Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 21 settembre 2018

Alceste il poeta - La proposta si fa strada a forza, le convinzioni di essere determinanti, di partecipare a quel magma, a quel confronto serrato implicito, in cui solo le idee valide hanno la possibilità di avanzare e di creare l'Egemonia Culturale, per creare alternative reali affinchè insieme ci si riesce a emanciparsi. Sporcarsi le mani e la mente, quotidianamente, con costanza con sforzo, a volte con umiltà altre volte con sicurezza e superbia, per la comprensione della totalità della riproduzione sociale, l'unico strumento per divenire classe dominante

Merde, alors!


Roma, 18 settembre 2018

In tale blog la merda è stata evocata più volte. Benché sia refrattario al turpiloquio nonché alla coprolalia discorsiva, trovo assolutamente deliziosa la risposta di tale Jean Asselborn a Matteo Salvini. Un apprezzamento insidiato dal rimpianto: avrebbe dovrebbe essere Salvini a rivolgerla ad Asselborn. E perché avrebbe dovuto? Con tale parola, se davvero fosse un conducator, egli avrebbe affossato simbolicamente il concetto stesso di democrazia europea. Un taglio netto. Ma Salvini è grasso. L’ho sempre detto. È l’attor giovane di destra. Quello di sinistra è, oggi, Luigi Di Maio, abile a sostituirsi, grazie alle intuizioni del maggior stratega d’Italia, Beppe Grillo, la Bocca della Verità, ai teneri esserini di sinistra, fatui e corrotti, colati fuori dei cessi del Sessantotto e dintorni. Entrambi, Salvini e Di Maio, a modo loro, sono grassi. Pasciuti. Non soffrono. Credono, fermamente, irrefutabilmente, alla democrazia. Al funzionamento democratico delle istituzioni: italiane, europee, internazionali. Ogni tanto sbottano, come certi mariti nei riguardi delle mogli: mai, però, si augurerebbero una separazione o un divorzio. Divorziare, in pieno 2018, equivale a dormire in auto lungo i marciapiedi della vita. E allora si dà in escandescenze, di tanto in tanto; si bofonchia; si lanciano dichiarazioni da wrestling.

Lo so, ho deluso taluni. Ma cosa posso farci? Sulla lunga distanza si delude sempre qualcuno, a parte la mamma.

Il wrestling americano lo si guarda con la bocca semiaperta dallo stupore. Chi non sa che quelle sono pagliacciate? Eppure si tifa. Gli sceneggiatori di tale farsa, americani sino al midollo, conoscono i propri polli da batteria: approntano gli spettacolini psicologici manichei più rozzi e incredibili: e gli spettatori ci credono! Attenzione: anche quelli che dicono di non crederci vi prestano fede! La loro coscienza lo esige: credere a qualcosa è sempre meglio che recare sulla spalle martoriate della postmodernità un irridente scetticismo! La lotta wrestling, le tenzoni, i dissing: a confronto Bud Spencer e Terence Hill sembrano Ionesco. Sul ring sfilano: il nazionalista col bandierone americano; il cattivo mediorientale; il buono irlandese; il buono di colore; il cattivo ariano; il cattivo scorretto, ma simpatico; il buono vittima dei cattivi organizzati; il buono che vince sul cattivo in un ultimo anelito da Fort Alamo; il cattivo che vince col trucco. In mezzo: invidie, rancori, storiacce: tutto inventato di sana pianta. E tanta ciorgna, per usare una parola cara a Lidia Ravera, autrice di Porci con le ali. A tale caravanserraglio di allucinato kitsch, ricco di papponi, mafiosi e idioti steroidei, aderì, con una disinvoltura straordinaria, Donald Trump, una delle nostre ultime, flebili, speranze.

