Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 25 aprile 2018

Alceste il poeta - Quando tutto sembra perduto

Umanità al guinzaglio (Natalie Portman for President)


Roma, 25 aprile 2018

Elezioni e governo. Mai vista tanta esagitazione fra i commentatori. Ipotesi, insulti, giustificazioni, retroscena, dietrologie. Io mi limito a citare Luigi Pulci, ovvero quel famoso dialoghetto fra il gigante Morgante e lo sgraziatissimo mezzo gigante Margutte (colui che ambiva a farsi gigante intero poi, pentitosi, s’arrestò a uno stadio né carne né pesce):

Morgante:
Dimmi più oltre: io non t’ho domandato
se se’ cristiano o se se’ saracino,
o se tu credi in Cristo o in Apollino.
Margutte:
… a dirtel tosto,
io non credo più al nero ch’a l’azzurro,
ma nel cappone, o lesso o vuogli arrosto;
e credo alcuna volta anco nel burro,
nella cervogia, e quando io n’ho, nel mosto,
e molto più nell’aspro che il mangurro;
ma sopra tutto nel buon vino ho fede,
e credo che sia salvo chi gli crede …

Non luoghi e luoghi. Proprio venerdì scorso ha aperto i battenti un centro commerciale dalle mie parti. Fermata della metropolitana Valle Aurelia. Nome: Centro Commerciale Aura. L’afflusso di persone è stato travolgente: “58 negozi e un ipermercato PAM, Palestra Virgin, Mondadori Bookstore - Libreria, 13 ristoranti e bar”. L’ultimo piano è esclusivo per la gozzoviglia: piadinerie, Old Wild West, delicatessen giapponesi, botteghe del caffè, pizzerie, McDonalds’, squisitezze olandesi, rivendite internazionali di pollo fritto. La metà dei divoratori al tavolo era di origine orientale: cinesi, filippini. Nei piani sotterranei, di fronte alla libreria (bookstore!), il consueto supermercato, gigantesco. Passare lungo le sue navate, da antropologo, mi ha recato un brivido: qui non siamo in presenza di cibo: siamo in un delicato salotto dove tutto è igienicamente sublimato in porzioni simboliche. Due cingalesi sovrappeso si fanno un selfie con le confezioni di latte a lunga scadenza. I pensionati vagano assieme stupefatti e atterriti: nonostante l'abitudine, quell’epitome dell’abbondanza e della vittoria li ha storditi. Lo stile è anonimo, globalista, così come sono anonimi, nel loro generico fascino cosmopolita, i cibi, le marche, le luci, le prospettive. Ogni tanto, per ricordare che siamo in Italia, si ricorre al trucco della nostalgia: un locale si chiama “Il Pane d’una Volta”. Al netto della clientela, potremmo essere nella periferia di Parigi o Melbourne. Gli Italiani credono d’essere i protagonisti di un evento; invece rilevano esclusivamente come la molle cera d’un ennesimo esperimento.
Sono i luoghi, infatti, a determinare comportamenti e appetiti degli uomini quando essi cessano d’essere creatori; non viceversa. Gli Italiani, ormai una sterile accozzaglia di individui senza alcuna peculiarità, vengono qui plasmati quale innocua legione del futuro.

