Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 3 ottobre 2018

Alceste il poeta - la verità si occulta in piccoli paragrafi di tomi sterminati

La messa è finita


Roma, 1 ottobre 2018 


La lettura non mi è mai piaciuta. Leggere per leggere: lo trovo un esercizio grossolano. Leggere per conoscere: ecco, questa è una pratica spirituale che mi ha sempre accompagnato nella vita. Scandalosa, certo, tanto che molti ex conoscenti, che avevano contezza della vastità della mia biblioteca personale, non si capacitavano: “Ma come, non ti piace leggere? E tutti quei libri cosa li hai a fare?”. Gli rispondevo: “Per leggerli, ovviamente”. E quelli non capivano. I libri sono cose preziose poiché contengono preziose verità. E spesso la verità si occulta in piccoli paragrafi di tomi sterminati (I miserabili di Victor Hugo, a esempio, li ricordo solo per le due pagine su Pierre Cambronne). A volte la verità coincide con l’opera stessa: è il caso delle memorie di Marco Aurelio; altre è contenuta nella bella menzogna oppure ci brucia retrospettivamente, a libro letto e, quindi, morto.
Quando lessi I proscritti di Ernst von Solomon, in anni verdi e privi del sale della sapienza, lo compresi a metà: operina revanscista, filonazista, generata dallo schianto della Prima Guerra, col Kaiser in fuga; riposi il libro, nella scaffalatura più alta; intanto la vita, spietata, avanzava, un giorno dopo l’altro, arricchita da esperienze e illusioni nuove, depauperata da disillusioni spaventose: ed ecco che quelle righe, improvvisamente, ritornarono alla mente, senza neppure sapere perché; apparentemente neglette, ma ora rinverdite da una imprevista e sconvolgente resipiscenza. 

Dice uno dei protagonisti de I proscritti, un reduce, un giovane veterano, dalla parte dei Freikorps, pur di volgere le parole all’azione: “Ma si tratta della lotta contro l’Occidente! Della lotta contro il capitalismo! Diventiamo comunisti! Io sono pronto a venire a patti con chiunque combatta dalla mia parte!”.
Anche Céline aveva ragione: ve lo ripropongo, a sazietà:
“Le nazioni non moriranno perché i loro uomini di stato sono nullità, i loro governi troppo cupidi, troppo ubriachi o troppo pederasti … i loro ambasciatori troppo chiacchieroni o perché esse stesse … son diventate troppo arroganti, soprassaturate di ricchezze, schiacciate dalla loro industria, troppo lussuose o troppo agricole, troppo sempliciotte o troppo complicate. Tutto questo è senza rilievo, bazzecole passeggere, semplice cronaca della storia … una nazione si rialza … solo a una condizione, questa condizione assolutamente essenziale, mistica, quella di essere rimasta fedele attraverso vittorie e rovesci agli stessi gruppi, alla stessa etnia, allo stesso sangue …“
A ripensare a queste verità, che riconobbi, volente o nolente, per ciò che sono, dopo decenni spesi dalla parte del conformismo, non si può che riandare a Rimbaud:

“Mille sogni, come calde merde d’una vecchia
piccionaia, fanno in me dolci bruciature …”

Sogni, rêves; anzi, ricordi, perché i ricordi non sono che il sogno del passato, terra ormai impalpabile. 
Quanto tempo perso, quanta stupidità! Il pensiero di ciò che fummo reca dolci bruciature: con esso, infatti, torna dolcemente la giovinezza; e però ci si accorge della vanità di quel tempo.
Persino Nanni Moretti, il Sessantottino pentito e oggi senza casa e legge, nonostante i cedimenti alla burocrazia del PD, celebrò le dolci bruciature. Fabio Traversa dice a Nanni, alias Michele Apicella, in Palombella rossa:

“Ti ricordi … ti ricordi … ti ricordi … ti ricordi … avevamo preso un picchiatore fascista, uno molto noto nella zona, l’abbiamo insultato e l’abbiamo costretto a girare attorno alla scuola con un cartello appeso davanti su cui c’era scritto … e Michele era lì, in prima fila”
“Che scena orribile. Ma davvero è successo tutto questo?”
“Certo”
“C’eri tu e c’ero anch’io”
“Io c’ero?”
“Tu c’eri, sì”
“Io? … c’ero?
“C’eri”

