L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 3 ottobre 2018

Energia pulita - Il vento vera miniera di ricchezza

Vento, il petrolio del nuovo millennio 

1 ottobre 2018


1.10.18 | 18.14 – Presto nella storia si capì che anche l’energia del vento poteva essere usata dall’uomo: un primo esempio sono le imbarcazioni a vela, i cui primissimi esemplari risalgono addirittura al 6000 a.C.. Venne poi sfruttata per i mulini, sia per la macinazione che per azionare pompe che portassero l’acqua dei pozzi in superficie: famosi sono quelli del far west, interamente in metallo.

Il primo però a sperimentare l’uso di turbine azionate da vento (cos’è una turbina è spiegato brevemente nell’articolo I mulini del nuovo millennio) fu il prof. James Blyth. L’accademico scozzese iniziò a sperimentare con le turbine eoliche nel giardino del suo cottage nel 1887. Come potete immaginare ci è voluto un po’ per arrivare anche solo vicini alle turbine eoliche che conosciamo ora, e la base per quelle moderne viene da un progetto della NASA del 1975.

Quello che colpisce di più, e di cui forse non ci si rende conto subito, è quanto effettivamente siano grandi le eliche: se gli impianti domestici contano 2m di diametro, le turbine, a seconda della potenza che si vuole ottenere e alle specificità del progetto, possono andare dai 60m ai 100m, montati su torri di acciaio altre sempre tra 60m e 100m, per impianti a terra e dai 70m ai 100m, sempre di diametro, con altezza del supporto fino a 110m per gli impianti offshore, cioè galleggianti poco lontano dalle coste. In quanto all’energia prodotta, una singola turbina, in base sia alla dimensione che al vento, può produrre da qualche decina di kW fino a 3MW.

Per continuare con i numeri, in Italia sono attualmente installati circa 9.000 MW, con un enorme potenziale di crescita. In Europa l’eolico, nel 2017, ha coperto 11,6% del consumo totale di energia elettrica, con un picco in Danimarca, dove arriva al 44,4%, mentre in Italia è arrivata solo al 5,2% (fonte: WindEurope).

Come menzionato prima gli impianti eolici possono essere sia onshore che offshore, cioè sia sulla terraferma che in acqua. In quest’ultimo caso i costi di realizzazione sono molto più elevati, poiché devono coprire sia il trasporto dei materiali che le difficoltà costruttive, soprattutto quelle legate all’ancorare le torri al fondale, la cui profondità può arrivare ad un massimo 200 m, ma che in genere non supera i 20 m e non dista più di 20 km dalla costa, appunto per motivi di costi. Anche la manutenzione è più impegnativa: vanno fronteggiati tutti i problemi legati alla corrosione dovuta alle acque marine. I vantaggi però sono molto elevati in fatto di produttività, i venti infatti non trovano ostacoli e soffiano con velocità maggiori e con maggior costanza. Le wind farm (così vengono chiamati i complessi di più turbine eoliche) offshore risolvono anche i problemi di impatto estetico e acustico: le torri sono situate oltre la linea dell’orizzonte visibile, ad almeno 3 km dalla costa, oltre a quelli ambientali legati al pericolo costituito dalle torri per uccelli e pipistrelli. Inoltre, hanno il vantaggio di non occupare la terra ferma, di certo non trascurabile nelle zone più popolate.


Oltre alle classiche pale eoliche, che tutti conosciamo, sono state sviluppate e sono ancora in sviluppo, turbine con un diverso tipo elica, imperniata lungo l’asse verticale, invece che perpendicolarmente ad esso, e che quindi non hanno bisogno di essere orientate nel senso del vento; per questo i generatori che le utilizzano vengono detti ad asse verticale. Ne esistono diversi tipi (in figura potete vederne una) e hanno il vantaggio di avere meno parti mobili e di essere più resistenti a venti molto forti, dato anche che assecondano il movimento delle correnti. Tuttavia, almeno per ora, hanno dei limiti costruttivi che impediscono di farne di molto grandi e spesso sono anche molto rumorose, cosa che, chi si è trovato vicino ad una wind farm di qualunque tipo può capire, non è certo un particolare da poco, soprattutto negli impianti più vicini ai centri abitati.

Le potenzialità dell’energia eolica sono quindi molteplici, in quanto si può adattare al territorio e addirittura non occuparlo affatto, in un certo senso, con gli impianti offshore, oltre al fatto che la ricerca in questo campo procede bene, diciamo, dandoci turbine sempre più efficienti. Vietato imitare Don Chisciotte, i “mulini a vento” ci servono!

Nessun commento:

Posta un commento