Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 28 settembre 2018

Alceste il poeta - La Cina ha una strategia di lungo respiro che noi neanche sogniamo. Capire la Cina

La Cina è vicina


Roma, 27 settembre 2018 

Una conoscente, di sicura affidabilità, mi rende edotto di un edificante aneddoto. Circa dieci anni fa il figliuolo, allora diciottenne, e in odore di maturità classica, fu spedito in Cina con tutta la classe nell’ambito di un’operazione di “scambio culturale” (ordita non si sa da chi: sicuramente non dai nostri provveditorati o ministeri, troppo impegnati nel sorbire cappuccini; forse dai ministeri cinesi, come sospetta anche la summenzionata conoscente).
I nostri zucconi, appena arrivati a Pechino, furono sistemati con tutte le cure presso una sorta di residence: pulito, organizzato e popolato di personale gentilissimo e in grado di affabulare, con lodevole proprietà, almeno nella rappresentanza preposta alla comunicazione, la nostra lingua materna. Gli sdraiati italici stettero un pochino sulle loro, poi cominciarono a prendere confidenza con i limoncini: sino a rivelarsi: come perfetti idioti. Erano in vacanza; di studio, certo, ma lo studio, in Italia, serve a prepararsi agli esami, non alla vita. I pecoroni, il giorno appresso, vennero portati a pascolare per la Capitale del Catai: ne ricevettero un’impressione devastante. La Cina era vicina, assai vicina: e priva di quei luoghi comuni che, chissà perché, sedimentano nell’animo dei peninsulari: il levantino con il laccio da strangolatore, il riso e il tè, la lingua indecifrabile, i salamelecchi orientali. Pechino, infatti, era una città sterminata, ampiamente infiltrata dall’Occidente e dall’inglese, moderna, insonne, paradossalmente febbrile e composta: i cinesi, poi, quegli ominicchi, secondo loro, risolvevano problemi: l’inquinamento, i cessi, il traffico ... ogni aspetto metropolitano, ancor caotico, veniva sottoposto alle cure lungimiranti di un cervello da “centralismo democratico” in cui, pochi, decidevano: e gli altri, di conseguenza, obbedivano. Soffiava, insomma, una brezza travolgente e vitale dove le conquiste generavano problemi e questi ultimi, risolti, generavano progresso: e il progresso era interamente cinese, ovvero mai slegato dalla tradizione: i cinesi, almeno gli abitanti della Capitale, erano artefici del proprio destino (o del proprio disastro; un disastro, tuttavia, gestito intra moenia).
Nel pomeriggio arieti e capre, undici maschi e quattordici femmine, incontrarono i loro pari età, appena smontati dal turno di studio; vennero recati, lo appresero dopo, nella sala di musica. In tale sala, esauriti i convenevoli in cui i nostri professori rivelarono una micidiale ignoranza di qualsiasi lingua, compresa quella più ostica (l’italiano), i mufloni d’ambo i sessi assistettero a uno spettacolo sbalorditivo. Una falange di ragazzi dagli occhi a mandorla, con docilità paramilitare, si schierò in doppia fila e cominciò a intonare, solfeggiandola, un'arietta verdiana o mozartiana: con estrema sicurezza. Dopo circa un paio di minuti di tale esercizio essi si bloccarono; ne seguì un silenzio incompreso (dai nostri); il cinesame riprese da capo la solfa: trenta sessanta novanta secondi e, quindi, l’arresto; nessuno capiva. Per la terza volta i mandorlati riattaccarono, con immutato zelo e acribia solfeggiatrice: al terzo stop, brutale, gli armenti professorali, incuriositi, chiesero spiegazioni, probabilmente a gesti, del singolare comportamente (gli ovini, invece, lo presumo dal contesto, saranno rimasti ammammaloccuti): al corpo docente venne risposto, con salamelecchi mandarini, e poi in italiano, utilizzando (presumo anche questo) cortesissime circonlocuzioni, che, tutti, lì, in quella sala, una sala di musica, si aspettavano che il gregge (quello occidentale) proseguisse il bel canto proprio laddove i pechinesi l’avevano interrotto: a sancire una comunanza artistica fra i due Paesi, la Cina e, presumibilmente, l’Italia, oltre le divisioni storiche, antropologiche, et cetera et cetera. 
A tutt’oggi si ignorano le risposte dei salariati statali a quella gentile richiesta; della mandria studentesca inutile ciarlare: rimase muta. Cosa avvenne, perciò? Probabilmente il professorame dovette spiegare, pietosamente, faticosamente, fantozzianamente, che, in tredici anni di scuola, lo studente italico, a onta degli euri spesi per testi e strumenticchi musicali, non impara a solfeggiare manco Tu scendi dalle stelle. 

