Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 20 gennaio 2018

Niger - si conferma che 470 soldati sono niente. Siamo rimasti in tre, tre somari e tre briganti, sulla strada longa longa di Girgenti. Ma se siamo tre, tre somari e tre briganti, solo tre. Ah, ah, ah! Ah, ah, ahi, ahi!

La missione in Niger tra Roe, caveat e “non combat”
 
19 gennaio 2018
di Giorgio Battisti
in Opinioni



Questo mio intervento non intende compiere un’ulteriore analisi della tanto pubblicizzata missione italiana in Niger, ampiamente approfondita in modo chiaro e pertinente da conoscitori della situazione ben più validi, ai quali si sono uniti ovviamente tanti esperti da “Bar Sport”, come sempre avviene in occasione delle competizioni di calcio della nostra nazionale, quando tutti gli Italiani si sentono allenatori.

Intendo, invece, soffermarmi su alcuni aspetti che caratterizzano normalmente ogni operazione all’esterno del territorio nazionale, quali le Regole d’Ingaggio e caveat, la natura combat/non combat della missione e l’applicazione del Decreto Legislativo 81/2008 in operazioni.



Le Regole d’Ingaggio (ROE) sono “direttive provenienti da un’autorità militare competente che precisano le circostanze e i limiti entro i quali le forze possono iniziare e/o proseguire un combattimento” (NATO AAP6). In sostanza definiscono le modalità dell’uso della forza per assolvere il compito.

Sono concordate tra le nazioni, su proposta della lead nation o dell’organizzazione internazionale/regionale designata (es., ONU/NATO/UE) che prendono parte a una missione multinazionale e sono uguali per tutti i contingenti.

Ciò per evitare che militari dei vari contingenti abbiano reazioni differenti in presenza dello stesso rischio/minaccia o abbiano una diversa disciplina dell’uso della forza necessaria per il perseguimento degli obiettivi operativi.

Discorso diverso riguarda i caveat. Questi sono “vincoli stabiliti da una nazione nella condotta di operazioni in un contesto multinazionale che non consentono al proprio contingente di agire completamente in linea con il piano di operazioni approvato” (NATO APP6). I caveat, che discendono da vincoli di natura costituzionale o da una specifica volontà politica nazionale, devono essere comunicati prima dell’immissione delle forze in teatro alla lead nation, che cosi potrà assegnare compiti compatibili con tali limiti.



I caveat sono poco conosciuti dai non “addetti a lavori” ma sono presenti in ogni missione e possono condizionare le capacità esprimibili da un contingente e la relativa immagine nel contesto della coalizione. Ad esempio, in Afghanistan, nazioni europee di primo piano avevano decine di caveat che, di fatto, spesso confinavano le loro consistenti forze all’interno delle basi.

Riguardano – di norma – restrizioni nell’intervento degli assetti sul terreno, come limitazioni per il volo notturno degli elicotteri, anche per esigenze di evacuazione sanitaria urgente (MEDEVAC), utilizzo dei velivoli per sole missioni di ricognizione aerea senza poter utilizzare le armi di bordo, oppure divieto nell’impiego dei soldati in interventi di ordine pubblico o la proibizione di entrare in centri abitati con i mezzi militari.

Quanto alla pubblica enunciazione non combat di una missione, essa si presta a diverse considerazioni. Prima di tutto, si evidenzia un argomento di natura squisitamente logica: affinché una missione possa definirsi “non combat” occorrerebbe quantomeno che a dichiararlo si sia in due: i “buoni” (ovvero noi) e i “cattivi” (ovvero l’avversario).



Dato per scontato che l’Italia non è mai scesa a patti con gli avversari per ragioni di serietà istituzionale, cultura e dignità di nazione, ritengo che l’attuale definizione sia limitativa solo per i nostri uomini/donne (e per la loro sicurezza), specie in contesti come il Niger e paesi limitrofi, caratterizzati dalla presenza di numerose formazioni di criminali/terroristi che non hanno scrupoli nel colpire in tutti i modi (civili compresi) chiunque ostacoli i propri redditizi traffici/interessi.

Qualora un nostro convoglio in fase di trasferimento logistico subisse un attacco, come si dovrebbero comportare i nostri soldati? Limitarsi a una reazione di self-defence senza tentare di manovrare per neutralizzare la minaccia (nel caso non possano proseguire il movimento), rimanendo quindi sotto il fuoco nemico sino all’arrivo in supporto di assetti di altri contingenti che non sono classificati non combat?

Inoltre in scenari africani e asiatici risulta difficile alle popolazioni locali, specie per quelle dei centri rurali, distinguere (per fattori contingenti legati alla mancata conoscenza di certi dettagli “tecnici”) un militare straniero da un altro e soprattutto capire o in qualche modo percepire la differenza tra un soldato combat e uno non combat.



Ai loro occhi, i soldati sembrano tutti uguali, con la stessa uniforme da combattimento maculata, equipaggiati in modo assai simile (elmetto, combat jacket, ecc.), talvolta “infedeli”, che parlano una lingua completamente diversa. Questo si è verificato in passato sia in Somalia sia in Afghanistan: mi è capitato di arrivare in un villaggio afghano e sentirmi chiedere dagli anziani se eravamo ritornati….ci aveva scambiati per Russi.

La dichiarazione non combat della missione, peraltro, potrebbe anche ingenerare nei militari la convinzione, com’è avvenuto purtroppo in passato, di operare in condizioni di sicurezza e con rischi minimi, in tal modo abbassando il conseguente livello di attenzione e sfumando quella giusta tensione, necessaria per il corretto ed efficace svolgimento delle operazioni.
Sarebbe stato forse preferibile non enfatizzare eccessivamente tale aspetto (forse motivi elettorali hanno indotto a farlo?) e configurare la natura della missione mediante una calibrata combinazione ROE–caveat, fornendo chiare direttive ai comandanti sul terreno, spesso difficilmente orientati tra disposizioni formali, impregnate di politichese, e concrete esigenze operative sul campo!



Un cenno, infine, al Decreto Legislativo 81/2008. Di esso si è detto in più circostanze che si tratta della legge che ha sostituito la “vecchia” 626, sinonimo di sicurezza sui luoghi di lavoro. Per rendere chiaro ai più di cosa si tratta, basti rammentare che fu la legge che rese più moderna la sicurezza sul lavoro in Italia: fu introdotta per recepire tutte le normative europee per ciò che riguarda la salute e la sicurezza dei lavoratori.

Con esso il datore di lavoro divenne responsabile del processo di miglioramento della sicurezza del luogo di lavoro e fu via via obbligato a redigere documenti di varia tipologia.

È d’intuitiva evidenza che nelle operazioni militari, a prescindere dalla qualificazione che si voglia fare delle medesime (combat o meno), ben difficilmente si potrà ipotizzare un documento ad hoc, che esuli e si aggiunga alla valutazione del rischio operativo fatta a priori in sede di pianificazione della missione stessa.



Adesso se ne parla in termini di garanzie per il “lavoratore soldato”, solo che si rischia di commettere un errore a mio giudizio grave: se noi si pensasse di mutuare tutto il complesso delle norme contenute nel D.Lgs. 81/2008 si porrebbe un (ulteriore) gravame sul comandante di un qualsiasi contingente.

Ben inteso, finché si tratta di casi gravi e fondati, quali la prevenzione dalle radiazioni ionizzanti (es. uranio impoverito e/o altri materiali radioattivi/tossici) è chiaro che ciascun comandante deve garantire non solo (e soprattutto) l’incolumità fisica dell’uomo/donna soldato, ma anche l’efficienza dello strumento militare che egli/ella incarna.

Non sarebbe infatti in grado, altrimenti, di conseguire il benché minimo risultato operativo. Se invece si intendesse recepire pedissequamente tutto il pacchetto delle norme predisposte per le “normali situazioni di lavoro”, senza tener conto della specificità militare e del contesto in cui si è chiamati ad agire, si rischierebbe di rendere inutile ab origine qualsiasi velleità operativa, sia essa combat che non combat, imbrigliando il comandante in pastoie burocratiche dalle quali è assai difficile districarsi.



Forse a qualcuno sfugge che le aree d’intervento delle attuali missioni non sono proprio dei “paradisi terrestri” in termini di condizioni ambientali; se così fosse non andrebbero impiegati i soldati ma altre categorie di personale.

Riuscite a immaginare un advanced party immesso inizialmente in un teatro per predisporre le basi dove di lì a poco dovrà affluire il grosso del contingente seguire alla lettera i dettami del Decreto Legislativo 81 e predisporre la relativa documentazione in uno scenario desertico o comunque impervio e difficile o in una regione degradata da anni di combattimenti?

Dopo quanti mesi (e a quale ulteriore sforzo economico/operativo/logistico) si potrebbe essere certi di aver conseguito la Full Operational Capability, garantendo nel contempo l’ossequio ai dettami del D.lgs. 81 e la coscienza dei benpensanti?

Foto: Esercito Italiano e Difesa.it (contingenti italiani in Afghanistan e Iraq)
 

Il fanfulla trottolino Macron raccoglie il suo tornaconto finchè la Germania vuole

Massimo Fini
«Macron? Non può che essere subalterno alla Germania»
di Filippo Romeo 19 gennaio 2018

Spiega Massimo Fini: «La Francia è subalterna alla Germania. Macron avrà pure i suoi pruriti, ma la Francia è portatrice di una grandeur ridicola; non dimentichiamo che la linea Maginot in due settimane è stata spezzata permettendo a Hitler di arrivare a Parigi»

Prosegue la nostra indagine sul populismo con l’opinione di Massimo Fini, altro grande intellettuale presente nel panorama italiano, da annoverare nella schiera degli esigui pensatori “eterodossi” ed indipendenti.

