L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 5 ottobre 2018

Lavorare di meno, a parità di stipendio si può, è talmente logico...

Se si lavora meno tempo si produce di più (e si sta meglio): ecco le prove

scritto da Chiara Di Cristofaro il 04 Ottobre 2018


La “legge di Parkinson” è del 1955, nominata per la prima volta in un articolo dell’Economist e poi al centro di una pubblicazione. L’autore, Cyril Northcote Parkinson, studiando il funzionamento delle organizzazioni osservò come il tempo per concludere un lavoro si espandesse fino a riempire le ore a disposizione per completarlo. Fissando un tempo inferiore, quindi, nella maggior parte dei casi lo stesso lavoro poteva essere completato in meno ore. Ovviamente dipende dal lavoro, dal contesto e dalla situazione, ma certo è che negli anni il fatto che la produttività sia inversamente proporzionale alle ore lavorate è stato osservato più volte.

Qualche mese fa, per esempio, in Nuova Zelanda è stato fatto un esperimento che ha avuto una larga eco a livello internazionale: una società fiduciaria ha sperimentato una settimana lavorativa di 4 giorni invece che di 5 (32 ore di lavoro invece di 40), senza però toccare gli stipendi. Una follia, a prima vista. Un successo, nei fatti. I risultati della sperimentazione – che ha coinvolto 240 dipendenti di Perpetual Guardian nel marzo e nell’aprile scorso – hanno mostrato il mantenimento delle performance, un aumento della produttività del 20%, un livello di stress dello staff in calo e un miglioramento calcolato nel 24% rispetto alla rilevazione fatta nel 2017 della conciliazione famiglia-lavoro. Insomma, un successo, tanto che la società ha deciso di rendere permanente quello che sembrava solo un esperimento, in nome della flessibilità: i lavoratori potranno decidere se lavorare 5 giorni a settimana per meno ore o 4 giorni, a seconda delle loro esigenze. I ricercatori che hanno studiato l’esperimento hanno anche messo in evidenza come lo staff si sia mostrato più energico e creativo.

Alla luce dei risultati di questo esperimento, e di molti altri che vanno in questa direzione, dovrebbero cambiare le prospettive per esempio nel considerare i lavoratori part time lavoratori di serie B (ne abbiamo parlato qui e qui) o di pensare che più a lungo si sta seduti alla scrivania e più si è produttivi. In realtà i dati che vanno in questa direzione sono tanti e incontrovertibili: per esempio i numeri dell’Ocse mostrano che più ore di lavoro non equivalgono affatto a maggiore produttività. Per esempio un Paese come la Corea del Sud, o uno come il Giappone, due culture con orari di lavoro molto lunghi, non brillano per produttività. così come accade in Europa per la Grecia. Se i numeri parlano chiaro, e lo fanno da anni, quando la cultura dei manager, dei lavoratori stessi e delle aziende si adeguerà all’evidenza dei fatti?

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