L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 2 ottobre 2018

Dobbiamo emanciparci per farlo investire su noi stessi sulle nostre istituzioni e crearne di nuovo

Stati Uniti o Cina? Ecco come evitare la morsa bipolare dei due giganti 

30 settembre 2018


Roma, 30 set – Il progressivo declino del multilateralismo dovrebbe spingere il nostro paese e l’Europa a leggere la dinamica conflittuale delle relazioni internazionali ponendo l’enfasi sul ruolo della guerra economica e della guerra della informazione. La nuova realtà del mondo è semplice da prevedere: il confronto tra Stati Uniti e Cina costringe l’Europa ad affrontare uno scenario imprevisto. In un’ottica autenticamente realistica né gli Usa né la Cina hanno interesse a vedere l’emergere di un’Europa politicamente forte e autonoma nelle sue scelte geoeconomiche.

I centri decisionali di Washington hanno tutto l’interesse a rafforzare la loro presa sull’Unione Europea, obbligandoli a cedere sulle questioni di interesse strategico. La debolezza dei leaders europei li rende ancora più propensi ad accettare supinamente il consenso di Washington. Da parte loro, i leader cinesi cercano di sfruttare le tensioni tra Stati Uniti e Unione Europea per conseguire un ampio margine di manovra. Al contrario, l’Europa è caratterizzata da un potenziale industriale e commerciale così elevato da essere in grado di competere con questi nuovi blocchi economici. La tendenza “collaborazionista” che prevale in molti circoli dominanti italiani ed europei è del tutto incapace di porre l’Europa in un approccio che sottolinei le legittime aspirazioni di proiezione di potenza.

Gli Stati Uniti infatti combattono su diversi fronti. Il mondo della finanza serve da guida per continuare a dare il ritmo alla economia mondiale mentre la difesa di una certa idea di Europa serve loro per imporre una precisa dipendenza militare attraverso la NATO e per dettare le priorità strategiche (vedi il diktat sull’Iran). Affinché la nostra nazione, insieme all’Europa, possa affrancarsi da questa logica di subordinazione geopolitica e geoeconomica ritrovando la sua sovranità, siamo persuasi che l’Italia debba dotarsi di una istituzione formativa analoga (per metodologie e finalità) alla Scuola di guerra economica francese (che da vent’anni, sotto la guida di Christian Harbulot, educa le nuove generazioni a far fronte a questa nuova tipologia di guerra) in grado di preparare gli analisti ad affrontare ed ad anticipare queste nuove minacce. Proprio a questo scopo, il network Cestudec, da otto anni pubblica saggi e articoli che illustrano la natura della guerra economica e della guerra dell’informazione alla luce dell’approccio di Harbulot che riteniamo essere fecondo e adatto ad essere contestualizzato in Italia.

Giuseppe Gagliano

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