Tradizione. La forza di creare, traendo da sé e dalla tradizione forme e oggettivazioni simboliche: tutto questo appartiene a momenti fugaci dell’esistenza di un popolo. Più naturale è la stasi conservativa. Durante tali epoche stazionarie un popolo preserva le brucianti conquiste e accumula. E un popolo accumula quando è sé stesso, a volte rozzamente e senza logica se non quella della propria affermazione. Poi, improvvisamente, eventi augurali o fortuiti permettono l'inverarsi di personaggi o incroci di intelligenze inconsuete: ciò che riposava come un drago possente, quel patrimonio lungamente depositato, viene ora risvegliato: esplodono forme e saperi. Com'è possibile, si chiedono gli storici? Come è stato possibile il Trecento e il Quattrocento a Firenze? Il Seicento spagnolo? La tragedia ateniese? Si indaga esclusivamente la testa mostruosa del drago, non il suo letargo millenario, in una tana pestilenziale, dove il corpo s'è ingrossato per rivoli e linfe sconosciuti.
Sono, come detto, momenti d’eccezione. Finita l'eccezione, un popolo ancora forte si predispone alla conservazione: si avrà allora la maniera, l'accademia, il minuetto del commento. 
Supponiamo, però, che quest'ultimo stadio venga cancellato tramite l’acculturazione coatta, la spersonalizzazione, la colonizzazione delle menti, il mercenariato dell’intelligencija. 
Il popolo, allora, regredirà ai suoi tratti più primitivi, privo, tuttavia, di quella forza d'ascesa naturale nei primitivi; diverrà parodia, così come il greculo era la parodia dell’ateniese forte: non infantile bensì puerile. Un adulto che fa capricci, ottuso e arrogante. L'Italiano d'oggi, insomma, una tabula rasa su cui ognuno può scrivere le lutulenze che vuole. 
Basta con l'accademia, diceva il '68, finiamola col nozionismo e il sette in condotta, liberiamoci dalle triade Pascoli-Carducci-D'Annunzio! E sia! Ecco qui, a ricominciare, da bassezze sconfortanti. Basti confrontare la fisiognomica del giornalista schiaffeggiato da Landolfi con quelle dei giornalisti del dopoguerra: osserviamo, di grazia, i tratti di Bocca, Pastore, Montanelli, Guareschi, Malaparte. 
L'Italiano castrato di sé stesso, questo Margutte da tre palle un soldo, vaga alla mercé di chiunque come un animale deprivato dell'istinto di sopravvivenza. 
E sono, perciò, i non-luoghi a divenire calco di un’etnia. Un ipermercato, col suo corredo di lavoricchi, brama digitale e svago transeunte, assume la valenza di scuola per i comportamenti futuri. Le architetture asfittiche, fintamente innovative, il degrado incipiente, i rifiuti che proliferano come il kipple di Philip Dick, la distruzione del tessuto umano e comunitario circostante: ogni cosa forma il nuovo italiano senza più difese. 
Sono non-luoghi, secondo una fortunata definizione, tali agglomerati di follia? Sono non-luoghi rispetto all'Antico Ordine; luoghi a tutti gli effetti per il futuro. Qui si sta forgiando una nuova umanità, non prendiamo tutto alla leggera. La mancanza di pudicizia e ordine, i costi altissimi, l'accalcarsi insensato di fronte a oggetti inutili: ciò vanta un senso e il senso è: tale è l'uomo di cui noi siamo matrice, l'uomo cavo, tutto potenzialità, abile a riempirsi della zavorra più disparata. Cosa dovrebbe opporre un Italiano a tali concrezioni nichiliste se egli stesso è stato ridotto a un castrone? 
E l'ansia di nulla, signore e signori, piace. Le moltitudini scelgono questo stile di vita, non altro. Aspetto con noncuranza l'obiezione fatale: in fondo all'anima qualcuno ancora sente il richiamo verso la rettitudine e, perciò, è, in realtà, un disperato combattente!

Advocatus diaboli. Gettandomi una toga diabolica sulle spalle posso ribattere: sì, ma tale rovello appartiene a chi ancora ricorda il passato. I più anziani sanno cos'era l'Italia. Altre due generazioni, tuttavia, e ogni testimone sparirà. Fisicamente. Avremo, quindi, individui totalmente appagati, di quella felicità neutra e diabolica che non è felicità, ma diversione e inversione. Una koiné virtualmente infinita, parassitaria, inerte, insulsa, innocua. A costo d’esser banale: a loro non dirà più niente il Colosseo, il Partenone, San Pietro; a meno che tali evidenze non siano sfruttate quali parchi giochi.
Qualsiasi giudice, altrettanto diabolico, che mi ascolti con uno stuzzicadenti fra le labbra (la mediocrità è, infatti, diabolica), scatterebbe in un applauso per tale arringa inoppugnabile. L'intelligenza pubblica, se non conservata, svanisce irrimediabile. Per tale motivo erano importanti le scuole, i collegi, le confraternite, le caserme, le corporazioni.