Tutto finto, stupido; di una stupidità talmente crassa che si potrebbe affettare con il coltello dell’intelligenza più ottuso. Eppure ci si crede. Ci credono. E, come detto, questo il dato di sconvolgente importanza, anche chi non ci crede, in fondo, vuole crederci: anela crederci. Al wrestling. E alla democrazia. Una barzelletta, ma ci dobbiamo credere! Riflettiamo: cosa ci rimane? Per dimostrare a noi stessi che non siamo iloti, muli da stanga, criceti da ruota di un basso edonismo, ma cittadini liberi! Citoyens! Uomini liberi in una libera democrazia! Non ci resta che votare! Il segno di Bertoldo, la croce da analfabeti, simboleggia il filo d’acqua della credulità a cui ci abbeveriamo con la foga d’una latente disperazione. Dobbiamo votare! E credere che i voti, quei nostri voti, nero su bianco, passino, con fedeltà democratica, a essere concretati, da figuri sconosciuti e sbracati presso il seggio elettorale, sino a numeri oggettivi; che tali numeri, che presumiamo, senza saperlo!, oggettivi, vengano recepiti, con rigore asburgico ed efficienza disinteressata, da anonimi passacarte digitali al Ministero degli Interni, secondo regolamenti, di portamenti, abitudini, gerarchie, leggine, prassi di cui nessuno (e dico: nessuno!) conosce l’intimo funzionamento. A parte i custodi e le vestali assegnati a tali rituali massonici. E, poi, credere che tali voti, resi definitivi e pubblicizzati urbi et orbi dalle televisioni e dai giornali meno credibili dell’Occidente, contribuiscano a eleggere (a rendere eletti!) figuri a noi sconosciuti, e creder, perciò (conseguenza mirabile, questa), che tali elementi di scarsa intelligenza e moralità e comprendonio operino secondo le nostre aspettative! Per cinque anni! Siamo al miracolo! Alla fede inconcussa! All’accettazione immediata e fideistica del sanguinamento dei pani di Bagnoregio! Da una “X” buttata a casaccio, dopo una campagna elettorale confusa, incomprensibile, viziata e demente, arrivare al nostro rappresentante ideale: di classe, di sentimenti, d’azione! Una ascesa mirabile, celestiale, beata! E ci si crede! Si crede all’ascesa! E non alla discesa, gnostica, di eone in eone, dall’Uno Perfetto alla Materia Inorganica, dalla bocca al culo insomma, per cui la buona fede nella “X” si deteriora, si peptonizza, lungo l’apparato digerente dello Stato, falso e mistificatore, sino a produrre ciò che produce ogni apparato digerente. E le breccole di risulta le chiamiamo eletti! Rappresentanti del “poppolo”! Democratici! Questo è davvero misticismo progressista!

Joe Dante, nel suo Soldato maledetto, illustra con candore la truffa dei riti democratici. Se il risultato elettorale non ci piace lo cambiamo: che problema c’è? afferma con nonchalance la mammasantissima del Partito Repubblicano, modellata sulle forme propagandistiche di Ann Coulter. Joe Dante è un ingenuo progressista, ovviamente, e quando rivela tali magagne allude solo all’elezione pre-Twin Towers di G. W. Bush. Un limite preciso dei liberal americani. Che i Bush e i Clinton (cinque mandati presidenziali) siano fratelli nella Monarchia Universalis (che servono con fervore) a Joe Dante manco passa p’‘a capa.

Dobbiamo disfarci del mito democratico, delle elezioni, del cambiamento … si vota per cambiare! Certo, si vota sempre per cambiare, e per cosa altrimenti? Anche Clemente Mastella, recentemente riverginato dalle sentenze e dalla pietosa istituzione della prescrizione, si candidò a sindaco di Benevento per cambiare: e fu eletto, a stragrande maggioranza! Sindaco di Benevento. Cambiamento. Mastella.

