Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 6 settembre 2018

Alceste il poeta - essere bianchi è una colpa così ci insegna Veltroni, Malagò ... dobbiamo essere portati all'estinzione troppo disincantati, cinici riusciamo a prevedere intuire soltanto da segni il volere dei potenti e questo non va

Come sono buoni i bianchi


Roma, 3 settembre 2018 

Non ci rimangono molti attimi per gioire di questi tempi.
L’unica possibilità di evadere consiste nell’incappare, per puro caso, in qualcosa che confermi in modo implacabile tutti i nostri più neri pensieri; qualcosa di talmente scoraggiante da rinvigorire, paradossalmente, il corpo estenuato dalla gragnuola di conferme al peggio che arrivano dalla Monarchia Universalis.
A vedere certi spettacoli si rimane dapprima increduli e poi a bocca aperta, progressivamente scossi da una risatina a bassa tensione: prima un ah! ah!, inaudibile, (come a dire: ecco qua!), poi un tremolìo malsano, da febbricciola quartana, che non può che culminare in un ghigno sussultante; non sonoro, tuttavia: assomiglia più a una serie di brevi espirazioni in cui smiagola la nostra rassegnazione e la residua speranza: in modo da concretare (l’assoluta mancanza di speranza) e rinascere avvolti dalla consapevolezza di uno sbarazzino “tutto è perduto”; da finis terrae briccona.
In tali momenti sono posseduto, infatti, da un demone burlone.
Mi vengono sempre in mente le parole d’una poesia di Enoch Soames, il tragico e memorabile personaggio del racconto omonimo di Max Beerbohm che vende l’anima a Lucifero per viaggiare nel futuro e scoprire, nelle enciclopedie del secolo a venire, che sarà un letterato insignificante:

Torno torno alla piazza buia e silenziosa
passeggiai sotto braccio col Diavolo.
Nessun suono s’udiva
se non lo scalpitare degli zoccoli
e lo scroscio del suo riso, e del mio.
Avevamo bevuto vino nero.

Gridai :"Voglio correre con te, Maestro!"
"Che importa", gridò lui,"stanotte
chi di noi due corre più rapido?
Non c’è nulla stanotte da temere
nella luce sporca della luna!" 

Ma non voglio farla troppo lunga.
Proprio oggi, mentre aprivo, chissà perché, le pagine digitali di Unicef Italia, lo spiritello mi è saltato dentro.
“Voglio correre con te, Maestro!” …
Nella main page una bambina bianca, molto graziosa e paffutella, viene siringata da un alacre dottorino: in nome della sicurezza. La sicurezza data dai vaccini.
A parte tale epifenomeno, ogni tinta chiara è bandita dal sito: tutta l’Africa, ridente e redenta, trasuda dai pixel.
Che fine ha fatto la razza bianca?
Estinta, almeno riguardo tale limbo digitale: forse una dichiarazione d’intenti ideologica o una speranza antropologica si concreta in tali scelte, di cui è pietoso supporre l’incoscienza. L’occidentale bianco, col suo gravame di storia, filosofia, orrori, abbagli, conquiste e grandiose ascese celesti è sentito (un’ipotesi di lavoro, la mia) come un fardello troppo pesante da recare per gli esserini del futuro: Kipling ha da essere discacciato dalle nostre plaghe; oppure, intuizione non troppo lontana dal vero, Unicef si augura un mondo non più bianco, caffellatte magari, dove l’uomo si rimpicciolisca a livello infantile, senza essere infante: boccalone, quieto, inoffensivo, divoratore di sciocchezze: un tenero esserino, ancora una volta.
Abbassare, livellare, chinarsi, bamboleggiare: sono i verbi della bontà istituzionale; chinatevi e sarete eletti; ricordate la grandezza e sarete gettati nella Gehenna. Tale, in un guscio di noce, il dettame sottostante alle operazioni umanitarie in terra europea. L’intera questione migranti poggia su tale equivoco, artificialmente indotto: l’occidentale ha colpe, e deve, quindi, discolparsi: sparendo. Ciò che Egli ha prodotto possiede le stimmate del peccato: deve anch’esso dileguare; ciò che ha pensato, poi, rappresenta un’eresia crudele: che sia relegata nella dimenticanza. L’uomo bianco è un rottame inservibile.
Tale comandamento, visibile, si accompagna a una considerazione ben più fondamentale. L’uomo bianco e la sua civiltà devono sparire poiché troppo acuminati; i sillogismi, le arti, le astuzie, la ferocia dei millenni rapresentano un bagaglio culturale pericoloso per il potere. La conoscenza del mondo classico, affinata nel fuoco rinascimentale e gotico, ha prodotto esemplari intrattabili, cattivi, sospettosi, malevolenti: i discendenti di Machiavelli o Shakespeare o Bertoldo non possono essere turlupinati da un Federico Rampini qualunque; sono accorti, derisori, scettici, taglienti, acidi; ogni movenza del potere è da loro prevista con facilità; essi sanno sub specie aeternitatis; chi ha letto Seneca, Anassimandro, Macbeth o i cori di Eschilo ha una prospettiva della storia e dell’esistenza umana da Sileno: ogni armeggiamento o traffico psicologico causidico per lui rappresenta, quindi, solo un trucco; egli possiede una contezza, immediata e abbacinante, del fondo tragico dell’esistenza: prestigiatori da tre palle un soldo come Kofi Annan, McCain, Obama, Zapatero e via cantilenando, per loro son solo bambinoni che negano con lo sbaffo della marmellata sul naso.