Dove andare. La destra e la sinistra, l’alto e il basso. Il ribelle che fugge si reca in alto, lontano dalle paludi, dalle putrescenze, dagli abissi. I proscritti vanno sui monti, sempre più in alto, fuori del raggio dei loro persecutori. I sani ambiscono le vette. Anche King Kong va in alto. Celeste e infero hanno qui riflessi umani, assai poco mistici. Solo i malati e gli ignavi affogano nella melma.

Violenza. Si cicala incessantemente di società violenta, di femminicidio, di omicidio, ma la violenza fra esseri umani, entro l'Impero, è in costante calo. Si profila un brodo primordiale di dodici miliardi d’esserini in pace con sé stessi, liberi di girare dove vogliono, in città tutte eguali, miserabili, con livelli ameboidi di spiritualità. Solo la violenza dei plutocrati è in aumento. L’1% attinge al serbatoio molliccio di tale nuova umanità al guinzaglio come e quando vuole, con sadismo postmoderno, privo di emozioni, implacabile.

Alto e basso. La sparizione delle tre chiese del dopoguerra (socialismo, fascismo, cattolicesimo) ci ha consegnato una umanità vagula blandula, incapace di mettersi d’accordo persino su una manifestazione per l’asfaltatura d’una via urbana. Il narcisismo di massa lo impedisce. Lo stesso narcisismo che, vellicato dai libertari a oltranza, ostacola la magnanimità: il naturale processo di rinuncia a parte delle proprie convinzioni per fondersi in un’entità più alta.

Impero. L’Impero promuove guerre sempre al di fuori d’esso. E inutile dire: c’è la guerra. E dov’è? Non certo fra di noi. Il De monarchia dantesco parla chiaro: l’Impero non ha altro fuori di sé, per questo regna la pace. L’attuale Impero ha ancora qualcosa fuori di sé: la civiltà. Per questo le muove guerra. La guerra alla Siria è ansia di desertificazione. L’Impero che reca il deserto è immenso e ha quasi ricoperto il globo. La linea di resistenza cede. Difficile, peraltro, resistere al fascino protozoico del Nulla. Le rovine di Palmira sono parte di questo disperato “non serviam”.
Solo una guerra interna all’Impero del Nulla potrebbe salvarci.

Nothing Belt. La Nothing Belt, tale immenso territorio in cui ogni cosa è dappertutto e mai al proprio posto naturale, ha fame. Il suo limite è l’illimite. Voracità. Il capitalismo terminale non divora sé stesso: divora, invece, tutto, in modo che non rimanga che sé stesso. Lo stomaco di tale dieta è la pace. E come placherà l’ingordigia tale orrido Fenrir? Chi lo sa. Il cielo l’ha già ingoiato.

The Force. Essere tutto e persuadere al Nulla. Qui si scopre la vocazione del buddismo da ciarlatani e delle credenze new age. Esse predicano la fine, la pace e la quiete. Sono attitudini generiche, di uno spiritualismo universale, poco invasive, buone per ogni palato, vaselineggianti. Ci si interroghi a tal proposito sull’incontrastabile successo della “Forza”, il memorabile topos del film più decisivo degli ultimi cinquant’anni. Luke Skywalker e la “Forza” … si capisce?

Questo, e non altro. Una vera religione non è mai generica, se è radicata e forte; divide; anela la spada; provoca lo scontro poiché esclusiva e altamente definita. Il vero Cristianesimo non era una indistinta missione al servizio degli umili in ossequio a un ebreo crocifisso; aveva, al contrario, una immagine netta degli umili e delle proprie vocazioni. Tutta l’arte e la letteratura che tale empito produsse ha contorni inequivocabili, minutamente circostanziati. Il San Francesco di Giotto si inginocchia in luoghi specifici, accanto a ruscelli ben conosciuti, al limitare di boschetti medioevali, ricchi di paesaggi turriti; quelli e non altri; egli si prostra su pietre ghiacciate e usa un linguaggio spesso aspro. Chi ha letto le più risalenti storie ne Le fonti francescane si rende conto di tale non detto, abrasivo, buono per alcuni palati, e non altri. Francesco ama la vita nelle espressioni del proprio Dio: la Morte, il Cielo, l’Acqua e Sorella Povertà sono alcune delle rappresentazioni benigne di una gioia irrefrenabile e narrata con i modi che solo i veri cristiani intendono.
Solo dopo aver dilavato questa ricchezza può sorgere il papa dell’ipermercato, Bergoglio, a vendere cianfrusaglie francescane buone per qualsiasi latitudine: a vendere la “Forza”.