Il termine Populismo, ormai entrato abbondantemente nel gergo politico quotidiano, viene utilizzato come elemento discriminatorio. Potrebbe fornirci una definizione di tale termine?
No, perché non ho mai capito che cosa significhi francamente populismo. Secondo me è una parola priva di significato; se il potere è quello del popolo, populismo non mi pare che possa avere una accezione negativa come invece viene costantemente usata.

Possiamo, dunque, dire che il populismo è un fenomeno che al momento è emerso e che si sta diffondendo in quello che viene definito “occidente”?
Si, certo. Diciamo che populismo, in questo senso, sta ad indicare tutti quei movimenti, e non solo movimenti ma anche uomini, che in qualche modo si oppongono al sistema e al tipo di modello che si è affermato dopo la seconda guerra mondiale. Tutto ciò che mette a rischio il sistema partitocratico viene definito populismo. Naturalmente si tratta spesso di fenomeni che hanno origine diversa, comunque direi che il loro nucleo centrale è il fatto di opporsi a quella che sembra una democrazia ma in realtà è una partitocrazia e l’Italia è un esempio clamoroso di questo fenomeno dove i partiti hanno preso il potere di tutto ciò che è pubblico ma anche buona parte di ciò che è privato.

Secondo Lei anche per questo l’Italia viene definita un laboratorio populista?
Intanto l’Italia è da sempre un paese laboratorio. In Italia, a Firenze e nel piacentino, è nata la classe dei mercanti; il mercante come forte classe sociale. Una figura, questa, che prima era posta all’ultimo gradino della classe sociale. Questa forte classe di mercanti, unitamente a tanti altri fenomeni convergenti, darà origine (questa volta non in Italia) alla rivoluzione industriale e quindi al nuovo modello. L’Italia è laboratorio perché in Italia è nato il fascismo che è il padre di tutti i totalitarismi europei. L’Italia, dunque, è un Paese da attenzionare perché spesso i fenomeni che accadono qui si diramano altrove.

La stratificazione e mescolanza di culture nordiche e mediterranee che si sono susseguite nel corso della storia potrebbe, a suo avviso, essere una componente intrinseca che dà vita a questo genere di fenomeni?
È difficile sostenere questo anche se, per come emerge dagli studi antropologici, il mescolarsi di razze diverse produce spesso individui notevoli. Può essere che l’Italia, che da sempre è stata il crogiolo di popoli differenti e, sopratutto, il punto di incrocio di popoli molto diversi, costituisca un esempio singolare. Dopo potrebbero esserci altri motivi perché l’Italia in realtà ha una storia che nessun altro paese al mondo può vantare proprio perché alle sue spalle ha la romanità e la grecità.

 
Massimo Fini

E può vantare anche del cattolicesimo.
Si, anche il cristianesimo nella forma del cattolicesimo. La linea giudaico-cristiana prenderà il sopravvento e, attraverso varie trasformazioni di tipo economico, produrrà il modello attuale mettendo, successivamente, a lato la cultura più profonda che ci sia stata nel mondo occidentale che è sicuramente quella cristiana.

Con riferimento al modello attuale, da uno dei suoi libri più blasonati “La ragione aveva torto” emerge che tale modello viene fuori dalla caduta dell’ ancien regime e quindi dall’affermazione del pensiero illuminista, un pensiero che tuttavia è entrato anche esso stesso in crisi. Potrebbe dunque essere stata proprio tale crisi ad aver favorito l’avvento del fenomeno populista?
Certamente. Diciamo che in prima battuta il populismo riflette la crisi delle democrazie occidentali, ma la crisi di tali democrazie a sua volta si rifà al fatto che il modello illuminista, che ha abbracciato e partorisce sia il liberal liberismo che il marxismo, è fallito. Sostanzialmente, questa utopia bifronte dell’uomo cittadino del mondo volteriano è fallita perché in realtà l’uomo ha bisogno di radici condivise e orizzonti che non siano infiniti. L’illuminismo fallisce anche per numerose altre ragioni perché pensa ad un uomo astratto e non ad un uomo concreto quale esso è, pensa l’uomo come dovrebbe essere. Certamente il populismo nasce dal fallimento della democrazia e dall’appannarsi delle due ideologie partorite dall’illuminismo, appunto il liberal liberismo e il marxismo; tanto è vero che quello che è considerato il movimento principe del populismo in Italia, ovvero il grillismo, in realtà è al di la della destra e della sinistra.

Cos’è che a Suo avviso non ha funzionato e non sta funzionando nelle democrazie occidentali?
A mio avviso il concetto stesso di democrazia che, appunto, è il fallimento del pensiero liberale.

In che senso?
Nel senso che il pensiero classico liberale, di Locke e Stuart Mill, voleva potenziare capacità, meriti e potenzialità dell’individuo singolo. Ma, nel momento in cui nelle democrazie entrano le lobbies, in particolare i partiti, questo pensiero liberal democratico non è più tale. Lo dice molto bene la scuola elitista italiana dei primi del novecento: Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Roberto Michels.

Mosca, in particolare, sostiene che “cento che agiscono in accordo tra di loro prevarranno sempre sui mille che agiscono liberamente e che questo accordo non abbiano”. È chiaro che questo è la tomba sul pensiero liberale. Non si deve confondere democrazia con pensiero liberale, sono due cose diverse. La democrazia ha partorito, e l’Italia anche in questo caso è stato fatto in modo particolarmente evidente, i partiti che nel pensiero liberale non vengono mai menzionati fino al 1920. Come nota, infatti, Max Weber i partiti non vengono mai nominati in nessuna costituzione. La lobby e i partiti sono la fine della democrazia. Le democrazie oggi sono parte di lobbies e tale fenomeno in Italia è particolarmente evidente. L’Italia, essendo paese laboratorio, contagerà in questo senso anche gli altri paesi.

L’Europa si è organizzata e si sta organizzando attraverso una egemonia tedesca, dal momento che la Germania è il Paese più importante d’Europa sotto tutti i punti di vista. Hitler, che aveva in mente l’ unificazione europea da compiere sotto le armi, ha fatto perdere settanta anni sia alla Germania sia in generale alla concezione d’Europa Massimo Fini

Come avviene nell’Unione Europea dove il lobbismo è quasi “istituzionalizzato”.
Io su questo posso essere d’accordo, tuttavia starei molto attento ad attaccare l’Unione Europea. È ovvio che l’Unione Europea ha dei limiti molto gravi e, su tutti, quello di essere un’unione economica e non politica. Lo sapevano anche i nostri padri fondatori dell’europeismo, mi riferisco ad Adenauer, De Gasperi, Spaak, che l’Europa sarebbe dovuta nascere prima politica e poi economica, però gli americani non lo avrebbero permesso. Si sapeva, altresì, che l’Europa avrebbe dovuto dotarsi di un esercito proprio. A metà degli anni ’80 Germania e Francia cercarono di costruire un primo nucleo di esercito europeo ma gli americani lo impedirono osservando che non fosse necessario vista la presenza della NATO. Ma la NATO sono, appunto, gli americani stessi.

In realtà, pur essendo io favorevole al ritorno alle piccole patrie (ma questo avverrà, se avverrà, quando collasserà il sistema intero), credo realisticamente che bisognerebbe lavorare per un’ Europa unita politicamente, il che vuol dire la scomparsa degli stati nazionali. Questa era anche l’idea di Miglio, ideologo della prima lega. Per cui i punti di riferimento per un’Europa politicamente unita non sarebbero più gli stati nazionali, ma aree omogenee dal punto di vista sociale, economico e anche climatico. Un’idea molto intelligente, che però non ha fatto i conti con l’oste, ovvero con due osti, il primo è che l’Europa politica non si era formata e il secondo è che le elite nazionali mai avrebbero accettato ad una cosa di questo genere. Si pensi, per l’appunto, ai leader italiani in un contesto in cui il governo sarebbe stato europeo, non se ne riesce ad immaginare uno che possa sedere in un governo del genere.

L’Europa si è organizzata e si sta organizzando attraverso una egemonia tedesca, dal momento che la Germania è il Paese più importante d’Europa sotto tutti i punti di vista. Hitler, che aveva in mente l’ unificazione europea da compiere sotto le armi, ha fatto perdere settanta anni sia alla Germania sia in generale alla concezione d’Europa.

La Merkel, a mio avviso, sta portando avanti con grande fatica una politica di equidistanza sia rispetto agli americani che ai russi, ciò nonostante la Germania abbia ottanta basi militari americane, alcune delle quali nucleari, sul suo suolo. Ma è chiaro che se l’Europa non si organizza anche la Germania rimarrà schiacciata dai grandi colossi tra i quali dobbiamo annoverare anche Cina e India.

Bisogna, pertanto, aver chiaro che se l’Europa non si unisce spariamo visto che nessun paese europeo ha la forza di resistere in modo autonomo alle super potenze economiche e militari mondiali.

Oltre ai movimenti populisti, stiamo assistendo in Europa all’avanzata di movimenti nazionalisti. Quali risvolti potrebbero generarsi da tale fenomeno sotto il profilo geopolitico?
I nazionalismi hanno una doppia valenza dal momento che, da una parte, sono positivi perché recuperano quel concetto di identità di cui l’uomo ha necessità ma, dall’altra, nell’attuale situazione frantumerebbero l’Europa e quindi verrebbero scacciati via. Per tale motivo è estremamente intelligente l’idea delle macroregioni.