“Merde!”, si favoleggia controbattesse il generale Cambronne a Waterloo, agli inglesi che ne intimavano la resa. Su tale bisillabo è opportuno evocare Victor Hugo. Ne I miserabili egli si effonde su Pierre Cambronne con un panegirico assai interessante: “Fulminare con tale parola la folgore che vi uccide, è vincere. Rispondere così alla catastrofe, dire questo al destino … far in modo da restare in piedi dopo essere caduto, annegare in due sillabe la coalizione europea, fare dell'ultima delle parole la prima mescolandovi la folgore della Francia, chiudere insolentemente Waterloo con il martedì grasso, completare Leonida con Rabelais … perdere il terreno e conservare la storia, dopo quella carneficina far ridere alle spalle altrui”.

La “merde” di Cambronne assomiglia allo sguardo del genio di cui parla Leopardi: avere contezza immediata, totale, dello sfacelo significa elevarsi sino alla vittoria. Lo stesso affermò Pascal: di fronte a ciò che ci sovrasta nella distruzione noi opponiamo l’intelligenza: anche qui la vittoria. Quando tutto sembra perduto l’unica via di ritrovare sé stessi è il rifiuto totale. Attenzione! Quando vi dite, nell’animo: votare non serve a niente! In tal caso non siete sinceri! Lo so! Il vostro è ancora un “no” che contiene un residuo di “sì”! Un “no” che sia un “no”, l’inconcepibile, ontologica, possanza del “no” evangelico: ecco la cruna dell’ago, la porta stretta! Si può passare la vita ad aspettare la pienezza di quel “no”! A volte si muore senza averlo mai pronunziato! La porta stretta, la cruna! Solo quando l’anima, affinata dal fuoco del dolore e dalla verità, dirà un “no” che è un “no”, senza residui e riserve, un “Merde, alors!”, allora saremo pronti per osare. Solo allora! Merde, alors!

Di fronte alle scariche di fucileria inglesi i granatieri di Cambronne si fecero massacrare. Rileggete le ultime parole: "si fecero massacrare". Questo, oggi, in tempi di strage delle illusioni, è impossibile. Quei soldati, quegli uomini, erano antropologicamente diversi da noi, come una scimmia da un santo. Tutto è avvenuto in un paio di secoli. Riflettere su quel “si fecero massacrare” per maturare il “no” definitivo: questo il compito a casa. Avete anni a disposizione.

La famiglia, in assenza di comunità, indebolisce: questa un’altra, durissima, verità.

Perdere tutto: mi piace. Dire “no” a tutto, radicalmente. No, non serviam, merde!, preferirei di no. Fine dei giochi, dei teatrini. Dopo centosettant’anni un nuovo spettro si aggira per l’Europa: il “no” irriducibile, assoluto, alla democrazia. Non alla democrazia quale concetto, ma alla democrazia salma, pus, mummia, cartapecora. No. Ecco il credo, il programma inscalfibile, ciò che rende tremebondo il potere. Sapere che, sotto le ceneri dell’entropia morale, dell’edonismo, dell’amoralità, del dominio finanziario, cova non un risentimento, ma una scelta inconciliabile e opposta che mette sé stessa in ballottaggio con la morte. No.

Dracula, in forma di pipistrello, aleggia fuori delle finestre della camera da letto di Lucy Westenra. Un piccolo colpo ogni tanto, sul vetro: la dolce insistenza del predatore. Lucy avverte una strana urgenza nelle viscere, la sensazione che una forza maestosa voglia farla cedere; il rilascio delle membra, la voglia che risale lungo le cosce nude. Basterebbe aprire la finestra per placare il desiderio e diluire sé stessa nell’estasi; nonostante la razionalità detti i suoi comportamenti, ella già pregusta, nell’angolo dell’anima esposto all’annullamento, il deliquio, la disfatta, l’orgia bestiale di sesso e sangue. Se fosse davvero forte potrebbe dire “no”, un “no” definitivo, e Dracula sarebbe sconfitto: un vampiro, se non invitato, non ha il potere di varcare la soglia delle case. Ma Lucy, trasognata e bramosa, già si alza: nei brevi attimi fra il giaciglio e la finestra sappiamo che dirà “no”, ma un “no” senza convinzione, un “no” che diverrà un “sì”.