Per tale motivo, e nessun altro, si cerca l’olocausto della conoscenza nelle scuole e nelle università: storia, filosofia, lingue classiche, arte, scienza - tutto ciò che l’Occidente ha elaborato viene diluito nella tecnica, oppure cancellato o deriso o eliminato (a che serve il latino? quante volte l’abbiamo sentito?): la mira non è indirizzare verso l’inesistente mondo del lavoro, ma creare degli sciocchi, dei rachitici del pensiero, dei pesci rossi, degli avitaminici della profondità metafisica: teneri esserini del futuro.
Per tale motivo (in secundis, direbbe Totò) tutto il passato deve essere obliterato o diluito (ancora!) secondo dettami retrospettivi da Orwell: ogni pensatore aspro, impervio, crudele, difficile, rivelatore sarà, perciò, ignorato o travisato o annacquato o esposto alla gogna del Politicamente Corretto.
Oppure, è l’operazione più subdola, candeggiato vigorosamente sino a ridurlo a santino: l’intero pensiero di Pasolini ha subito questo trattamento tanto che, nell’immaginario collettivo, egli residua solo per qualche innocua frasetta, sempre la stessa, da esibire nella bacheca dell’ovvio.

Dell’Unicef ho un sentore vago che promana dal mio passato scolastico. Mi ricordo (militavo alle elementari) che tale organizzazione era, ovviamente, buona: tale la dipingevano maestre, direttori scolastici e quant’altro. Buona con i bambini. Bambini malnutriti o affamati, dalla scarsa educazione, dissetati a pozzanghere mefitiche, con pance gonfie e arti scheletriti, marasmici o edematosi, terribili a vedersi, assediati dalle mosche, perniciose mosche africane; inerti, in una sorta di abbandono mortifero, raggomitolati nelle braccia di donne dalle mammelle pendule, gli occhi bianchissimi, sbarrati nell’ineluttabile attesa della morte. Filmini e opuscoli venivano sottoposti alla nostra attenzione di settenni: debitamente terrorizzati, poiché, lo si sentiva a pelle, eravamo noi, e la pacchia di cui godevamo, i responsabili di tale massacro. Le mamme (di noi bianchi) si diportavano con cuore più leggero; parecchie di loro discendevano direttamente da Bertoldo e, negli anni Settanta, la loro crudele carica di scetticismo verso il politicamente corretto era quasi intatta. Solo qualcuno, dal cuore più tenerello, disimpegnava i sensi di colpa compilando un conto corrente di lire mille o duemila o cinquemila, moduli natalizi che, periodicamente, traboccavano dalle cassette postali o, surrettiziamente, venivano inseriti nei nostri quaderni a quadretti, fra un’equivalenza e un pensierino (allora così eran chiamate le composizioni in italiano): Descrivi la tua giornata di ieri, Una gita in campagna, Descrivi la natura del parco, Cosa pensi della tua città.