Le accademie d’arte italiane sono invase dai cinesi. Un allievo su quattro. Ornato, disegno, scultura, anatomia, grafica. I cinesi hanno compreso ciò che noi, grazie alla controcultura dei cretini, abbiamo gettato nella spazzatura: il mestiere, l’artigianato, la bottega sono lo scrigno su cui mettere le mani per dominare il cuore della Patria. Conoscere la tecnica, la storia, la tradizione di un popolo per arrivare a copiare quel popolo; assoggettare quel patrimonio a un’indole millenaria e, quindi, forgiarlo come proprio artigianato; educare decine di migliaia di elementi secondo la nuova sensibilità: da questo crogiolo, voluto, anelato, progettato, nascerà un artista; quindi, due, dieci; poi cento. Essi invaderanno il mondo col loro gusto: così ragiona chi ha ancora del sangue in corpo.


E pensare che, fino a trent’anni fa, la Cina era lontana. Ci si esercitava con le barzellette. Chi è l’ostacolista cinese più imbranato? Chin Chan Pai. Il pokerista più abile? Chon Full. E il falegname? Chon Kio Din. E giù risate.

Chissà se esistono barzellette cinesi sugli Italiani. Forse sì forse no. Roberto Baggio fu l’ultimo Italiano degno di nota in quelle lande. Francesco Totti, invece, è ancora molto popolare in Medio Oriente. Forse sì forse no. L’Italia è una realtà così periferica da far propendere per il no. Chissà, poi, se i cinesi sanno che è caduto un ponte in Italia. Una trascurabile inezia, per loro, che di sciagure vivono e che di ponti ne erigono uno al giorno. Di una cosa si è sicuri: la notizia che il crollo di un ponte possa risucchiare l’intera vita politica è, in Cina, inimmaginabile.

Orlando è innamorato della bionda Angelica. Angelica, però, manco se lo fila. Quando Orlando scopre il nome dell’amata inscritto in un cuore ove appare il nome del bellimbusto Medoro, egli diviene furioso: la follia originerà una delle epopee mirabili della nostra letteratura. Ad Ariosto si può appaiare Matteo Boiardo, il simpatico Boiardo. In Boiardo il paladino Orlando viene dipinto come uomo d’arme, ma anche come fessacchiotto verginello che si fa raggirare da esperte e sfrontate donzelle. Differenze: Ariosto diverte; Boiardo si diverte. Nei due le foreste divengono i fondali artificiosi e labirintini di scorrerie e avventure vorticose; il linguaggio è sempre generico, petrarchesco: alberi, fiori, frutti, fontanili, giganti. Dante è lontano. Se la poesia perde in lutulenza verbale, acribia e drammaticità è altrettanto vero, però, che guadagna nella potenza evocatrice di miraggi, inganni, magiche deambulazioni, fughe rocambolesche: il settimo canto dell’Orlando furioso, quello dell’isola della maga Alcina, o il dodicesimo, sul castello di Atlante, magione in cui la memoria svapora e la volontà si perde dietro i fuochi fatui dell’immaginazione, sono capolavori del fantastico in cui si assomma tutta la stilizzata Arcadia del Cinquecento.

