Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 17 febbraio 2018

Muos - confisca per un'opera completamente abusiva, ora cosa si inventerà il Partito dei Giudici?

Il MUOS è abusivo, i Pm chiedono la confisca e la condanna per sette persone

Il prossimo 23 febbraio rito abbreviato per quattro imputati

16 febbraio 2018 - Luciano Manna

Il MUOS poco prima che i radar fossero installati

Autore: Luciano Manna
Fonte: Peacelink
Copyright © Luciano Manna
Licenza: CC Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0

Il prossimo 23 febbraio presso il Tribunale di Caltagirone si svolgerà l'udienza del processo penale riguardante la costruzione del sistema di telecomunicazione satellitare degli Stati Uniti denominato MUOS (Mobile User Objective System). L'udienza darà la sentenza per quattro dei sette imputati che hanno scelto il rito abbreviato. A giudizio andranno l'ex dirigente dell'assessorato regionale Territorio e Ambiente, Giovanni Arnone, che autorizzò nel 2011 la realizzazione del MUOS; il presidente della società che vinse l'appalto per realizzare l'opera e i due titolari delle imprese impiegate per i lavori in subappalto. Il rito ordinario proseguirà nei confronti degli altri tre imputati che nella costruzione del MUOS hanno operato nelle aziende effettuato i lavori, compreso il direttore dei lavori.


Secondo l'accusa sostenuta dal procuratore capo Giuseppe Verzera l'impianto MUOS è stato realizzato "in zona di inedificabilità assoluta, in un sito di interesse comunitario e senza la prescritta autorizzazione, assunta legittimamente o in difformità da essa". Pertanto la richiesta della Procura è di un anno di reclusione, l'ammenda di 20 mila euro per ciascuno degli imputati e la confisca dell'intera struttura radar. Le parti civili si associano alle richieste della Procura ma ognuna farà richieste di risarcimento in base al danno ricevuto dalle parti costituite. Tra queste quella più alta è stata chiesta dai legali del comune di Niscemi che per l'ente chiede un risarcimento di 100 milioni di euro.

Per gli avvocati del Comitato No Muos, Paola Ottaviano e Nello Papandrea, che nel corso degli anni hanno seguito in prima persona la vicenda MUOS, anche se i procedimenti amministrativi e penali sono alquanto complessi è evidente che il MUOS è un'opera abusiva eretta in violazione dei regolamenti della Riserva Naturale Orientata Sughereta di Niscemi istituita nel 1997 e riperimetrata dalla Conferenza dei Servizi nel 2009 sancendo, quindi, che l'area dove attualmente sorge il MUOS è assolutamente non edificabile in quanto sia nella zona A che nella zona B della riserva sono concesse solo delle piccole opere legate alla valorizzazione agricola.

L'avvocatessa Paola Ottaviano, che nel procedimento penale in corso segue il Comitato No Muos, anch'esso costituito parte civile, ci ricorda che "nel marzo del 2013 si era creato un clima di fiducia tra la popolazione a seguito della prima revoca al MUOS dell'autorizzazione da parte della Regione Siciliana. Successivamente, a febbraio 2015, giovò al morale della gente anche la sentenza storica del TAR che - ci racconta Paola Ottaviano - fu una sentenza molto forte dal punto di vista giuridico perché aveva codificato quelle revoche non come revoche ma come un vero e proprio annullamento sancendo l'inesistenza dal mondo giuridico di quei provvedimenti autorizzatori facendo comprendere come fossero illegittimi sotto tutti i punti di vista: per la carenza degli studi e per la carenza istruttoria nel procedimento autorizzativo". Tutto ciò aveva dato molta speranza alla popolazione ma solo dopo qualche mese arriva la decisione della Regione Siciliana. A luglio 2013 il governo Crocetta annulla la revoca delle autorizzazioni.

"Nonostante il Tribunale del riesame e la Cassazione - prosegue l'avvocatessa Ottaviano - abbiano disposto il dissequestro la stessa Cassazione in questa ordinanza sostiene una cosa molto importante. Si pronuncia sulla parte cautelare, il dissequestro, ma lascia aperto il discorso del merito relativo alla edificazione del MUOS nella zona A della riserva che ha un vincolo di inedificabilità assoluta; e questo punto non è stato affrontato nei procedimenti amministrativi perché hanno rimandato la decisione al procedimento penale".

"Per quanto riguarda la complessa questione amministrativa - ci racconta un altro avvocato del Comitato No Muos, Nello Papandrea - tutti i processi principali sono conclusi. Rispetto all'iter principale che riguardava le autorizzazioni del Muos, che erano state accolte in primo grado e respinte con sentenza di secondo grado da parte del Consiglio di Giustizia Amministrativa, sono pendenti due ricorsi: uno in Cassazione che riguarda motivi di giurisdizione promosso dal comune di Niscemi ed al quale noi siamo intervenuti "ad adiuvandum", mentre il secondo procedimento per revocazione fatto da noi insieme a Legambiente, proposto davanti al Consiglio di Giustizia Amministrativa per il quale siamo in attesa per la fissazione dell'udienza. La revocazione è un sistema di impugnazione particolare che si può fare solo per dei motivi specifici. In questo caso da parte nostra lamentavamo l'erronea ricostruzione dei fatti che erano alla base della sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa. Il procedimento principale per abuso edilizio, prosegue da una indagine che aveva avviato dal dott. Giordano e portata avanti dal Procuratore di Caltagirone Verzera. Questo ha portato sostanzialmente ad un capo di imputazione a vari soggetti tra amministrazione regionale e società private che hanno eseguito i lavori. Il procedimento avviato nei loro confronti si giustifica con il fatto che l'area nella quale sorge il MUOS è area protetta perché vincolata, secondo il regolamento della riserva naturale, da una non edificabilità assoluta anche se poi la Regione ha tranquillamente autorizzato senza dare peso al valore della riserva. Per questo tipo di opera non sussiste una deroga. Deroghe che potrebbero essere valutate solo in casi estremi come confitti bellici, infatti il Decreto legislativo 66 del 2010 dice che vanno rispettate le normative ambientali e quindi in una area dove insiste una riserva la prima norma da rispettare è il regolamento della riserva".

