L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 2 ottobre 2018

Gli ebrei nelle terre di Palestina sono un cancro da estirpare - li cacciano dalle loro terre dalla loro scuola, sono bestie

Israele, al via distruzione villaggio beduino in Cisgiordania. Amnesty: è un crimine di guerra

1 ottobre 2018


“Per fare posto a un insediamento ebraico illegale Israele commette un crimine di guerra”.
Non usa mezzi termini Amnesty International nel definire la demolizione del villaggio beduino di Khan al Ahmar in Cisgiordania. A fronte di ciò che tale azione comporta la posizione dell’organizzazione per i diritti umani appare ampiamente giustificata. Si tratta in pratica del “trasferimento’ forzato dei 180 abitanti del presidio, costretti a lasciare la loro comunità e le loro abitudini per trasferirsi in città, dove dovrebbero adottare uno stile di vita urbano. Tutti loro rifiutano il reinsediamento anche perché l’area individuata, Abu Dis, è nei pressi di una discarica.
Il villaggio esiste dagli anni 50, fondato da beduini scacciati dalle loro case nel deserto del Negev.
Anche la ‘Scuola di Gomme’ realizzata dalla ong Vento di Terra, sostenuta negli anni dalla diplomazia internazionale e in particolare dalle Agenzie ONU, subirà la stessa sorte.
La struttura che per caratteristiche costruttive e materiali utilizzati, come si legge nella petizione su Change.org che chiede alle autorità israeliane di non abbatterla, è considerata un esempio nell’ambito dell’architettura bioclimatica. Nonostante sia divenuta un simbolo del diritto all’istruzione e della difesa dei diritti delle comunità beduine palestinesi la Scuola di gomme sarà buttata giù senza un attimo di esitazione.
A stabilire lo sgombero dell’insediamento la Corte Suprema di Israele dopo una lunga battaglia giudiziaria. Da oggi le ruspe del Cogat, l’autorità di governo israeliana dei Territori Palestinesi, hanno dunque iniziato l’opera di abbattimento.
“Un atto non solo senza cuore e discriminatorio, ma anche illegale”, ha denunciato Saleh Higazi, vice direttore di Amnesty per il Medio Oriente e il Nord Africa.
Quello che appare come un sopruso degli israeliani rischia così di inasprire la situazione sui territori occupati.
Da quando, all’indomani della formazione di un governo di unità nazionale a guida Hamas, Israele ha bruscamente interrotto i colloqui di pace è stato un crescendo di ritorsioni nei confronti dell’Autorità palestinese.
La distruzione del villaggio di Khan al Ahmar è solo l’ultima di una lunga serie. L’occupazione dei Territori dura da troppo tempo e crea disagi e costrizioni sia per i palestinesi sia per gli israeliani.
Con il passare degli anni la situazione si è incancrenita e il rischio di violenze, alimentato da reciproche diffidenze, è costante.
Fare progressi sul tavolo dei colloqui di pace era impossibile. Da un lato gli israeliani accusavano l’Olp e Fatah di essere in profondo disaccordo tra loro impedendo così una interlocuzione affidabile, dall’altro i palestinesi, in particolare Abu Mazen, hanno sempre ritenuto la controparte disunita al suo interno e pertanto senza alcuna reale volontà di raggiungere un’intesa.
Con la leadership di Nethanyahu alcuni osservatori internazionali teorizzavano che alla destra potesse riuscire quello che l’opinione pubblica israeliana non avrebbe mai ‘concesso’ a un governo di sinistra.
Il ritiro dai Territori occupati, nella storia dello stato ebraico, è stato finora opera di governi di destra, ma sempre con un secondo fine: Begin lasciò il Sinai nel 1982 sperando che Israele potesse rimanere a Gaza; Sharon si è ritirato da Gaza nel 2005 sperando di poter insediare coloni in Cisgiordania. Ma nel frattempo nel Paese è cambiato qualcosa: il 70% degli israeliani è consapevole che la rinuncia alle zone occupate sia inevitabile e l’80% vuole che si giunga ala fine delle ositilità. Ma l’opinione pubblica resta profondamente divisa. Soprattutto sul problema dei profughi per i quali va trovata una soluzione che è da escludere sia, almeno per ora, il ritorno in Israele.
E in questo scenario se prima era un’impresa ardua portare avanti il processo di pace, con la riunificazione palestinese e l’indebolimento dell’azione della Comunità internazionale, che dovrebbe ‘costringere’ Israele alla trattativa, appare quasi impossibile.
Occorrerebbe una nuova Camp David favorita da un deciso intervento della presidenza americana che al momento è presa da altre questioni, sia intende che internazionali.

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