C’ero io, c’eravamo tutti. E parecchi ci sono ancora! Ma io no. Non adesso, non ora.
Michele Apicella riguarda il passato e si accorge, solo ora, della verità.
Io, per me, mi ricordo di Ernst von Solomon e Céline, e scopro ciò che avrei dovuto scoprire trent’anni fa, almeno.
Il vecchio Nanni, un reduce anche lui, lo incontro regolarmente a Monteverde, seduto a uno dei bar della zona. Spesso solitario, intrattabile e immusonito. Un misantropo, con o senza cappuccino. Il suo capolavoro, e lo è davvero, rimane La messa è finita: lì si toccano con mano, nel 1984, sei anni dopo l’exeunt omnes generazionale concretato nel corpo crivellato di Aldo Moro, le macerie, les décombres; le polverose rovine di un crollo: non dell’ideologia socialista, ma di ciò che distrusse l’ideologia socialista: la sinistra sessantottina, la rivoluzione colorata par excellence a cui paghiamo ancora interessi usurari. 
Moretti forse non è il primo a comprendere, ma sintetizza quella disfatta prima di tutti; i reduci del Sessantotto e dintorni, la bolgia della stupidità, l’insulsaggine intellettuale di chi fu usato contro la razionalità. Moretti comprende la dissoluzione del pensiero forte (il movimento socialista, preparato da due secoli di morti e lotte) e di come i sinistri l’abbiamo dissolto in un pulviscolo di sciocchezze. Ecco, ci illustra le parabole esistenziali di quel mondo: l’ex terrorista, il depresso, il gaudente, lo spiritualista d'accatto, l'opportunista. I morti per nulla. Le bruciature. Anni e decenni perduti dietro a goffe meschinità, a rivendicazioni idiote, agli Indiani Cicorioni, alla goliardia, alla coprolalia, ai capataz da quattro soldi, ai figli di papà che aizzavano alla lotta preparando, al contempo, il concorsone truccato al ministero … quanto tempo quanta stupidità, un uragano di imbecilli … e ora? Il sacerdote de La messa è finita sceglie l’escapismo, come me: vola in Patagonia, a espiare il cretinismo d’antan, non senza concedersi un ultimo desiderio: la scena del ballo finale, in cui tutti i personaggi vengono riconciliati, a negare la realtà che fu: una minuscola e poetica menzogna che, in fondo, ci sta bene …
Il passato è una terra incognita … anche questo ho capito. Ne La sapienza greca di Giorgio Colli, tre volumi di inestimabile valore, lessi questa stranezza, tanti anni fa. I Greci provvedevano non solo aruspici del futuro, ma anche del passato. Il passato cela un senso reale che, quando lo vivemmo, rimase inavvertito. La decrittazione del passato. Gli indovini di ciò che non è più e ancora agisce:


"Con ... [Epimenide] si mostra per la prima nella su maturità conoscitiva il fenomeno della divinazione ... Ma ... qui, nella sfera di Apollo, Epimenide lascia trasparire un'anomalia: una buona fonte ci informa che la sua eccellenza divinatoria non era rivolta al futuro, bensì al passato. Viene in mente il mondo misterico, di cui la poesia orfica è un riflesso, e la sua accentuazione della memoria come potenza catartica: nel recupero del passato è la nostra salvezza, perché nel passato svanisce l'apparenza e ci è concesso di vedere il dio, di essere noi stessi divini".


Di vedere, faccia a faccia, la verità.


Ti ricordi … ti ricordi … ti ricordi … ti ricordi …

Mi capita fra le mani un libriccino consunto, del 1973. Titolo: L’ombra del fez. Il fascismo nelle scuole, a cura di una tale Fernanda Fiorano. Nel saggetto si esamina l’infiltrazione delle “squadracce” fasciste nei licei e nelle scuole superiori; a corredo della ricognizione l’autrice allega un florilegio di episodi, desunti dai brogliacci del tempo, sulle aggressioni, intimidazioni, assalti degli studenti di destra (FUAN e dintorni) contro gli studenti democratici (e antifascisti, ovviamente) che difendevano la libertà et cetera et cetera.
A pagina 86 si legge:

“Lo studente Luca Odevaine, di 15 anni, del liceo ginnasio Goffredo Mameli, viene aggredito da quattro teppisti mentre torna a casa in motoretta, sulla via Cassia”

Vuoi vedere che …? Ma sì, è lui. Liceo ed età coincidono. Liceo Mameli, al quartiere Parioli. Quindici anni, classe 1956. Luca Odevaine. 