Anche Carlo Delle Piane, figlio bruttarello di Totò nel celeberrimo Guardie e ladri, compone pensierini. Totò è un ladruncolo che vive di espedienti, Fabrizi una guardia che se lo fa sfuggire e rischia il licenziamento. Fabrizi è costretto, perciò, dal regolamento inflessibile, a riacciuffare Totò, in un gioco di specchi psicologici e comici che coinvolge i rispettivi nuclei familiari.
L’inseguimento iniziale fra Il Principe (Ferdinando Esposito) e Aldo Fabrizi (Lorenzo Bottoni), dal centro di Roma, ricco e affollato di auto, uomini e vestigia, sino ai suburbi più estremi, fra pratoni interminati, bettole e baracchette, è una delle cose più esilaranti e commoventi della storia del cinema italiano. Roma era bellissima, naturalmente. Nel 1951, anno di produzione del film, l’utilitarismo angloamericano da quattro soldi non aveva ancora divorato ciò che si era. Sì, è così, c’è poco da fare. Forse (una mia debole deduzione) anche lo sceneggiatore Ennio Flaiano, da genio qual era, intuì in anticipo gli avvenimenti futuri: all’origine della lotta tra la guardia e il ladro è, infatti, l’americano Mr. Locuzzo (truffato da Totò con una falsa moneta romana). E cosa fa Mr. Locuzzo a Roma? Distribuisce, novello Unicef, e quale modello di bontà (gli Americani, dal dopoguerra in poi, ci hanno molto amati), pacchi-dono ai bimbi italiani disagiati. Beneficenza agli sconfitti, insomma. Dall’arroganza di Locuzzo (un caporale, evidentemente, nella logica esistenziale del Principe De Curtis) nascono i guai di Bottoni ed Esposito. Ne nasce un rimpiattino comico di prima scelta; Bottoni si mette in cerca di Esposito riuscendo a infiltrarsi, grazie all’esibizione di un interessato altruismo, nella sua famiglia (regala capi di vestiario dismessi); Esposito sfugge, e, nelle more della latitanza, si occupa dell’educazione dei figli. In uno di tali convegni, il più zuccone dei tre, Libero, impersonato da un grande Carlo Delle Piane, relaziona il padre su un tema svolto in classe: Descrivete la figura di vostro padre.
E Libero (nome scelto con perfidia) attacca a parlare come un treno, con voce monocorde e implacabile, rimarcando con forza il “mio padre”:

“Dunque. Tema. Descrivete la figura di vostro padre, le sue abitudini, il suo lavoro, le sue aspirazioni. Svolgimento. Mio padre non è quello che si dice un bell’omo. Mi ricordo che una volta che lui litigò in autobus uno lo chiamò scucchione. Il lavoro di mio padre è stare molto fuori di casa e poi ritornare con stoffe, orologi, ombrelli e pure copertoni. Mio padre prima di uscire dal portone guarda sempre chi c’è per strada e ogni tanto telefona che vuole la biancheria …”

Totò, sciarpa e giacca consunta, ma indossate con dignità, inizialmente bendisposto, accarezza e bacia con tenerezza la figlia più piccola (è quella brava a scuola!); un vero capofamiglia, severo e comprensivo; il capofamiglia, però, allo “scucchione” si rende subito conto che il pensierino declina verso una inaccettabile sincerità; progressivamente, al crescere delle rivelazioni, mostra tutte le sue riserve: in un tripudio di frasi abortite, monosillabi, sottecchi al di sopra degli occhiali e gesti di trattenuta stizza, rotando lo sguardo senza posa in un gioco ove convivono sbalordimenti impotenti e irritazione, sino all’esplosione finale quando il pensierino è ridotto in brandelli.
La scena dura pochi secondi: vera arte popolare.