Uno strumento quello delle macroregioni che è contemplato dall’Unione Europea.
Si potrebbe a suo avviso partire appunto da lì per poi edificare il resto?

Certamente si potrebbe pensare ad un’Europa federale come sono gli Stati Uniti, con la differenza che questi ultimi hanno molta meno difficoltà a costituirsi perché prima non esistevano.

Noi in Europa abbiamo una storia completamente differente per cui ci sono identità nazionali molto forti che è difficile mettere assieme. Gli Stati Uniti non hanno avuto questo problema e quindi per loro è stato molto più facile. Per loro c’è il il nazionalismo, che è il nazionalismo americano e basta. Tuttavia ci sono degli smottamenti singolari negli Stati Uniti, e in questo loro sono fortissimamente nazionalisti anche se poi impediscono agli altri di esserlo (ma questo è un altro discorso), come quello che sta accadendo di recente ovvero il fatto che loro per la prima volta nella loro storia contestino il loro Presidente. Un evento che fino ad oggi non aveva avuto precedenti. Del resto anche Trump fa parte, anche se questo può sembrar strano, di questa rivolta contro l’estabilishment mondiale così come si è affermato dopo la seconda guerra mondiale.

Le altre interviste dello speciale sul "momento populista" curate da Filippo Romeo e Marco Dotti
Alain de Benoist: il momento populista
Diego Fusaro: populismo e aristocrazia finanziaria
Serge Latouche: governati da élites senza pensiero
FRANCO CARDINI: POPULISMO, IL RANCORE DELLA MODERNITÀ
Marco Tarchi: l'Italia è populista?
Francescomaria Tedesco: il "mediterraneismo" e la tribalizzazione dell'Europa

In uno dei suoi Libri, Il Vizio Oscuro dell’Occidente, Lei parlava di una sorta di scontro che si consumerà all’interno della nostra civiltà. I fenomeni che abbiamo elencato fin qui, compresa l’ondata dei populismi, potrebbero essere intesi come evidenti segnali di questo scontro.
Si, anche se in realtà ciò che taglia un po’ la testa al toro è il fatto che il sistema occidentale, che poi in realtà si è esteso a popoli e culture completamente diverse come la Cina e l’India, collasserà prima che possano svilupparsi anche questi fenomeni nazionalistici.

Con Macron lei intravede una leadership francese alla guida dell’Europa?
Stiamo scherzando? La Francia non può che essere subalterna alla Germania come da un certo momento in poi lo diventa culturalmente, infatti, anche sul piano della cultura europea moderna la Francia è subalterna alla Germania. Macron avrà pure i suoi pruriti, ma la Francia è portatrice di una grandeur ridicola; non dimentichiamo che la linea Maginot in due settimane è stata spezzata permettendo a Hitler di arrivare a Parigi. Sulla Francia ci sarebbe veramente molto da dire, non dimentichiamo che l’avventura libica è stata dovuta per le scelte insensate messe in campo dalla Francia. Purtroppo siamo noi che siamo subalterni sia agli americani, per i quali siamo degli alleati fedeli come cani ma anche sleali perché facciamo patti con il nemico, che alla Francia.

Pertanto le mire di grandezza della Francia sono sia dal punto di vista storico che da quello politico ridicole. 

Siria - l'attacco ad Afrin da parte dei turchi apre una ferita difficilmente rimarginabile nell'ego degli Stati Uniti

La Turchia ha attaccato le milizie curde in Siria

Scatta l'operazione "Ramoscello d'ulivo". Nel mirino posizioni dello Ypg ad Afrin


Andrea Cortellari - Sab, 20/01/2018 - 15:57

Erano le cinque del pomeriggio (le tre in Italia) quando la stampa turca ha annunciato l'inizio di una nuova operazione della Turchia in Siria, con l'obiettivo di colpire le milize curde Ypg nel cantone di Afrin, zona nord-occidentale del Paese.



Decollano gli F-16 impegnati in quella che è stata ribattezzata "Missione Ramoscello d'ulivo" e che hanno iniziato a oltrepassare il confine per andare a bombardare, mentre report parlano di un'avanzata delle unità dell'Esercito libero siriano, formazione composita di ribelli sostenuti dalla Turchia e avversi a quei curdi che, combattendo contro l'Isis, hanno preso il controllo di una vasta porzione della Siria settentrionale, diventando un alleato fondamentale per la coalizione internazionale impegnata contro i jihadisti.

Proprio questo aspetto della politica statunitense degli ultimi anni rappresenta uno dei maggiori fattori d'attrito tra Washington e Ankara, che considera le milizie alla stregua del Pkk e a lungo ha messo in chiaro di ritenerle tanto pericolose quanto lo Stato islamico per la sicurezza nazionale, ovvero come terroristi da sconfiggere e contro cui già si era mossa nell'operazione Scudo dell'Eufrate.

La zona di Afrin è sotto il controllo dei curdi dal 2012 e da tempo Erdogan aveva promesso un'operazione militare, per la quale ha ottenuto se non un via libera quanto meno un lasciapassare da Mosca, i cui uomini presenti nell'area hanno iniziato a riposizionarsi, mentre un comunicato del ministero degli Esteri chiedeva "moderazione" alla Turchia.

Secondo la stampa turca prima che gli aerei decollassero il ministro degli Esteri turco Cavusoglu ha parlato anche con il segretario di Stato americano Rex Tillerson, ma già da giovedì l'artiglieria aveva iniziato a bombardare l'area, mentre il capo di Stato maggiore e il capo dei servizi di Ankara si trovavano in Russia.

Il presidente turco ha minacciato di occuparsi in un futuro breve anche di Manbij, altra città siriana sotto il controllo dei curdi dalla cacciata delle bandiere nere. 
 

La Germania puntualmente sfora i parametri ma per gli euroimbecilli italiani tutto va bene, zitti e allineati anzi no lo zombi Renzi vuole più Germania

La Germania realizza il surplus di bilancio più grande del mondo
 
Maurizio Blondet 17 gennaio 2018

Le aziende tedesche hanno registrato un surplus commerciale estremo lo scorso anno: è il doppio di quello del secondo classificato , la Cina.

Secondo l’Ifo Institute, l’anno scorso la Germania ha nuovamente raggiunto il surplus più grande del mondo nel conto corrente. Con $ 287 miliardi, è più del doppio di quello del campione mondiale delle esportazioni , la Cina con $ 135 miliardi, l’agenzia di stampa Reuters ha detto oggi i calcoli dei ricercatori di Monaco. “Questa è la seconda volta di seguito per la Germania rispetto a tutti gli altri paesi”, ha detto l’esperto Ifo Christian Grimme a Reuters. Un anno fa al secondo posto, davanti alla Cina , c’era il Giappone, che ha realizzato un surplus di circa $ 203 miliardi.

I dati sono un combustibile politico: la Germania è criticata a causa del suo enorme surplus dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump , ma anche dal Fondo monetario internazionale (FMI) e dalla Commissione europea. Questi ultimi considerano che le eccedenze permanenti di oltre il sei per cento del prodotto interno lordo mettano a repentaglio la stabilità perché i paesi con eccedenze si trovano di fronte a coloro che hanno carenze e sono indebitati. Secondo i calcoli Ifo, l’eccedenza tedesca dello scorso anno era ben al di sopra di questo livello: al 7,8 per cento, anche se era inferiore a quella del 2016 dell’8,3 per cento

“L’eccedenza tedesca può essere attribuita principalmente al commercio di beni”, ha affermato Grimme. Qui le esportazioni hanno superato le importazioni di 249 miliardi di euro nei primi undici mesi dello scorso anno. “Il principale fattore determinante è stata la domanda di beni tedeschi provenienti dall’UE e dagli Stati Uniti.” Tuttavia, anche il reddito derivante da attività investite all’estero ha contribuito all’eccedenza. Le entrate risultanti hanno raggiunto 49 miliardi di euro fino a novembre. Questo è più di un quinto del surplus.

Se si tiene conto solo del commercio di materie prime, la Cina è di nuovo il paese con il più grande avanzo di esportazione del mondo. “Tuttavia, i cinesi hanno speso di più per viaggiare all’estero rispetto al passato”, ha detto Grimme. “Ciò ha notevolmente smorzato l’eccedenza delle partite correnti”. Il forte aumento dell’eccedenza giapponese si spiega con i pagamenti supplementari ricevuti dalle attività estere.

Le eccedenze persistentemente elevate delle partite correnti sono un campanello d’allarme anche per il presidente del commercio estero Holger Bingmann, al fine di rafforzare le importazioni tedesche con più vigore .Ma per lui sarebbe un errore rallentare le esportazioni ora. Invece, la Germania deve promuovere più fortemente le importazioni al fine di correggere lo squilibrio criticato a livello mondiale nel commercio estero tedesco.
Deutschland erzielt weltgrößten Bilanz-Überschuss

Deutsche Wirtschafts Nachrichten | Veröffentlicht: 16.01.18
 

I sionisti ebrei duri e puri, niente libri ai prigionieri palestinesi

3000 libri confiscati da Israele a prigionieri palestinesi
 
 News - 20/1/2018

 
 
Gerusalemme-PIC. La Polizia penitenziaria israeliana (IPS) ha confiscato nelle ultime settimane migliaia di libri provenienti da prigionieri palestinesi detenuti nel carcere di Hadarim.

Il prigioniero palestinese Marwan Barghouthi, detenuto a di Hadarim, ha raccontato all’avvocato Elias Sabbagh che sono stati confiscati quasi 3000 libri.

A tal proposito, il parlamentare al Knesset israeliano Yousef Jabarin(Lista Comune) ha richiamato il ministro israeliano per la Sicurezza affinché disponga l’immediata restituzione dei libri confiscati.