Da Il Fatto Quotidiano del 17 luglio 2017:

“Odevaine all’uscita dall’aula bunker di Rebibbia sembra un pugile che pensava di incontrare un peso piuma ed è stato travolto da un peso massimo. L’ex vicecapo di gabinetto di Walter Veltroni ai tempi in cui era sindaco e poi componente autorevole del tavolo di coordinamento per l’emergenza immigrati al Ministero dell’Interno, era alla sbarra per i 5 mila euro al mese presi da Salvatore Buzzi negli anni d’oro. Il pm Paolo Ielo aveva chiesto per lui solo 2 anni e sei mesi in continuazione con la pena precedente per gli affari con la Cascina di 2 anni e 8 mesi. Il Tribunale lo ha condannato a sei anni e sei mesi. Quattro anni in più”.

Il processo di Mafia Capitale o quello che è, vi ricordate?
Vado a ricercare la notiziola della Fiorano nell’archivio de “L’Unità”. Trovo la conferma. Al 26 febbraio 1972:



Il quindicenne Odevaine, un martire del fascismo. Da attivo antifascista qual era. Un animatore della lotta contro le squadracce, tanto che l’Unità del 9 novembre 1972 (titolo:Un gruppo di professori reazionari inasprisce il conflitto con la maggioranza degli allievi) riporta le sue parole da Responsabile di Istituto per il PCI. Liceo Mameli. Parioli. I^ D. Un tipo tosto.



L’anno seguente, 22 novembre 1973, "L’Unità" riporta un’altra aggressione nei suoi confronti.



Non passa un mese e Odevaine è di nuovo al fronte, ferito alla mano. "L’Unità" del 18 dicembre 1973 riporta i dettagli dell’assalto cruento:


Perché tanto accanimento nei suoi confronti? E chi lo sa. Sappiamo solo che, nel febbraio del 1975, alcuni senatori del MSI-DN accusarono proprio Odevaine d'essere il mandante di azioni violente contro studenti e attivisti missini.
La guerricciola insulsa, a favore del potere, si dispiegava allora con forza bestiale.
Beccato il diploma, tuttavia, il paladino degli studenti scompare. 
Sono anni fruttuosi. La carriera decolla subito, boldrinianamente. Tanto da recare Luca, lungo le vie di un cursus honorum inarrestabile, sino agli alti scranni del Ministero (si occupa di migranti, ovvio) e a fianco di Walter “non sono mai stato comunista” Veltroni, sindaco di Roma.
A rileggere queste scartoffie ci si rende conto di quanto sia stato dilapidato dell’Italia. 
Il Partito Comunista, e il deposito calcareo bisecolare di sogni e speranze, è uscito devastato dall’azione della sinistra movimentista e, poi, terrorista e, finalmente, edonista. Due secoli in cambio del palcoscenico per quattro guitti; e via. Poi venne la Renault Rossa a sancire simbolicamente la capitolazione finale. Già nel 1972, tuttavia, a leggere, col senno attuale, “L’Unità”, ci si rende conto dell’incipienza della disfatta. La prosa del giornale è goffa, pesante, facinorosa, fatua, parziale. Vi si rinvengono tutti i difetti del sinistro in divenire, quello nemico dell’Italia e dell’italianità, servo, consapevole o meno, dei padroni del vapore, quelli veri. L’ansia di distruzione dell’Italia. L’odio per tutto ciò che grida: Italia. E quel gergo idiota: i democratici, gli studenti democratici … come a dire: gli altri, quelli diversi da noi, democratici non sono … sono carne da macello per la democrazia vera … un istinto truffaldino e partigiano, che è colato giù per li rami sino al 30 settembre 2018, piazza del Popolo, a vivificare le parole blateranti di un Martina qualsiasi. 
Per tacere del resto: “L’Espresso”, in pieno 2018, ritira fuori, in copertina, il Manifesto della Razza e le leggi del 1938; altri ostentano la vaginofilia del MeToo, o quel che è; preclari professori (del menga) raschiano il fondo della loro supponenza per cianciare di populismo e deriva venezuelana; i decani, invece, fra una pasticca e l’altra, e lo svuotamente della sacca del catetere concettuale, sferruzzano il maglioncino della libertà e dell’imparzialità di Mattarella: tanto da materializzare, fra i cachinni, oggi, 1 ottobre 2018, un articolessa sulla prima pagina de “Il Corriere della Sera”: Perché piace Mattarella … a cura del “sociologo” Ilvo Diamanti … il “sociologo” …
Ma torniamo a Luca Odevaine, figura oltremodo interessante, poiché, traverso d’essa, ci rendiamo conto plasticamente di quella particolare scissione propria ai sessantottini e dintorni (signore bene, alti dirigenti statali, punkabbestia, occupatori, studentelli ne fanno oltremodo parte): abbiamo qui, infatti, il sinistro come dividuum. 
Mezzo fanatico, mezzo esoso. 
Il sinistro che crede nei migranti e nell’accoglienza indiscriminata (Refugees, welcome!); il sinistro che, nella metà destra dell’animo, traduce tutto questo in lucro; e viceversa. 
Il sinistro che difende le donne; e però mette su un impero donnesco senza pagare l’affitto al Comune, col ristorantino e i CAF per le migranti e le associazioni che fanno tutto in nero et cetera
Il sinistro che crede nella riqualificazione del territorio e, quindi, occupa abusivamente una proprietà privata facendosi sovvenzionare dalla Regione amica e avviando una lucrosa attività di ristorazione fuori da ogni norma e ASL.
Il sinistro che si occupa di cultura e spazi per la cultura e, quindi, consequenza naturale per lui, si insinua abilmente nei meandri dell’istituzione, facendosi egli stesso istituzione e costringendo, con l’arroganza di ciò che crede diritto, l’istituzione (quella vera) a foraggiarlo. Perché? Perché lui fa cultura e senza di lui vi sarebbe il deserto e per fortuna c’è lui, il sinistro, con la nuova piéce sulle donne migranti e i gay al confino nell’Italia dei populisti ... sono trentamila per il disturbo … fuori busta è meglio … se non si può si trucchino i bandi congegnandoli in modo da farceli vincere … dobbiamo spiegarvi tutto? Per fortuna ci siamo noi …
Odevaine come dividuum: i migranti, certo, refugees welcome, e però, caro amico Buzzi, dammi un cinquemila al mese in nero che ho la bella vita da mandare avanti … e viceversa … la filantropia disinteressata si intreccia alle fascette da cento e cinquanta euro … giustificate! Poiché qui si opera, lo sappiamo, per il bene dell’umanità, e in pieno illuminismo, contro l’ombra dei fascismi e dei rigurgiti nazionalisti …
Salvatore Buzzi? Buzzi … pure lui un beniamino della sinistra, mago della cooperazione.
Cito dalla prosa stenta di Wikipedia:

“Salvatore Buzzi … inizia a lavorare in banca … [vivendo] al di sopra delle sue possibilità: usava un auto di lusso e viveva in un discreto apaprtamento con la fidanzata, viceconsole brasiliana. Si finanziava questo tenore di vita rubando assegni della banca dove lavorava che … Gargano ... un pregiudicato ventenne … s’incaricava di incassare. Gargano cominciò a ricattare Buzzi che il 26 giugno 1980 lo uccise con 34 coltellate … [Buzzi] fu … detenuto modello: nel 1983 fu il primo carcerato in Italia a laurearsi in cella”.

Su tale episodio da libro Cuore, la laurea in cella, si effuse, con spirito tutt’altro che profetico, una delle tanti immarcescibili papesse della sinistra: Miriam Mafai. Leggete l’articolo, pubblicato su “Repubblica” il 30 giugno 1984, resoconto di un convegno tenuto il giorno prima: “29 giugno”. Leggetelo sino in fondo, leggete i nomi: Vassalli, Vetere, Bozzi, Galloni, Martinazzoli … considerate, da subito, l’irrealismo sessantottino, quel considerare i “diversi” come normali, gli assassini come materia da redimere contro le credenze del volgo che, ignorante qual è, li vorrebbe veder marcire al gabbio … il piagnisteo buonista … la “piccola grande utopia” … l’orrore per l’evidenza razionale … la ottusa predisposizione al mondo al contrario. Eccone alcuni estratti:

“Di quale delitto si sarà macchiato Salvatore Buzzi, il giovanotto bruno e barbuto che sta parlando, dal podio, della necessità di costituire, ‘rispettando la normativa vigente, una cooperativa agricola per la gestione della Tenuta del Cavaliere, ex proprietà Ipab, ora in gestione patrimoniale del Comune di Roma’? Salvatore Buzzi, quando ha finito di leggere la relazione intitolata ‘misure alternative alla detenzione e ruolo della comunità esterna’, stringe la mano a Giuliano Vassalli, presidente della Commissione Giustizia del Senato, a Ugo Vetere, sindaco di Roma, all'onorevole Bozzi, presidente della Commissione per la riforma istituzionale, a Giovanni Galloni, direttore de “Il Popolo" … Siamo dentro il carcere di Rebibbia e Salvatore Buzzi è uno dei detenuti che ha organizzato questo convegno, primo in Europa, nel quale sono i detenuti che parlano di se stessi, della loro condizione, dei loro desideri, dei loro problemi … un convegno come tanti altri cui assistiamo da giornalisti … il luogo è ben diverso dai consueti: il corridoio della III Sezione della Casa penale di Rebibbia, lungo e stretto … Circola un po' d'imbarazzo più in noi, che tra poco usciremo da questo luogo di pena, che in loro che sono destinati a restarci per gran parte della loro vita, noi osservatori curiosi e come turbati di vedere gli altri, assassini e rapinatori così simili a noi, privi di quei segni sul viso che dovrebbero farli irrimediabilmente ‘diversi’ e ‘separati’. Un carcere dove i detenuti mettono in scena Sofocle - come è accaduto lunedì scorso - dove studiano la legislazione carceraria e indicono convegni' non è certamente tutto il carcere italiano. E tuttavia esiste, e da oggi è impossibile negarlo. Riconoscerlo non è un' operazione autoconsolatoria, nè ingenua fiducia riformistica. Il convegno di Rebibbia, reso possibile anche per la presenza, al ministero, di un cattolico intelligente e onesto come Martinazzoli … vale la pena di condividere per un giorno la ‘piccola grande utopia’ di questi colpevoli di reati comuni, che vogliono decidere di se stessi anche nel luogo in cui ognuno può perdersi definitivamente. E' un segnale di ottimismo e di fiducia nella democrazia quello che parte da qui, da coloro che Luigi Turco, direttore di Rebibbia, ha chiamato con felice espressione ‘i cittadini di questo istituto, educatori e detenuti’. Parte da qui cioè, il segno di una positiva inversione di tendenza, dopo l'arretramento della coscienza giuridica che ha contrassegnato gli anni dell' emergenza e della lotta contro il terrorismo …”

Buzzi, da allora, si diede al Bene. Fondò l’anno seguente, nel 1985, a sentenza ancor calda, la cooperativa “29 giugno”, probabilmente ispirandosi, per il nome, al giorno in cui strinse la mano alla politica redentrice - con la stessa mano, si presume, con la quale inferse trentaquattro coltellate per una miserabile resa dei conti. Ma alla politica, col culo degli elettori ignari, piace mostrarsi misericordiosa.
Il successo del Buzzi fu inarrestabile. Sino all’intercettazione: “Tu c’hai idea de quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico de droga rende meno”. 
In combutta con lui abbiamo Massimo Carminati, fascistone ex NAR, ladro, ricettatore e già elemento di spicco della Banda della Magliana. 
L’inchiesta sul Mondo di Mezzo coinvolge persino l’onorabilità di Gianni Alemanno (corruzione), ex MSI-DN, ex rautiano, ex testa calda (ma son minuzie, bagatelle, pinzellacchere). 
Nel gruppetto, ovviamente, anche il nostro Luca de’ Parioli, già collaboratore di Morcone, Achille Serra e del sinistro Walter Veltroni. 
Come potrete apprezzare, il dramatis personae è ricco e variegato … ci sono tutti … madame piangenti incluse …. e il buon cuore d’ogni uomo di buona volontà … meno il mio, di cuore, ma io conto niente.

