L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 10 dicembre 2018

La Francia dei gilet gialli diventa la punta più avanzata contro l'Euroimbecillità, si mette in cattedra e indica la strada alle comunità. Sconfiggono e superano chi ha pianificato e voluto Charlie Hebdo. A maggio del 2019 all'elezioni europee l'asse franco-italiano sconfiggerà gli euroimbecilli

La lezione dei gilet gialli 
che fa tremare l’Europa

DIC 9, 2018 

I gilet gialli tornano a Parigi e la Francia è di nuovo paralizzata dalle proteste. Emmanuel Macron non sa come reagire a quest’ondata di protesta. Tutti sapevano che sarebbe stato difficile confrontarsi con questa nuova modalità di protesta: violenta, senza leader e ideologicamente eterogenea. Ma nessuno immaginava una tale forza travolgente del movimento. Soprattutto per la capacità di raccogliere consensi non solo fra la popolazione, ma anche all’estero, tra leader compiacenti e cittadini in rivolta.

Quello che sta avvenendo in Francia è qualcosa di complesso. Ma soprattutto è qualcosa che deve far riflettere non solo la Francia, ma anche il governo francese, gli altri Stati europei e, in generale, gli osservatori. Perché da Parigi, ma soprattutto dalle province, dalla Francia, è arrivato un segnale. Un messaggio che, al netto delle violenze, va capito prima che queste possano dilagare nel Paese, come già sta avvenendo, ma anche nel resto dell’Europa.

Un messaggio a chi governa

Il primo messaggio è quello rivolto allo stesso presidente francese, Macron. Nel mondo di oggi è impossibile che un leader europeo come anche occidentale, si trinceri nella torre d’avorio di un governo elitario e quasi monarchico. Macron ha scelto, non appena eletto, la via dell’arroganza del potere, pensando di poter applicare paradigmi quasi napoleonici a un Paese che non è più in grado di tollerare alcuni atteggiamenti.

Questa Francia, come tutto il mondo, non è più governabile trincerandosi dietro una distanza quasi aristocratica. È un Paese che attende risposte e che pretende un presidente in grado di capire le esigenze reali del suo popolo. Esigenze che Macron non ha mai compreso e che continua, nonostante i mesi passati all’Eliseo, a non voler comprendere, ostinandosi in politiche del tutto contrarie alle necessità della Francia profonda.

Mai dimenticare il Paese profondo

Ed ecco la seconda lezione dei gilet gialli. Esistono realtà che vanno prese in considerazione e non marginalizzate. Non c’è solo la realtà che si vuole vedere a da cui attingere voti. Esiste la Francia profonda, come esistono i cosiddetti Paesi profondi che in tutto il continente e in tutto il mondo per troppo tempo hanno avuto una considerazione inferiore rispetto a quanto avrebbero dovuto ricevere. Si tratta delle fasce della popolazione che hanno subito il duplice attacco di due fenomeni internazionali: la crisi economica e gli effetti negativi della globalizzazione. E che sono state le prime vittime dei cambiamenti su scala internazionali.

Questa parte di popolazione, tendenzialmente quella povera e quella che invece si è impoverita, appare nel tempo più debole, fragile e incapace di reagire alla trasformazione della propria realtà. E dopo anni di mancata attenzione, questo Paese profondo, che è il Paese reale, esplode o attraverso un voto di rottura (come avvenuto in altri contesti), o attraverso un voto estremamente conservatore (e conservativo), oppure in proteste dagli effetti ancora molto incerti, come sta avvenendo in Francia.

I partiti radicali si legano alla protesta

E questa è la terza lezione che arriva dalla Francia. L’incapacità di ascoltare le esigenze della parte maggioritaria e profonda del Paese fa sì che cambino anche le prospettive politiche di questa parte di popolazione. E questo si comprende soprattutto dalle rivendicazioni dei gilet gialli e dal sostegno politiche che è arrivato ai manifestanti. Non c’è una colorazione, oltre al giallo delle loro uniformi. È un sentimento che esula dalle divisioni politiche a cui siamo abituati. E che oggi probabilmente romperebbe anche quel patto “costituzionale” che per anni ha fatto sì che la sinistra radicale francese sostenesse i moderati pur di non far vincere il Front National (oggi Rassemblement).

Lo si vede nella lista delle rivendicazioni apparse in questi giorni – liste più o meno veritiere ma comunque verosimili – e lo si comprende soprattutto dalle interviste dei cittadini in piazza. Questa non è una protesta politicamente schierata a destra o a sinistra. È una protesta radicata nelle classi sociali che si stanno ribellando non contro un politico o contro un governo, ma contro un sistema politico ed economico che ha prima di tutto deluso le aspettative degli elettori, ma che ha soprattutto dimostrato l’incapacità di dare risposte concrete a esigenze che non sono incluse nei programmi dei governi e dell’Unione europea.

Questa è la rivolta di che non ha voce. E infatti, la protesta dei gilet gialli presenta caratteri talmente trasversali che le convergenze fra destra e sinistra radicali sono nettamente superiori alle loro differenze, e questo comporta effettivamente un cambiamento notevole nel paradigma non solo francese ma anche europeo. Nelle proteste francesi non sono la destra e la sinistra radicale a muovere i fili della rivolta, ma sono i partiti “estremi” a raccogliere le richieste di questo movimento, che, nonostante le violenze, resta comunque profondamente apprezzato da una larga maggioranza della popolazione.

Segno che la parte più numerosa del popolo francese si sta spostando su una concezione molto radicale, e che alle prossime elezioni potrebbe tradursi in un exploit di tutti quei partiti esclusi dall’arco costituzionale o per motivi ideologici o per pure leggi elettorali.

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