Addio Bibi. L’Impero del Nulla avanza nuove esigenze. L’Islam sarà distrutto dall’incontro con esso. E così l’Ebraismo. Gli Ebrei, popolo fatale, coloro che donarono il proprio modello per la dissoluzione (l’inversione del naturale), cadranno essi stessi sotto tale giogo. I grandi Ebrei dell’Antico Ordine, con le loro ruvidezze e meschinità e bagliori grandiosi, sono già impensabili per un nichilista come Netanyahu. E, tuttavia, anche Netanyahu e il rabbinato mediorientale dovranno dissolversi per far luogo all’Ebreo del Nulla, l’Individuo Postmoderno. L’Impero aborre il proprio sangue, la violenza interna, il disordine. Esso ama l’ordine: non quale kosmos, bensì quale entropia morale massima. Gli eunuchi che popoleranno tale paradiso (ovvero: l’inferno del mondo al contrario) non possono consentire a un tale zoticone, coi suoi muri e i suoi revanscismi razziali, di entrare nel nuovo tempio luciferino. I Cazari si rassegnino, quindi, così come tutti gli antisemiti. Alcuni segnali già ci sono. La creazione di Ahed Tamimi, la bionda sirena palestinese, di un biondo televisivo, da telefilm, è una prima avvisaglia; nell’episodio dello schiaffeggiamento si notano le bellurie propagandistiche già evocate in Son tutte belle le signore dell’Occidente: stavolta, però, a godere delle buccine del vittimismo è una esponente dell’Asse del Male. Come mai? Non si starà preparando un breve massaggio sudafricano per Bibi? Nulla di devastante, per carità, solo avvertimenti: un inaudito embargo commerciale, le menate sul razzismo, l’ansia di libertà per il popolo oppresso. Bibi è troppo, insomma. Urge un Cazaro dal volto umano. Nelle mie fantasie vedo, come novella Presidente d’Israele, Natalie Portman: Natalie, l’hollywoodiana di Gerusalemme, quella che non ritira un premio Nobel ebraico perché scossa “dai recenti avvenimenti in Israele”: una seconda tromba di Gerico. Fantasie? Ma no, il mondo ha bisogno di pace. I confini dell’Impero della Pace e della Letargia devono pur estendersi a costo di qualche piccolo sacrificio. Anche l’avvocatessa di Tamimi, Gaby Lasky, ha un bel volto umano. Anche Jesse Rosenfeld del Daily Beast, colui che ha propalato le immagini dell’interrogatorio di Ahed. Go, Ahed! Vai avanti, insomma, giovane donna e giovane speranza della pace!

Padmé Amidala. Natalie Portman in Guerre stellari: la regina Padmé Amidala. Padma, nome sia maschile che femminile, new age, di quell’India mistica e liofilizzata buona per i bamboleggiamenti spirituali; un nome non insozzato dalle ricorrenze cristiane; Amidala, ovvero il centro neurologico delle emozioni. Simbolo perfetto per il nuovo individuo: pacificato, inerte, androgino, tutto emozioni e nessuna razionalità. Sarebbe la regressione perfetta dell’Occidente, presagita in un aneddoto di tremila anni fa: Talete, il primo filosofo della storia, simbolo della razionalità, per il troppo pensare cade in un fosso: lo deride una allegra servetta che lì passa per caso.

Guerra. Finiti gli uomini della guerra, finita l’Italia. Quando inizia il declino dell’Italia? Col consumismo di massa? Forse. Ma chiediamoci: c’è un rapporto fra la progressiva forza di persuasione del consumismo e la scomparsa delle generazioni della guerra?

Nexus 6. I Nexus 6 di Blade runner conservano foto di famiglia false. Basti questo a comprendere. Gli androidi di Ridley Scott impazziscono appena desti dai tavoli della cibernetica. I demiurghi sono costretti a innestare falsi ricordi: madri immaginarie, una mattina d’estate, un vecchio amore. Solo a tale prezzo sopportano la vita quotidiana in cui li hanno immessi a forza. L’umanità senza passato sta impazzendo, infatti: solo grazie all’impoverimento spirituale, alle droghe, alla pornografia e alla letargia da social che non lascia spazio al pensiero si scongiurano suicidi di massa.