Ma perché nonostante leggi e regole è potuto accadere ciò? "Non c'è stata una pronuncia - prosegue l'avvocato Papandrea - da parte del Giudice amministrativo nel primo procedimento del 2011 del comune di Niscemi che impugnò le autorizzazioni ma dove nei motivi non si comprendeva la violazione del regolamento della riserva e nello specifico il punto riguardante l'inedificabilità nell'area. Questo vizio venne sollevato nel 2013 con ricorso autonomo di Legambiente con la propria costituzione, solo che secondo il Consiglio di Giustizia Amministrativa, questa costituzione fu tardiva e quindi ritenne di non entrare nel merito della valutazione di questo vizio riguardante l'inedificabilità dell'area perché proposta tardivamente e quindi oltre il termine dei 60 giorni dalla conoscenza del vizio. Questo è il motivo per cui rimane in piedi anche questo procedimento penale rispetto al quale il giudicato amministrativo non ha nessuna pregiudizialità in quanto di questa cosa proprio nel merito non se ne è mai occupata".

Insieme al Comitato No Muos sono costituiti parte civile le associazioni Rita Atria, Arci, Legambiente, No Muos Sicilia, Codacons, WWF, Anpi Sicilia, il cittadino Giuseppe Maglia da molti anni è in prima linea contro l'installazione del sistema radar del MUOS ed il Comune di Niscemi.

E' guerra vera tra la Cina e gli Stati Uniti - pannelli solari, lavatrici, acciaio, alluminio, allarme sui dispositivi Huawey e Zte, blocco ad acquisizioni di aziende statunitensi da parte dei cinesi. Cominciano le ritorsioni sui prodotti agricoli statunitensi oltre ad unire in blocco tutti i paesi che esportano le medesimi merci. Il Protezionismo avanza e delimita il campo d'azione della Globalizzazione, a quanto quella finanziaria?

COMMERCIO INTERNAZIONALE

Dazi, cybersecurity, finanza: tutte le guerre di mercato Usa-Cina

17 febbraio 2018

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump con il presidente cinese Xi Jinping (Afp)

I super dazi minacciati su acciaio e alluminio, lo stop alla cessione della Borsa di Chicago a una cordata nella quale compaiono soci cinesi e l’allarme sulla sicurezza dei telefonini Huawei e Zte sono solo gli ultimi colpi sparati dagli Stati Uniti contro la Cina, in un crescendo che rischia di scivolare nella temuta guerra commerciale, dalla quale nessuno, secondo Wto e Fmi, uscirebbe vincitore. E Pechino affila le armi: il ministro del Commercio Wang Hejun non ha atteso nemmeno 24 ore per avvisare che la Cina «è pronta ad adottare qualsiasi misura per difendere i propri interessi».

Wang ha aggiunto che le raccomandazioni rese note ieri dal ministero del Commercio statunitense (dazi del 53% sull’acciaio importato dalla Cina e da altri 11 Paesi - in alternativa a tariffe del del 24% contro tutti i Paesi - e del 23,6% sull’alluminio - o in alternativa un dazio generalizzato del 7,7%) non trovano fondamento nella realtà. L’acciaio cinese, che pure è pesantemente sussidiato dallo Stato (come l’alluminio), rappresenta appena l’1% dell’import Usa.


In campagna elettorale, il presidente statunitense Donald Trump aveva minacciato dazi del 45% contro il made in China e di dichiarare Pechino un «manipolatore dei tassi di cambio» per la «svalutazione» dello yuan. Le misure finora prese non arrivano a tanto, ma i falchi della sua Amministrazione, anche dopo l’uscita di Steve Bannon, si sentono già sulle barricate. A gennaio, il segretario al Commercio, Wilbur Ross, ha dichiarato che «la guerra commerciale è già iniziata da anni, ora le truppe Usa sono in trincea». Qualche ora prima, Washington aveva annunciato dazi sull’import di pannelli solari (30%) e lavatrici (dal 20 al 50%), pensati come un muro per tenere alla larga i prodotti cinesi.

Un deficit incolmabile?

L’obiettivo di ridurre il disavanzo commerciale Usa, in gran parte generato dagli scambi con la Cina, sembra tuttavia destinato a restare una chimera. Alla fine del 2017, dopo un anno di «America First», il deficit si è mostrato più forte della retorica ed è cresciuto del 12%, raggiungendo quota 566 miliardi di dollari (beni e servizi), ai massimi dalla recessione del 2008. Se si escludono i servizi, il deficit nello scambio di merci schizza a 810 miliardi di dollari (+7%). E il rosso con la Cina (solo beni), invece di diminuire come Trump voleva, è aumentato dell’8,1%, a quota 375,2 miliardi di dollari.


Il disavanzo commerciale degli Usa (complessivo) ha sottratto al Pil 113 punti percentuali negli ultimi tre mesi del 2017, quando la crescita è stata del 2,6%. L’Amministrazione Trump ripete come un mantra che le scorrette pratiche commerciali dei partner, Cina (e Messico) in testa, distruggono aziende e posti di lavoro americani ed è convinta che un minor disavanzo porterebbe la crescita Usa stabilmente sopra al 3%. Alcuni report mostrano che nell’arco di 10 anni, le importazioni dalla Cina hanno cancellato 2,4 milioni di posti di lavoro in America. Altri studi rilevano come, nel solo 2015, l’export Usa in Cina abbia sostenuto 1,8 milioni di posti di lavoro, che sarebbero minacciati dalla eventuali ritorsioni di Pechino.

Un muro contro il Made in China 


I dazi su pannelli solari e lavatrici sono stati decisi sulla base di una legge del 1974 che consente ad aziende statunitensi di chiedere misure di salvaguardia se accusano «danni significativi» da improvvisi aumenti delle importazioni. L’ultimo a invocare questa norma era stato George W. Bush nel 2002, per proteggere la siderurgia.

