Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 13 gennaio 2018

Mauro Bottarelli - Tic tac tic tac riprendiamoci la nostra Sovranità Nazionale e Politica mandiamo via il corrotto euroimbecille Pd a calci nel sedere, solo prono ai voleri di Parigi-Berlino incapace di smarcarsi e pensare agli Interessi Nazionali

SPY FINANZA/ Il siluro di Berlino contro Trump

Siamo dinanzi a una guerra commerciale ai massimi livelli scatenata da Trump. E dalla Germania arrivano segnali importanti per capire con chi starà l'Europa. MAURO BOTTARELLI

13 GENNAIO 2018 MAURO BOTTARELLI

Donald Trump (Lapresse)

Habemus Grosse Koalition 2.0. È stato un parto lungo e doloroso, ma, alla fine, la Germania ha un governo. L'unico possibile, dopo l'abbaglio strumentale della cosiddetta "coalizione Giamaica", abortita all'ultimo minuto per volontà dei falchi Liberali. E nulla, proprio nulla, è accaduto per caso. Nemmeno la falsa suspense di queste ultime ore. Chi ha vinto e chi ha perso nelle estenuanti trattative proseguite per tutta la notte fra giovedì e venerdì? Entrambi, come conviene, ma a ben guardare, le diverse e nette concessioni sul tema migranti - soprattutto il tetto dei 1000 ricongiungimenti famigliari - vedono la Spd più prona al compromesso, pur avendo vinto la battaglia delle casse mutue private. 

Soddisfazione da parte di entrambi i leader, Angela Merkel e Martin Schulz, con la prima che si è limitata a dichiarare di aver «lavorato per un governo stabile», mentre il secondo si è sbilanciato parlando del raggiungimento «di un risultato eccezionale». Soddisfatti anche i "cugini" bavaresi della Merkel, quella Csu che per far capire come il tema migranti fosse diventato dirimente per il sì all'accordo, lo scorso weekend aveva invitato con tutti gli onori a Monaco il premier ungherese, Viktor Orban: «Si tratta di un risultato forte, la Csu ha negoziato bene. E questo ci ha aiuterà in Baviera quest'anno», ha affermato il candidato alla presidenza del Land, Markus Soeder

I mercati hanno festeggiato, soprattutto l'euro che appena arrivata la notizia da Berlino è salito ai massimi dal dicembre 2014 sul dollaro a 1,2136. Insomma, la grande anomalia è stata eliminata dal tavolo. Certo, ora serve il via libera dai rispettivi congressi di partito, ma dopo la maratona di questi ultimi sei giorni si può parlare di una pura formalità. Ma alla base dell'accordo c'è qualcosa che travalica le politiche interne: sarà infatti l'asse con la Francia a livello europeo l'architrave del patto di coalizione, una conferma a quanto dichiarato giovedì da Emmanuel Macron durante la sua visita romana in compagnia di Paolo Gentiloni, occasione utilizzata non solo per lanciare un plateale endorsement al primo ministro italiano, ma anche per sottolineare la complementarietà del rapporto fra Parigi e Roma rispetto all'asse renano con Berlino, il quale resta riferimento unico dell'Ue. A cui, quindi, dovremo continuare a sottostare, nonostante i complimenti e le lodi dell'inquilino dell'Eliseo al nostro Paese e al governo che resterà in carica ancora fino a metà marzo. 

E non stupisca la straordinaria contemporaneità fra la conferma di questa realtà di fatto e il suo manifestarsi concreto sotto gli occhi del ministro Carlo Calenda, visto il ritorno sia di Lufthansa che di Air France al tavolo delle contendenti per le spoglie di Alitalia. Colpa nostra e bravi loro a cercare di comprarsi gli assets più proficui con un tozzo di pane, visto che abbiamo lasciato che l'ex compagnia di bandiera fosse gestita come uno stipendificio e un bacino elettorale per anni e anni, facendo finta di non vedere bilanci disfunzionali e manager strapagati che li sottoscrivevano, salvo poi godersi liquidazioni faraoniche. 

Ma, paradossalmente, non è questo ciò che di più interessante è arrivato ieri dalla Germania. Bensì, questo: «Non si possono mettere le economie della Germania e dell'Europa in dipendenza dalle condizioni imposte dagli Stati Uniti». E chi lo ha detto? Il ministro degli Esteri tedesco, Sigmar Gabriel, intervenendo dinanzi al Comitato Orientale dell'economia tedesca e ripreso dall'agenzia Reuters. «Credo che l'Europa non debba consentire l'attuazione della strategia statunitense, nell'ambito della quale affermano che siamo rivali economici e talvolta anche nemici... Non si può consentire che le garanzie giuridiche dell'economia tedesca vengano rispettate solo se vengono soddisfatte le condizioni americane di concorrenza». E ancora, per Gabriel «la Germania e l'Europa non devono dimenticare i propri interessi, ma la politica della Casa Bianca sotto lo slogan del presidente Trump, America first. è in contrasto con essi. Siamo per una concorrenza leale, ma non intendiamo sottometterci». 

Gabriel ha inoltre criticato le nuove sanzioni anti-russe degli Stati Uniti, a causa delle quali potrebbero patire effetti ulteriormente negativi anche le società energetiche tedesche, sottolineando come sia necessario sfruttare l'azione delle Nazioni Unite per risolvere il conflitto tra Russia e Ucraina: «Personalmente, sono convinto che si raggiungerà attraverso la missione di pace delle Nazioni Unite». Stando al giudizio di Gabriel, il fatto che l'iniziativa sia stata proposta da Vladimir Putin non sminuisce affatto il suo valore e, anzi, occorre discutere le condizioni in dettaglio per far svolgere l'operazione, garantendo a Mosca di trarre un qualche beneficio che, in caso di successo, possa coincidere con l'indebolimento delle sanzioni contro la Russia: «Penso sia irrealistico pensare che le sanzioni si debbano cancellare completamente solo dopo la completa realizzazione degli accordi di Minsk, visto che le stesse misure afflittive sono state adottate gradualmente»

Ora, dubito che dopo dichiarazioni simili Gabriel sarà confermato a capo della diplomazia del nuovo esecutivo tedesco, stante anche l'asservimento della Spd ai diktat statunitensi, figlio dell'esperienza europea di Schulz in tal senso, ma il fatto che il ministro degli Esteri tedesco in carica arrivi a un atto di sfida simile conferma ciò che ho scritto ieri: siamo dinanzi a una guerra commerciale ai massimi livelli che Trump ha scatenato con la riforma fiscale e che adesso non potrà che peggiorare, a colpi di dumping, dazi e concorrenza sleale. 

Non stupisca, dunque, in quest'ottica, la recrudescenza della campagna anti-russa orchestrata proprio dagli Usa, particolarmente orientata verso il rischio di ingerenze del Cremlino nei processi democratici europei, elezioni italiane in testa. E non passi sotto silenzio o sottovalutazione il fatto che, in risposta all'ennesimo report da barzelletta del Senato Usa in tal senso, giovedì Vladimir Putin abbia sentito il bisogno di intervenire in prima persona, bollando come bufale le accuse americane e ribadendo la volontà di Washington di minare i buoni rapporti diplomatici fra Mosca e Roma. Diplomatici e non solo. E lo stesso vale per l'Iran, con Trump pronto a rivedere il regime sanzionatorio contro Teheran in chiave di inasprimento a giorni, proprio mentre l'Europa si è appena espressa ufficialmente a difesa dell'accordo sul nucleare voluto da Obama. E mentre l'Italia ha ottenuto l'agognata firma sull'Accordo quadro di finanziamento fra Invitalia e due banche iraniane per un controvalore di garanzia da 5,7 miliardi finalizzato allo sblocco dei grandi progetti bilaterali nel campo dell'elettromeccanica, dell'engineering e dell'Oil and Gas. 

Ricordate le parole di Gabriel e osservate con attenzione quali saranno le mosse del duo egemone Parigi-Berlino nei confronti di Washington e dei suoi diktat economici e commerciali: quelle mosse ci diranno davvero se la Merkel, ieri, ha vinto o perso. E con lei, l'Europa.