La ritroveremo pagine dopo, le labbra “tinte di sangue fresco, che lungo il mento le colava sul bianco candido [della] veste - ora aperta, in sensuale disordine, sul petto - che doveva essere il suo abito da sposa”. Stringe a sé, voluttuosamente, un neonato, sua prossima vittima.

Anche la protagonista di The addiction potrebbe dire no alla vampira Annabella Sciorra, anzi è la vampira stessa a incitarla: dimmi di no! dimmi di no! Ma negare, negare definitivamente, equivale a passare per la cruna di un ago.

Alla “merde” di Cambronne dedicò un atto unico Sacha Guitry: Le mot de Cambronne, appunto. Guitry lo traspose in cortometraggio cinematografico nel 1937. Egli impersonava il generale, ovviamente: a riposo, svaporati i fumi della cordite e del sangue, la petulante moglie inglese al fianco. La parola in questione rimane sospesa nell’aria per tutti i quaranta minuti, maliziosamente inespressa; un colpo in canna che nessuno si decide a esplodere: nel consueto turbinio di garbate chiacchiere e lepidezze: ciò in cui Guitry è maestro. Alla fine sarà la servetta, graziosa quanto imbranata, a esclamare il memorabile bisillabo: sol perché ha lasciato cadere un vassoio.

Sacha Guitry è un altro genio misconosciuto, e lo diverrà sempre più. La parola d’ordine PolCor: l’ultima cosa è sempre la migliore. Il passato è inservibile: lo si dimentichi, quindi! Il sottoscritto, invece, ama proprio il passato; e, ancor più, si delizia nell’assegnare onori postumi, nel classificare, nel riscoprire e rivalutare ciò che rileva nella costellazione della storia (almeno quanto ama seppellire e ricoprire nella dimenticanza ciò che fu immeritatamente recato agli altari dalla mediocrità del conformismo).

Sacha Guitry, questo grande imbonitore, argutamente cinico e facondo, ingannevole nella brillante leggerezza con cui ammanta la profonda conoscenza del meschino animo dell’uomo. A suo modo un moralista classico. Come si fa a non amarlo? Ho ucciso mia moglie, Le perle della corona, Erano nove celibi, Il romanzo di un baro, Facciamo un sogno… e Quadriglia, una storiella di corna in fondo … bugie, ravvedimenti, rabbonimenti, permutazioni; e una sequela di chiacchiere … si viene rapiti da continui mulinelli di brevi facezie, motti, insinuazioni, allusioni … parole, parole, parole … il piacere della conversazione, del monologo: arti ormai in disuso. Chi costruisce più tali impalcature verbali? E soprattutto: chi è in grado di sostenerle, sul palco o, in secundis, di fronte alla telecamera? Per reggere una parte occorre essere attori, ovvero: attori di teatro, temprati dalle bizze e dalle cattiverie di un pubblico variopinto, imprevedibile e stizzoso. Temprati: infuocati dalla sincerità della contumelia e del dissenso, e raffreddati, di colpo, in una detumescenza felice, dagli applausi e dal tributo disinteressato; sera dopo sera, ad affinare copioni e battute, in un’alternanza che costruisce l’acciaio del mestiere, passo dopo passo. Che bravo Guitry con le parole! Ci gioca! In Quadriglia assistiamo a mezz’ora di battibecchi fra lui e la deliziosa fedifraga Gaby Morlay! Mezz’ora e non un briciolo di noia! Tale è l’arte.