Ma per difendere la produzione nazionale di acciaio e alluminio, l’Amministrazione Trump non ha esitato a tirare in ballo il concetto di sicurezza nazionale (in base a una legge del 1962, quasi mai usata): già ad aprile del 2017 il ministero del Commercio era stato incaricato di esaminare se la dipendenza da fornitori stranieri non metta in pericolo la capacità di difesa militare del Paese, dato che si tratta di materie prime vitali nella produzione di armamenti. I risultati dell’indagine sono stati illustrati a Trump a gennaio. Ora arriva la minaccia dei super dazi.

Contro Pechino, l’Amministrazione ha annunciato anche misure per punire il «furto» di segreti industriali, regolarmente perpetrato dalle aziende cinesi, attraverso le disposizioni che, in alcuni settori, impongono a chi opera in Cina la costituzione di joint venture con partner locali e la condivisione di tecnologie e know how.

Quello che non manca a Washington è la creatività nell’immaginare ritorsioni: dopo aver flirtato a lungo con la Border adjustment tax, una sorta di tassa all’import con annesso effetto sussidio all’export e fonte sicura di enormi problemi nell’ambito della Wto, dal cilindro dell’Amministrazione, il 12 febbraio, è uscita la «reciprocal tax»: una tassa che avrebbe dovuto permettere agli Usa di giocare ad armi pari la partita del commercio internazionale. Ipotesi già tramontata (forse).

Stop alle scorribande finanziarie 

Washington ha anche alzato la guardia sulle acquisizioni cinesi di aziende Usa. Il caso della Borsa di Chicago è emblematico del nuovo clima. Il Committee on Foreign Investment (Cfius) l’agenzia che vigila sulle acquisizioni (ma sulla Borsa di Chicago era competente la Sec) ha adottato una linea molto più rigida da quando Trump è alla Casa Bianca, tanto che in un anno ha acceso luce verde su una sola operazione. Nel 2017, sotto la sua scure è caduta, tra le altre, un’operazione da 1,3 miliardi di dollari.

In Congresso sono in discussione due proposte di legge che mirano a impedire che tecnologie sensibili finiscano in mano cinese. Una volta tanto, Casa Bianca, Repubblicani e Democratici sono d’accordo nel voler rafforzare i poteri del Cfius. La portata dell’intervento lascia invece perplessa parte della Corporate America (soprattutto i big dell’hi-tech, come Google, Alphabet, Facebook, Ibm, Intel), che teme una stretta eccessiva e sta cercando di annacquare il provvedimento.

Sul versante della tutela delle tecnologie nazionali dalle scorribande di società cinesi a vario titolo finanziate dallo Stato, gli Stati Uniti, va detto, si muovono in sintonia con l’Europa.

Lo scontro nella Wto


Accanto a queste misure, Washington continua la politica di ricorsi alla Wto. Sono 31 le dispute che hanno visto e vedono Usa e Cina fronteggiarsi: 21 promosse dagli americani, 10 dai cinesi. Tra i dossier più recenti c’è quello delle società di Stato, che, grazie alle sovvenzioni del Governo cinese, godono di «vantaggi illegittimi» nei confronti dei concorrenti e generano un «ammontare enorme di produzione» che non potrebbe esistere senza il sostegno pubblico (è per esempio il caso dell’alluminio e dell’acciaio). Peccato che gli Usa stiano contemporaneamente paralizzando il meccanismo di risoluzione delle dispute della Wto, bloccando il rinnovo dell’organo di appello, accusato di penalizzarli.

La reazione di Pechino 

La settimana scorsa, la Cina ha presentato un ricorso alla Wto, nel quale giudica i dazi Usa su pannelli solari e lavatrici «non coerenti» con le norme internazionali e chiede compensazioni. Lo stesso hanno fatto Taiwan e Corea del Sud. Una richiesta di consultazioni è stata formalizzata anche da Singapore e dall’Unione Europea (su spinta della Germania). La mossa su acciaio e alluminio non potrà che esacerbare i rapporti tra Usa e Cina, che anche in questo caso potrebbe contare sulla reazione della Ue, come pure di Canada e Giappone, i maggiori esportatori di prodotti siderurgici negli Usa. Il Governo cinese ha già chiarito che userà qualunque mezzo riterrà idoneo a difendere i propri interessi, da nuovi ricorsi alla Wto a restrizioni all’import.

Pechino ha anche recentemente avviato un’indagine antidumping sulle importazioni di sorgo e di fagioli di soia dagli Stati Uniti, sostenendo che siano incentivate da sussidi pubblici illegittimi. È la ritorsione che le associazioni dell’agroalimentare Usa temono e che le ha sempre spinte a mettere in guardia contro derive protezionistiche. I prodotti agricoli rappresentano il 13% dei quasi 170 miliardi di dollari di export Usa in Cina. I fagioli di soia, da soli, valgono oltre 12 miliardi.

4 marzo 2018 - nelle schede del voto all'estero mancano i simboli del centro destra. Diranno che è colpa dei tipografi

VOTO ESTERO TRUCCATO?

Maurizio Blondet 16 febbraio 2018 



Se è vero, è un truccco da dittatore sudamericano. Renzi.

Mentre i servi consapevoli discutono di antifascismo la Saipem 12000 è bloccata dalle navi turche e il Mattarella e il Gentiloni non mandano lì le nostre navi militari tic tac tic tac 4 marzo 2018

L’INTERRUTTORE COGNITIVO

Maurizio Blondet 16 febbraio 2018 
di Roberto PECCHIOLI

L’interruttore cognitivo, in psicologia, è un meccanismo che desta o risveglia l’attenzione, un concetto o una parola in grado di polarizzare nel senso voluto coloro a cui ci si rivolge. La stucchevole polemica antifascista di queste settimane è diventata l’interruttore cognitivo dell’immaginario nazionale. Matteo Renzi si è iscritto ad una “anagrafe antifascista”, molti comuni votano mozioni con cui proibiscono gli spazi municipali a non meglio identificati fascisti, qualche città revoca con 75 anni di ritardo la cittadinanza a suo tempo conferita a Benito Mussolini. Non passa giorno senza solenni professioni di antifascismo da parte di esponenti politici di vario orientamento.