In Ariosto i Cristiani e i Maomettani se le danno di santa ragione: tutto, però, è contenuto da una grazia superiore. I Cristiani operano in nome della Verità, ma i musulmani non sono figurine da disistima, anzi: quando, nel primo canto, Ferraù e Rinaldo si gettano sulle piste di Angelica essi addivengono a un mutuo patto di non belligeranza sancito da un’etica più alta, naturale, che annulla temporaneamente le proprie convinzioni; in essa si raggruma l’idea stessa di Medioevo. Un Medioevo ormai sfumato tanto che Ariosto canta la fratellanza universale cavalleresca con rimpianto immedicabile e privo di ironia:

O gran bontà de’ cavallieri antiqui!
eran rivali, eran di fé diversi …
e pur per selve oscure e calli obliqui
insieme van senza sospetto aversi

Orlando furioso, I, 22

Angelica galoppa, fugge, eburnea, i capelli al vento. A differenza d’Ariosto, Matteo Boiardo precisa il colore di quei capelli metafisici, eternamente sciolti al vento di quei boschi simbolici, fitti di verdure tutte eguali; capelli odorosi e fluttuanti, al pari delle vesti leggere e preziose: capelli biondi:

… la bionda testa in su l’erba posava
sotto il gran pino, a lato della fontana …
dormendo, non parea già cosa umana,
ma ad angelo del cel rasomigliava.

Orlando innamorato, I, 42

Siamo tanto rapiti dall’impalpabile e rosea beltà di tale amazzone da non far caso al fatto ch’è cinese: figlia del re Galifrone, re del Catai, e principessa di sangue.
La Cina, allora, era lontana; trasognata, favolistica, come ne Il Novellino, un libriccino che consiglio sempre per capire cosa è la letteratura, l’etica, l’Italia.
Il mondo si è poi ristretto. Noi abbiamo abiurato Ariosto, Tasso e Boiardo; loro no. E ce li troviamo in casa, nei bar, nei negozietti che puzzano di diossina. I nostri figli diventeranno i loro camerieri. I traditori, ovviamente, a fronte di questo sfacelo consiglieranno di imparare il cinese, così come trent’anni fa consigliavano l’inglese. L’Italiano, invece, non lo consiglia più nessuno.

Qualche anno fa, al Museo Orientale di Roma, in via Merulana, nella sezione delle mostre non permanenti, vidi numerose tele a olio eseguite da studenti cinesi. A decine. Quasi tutti paesaggi, pochissimo figurativo. Dominava la fredda maniera; eppure, nonostante quell’impressione evidente, ebbi un brivido. Ecco, pensai, una mente collettiva all’opera. Un ceto dirigente che opera per i prossimi decenni. Essi ragionano: quale paese al mondo fu ammirevole per l’arte, l’audacia, la creatività, le impennate di genio? L’Italia? Benissimo, invadiamo l’Italia, allora. Le tele lì presenti erano i primi vagiti di un’appropriazione minuziosa, d’una razionale scienza geopolitica. Fredda maniera, come detto. Intanto, però, il sangue mediocre e laboriosissimo dei giovani cinesi ha ricevuto le prime trasfusioni d’una cultura immensa; essi miglioreranno, di anno in anno: familiarizzeranno, nonostante il vallo antropologico; studieranno materiali, soggetti, storie, con una tenacia e una volontà di sacrificio oggi, per noi, incomprensibile. Dieci, vent’anni, trenta e quindi i pittori, gli scultori, i grafici, i pubblicitari, gli scenografi cinesi venderanno la loro creatività al mondo. E noi cosa potremmo opporgli? In nome della lotta al nozionismo abbiamo svenduto il meglio di noi stessi.