Libia - lo dobbiamo alla famiglia di Gheddafi e al popolo libico, dopo il tradimento perpetuato nel 2011. Sostenerlo. Famiglia, istruzione, assistenza sanitaria e sicurezza

IL FIGLIO DI GHEDDAFI POTREBBE SALVARE LA LIBIA
12 gennaio 2018


a cura di Vanessa Tomassini – 

Riportiamo qui di seguito un editoriale di Mohamed Zayed e David Otto, pubblicato dal quotidiano britannico News Week, in cui si parla del ruolo del figlio del rais, Saif al-Islam Gheddafi in Libia. Mohamed Zayed è il presidente del Consiglio africano per lo sviluppo socioeconomico (AACSED) ed inviato speciale della squadra legale e tecnica di Saif Al-Islam Gheddafi. È considerato un esperto in materia di Libia e regione MENA, in risoluzione di conflitti, iniziative per la costruzione della pace, governo tribale, controterrorismo, contro insurrezione, antiriciclaggio. In passato si è occupato spesso del sostegno al terrorismo e alle milizie da parte degli sponsor dello stato. David Otto invece è il direttore di TGS Intelligence Consultants Ltd e del programma per la prevenzione della radicalizzazione e l’estremismo violento – Step In Step Out (SISO) – con sede nel Regno Unito. È anche Senior Counter Terrorism Advisor per Global Risk International.

“Il secondo figlio del compianto Muhammar Gheddafi, Saif Al-Islam, è uscito di prigione per la prossima elezione presidenziale del 2018 in Libia. Circa l’80% delle 140 potenti tribù e clan che detengono la forza politica in Libia si stanno attrezzando per sostenere Saif Gheddafi come l’uomo con il giusto carisma e l’esperienza per riunire la Libia dopo l’intervento, guidato dalla NATO, nel 2011 che ha visto la cacciata e l’uccisione di suo padre.

Le dinamiche storiche della Libia dopo la rivoluzione della Primavera araba del 2011 e alcune delle polemiche intorno all’era di Gheddafi costringono Saif Al-Islam ad affrontare una forte opposizione interna ed esterna da 15-20 tribù e milizie legate ad Al-Qaeda, oltre che di gruppi dello Stato islamico in Libia, i quali rimangono ostili al ritorno di chiunque sia legato alla famiglia dell’ex Rais. 

Ma sorprendentemente, la reazione generale era e continua ad essere molto positiva all’interno delle cerchie che contano. Molte delle tribù chiave ritengono che Saif Gheddafi possa salvare la Libia da anni di lotte e instabilità. Il paese necessita di un leader che possa unificare la maggior parte, se non tutte le sue diverse tribù. Se Saif Gheddafi avanza una strategia convincente che può rivitalizzare il sistema della Jamahiriya (Stato delle masse) – questa volta in modo più moderato e democratico per allinearsi alle mutevoli influenze economiche e politiche – ha un’ulteriore possibilità di conquistare i cuori e le menti dei libici.

L’economia del paese ha bisogno di essere rivitalizzata. Pertanto, la sua politica di riforme economiche, i programmi di ricostruzione nazionale e di sviluppo devono mostrare il potenziale per riportare la Libia tra paesi con un certo peso a livello globale. I libici si aspettano che Saif Gheddafi ripristini i programmi sociali che sostengono la famiglia, l’istruzione e l’assistenza sanitaria, questo è infatti ciò che i cittadini comuni rimpiangono dall’era di Muammar Gheddafi. L’ex Rais ha infatti ha mantenuto la Libia stabile ed economicamente potente grazie alla sua intelligente padronanza della mentalità tribale in Libia, Saif Gheddafi viveva sotto questo sistema ed ora ha l’occasione di migliorare per replicare, e allo stesso tempo modernizzare, le virtù di suo padre, attraverso un governo democratico che permetta al sistema Jamahiriya di contare su gerarchie locali, regionali e nazionali di tribù che in passato rispondevano al presidente. La politica estera sarà molto complessa a causa di interessi esterni in conflitto ed i contrasti in Libia. Come Saif Gheddafi usi la sua esperienza nella diplomazia per gestire attori chiave come Russia, Cina, Stati Uniti, Nazioni Unite, NATO, UE, Regno Unito, Francia, Qatar ed Egitto sarà quindi cruciale; la sua più grande sfida sarà quella di contrastare il terrorismo in Libia e nella regione, una situazione esacerbata dai jihadisti in fuga dalla Siria e dall’Iraq, ma con la sua esperienza internazionale di sensibilizzazione e governance e come unificatore e sostenitore regionale per la pace, avrebbe maggiori possibilità di chiunque altro su una strategia di “antiterrorismo sostenibile”.

Saif Gheddafi affronta una forte competizione interna con il Governo di Accordo Nazionale (GNA), appoggiato dall’ONU, a Tripoli e l’alleanza dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) al parlamento di Tobruk sotto il Generale Khalifa Haftar a est. Haftar sembra l’alleato più probabile per Saif Gheddafi, a causa degli stretti legami con l’Egitto, la Cina e la Russia e la sua posizione contro le milizie locali e gli jihadisti radicali legati all’ISIS e Al-Qaeda in Libia. A questo punto, l’Occidente è disposto a sostenere qualsiasi leader che possa salvarlo dalla crisi dei rifugiati e dalla situazione di instabilità, al servizio dell’interesse di tutte le parti. Per quanto buona possa essere l’intenzione dei paesi europei e degli Usa,  la popolazione libica è molto contraria ai sistemi di governo prescritti dagli stranieri: per riconquistare la pace e la stabilità, il popolo della Libia deve quindi sentirsi sicuro di avere il pieno controllo del proprio paese senza alcuna influenza estera. Un sistema governativo di successo dovrà assumere la forma di una versione moderata del sistema tribale di Jamahiriya. Se gli è permesso di candidarsi alla presidenza nonostante un’accusa del 2011 da parte della Corte penale internazionale (CPI) su presunti crimini contro l’umanità, Saif Gheddafi potrebbe probabilmente essere il leader di una governance di maggioranza scelta durante un’elezione libera ed equa. Per il resto, lasciamo che vinca il migliore”.

l'IVA un metodo di tassazione imbecille. Io pago di più perchè poi tu riversi il di più allo stato


L’ IVA nei Paesi del Golfo: un passo verso la creazione di ‘economie razionali’

Per la prima volta Arabia Saudita e Emirati Arabi hanno introdotto l’IVA. Ce ne parla Jim Krane, ricercatore del Baker Institute della Rice University a Houston

DI HELODIE FAZZALARI SU 12 GENNAIO 2018 14:30

Gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, dal 1 gennaio 2018, hanno introdotto l’IVA sul valore aggiunto. Qui fino ad ora, i residenti hanno beneficiato di una vita fortemente sovvenzionata. La tassa impone un prelievo del 5% sulla maggior parte di beni e servizi, ed è volta ad aumentare le entrate statali, soprattutto dopo il crollo dei prezzi del petrolio dal 2014. Già dall’estate del 2017, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno imposto una tassa del 100% sui prodotti del tabacco e le bevande energetiche e una tassa del 50% sulle bevande analcoliche. Il pericolo di questa ulteriore tassazione, potrebbe essere un rallentamento della crescita economica in un momento in cui l’economia del Golfo è già stagnante. Secondo le analisi governative, invece, si prevede che gli Emirati Arabi Uniti aumenteranno il loro PIL di circa 3,3 miliardi di dollari grazie all’introduzione dell’IVA.

L’Arabia Saudita e il più grande esportatore di petrolio del mondo e possiede la più grande economia nella regione araba. Dal punto di vista economico, ha agito riducendo i salari dei ministri e imponendo un arresto agli aumenti dei salari dei dipendenti pubblici per far fronte al deficit di bilancio del 2016 di 97 miliardi di dollari. Ha inoltre effettuato tagli senza precedenti ai sussidi per i combustibili e le utilities. L’obiettivo dell’Arabia Saudita è fissato per il 2030, infatti, la scelta di introdurre l’IVA fa parte di un importante bilancio statale presentato a dicembre dal Paese. Il budget stanziato è pari all’ equivalente di 261 miliardi di dollari solo per l’anno fiscale corso, in linea con un pacchetto di riforme, il cosiddetto ‘Vision 2030’, che ha come obiettivo l’ampliamento delle risorse economiche del regno.