Per non farci mancare nulla, un quotidiano romano ha pensato di reagire a suo modo, proponendo un’iniziativa uguale e contraria, l’anagrafe anticomunista. Temiamo che anch’essa avrà un discreto successo, come troppe idee inutili o ridicole. Il congegno dell’interruttore cognitivo deve essere ben noto ai capi tifosi della città di chi scrive. Le due squadre di calcio locali sono divise da fierissima rivalità e allo stadio, quando le cose non vanno bene e il morale degli appassionati è basso, gli ultras del tifo organizzato giocano l’ultima carta per rianimare le gradinate, intonando cori di insulto verso gli odiati “cugini”. Di colpo, migliaia di cervelli si riaccendono, altrettante gole riprendono a urlare, vomitando slogan contro l’altra sponda, incuranti di quanto accade sul campo di gioco.

Ci sembra che stia accadendo qualcosa di simile nell’Italia del 2018. Dimentichi dei mille problemi della nazione, abbandoniamo il dibattito sui fatti reali, lanciando anatemi contro un nemico lontano e immaginario. Proprio questo è l’elemento più sconvolgente: la mobilitazione antifascista, con tanto di cortei, fronti corrugate, espressioni di intenso moralismo e mozioni dei sentimenti, è rivolta contro qualcosa che non esiste, l’Isola-che-non-c’è. Tutt’al più, ci sono alcuni cretinetti abitatori dell’universo virtuale che scrivono stupidaggini sulle reti sociali. L’immensa maggioranza di costoro non milita in alcuna organizzazione né svolge attività politica o culturale, esattamente come gli odiatori da tastiera di opposto orientamento: non ne hanno la forza né la capacità.

Restano di straordinaria attualità alcune frasi di Carl Schmitt nel Concetto discriminatorio di guerra. La forma mentis relativista dell’Occidente moderno esige, per accettare l’idea di nemico, la mobilitazione di forze morali comprensibili solo in una crociata. Necessita di una motivazione prepolitica che degradi l’avversario a criminale, nemico dell’umanità, indegno quindi di vivere, una sorta di pirata cui non può essere attribuita alcuna legittimità e diritto civile.

Il fascista, vero e soprattutto presunto, assolve egregiamente al ruolo assegnato dai manovratori dell’opinione pubblica. Qualche mente bacata riesce persino nell’impresa di assomigliare, fisicamente e sul piano comportamentale, al Nemico Assoluto costruito a tavolino da chi sa attivare a proprio vantaggio l’interruttore cognitivo. Il vero dramma non è dunque la divisione tra italiani, il passato che non passa o la riproposizione di schemi anacronistici, ma il fatto che sotto il tappeto di una questione – fascismo-antifascismo- destituita di senso, l’Italia nasconda la polvere di una decadenza ignobile, una mancanza di progettualità che toglie il fiato, l’impossibilità o il disinteresse ad affrontare i suoi problemi e risolverli.

Ha ragione chi ha chiamato il nostro presente l’inverno della democrazia. Meraviglia e delude profondamente che troppi italiani non si accorgano di essere trascinati in odi, rancori, divisioni fondati sul nulla da mestatori di professione, al servizio dei troppi nemici, esterni e domestici, di questa nazione ferita. L’unico paragone che ci sovviene è quello con gli ultimi giorni di Bisanzio assediata dai Turchi. Ormai ridotta ad una città di 50 mila anime al termine di una storia gloriosa e un millennio da capitale dell’Impero Romano d’Oriente, i suoi estenuati intellettuali, alla corte del povero Costantino XI, discutevano del sesso degli angeli. Arrivò Maometto II il conquistatore e sciolse il dilemma a filo di scimitarra.

La finis Italiae ci coglierà mentre litighiamo su Benito Mussolini, partigiani e squadristi al canto di Giovinezza e Bella Ciao?

Gli Stati Uniti hanno perso la battaglia delle battaglie, quel che è peggio e che ancora non se ne rendono conto. Strategicamente la Fratellanza Musulmana si mangerà l'Europa degli euroimbecilli, Erdogan è il vero stratega

SCENARI/ Afghanistan e islam, scacco matto al "secolo (e al Sogno) americano"

Analizzando la situazione geopolitica globale dopo la caduta del Muro, ma anche degli anni precedenti, risulta difficile definire un successo la politica estera degli Stati Uniti. CARL LARKY

16 FEBBRAIO 2018 CARL LARKY

Donald Trump (LaPresse)

Un'attenta analisi dello scenario geopolitico degli ultimi decenni evidenzia un succedersi di sostanziali sconfitte della politica internazionale degli Stati Uniti. Ne è prova il dibattito in corso negli stessi Usa sulla fine del "Secolo americano", con il fallimento di ciò che si definisce tuttora "Eccezionalismo americano", dimostrato dalla conclamata incapacità a costruire nuovi assetti civili dopo distruttivi interventi di regime change.

La convinzione di avere il compito, anzi, la missione di portare nel mondo il proprio modello di democrazia, ritenuto il migliore, si è sempre più scontrato con la dura realtà, rischiando di mettere in discussione le basi stesse su cui si fondano gli Stati Uniti.

Lo slogan "America First" di Donald Trump tenta di individuare, sia pure in modo confuso e non lineare, una strategia di contenimento alla riconosciuta decadenza statunitense. Una strategia che ha caratteristiche difensive e che si presenta, spesso con modalità brutali, come una sfida a 360 gradi all'insegna del "siamo stufi di pagare i conti per tutti". I toni, fuor di dubbio populisti, suonano però popolari tra la massa di americani che si sentono ormai definitivamente esclusi dall'altro grande mito disatteso: il "Sogno americano".

Il sistema istituzionale, il Deep State democratico e repubblicano, continua invece su un'altra lunghezza d'onda, deciso a mantenere a tutti i costi il predominio americano. Questa strategia si basa essenzialmente sullo strapotere militare, che ora deve tuttavia fare i conti con altri agguerriti concorrenti, Cina e Russia. Il risultato è una sempre più accelerata corsa al riarmo e la ricerca di armi sempre più letali. Sotto questo profilo è significativa l'inversione nella politica nucleare rispetto all'amministrazione Obama, con l'aumento degli stanziamenti per armi nucleari tattiche, utilizzabili in conflitti locali.