Il ministro israeliano ha affermato che i testi sequestrati sono coinvolti in “questioni di sicurezza”.

Il parlamentare Jabarin ha definito tale misura “una forma di rappresaglia che mira a mantenere i prigionieri in uno stato di “ignoranza” prelevando i loro testi universitari e accademici dalle loro celle”.

Traduzione di Laura Pennisi 

19 gennaio 2018 - DEBUNKER DI STATO - Sintesi conferenza stampa Minniti - Gabrielli sulle ...

Scuola di Taranto

Ilva e la scuola


http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/puglia/ilva-polvere-nera-sui-banchi-di-scuola-la-foto-diventa-virale_3118381-201802a.shtml

5G non prima della fine del 2019 gli smartphone

SPERIMENTAZIONI
5G, i primi smartphone non prima del 2019

La realizzazione dei chip necessari per gli smartphone di nuova generazione è un aspetto delicato dello sviluppo del 5G. Pechino accelera la fase di test, ma i primi smartphone non saranno pronti prima della fine del 2019.

di Paolo Anastasio | @PaoloAnastasio1 | 19 gennaio 2018, ore 10:35



La Cina punta dritto al primato globale sul 5G anche sul fronte degli smartphone. Il Governo di Pechino ha l’obiettivo di lanciare i primi smartphone 5G nel 2019, in seguito ai primi test pre-commerciali sulle reti che sono previsti già per quest’anno.

Wang Zhiqin, un esperto del Ministero dell’Industria e dell’Information Technolgy cinese, ha detto che visto che i primi standard della prima versione del 5G sono attesi per giugno di quest’anno, si prevede che le prime stazioni base e i primi apparati di rete 5G in fase pre-commerciale saranno pronti entro fine anno.

Ma ci vorrà tempo prima che siano sviluppati i primi chip 5G, per questo i primi smartphone 5G non saranno pronti prima della fine del 2019. Wang è il vice direttore della China Academy of Information and Communications Technology, un think tank del Ministero cinese dell’Industria e dell’IT.

La Cina sta facendo grandi sforzi per guidare la corsa al 5G incentivando la fase di ricerca e sviluppo dei primi network. Secondo stime, il 5G produrrà un contributo economico complessivo di 979 miliardi di dollari in Cina entro il 2030.

L’integrazione degli smartphone e in particolare dei chip con le reti di nuova generazione è considerata la fase più critica dello sviluppo commerciale del nuovo standard.

China Unicom, il secondo carrier del paese, condurrà i suoi test sul 5G in sette aree del paese, fra cui Pechino, Shanghai, Tianjin e Xiongan.

Wen Ku, direttore dire del dipartimento di sviluppo telecom del Ministero dell’Industria, ha detto che sono previsti test anche sulla parte bassa, media e alta dello spettro radio.

A quanto pare, il problema più complesso per lo sviluppo del nuovo standard sarà la messa a punto dei chip da parte dei produttori. Chip che dovranno essere compatibili con le nuove reti, ma ci vorrà tempo.

Noi non possiamo dimenticare

PROCESSO A CINQUE UFFICIALI DELL'U.S.NAVY? PERICOLOSO PRECEDENTE (FINALMENTE...) IN VISTA


(di Matteo Acciaccarelli)
19/01/18 

La decisione della Marina statunitense di accusare cinque ufficiali di omicidio colposo per il loro coinvolgimento nei due incidenti subiti, dai cacciatorpediniere lanciamissili classe Arleight Burke, potrebbe essere una decisione importante. Soprattutto perché, se fosse provato un loro diretto coinvolgimento, questo porterebbe ad una condanna per almeno tre anni di reclusione.

Gli ufficiali della Marina insieme ad altri esperti, hanno lavorato mercoledì per cercare di trovare altri casi recenti di incidenti navali che hanno portato ad un capo d’accusa così grave, ma non sono riusciti nel loro intento. Tutto questo perché dalla Marina, martedì, è arrivata la dichiarazione che le accuse verranno presentate con un’udienza basata sull’articolo 32 del Codice di Giustizia Militare americano (quella che in Italia è l’udienza preliminare, ndr), dove verrà determinato se le accuse si trasformeranno o meno in un processo davanti alla corte marziale.

Questa accusa così pesante, ovviamente, è legata al fatto che nell’incidente dell’USS Fitzgerald, che colpì una nave mercantile in giugno, morirono sette marinai, mentre in quello dell’USS John S. McCain, che urtò una petroliera in agosto (link articolo), ne morirono altri dieci. Morti che hanno cambiato le carte in tavola, perché, come spiegato da Eugene Fidell su military.com, insegnante a Yale ed esperto di diritto militare: “Le famiglie delle vittime sono state devastate da ciò e la Marina sente di avere un obbligo morale nei loro confronti”. Ma rimane inusuale che un caso come questo finisca in un processo che potrebbe portare alla reclusione, perché come continuato da Fidell questi casi solitamente terminano con un patteggiamento, con gli ufficiali accusati che oltre ad essere licenziati, perdono la loro pensione o subiscono una sanzione amministrativa. Il tutto ovviamente è legato a doppio filo con il capo di imputazione iniziale.


In uno dei pochi casi recenti dove la procura militare statunitense aveva provato ad accusare di omicidio colposo dei militari, ovvero l’incidente del Cermis del 1998 dove perirono 20 civili quando un Grumman EA-6B Prowler dei Marines urtò e tagliò il cavo della funivia mentre era pilotato in una zona interdetta al volo. I due ufficiali responsabili alla fine vennero assolti dall’accusa di omicidio colposo, anche se in seguito vennero condannati per aver intralciato la giustizia avendo distrutto la ripresa effettuata durante il volo.

Nella U.S. Navy i comandanti delle navi sono riusciti sempre a scongiurare un processo per omicidio colposo. Il caso principale fu quando, nel 2001, il sottomarino USS Greeneville emerse sotto l’Ehime Maru, un peschereccio giapponese, uccidendo nove persone. Dall’indagine che seguì emerse che il comandante stava conducendo un’esercitazione di emersione rapida e aveva seguito totalmente le procedure di sicurezza. Il comandante del sottomarino venne solamente ripreso da una corte militare di indagine, ma non arrivò alla corte marziale, permettendogli di andare in pensione con il grado massimo mentre per le famiglie delle vittime la Marina statunitense stanziò 16.5 milioni di dollari come risarcimento.

Tornando agli ultimi due casi, mercoledì dalla Marina è stato dichiarato che l’udienza preliminare per i cinque ufficiali dovrebbe aver luogo la prossima settimana a Washington, ma ancora sono ignoti data e luogo. Dalla prima udienza, comunque, verrà fuori sia se ci sono sufficienti prove per poter procedere con un processo. In un eventuale processo per omicidio colposo, gli inquirenti, secondo Fidell, dovranno provare che a causa della negligenza dei cinque ufficiali si sono verificati i due incidenti. Inoltre qualora fosse possibile procedere, all’accusa di omicidio si potrebbero aggiungere anche quelle di aver abbandonato il proprio dovere e di aver messo in pericolo una nave militare, che comporterebbe altri 2 anni e mezzo di galera. Un rischio concreto che potrebbe creare un precedente storico, perché l’indagine interna della Marina ha appurato che i due incidenti sono stati il risultato di vare cause, ovvero: scarsa capacità di giudizio, pessime decisioni prese, cattivo addestramento e un errore di comandanti e truppa che non riuscirono a riconoscere e a rispondere velocemente all’emergenza. Errori che messi insieme sono costati la vita a 17 persone, oltre ai gravissimi danni riportati ai due cacciatorpediniere, che saranno fuori servizio per alcuni anni.

(foto: U.S. Navy / web)

Il 5G è ben presente all'orizonte

REPORT TELCO PER L'ITALIA

Dècina: “Obiettivo del 5G sono i modelli di sviluppo per i servizi digitali”

Mai come per il 5G l’ecosistema industriale dei sistemi radiomobili cellulari si è mosso in forte anticipo e in sincronia verso la realizzazione di una sofisticata piattaforma multiservizio che permette la diffusione dei servizi Internet alle persone e alle cose

19 Gen 2018
Maurizio Decina
professor emerito, Politecnico di Milano

A seguire l’analisi di Maurizio Decina, professor emerito del Politecnico di Milano, su “Telco4Italy Report 2017”, l’iniziativa editoriale CorCom-Digital360 che fa il punto sullo stato delle Tlc in Italia. L’annuario – pubblicato a dicembre 2017 e distribuito in occasione degli Stati Generali delle Telecomunicazioni – raccoglie in sintesi i più importanti avvenimenti dell’anno e soprattutto dà la parola alla community del settore e ai suoi protagonisti. La pubblicazione rappresenta inoltre una sorta di staffetta ideale con Telco4Italy, il più importante evento italiano dedicato al mondo delle Tlc che come da tradizione si tiene a Roma prima dell’estate e che quest’anno è in calendario per metà giugno.

Verso il sistema 5G

Le varie generazioni dei sistemi radiomobili cellulari seguono un processo industriale strettamente guidato e si sono succedute nel tempo con scadenza decennale. Mentre i sistemi di prima generazione 1G sono i precursori analogici, i sistemi 2G (GSM) nascono nel 1990 e usano la tecnologia radio di accesso TDMA (Time Division Multiple Access). I sistemi 3G (UMTS) nascono nel 2000 e adottano la tecnologia CDMA (Code Division Multiple Access), mentre i sistemi 4G (LTE) nascono nel 2010 e impiegano l’innovativa tecnologia OFDMA (Orthogonal Frequency Division Mutiple Access). Progressivamente la banda dedicata ad Internet si è allargata, partendo dai 10 kbit/s di download dei sistemi GSM per arrivare ai 100 Mbit/s dei primi sistemi LTE.