Abbiamo chiesto a Jim Krane, ricercatore del Baker Institute della Rice University a Houston, quanto oggi la dipendenza del petrolio penalizza i Paesi del Golfo e quanto tempo resta per le operazioni di diversificazione.”Le monarchie del Golfo dipendono in media dalle entrate petrolifere per circa l’80% dei loro bilanci governativi e per il 40% del loro PIL”, afferma Krane. ”Questo livello di dipendenza li lascia esposti a ogni tipo di rischio. Questi portano alle famose rotazioni dei prezzi del mercato petrolifero, che sottopongono le loro economie a frequenti disfunzioni e in alcuni casi alla rottura. Anche le economie petrolifere sono esposte in modo univoco al rischio per l’azione del clima”, afferma Jim Krane.

“I grandi esportatori di petrolio nel Golfo sono doppiamente esposti al rischio climatico. Sono i principali responsabili delle emissioni di carbonio e delle vittime dei cambiamenti climatici causati dal riscaldamento globale. La loro situazione pone un dilemma. Se l’intervento globale per il clima riuscirà, danneggerà la domanda per il loro principale bene di esportazione, il petrolio, il che rischia di minare le loro economie e i sistemi politici basati sulla salvaguardia del petrolio. Se l’azione globale per il clima fallisse, le monarchie del Golfo potrebbero diventare inabitabili entro la fine del secolo”.

“Le alte temperature estive si sono recentemente alzate sopra i 50 gradi C”, afferma Krane, “raggiungendo il più grande record di tutti i tempi e raggiungendo i limiti della tolleranza umana. I ricercatori prevedono che le continue emissioni di carbonio da parte delle imprese potrebbero rendere questi Paesi troppo caldi per l’abitazione umana entro il 2070 circa”.

I Paesi del Golfo hanno introdotto la VAT con l’obiettivo di promuovere la diversificazione dell’economia che urgentemente richiede di ridurre la sua dipendenza dal petrolio. Krane ci spiega che la VAT è in grado di favorire questa diversificazione dell’economia proprio perché “la sua introduzione fornisce una fonte alternativa necessaria di entrate statali che non dipendono dal petrolio e riduce le oscillazioni dei ricavi causate dalla dipendenza del greggio. Gli Stati del Golfo hanno discusso l’IVA nel contesto del Gulf Cooperation Council (CGG) per molti anni, ma il rifiuto della tassazione a livello locale ha impedito la sua applicazione fino ad ora”’ afferma Krane.

Jihad Azour, direttore del dipartimento Medio Oriente dell’FMI (Fondo monetario internazionale), ha descritto l’IVA come parte di una riforma a lungo termine: «riteniamo che l’IVA sia una componente importante dei piani di adeguamento fiscale e di diversificazione delle entrate per Paesi del GCC e tali misure sono necessarie per la sostenibilità fiscale a lungo termine». L’IVA non è stata introdotta indistintamente su ogni settore. Infatti, è stata applicata ad una serie di articoli come benzina, elettronica, cibo, settore vestiario, acqua ed elettricità, bollette telefoniche e prenotazioni alberghiere. Sono al contrario esclusi da questa tassa: l’affitto domestico, gli acquisti immobiliari, le tasse scolastiche, l’assistenza sanitaria e i trasporti, compresi i viaggi aerei. 

Tim Callen, rappresentante dell’FMI in Arabia Saudita, ha parlato dell’IVA definendola «un passo importante nella giusta direzione». Ha dichiarato che troppo spesso i Paesi del Golfo sono esposti alla fluttuazione borsistica delle materie prime, «questo rende i Paesi vulnerabili alle oscillazioni del prezzo del greggio, è importante che i Paesi del Golfo diversifichino le loro risorse per diminuire la dipendenza». Secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, l’introduzione della VAT potrebbe garantire un ritorno economico pari all’1,5-3% del PIL per Paesi che decideranno di adottare questa misura.

Dall’altra parte, alcune previsioni appaiono essere più negative. Alcuni analisti sentiti da ‘Al Jazeera’,sostengono che l’IVA rischia di non avere grandi effetti sulle economie arabe. Altri ancora pensano che l’introduzione della nuova imposta porterà degli effetti positivi nel breve periodo, dunque, più gettito nelle casse statali, ma nel lungo periodo, l’aliquota potrebbe influenzare negativamente la spesa privata. Non è di quest’avviso Jim Krane, il quale sostiene che “una tassa del 5% fornirà effetti prevedibili e gestibili sull’economia”. Krane afferma che “l’introduzione della VAT non rappresenta la fine dell’epoca d’oro del Golfo, non si tratta di una ‘rivoluzione fiscale’, ma l’imposizione dell’IVA è solo un altro passo verso la creazione di ‘economie razionali’”.

Secondo ‘Reuters’ a gennaio scorso, altri Paesi del Golfo si erano posti come obiettivo l’introduzione dell’IVA, e a seguito di un progetto concordato con il Consiglio di Cooperazione del Golfo, Qatar, Bahrain, Oman e Kuwait avranno tempo fino a Gennaio del 2019 per adottare l’introduzione dell’imposta.

Il Kuwait, in particolare, potrebbe subire ritardi a causa del lento iter parlamentare. Il Governo dell’Oman non ha annunciato una data fissa per l’entrata dell’IVA, mentre i funzionari del Bahrain hanno detto che è prevista nel loro Paese per metà 2018.

Jim Krane ha affermato: “la mancanza dell’IVA negli altri Stati del GCC crea effettivamente vantaggi commerciali per coloro che non hanno ancora imposto la tassa. Mi aspetto che queste lacune vengano affrontate quando Oman, Bahrein, Kuwait ed eventualmente il Qatar seguiranno l’esempio”. Secondo il ‘The National’,Il costo della vita negli Emirati Arabi Uniti dovrebbe aumentare di circa l’1,5% quest’anno a causa dell’IVA. Il sondaggio Cost of Living Survey 2017 di Mercer, aveva già inserito Dubai e Abu Dhabi tra le città più costose dove vivere nel mondo arabo. Ci siamo chiesti che conseguenze potrebbe avere l’introduzione dell’IVA sul turismo, Krane ci ha risposto: “saranno praticamente quasi nulle”.

No, decisamente la Bonino non ci piace e non da oggi


Emma Bonino e George Soros: una lunga luna di miele sulla pelle dei popoli

-12 gennaio 2018

Roma, 12 gen – Negli ultimi anni si è detto e scritto molto sull’amicizia tra Emma Bonino e il noto speculatore George Soros. Facciamo un po’ di ordine e vediamo cosa ci sia di reale. Per meglio capire, inquadriamo la figura della leader radicale partendo dagli anni ’70: nel 1973, fonda a Milano il Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto, dove vengono fornite informazioni e assistenza su contraccezione, sterilizzazione e aborto, organizzando prima viaggi verso le cliniche londinesi e poi gestendo consultori clandestini in cui si pratica l’interruzione di gravidanza. In seguito, la Bonino si autoaccusa pubblicamente per aver eseguito personalmente 10.141 aborti clandestini ed estremamente rischiosi per la salute delle donne, usando, infatti, pompe per biciclette; dopo solo una settimana di carcere, viene rilasciata; questo evento segna la sua ufficiale entrata in politica[1].


Nel 1976, entra per la prima volta in Parlamento sostenuta del Partito Radicale, con Adele Faccio (sua collega nel CISA), Marco Panella e Mauro Mellini. Da questo momento, la Bonino sarà una presenza costante nelle aule parlamentari italiane ed europee (appoggiando diverse coalizioni), battendosi per quelli che lei definisce “diritti civili”, non solo nel nostro Paese. Dopo aver spinto per l’istituzione del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia nel 1993, consegnando all’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite, Boutros-Ghali, una petizione internazionale, Emma Bonino fonda No Peace Without Justice (NPWJ)[2], associazione per la protezione e la promozione dei diritti umani, della democrazia, dello stato di diritto e della giustizia internazionale; presumibilmente, è proprio in questa occasione che si concretizza ufficialmente l’alleanza con George Soros, essendo il suo Open Society Institute (oltre ad altre ONG da lui finanziate) tra i sostenitori di NPWJ[3].