Entrambe le posizioni non sembrano comunque in grado di produrre una politica estera ragionevole, soprattutto per una limitata capacità di leggere situazioni storiche, culturali e sociali lontane dai loro schemi. Una capacità che gli Stati Uniti sembravano avere fino alla seconda guerra mondiale, forse perché ancora almeno in parte dipendenti dalle elaborazioni culturali dell'Europa, prima che questa distruggesse se stessa. Così non si è tenuto alcun conto della storia russa, di come perfino l'Unione Sovietica avesse dovuto utilizzare il concetto storico-nazionalista della Grande Madre Russia, non solo durante la guerra, ma anche dopo.

Si pensi alla disastrosa avventura sovietica in Afghanistan, a quella guerra combattuta, e persa, dal 1979 al 1989. Lo scopo era instaurare un regime comunista nel Paese, ma in filigrana si poteva vedere una ripresa dello scontro ottocentesco tra Impero zarista e Impero britannico, quel "Great Game" immortalato da Rudyard Kipling. Per l'Unione Sovietica la guerra afghana fu uno dei motivi della sua dissoluzione; per gli Stati Uniti, l'Afghanistan è la prova più consistente del fallimento della sua politica estera e militare. Dopo 16 anni di guerra, il governo sostenuto dagli Usa e dalla cosiddetta comunità internazionale controlla, e male, solo la metà del territorio del Paese, che continua a essere teatro di attentati non solo dei talebani, ma anche di al Qaeda e perfino dello "sconfitto" Isis.

Esito altrettanto negativo hanno avuto le successive guerre avviate o appoggiate dagli Stati Uniti: Iraq, Siria, Libia, Yemen. Quest'ultima ha dato luogo, secondo l'Onu, alla peggiore catastrofe umanitaria degli ultimi decenni, ma ciò non ha sollevato alcuna reazione tra i moralissimi sostenitori dell'eccezionalismo americano. Negli altri casi, i vincitori sono stati gli avversari degli Usa, con il crescente protagonismo della Russia di Putin e la continua espansione dei movimenti jihadisti.

Né le cose sono andate meglio in Europa, con l'esito completamente negativo dell'operazione ucraina. Lo sfortunato Paese si ritrova, dopo aver perso la Crimea, con una guerra civile in casa, un'economia a pezzi e un sistema ancora in preda a una diffusa corruzione.

Ma anche con la Ue le cose non sono lisce e si è passati dallo smaccato "protezionismo politico" di Obama – si ricordi l'intervento a gamba tesa prima del referendum sulla Brexit – alle polemiche direttamente anti-europee di Trump.

Il Pacifico è forse l'area in cui gli Stati Uniti si ritrovano maggiormente sulla difensiva, di fronte all'espansionismo imperialista cinese, che estende le sue propaggini anche al "cortile di casa" sudamericano. D'altra parte, le sconfitte americane in Asia datano già dalla fine della seconda guerra mondiale. La guerra di Corea negli anni 1950-1953, se salvò la Corea del Sud, consegnò quella del Nord alla dittatura comunista e, dopo 65 anni, Pyongyang si presenta ancora come il possibile detonatore di una guerra nucleare globale. Vent'anni dopo la fine della guerra coreana, con la caduta di Saigon nel 1975 e la riunificazione del Paese sotto un regime comunista, terminava anche la guerra del Vietnam, forse il conflitto con le maggiori conseguenze divisive all'interno degli stessi Stati Uniti.

Vi è poi un altro attore, che si sta sempre più rivelando globale, su cui gli Stati Uniti dimostrano di non avere alcuna precisa percezione, comportandosi come lo sciocco nel proverbio del dito e della luna, ed è l'islam. Gli Stati Uniti continuano a indicare il dito del terrorismo e non la luna, cioè l'obiettivo di islamizzazione con ogni mezzo dell'intero globo che caratterizza una parte rilevante del mondo musulmano, pur molto diviso al suo interno. Eppure, proprio la componente "missionaria" di questo progetto dovrebbe renderlo più intellegibile agli "eccezionalisti" americani.

In questo errore di visuale sono peraltro in buona compagnia.

Bilderberg 2018 - una rete atta a tutelare i loro interessi unendo le varie istituzioni finanziarie con la potenza di fuoco dei mass media al loro servizio

Incontro Bilderberg 2018 si farà in Italia

16 febbraio 2018, di Alessandra Caparello

ROMA (WSI) – Si terrà in Italia il Bilderberg 2018, il consueto summit dei grandi della terra che si tiene a porte chiuse, una scelta applicata a partire dall’anno di inizio, il 1954, e imposta dal fondatore, David Rockefeller.

A rivelare questa indiscrezione è il Primo Ministro della Serbia, Ana Brnabicche ha reso noto di aver ricevuto un invito per partecipare alla riunione di quest’anno proprio in Italia. La meta prescelta sembra essere Torino e l’incontro avverrò dal 7 al 10 giugno prossimo.

Il gruppo Bilderberg non consiste in una società, né in una cospirazione: si tratta, invece, di un incontro privato tra potenti di tutto il mondo, che ricorre annualmente, a partire dal primo consesso, che avvenne nel 1954 presso l’Hotel Bilderberg della cittadina olandese di Oosterbeek.

Tale incontro annuale ha lo scopo di porre a confronto i potenti per porre in essere una rete atta a tutelare i loro interessi e a unire le istituzioni finanziarie. L’ultimo summit che si è svolto in Italia risale al 2004. I partecipanti si ritrovarono a Stresa. Tra essi figuravano l’attuale presidente della BCE Mario Draghi, l’ex premier Mario Monti, Marco Tronchetti Provera, Giulio Tremonti, Corrado Passera, Franco Bernabé e Gabriele Galateri di Genola.

Ma oltre a Torino un altro capoluogo italiano sembra essere in lizza per ospitare l’incontro a cui prendono parte industriali, politici e personalità di spicco per discutere del destino del pianeta. L’attivista britannico Tony Gosling, che segue da vicino le vicende del gruppo Bilderberg, ha osservato i dati sulle prenotazioni delle camere d’albergo nella città della Mole per le date indicate. Tutti gli hotel sembrano essere vuoti. Gli albergatori torinesi sembrano non essere al corrente della situazione, al contrario, se si fa una ricerca uguale sugli alberghi di Venezia, si scopre che tutti gli hotel sono sold out tra il 7 e il 10 giugno, le date in cui avverrà la riunione del gruppo Bilderberg. Che sia una mossa per depistare gli eventuali contestatori non è da escludere.

