L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 5 ottobre 2018

L'Euroimbecillità di Moscovici e il veleno che sparge a piene mani è solo la punta dell'iceberg di questa Europa piena di euroimbecilli incalliti e perituri

DEF, una salutare discontinuità sulla finanza pubblica

di Riccardo Realfonzo
2 Ottobre 2018

La notizia è che il governo vuole provare a dare una scossa al Paese e all’Europa. Tra contraddizioni, inesperienze e una qualità della manovra ancora tutta da chiarire, si comprende che la Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza respinge la continuità con il passato, sostenuta dal ministro Tria, e prova a voltare pagina. Certo, l’incremento non si è spinto a infrangere il muro del 3% (fermandosi al 2,4%), come da molti anni abbiamo proposto su economiaepolitica.it, ed è altrettanto chiaro che anche la manovra che si prospetta proporrà un avanzo primario, ovvero il valore del prelievo fiscale supererà la spesa pubblica scorporata dagli interessi sul debito. Ma è chiaro che, seguendo l’esempio della Francia (che ha portato il deficit al 2,8%), anche il nostro Paese prova a rilanciare la crescita contravvenendo alle richieste della Commissione Europea e al quadro di abbattimento del deficit strutturale (il deficit al netto del ciclo) e del debito pubblico previsto dal Fiscal Compact.

Con ogni probabilità lo spread, al netto di alcune fibrillazioni, anche violente, non si discosterà molto dai valori attuali, perché i mercati scontavano una manovra più espansiva. Piuttosto molto dipende ora dalla reazione della Commissione e dal veleno che essa potrebbe decidere, o meno, di spargere.

D’altra parte questa manovra mette in campo parecchie risorse in più per il 2019 rispetto a quanto previsto dal precedente governo. Infatti nel Documento di Economia e Finanza di aprile scorso (governo Gentiloni) si prevedeva per il 2019 un deficit allo 0,8%: la differenza vale poco meno di 30 miliardi. Ed è chiaro che, se queste risorse saranno impiegate efficacemente per investimenti e sostegno alla domanda, una maggiore spinta alla crescita arriverà (a dispetto delle analisi dei tecnici del ministero dell’economia che negli scorsi anni hanno sistematicamente sottostimato gli impatti recessivi dell’austerità). Ne segue che il rapporto debito pubblico – Pil potrebbe rimanere sostanzialmente stabile, perché alla crescita del debito farà seguito – a meno di elementi esterni di carattere internazionale – una maggiore crescita del Pil.

Certo, la grande incognita ad oggi è la qualità della manovra. Sono importanti le risorse per il reddito di cittadinanza, in primo luogo sul piano della giustizia sociale ma anche sul piano economico perché sosterranno i consumi interni, con buone prospettive di sbocco per le imprese. Ma non è chiaro come funzionerà e come funzioneranno i centri per l’impiego. Buona sembra anche la riforma del meccanismo pensionistico previsto dalla Fornero (la famosa quota 100), ma anche qui non è ancora chiaro se vi sarà o meno un sacrificio sul piano del livello delle pensioni. Sul piano del fisco, certamente è positivo avere disinnescato l’aumento dell’Iva ma molto discutibile è la flat tax, che certo non sostiene le imprese ma il popolo delle piccole partite Iva, e che non avrà un impatto significativo sulla crescita. Risorse che si sarebbero potute utilizzare molto meglio in direzione diversa. Soprattutto non è affatto chiaro quale politica industriale intenda portare avanti il governo, e con quali e quante risorse, mentre invece la prima necessità del Paese è proprio questa. Come abbiamo sottolineato a più riprese, il gap di competitività del nostro Paese è il prodotto di un sistema di infrastrutture materiali e immateriali del tutto inadeguato e di un apparato produttivo che si fonda su imprese troppo piccole, che usano tecnologie tradizionali e non investono nella qualità del lavoro. In questa direzione servono massicci investimenti diretti pubblici, a cominciare dal Mezzogiorno, e più risorse per incentivi opportunamente disegnati per le imprese, anche rivedendo Industria 4.0 (che è penalizzante per le medie-piccole imprese e per il Sud).

Dunque, in fin dei conti, al netto delle perplessità sulla qualità della manovra, per definire la quale è importante che il governo sappia aprirsi anche al dialogo con le rappresentanze delle parti sociali, per oggi registriamo il tentativo di una soluzione di discontinuità con l’austerity del passato. E mentre sul piano interno il tema diviene quello della qualità delle misure, sul piano internazionale la manovra guarda alle elezioni europee della prossima primavera. Il nuovo quadro politico che emergerà consentirà di andare verso una revisione delle assurde regole europee in tema di finanza pubblica? Speriamo che accada, altrimenti lo scenario cupo di crisi dell’unione monetaria – prospettato nel 2013 sul “Financial Times” dal Monito degli economisti – potrebbe divenire realtà.

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