Col sistema LTE Advanced si raggiungerà ben oltre un 1 Gbit/s verso la fine di questa decade, il 2020, anno in cui nascono i sistemi 5G. A differenza delle altre generazioni industriali, il sistema 5G non è fortemente caratterizzato da una innovativa tecnologia di accesso radio. Si parla invece dei requisiti di qualità del servizio che il 5G dovrà rispettare, in termini ad esempio di massima velocità di download (dai 10 ai 100 Gbit/s) e di massima latenza (1ms). Per ottenere elevate velocità di download sarà necessario operare su porzioni di spettro grandi almeno quanto quelle dello LTE (da 20 MHz fino alle centinaia di MHz in carrier aggregation per l’LTE Advanced), esplorando nuove porzioni dello spettro radio (spettro a microonde e a onde millimetriche, fino a 100 GHz) ed adottando tecniche di “small cells” e di “massive MIMO” (Multiple Input Multiple Output).

Per comprendere i requisiti di servizio dei sistemi 5G bisogna fare riferimento allo sviluppo della “Internet delle cose” (Internet of Things – IoT) che connette gli “oggetti intelligenti” (smart objects) che popolano gli ambienti che ci circondano, dalla casa alla città, fino a comprendere tutto il pianeta. Si prevedono circa 50 miliardi di oggetti intelligenti connessi nel 2020. I settori applicativi della IoT sono innumerevoli e possono essere classificati in due grandi cluster applicativi.

– Massive IoT: le applicazioni sono caratterizzate da basso costo, basso consumo, e bassa capacità di comunicazione, nonché da un grande numero di dispositivi connessi; trasporti e logistica, ambiente, casa intelligente, città intelligente, agricoltura, ecc.

– Mission Critical IoT: le applicazioni sono caratterizzate da alta affidabilità, bassa latenza e alta capacità; automotive, energia (smart grid), sanità, sicurezza, realtà aumentata, automazione della fabbrica, ecc. Per quanto riguarda l’architettura di rete 5G, questa è simile a quella del 4G ed è composta dalla rete di accesso radio (evolved Node B) e dal nucleo della rete: Evolved Packet Core e Internet Multimedia System. La grande differenza rispetto ai sistemi 4G è l’uso estensivo dei sistemi di virtualizzazione della rete: quando la maggioranza delle funzioni di rete è virtualizzata si può intervenire con il concetto di “5G Network Slicing” (“affettamento” virtuale della rete) che viene elaborato nel seguito. Le infrastrutture 5G promettono una maggiore efficienza ed efficacia in termini di costi di gestione, tempi di creazione del servizio e flessibilità nell’uso dell’hardware. La scalabilità e l’agilità nella gestione e creazione dei servizi 5G saranno garantite dall’impiego diffuso di tecnologie di Cloud e di Multi-Access Edge Computing (MEC) in una topologia di rete caratterizzata dall’uso in-door e out-door delle piccole celle. Le tecnologie di virtualizzazione della rete saranno infatti estensivamente impiegate sia nel nucleo (NFV/SDN – Network Function Virtualization/Software Defined Networks) che ai bordi della rete (ad esempio: C-RAN – Cloud Radio Access Network, per la virtualizzazione delle stazioni radio-base). La virtualizzazione permette di centralizzare le funzioni di controllo della rete, e quindi consente, sia un controllo capillare delle risorse (con grandi risparmi di costo), sia la possibilità di eseguire schemi sofisticati di routing end-to-end per ciascuna applicazione/transazione (application aware routing), con possibilità di innovazione dei servizi di trasporto offerti ai consumatori, alle imprese e alla pubblica amministrazione.

I servizi 5G

La visione per lo sviluppo dei sistemi 5G è quella di una nuova generazione radiomobile cellulare che deve gestire efficacemente tre differenti tipi di traffico (vedi Figura 1):
Alto throughput, per servizi video e di realtà aumentata (eMBB: enhanced Multimedia BroadBand)
Bassa energia, per servizi massive IoT per sensori con batterie a lunga vita (15 anni) (mMTC: massive Machine Type Communications)
Bassa latenza e alta affidabilità per servizi IoT mission critical (URLLC: Ultra Reliable Low Latency Communications).

Figura 1. Cluster applicativi dei sistemi 5G, ITU, 2015

Pertanto, la visione dei sistemi 5G è quella di una piattaforma radiomobile per la realizzazione dei numerosi “mercati verticali” abilitati dalla IoT, ciascuno dei quali presenta requisiti di servizio molto differenti in termini di capacità di trasmissione, latenza, affidabilità, ecc.: Trasporti e Automobilismo, Manifattura e Industria, Media & Entertainment, Energia, Sanità e Benessere, Cibo e Agricoltura, ecc. Si osserva che ciascun mercato verticale può richiedere la realizzazione di tutti i vari tipi di servizi 5G: ad esempio, il mercato Manifattura e Industria (Industrial IoT, Industry 4.0) richiede, sia servizi: enhanced Multimedia BroadBand (uso della realtà aumentata nelle fabbriche), sia servizi: massive Machine Type Communications (sensori negli impianti industriali per la manutenzione preventiva), sia servizi: Ultra Reliable Low Latency Communications (controllo dei robot negli impianti industriali).

Le fette virtuali di rete 5G

La Figura 2 mostra il concetto delle 5G network slices (“fette” virtuali di rete 5G) elaborato dalla Next Generation Mobile Networks (NGMN) Alliance per consentire la gestione dei diversi mercati.

La figura indica le risorse di rete generiche suddivise in: nodi di storage e cloud computing, posti sia nel centro (core) che nei bordi (edge) della rete, nodi di commutazione (routers), nodi di accesso e collegamenti trasmissivi. I nodi di accesso sono collegati con le stazioni radio base che impiegano differenti interfacce RAT (Radio Access Technology) a seconda del mercato indirizzato. Fanno parte della fetta di rete anche le risorse poste nei dispositivi terminali (sensori e apparati di utente). Tutte le varie risorse possono essere dedicate alla singola “fetta di rete”, oppure condivise tra fette di rete.

Figura 2. Fette virtuali di rete 5G, NGMN, 2016

La figura mostra a titolo di esempio tre fette di rete. La prima è dedicata ai servizi mobile broadband (eMBB): sono evidenziate in rosso le risorse utilizzate e i nodi di servizio sono marcati con le sigle CP e UP (Control Plane e User Plane) a seconda delle funzioni svolte. La seconda fetta è dedicata al comparto automobilistico con applicazioni di connected car e autonomous driving (URLLC): i terminali posti nei veicoli permettono la comunicazione D2D (device to device) oltre che la comunicazione con le infrastrutture. In questa fetta si nota anche l’uso di un dispositivo di edge computing (indicato come “vertical AP”, Application Plane) per migliorare la latenza delle comunicazioni V2I, “vehicle to infrastructure”. La terza fetta è infine dedicata ad applicazioni di massive IoT quali quelle delle smart homes/smart cities (mMTC).

Il concetto di “network slicing” ha varie applicazioni nell’ambito dei sistemi 5G: una delle più importanti è quella della convergenza tra utenti fissi e utenti in mobilità, ambedue connessi via radio al 5G. Inoltre, il network slicing consente la agevole creazione reti di impresa sia fisse che mobili (vere e proprie Reti Private Virtuali) con caratteristiche di instradamento e gestione delle connessioni di tipo proprietario ed eseguita in collaborazione tra carrier e imprese. Si osserva poi che alcune fette virtuali di rete possono essere allocate a reti e servizi orientati alla pubblica amministrazione e ai cittadini, compresi i servizi di emergenza.

Si osserva infine che nel recente rapporto BEREC sulla Net Neutrality si fa riferimento al 5G network slicing come un possibile strumento per veicolare su Internet “servizi specializzati” e si raccomanda che siano preservate le prestazioni di qualità della fetta di rete relativa al generico accesso dei consumatori a Internet.

Conclusioni

Mai come per il 5G l’ecosistema industriale dei sistemi radiomobili cellulari si è mosso in forte anticipo e in sincronia verso la realizzazione di una sofisticata piattaforma multiservizio che permette la diffusione dei servizi Internet alle persone e alle cose. Un sistema guidato dalla più forte alleanza industriale del pianeta che, a due anni dalla sua nascita ufficiale (2020), incomincia a prendere forma concreta con i protocolli per l’IoT e le nuove interfacce radio. Gran parte dei servizi 5G potranno essere erogati con i sistemi 4,5G, del tipo LTE Advanced, ove i quattro principali ingredienti tecnologici della futura generazione 5G sono sperimentati e introdotti massivamente sul mercato: Piccole Celle, Virtualizzazione delle Funzioni di Rete, Multi-Access Edge Computing, e Massive MIMO. Il 5G si differenzierà poi rispetto al 4,5G per le nuove interfacce radio NR (New Radio) e per i nuovi sistemi di codifica, multiplazione e correzione degli errori.

Nei sistemi 5G si realizza l’uso estensivo dei sistemi di virtualizzazione della rete: quando la maggioranza delle funzioni di rete è virtualizzata si può intervenire con la tecnica di “5G network slicing” (“affettamento” virtuale della rete). Questa tecnica permette di controllare capillarmente le risorse della rete e di allocarle a funzioni e servizi specifici per una varietà di applicazioni: dalle reti mission critical, alle reti ove è garantita la net neutrality.