16 febbraio 2018 - Fulvio Scaglione: Turchia e Saipem, il diritto del più forte

Oggi gli antifascisti sono i peggiori servi del Capitale, tenersi alla larga

Sinistra, imbecillità senza limiti: istituita l'anagrafe antifascista

Lampi del pensiero di Diego Fusaro: hanno istituito l'Anagrafe antifascista. Imbecillità senza limiti.

Di Diego Fusaro
16 febbraio 2018


Hanno istituito l'Anagrafe antifascista. Imbecillità senza limiti. L’ho detto e lo ridico. Il benemerito ed eroico antifascismo di Gramsci era patriottico, anticapitalista e in presenza reale di fascismo. L’antifascismo patetico e vile odierno delle sinistre è globalista, ultracapitalista e in assenza totale di fascismo.

15 febbraio 2018 - Diego Fusaro: Identità e globalizzazione. L'uomo post-identitario

La Deutsche Bank è un gigante dai piedi di argilla con in pancia tutti quei derivati può cadere da un momento all'altro soprattutto se gli avvoltoi statunitensi hanno intenzione di banchettare sull'euro. Gli euroimbecilli di tutte le razze sono avvertiti soprattutto quelli che confidano sulla Bce che non può tenere insieme solo con una politica monetaria 19 paesi con economie diversissime tra loro

Euro, nuovo assalto: il piano di Dalio, lo speculatore erede di Soros

Usa all'attacco dell'Europa: dopo Soros nel 1992 e nel 2010 la storia si ripete e gli speculatori vogliono banchettare sulle macerie dell'euroDi Buddy Fox


La storia si ripete? A volte molto più spesso di quanto non si creda. Il brutto è che la storia - scriviamola in corsivo per darle identità di personaggio teatrale - ha l'astuzia di presentarsi ogni volta con qualche sfumatura diversa, dettagli che la aiutano a camuffarsi come un agente segreto che si mette o si toglie barba e baffi. Piccole variazioni le quali insieme alla nostra sbalorditiva smemoratezza fanno sì che il vecchio che ritorna, il già visto, il già accaduto, ci appaia in veste di nuovo e ci sorprenda. Il buon vecchio Marx, sì proprio quello del Capitale, sosteneva che la storia si presenta sempre due volte. La prima sotto forma di tragedia, la seconda di farsa. Sbagliato: la storia si ripete una, due, tre, infinitamente volte. Sempre simile a se stessa.

La storia che oggi si ripete è l'attacco della speculazione internazionale. Non la riconoscete, non ricordate? Non vi dice nulla il nome di George Soros lo speculatore che nel 1992 anmaccò la Lira e nel 2010 ci riprovò con l’Euro e gli andò male?

L’8 Febbraio 2010 non è un giorno qualunque, nella ancor breve storia dell’Euro risulterà essere una data importante. La leggenda narra di un incontro riservato a New York tra un gruppo di gestori hedge fund. Si racconta di una cena presso un broker di Manhattan, gli ospiti sono di primo piano, il gotha di Wall Street, piatto principale del menù l'attacco concertato all'euro sotto il cappello del grande stratega e stregone, ovvero il padre di tutti gli Hedge Fund, il Soros Fund Management.

All’apparenza una follia, un’operazione gigantesca e irrealizzabile; con il tempo poi ci siamo resi conto di quanto reale potesse essere il pericolo. A distanza di qualche anno, tiriamo un sospiro di sollievo, ci hanno provato e ci sono quasi riusciti, ma l’Euro è salvo. L’Europa dell’Euro, una fortezza disordinata ma al tempo stesso solida e tenace. In principio, ancor prima dell’assalto dei “corsari speculativi” ci fu la Grecia, quello che sembrava un piccolo inciampo, una palla di neve, con il passare del tempo si è trasformata in valanga che solo oggi sembra aver trovato una soluzione. Dopo la Grecia, gli assalti furono sferrati contro i bersagli grossi, toccò all’Italia e alla Spagna difendersi. Un Debito che faceva gola agli speculatori era il premio più prestigioso; il debito dell’Italia era un bersaglio a parete intera, chiunque sarebbe riuscito a colpire. Quello che la finanza internazionale non conosceva era la determinazione degli europei, ben incarnata nella sua figura di riferimento, il presidente della Banca Centrale Mario Draghi. La frase pronunciata a Londra il 26 Luglio2012 “Ho un messaggio chiaro da darvi: nell'ambito del nostro mandato la Bce è pronta a fare tutto il necessario a preservare l'euro. E credetemi sarà abbastanza”, non solo entrerà nei libri di storia ma per tempismo e decisionismo fu uno tsunami capace di scacciare definitivamente gli squali della finanza. Quel contrattacco finì come sappiamo, alla grande.

Oggi, esattamente 8 anni dopo, sempre a Febbraio, sempre gli stessi yankee, ci stanno riprovando, protagonisti diversi, con armi diverse, ma sempre con lo stesso obiettivo: banchettare, fare la grana sulle macerie dell'Europa e dell'Euro. Guadagnare e togliersi di torno un concorrente sempre più scomodo, non male come piano.

I protagonisti di oggi si chiamano Ray Dalio, che come Annibale sugli elefanti, scortato dal fondo speculativo americano Aqr Capital e da quello inglese Marshall Wace, sembrano intenzionati a mettere in ginocchio quello che fu l'antico Impero Romano.

Anche gli strumenti oggi sono diversi, i titoli di stato usati nel precedente attacco del 2010 oggi sono sterilizzati, c'è lo scudo spaziale della Bce impermeabile a tutto, si deve escogitare un'alternativa, come le grandi aziende private, banche in particolare, che oggi come allora rimangono il reparto più vulnerabile.

Oggi come allora è l'Italia il "big fish", il bersaglio grosso da colpire, prima i Btp, ora banche e assicurazioni. Ma nel mirino non c'è solo il tricolore, sul radar di questi speculatori sembra essere finita anche Deutsche Bank, il colosso dai piedi d'argilla.

