L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 30 aprile 2018

Nicola Gratteri - Mass Media - i branchi di cani rabbiosi ringhiosi rancorosi non riescono a controllare completamente il mondo delle notizie e di questo ci soffre anche la 'ndrangheta bramosa di farsi pubblicità

‘Ndrangheta e giornalismo: l’analisi di Gratteri

Da Iacchite
29 aprile 2018



“Per la ‘ndrangheta è importante l’apparire, l’esternazione del potere, il farsi vedere come modello vincente, e quindi la ‘ndrangheta è sensibile a quello che ‘esce’ sulla carta stampata, sul web o in televisione”.

E’ l’analisi del procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, in un colloquio con l’Agi nel quale affronta, tra l’altro, il tema mafia e giornalismo. “La ‘ndrangheta – rileva – ha bisogno di pubblicità, come un’industria, un’impresa deve apparire credibile, efficiente e capace di dare risposte. La ‘ndrangheta investe spesso in pubblicità, ad esempio acquistando squadre di calcio o facendosi vedere, come in passato, anche vicino a qualche prete e qualche vescovo. Oggi, per la ‘ndrangheta, e per qualsiasi centro di potere, è difficile controllare e addomesticare le notizie.

Una volta – osserva il procuratore di Catanzaro – c’erano poche testate giornalistiche e quindi era più facile bloccare una notizia, mentre oggi c’è molta informazione, c’è una pluralità di informazione, ci sono più fonti e più giornalisti affamati. I giornalisti in genere sono sottopagati e sfruttati e molti, cercando di sgomitare, di emergere, di dimostrare al direttore di riferimento di essere coraggiosi e arditi, scrivono notizie anche in modo duro e crudo. Questo ovviamente non fa piacere al potere in senso lato, che può essere mafioso, di massoneria deviata, economico. Il contesto determina una sovraesposizione da parte della categoria dei giornalisti a minacce e intimidazioni”.



Sulla risposta dello Stato all’aggressione della ‘ndrangheta e delle mafie in generale, Gratteri premette: “Spesso dico che nella lotta alla ‘ndrangheta stiamo pareggiando la partita perché non voglio che ci siano facili entusiasmi e non voglio che ci sia un rilassamento. Come magistratura, con le forze dell’ordine stiamo lavorando bene, però potremmo fare ancora meglio e di più se avessimo più uomini: bisogna capire perché, anni fa, sono state bloccate le assunzioni nelle forze dell’ordine, e perché non sono state sbloccate prima, mentre magari si poteva tagliare da qualche altra parte. Ma – evidenzia il procuratore di Catanzaro – la cosa più importante che potrebbe e dovrebbe fare il potere politico e, quindi, il legislatore, è quella di modificare i codici, in modo che delinquere non diventi conveniente.

Si deve creare un sistema processuale efficiente e informatizzato per velocizzare i processi, si deve creare un sistema penale che porti alle condanne più rispondenti alla gravita’ del fatto e un sistema detentivo nel quale ci sia un’effettiva esecuzione della pena e non un continuo allargamento delle maglie. In Italia c’è l’idea, pericolosa, secondo cui dal carcere si può uscire con facilità, e così il carcere non è più un deterrente. E poi, il carcere non è più un luogo di rieducazione, anche per l’assenza di personale, ma e’ un contenitore. Io ad esempio – prosegue Gratteri – penserei al lavoro per i detenuti come avviene per i tossicodipendenti, il lavoro come terapia e come recupero e rieducazione del condannato. Ora, per fare queste cose ci vuole coraggio, ma il coraggio non si vende al supermercato”.

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