Notare come i cognomi sublimino in denotazione di classe: Bottoni origina da un mestiere, come i Fabbri, i Fornari, i Beccaria, i Tessari; Esposito da expositus: l’expositus era il neonato abbandonato alla ruota degli infanti dell’Ospedale napoletano dell’Annunziata. Esposito: come il settentrionale Diotallevi e il romanesco Proietti.

En passant leggiamo la lista degli sceneggiatori di Guardie e ladri: Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Ruggero Maccari, Stefano Vanzina, Mario Monicelli, Aldo Fabrizi. Flaiano era un genio, come detto, ma di quelli appartati e, quindi, inclini a essere sottovalutati. Federico Fellini, intellettualmente cleptomane, e detentore di un bastone rabdomante che vibrava in presenza di un genio suo pari, quando recava visita al Bastian Contrario, prendeva a frugare velocemente, lui assente per un bisognino, cassetti, scrivanie e agende: in cerca di uno spunto, di un’indicazione, di un’ideuzza da rubare: una miniera d’intelligenza, infatti, riserva pepite anche nella spazzatura. Come Maiorana, che appuntava intuizioni da Nobel su una scatola di cerini.
Aldo Fabrizi, invece, a differenza di Maiorana e Flaiano, fu un genio misconosciuto.
I bofonchiamenti, le impennate autoritarie, i rabbonimenti in un patetico mai molesto, lo strabuzzare degli occhi da batrace, i battibecchi condotti con inspirazioni e sfiati esasperati: tale è la personificazione di una vera arte popolare.

La fuga di Bottoni e di Esposito, due poveracci, finisce all’Acquacetosa: nei pressi, insomma, del futuro Circolo Canottieri Aniene.

Anch’io fui responsabile di un tema simile a quello di Carlo Delle Piane, in terza elementare. Descrivi il tuo papà, ordinò la maestra: obbedii. Il parto letterario conseguente mi valse dure reprimende fra le mura amiche. In esso non rivelavo al mondo che mio padre era un ladruncolo (militava, anzi, in partibus Bottoniorum), ma, cosa più grave, l’esatto ammontare del suo stipendio, per quel che ne potessi capire allora: una retribuzione abbastanza magra, in verità; il che costituiva non una vergogna, ma un fatto da occultare, ché le ristrettezze, benché costringessero a una dignitosa austerità, andavano lavate in famiglia. Al pari dei pantaloni che indossavo, dismessi da un cugino più grande e ricchi di toppe simmetriche ai lati dei miei coglioni in erba: toppe, per fortuna queste, occultate dal grembiule blu, misericordioso residuato ideologico di un’Italia dolcemente fascista, cattolica, socialista.