DB non è una banca qualunque, è il cuore finanziario dell'Europa, il panzer tedesco che punì vigliaccamente l'Italia nel 2011 e che poi vide ritorcersi contro tutti i danni collaterali.

DB è una base militare finanziaria, ma altamente infiammabile, vista la quantità, ormai incalcolabile, di derivati che si trova in pancia. Ed è proprio per questo che secondo alcune indiscrezioni, siano ora al lavoro alcune BIG come Citigroup e sua maestà Goldman Sachs, per la creazione di un etf che lavori su una particolare categoria di obbligazioni, nello specifico la "CoCo", titoli non garantiti che hanno già fatto danni nel 2016.

Un'operazione volta a minare nuovamente la fiducia dei risparmiatori, che devono essere prima invogliati a investire su questi strumenti, che ripeto non sono garantiti, e poi tramite l'affondo speculativo, devono incenerire il risparmio. Operazioni già viste su altre banche più piccole.

Chissà cosa ne pensano i principi del Qatar, che dopo aver schivato la trappola MPS, si sono ritrovati a dilapidare il capitale su altri investimenti: nello sport con il giocattolo Psg, e nella finanza entrando massicciamente (attraverso un aumento di capitale) proprio in Deutsche Bank.

Alla vigilia di un appuntamento elettorale dall'esito molto incerto, con lo Stato italiano ancora impegnato a restaurare le nostre banche e con un debito pubblico ancora in crescita, siamo di nuovo in pericolo?

Fortunatamente no, il contesto è totalmente diverso, migliore, con un'economia in crescita, banche maggiormente capitalizzate è una Bce che vigila senza nessuna intenzione di alzare i tassi a breve. Forse per una volta ha ragione Marx, in questo caso la storia si ripete, la prima sotto forma di tragedia, così fu nel 2010/2011, la seconda sotto forma di farsa. Ray Dalio e il suo codazzo sono avvertiti, cave canem.

75.000 miliardi in derivati, oggi pare che siano diventati magicamente 27.000 miliardi, è la Deutsche Bank, ma c'è un silenzio di tomba, siamo costretti a mandare via gli euroimbecilli di tutte le razze a calci nel sedere, tic tac tic tac 4 marzo 2018

Perché nessun partito parla del bubbone Deutsche Bank?

Ha 27 bilioni di euro di esposizione in derivati nel bilancio 2016. Cinque volte il Pil dell’Eurozona. Un calo del valore di questi asset anche solo del 10% e i soldi sborsati per ricapitalizzare Mps diventerebbero una inezia.

16 febbraio

Uno degli sport più diffusi negli ultimi anni è stato “l’attacco alle banche”. Una disciplina tra l'altro praticata male soprattutto per mancanza di “tecnica di base” ma anche per la spettacolarizzazione dei media che, contrariamente a quanto avviene per gli altri sport laddove i partecipanti ricevono forti incentivi economici, può creare danni non sempre fornendo le giuste e/o tempestive informazioni. Il top della spettacolarizzazione delle questione-banche viene raggiunto con l’analisi sommaria del fenomeno Npl (o crediti deteriorati) che sembrano essere diventati il principale problema del sistema bancario europeo. Una balla, una sciocchezza! Una fake news creata ad arte dalle potenti lobby finanziarie mondiali. Siamo nella mani della finanza internazionale che crea attenzione laddove vogliono le principali potenze europee (Germania e Francia): accendere i riflettori sul problema dei crediti deteriorati per trasferire parte della responsabilità del disastro della inefficiente analisi creditizia sulla crisi economica e soprattutto per distrarci da problemi molto piu grossi.

RECUPERARE LA REDDITIVITÀ. Sul primo punto abbiamo ampiamente affrontato il tema su queste colonne ribadendo che, una volta effettuato un profondo change management e quindi recuperata una cultura di onestà e di trasparenza nei rapporti con la clientela, il vero problema del sistema bancario è rappresentato dal recupero della redditività in un contesto economico diverso. Dopo 10 anni dall’inizio della fase recessiva non si può ancora addossare la colpa dei bilanci in perdita delle banche al fatto che i Npl si sono prodotti per effetto della crisi economica. La crisi non esiste più! Oggi, oltre alla piu volta ribadita inefficienza manifestata dalle banche nella gestione della erogazione creditizia, siamo di fronte ad un pianificato cambiamento del modello economico basato su diversi livelli di reddito e di consumo e su una redistribuzione della ricchezza che accentua le diseguaglianze sociali (nel nostro paese il 40% piu ricco detiene circa l’85% della ricchezza nazionale lasciando al 60% piu povero appena il 15%).

Ma l’aspetto su cui pochi si confrontano riguarda l’effetto-distrazione prodotto per allontanare lo sguardo dalla bomba, finora inesplosa, dei titoli tossici in pancia alle banche europee (soprattutto tedesche e francesi). Se pensiamo infatti ai circa 270 miliardi di crediti deteriorati italiani, ci può scappare solo una risata (di sconforto) confrontandoli con i 27 bilioni di euro (bilancio 2016, troppi zero per scriverli in cifre) di esposizione in derivati della Deutsche Bank. almeno un paio d volte il Pil dell’Eurozona. Un calo del valore di questi asset anche solo del 10% e i soldi sborsati per ricapitalizzare il Monte Paschi Siena (o Unicredit) diventerebbero una inezia. Eppure pochi ne parlano. I parlamentari europei (e a maggior ragione quelli italiani) hanno poco peso (eufemismo) nei confronti della Bce che, essendo un organo assolutamente indipendente, non risponde al potere politico e ha un obiettivo preciso: costringere le banche, attraverso una normativa sempre piu stringente, a svalutare i Npl per farli acquistare a condizioni di favore ai grandi fondi stranieri, privilegiando quindi una finanza speculativa rispetto alla finanza commerciale classica e per consegnare, entro massimo un lustro, le banche del nostro paese (oggi ne contiamo circa 600 mentre nel ‘96 avevamo circa 1.000 istituti di credito) nella mani di 7-10 grandi gruppi prevalentemente a capitale straniero.