La servetta che lascia cadere il vassoio in Le mot de Cambronne è Jacqueline Delubac, la Louise Brooks di Francia. Anche lei … deliziosa, deliziosa! Capisco … comprendo, signori, gli sdilinquimenti di Cèline per le ballerine, per le forme affusolate, aggraziate … la gioventù che trabocca discreta dai lunghi muscoli del corpo, impercettibilmente guizzante, attimo dopo attimo, e coperto d’un velo impalpabile di sudore … il delizioso afrore sulle tempie, dopo le prove, verso l’attaccatura dei capelli dove consegnare un bacio leggero e voluttuoso: e quanto voluttuoso! Ci piaccion le ragazze, via! Dobbiamo ammetterlo. Si vuoti il sacco! Mi piacciono, mi ci sciolgo … la leggera peluria sulla nuca … le caviglie delicate, i talloni nudi … spesso arroganti, di una giovanile arditezza, irrequieta e schietta, amabilmente incompiuta, inconsapevole della sua forza … le silhouttes nervose e scattanti … la vita, fremente, da cingere con le mani e addomesticare sino a noi. Guitry si invaghì perdutamente di Jacqueline Delubac: non una grande attrice, certo, ma una indimenticabile presenza. Osserviamola: una aristocrazia sorgiva ne permea le movenze, il sorriso segue lo spalancamento naturale e sbarazzino degli occhi chiarissimi … in alcune sequenze Sacha deve contenersi per non sbaciucchiarsela … lo capisco … le circonda le mani, cicala, prende tempo, vibra in tutto il corpo … Jacqueline, Jacqueline … capisco Céline, Guitry e me stesso … a Macron e Asselborn certi tipi fisici non dicono nulla, comprendo anche questo.


Tali inclinazioni non escludevano estasi veneree davanti a tipi più terragni, certe adorazioni stillanti delle pagnottone … da stringere a piene mani ... eravamo fatti così ...


Totò si innamora di Franca Faldini: alta, sottile, bruna: una bella sefardita ventenne dagli occhi cerulei. “Da quando t’ho incontrata m’è sbottata la primavera in cuore”, dirà il Principe, così scaldato dall’amore da forgiare, inconsapevole, un endecasillabo e un settenario. La Delubac d’Italia gli rimase accanto sino alla morte. Qualche abitante di via Boccea, l’antica Cornelia dei Romani, ricorda ancora la coppia mentre si recava all’ospizio dei trovatelli, un canile di più di cento randagi, che Totò finanziava personalmente. Il Principe si accoccolava, quasi cieco, fra i suoi amici muti, commovendosi alle storie dei loro scampati pericoli, agli uggiolii, alle manifestazioni festose. Non c’erano caporali lì, solo animi sinceri.


Rinunciare alla democrazia per salvare l’Italia. Come faccia a reggersi in piedi l’Italia, peraltro: tale è una questione su cui meditare. Lavorare, si lavora in pochi, oramai, a meno di non considerare lavoratori italiani gli immigrati afghani, bangladini, cinesi e ucraini. Un esercito di pensionati, neonati e studenti italici assiste alle manovre delle minoranze lavorative senza troppo comprendere il disastro. Minoranze che vantano, al loro interno, ulteriori sacche minoritarie, che non si danno, lo vedo tutti i giorni, troppo disturbo: rappresentano la cosiddetta pubblica amministrazione. La pubblica amministrazione serve sé stessa: si occupa dello Stato per racimolare granaglie in grado di salariare il proprio stesso corpaccione. La capacità di sveltire gli itinera burocratici (la mission essenziale, per usare una locuzione idiota) è prossima allo zero; la PA serve, anzi, a scoraggiare. Poiché infiltrata, inevitabilmente e irreversibilmente, da politicanti e maneggioni privati, essa non ha alcun interesse a facilitare i migliori (figuriamoci a finanziarli con giudizio: sarebbe troppo); ciò che gli preme, quindi, è frapporre alla loro azione quanti più ostacoli possibili. Se i migliori, infatti, prosperassero, i clientes dei politicanti (dei maneggioni; e della pubblica amministrazione stessa), dovrebbero guadagnarsi medaglie, bandi e finanziamenti sul campo. E quando mai! Meglio schiacciare la testa dei migliori sotto il livello dell’acqua, allora. Con mille trucchi. Polizia locale, burocrazia minuta, fisco, magistratura: falangi compatte si oppongono all’imbecille col ghiribizzo pernicioso dell’impegno civile e della libera e sana intrapresa capitalista. Il poveraccio si dovrà, perciò, acconciare al ribasso, al suo orticello, senza farsi troppo notare; se è fortunato il patriziato del nulla gli concederà uno strapuntino da cui evadere tasse e imposte, con cautela, ed elemosinare appalti, bandi e facilitazioni, caduti, nella foga della voracità, dal desco della marmaglia. Se il tale sarà ancora più fortunato, e abile (di un’abilità viscida e anguiforme), verrà addirittura cooptato nei peggiori. Ad minora!

