L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 5 ottobre 2018

Diego Fusaro - è guerra vera contro l'Euroimbecillità

Euroinomani, tosconichilisti, ecumenici: la politica secondo Diego Fusaro

Il filosofo torinese, uno dei pensatori di riferimento della galassia Lega-5Stelle, commenta le azioni del nuovo governo (con un'etichetta per tutti)

Le piace questa manovra?
«Rappresenta l’inizio di un ben augurante braccio di ferro contro gli armigeri del globalismo elitario».

Tradotto dal «fusarismo»: gli piace. Diego Fusaro, pensatore di riferimento della galassia Lega-5Stelle, approva la misura finora più importante allo studio del nuovo Governo. 34 anni, coniatore di espressioni metricamente perfettecome «turbocapitalismo apolide», «globalizzazione linguistica» e «contronarrazione demofila», ora in libreria con Il nuovo ordine erotico(Rizzoli), il filosofo 34enne vede nel nuovo esecutivo un governo che «anziché aderire cadavericamente ai diktat europei, cerca di imporsi contro i rappresentanti del turbocapitalismo».

Si riferisce al commissario Ue Pierre Moscovici, che ha definito «xenofobo» il Governo italiano…
«Un Euroinomane impenitente».
E al presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker…
«Il tecnocrate senza sobrietà».
Come finirà questo braccio di ferro tra l’Italia e l’Europa?
«A un redde rationem, nel giro di massimo due anni. O vincerà l’Unione europea, e l’Italia verrà commissariata. O vincerà l’Italia, che si riprenderà la sua sovranità politica e monetaria».
Ovvero?
«Usciremo dall’Europa e dall’Euro. È il piano B di Paolo Savona».
Le piace anche il reddito di cittadinanza?
«Certo, purché sia pro-tempore. Le vere politiche si fanno sul lavoro, non sul reddito. Ma fino a quando non si crea lavoro, lo Stato deve mantenere in vita quelle persone senza soldi».
Insomma, promuove questo Governo. 
«Diciamo che peggio di questo, c’è solo tutto il resto».
L’ha convinta finora il premier, un po’ in ombra, Giuseppe Conte?
«Ha uno stile professorale-ecumenico, che cerca di smussare i conflitti a differenza dei suoi due vice che li esasperano».
Eppure Matteo Salvini continua a macinare consensi. 
«Lui rappresenta il nazional-popolare per eccellenza. Nel senso più gramsciano del termine, è in connessione sentimentale con il popolo, nel bene e nel male».
Infatti ha confessato di essere un fan di Temptation Island Vip.
«Che cos’è, scusi?».
È un reality show di Mediaset molto seguito. 
«Ah ecco. Io non ho la tv, mi perdoni».
Si figuri. L’ha incontrato?
«Qualche volta, abbiamo parlato di lavoro e cultura. Era interessato ai riferimenti a Gramsci».
Uomo dalle interminabili sorprese. Ha incontrato anche Luigi Di Maio?
«Abbiamo pranzato insieme. Un ottimista della volontà. Un giovane dalle belle speranze, sfuggente alle categorizzazioni novecentesche, con grande attitudine all’ascolto».
Ha votato i 5 Stelle, Diego Fusaro?
«Non dico il mio voto. Diciamo che ho votato per i partiti meno allineati, che davano più fastidio ai dominanti».
Il che, seguendo il suo ragionamento, esclude il Pd.
«Per carità, non voto un partito finito per rappresentare l’ala culturale simbolica del capitalismo liberal-finanziario, post-gramsciano che difende il capitale e non il lavoro».
Renzi non l’ha mai convinta. 
«Un tosco-nichilista che rappresenta la vittoria del capitale a sinistra».
Ripone qualche speranza nel reggente Maurizio Martina?
«Nell’ultimo avatar? Non ha più alcuna memoria marxista».
Insomma, a sinistra non salva più nessuno?
«Solamente Stefano Fassina, che riconosce i valori di sovranità e patria, oltre a Marco Rizzo».
Il comunista?
«L’ultimo leninista-marxiano esistente».

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