Protozoa. “Vorrei essere un paio di ruvide che le trascinate sul fondo del mare”. Così Thomas Eliot esemplifica, in due versi, nel Prufrock, l’anelito di dissoluzione dell’uomo desolato nella waste land, la terra guasta. Sciogliersi nel tutto, farla finita col principium individuationis. Riflettiamo: Schopenahuer, il buddismo, il neoplatonismo, la conflagrazione finale o Grande Botto, voluto anche dai controinformatori, son tutti modi per liberarsi della carne, della struttura, dell’Istituzione, dell’Italia maledetta e del suo preciso, grandioso, opprimente passato: finalmente tornare nell’eterno grembo protozoico da cui, quattro miliardi di anni fa, è cominciato tutto.
La pozza primordiale ci aspetta da sempre: il Perseo di Cellini, gli acquedotti romani, le piramidi di Saqqara furono eccezioni, brevi e arroganti dimenticanze dell’abisso.
L’abisso è in noi e ci reclama da sempre. Si è costruita la civiltà occidentale per dimenticarne il richiamo. Sfuggirgli sembra impossibile, oggi.

Edipo. Edipo, inconsapevole, uccide il padre e giace con la madre. Edipo uccide Laio, re dell’antico ordine matriarcale, e sale il monte della Sacerdotessa; i piedi, deturpati dalle ferite infantili, vanno sicuri; crocchiano cumuli di ossa; macigni ancestrali ingombrano il passo; le ripe sono brulle; dietro ogni giro, ansante, l’eroe crede di vedere qualcosa; a volte un animale veloce o l’ombra di un cespuglio lo ingannano; improvvisamente, dal nulla, ecco l’apparizione meridiana, fatale. Lo sguardo della Sfinge, alta e immobile, osserva tutto senza fissare nulla. Edipo, fintamente umile, si reca presso la sua ombra; aspetta la sfida; la Sfinge muove le mascelle feroci in un turbinio insensato; l’indovinello, il gioco: Edipo, però, sa ben definire: è la sua natura. Preciso, semplice, profondo. La risposta è chiara, irrefutabile. Il monte è suo, a lui le altezze, finalmente; il nemico, le cui ali sono ora inservibili, è scagliato nell’abisso. Edipo “piedi gonfi” aspira l’aria sottile, quindi scende a regolare i conti con la Regina.

Edipo/2. Edipo fonda un nuovo ordine, il nostro, quello attualmente in dissoluzione. Egli è un fondatore per eccellenza. Verrà accolto da Teseo, l’apollineo, colui che tutto definisce, domatore di dee (Elena), e uccisore di mostri.

Hommelette for Hamlet. Anche Amleto è un Edipo, ma perdente. Egli uccide il vero padre (lo zio Claudio) in nome di uno fantasmatico, frutto esclusivo del desiderio. Giace con la madre. Ma tutto, dagli ebrei Rosencrantz e Guildenstern, allo sciocco Laerte alla corte di imbonitori muove contro di lui. Non c’è nessun Teseo a ravvivarne la volontà. “Il tempo è fuor di sesto”, saltato via dai cardini; le stelle non seguono il corso naturale; i cavalli si azzannano nella notte danese; il vento marino, invece di asciugare i cuori, imputridisce gli atti. Egli esita poiché, in realtà non crede più, sin troppo consapevole. Un eroe che riflette su sé stesso non è un eroe, ma un morto che cammina. Troppi dubbi, troppe sottigliezze. Amleto vuole sciogliere il nodo gordiano con un eccesso di filosofia, mancandogli la saggezza. Con lui inizia la dissoluzione dell’Antico Ordine di Edipo e Teseo.