Il Museo d’Arte Orientale a via Merulana, estremamente interessante, pagava, all’epoca, circa centomila euro di affitto al mese a una megera centenaria. Dal dopoguerra a oggi non si è trovata una sede, di proprietà statale, per esporre degnamente quelle collezioni. Si vociferava, recentemente, di una possibile chiusura. In nome dell’austerità. D’altra parte a cosa serve comprendere l’arte cinese, giapponese, indiana, indonesiana, mesopotamica? A cosa serve il latino? E il greco? Rinunciare a sé stessi: ecco il tradimento. Essere pezzenti e sé stessi: ci arriverà mai qualcuno? Intanto le migliori menti della controinformazione bivaccano nella meschinità: cianciano di Salvini.

Fui, all’inizio dei Novanta, uno dei primi estimatori romani del cinema di Hong Kong e dintorni. Affittavo (a lire cinquemila) rudimentali videocassette abusive presso un negozietto import-export a via Niccolò Machiavelli, una traversa di piazza Vittorio Emanuele. Melodrammi, gangster, wuxiapian. King Hu, Chang Cheh, Tsui Hark, Wong Jing, il primo John Woo. Fra le attrici preferite: Cheng Pei Pei, Brigitte Lin, Maggie Cheung, Michelle Yeoh.

Cheng Pei Pei in Come drink with me

A Mussolini appeso, Carlo Emilio Gadda respira. Viene assalito da una fregola creativa senza precedenti: Eros e Priapo, anzitutto, saggio che fa i conti, postumi, col Fascismo, definito “orgia bacchica di istinti affettivi non mediati”.
Il Gran Lombardo inizia, poi, la stesura di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana.
Il pretesto del romanzo è giallo. L’omicidio d’una signora bene, Liliana Balducci.
Nella prima edizione (1946) il crimine avviene, appunto, in via Merulana, al civico 119. Nella seconda (1957), di largo successo, al civico 219.
Nel 1959 Pietro Germi trae dall’opera una pellicola veloce e brillante, declinata secondo lo stile secco dei noir americani: il palazzo, nel film, è a piazza Farnese, dietro Campo de’ Fiori.
Nel 1997 il Comune di Roma appone una targa per ricordare il capolavoro: il generico memento viene cementato, chissà perché, al 268.
Recentemente, poi, s’è materializzato un controcazzo accademico: il condominio ove fu assassinata Liliana Balducci (la donna che ispirò la figura di Liliana Balducci) era non a via Merulana, ma nell’attigua piazza Vittorio Emanuele, al civico 70, dove, nel 1945, avvenne, guarda caso, un analogo fattaccio. I migliori professori, dopo appena sessant’anni di ricerche, approvano la soluzione filologica.
Lo schema anzidetto è tipicamente italiano. Democraticamente italiano. Si avverte, in tale tramestio cretinissimo, che non è più improvvisazione creatrice, bensì anarchia di ominicchi col patentino di berciatori, la mancanza di una direzione, di un centralismo democratico: nel gallinaio ognuno strepita, incurante della realtà, e più strepita più viene premiato; promosso a Strepens Optimus Maximus l’Italiano prende a cuore altri urlatori suoi simili: il concerto, dissonante, di voci chiocce avrà a simulare, nei riguardi interni, le bellurie del pluralismo; dal di fuori, magari dalla Cina, verrà purtroppo avvertito come l’inutile cicaleccio d’un opera buffa.

Nelle prime pagine d’introduzione all’Orlando innamorato, a cura di Giuseppe Anceschi, edizione economica Garzanti, si legge:
“Secondo Jacob Burckardt … Ferrara è stata ‘la prima città moderna d’Europa: qui prima che altrove, sorsero per volere dei principi rioni ampi e regolari; qui, col concentramento degli uffici … si formò una vera capitale: ricchi esuli da tutta Italia, e più specialmente da Firenze, furono autorizzatia fermarvi la loro dimora e a costruirvi palazzi’ ”.
Federico II e Cremona, gli Este e Ferrara, Olimpia Maidalchini e San Martino al Cimino, Enea Silvio Piccolomini e Pienza, Cangrande e Verona; e poi Venezia, Genova. Realtà minuscole dove pochi elementi istruiscono il processo verso la grandezza; il principe o il signore decidono, infatti, non il gallinaio. Ma il gallinaio democratico scorre con tale naturalezza nelle nostre vene che dobbiamo continuare a mostrarci democratici e vergare “X”, furiosamente; la delega ai cretini va di pari passo con l’illusione della libertà e il propagarsi della distruzione.