Nel 1995, la Bonino è tra i componenti della Commissione Europea “Santer” (dal nome del presidente Jacques Santer), con competenze su “politica dei consumatori, pesca e aiuto umanitario di urgenza”; la Commissione fu costretta a dimettersi interamente a causa delle accuse di frode e malagestione (dipendenza della Commissione da consulenti esterni per l’esecuzione dei compiti di ECHO e i problemi da essa derivanti nel caso in questione, ritardi della Commissione nell’affrontare i problemi connessi con ECHO, interventi dei Commissari e dei loro gabinetti per alterare il corso delle indagini, mancata informazione del Parlamento europeo, possibili favoritismi nell’ambito delle attività di ECHO). Proprio durante il suo impegno nella Commissione Europea, Emma Bonino viene invitata alla riunione annuale del Gruppo Bilderberg[4] che ha avuto luogo dal 14 al 17 maggio 1998 a Turnberry in Scozia, dove incontrò David Rockefeller. Ci chiediamo per quale motivo, tra i 20 commissari europei di allora, viene scelta proprio la Bonino?


Ora passiamo in rassegna le battaglie strenuamente combattute da Emma Bonino, evidenziando come le stesse siano scritte sull’agenda della Open Society Foundations di George Soros:
Esportazione della democrazia e “guerre umanitarie”: l’”umanitaria” Bonino si è sempre fatta portavoce, grazie al potere concesso dai suoi incarichi, delle richieste di intervento sia diplomatico sia militare negli stati in cui erano scoppiate guerre civili o che non rispecchiavano i parametri occidentali a proposito di diritti umani. Ricordiamo, ad esempio, il caso dell’ex-Jugoslavia e dell’intervento armato della NATO (senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU) come quello del Kosovo che Emma Bonino commentò così: “professare la pace dinanzi a un macellaio ha lo stesso spessore politico-culturale del famoso facciamo l’amore non la guerra degli anni Sessanta”. Vale lo stesso per l’intervento militare in Afghanistan[5] che commenta dalle pagine di Vanity Fair, al rientro dalla sua missione come capo della delegazione europea per l’osservazione elettorale: “Oggi l’Afghanistan ha un Presidente, un Parlamento e 34 Consigli provinciali eletti direttamente. Il processo di transizione istituzionale e democratica è concluso”. E alla domanda se un intervento militare può condurre alla democrazia, risponde: “In linea teorica sì, anche se nel caso dell’Afghanistan non si può parlare di occupazione: qui c’è una forza multinazionale”. Ovviamente la Bonino appoggia anche l’intervento militare in Iraq ed a conflitto concluso commenta: “Io credo che non ci fosse alternativa per sconvolgere la rete terroristica: se mandiamo il messaggio che dopo le torri di New York possono bombardare, senza colpo ferire, anche il Colosseo e la Torre Eiffel, non ci dà sicurezza”[6]. Chiede addirittura l’intervento militare in Libia come Vicepresidente del Senato nel 2011, con un appello in aula: “Cari colleghi, vi invio un gruppo di video relativi alla drammatica situazione di queste ore in Libia; in particolare viene testimoniata la presenza di molti mercenari assoldati dal Regime e impegnati in azioni di dura repressione contro la popolazione libica. Credo che tutto questo debba convincerci che non esista più alcuna ragione per mantenere in vita l’accordo ‘di amicizia’ con la Libia ovvero con chi è responsabile di questa spietata repressione della propria popolazione”; è proprio lei a scrivere la risoluzione che impegna il governo a intraprendere le iniziative necessarie per sospendere formalmente il Trattatodi amicizia, partenariato e cooperazione con la Libia[7].


In Libia, come in altri scenari di guerra “regime change” precedenti e posteriori (Siria e Ucraina), la Open Society Foundations appoggia l’intervento militare, come testimoniato dall’articolo pubblicato sul sito ufficiale: “L’intervento in Libia, sebbene giustamente stabilito e con giusta causa data dalla responsabilità di proteggere, ha avuto una breve pianificazione. Anche gli interventi più limpidi sono in definitiva operazioni militari, e quindi hanno bisogno di una buona strategia, risorse ed esecuzione. (…) Inoltre, un intervento positivo, ma pianificato male, fa propaganda a tutti coloro che sostengono che gli interventi (militari) sono impossibili. La NATO e l’ONU devono rivalutare gli argomenti a proposito di “tutti i mezzi necessari” di protezione e decidere se possono impegnarsi in questi mezzi. Se non possono o non vogliono, la rivoluzione della Libia sarà lunga e sanguinosa, e certamente a favorire dell’opposizione democratica fiduciosa e speranzosa”[8].
Legalizzazione delle droghe: una battaglia simbolo di Emma Bonino, dei radicali e delle associazioni ad essi collegate come l’Associazione Luca Coscioni (finanziata direttamente dalla Open Society Foundations), è quella della legalizzazione delle droghe. A questo scopo, è stato creato un sito internet ad hoc,” Legalizziamo! Il proibizionismo è fallito” grazie “ad una donazione di Foundations Open Society Institute in cooperazione con OSIFE di Open Society Foundations”.


Nel 2016, a seguito di una raccolta firme, i suddetti, in collaborazione con altre associazioni (molte finanziate dall’Open Society Foundations di Soros[9]), hanno presentato una proposta di legge d’iniziativa popolare è stata presentata alla Camera per la legalizzazione della produzione, consumo e commercio della cannabis e suoi derivati: “Il testo vuole completare il compromesso trovato dall’inter-gruppo parlamentare “Cannabis Legale” promosso dal Senatore Benedetto Della Vedova, iscritto all’Associazione Luca Coscioni, nel marzo 2015”[10]. Ricordiamo che l’inter-gruppo era formato da esponenti del PD, dei Civici e Innovatori, di SEL, di Forza Italia e non potevano mancare quelli del Movimento 5 Stelle[11] e che Benedetto Della Vedova è tra i principali esponenti della nuova lista della Bonino +Europa.


Netto l’impegno economico della Open Society Foundations a favore della proposta di legge sulla legalizzazione delle droghe dei radicali, tematica tanto cara a George Soros che persegue a livello mondiale.


Aborto e pianificazione demografica: abbiamo già trattato l’impegno della Bonino per l’approvazione dell’aborto in Italia anche attraverso la fondazione del Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto, grazie anche al contributo di Luigi De Marchi che prospettava in Italia una “pianificazione demografica” ottenuta con l’interruzione di gravidanza, la sterilizzazione e un limite al numero di figli per coppia.

Battaglia condivisa dalla Open Society Foundations: ad esempio, in Irlanda, la fondazione è impegnata nella battaglia pro-aborto e pro-scelta come documentato dai documenti pubblicati su DCLeaks.com (ora oscurato) che evidenziano i 400.000 dollari donati divisi tra la Irish Family Planning Association, la Abortion Rights Campaign e Amnesty International Ireland (ramo irlandese della ONG internazionale massicciamente finanziata da Soros)[12]. Lo scorso dicembre sulla questione è nato un caso politico: la Sipoc (Standards in Public Office Commission) vieta le donazioni di somme superiori a 100 euro da parte di enti privi di sede legale sul territorio irlandese, e quindi impone la restituzione alla Open Society Foundations dei 137.000 dollari donati alla sede locale di Amnesty International (e delle altre due associazioni)[13].


Emblematiche le dichiarazioni di Emma Bonino del 2008 a proposito delle soluzioni alla crescita demografica mondiale: “Noi proponiamo un rientro dolce della bomba demografica” Controllo delle nascite? “Preferisco parlare di pianificazione familiare, di emancipazione femminile. Certo non come è stato fatto in India con la sterilizzazione di massa, o in Cina con le penalizzazioni per il secondo figlio”. Chi dovrebbe assumersi il compito di pilotare il rientro dolce? “Potrebbe farlo l`Onu, ma oltre a non avere i fondi, tra Bush e il Vaticano l’ostacolo è quasi insormontabile”[14]. Non a caso la Bonino cita “Rientro Dolce”, nome dell’associazione creata dai Radicali per la propaganda informativa sulla pianificazione demografica mondiale[15].