Quando tutto sembra perduto. Boriska, Rublëv. Nel film Cuore di vetro (Werner Herzog, 1976) muore l'ultimo custode della fabbricazione del vetro rubino. Gli uomini impazziscono, ma, anni dopo, trovano la forza di rimettersi in viaggio. Anche in Andrej Rublëv si perde un segreto: l'arte di fondere campane. Il giovane Boriska, figlio dell’Artigiano, ha smarrito l’antica sapienza; e però la finge, e, a rischio della vita, si lancia nella terribile impresa della fusione. Acquista una autorità impensabile: ordina, con arrogante sicurezza, dà sulla voce agli operai più intelligenti; ignora coscientemente, ma, forse, per miracolo, conserva, nelle circonvoluzioni del cuore, lungo strade segrete e inaccessibili ai deboli, ciò che si credeva perduto. La campana suonerà perfettamente, davanti ai nobili e al popolo tutto. Il genio trae da sé un nuovo inizio. Andrej Rublëv assiste al prodigio, si commuove e rompe il voto del silenzio interrogando quell’artigiano celeste. Ne fa un suo compagno: egli fonderà campane, lui riprenderà a dipingere icone. Una di queste icone, il Cristo di Zvenigorod, ci osserva ancor oggi da lontananze amiche.
Anch’esso, come l’Italia, rischiò di scomparire. Smembrato dalla deesis di cui costituiva il centro ineffabile, finì in una legnaia; secondo una leggenda ulteriore, più ammaliante, la tavola di Rublëv venne utilizzata come palanca di transito verso una stalla o una porcilaia. L’imago del Cristo terreno e divino ebbe a ripetere il Calvario di duemila anni fa: l’umidità, l’incuria e la dimenticanza sostituirono i centurioni e Caifa, Barabba lo Zelota e Pilato. E, come duemila anni fa, risorse. Il passato risorse, inaspettato per le scimmie scettiche da ipermercato. Ora il volto ci guarda: gli sfregi del tempo l’hanno reso testimone benigno d’una vera speranza. 

Quando tutto sembra perduto. Ulisse. Ulisse è di fronte a Scilla e Cariddi, i suoi compagni muoiono, uno dopo l’altro, le navi sono distrutte, gli dei sembrano abbandonarlo. Odisseo, l'Astuto, rosso di capelli, fustigatore di Tersite, gobba e ripugnante scimmia scettica, Ulisse l'Accorto, espugnatore di Troia, l'Obliquo: tutto sembra rovina attorno a lui, eppure non cede, abbarbicato a un fico per ore, mentre il mare mugghia spaventoso e i mostri incombono. Potrebbe lasciarsi andare, attirato dall’occhio fascinoso del Maëlstrom, del nulla: non cede, però. I rottami della nave (o del passato) riaffiorano: ciò gli basta per non spezzare il filo tenue del Nostos. Qualche asse, una tenacia impossibile da piegare, la razionalità tratta da un andito profondo e indistruttibile. Quando tutto sembrava perduto. Dieci giorni da naufrago sul fasciame superstite: Ogigia, Calipso. Poi la reggia dei Feaci, Alcínoo. L'incontro con Nausicaa, figlia di Aretè, la Virtù, favorito da Atena, la Saggezza. Nudo, stremato, smagrito, l’eroe risorge alla spiaggia purgatoriale dei Feaci, come il Cristo corroso di Rublëv: vivo, però. Non si pone domande, sa qual è il suo compito. Rinuncia a Nausicaa, dalle bianche braccia. E via, verso la Patria, Itaca, Terra del Sole.

Tutta la notte fui trascinato, e al levarsi del sole
giù sino allo scoglio di Scilla e all'atroce Cariddi.
Questa rumoreggiando ingoiava l'acqua salsa del mare;
ma io verso l'altissimo fico presi lo slancio
e là stetti attaccato come una nottola, perché non potevo
né puntellarmi saldo coi piedi, né arrampicarmi su in cima:
le radici lontane e altissimi erano i rami,
lunghi e grossi, e ombreggiavan Cariddi.
Così senza lasciar la presa, mi tenni, finché vomitò fuori ancora
albero e chiglia; li sospiravo e finalmente tornarono
fuori ...
E io staccai mani e piedi per cadere là sopra,
e in mezzo, fra le lunghe assi precipitai, con fragore;
seduto su quelle remai con le mani.

Nessun commento:

Posta un commento