L’Italiano medio, spiace dirlo, è ormai un cretino. Dal basso non nascerà un bel nulla. Occorre selezionare, rinunciare, sacrificarsi per ciò che sembra provenire dall’alto; appena si annusi l’eccellenza è doveroso prostrarvisi con deferenza: questo solo conta. Le scuole e le università italiane forgiano cretini: altra parola non viene alle labbra; arrendiamoci all'evidenza. Il declino dell’intelligenza e la parallela mancanza di un solido retroterra classico si accompagnano, sempre, a un’arroganza senza pari. Riconosco in tale assenza di modestia il trionfo della tecnica e la morte della scienza che, invece, si ciba di cautela e distacco. Un qualsiasi imbecille, insomma, superate, più per sfrontatezza che per ingegno, alcune prove di fronte a un citrullo statale, in una materiuzza qualsivoglia (economia? architettura?), si diporta con una protervia da dotto sconfortante e ridicola. Dominare un minuscolo angolo dello scibile umano dona al cretino la sensazione d’essere un’aquila: e non, quale è, un fastidioso moscone. I segni, precisi e inequivocabili, del cretinismo, consistono nella mancanza di profondità. Un uomo intelligente, ciò che servirebbe oggi, ha sempre una visione, ampia e dolorosa, del panorama dell’esistenza; a costo di sacrificare il particolare, egli domina con lo sguardo. Il cretino no: egli ha sempre il particolare in saccoccia; poiché ha studiato proprio quel particolare; ne deriva l’ingigantimento d’esso a lente primaria entro cui riguardare il tutto: con effetti di deformazione concettuale e di buon senso evidenti ai migliori. Il cretino s’impunta su delle sciocchezze, s’incaponisce, spergiura che lì e solo lì è la verità: lui l’ha studiata, infatti, ben quattro anni e deve, quindi, esser quella, caschi il mondo; approdato a una spiaggetta qualsiasi, abbagliato da coralli e inusuali conchigliette, egli può declamare al mondo d’aver scoperto le Indie favolose; salvo poi stancarsi dei palmizî e ripartire alla volta d’un nuovo mondo: non senza aver denigrato quello precedente ch’egli primieramente descriveva alla stregua d’un paradiso in terra, ricco di frutti e panacee e ambrosie inimmaginabili. Allo stesso modo, con la frenesia d’un trasformista, trae auspici da materie inconsistenti; saltabecca qua e là; s’innamora di facezie, le difende sanguinosamente, a spada tratta; poi, anche qui, abbandona quelle che riteneva insostituibili parole d’ordine come un balocco superato, avendone adocchiate altre più sgargianti e rumorose: alla moda; il cretino, insomma, rassomiglia a una pica che si lancia sulle dorature più idiote: nastri, bigiotterie, plasticacce rilucenti; la propria dimora concettuale è ingombra di tale ciarpame. A volte ne azzecca una, certo: gli si conviene, infatti, l’adagio della nonna: “L’orologio rotto segna l’ora esatta due volte al giorno”. Mai dubbioso, sempre perentorio, e militante sul ciglio del burrone dell’offesa gratuita, il cretino ama deridere l’antico: per lui Aristotele e Machiavelli sono inservibili. Giustamente: essendo cretino, un cretino d’acciaio intendo, tetragono alla pudica intelligenza, rifugge l’universale, la metafora, l’astrazione. Che i più avvertiti ribadiscano che è proprio l’astrazione la base dell’intelligenza: ciò non si confà alla sua albagia da manualetto. Egli vaga nel mondo a capo chino, sbattendo il cranio nella quercia dell’evidenza: che bellamente continuerà a ignorare. Gl’insulsi sassetti che qua e là va collezionando, con l’occhio sbarrato da gobbo della sapienza, divengono macigni che han sbarrato un passo augusto: seguiranno tomi. Le vette, no, non gli piacciono. E nemmemo i montarozzi. Le metafore e le allegorie, poi, riescono ostiche, astruse al suo comprendonio col paraocchi; per ciò stesso i cretini tengono in poco conto, lato sensu, la poesia: intesa come sublimazione del particolare e volo, di squassante liberazione, sulla Verità. La locuzione dantesca: “sotto il velame de li versi strani” è, per i cretini, una sciocchezzuola; in tal modo essi si condannano al transeunte, al pettegolezzo cangiante, alla rivelazione da tre carte, al triplice canto del gallo a Gerusalemme. L’allusione, la finezza, l’indicazione casta d’un mondo altro, totale, che renda ragione proprio del fluire storico minuto e ingannevole: il cretino non ci arriva, né mai vi arriverà. D’altra parte è stato addestrato a questo, al disprezzo di ciò che poteva salvarlo: da decenni. L’utilitarismo scientista gli è entrato in circolo, egli intende solo quello: come i dotti cretini di Laputa, che impiegano il breve tempo mortale nel tentativo di estrarre energia solare dai cetrioli:
“Non ho mai visto persone più goffe, inette e impacciate nella vita di tutti i giorni … sono pessimi ragionatori e hanno un senso spiccato della contraddizione, salvo quando sono nel giusto, il che accade di rado … Non sanno cosa sia immaginazione, fantasia, invenzione. Quello che mi meravigliò più di tutto fu il loro interesse inesauribile per la novità e la politica: s’interessavano senza sosta degli affari pubblici, sputavano sentenze sul governo dello stato e disputavano con passione e sottigliezza incredibile le idee di un partito”.