Curiosità della rilettura: nel numero de “L’Unità” del 26 febbraio 1972, quello della prima aggressione a Odevaine (potete scaricare il materiale al link a pie’ di pagina), in un piccolo riquadro può leggersi: “Attentato squadrista alla libreria … Uscita. Nuovo attentato di marca fascista al circolo di via dei Banchi Vecchi … ignoti hanno dato fuoco ieri notte al portoncino del circolo … è questo il secondo atto teppistico contro la libreria. Il primo avvenne il 12 scorso quando un incendio distrusse l’intero secondo piano della libreria”. Nella libreria, di cui fui assiduo frequentatore, lavorava la zia di Carlo Giuliani, morto in un empito antifascista e antiglobalizzatore nel 2001, dopo uno scontro con le forze dell’ordine. Forze dell’ordine di cui era attivo collaboratore l’ex antifascista e movimentista Luca Odevaine che lavorò a contatto di gomito addirittura con Achille Serra, superpoliziotto già deputato di Forza Italia e poi, dopo un presumibile pentimento, del Partito Democratico. Un Serra ignaro dei tramestii, più o meno indiretti, del pariolino con elementi fascistissimi.
Ma cosa vuoi dire, grafomane?
Sol che la Storia sembra gravida di contraddizioni e capitomboli e cambi di casacca. Un vero guazzabuglio in cui si perdono le anime candide. Ma questo avviene poiché non ci si accorge del trucco: il mezzo giro di torsione, a 180 gradi, operato dal potere. 
Come avviene nel nastro di Möbius: si crede di andare dritti, per un itinerario rettilineo e costante e, invece, con grande stupore, uno stupore altissimo, ci si ritrova all’esatto opposto, con la testa all’ingiù e i piedi per aria: nel mondo al contrario. Solo se si avranno la forza e l’ardire di effettuare un secondo viaggio lungo l’ingannevole nastro si potrà tornare al punto di partenza, e rivedere le costellazioni nel loro naturale orientamento.
Favorire idealmente questo ulteriore viaggio, a dispetto della Storia, è il compito precipuo di tale blog.

Questo lo svolgersi del nastro di Möbius:
1. Ai Parioli, nei ricchissimi Parioli, borghesi e nerissimi, primi anni Settanta, Luca Odevaine, martire della libertà, si azzuffa sanguinosamente coi fascisti. 
2. Alceste, negli anni Ottanta, in pieno disfacimento del PCI, fa il volontario nel PCI e dintorni. La militanza è a costo zero: tanto ottiene.
3. Negli anni Duemila, a qualche decennio di distanza, ecco l’antifascista Odevaine combinare affari con il Mondo di Mezzo, una ragnatela di basso rango al cui centro opera un ex fascista NAR. 
4. Alceste, tardi anni Duemila, da comunista si trasforma, a detta di parecchi, in un fascista digitale. Scrive dapprima per sè stesso, quindi su un blog marxista, poi si mette in proprio. Si diverte, en passant, a citare Céline, Drumont, Rebatet. Dall’apparente conversione trae nulla, se non riprovazione.
5. Nel 2016, elezioni di Roma, il quartiere Parioli, nerissimo e borghese, regala alla sinistra la vittoria nel Municipio II: in controtendenza assoluta col pieno trionfo cittadino del M5S.

In tale progressione storica si ravvisa una coerenza ineccepibile. Basta effettuare, idealmente, quel secondo viaggio.

Il grande poeta persiano Naser-e Khosrow (1004-1088), poliglotta, scienziato, musicista, mistico, scrive:
"Che cosa è dunque accaduto che il mondo mi pare diverso? 
Nulla è accaduto, le cose son sempre le stesse. 
Sol che è l’autunno che ne svela i misteri".
Basta una diversa prospettiva, l’autunno in questo caso, e la diversità e la contraddizione svaniscono: una traccia lineare si dipana, evidente e naturale sotto i nostri occhi. È sempre stata lì, ma solo ora la vediamo, faccia a faccia. 

La verità … la verità … i ricordi … la perdita … ustionano l’anima.

“… mille sogni, come calde merde d’una vecchia
piccionaia, fanno in me dolci bruciature
e il mio cuore triste, a tratti, un alburno pare,
ove sanguina di cupe linfe il giovane oro.

E quando, ringhiottito con cura ogni sogno,
mi volto - di boccali me ne son fatti trenta o quaranta -
e mi raccolgo, pronto a mollare l’acre bisogno,
dolce come il Signore del cedro e degli issopi,
io piscio, altissimo e lontano, verso i cieli
oscuri, e l’assenso riscuoto, de’ grandi eliotropi”.

* * * * *

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