Le pezze al culo, le pezze ai coglioni nel mio caso, erano merce ordinaria nei sobborghi romani più estremi, specie nei primi anni Settanta. Le toppe, assieme alle gambe corte, ai pidocchi, alle avitaminosi, alla delinquenza minorile; alle baracche, alle case minime, ai lotti popolari, alle pozzanghere; e a un tasso di abbandono scolastico prossimo a quello dello Zaire.
Il primo anno, alle medie, la mia classe, sezione H, ricavata dalle camerate di un dormitorio pubblico in parte dismesso, ospitava trentacinque anime; il secondo ventuno; il terzo tredici. Alcuni alunni entravano e uscivano dal riformatorio; molti non sapevano compitare una riga; alcuni, a cavallo tra una bocciatura e l’altra, cominciarono a lavorare. A dodici anni sorpresi un mio ex compagno, allora già quattordicenne, mentre camminava sul marciapiede opposto al mio, con un fagottino di cartapaglia giallina: il suo pranzo, probabilmente; si avviava, lo seppi dopo, presso l’officina di un amico del padre. Ad apprendere il mestiere. Lo vidi passare, io inosservato. Avrebbe svitato e avvitato bulloni per circa trent’anni, sino a morire, per un tumore fulminante, nel 2008. Appresi della sua morte solo poco tempo fa. L’immagine di Stefano, consumata dal trascorrere di più di un’epoca, è tutta lì: un ometto sconfortato e caracollante, con un involto meschino stretto fra il torso e il braccio sinistro, entrambe le mani sprofondate nelle tasche, su di un marciapiede sbrecciato da Guardie e ladri: verso un futuro cui nulla aveva da chiedere; e che nulla gli avrebbe riservato.

La classe di trentacinque undicenni, cui apparteneva lo scrivente, iniziava le lezioni alle quattordici e staccava alle diciannove. Tre giorni a settimana. Vigeva, infatti, la pratica del doppio o triplo turno.
La scuola, pur fatiscente, conteneva decine di sezioni: le si frazionò, quindi, come manovalanza da fabbrica.
Fu in quel periodo, allorché si usciva di scuola nel pomeriggio morente, inondando le strade buie e deserte, le mani sporche di inchiostro o gesso, che cominciai ad amare le luci della sera.
Dalla scuola a casa mia c’erano un paio di chilometri. Li affrontavo con calma. La brezza serotina, repentinamente pungente e liberatoria, dopo le ore passate al chiuso, tonificava il cuore. I gruppetti sfoltivano pian piano il numero. Ognuno gradatamente ritrovava la strada di casa, infilandosi in portoni e caseggiati familiari, gli stessi, da sempre.
I lampioni, sostenuti da pali in legno, recavano un bagliore esitante, smorzato dal fogliame indorato dei platani; i riquadri delle finestre dei lotti brillavano come accensioni da presepe; il vento autunnale recava un profumo sottile e grato da refettorio: minestre riscaldate, bolliti di verdura, soffritti. Qualche rara vetrina ancora illuminava una breve porzione di cammino: i negozi della borgata, però, eran già predisposti alla chiusura, e vantavano una sensazione irredimibile di dismissione, da serranda a mezz’asta: la fatica del giorno sgocciolava via gli ansimi estremi. Il silenzio del ritorno era rotto solamente dallo scalpiccìo dei passi sulle foglie; o dagli sfiati dei meccanismi d’apertura di qualche autobus evanescente; la pernacchia di qualche motoretta, attutita dalle prime brume, si dileguava velocemente. Lungo la discesa, sulla via principale, intuivo cortili e anditi; qualche richiamo, improvviso, da lontano: un nome, un’urgenza; l’abbaiare d’un cane; gli ultimi metri, lungo il camminamento comune dei palazzi: traverso le finestre ecco le rassegna muta di vite minuscole e nature morte piccolo borghesi: gli andirivieni affaccendati delle madri, bambini già al tavolo, di cui si scorgevano solo le teste brune, un filo che reggeva il bulbo d’una lampadina nuda, una coppia d’anziani, un attaccapanni gravato da soprabiti e cappelli grigi e verdi, il tramestio agognato e caldo della cena, un capo chino nell’esiguo raggio d’un paralume. Non ho mai dimenticato, io, le luci della sera.

Con le nostre toppe, le cedole per i libri gratis, la merenda portata da casa, rosette e succhi e biscotti della nonna, guardavamo i documentari dell’Unicef, sbalorditi e increduli di fronte a tanta miseria. Operatori culturali, a fine visione, ci tenevano sermoni edificanti. Mai li vidi assistere uno di noi. Noi, infatti, eravamo i fortunati, i colpevoli. Anche Stefano era colpevole. Chissà cosa pensava di quegli anni quando ripuliva carburatori, motorini d’avviamento e spazzole d’accensione. Per me, mi ritengo fortunato: feci in tempo a vedere, e comprendere, e ricordare, le luci della sera.