Ma non intendo dare troppo credito alla Cina. Rispetto al nostro deserto essa rileva ancora come un ricettacolo di razionalità e strategia: presto, tuttavia, comincerà per essa un lungo tramonto, allo stile occidentale. Sindacalizzazione, edonismo, diritti civili. I loro tipi eminenti son già cittadini del mondo, orientali per caso. Basti vedere i volti degli ultracapitalisti al comando: senza patria, di bell’aspetto, facondi nell’esperanto del potere, universali, monarchici. Alcuni esemplari di tal fatta possono gustarsi nel recente Crazy & rich, film diretto dall’apolide Jon Chu (Jonathan Murray Chu) e tratto dal romanzo Crazy rich Asians di Kevin Kwan, altro apolide, nipote, rispettivamente, di un banchiere e del fondatore d’una chiesa metodista: ambedue d’ascendenze cinesi. Altri titoli di Kwan: China rich girlfriend e Rich people problems. Come Beautiful è popolato da ricchi scansafatiche erotomani di Los Angeles, così i romanzi di Kwan (e il film di Chu) debordano di nuovi ricchi dell’Estremo Oriente. Le ambientazioni sono lounge, da Sex in the city: ciò che residua del WASP ariano convive felicemente coi nuovi limoncini da 1%, mezzi ebrei mezzi malesi mezzi giapponesi mezzi daiacchi o britannici, ma ricchi, e graziosi assai, scattanti e palestrati, nonché disinvolti, di quella disinvoltura che recano i pezzi da cinquecento euri.
Fra loro resiste, sulla via dei sessant’anni, in ottima forma, Michelle Yeoh, già signora Jean Todt.
È il Mondo Nuovo a proporsi sulla scena, qui nella sua declinazione bastardo-orientale.
La Cina, insomma, scomparirà, come ha fatto l’Italia dei cretini, ma con atarassi secolare. Intanto i Ridge e le Brooke di Singapore e Pechino, principi e principesse del Catai, si godono la vita a New York, Tel Aviv e Dubai. E, sono sicuro, non comprano “La Verità” di Belpietro per sapere se è uscito il decreto su Genova.

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