L’obiettivo del 5G sono comunque i modelli di sviluppo per i servizi digitali offerti dagli operatori di telecomunicazioni in partnership con le utilities, le pubbliche amministrazioni, le imprese e gli Over The Top (OTT).


4 marzo 2018 regoleremo i conti con gli euroimbecilli di tutte le razze e butteremo, finalmente nella fossa, gli zombi Renzi e Berlusconi. Tic tac tic tac

Elezioni 2018, nel panorama politico italiano la vera sorpresa è Salvini

Elezioni 2018, Salvini un leader in crescita

Di Daniele Rosa


‘Nessun s’astenga’ sempre essere il momento topico di una grande opera della Scala di Milano o dell’Arena di Verona, ed invece e’ l’appello del nostro Presidente Sergio Mattarella agli italiani in vista delle elezioni di marzo. Forse il nostro Presidente avrà’ a disposizione sondaggi più’ approfonditi ma questa volta la gente sembra non aspettare altro. Desiderio di vendetta, voglia di buon governo, richiamo di un processo democratico che latitava da troppo tempo? Un po’ di tutto questo. Certo che scottati e terrorizzati solo al pensiero di rivedere il film horror di un altro Governo Monti con appendice Fornero, gli italiani sembrano non vedere l’ora di dare il benservito a qualcuno e il via libera ad altri. Ma quello che vogliono e’,stavolta, poter partecipare. Elezioni 2018. Gli italiani vogliono votare Una veloce carrellata degli schieramenti in campo aiuta il pensiero e facilita il giudizio. Tra le novità’'Liberi e Uguali’ sembra correre per partecipare e togliere voti a qualcuno.Un’analogia di quando Monti entro’ nella competizione anni fa. A dire il vero e con tutto il rispetto per le persone in un’ipotetica equazione Monti starebbe a Grasso come Fornero s’avvicinerebbe a Boldrini. Stesso aplomb e medesimo rigore. L’attrattivita' pero’ non sembra al massimo grado. Il mondo pentastellato e' dato in ascesa in tutti i sondaggi. Guidato da un battagliero Luigi Di Maio e in attesa dei risultati delle ‘Parlamentarie’ si interroga su chi veramente potrà’ portare avanti un eventuale successo elettorale. Le esperienze importanti in corso di Virginia Raggi a Roma e Chiara Appendino a Torino non paiono essere proprio entusiasmanti.

Elezioni 2018. Renzi al tramonto

In area PD i problemi sembrano invece di ben altra natura. Il partito, ormai scisso, pare consapevole che il condottiero Matteo Renzi ha ormai, politicamente, i giorni contati. Troppi gli ‘endorsment all’incontrario’, due in particolare sono sembrati colpi di maglio, quelli di Carlo De Benedetti e di Sergio Marchionne. Senza mezzi termini lo hanno ‘scaricato’. E il tutto fa ancora più’ male quando sai che in panchina devi tenere un ottimo giocatore come Paolo Gentiloni. Nel Centro Destra, premiato per il momento da buoni sondaggi, il Cavaliere gioca alle tre carte nascondendo potenziali candidati e promettendo a volte anche l’impromettibile. Giorgia Meloni,dal canto suo, sembra non avere il peso specifico per ‘bucare lo schermo’. L’unico che si sta muovendo con decisione , coerenza e lealtà’ nei confronti dei suoi elettori e dei suoi alleati pare essere Matteo Salvini.

Elezioni 2018. Salvini un leader in crescita

L’uomo e’ cresciuto attraverso innumerevoli battaglie, e’ riuscito a liberarsi della vecchia Lega e di un Senatur, ormai fuori dal tempo. Salvini ha sdoganato la Lega portandola nei confini nazionali, e lo ha fatto da solo, in maniera ostinata e senza badare agli avversari . Ed ha avuto ragione. Ora e’ pronto a esportare i modelli di buon governo, di Lombardia, Veneto e Liguria , in regioni come Sicilia, Puglia e Calabria. Politiche di apertura ma pure di rigore nei confronti degli immigrati, priorità’ agli italiani, un nuovo modello di tassazione, una revisione del sistema Fornero. Questi alcuni capisaldi delle idee leghiste in buona parte condivise sia da Forza Italia che da Fratelli d’Italia. E le prime scelte di candidature sembrano essere coerenti con questa serietà’ e concretezza di approccio. L’avv. Giulia Bongiorno , famosa penalista e gia’ parlamentare, sarà nella squadra della Lega, capolista in diversi territori del paese. ‘Colpita dalla nitidezza del pensiero di Salvini’ ha detto l’avvocato. Ed e’ la prima volta che il picconatore Matteo, l’uomo della ruspe, quello che in Europa si diceva non lavorasse, e’ stato disegnato in questo modo. E l’endorsment viene da una fra le menti più’ lucide della nostra magistratura. Se nell’ultimo mese prima delle elezioni il politico Salvini sapra’ controllare l’energia dell’uomo Salvini i risultati del voto potrebbero fare giustizia di chi in fondo ha da sempre lottato, magari in maniera a volte ruvida, per il bene del Paese, senza se e senza ma.

Autovelox - sono strumenti per fare cassa nascosti dietro l'ideologia della sicurezza. Limiti di velocità irreali che andavano bene negli anni '50 dello scorso secolo

Guerra agli autovelox: a Milano Marittima un convegno per dimostrare che sono "fuori legge"


Foto tratta dal sito http://www.ricorsi-autovelox.eu

Si terrà al Palace Hotel venerdì 23 febbraio. Tra gli ospiti anche politici ed ex agenti di Polizia Municipale da tutta Italia

Non vi sono mai piaciuti gli autovelox? Non credete alla veridicità dei risultati dell’alcoltest? A Cervia c’è il convegno che fa per voi. Organizzato da Auto Moto Club Romagna e AutoveloxKo, venerdì 23 febbraio il Palace Hotel di Milano Marittima ospiterà un incontro di 3 ore dal titolo “Autovelox e strumenti elettronici sanzionatori, sicurezza o cassa?”.

Se il titolo sembra lasciare un margine di dubbio sulle possibili conclusioni, la realtà è tutt’altra: da tutta Italia sono stati chiamati esperti, in qualsiasi modo coinvolti sul tema dei sistemi elettronici sanzionatori, avvocati e consulenti, ma anche agenti ed ex agenti di Polizia Municipale, per “dimostrare che tutti questi sistemi sono illegali”, come spiega il signor Roberto Franceschini, tra gli organizzatori del convegno, progettista e responsabile commerciale (ormai in pensione) per aziende che producono questo tipo di prodotti.

Lui, che la realtà la conosce dall’interno, sostiene che il funzionamento di autovelox, Scout speed ma anche alcol test e altri rilevatori elettronici in uso a Polizia e Municipale, effettuino rilevazioni “sballate”, a causa del loro stesso sistema di funzionamento, oltre a non essere omologati, motivazione che da sola basterebbe a metterli fuori legge.

“Lo scout speed per esempio – sostiene Franceschini -, cioè quella telecamera posta all’interno dell’auto di polizia, che permette di rilevare la velocità di un’altra auto, secondo un calcolo elettronico tra la posizione delle due, utilizza il sistema gps come base dei propri calcoli. Ma il margine di errore considerato dal gps è del 30%. Si capisce facilmente che è possibile arrivare a sanzionare auto, con tutto quello che comporta a livello economico e di punti per la patente, che non erano minimamente in eccesso di velocità”.

Tra gli argomenti, oltre agli autovelox e scout speed, anche l’alcol test, i semafori cosiddetti intelligenti, fino ai parcometri, anche questi nel mirino degli organizzatori del convegno.

Tic tac tic tac il 4 marzo 2018 gli italiani parlano

“TRANQUILLO, KOMMISSARIO MOSCOVICI…”

Maurizio Blondet 17 gennaio 2018


Quello che desidero anzitutto …. è che l’Italia abbia, dopo le elezioni, un governo pro-europeo e pro-euro» (Moskovici)

Sicilia - dal profondo sud sale e si misura l'inconsistenza politica delle consorterie, clan, mafie, massonerie, famigli, cordate, clientele che compongono il corrotto euroimbecille Pd che deciderà le candidature nelle segrete stanze romane altro che territorio. Ma sale anche l'inconsistenza delle falangi dello zombi Berlusconi che non hanno uno straccio di proposta amministrative una incuria del territorio e del popolo che vi abita

VERSO LE POLITICHE
"Le Regionali? Un disastro storico 
All'Ars c'è un Pd senza identità"

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Il caso Cardinale, la strategia del partito a Sala d'Ercole. Intervista ad Antonello Cracolici.

PALERMO - La necessità di evitare che il Pd diventi "sempre meno partito e sempre più contenitore", la convinzione che il ruolo dei dem all'Ars "non debba essere improntato al collaborazionismo tout-court con il governo Musumeci" e la certezza che le liste per le elezioni politiche di marzo "non possano essere frutto di rapporti bilaterali" dei singoli big locali con il Nazareno. A poche ore dalla direzione regionale del Partito democratico il deputato regionale Antonello Cracolici prova ragionare sullo stato di salute un partito che trova nelle liste per le Politiche l'ennesimo motivo di scontro per le correnti che scorrono al suo interno. "Le vigilie elettorali sono sempre cariche di tensione, è normale che l'aria non sia serena", è la constatazione di partenza.

Alla Direzione si rischia di aprire una discussione sulle candidature che avrà il suo epilogo nelle stanze romane
"Siamo in una fase in cui i contesti territoriali contano poco. Avevamo fondato questo partito su larghi processi di partecipazione e ora è mutato: se il territorio non è in grado di decidere, tutto finisce a Roma".