Sul sito dell’Unicef i bianchi, come detto, non rilevano.
Ricompaiono, tuttavia, in una pagina quasi nascosta: la pagina del direttivo di Unicef Italia: 


A scorrere i ceffi salta subito all’occhio quello di Scipito l’Africano: Walter Veltroni.
Walter, col suo solito mezzo sorriso, i lineamenti rilasciati e indecisi, gli stessi che aveva a sedici anni quando rischiò di essere pubblicato da una famosa casa editrice, mercé gli uffici di mammà, ed ebbe la fortuna di farsi fotografare assieme a un giovane Ferdinando Adornato e a un Pasolini parecchio perplesso. Recita il profilo del Veltroni umanitario: “Attualmente è commentatore cinematografico presso Iris, canale televisivo di Mediaset. È da molti anni attento e appassionato osservatore dei fenomeni dello sviluppo dell'Africa, continente che ha visitato diverse volte, in qualità di Sindaco, insieme a studenti delle scuole romane. È al suo secondo mandato nel Consiglio Direttivo dell'UNICEF Italia”.
Veltroni, che, per sua stessa ammissione, non fu mai comunista, ma di sinistra, di una sinistra immaginaria, democratica, brodosamente filoamericana, è fatto così: antiberlusconeggia e pubblica per Mondadori (Mondazzoli), si batte contro la pubblicità nei film (lottò in tal senso a fianco di Federico Fellini) e contro il conflitto di interessi (sempre dell’Omino di Burro), ma finisce a cicalare su un canale Mediaset. In lui tutto è limpido; oserei dire cristallino: la politica è una barzelletta da recitare, senza clamore, con bonomia: l’elettorato asseconderà. D’altra parte, all’elettorato intendo, cosa rimane da fare? Votare. E allora si voti! E chi vota l’elettorato? Walter Veltroni.
La sua parabola politica ed esistenziale è, tuttavia, diversa da quella di una Valeria Fedeli, a cui riconosco, almeno, la tenacia: se la seconda è coriacea, immasticabile e d’una resilienza scoraggiante per ogni avversario, il primo rassomiglia piuttosto a un di quei ripetenti su cui stingeva la denigrazione di Carlo Emilio Gadda: “Idioti dentro la capa più che se la fosse fatta d’un tubero … sordi al latino, reprobi al greco, inetti alle storie, col cervello sotto zero in geometria e in aritmetica, non sufficienti nel tiralinee, persino con la geografia erano insufficienti! Eppure venivano giù come un olio al loro imbandierato varo, varati finalmente nel sciocchezzaio con tutti gli onori e i carismi … più insulsi erano, e più felice e liscio gli andava sottoculo lo scivolo … e come a culo indietro discende la nave, così essi, il maggior numero, come nave o gambero, e proprio perché gamberi, a culo indietro, in ragione dei loro non-titoli, discendevano, scivolavano felicemente nel mondo”.
Andiamo avanti.
Accanto a Veltroni campeggia il volto da Latin Lover de’ Noantri di Giovanni Malagò: “Presidente del CONI … Imprenditore … giocatore di calcio a 5 … ha partecipato con la Nazionale Italiana al Mondiale in Brasile nel 1986. Amministratore Delegato e Socio del Gruppo Sa.Mo.Car. Spa, Presidente, Amministratore Delegato e Socio della Samofin Spa, società di partecipazioni. È stato Presidente del Circolo Canottieri Aniene dal 1997 al marzo 2017, e ne è attualmente Presidente Onorario. È stato Consigliere di Air One Spa, Consigliere di Banca di Roma e poi di Unicredit, Membro del Consiglio del Territorio Roma di Unicredit, Consigliere di Tecnimont SpA e di Maire-Tecnimont SpA. Attualmente è Consigliere di Auditorium-Parco della Musica, Advisor per l’Italia