Immigrazione e accoglienza: vi invitiamo ad ascoltare il discordo di Emma Bonino ospite della conferenza al Lingotto di Torino organizzata dal Partito democratico nel marzo scorso che sintetizza perfettamente il suo pensiero sulla questione migratoria.

La Bonino, dopo la solita sequela di retorica immigrazionista (gli immigrati producono l’8% del Pil, fanno i lavori che noi non vogliamo più fare, nel 2014 hanno pagato la pensione a più di 600.000 italiani, senza i loro figli chiuderemmo migliaia di classi) che molti esperti hanno facilmente “sbufalato”, afferma che in Italia “abbiamo bisogno di 160.000 immigrati all’anno” citando come fonti, non a caso, il centro del potere imprenditoriale Confindustria, Assolombarda, Centro Astalli[16](associazione gesuita dedicata all’accoglienza dei migranti inserita nel circuito SPRAR del Ministero dell’Interno e legata da progetti in comune con Open Society Foundations) e Fondazione Moressa (istituto di studi e ricerca, specializzato sul fenomeno migratorio e indirizzato in maniera prevalente ai temi dell’economia dell’immigrazione, e finanziato dalla Open Society Foundations).


Nel 2015, dalle pagine de Il Sole 24 Ore (quotidiano di Confindustria), Soros[17]affermava: “l’Unione Europea deve accettare almeno un milione di richiedenti asilo l’anno nel prossimo futuro”, garantendo a ciascuno 15.000 euro al mese per i primi due anni.


I radicali, con Emma Bonino come portavoce, hanno supportato diverse campagne e petizioni a favore dei diritti degli immigrati: “Ero straniero. L’umanità che fa bene”[18](il partito ha ricevuto un finanziamento ad hoc da Open Society Foundations), “L’Italia sono anch’io”[19] campagna per i diritti di cittadinanza, “Not My Europe”[20] contro il blocco della rotta mediterranea. Queste sono state ovviamente sostenute da tutte le associazioni sorosiane presenti in Italia: A Buon Diritto (presieduta da Luigi Manconi, senatore PD), ASGI, Lunaria, Cospe Onlus (tra i soci fondatori di SOS Mediterranee, ONG operante nella SAR davanti alla Libia), Associazione 21 Luglio (si occupa dell’integrazione di rom, sinti e caminanti), Progetto Diritti, Associazione Carta di Roma, Open Migration (progetto guidato da Costanza Hermanin, senior analyst di Open Society Foundations e dal 2016 segretaria particolare del Sottosegretario Gennaro Migliore), CILD, Antigone, Arci, CIR, Parsec e Amnesty International.

Fa sorridere come le suddette campagne siano riuscite a unire partiti politici di ogni sfumatura della sinistra, i Radicali Italiani, le associazioni sorosiane, i sindacati, e le associazioni religiose. Fa sorridere anche che la Bonino ora invochi l’arrivo in Italia di 1.600 immigrati per supplire alla crisi demografica dopo le sue mille battaglie non certo a favore della vita (aborto, eutanasia, e tutti i diritti “civili” che hanno diminuito il valore della famiglia tradizionale), invece di chiedere al governo politiche a favore della famiglia. Ed è curioso vedere sfilare a braccetto le associazioni religiose (tanto care a Bergoglio per il loro impegno a favore dell’accoglienza) e l’anticlericale dichiaratamente atea Bonino, prestata anche come relatrice a conferenze sull’immigrazione tenute proprio nelle Chiese ed accolta con onore in Vaticano.


Europeismo e Stati Uniti d’Europa: Emma Bonino correrà alle prossime elezioni con la lista +Europa (grazie all’ex Democrazia Cristiana, ex CCD, ex UDC, ex Rosa per l’Italia, ex Apl, e forse ex contrario alle adozioni gay, ora Centro Democratico, Bruno Tabacci, la Bonino non dovrà più raccogliere le firme) e nel relativo manifesto si legge: “Siamo cittadine e cittadini italiani, convinti che per affrontare le grandi questioni del nostro tempo occorrano risposte più ampie che può dare solo un’Italia più europea in un’Europa unita e democratica. Un’Europa per il benessere e contro la povertà, per le libertà fondamentali e contro ogni forma di discriminazione, per l’accoglienza e l’integrazione con regole certe e contro l’indifferenza, per la sicurezza e contro il terrorismo. Un’Europa votata all’innovazione tecnologica e alla ricerca scientifica, alla valorizzazione del patrimonio storico e ambientale, alla tutela della concorrenza in un mercato aperto e alla creazione di opportunità e lavoro.(…) Un’Europa fondata sulla partecipazione dei cittadini, che si faccia baluardo nel mondo di apertura (l’open society tanto cara a Soros), libero commercio, diritti umani e civili.(…) Abbiamo la responsabilità di dare alle prossime generazioni un futuro chiamato Stati Uniti d’Europa. (…)Per avere, anche in Italia, più crescita, più diritti, più democrazia, più libertà, più opportunità, più sicurezza, più rispetto dell’ambiente, serve PIÙ EUROPA”[21].

Ora confrontate il manifesto di +Europa a quanto scritto dall’europeista George Soros nel 2011 sul suo sito ufficiale[22]: “L’Unione europea è stata creata da quello che Karl Popper ha definito ‘ingegneria sociale frammentaria’. Un gruppo di uomini di stato lungimiranti, ispirati alla visione di Stati Uniti d’Europa, riconobbe che questo ideale poteva essere affrontato solo gradualmente, fissando obiettivi limitati, mobilitando la volontà politica necessaria per raggiungerli e concludendo trattati che richiedevano agli Stati di cedere la sovranità che potevano sopportare politicamente.(…) Poiché l’integrazione si è trasformata in disintegrazione, anche il ruolo dell’establishment politico europeo è stato rovesciato, dalla guida di un’ulteriore unificazione alla difesa dello status quo. Di conseguenza, chiunque consideri indesiderabile, inaccettabile o insostenibile lo status quo ha dovuto assumere una posizione anti-europea.(…) Generare la volontà politica richiederà un piano B per la stessa UE. (…) Una Open Society non considera sacrosanti le disposizioni prevalenti; consente alternative quando quelle disposizioni falliscono. (…) Bisogna mobilitare una maggioranza silenziosa pro-europea quando lo status quo diventa insostenibile”.

Presumiamo che non servono ulteriori commenti.
Amministrazione aperta e trasparenza: uno dei temi trattati spesso dai radicali e dalla Bonino stessa è la trasparenza, la conoscenza e il controllo delle amministrazione pubbliche[23]. L’anticorruzione e la trasparenza delle istituzioni è un punto cardine delle operazioni della Open Society Foundations, soprattutto negli stati dell’est Europa che sfuggono alle sue influenze (Stati Visegrad e Russia); un modo per creare scontento e diffidenza nella popolazione e sfruttarlo poi contro i vari governi. Avvenne un fatto simile in Italia nel 2008 contro il Presidente Berlusconi: “Il nostro lavoro ha incluso il supporto a battaglie legali conto la concentrazione della proprietà dei media da parte dell’amministrazione Berlusconi”, è riportato sul sito ufficiale delle fondazione[24].


Una ricerca di Luca Donadel su Riparte il Futuro[25], organizzazione che ha l’obiettivo di raccogliere e sviluppare varie iniziative per la lotta alla corruzione in Italia e all’estero, e sul suo essere molto “giovane” e attiva sui vari social network, ha svelato che la stessa è finanziata dalla Commissione Europea (ricordiamo l’amicizia di Soros e Jean-Claude Juncker) e proprio dalla Open Society Foundations.


Un’altra curiosa coincidenza: Lorenzo Lipparini[26], assessore a Partecipazione, Cittadinanza Attiva e Open Data del comune di Milano dei Radicali Italiani, per il suo “ Piano per l’Accesso ai dati ed alle informazioni” ha collaborato proprio con Riparte il Futuro, e con Transparency International, Diritto di Sapere, e Parliament Watch (tutti finanziati da Open Society Foundations).