Sarà così anche questa volta? Liste decise dalla segreteria nazionale?
"Spero di no. Il mio auspicio è che il partito in Sicilia sia in grado di trovare un accordo largamente condiviso, che sia capace di mobilitare tutti i livelli e non soltanto chi sarà eletto. Non si tratta di scegliere i semplici candidati ma di costruire una proposta che metta in moto anche chi potrebbe ottenere un seggio a Roma".

Come si traduce tutto questo nella composizione delle liste?
"Immagino ad esempio che i capilista dei collegi plurinominali debbano candidarsi anche nei collegi uninominali. Un accorgimento che consentirebbe di stimolare tutti a dare il massimo per il partito, magari mobilitando anche chi non è stato eletto alle Regionali. Una cosa è certa: se le liste dovessero essere costruite soltanto su chi dovrà centrare l'elezione sarebbe complicato fare la campagna elettorale".

Intanto c'è chi, come Totò Cardinale, scalpita per assicurare un posto in lista alla figlia Daniela, parlamentare uscente.
"Ho il massimo rispetto per i nomi in ballo, ma credo che la dimensione 'esterna' assunta da Cardinale in questi mesi non abbia rafforzato il suo rapporto col Pd. Il suo Sicilia Futura ha provato a diventare una sorta di società satellite ma nei momenti di difficili queste realtà diventano secondarie".

Sicilia Futura società satellite e il Pd casa madre?
"Non riesco a immaginare il Pd come una Spa, così come è stato in questi anni. Il modello di un partito-confederazione non funziona e ha evidenti contraccolpi politici"

Anche Crocetta, che l'ha avuta accanto nel governo regionale, chiede un posto al sole
"Nel bene e nel male è stato ed è un dirigente del Pd, che non può gettare in mare i suoi quadri. Nella mia visione di partito non basta rivolgersi al capo in un rapporto bilaterale per avere la certezza che dica sì e ottenere un risultato, ma l'attuale impostazione gli dà ragione: lui ha una relazione diretta col capo".

Anche Faraone sembra tirare dritto per la sua strada in una campagna elettorale ormai avviata.
"Faccia ciò che vuole. Pensa che il Pd in Sicilia sia soltanto lui? Vedremo quanto totalizzerà questo Pd. Quello degli ultimi anni è stato sempre più una lista elettorale e sempre meno un partito".

In questo quadro c'è l'eterno rapporto di amore e odio con Leoluca Orlando e il suo 'modello Palermo' che ha avuto scarsi risultati alle Regionali.
"Ero contrario all'esportazione del 'modello Palermo' ma in quei giorni c'era la corsa a dare ragione al sindaco. Mi riferisco a Cardinale, Lupo e Faraone e ad altri. Mi pare che il risultato sia sotto gli occhi di tutti: del 'modello Palermo' non abbiamo più notizie e la sua trasposizione alle Regionali si è rivelata un disastro di proporzioni storiche. La verità è che in quel momento di difficoltà il Pd ha abdicato al suo ruolo di punto di riferimento: ha cercato di nascondersi dietro a Orlando".

E all'Ars che Partito democratico vede in questo avvio di legislatura?
"Sarei ipocrita se dicessi che l'atteggiamento assunto mi convince. Rischiamo di non avere una faccia, né un modo di essere coerente all'esterno. Rischiamo di essere un'armata Brancaleone molto 'raccogliticcia'".

L'atteggiamento di apertura e collaborazione adottato dal capogruppo Lupo non le va giù. Non è un mistero, anche dopo le sue critiche sulle dinamiche che hanno portato all'elezione dei vertici dell'Ars e delle commissioni legislative.
"Non siamo dei pericolosi estremisti ma non credo che il primo obiettivo di un partito d'opposizione debba essere quello di non proporsi in maniera collaborazionistica con i vincitori e con la loro narrazione propagandistica dei problemi esistenti. Musumeci continua a parlare di 'disastri' ma io sono convinto che abbia trovato una Sicilia migliore rispetto a quella di cinque anni fa".

Quella del governatore è solo propaganda?
"Musumeci ha un governo inesistente, che non ha celebrato neanche la classica luna di miele con gli elettori. La tradizionale euforia del dopo elezioni non c'è stata. Siamo di fronte a una realtà a due facce: da un lato c'è chi si propone in termini di rivincita culturale con operazioni scomposte come quella del docufilm su Mori, dall'altro l'assoluta assenza di proposte sul piano amministrativo. Non mi sottraggo al confronto, ma questo non può avvenire, ripeto, sulla narrazione dei problemi ma sulle cose da fare. Qui, invece, c'è stata la resa anticipata".

La Cina sempre più protagonista, processo irreversibile

Cina: il Celeste Impero supera per la prima volta America e Europa nei consumi 

Ecco quali saranno le conseguenze su economia ed occupazione per l'Italia di questo storico sorpasso.

Esperto di Economia
Autore dalla news
(Curata da M. Ribechini)

La sensazione era nell'aria [VIDEO] ormai da diverso tempo. Il Pil cinese, negli ultimi anni è cresciuto a ritmi del 7% in media, con punte anche del 9 - 10%. La motivazione principale di questa crescita vorticosa era da ricercare in una bassissima regolamentazione dell'attività imprenditoriale e lavorativa, in una forte incentivazione degli investimenti esteri da parte del governo centrale. Ma, sopratutto, nella crescita esponenziale delle esportazioni.

Nonostante tutti questi fattori positivi per la crescita economica, la #Cina aveva una classe media embrionale e larghe fasce della popolazione vivevano con un reddito estremamente basso e, nello stesso tempo, la loro produttività del lavoro per unità di prodotto non sembrava conoscere limiti.

Questo consentiva alla principale economia industrializzata occidentale, gli Stati Uniti, di mantenere il primato nei consumi mondiali. Ora, dai dati disponibili, sembra proprio che il 2018 segnerà una netta inversione di tendenza. Vediamo quali sono i dati e quali conseguenze a livello di economia e di occupazione possiamo attenderci nel prossimo futuro sia in Europa, ma sopratutto in Italia.

Le ragioni di questo sorpasso

Secondo i dati elaborati [VIDEO] dalla Fondazione Italia - Cina entro la fine del 2018 il Celeste Impero avrà totalizzato consumi per circa 5 mila e 800 miliardi di dollari, superando nettamente gli Stati Uniti, fermi a circa 4 mila miliardi di dollari. Ma quali sono le ragioni di questo improvviso exploit?. In poche parole è entrato in gioco, e prepotentemente, un giovane ceto medio prevalentemente formato dagli appartenenti alla generazione degli anni 90 e che, indubbiamente, ha delle esigenze di consumo molto differenti dai propri genitori e sicuramente maggiori.

Questo, ovviamente, influisce sullo stile di vita della popolazione in generale e sulle scelte di consumo. Anche se, secondo Giuliano Noci, prorettore del polo territoriale cinese del Politecnico di Milano, il Governo iniziasse a sviluppare una forma di Wellfare moderno la crescita potrebbe essere anche maggiore.

Le conseguenze sull'economia italiana e mondiale

Come mette in evidenza Alberto Forchielli, AD del fondo di private equity Mandarin Capital Partner, anche se lentamente ma il baricentro economico del pianeta si sta spostando sempre più verso est. Ora le imprese di tutto il mondo non si recano più in Cina per delocalizzare le loro produzioni, ma per aggredire il mercato interno. E i rischi per un'economia come quella italiana, un po' refrattaria alle innovazioni, sono enormi. Sta, infatti, crescendo sempre più velocemente una vera e propria classe imprenditoriale cinese in grado di competere alla pari con i concorrenti stranieri, anche in settori di eccellenza prima ritenuti patrimonio esclusivo di un determinato paese o nazione.

Una sfida che deve essere raccolta e affrontata in termini di competitività e qualità del prodotto. Anche perché imporre restrizioni o dazi servirebbe veramente a poco. Nonostante, infatti, il Governo Cinese abbia imposto una tassa del 10% sulle auto di lusso importate dall'estero, in particolare dagli #USA, una macchina americana su cinque è venduta proprio in Cina. Gli Stati Uniti, l'#Unione Europea e l'Italia sono avvertite.

Presidente dissentiamo profondamente dalla sua scelta. Vede Presidente c'è memoria e memoria, la sua scelta si innesca nella scia della memoria retorica, scontata che vuole che noi ci sentiamo colpevoli quando colpevoli non siamo perchè in questo modo veniamo impediti a ripensare al passato in maniera critica e non come la narrazione dei vincitori c'è la consegna preconfezionata e da accettare in blocco

LILIANA SEGRE NOMINATA DA MATTARELLA SENATRICE A VITA. GRAZIE PRESIDENTE!


Roma. C’è da ringraziare Sergio Mattarella che oggi ha nominato (e scelto tra moltissimi altre possibilità) la figura straordinaria di Liliana Segre, a quattordici anni deportata a Auschwitz insieme al padre e ai nonni, da cui non appena giunta nel lager venne separata e mai più avrebbe rivisto.

Una donna perseguitata fin da bambina, che con forza infinita volle sopravvivere all’Olocausto e di cui per quaranta anni, dopo essere stalta liberata nel 1945, non avrebbe mai voluto parlare, stretta nel silenzio e nel dolore.

E’ una scelta straordinaria, carica di significati e di moniti e di memoria.

