L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 20 novembre 2018

L'Arabia Saudita sottomette gli Stati Uniti, questi mentiscono consapevoli di mentire

Perché il caso Khashoggi imbarazza la Casa Bianca

20 novembre 2018


Il Punto di Marco Orioles

Il caso Khashoggi mette in serio imbarazzo la Casa Bianca, soprattutto ora che la Cia è giunta alla conclusione che a ordinare l’assassinio del giornalista saudita sarebbe stato il principe ereditario Mohammed bin Salman (Mbs) in persona.

La rivelazione è del Washington Post, il quotidiano per il quale Khashoggi collaborava fino alla sua scomparsa il 2 ottobre al Consolato saudita di Istanbul. Secondo il giornale, la Cia ha a disposizione informazioni e prove tali da fugare ogni dubbio sulla responsabilità diretta di Mbs nell’omicidio. Impossibile, secondo la Cia, che un uomo che dispone del potere assoluto sulle vicende del Regno sia stato all’oscuro di un’operazione di larga scala come quella messa in atto a ottobre, con quindici uomini, parte dei quali legati a doppio filo a Mbs, partiti dall’Arabia Saudita per eseguire la missione. Solo Mbs, in definitiva, può aver ordito un complotto del genere: a lui e solo a lui deve essere attribuita la volontà di tendere un agguato ad un giornalista dissidente, con l’intento di persuaderlo a rientrare in patria dal suo esilio volontario o, in caso di resistenza, metterlo a tacere per sempre.

A spingere la Cia a tirare le proprie conclusioni sono state, anche, alcune intercettazioni. Una, in particolare, inchioderebbe Mbs: si tratta della telefonata che uno stretto consigliere del principe avrebbe ricevuto poco dopo il delitto da un membro del kill team. “Dì al tuo boss” che la missione è compiuta, è la frase ascoltata dalle spie americane. Circostanza che farebbe cadere tutto il palco di reticenze e dinieghi con cui la casa dei Saud ha cercato finora di divincolarsi dalle accuse e di tenere Mbs al riparo dalle conseguenze dello scandalo.

Di fronte alle nuove rivelazioni della stampa a stelle e strisce, Trump reagisce con fare ambiguo. Nell’intervista rilasciata venerdì alla sua emittente preferita, Fox News, andata in onda domenica, The Donald ha continuato a difendere Mbs, che gli avrebbe detto personalmente “almeno cinque volte in diverse occasioni”, l’ultima delle quali “pochi giorni fa”, che lui, con l’omicidio di Khashoggi, non ha nulla a che fare. Alla domanda del conduttore Chris Wallace se quelle di Mbs possano essere bugie, Trump si è schernito: “Bene, qualcuno ne saprà mai qualcosa?”.

Come già fece nel caso Russiagate, Trump non sembra voler dare credito alla sua stessa intelligence. Le prove che si stanno accumulando sulla responsabilità del principe ereditario non scalfiscono, soprattutto, la sua granitica convinzione che l’Arabia Saudita è un alleato indispensabile degli Usa, e che niente e nessuno può sciogliere questo abbraccio.

È anche per questo motivo che il presidente si è rifiutato di ascoltare l’audio registrato dall’intelligence turca che documenterebbe il delitto consumatosi all’interno del consolato. “Non voglio ascoltare il nastro, non c’è alcun motivo per cui io debba ascoltarlo”, ha detto Trump alla Fox, aggiungendo di sapere “tutto quel che è successo in quel nastro senza bisogno di ascoltarlo”. Inutile sentire quella “terribile” registrazione: che il delitto sia stato atroce, con quei dettagli sullo smembramento del corpo e la sua liquidazione in località ancora sconosciuta, è fuori discussione. Ciò che non si deve fare, secondo il capo della Casa Bianca, è farsi influenzare dall’emotività per saltare a conclusioni improprie, come quella secondo cui Mbs possa essere il primum movens di uno scandalo di portata globale capace di mettere a repentaglio una storica alleanza e, con essa, l’intera strategia americana in Medio Oriente.

Certo, nemmeno Trump può negare che “c’erano certamente persone che sono ragionevolmente vicine” a Mbs e che “erano probabilmente coinvolte” nei fatti di Istanbul. Il presidente ha buon gioco anzi a ricordare che la sua amministrazione ha varato giovedì sanzioni punitive nei confronti di diciassette cittadini sauditi di cui si sospetta il coinvolgimento nell’affaire Khashoggi. Sempre alla Fox, Trump può così rivendicare di aver approvato “sanzioni molto dure” su “un ampio gruppo di persone dell’Arabia Saudita”.