Una robusta convergenza ideologica e morale quella appena mostrata tra Emma Bonino e George Soros: forse per questo motivo, il magnate ha scelto la stessa come Global Board Member della sua Open Society Foundations[27], unica italiana a sedere a quel tavolo.


Nel 1999, è stata nominata membro del Board dell’International Crisis Group, “organizzazione indipendente che lavora per prevenire guerre e definire politiche che costruiranno un mondo più pacifico” (ovvero gli esportatori di democrazia), fondata[28] e finanziata ampiamente dalla solita Open Society Foundations[29], e dove lo stesso George Soros siede nel Consiglio di Amministrazione.


Nel 2015, la Bonino riceve proprio dalle mani di Soros il premio “Fred Cuny for the Prevention of Deadly Conflict”[30], riconoscimento per il suo impegno instancabile a favore degli interventi umanitari e politici nei contesti di crisi.


Per non farsi mancare nulla, Emma Bonino è anche Co-Presidente di European Council on Foreign Relations, think tank europeo che si propone di condurre ricerche indipendenti, massicciamente finanziato dalla fondazione di Soros[31], e membro del comitato direttivo dell’Istituto Affari Internazionali, associazione culturale che mira a promuovere la conoscenza dei problemi internazionali nei campi della politica estera, dell’economia e della sicurezza attraverso ricerche, conferenze, pubblicazioni e formazione, finanziato da istituzioni pubbliche nazionali (anche dal Ministero degli Esteri) e internazionali, e da fondazioni internazionali[32], tra le quali figura la Open Society Foundations[33].


Per concludere questa inchiesta sui legami che uniscono Emma Bonino e George Soros, riportiamo una frase ripresa dal sito dei Radicali Italiani: “I partiti hanno cambiato nome, il “finanziamento pubblico” anche, ma il movimento radicale resta l’unica organizzazione politica ad essersi sempre opposta a questa truffa”[34].

Traete le vostre conclusioni.


Francesca Totolo

NOTE




[4] Bilderberg Conference 1998: https://www.bilderberg.org/1998.htm

[5] Emma Bonino, sito ufficiale: “Si, la guerra in Afghanistan e’ stata utile”: http://www.emmabonino.it/press/about_emma_bonino/2963







[12] Ma perché mezzo mondo vuole rifilarci l’aborto in Irlanda?: http://www.tempi.it/perche-mezzo-mondo-aborto-in-irlanda#.WlTpOK7ibIU


[14] Emma Bonino: “manca il cibo, fermiamo la bomba demografica”: http://www.emmabonino.it/pressreleases/6652




[18] Ero straniero. L’umanità che fa bene: http://www.radicali.it/campagne/immigrazione/

[19] L’Italia sono anch’io: http://www.litaliasonoanchio.it/


[21] Più Europa, per un’Italia più libera e democratica: http://www.radicali.it/campagne/piueuropa/


[23] La trasparenza, la conoscenza e il controllo http://www.radicali.it/campagne/trasparenza-conoscenza-controllo/


[25] Riparte il Futuro, chi siamo: https://www.riparteilfuturo.it/chi-siamo

[26] La trasparenza oltre “Amministrazione Trasparente”: http://www.radicali.it/20170217/la-trasparenza-oltre-amministrazione-trasparente/




[30] International Crisis Group premia Emma Bonino: http://www.ecfr.eu/rome/post/bonino_icg

[31] ECFR, Our supporters: http://www.ecfr.eu/about/donors


[33] Re-energising Europe: A package deal for the EU27: http://www.iai.it/en/pubblicazioni/re-energising-europe-package-deal-eu27

[34] La truffa del finanziamento pubblico ai partiti: http://www.radicali.it/20100806/truffa-del-finanziamento/

La Bce, Banca centrale europea, una banca straniera che va in aiuto del dollaro ma che tiene per il collo l'economia italiana

ECONOMIA

La Bce prepara il dopo Qe: il rialzo dei tassi si avvicina. I mercati reagiscono: euro ai massimi da tre anni

Nei verbali della riunione di dicembre c'è l'ipotesi di cambiare subito la comunicazione per orientare i mercati

12/01/2018 12:18 

GETTY IMAGES

Il rialzo dei tassi d'interesse da parte della Banca centrale europea si avvicina. La data dello stop alla politica espansiva, portata avanti con il quantitative easing, ancora non c'è, ma dalla riunione del board dell'Eurotower che si è tenuto il 13-14 dicembre emerge un dato di novità incontrovertibile. La Bce - si legge nei verbali - non esclude un graduale cambiamento nella sua forward guidance, il dispositivo con cui l'istituto orienta le aspettative dei mercati dando indicazioni sulla futura politica monetaria, se l'economia continuerà a espandersi e l'inflazione si avvicinerà al 2 per cento.

I membri del consiglio direttivo si sono trovati d'accordo sul fatto che la Bce deve restare "paziente" anche se sta emergendo un gap tra le condizioni economiche favorevoli e una posizione di politica monetaria che rimane "in modalità da crisi".

Quando avverrà questo cambio di passo? La Bce non ha ancora comunicato la data in cui finirà il Qe. Le previsioni degli analisti sono divergenti: alcuni, infatti, sostengono che il rialzo dei tassi - il primo dell'era Draghi - ci sarà già nel primo trimestre del 2019. Altri, invece, puntano su giugno dello stesso anno.

L'attenzione è rivolta alla prossima riunione del board della Bce, che si terrà il 25 gennaio: non sono attese grandi decisioni, ma quantomeno un segnale di continuità rispetto alla volontà, espressa a dicembre, di cambiare la comunicazione per orientare i mercati in modo differente rispetto a quanto fatto fino ad ora.

Gli effetti, intanto, si sono già materializzati. L'euro ha fatto un grande balzo: ha superato la soglia di 1,21 dollari, ai massimi da tre anni. Forti vendite sui titoli di Stato: il Bund decennale è stato il più penalizzato e ha iniziato a scendere.

Deutsche Bank - dove sono finiti i 75.000 (legasi settantacinquemila) miliardi di derivati, cioè carta straccia, nascosti nelle pieghe del bilancio?

Deutsche Bank pronta per il risiko bancario

Lo ha dichiarato il vice amministratore delegato. parole che riaccendono i riflettori sul consolidamento nel settore a livello di "big" del Vecchio Continente

Stefano Neri
venerdì 12 gennaio 2018 16:51


Nel momento in cui Deutsche Bank è nell'occhio del ciclone per le difficoltà a rialzarsi in piedi, nonostante l'aumento di capitale da 8 miliardi e un severo piano di ristrutturazione, il vice Ad Marcus Schenck ha affermato oggi che la banca è pronta per il consolidamento nel settore. 

"Il consolidamento in Europa verrà, è inevitabile", ha detto il banchiere partecipando ad un evento a Dusseldorf, secondo quanto scrive la Reuters. "Noi siamo pronti". 

Le parole di Schenck, vice del ceo inglese John Cryan, riaccendono i riflettori sul tema a quanto pare scottante di un risiko bancario europeo. Solo pochi giorni fa aveva fatto scalpore un report di Mediobanca su una possibile aggregazione cross border tra Intesa Sanpaolo e la francese Crédit Agricole

Deutsche Bank invece nell'ultimo decennio ha rilevato i concorrenti Postbank e Sal. Oppenheim, ed è stata a un passo da una fusione con la diretta rivale tedesca Commerzbank. Proprio oggi sono uscite notizie sulle strategie di razionalizzazione dei crediti da parte di Commerzbank, che si accinge a cedere un portafoglio di crediti italianiper 250 milioni. Strategie che potrebbero essere funzionali a un possibile matrimonio. 

Commerzbank è controllata dallo Stato tedesco con una quota del 15% ed è stata accreditata diverse volte negli ultimi mesi per un'aggregazione europea. L'istituto di credito nei mesi scorsi ha dato mandato a due banche d'investimento, Goldman Sachs e Rothschild, per studiare diverse opzioni strategiche

Deutsche Bank e Commerzbank si erano studiate nel coorso del 2016, ma poi avevano accantonato il progetto di fusione per portare a termine il percorso di ristrutturazione intrapreso. 