di HSBC Bank, Membro di Giuria Fondazione Guido Carli, Membro dell’Advisory Board di Agenda Sant’Egidio e Socio Onorario e Consigliere dell’AIL. Ha presieduto i Comitati Organizzatori degli Internazionali d’Italia di tennis 1998 e 1999, dei Campionati Europei di Pallavolo maschile del 2005 e dei Mondiali di Nuoto di Roma 2009. Azzurro d’Italia, nel 2002 è stato insignito con la Stella D’Oro al Merito Sportivo, dal 2001 al 2003 e dal 2009 al 2013 è stato membro della Giunta Nazionale del CONI. Attualmente è anche membro della commissione ‘Affari Pubblici e Sviluppo Sociale per lo Sport’ del CIO e della Commissione Marketing e nuove fonti di finanziamento dell’Associazione dei Comitati Olimpici Nazionali (ANOC)”.
Sintetizzo, con altre parole, il pastone anzidetto: venditore di auto di lusso presso Villa Borghese, Gianni conobbe Luca Cordero di Montezemolo sino a divenirne intimo amico; membro del Circolo Canottieri Aniene (a differenza di Cesare Previti che fu membro e Presidente del Circolo Canottieri Lazio: luoghi non di canottaggio, ma d’incontro del jet set e dell’imprenditoria d’altissimo bordo del generone romano), ebbe a disorganizzare, con successo accecante, da Presidente della Federnuoto, i disastrosamente memorabili Mondiali di Nuoto del 2009, risoltisi in una catastrofe di piscine incompiute, vasche disseccate dall’incompetenza e ripieghi, acquatici, dell’ultim’ora. Lo scheletro possente dello Stadio del Nuoto, aborto costosissimo e orrendo dell’archistar Calatrava, ristà, quale epitome dello Sperpero, a testimoniare tanta conclamata inettitudine.
La disfatta, unanimamente riconosciutagli, valse al Nostro la promozione a Presidente del Coni.
Abbiamo poi Brunello Cucinelli, il mio preferito: “Presidente e Amministratore delegato della Brunello Cucinelli SpA, maison di moda italiana operante nel settore dei beni di lusso assoluto, specializzata nel cashmere e divenuta nel tempo uno dei brand più esclusivi nel settore del pret-à-porter ‘informal luxury’ a livello mondiale”.
E poi Alberto Baban: “Fondatore e presidente di Tapi Spa, gruppo all'avanguardia nella produzione industriale di tappi sintetici in polimeri. Dopo avere ricoperto numerosi incarichi a livello locale e nazionale nel Sistema Confindustria, è attualmente Presidente di Piccola Industria – Confindustria” e, last but not least, Ginevra Elkann: “Presidente di Asmara Films, da lei fondata nel 2010 e di Good Films, società di produzione/distribuzione cinematografica che ha co-fondato nel 2011. Dal 2011 è presidente della Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli, siede nel consiglio di amministrazione di EXOR, nel consiglio consultivo di Christie’s ed è membro del Comitato d'acquisizione e del Comitato Esecutivo della Fondation Cartier di Parigi. Dal 2013 siede nell’Advisory Board di UCCA, Pechino e in quello della American Academy di Roma”.
E poi altre figurette di secondo piano PolCor e riempitivi giovanilistici a cui non voglio nemmeno accennare.
Di cosa discorreranno, tali Apolidi, nel Consiglio Direttivo di Unicef Italia è, per me, fonte di un mistero ominoso che non ho voglia di penetrare. Forse di Ferrari? Di cashmere? Di “lusso assoluto”? O, magari, di “lusso informale”? O magari, vista la derivazione ideologico-imprenditoriale dei Maggiori, di quando un arbitro accorderà un rigore a Cristiano Ronaldo: onde sbloccarlo psicologicamente: gli scarponi italiani, evidentemente, lo intimoriscono.