Il governo americano, insomma, non sta certo con le mani in mano. Ma non è intenzionato a rinunciare alla stretta collaborazione con l’Arabia Saudita, partner indispensabile e pedina fondamentale della strategia americana in Medio Oriente. “Abbiamo un alleato”, ha sottolineato Trump, “e vogliamo continuare” a collaborare “con un alleato che è stato molto buono in molti modi”.

Trump è rimasto su questa linea anche quando, dopo la registrazione dell’intervista a Fox News, si diffondeva la notizia delle conclusioni cui è giunta la Cia sul coinvolgimento diretto di Mbs nell’omicidio. Conclusioni che gli sono state poi riferite per telefono dalla direttrice della Cia, Gina Haspel. Quando i reporter gli hanno chiesto conto del colloquio con la Haspel, il presidente ha replicato dicendo che la Cia “non ha stabilito ancora nulla. È troppo presto”. Ha annunciato quindi la pubblicazione, prevista per oggi, di un rapporto in cui saranno fatte le debite valutazioni “sull’impatto complessivo” del caso Khashoggi e soprattutto “su chi l’ha causato, chi è stato”. Ma “al momento”, ha concluso Trump, “ci è stato detto che lui (Mbs) non ha avuto un ruolo”.

Lo stesso giorno, il Dipartimento di Stato forniva una sponda alle parole di Trump, rilasciando una dichiarazione firmata dalla portavoce Heather Nauert che non faceva menzione né delle conclusioni della Cia né nello stesso Mbs. “Recenti resoconti che indicano che il governo Usa è giunto ad una conclusione finale”, recita il comunicato, “sono inaccurate. (…) Restano numerose domande senza risposta con riguardo all’assassinio del sig. Khashoggi”.

La strenua difesa di Mbs e dell’Arabia Saudita da parte del governo indispettisce però il Congresso, dove sono in molti, tra i banchi della maggioranza come tra quelli dell’opposizione, a nutrire ben altra opinione. Il deputato democratico Adam B. Schiff, prossimo presidente della Commissione Intelligence della Camera dei Rappresentanti, è convinto di trovarsi di fronte a “uno di quegli atti che devono indurci a riesaminare la relazione” con Riad. “Non dovremmo camminare fianco a fianco”, ha aggiunto Schiff, “con un regime coinvolto nell’omicidio di un giornalista con queste modalità”.

In campo repubblicano, si è levata alta invece la voce di un alleato di Trump come il senatore Lindsey Graham. Lui, come molti colleghi, è persuaso della responsabilità di Mbs, che definisce una persona “irrazionale” che “ha fatto un sacco di danni alla relazione tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. E io non ho intenzione di lavorare mai più con lui”.

Nonostante la posizione assolutoria di Trump, potrebbe essere impossibile fermare la catena di reazioni messa in moto dal brutale omicidio di un illustre collaboratore di un giornale americano. Le ripercussioni già si fanno sentire su un dossier delicato come la guerra in Yemen, che vede gli Stati Uniti offrire un sostegno esterno alla coalizione guidata da Arabia Sudita ed Emirati Arabi Uniti che stanno cercando di scacciare i ribelli Houthi dal nord del paese. Adam Schiff è pronto a dare battaglia proprio su questo punto. “Se vogliamo davvero influenzare il comportamento saudita”, ha dichiarato il deputato, “diventerà ancora più importante concentrarci nel porre fine alla campagna in Yemen” piuttosto che limitarsi a “annunciare sanzioni” individuali che “è improbabile possano produrre dei risultati”.

Si preannuncia, dunque, un braccio di ferro tra la Casa Bianca, per nulla intenzionata a scaricare il prezioso alleato, e una variegata fronda di parlamentari che è pronta a mettere il bastone tra le ruote dell’alleanza Usa-Arabia Saudita. Il rimescolamento nelle carte del Congresso avvenuto in occasione delle recenti elezioni di midterm, che ha assegnato il controllo della Camera dei Rappresentanti e del relativo potere d’inchiesta all’opposizione democratica, potrebbe innescare molto presto uno showdown. Dagli esiti imprevedibili.

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