"Abbiamo risolto quasi tutti i nostri problemi del passato e siamo oggi meglio posizionati rispetto al passato", ha detto Schenck, aggiungendo che Deutsche Bank ha recuperato la propria forza e abilità di crescere.

Ma gli azionisti non la pensano allo stesso modo. Deutsche Bank la settimana scorsa ha avvertito che nel quarto trimestre i ricavi generati da reddito fisso e trading risulteranno inferiori del 22% rispetto a quelli dello stesso periodo del 2016. Il profit warning segue un trimestre altrattanto debole nella generazione di ricavi da trading. E ora per il quarto trimestre del 2017 ci si attende complessivamente una piccola perdita. E la poltrona del ceo Cryan è messa in discussione dalla stessa stampa tedesca. la Sueddeutsche Zeitung si è chiesta se l'amministratore delegato "sia ancora la persona giusta per questo lavoro, o se debba ritirarsi prima del 2020, quando scade il mandato". E il rappresentante di un grande azionista, citato nell'articolo del giornale bavarese, ha confermato che "il dibattito sulla leadership inizierà di nuovo".

Aumenti autostradali automatici senza giustificazioni, solo per far arricchire di più i privati

PEDAGGI A24: VIRGINIA RAGGI SCRIVE A DELRIO PER SCONGIURARE GLI AUMENTI

Pubblicazione: 11 gennaio 2018 alle ore 20:42

Virginia Raggi

ROMA - "Il sindaco di Roma, Virginia Raggi, ha prontamente chiesto con nota scritta al ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, che siano siano scongiurati gli aumenti"

Così il consigliere comunale del Movimento 5 stelle Fabio Tranchina in Aula Giulio Cesare in riferimento ad una mozione presentata da Fratelli d'Italia sul pedaggio autostradale A24-Arteria Roma Est.

Tic tac tic tac - i vermi escono fuori in coppia quando piove da soli non sono capaci

POLITICA

Governo a testa bassa contro Raggi. Gentiloni critica la "riluttanza a collaborare", dura replica della sindaca

La replica della sindaca di Roma: "Per governare questa città servono i poteri che hanno tutte le altre grandi capitali d'Europa e non chiacchiere prima del voto"

12/01/2018 16:21 

ANSA

Il governo, attraverso il premier, Paolo Gentiloni, e il ministro per lo Sviluppo economico, Carlo Calenda, va all'attacco della Giunta di Roma guidata da Virginia Raggi, criticando lo stato in cui versa la Capitale e l'assenza di collaborazione del Campidoglio con il Governo per il rilancio della città. La sindaca a sua volta replica duramente, sostenendo che a Roma "servono più poteri e non le chiacchiere", mentre i 5 Stelle ricordano i 13 miliardi di debiti lasciati dalle precedenti amministrazioni.

Il palcoscenico dell'offensiva del Governo è l'iniziativa "Una Costituente per Roma" promossa da Roberto Giachetti. "Noi siamo il governo e non possiamo non avere uno spirito di collaborazione su Roma - ha detto Gentiloni - anche se talvolta questo aiuto è stato accolto con sospettosa riluttanza". Il primo ministro ha aggiunto che "il governo c'è, apprezza lo sforzo per dare alla città un respiro lungo e sollecita tutti ad avere per Roma l'ambizione universale che questa città merita". Il presidente del Consiglio ha spiegato: "Roma non è una città che si può governare cercando semplicemente di gestire le emergenze che ci si presentano giorno per giorno, settimana per settimana. E peraltro non sempre ci si riesce, com'è abbastanza evidente...". "Il governo non sta alla finestra e ha dato risposte alle crisi e alle difficoltà mostrate dalla capitale anche con il tavolo per Roma per il quale qualcuno ha alzato il sopracciglio - ha continuato -. Noi siamo il governo e non possiamo non avere uno spirito di collaborazione" per ciò che concerne la capitale d'Italia".

Il premier, che ha iniziato il suo intervento ringraziando "Roma bella", ha lodato l'iniziativa di Giachetti con il quale, ha ricordato, collaboro da circa un quarto di secolo iniziando proprio dall'amministrazione capitolina con Rutelli.

Critico con Virginia Raggi anche il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda: "Io sono anche per istituzionalizzare il tavolo per Roma - ha spiegato -, io ci credo ancora ma i segnali finora non sono incoraggianti: io non ho un processo di lavoro, io materialmente non ho una controparte. Le risposte della sindaca sono 'non vengo, forse mando qualcuno, non posso fare la delibera...'". "Il centro di Roma - ha continuato il ministro - è in una condizione indecorosa. Nessuno processa le infrazioni e ovviamente tutti fanno le infrazioni".

"Anche la sindaca collabori per dare forza a una proposta che restituisca una prospettiva ai romani". Ha detto Giachetti lanciando il "patto costituente per Roma". Un'iniziativa, ha spiegato lo stesso Giachetti, alla quale aveva invitato anche la stessa sindaca, che non ha partecipato per "impegni istituzionali", come comunicato dal cerimoniale del Campidoglio.

La risposta dei 5 Stelle: "Siamo in campagna elettorale, quindi ricomincia a valere il principio secondo il quale 'vince' chi urla, offende e attacca l'avversario con buona pace dei programmi. Oggi è il turno di Gentiloni contro Raggi" afferma la sindaca di Roma. "Per governare questa città servono i poteri che hanno tutte le altre grandi capitali d'Europa e non chiacchiere prima del voto", continua Raggi. ​Ho chiesto più volte al premier che l'esecutivo si adoperasse finalmente per attuare la legge che nel 2010 ha istituito Roma Capitale - spiega Raggi -. Il governo non ha mai risposto. In genere, evito le polemiche ma non amo le falsità. Se Gentiloni è davvero in buona fede, come pare, si impegni sui decreti attuativi della legge per Roma Capitale. Questa è la vera prospettiva di lungo periodo". "In questi mesi, come lui stesso sa bene, con alcuni ministri c'è stata una proficua collaborazione, non "urlata" in tv e giornali, che ha portato a buoni risultati per i cittadini. Spero che si mettano da parte polemiche giustificate soltanto dalla smania elettorale di qualcuno", conclude la sindaca.

"Gentiloni faccia il premier non campagna elettorale. La loro efficienza a governare sono i 13 miliardi di debito lasciati" scrive Paolo Ferrara, capogruppo M5s in Consiglio Comunale a Roma. "Le dichiarazioni di Gentiloni sono vergognose. L'efficienza di cui parla è per caso quella dimostrata negli scorsi decenni dai governi Pd? Quell'efficienza che ha portato Roma ad avere 13 miliardi di debito?", commenta Ferrara. "Il premier la smetta di fare campagna elettorale. Anzi non perda tempo e nomini la Sindaca commissario del debito di Roma".

E' guerra vera tra Stati Uniti e la Cina - il mercato è libero solo quando lo vuole Trump e gli Stati Uniti. Se il sole 24 ore con il medesimo distacco e precisione ci dovrebbe informare sulla colonizzazione della Francia sull'Italia

DUELLO NEL PACIFICO
Da Moneygram ai T-Bond: la «guerra fredda» Usa-Cina sempre più calda

–di Enrico Marro
12 gennaio 2018


Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Non sappiamo se a Pechino conoscono il John Belushi di “Animal House”, ma quello che mercoledì è andato in scena sui mercati - facendo colare a picco i prezzi dei titoli di Stato statunitensi e mandando i tassi del decennale ai massimi da marzo, oltre a indebolire il dollaro - gli somiglia molto. È bastata una velina di stampa passata a Bloomberg da «fonti vicine ad ambienti governativi cinesi» per rovinare la giornata al debito pubblico statunitense, già debilitato dalla riforma fiscale di Trump. Stando alle indiscrezioni, Pechino avrebbe raccomandato alla Banca Popolare Cinese di diminuire gli acquisti di titoli di Stato Usa perché «meno attrattivi» come valutazioni.