Gli Italiani sono una minoranza. Mi viene in mente il passo d’un libro di Sandro Onofri: “In due giorni che sono qui, però, ho già avuto modo di rendermi conto che le riserve indiane non sono riservate agli indiani. La maggior parte dei paesi che spuntano da questa terra piatta e verde lungo le vie di comunicazione più importanti, sono, in realtà, comunità ingannevoli. Per le strade, appoggiati indolentemente ai muri delle case, o seduti fuori ai bar, si vedono, è vero, solo indiani. Ma dentro ai negozi, dietro ai banconi dei fast food o degli empori, sono esclusivamente bianchi”.

Rinunciare alla democrazia, ripristinare la legge marziale, da estendere nelle scuole.
Un parente mi spedisce un messaggio via whatsapp: “Perché non mi ai chiamato?”. Questo tizio ha svolto, per più di trent’anni, un ruolo non banale nei comandi centrali dell’Esercito Italiano (è andato a riposo, a poco più di cinquant’anni, con seimila euri mensili: da quel che ho potuto appurare). Nonostante alcune vicissitudini matrimoniali, che ne hanno drenato parte delle risorse patrimoniali (fra cui tre case: una in città, una in montagna, una al mare), tacitata la megera con qualche tallero e minacce assortite, ora se la spassa alla grande. Avrei voluto rispondergli: “Non ti ho chiamato perché sei la sintesi di ciò che disprezzo. Non hai mai sparato un colpo in vita tua, hai passato la vita tra ferie, indennizzi, trasferte, scivoli e cappuccini e mi vieni a scassare i cabbasisi? Cerca di capire: ho da fare. Dalla mattina alla sera. E devo spostarmi, dentro Roma, per adempiere ai miei due lavori. E spostarsi a Roma è un terzo lavoro. Hai capito, belinone? Ma quando crepate? Quando vi togliete dalle palle, generazioni di magna a ufo?”. Ma io sono un uomo, tutto sommato, ancora educato. L’ho chiamato e mi sono spiegato: “Ho da fare etc etc”, chiedendogli, altresì, come stesse mio cugino: un graduato dell’Esercito Italiano, un altro essere a cui mi tocca pagare l’esistenza: grasso, con due orecchini ai lobi, invadente, mai preoccupato; la casa l’ha comprata dopo le missioni in Bosnia. Il diploma, invece, venne arraffato come privatista a ventidue anni. Non l’ho mai visto scrivere qualcosa, o leggere un libro; nemmeno un bugiardino, se è per questo. Nemmeno i messaggi whatsapp, che lui spedisce in sintesi vocale. Per colpa sua ho rovinato una bella edizione delle Rime di Guido Cavalcanti, comprate a Porta Portese a euri 2, 50. Un affare. Si trovava sulla mia scrivania, praticamente intonsa. Pregustavo il momento in cui deflorarla, pagina dopo pagina, col mio amato tagliacarte in argento: una telefonata del tipo in questione mi fece ribollire, però. Agganciato il ricevitore presi la prima cosa sottomano e la lanciai contro la portafinestra. Proprio lui, il Cavalcanti! A vederlo deturpato, mi inferocii ancora di più: lo presi e lo strappai furiosamente, non lo volevo più vedere.