In questi anni di rigurgiti nazifascisti, e non solo in Italia, la nomina di senatrice a vita di questa ragazza di 88 anni serve a far intendere a tutti, anche a gioca a Casapound e a chi starnazza sulla satira su Claretta Petacci (volgare e cinica come spesso è la satira: vogliamo ricordare Charlie Hebdo?) che attraverso la memoria ancora viva e lucida di Liliana Segre noi abbiamo la fortuna di avere la testimonianza della tragedia più tragica e grave che abbia mai attraversato la nostra umanità che con le legge razziali imposte da Benito Mussolini (e certamente mai discusse né criticate dalla sua amante Petacci) dette inizio alle persecuzioni alla comunità ebraica italiana che furono l’avvio della persecuzione sopportata anche dalla famiglia Segre.

A otto anni, nel 1938, Liliana venne espulsa dalla scuola che frequentava a Milano, interrompendo le lezioni delle elementari che stava facendo. Era estate,e in quell’agosto erano entrate in vigore le leggi razziali volute dal Duce.

Gli anni successivi videro le persecuzioni intensificarsi. Il padre Alberto la nascose presso dei cugini, poi davanti ai rastrellamenti dei nazisti e dei repubblichini di salò, Alberto, insieme a Liliana ormai quattordicenne, e al nonno Giuseppe cercò disperatamente riparo in Svizzera, ma la famiglia Segre, così come altre famiglie ebraiche fuggitive venne respinta dalle autorità elvetiche di confine. Il giorno dopo vennero arrestati a Viggiù, poi trasferita a Como, quindi a Milano, da dove il 30 gennaio 1944, dal binario 21 della stazione centrale venne deportata, insieme al padre, nel lager polacco.

All’arrivo Auschwitz venne divisa dal padre che non avrebbe mai più rivisto (Alberto sarebbe poi stato ucciso a maggio, mentre i nonni vennero uccisi appena giunti nel lager)e le sarebbe stato stampigliato sul braccio il numero 75190 che ancora la accompagna.

Liliana Segre è tra i 25 ragazzi italiani che riuscì a sopravvivere allo sterminio nazista e alla camere a gas di Auschwitz.

Liliana sarebbe stata liberata nel maggio 1945. Tornata in Italia sarebbe vissuta nelle Marche con i nonni materni (la madre era deceduta subito dopo la nascita). Poi avrebbe conosciuto Antonio Belli Paci, cattolico ma anche lui detenuto nel lager della sterminio, che poi sarebbe diventato il compagno di tutta una vita.

Liliana solo agli inzi degli anni Novanta ha iniziato a parlare della tragedia della sua vita, partecipando attivamente alle attività di testimonianza e di memoria, dando voce, la sua voce, alla memoria di quegli anni tragici, che per molti diventava una sorta di incidente della storia.

Il presidente Mattarella con questa nomina, a differenza di Giorgio Napolitano che aveva nominato senatori Mario Monti, Claudio abbado, Renzo Piano, Elena Cattaneo e Carlo Rubbia, tutte nomine in un certo senso facili da individuare, trattandosi di eccellenze della cultura nazionale, ha scelto una signora ormai anziana, perfettamente sconosciuta alle grandi masse e ai media.

Una nomina che non è un riconoscimento formale, ma una sfida alla indifferenza di chi rifiuta la memoria.

Una stella luminosa e abbagliante di questi nostri cieli sempre più vacui e buii.

Grazie Presidente

Banca Etruria - la Boschi si tiene molto lontana dal territorio quando si tratta di candidarsi, sa che invece di voti prenderebbe maledizioni

Apa sostiene Ghinelli: “Arezzo danneggiata da Banca Etruria, il Pd usa solo il vittimismo politico”

Apa sostiene Ghinelli: “Arezzo danneggiata da Banca Etruria, il Pd usa solo il vittimismo politico”

Redazione Arezzo Notizie
19 gennaio 2018 14:00 


“Il Pd ha un bel coraggio a fare dichiarazioni prive di ogni logica politica solo per attaccare il sindaco di Arezzo che si sarebbe “permesso” di ricordare che la città ha subito un serio danno di immagine per le vicende di Banca Etruria. Comprendiamo, sul piano squisitamente politico, l’afflato protettivo verso un ministro e un “leader”, un po’ azzoppato politicamente, ma che, tuttavia, sta facendo le liste per le elezioni del 4 marzo. Hanno toppato di nuovo. Ora, sempre politicamente parlando, scendono in campo esponenti regionali, parlamentari e politici vari, alcuni dei quali sembravano tuttavia eclissati e che, ad esempio, sulla vicenda Nuove Acque erano letteralmente non pervenuti.”

Così Jacopo Apa coordinatore comunale di Forza Italia torna sulla polemica tra Pd e Ghinelli sull’ipotesi di richiesta danni alla famiglia Boschi:

“Ma la questione centrale, qui, non è la Boschi, ma Arezzo – dice ancora Apa – E comunque non si parla solo della ministra ma anche politicamente della “famiglia Boschi”. Per vicende e fatti che sarà bene non sottovalutare anche con riguardo ai danni di immagine eventualmente subiti dalla città e per i quali non può escludersi, a priori, un pronunciamento in sede giurisdizionale per coloro che effettivamente risultassero, in ipotesi, responsabili. Chi con tanta sicumera pensa il contrario, sono gli stessi che in prima persona, o forse politicamente dietro le quinte, pensavano si potesse procedere senza problemi alla proroga-rinnovo per Nuove Acque. Si valuterà con serenità e nel merito ogni aspetto e probabilmente sarà compito dell’autorità giudiziaria verificare o meno il diritto al risarcimento, come ben spiegato dal sindaco.
Alessandro Ghinelli è il sindaco, forse qualcuno ancora non lo ha capito, ed è figura istituzionale a prescindere dalla parte politica. Egli ha semplicemente rappresentato il disagio della città che governa e i danni che ha subito. Questo è quanto. Per il resto il Pd usa il vittimismo politico solo per non guardare alla realtà dei fatti.
Non ci risulta vietato parlare politicamente di un ministro o di un vicepresidente di una banca purtroppo assoggettata a procedura di risoluzione o dei problemi che ne sono derivati per la città e i risparmiatori. Che dire, forse non hanno mai avuto un sindaco che pensasse solo alla città, forse è solo invidia e rabbia politica, ben sapendo cosa ha combinato il governo Renzi ad Arezzo e sulla vicenda banche, tanto è vero che sia Renzi che la Boschi pensano, a leggere i giornali, a stare lontani da qui e a candidarsi altrove. Sanno di difendere l’indifendibile ma, politicamente parlando, rispondono: obbedisco. Ma per favore: chi vi crede più?”

Immigrazione di Rimpiazzo - le cure gli italiani se le pagano gli stranieri no, vengono dall'Ucraina per farsi curare. Assistiamo gratis alla razza bianca e nera, quest'ultima è composta da tante tante persone

Sanità, regioni sempre più indebitate ​per pagare le cure ai clandestini

L'assistenza sanitaria gratuita verso tutti costa all'Asl e di conseguenza a Stato e cittadini un salasso. Ecco i numeri da capogiro

Gabriele Bertocchi - Gio, 18/01/2018 - 16:11

Trattamenti urgenti, come il pronto Soccorso o il ricovero in ospedale. E ancora vaccinazioni, profilassi e bonifiche per le malattie infettive.


Senza dimenticare la tutela della salute del minore e della donna in gravidanza: tutto gratis. Lo dice la legge italiana. E Sanità gratuita anche verso i clandestini. Gratis per loro per noi invece è un salasso.
I costi per le Asl e per lo Stato

Le cifre sono altissime. Una ferita profonda nel sistema sanitario nazionale dalla quale fuoriesce denaro. I milioni che le Aziende sanitarie locali sborsano ogni anno per le spese agli irregolari sono molti. Costi che pesano: molte asl si indebitano, finisco in rosso e sono costretta a tagliere personale e posti letto. Inoltre cono costrette - soffocate dal peso delle spese - a chiedere aiutare allo Stato.

La situazione ha due punti cruciali. E vanno a braccetto. Lo Stato rimborsa solo una parte delle spese, pescando i soldi dal Sistema sanitario nazionale, alimentato chiaramente dalle tasse degli italiani. Il motivo? Arriviamo così al secondo problema. I costi sono dovuti a immigrati irregolari e "non profughi, sbarcati o richiedenti asilo, inseriti in qualche modo in un sistema di accoglienza, sostenuto, almeno in parte, dall' Europa", come sottolineano da La Verità.

In termi tecnici vengono definiti stranieri temporaneamente presenti. Per loro lo Stato, attraverso il ministero della Saluteha stanziato 31 milioni di euro. Cifra sottostimata che basterà a pagare forse due terzi del totale. Accade sempre così: chiedetelo all'Emilia Romagna che nel solo 2016 ha speso la bellezza di 8 milioni di euro per erogare "servizi e prestazioni essenziali a cittadini stranieri non in regola". Ne sono rientrati solamente 3,2 milioni. Nel 2015 invece le Ausl del territorio spesero in tutto 7,7 milioni di euro per assistere i clandestini e, anche in quel caso, ottennero un rimborso solo parziale, pari a 5,5 milioni. I numeri aumentano andando a controllare gli anni passati: "dal 1998 al 2014 le sanitarie dell'Emilia Romagna hanno erogato prestazioni ad irregolari per 90,8 milioni di euro", sottolinea La Verità. Anche in questo caso ne sono due terzi, ovvero 60 milioni.

Anche il Veneto non è messo meglio. "Nel 2016 - si legge sul quotidiano diretto da Maurizio Belpietro - le spese complessivamente rendicontate sono state pari a 8.501.000 euro, cifra in costante crescita negli ultimi anni (+22% tra il 2014 e il 2015 e ancora +6% nell' ultima rilevazione)". Cifre da capogiro che non trovano rimborsi adeguati.