L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 9 dicembre 2018

Giulio Sapelli - Conte-Salvini-Di Maio devono avere ben chiaro in testa che ci vogliono gli investimenti dello stato e non sono sufficienti i 30 miliardi in tre anni della Cassa Depositi e Prestiti, ci servono più soldi, i minibot, crediti fiscali, buoni spesa insomma Moneta Complementare, massicci investimenti dello stato, manutenzione scolastica, sanità pubblica, energia pulita, messa in sicurezza dei territori, contratti. Si crea lavoro, la moneta circola, l'economia funziona. Questo governo ha tempo massimo fino a maggio 2019 dopo l'elezioni europee poi se non mette in Sicurezza l'Italia può anche andarsene, ha fallito il suo compito

SCENARIO/ Salvini al bivio in un’Europa che frana
L’Europa non sta vivendo giorni facili e per l’Italia saranno importanti le scelte che verranno fatte riguardo la manovra finanziaria
08.12.2018 - Giulio Sapelli

Matteo Salvini (Lapresse)

Le faglie frananti sono un fenomeno tettonico molto frequente in caso di eventi sismici, che in tal modo segnalano le loro imminenti apparizioni. Il corpo disvela i segreti dell’inconscio e la terra preannuncia i suoi movimenti attraverso l’energia cinetica che scaturisce dalle sue viscere. Lo stesso accade per i costrutti politici degli insediamenti umani. Le faglie dei sistemi poliarchici democratici fanno lo stesso. Ma la costruzione europea è una variante più pericolosa di tutte le altre sinora planetariamente apparse. È un costrutto misto tra rappresentanza territoriale, che è sempre più deprivata di compulsività e quindi ormai entrata in entropia, e servomeccanismi tecno-oligarchici svincolati dalla rappresentanza per via del proliferare delle autorità indipendenti di predieriana (Alberto Predieri dixit) emersione. Si genera in tal modo una crescente separazione tra sovranità e popolo, trasformando il sovrano in un corpo del Re che non ha più la legittimazione popolare ma solo l’arroganza dell’indipendenza funzionale.

Ogni crisi di offerta politica si trasforma in tal modo in crisi immediata di fiducia. La Francia dell’ecologia di classe, dove si deve tassare perché il pilota automatico ambientale funziona come un’impersonale livella, produce la rivolta delle classi medie e degli imprenditori piccoli e piccolissimi che non possono che ribellarsi direttamente contro lo Stato tout court e contro le macchine partitiche. I ventiquattro milioni di astenuti della campagna urbanizzata ora votano con le loro auto tartassati e oggi andranno alla Bastiglia: la storia non muore mai. Non è la storiografia e non muore mai la madre degli imbecilli: il populismo non c’entra assolutamente nulla, così come il sovranismo non significa nulla. Siamo invece dinanzi a movimenti tettonici profondi che mettono in discussione non solo e non tanto Macron, ma tutta la costruzione europea di cui Macron è un dimidiato profeta abbandonato dai paesi nordici e quindi dalla silente Germania.

Tutto ciò si disvelerà la settimana prossima, quando un Draghi in uscita dovrà decidere quale tipo di battaglia giocare per non perdere quel saldo legame con gli Usa che ha, sino a dopodomani, salvato le banche europee (salvo quelle tedesche universali tecnicamente fallite come Deutsche Bank per eccessi di derivati) e quindi ciò che rimane dell’economia reale europea, non solo italiana. Molto della possibilità di affrontare non completamente disarmati la grande nuova depressione in arrivo dipende dal cambiamento della politica economica europea.

Oggi avremo anche noi non una manifestazione populista e neppure così autogestita e disintermediata dai partiti, ma una grande manifestazione di un partito, la Lega, che è l’ultimo rank and file di massa che ancora esiste in Italia. Difenderà quel mondo dei produttori, la borghesia nazionale piccola e media delle piccole imprese artigiane e medie che non possono che volere investimenti per crescita nella manovra di Governo? Matteo Salvini suona una sinfonia che deve riconciliare il suo partito con quella borghesia. Un fenomeno tutto diverso da quello francese: anche qui il populismo non c’entra per nulla e c’entra invece la capacità della Lega di cambiare in senso anti-ciclico la manovra impedendo la rivolta di quella borghesia nazionale che è l’ultima speranza per l’Italia: a patto che si salvi il rapporto tra borghesia non vendidora e l’unico partito storico ancora esistente in Italia.

Se questo rapporto si rompesse anche in Italia le faglie franeranno e le responsabilità dei 5 Stelle sarebbero immense. E si farà allora luce la vera scelta che matura in quel movimento peristaltico: una sudditanza à la Tsipras verso l’eurotecnocrazia che porterebbe l’Italia, che non è la Grecia, alla rovina deflattiva e depressiva insieme.

Se poi guardiamo oltre Manica le faglie si disvelano con una profondità che fa girar la testa: si rischia di mettere in discussione la Brexit scatenando un’entropia disordinata che sconvolgerebbe con il Regno Unito la stessa legittimazione, sempre più scarsa, dell’eurotecnocrazia che si rivelerebbe in tal modo generatrice del più grande disordine mai apparso sul globo terracqueo.

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