A ufo o a uffo: deriva dall’abbreviazione AUF, probabile acronimo di “ad usum fabricae”. Acronimo stampigliato sui materiali destinati all’erezione di chiese et similia, liberi da gabelle, imposte e dazî.

Tex Willer, almeno il primo Tex Willer di Aurelio Galleppini e Guglielmo Letteri: a lui dovrebbero ispirarsi Salvini e Di Maio. Massimo Fini riserva, giustamente, una voce a Tex nella ricognizione sui ribelli. Fuorilegge, piantagrane, difensore dei poveracci, riparatore dei torti, uomo delle istituzioni. Non rileva contraddizione: l’Evangelium del Texano risiede nel diritto e nella giustizia naturali, innegabili e antichi quanto l’uomo; al diavolo le ingannevoli leggi positive, le manfrine democratiche, le gerarchie degli “alti papaveri”, i marmi di Washington e del governatorato statale.
Tex possiede lo stoicismo sorgivo di certi americani delle origini che amano riguardare la vita di sotto lo Stetson, in un congenito scetticismo metafisico ove convivono fatalismo (“Animo, si muore una volta sola!”), volontà d’azione e una moralità basica e granitica: in ciò è assolutamente occidentale, un europeo primevo.
Se l’istituzione va contro il diritto naturale la prende a cazzotti. Memorabili i suoi pestaggi a caporioni dell’esercito, a sceriffi, trafficoni statali nelle riserve indiane, sindaci, giornalisti prezzolati, traditori, latifondisti, lobbisti dell’Arizona, loschi impresari delle ferrovie e quant’altro.
Tex Willer se ne impipa, poi, delle Boldrini: spiana i grugni dei cinesi appellandoli “limoncini”, randella i messicani “mangiatortillas”, raddrizza la schiena ai negri “faccia da carbone” e “Biancaneve”, mette la testa a posto ai “musi rossi” che non rigano dritto. “Musi rossi”: lui, che ha sposato la figlia di Freccia Rossa, capo dei Navajos, adorabile e compianta Pocahontas che gli salvò la pellaccia!
I tripponi li chiama “palle di lardo”, i codardi “conigli”, i ricchi “damerini” e “piedidolci”, le vecchiacce “megere”. Kit Carson, suo inseparabile compagno, sempre lì a bofonchiare, scansa, infatti, le “megere” e si dà alle ballerine. Fra Ginevra Michelle Bachelet e Jacqueline Delubac, Kit Carson non avrebbe esitazioni. E noi con lui.
Grande scandalo ha menato Tex Willer ai nostri tempi tanto da dover essere purificato, a posteriori, more sovieticorum, nelle sue escandescenze verbali e razziali. Negli anni Settanta si leggeva tutto questo profluvio scorretto con gran divertimento. Era un mondo sano, che guardava al diverso con innocua ferocia e allegria; mai col compatimento. Le istituzioni, che distillavano ragioni millenarie, si occupavano della pietà, senza impalcarsi a matrone della bontà universale. Ogni livello sociale era salvaguardato.