Marco Ferreri gira Come sono buoni i bianchi nel 1988, in piena era di riflusso morale, spirituale, politico. La storia, deboluccia, di un gruppo di bianchi, animati dalla bontà e dalla voglia di salvare l’Africa dalle miserie e dalla colpa.
La banda finirà, giustamente, cannibalizzata da veri Africani.
Giustamente. Questi sono gli Africani che ammiro: di fronte ai cretini come resistere alla tentazione di mangiarseli? Sono gli Africani che scimmiottano i bianchi quelli da prendere a calci nel sedere, che siano seduti su un gommone o su un trono.
Me li sarei mangiati anch’io, quei cretini da Unicef, fossi stato un Africano, che la cosa che più mi irrita è la simulazione della bontà a surrogato della frustrazione borghese. Sì, i veri Africani sono i nostri alleati. Questa orda di bianchicci che vuol insegnarci a vivere, aizzati dai Bianchi Maggiori dei vari Consigli Direttivi della Bontà … dobbiamo mangiarceli … lessi o arrosto, non conta … prima gli scemotti delle varie organizzazioni filantropiche, delle cooperative, delle magliette rosse … e poi risalendo, che l’appetito vien cannibalizzando, gli Altri … più succosi … un Veltroni allo spiedo, una Elkann in salmì … dobbiamo sbrigarci prima che l’Italia e gl’Italiani si estinguano, rosolati nei bracieri dell’Usura e del politicamente corretto.

Il film più illuminante sull’Africa: Echi da un regno oscuro, di Werner Herzog (Echos aus einem düsteren reich, 1990). Un documentario su Jean-Bédel Bokassa, dittatore e Imperatore della Repubblica Centroafricana. Emulo di Napoleone, Bokassa edificò un monumento kitsch di sfarzosa idiozia retto dal “lusso assoluto” e da una crudeltà bestiale e insensata, Bokassa sublimò pian piano nella leggenda grazie alle accuse di cannibalismo, nepotismo e torture; oltre a essere, da vero gorilla traditore del suo popolo, il finanziatore (in diamanti) delle casse del Presidente Francese Valéry Giscard d’Estaing, ennesimo pigmalione apolide antifrancese. Una condotta che spiega, oltre ogni dire, il conferimento a Bokassa del Cavalierato dell’Ordine della Legion d’Onore; oltre a quello di cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore: trofei PolCor a cui anche i nostri governanti sono adusi (rilevando come non Italiani o meglio: antitaliani).
I Legionari nostrani (Bonino, Pisapia, D’Alema, Veltroni, Scajola, Frattini, Prestigiacomo) non sono né occidentali né bianchi, ma solo Apolidi: come i membri del Consiglio Direttivo di Unicef Italia, novelli Bokassa dell’altruismo a ogni costo (a costo dell’Italia). D’altra parte nemmeno Bokassa era Africano: se lo fosse stato avrebbe divorato D’Estaing al cartoccio. Che non fosse Africano o negro (così come Veltroni e Prodi e Malagò non sono né bianchi né Italiani), ma solo una scimmia che imitava i Bianchi Apolidi, ce lo dice la metafora finale di Echi da un regno oscuro: dal serraglio sardanapalesco e allucinante dell’Imperatore-Napoleone, ch’egli ha abbandonato come l’irresponsabile direttore d’un manicomio, il regista sceglie uno scimpanzé; lo inquadra; la bestia, innocente e attonita, guarda a favore della telecamera, verso di noi, biascicando come un vecchio rugoso. Solo alla fine, attraverso le sbarre che rigano quel volto dagli occhi sconfitti, ci accorgiamo che la scimmia, un déracinée perfetto, fuma: fuma! Una boccata dopo l’altra, con gesti abitudinari, disinvolti, di perturbante umanità; atroci nella loro incongruità.
Ed è in quel momento che presentiamo con certezza altri déracinées, strappati da sé stessi, altre moltitudini, e nuovi signori e padroni.

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