11 gennaio 2018

La notizia è stata poi ufficialmente smentita, ma è difficile non scorgere in filigrana una risposta a tono di Pechino alle mille provocazioni di Trump. Forse un avvertimento. «Al mercato non sono sfuggite le implicazioni geopolitiche suggerite dalle indiscrezioni: si potrebbe trattare di una minaccia velata dei cinesi in risposta alle minacce di protezionismo di Trump - riflette Giuseppe Sersale, strategist di Anthilia - : essendo la Cina il primo detentore estero di titoli del Tesoro statunitensi, un’eventuale diversificazione attenuerebbe, secondo l’interpretazione del mercato, una delle principali fonti di domanda estera della carta Usa. L’effetto sui tassi è stato coerente, ma ancora più evidente è stato il corollario sul mercato dei cambi: minori acquisti di Treasury vogliono dire minor domanda di dollari per pagarli».


3 gennaio 2018

Vale la pena di ricordare che dalla Casa Bianca i “siluri” contro la Cina non sono arrivati soltanto sotto forma di innocui tweet. Qualche settimana fa, Washington ha bloccato l’acquisizione di Moneygram da parte di Alibaba, dando l’ennesimo schiaffo a Pechino e a un Jack Ma che da tempo contava sulla maxioperazione da 1,2 miliardi di dollari. E in settembre Trump aveva bloccato l’acquisizione della società statunitense di semiconduttori Lattice da parte di Canyon Bridge Capital Partners, gruppo privato controllato dal fondo d’investimento statale cinese: secondo la Casa Bianca l’operazione, dal valore di 1,3 miliardi di dollari, avrebbe costituito una minaccia per la sicurezza nazionale. Nel dicembre 2016 anche Obama aveva stoppato l’acquisizione del produttore di semiconduttori Aixtron da parte di investitori cinesi.

Washington non ha tutti i torti a frenare gli appetiti orientali (?!?!), perché è un fatto che una discreta fetta degli Stati Uniti sia già stata invasa dai cinesi, economicamente parlando. Secondo Axios, aziende e investitori dell’ex Celeste Impero controllano già la maggioranza dei pacchetti azionari di ben 2400 imprese americane, per un valore complessivo di 56 miliardi di dollari, con 114mila dipendenti (quanto Google, Facebook e Tesla messe assieme).

A Washington d’altro canto tutti hanno ben presente che Pechino possiede 1,24 trilioni di dollari di titoli di Stato Usa, pari al 10% della parte di Treasuries sul mercato. I cinesi peraltro avrebbero le loro ragioni nel cercare di alleggerire il “peso” dei T-Bond: come nota Charles Wyplosz, docente di economia internazionale al Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra, «per anni Pechino è stato infastidita dal fatto di avere così pesantemente investito in titoli di Stato Usa: probabilmente è solo questione di tempo e i cinesi inizieranno davvero a diversificare».

Il problema è “quando” avverrà la sindrome cinese sui bond Usa: quello attuale probabilmente è uno dei momenti meno indicati, con il processo di rialzo dei tassi Fed e l’aumento del debito pubblico provocato dalla riforma fiscale di Trump. Comunque vada, buona parte degli analisti pensano che nel 2018 assisteremo a un’escalation della “guerra fredda” commerciale tra le due sponde del Pacifico. Sperando di non vedere una nuova Pearl Harbour.

Palestina - un sogno di libertà da cibo all'anima palestinese, nulla potrà il cinico sionismo

Israele-Palestina, ecco il "Che" palestinese: 16 anni, capelli rossi e...

Il ’Che’ della Palestina ha 16 anni, i capelli rossi e i pugni alzati contro i soldati israelianiDi Daniele Rosa

Non surfa su Facebook e nemmeno su Instagram o Snapchat, e nemmeno posta selfie con gli amici o il fidanzato ma in jeans e maglietta alza i pugni contro i militari di Israele in tenuta di combattimento e cerca di schiaffeggiarli. La sua foto in jeans, con il broncio e la bandiera palestinese in mano ha fatto il giro del mondo.

Chi e’ la piccola ‘Che Guevara’ della Palestina che sta infiammando i territori occupati? E’ Ahed Tamimi, giovane ragazza di sedici anni dai capelli rossi e gli occhi tristi. E’ la nuova icona della lotta palestinese contro l’occupazione militare israeliana. Una lotta la sua, non violenta, ma fatta di pugni alzati e qualche schiaffo e parolacce ai militari israeliani in tenuta da guerra. Seri militari che, imbarazzati dalla giovane eta’ della ragazza e sorpresi dalla sua determinazione, si girano, le voltano le spalle sperando che la sua furia finisca presto. I militari in questione avrebbero dovuto ricevere un encomio da parte dei loro capi per come hanno saputo gestire la situazione inaspettata.Sono riusciti a mantenere i nervi saldi ed hanno evitato la benché’ minima risposta fisica alla scatenata e determinata ragazzina.

Una risposta che avrebbe fatto più’ danni di una bomba vera. La guerra infinita tra Israele e Palestina. Uno schiaffo visto nel mondo Infatti quello schiaffo viene ripreso dalle telecamere e fa il giro di tutti i social. Si va a vedere chi e’ quella ragazzina’ coraggiosa’ e anche un po’ matta, che si scatena e poi viene messa in manette e incarcerata. Una sedicenne che potrebbe sembrare una cheerleader americana o una studentessa della buona borghesia francese in vacanza e che invece vive in Cisgiordania in una famiglia attiva da molti anni nella resistenza.

La guerra infinita tra Israele e Palestina. La pasionaria di sedici anni

Ahed Tamimi, cosi’ il nome della giovane pasionaria, vive in un piccolo paese di pochi abitanti chiamato Nabi,a 20 km dalla città’ di Ramalla, nei territori della Cisgiordania. Territori occupati dalle forze israeliane dal 1967. Cosi’ come molti giovani palestinesi che nascono gia’ in guerra e con l’odio verso Israele, Ahed e’ carica di rabbia per tutto quello che ritiene le sia stato tolto ingiustamente. Parrebbe incredibile ma fra quello che le hanno, giustamente o ingiustamente strappato, un qualcosa e’ il mare. Infatti pur vivendo vicino lei, cosi’ come tanti palestinesi, non lo ha mai potuto vedere poiché’ i territori verso le spiagge sono bloccati dalle forze occupanti. La sua guerra contro ‘gli invasori’ e’ cominciata quando aveva solo 10 anni. Certo perché’ nel DNA di tutta la famiglia il virus della protesta contro gli occupanti ha attecchito in maniera forte provocando, per via dei suoi effetti, danni pesanti e crudeli. La famiglia ha pagato pesantemente questo impegno politico. Infatti il nipote della madre di Ahed, colpito in faccia da una palla di acciaio rivestita di gomma, ha rischiato di morire ed e’ rimasto totalmente sfigurato. Peggior sorte e’ toccata al fratello della madre, ucciso durante una manifestazione. E sia il padre che la madre molto spesso entrano ed escono dalle galere.

La guerra infinita tra Israele e Palestina. Arrestata in mondovisione

Per quei pugni contro i militari, ma soprattutto per l’affronto subito alla divisa, in mondovisione, Ahed e’ stata arrestata. Al giudice che le chiedeva come avesse fatto a dare uno schiaffo a un militare la ragazzina a muso duro ha risposto’ toglietemi le manette e vi faccio vedere’. Senza entrare nel merito della giustezza o meno di un conflitto che dura da anni e’ ovvio che un’icona di questo tipo potrebbe creare danni mediatici importanti nei confronti di Israele e soprattutto accendere animi ( gia’molti sono scesi in piazza per chiedere la scarcerazione immediata di Ahed ) a cui basta nulla per esplodere. Ed e’ per questo che la giustizia israeliana sapra’ muoversi e giudicare con grande attenzione, valutando anche l’effetto secondario provocato dai media. In ogni caso Ahed Tamimi entra di diritto a far parte di quella serie di donne palestinesi attiviste (cosi’ come negli anni 70 lo fu Leila Khaled), che negli anni si misero in prima linea contro gli occupanti delle loro terre. Donne che pagano di persona , a tutte le eta’, i loro ideali. Non per un progetto di carriera ma per un sogno di liberta’.