Rinunciare alla democrazia: quale eresia! E perché no, dico io. Per salvare la Patria. L’inganno delle parole. Democrazia! L’inganno delle parole … mi sono già effuso su questo. La parola democrazia assomiglia a quei dipinti trafugati nelle chiesette sparse lungo l’Italia e sostituiti con volgari copie. Il falsario adocchia il capolavoro, acconcia una copia passabile; un compare esegue il furto e opera la sostituzione; il committente paga ladro e falsario e si bea della Madonna cinquecentesca. Il committente muore, gli eredi, come spesso accade, sono dei caproni, o gaglioffi indebitati: chiamano un sensale porco che appronti una transazione, una qualunque! Il dipinto, debitamente onesto di dichiarazioni di autenticità, passa di mano in mano sino al museo istituzionale: ora i visitatori possono ammirarlo, dietro pagamento d’una modesta somma, in tutto il suo splendore. Frattanto, in Italia, ci si continua a sdilinquere per una copia: cialtroni, assessori, sindaci, sovraintendenti, sottintendenti cianciano sul capolavoro; ma il capolavoro non c’è più: da parecchi anni almeno. E così la democrazia. Si parla si parla … migliore dei sistemi possibili … Churchill … popolo … elezioni limpide … ma la democrazia non esiste, è parola vuota, copia, simulacro mummificato rigonfio di merda e paglia … la fascia di Miss Italia attorno a una vecchia decrepita … di cosa si parli, poi, io non lo so … voi lo sapete? Martina, Vendola, Tremonti, Cottarelli … la democrazia … lasciamola stare la democrazia … rinunciamo alla democrazia … l’unica speranza è rifiutarla in massa … ma ciò non avverrà … e perché? Perché siamo stati educati a credere nelle “X” e allora vi crediamo, per inerzia da babbei … crediamo, roba da chiodi!, che Salvini sia il suggello della libertà e l’araldo della sommossa sol perché, ogni tanto, dice di pensarla come noi … o, dalla parte opposta, si confonde l’empito di democrazia e libertà di Walter Veltroni con quello di Libero Riccardi nel 1944 … ma Riccardi, che consegnò la propria vita nelle fauci dell’ideale, uno a cui potrei riconoscere il diritto a parlare, non c’è più, come la democrazia.

Se la realtà diviene leggenda è la leggenda a vincere, dice un protagonista di Liberty Valance. La leggenda della democrazia ci è fatale. Come nel film Liberty Valance: l'eroe John Wayne nella realtà non combattè mai al fronte; il piedidolci John Stewart fu, invece, plurimedagliato di guerra. Scherzi del mondo al contrario.

Marco Pannella, nelle sue interminabili concioni televisive su Teleroma 56, si riempiva la bocca, vorace, di democrazia. La democrazia americana, la democrazia anglosassone, la democrazia del maggioritario uninominale, la democrazia contro il fascismo, il comunismo, il cattolicesimo, il Paese antico, sconfitto: il paese rudere e anticaglia, secondo lui: atavico, rurale, italiano, inservibile al Mondo Nuovo. La democrazia, panacea, piramidone d’ogni male, nardo, balsamo. La democrazia, non una realtà, ma solo una parola, enfiava la propria inconsistenza fattuale nella tumescenza sensuale dell’ideale. La troppa democrazia colava dall’angolo della sua bocca lungo il mento, come il sangue peccaminoso di Lucy Westenra.

Quando finirà questa mascherata saremo davvero liberi. A questa conclusione non sono arrivato logicamente, ma per una tortuosa fenomenologia. Non ho assi concettuali nella manica, né citazioni da offrire a un pubblico famelico di tali sciocchezze. Una carenza di credibilità accademica mi espone ai dardi dei tecnici e degli inservibili creduloni della libertà. Cosa posso opporgli se non le verità esposte in evidenza?

All’Italia servirebbero i Diecimila, non altro … sono un paio di decenni che li ricerco. Se riandate all’inizio del blog (il primo post è del 2015 circa) potrete scoprire che affermo le stesse cose di oggi: l’altroieri, però, dicevo: 28/32! Ieri: 14/16! Oggi dico: 7/8! Mi sono scarnificato concettualmente …

Di una cosa sola posso vantarmi: non ho mai saltabeccato qua e là in cerca di clic.

Diecimila che credano a loro stessi e a tale verità, storica e inconcussa: se la dorata leggenda (le chiacchiere che dobbiamo compitare a memoria sulla democrazia) confligge con la realtà, una realtà pur tetra e urtante, allora non possiamo che rifiutare tale dono e prendere la strada del bosco.
Oggi tutto ci grida all’inganno.
Che resta da dire?
Merde, alors!

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