolo componimento di Sayat-Nova sia il castone di una trama d'oreficeria priva di cesure melodiche o d'ispirazione.
Ognuna si congiunge all’altra in un mosaico continuo che riflette bagliori mai sopiti. Mille individuano un uomo. Ma ogni uomo forma un esercito accecante.

Lo speculatore edilizio Marco Licinio Crasso fu annientato dalla cavalleria catafratta dei Parti nel 55 a. C. 
La sua vicenda è quella d'un altero arricchito. Non segue i consigli del re armeno Artavasde e decide di attaccare i Parti entrando nella Mesopotamia. Non tien conto nemmeno dei consigli di Cassio Longino, suo luogotenente e futuro cesaricida: sì, proprio lui, Cassio, lo sparuto, inquieto e febbrile Cassio del Giulio Cesare di Shakespeare.
Crasso persegue negli errori: fa bruciare un ponte, si fa beffe dei presagi.
Presso la guarnigione di Carre cade, infine, nella trappola partica. I fanti sono lentamente falcidiati dagli attacchi degli arcieri a cavallo, in un continuo gioco di attacco e fuga. I Romani vengono letteralmente inchiodati: le frecce trapassano braccia, cosce, piedi infiggendosi al terreno; le truppe si sbandano. La disperata sortita si rivela disastrosa; l'esercito, infatti, si sfilaccia negli inseguimenti; eccolo inerme di fronte alle incursioni della cavalleria catafratta le cui picche, agganciate al cavallo, sono in grado di trapassare due o più uomini come in una fantastica incisione del Doré, più veritiera dell'irreale.
A nulla vale l'audacia delle milizie galliche. Testimonia Plutarco nelle vite parallele di Nicia e Crasso:

"Dardi alati precedevano la ... apparizione [dei Parti], e prima che si vedesse il lanciatore avevano trapassato il bersaglio; le armi dei catafratti, poi, erano fatte le une in modo tale da penetrare attraverso qualsiasi oggetto, mentre le altre non cedevano a nulla ... Tutto a un tratto ... apparvero ... sfolgoranti negli elmi e nelle corazze, perché acuto e chiaro splendeva all'intorno il ferro della Margiana. Anche i cavalli erano avviluppati in gualdrappe di bronzo o di ferro. Più alto e più bello di tutti, il Surena, sebbene la femminilità della sua bellezza non si confacesse alla fama di valoroso, poiché alla maniera dei Medi era imbellettato in volto e con una scriminatura nei capelli, mentre gli altri Parti portano ancora, alla scitica, un ciuffo di capelli sulla fronte per incutere timore".

Crasso non può tornare indietro (il ponte verso la ritirata, da lui stesso bruciato); i feriti romani sono abbandonati e, in numero di quattromila, trucidati agevolmente. Presso una gola vengono sorprese altre quattro coorti: sopravvivono venti uomini. Gli sbandati sono abbattuti dagli Arabi come selvaggina.
Surena cattura Crasso e lo fa schernire da uno stuolo di cantatrici di Seleucia abili a intonare "canzoni composte di frasi scurrili e burlesche"; si deridono anche i gusti letterari dei Romani allorché si rinviene una copia delle Milesie di Aristide nel bagaglio di Rustio.
In una baruffa Crasso è ucciso da un tal Essatre.
La mano e la testa, mozzate, sono inviate in dono a Orosde.
Surena, non pago, "fece sparger [poi] la voce che Crasso [fosse] vivo, e organizzò una mascherata che per scherno chiamò trionfo. Prese fra i prigionieri quello che più assomigliava a Crasso ... lo vestì d'una veste regale femminile e lo ammaestrò a rispondere e a chi lo chiamasse Crasso e generalissimo".

Durante l'epoca adrianea anche l'esercito romano si dotò di una cavalleria catafratta: Ala I Gallorum et Pannionorium cataphractata. Vennero altri crepuscoli e nuovi scontri, vividi e perfetti.

La letteratura suggellò il declino, come sempre.

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