E I PARTITI COSA DICONO? Per realizzare questo disegno occorre manipolare l’informazione parlando dei “soliti” crediti marci. Se solo qualche partito affrontasse questo tema in campagna elettorale, probabilmente farebbe rifletterre qualche punto percentuale di quegli “indecisi” (circa il 12% degli elettori secondo gli ultimi sondaggi) tra cui probabilmente ci saranno anche i clienti di Deutsche Bank Italia che detiene (bilancio 2016) circa 34 mila milioni di euro di risparmio degli italiani (leggi anche:Deutsche Bank scrive a Lettera43.it).

Derivati e quel furto perpetuato con l'avallo delle istituzioni, abbiamo uomini nello stato che si sono venduti palesamente alle banche. tic tac tic tac 4 marzo 2018

Derivati: la Corte dei conti cita in giudizio Morgan Stanley e 4 dirigenti del Mef

Data: 16 febbraio 2018 11:02

Adusbef si è costituita "ad adiuvandum"

ROMA. Il sostituto procuratore della Procura regionale del Lazio della Corte dei Conti Massimiliano Minerva ha deciso di citare in giudizio (udienza il 18 aprile 2018), Morgan Stanley e quattro alti dirigenti del Tesoro per un danno erariale di 4,1 miliardi di euro. Tra fine 2011 e inizio 2012, il ministero dell’Economia aveva versato alla banca americana circa 3 miliardi di euro in conseguenza di una clausola capestro per lo Stato, di “Additional termination event” presente in alcuni contratti. La clausola, secondo la Corte dei Conti, consentiva la risoluzione anticipata dei contratti a discrezione di Morgan Stanley: al verificarsi di alcune condizioni la banca poteva farsi restituire il valore di mercato dei contratti, imponendo ingenti costi allo Stato. I derivati hanno avuto, tra 2013 e 2016, un impatto negativo sul bilancio pubblico di 24 miliardi di euro, configurando palese riprova di intrecci incestuosi e conflitti di interessi coi dirigenti del Tesoro successivamente assoldati dalle banche di affari, sempre a danno della collettività.

La Corte dei Conti ha ravvisato che alcuni dei contratti “evidenziavano profili speculativi che li rendevano inidonei alla finalità di ristrutturazione del debito pubblico – l’unica consentita dalla normativa per operazioni in derivati – non essendo ammissibile per lo Stato, investitore pubblico, assumersi rischi rilevantissimi”. Secondo la Corte dei Conti la banca d’affari americana sarebbe responsabile del 70% dei danni causati, mentre il restante 30% è ripartito in gran parte in capo all’ex direttore del debito pubblico Maria Cannata (1 miliardo di euro), al suo predecessore Vincenzo La Via, agli ex direttori del Tesoro ed ex ministri dell’Economia Domenico Siniscalco (approdato a Morgan Stanley dopo aver fatto il ministro con Berlusconi) e Vittorio Grilli, assoldato da JP Morgan alla fine del suo mandato proprio dal dicastero del Governo di Mario Monti.

Il codicillo del contratto prevedeva che a partire dal 2011, e successivamente ogni cinque anni in caso di peggioramento del rating dello Stato italiano, la banca avrebbe potuto chiedere la chiusura del contratto. Nel 2011 non si presentò l’occasione, ma ad inizio del 2012, con la danza degli spread ed il magico insediamento di Mario Monti a fine 2011, direttamente dalla banca di affari Goldman Sachs di cui era consulente, dopo la nomina a senatore a vita dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano incaricato di formare un governo tecnico, la banca presentò il conto, incassando 3,1 mld di euro.

Ai dirigenti del Tesoro, viene contestata la negligenza, in particolare alla Cannata, per aver “addirittura mostrato di non conoscere fino al 2007 l’esistenza di una clausola Ate (Additional termination events, quella che consente l’estinzione anticipata, ndr), la cui presenza aumentava a dismisura i rischi insiti nelle operazioni finanziarie che si andavano a compiere con quella controparte e che snaturava completamente la causa concreta stessa dei contratti, mostrando in tal modo di non comprendere il livello reale del rischio e delle perdite a cui esponeva lo Stato.”

Morgan Stanley avrebbe offerto l’elemosina di 30 milioni di euro, per chiudere il contenzioso con la Corte dei Conti, che l’avv. Antonio Tanza, presidente di Adusbef costituito in giudizio, giudica inaccettabile.

Derivati - quando il creditore lucra su tutto, anche su commissioni fuori mercato e i responsabili delle istituzioni, che dovrebbero vigilare, vengono comprati e compensati con l'assunzione nelle medesime banche

Derivati, cronaca di un fallimento di Stato

Il governo ha sottoscritto contratti con le più importanti banche d’affari del mondo anglosassone. E ci ha quasi sempre rimesso. Eppure del salasso che ancor oggi provocano quelle perdite si parla poco o nulla.

16 febbraio 2018

Lo Stato italiano, almeno da quando Carlo Azeglio Ciampi era ministro del Tesoro e Mario Draghi direttore del Tesoro, ha sottoscritto contratti derivati, sui tassi, con le più importanti banche d’affari del mondo anglosassone. E ci ha quasi sempre rimesso. Ma senza andare troppo indietro nel tempo, anche per non dover recriminare su perdite antiche, pressoché passate sempre sotto silenzio, dopo anche essere stato dato dai più credito di buona gestione a chi si era allora occupato delle finanze pubbliche statali, veniamo alla situazione recente. Si è molto parlato in questi anni di debito pubblico e di spending review; si è parlato di auto blu e di altri interventi, più simbolici che di sostanza, mentre il debito continuava ad aumentare e toccava massimi storici. Curiosamente, invece, del salasso che ancor oggi provocano le perdite sui derivati sottoscritti dallo Stato non si parla o si parla troppo poco. Dopo il picco di attenzione tra il 2012 e il 2013 non ne parlano più i telegiornali, non si fanno campagne di stampa, non si fanno più dibattiti.

GLI EFFETTI DELLA POLITICA DI DRAGHI. Gli articoli ci sono, invero, ma rimangono nelle pagine interne di economia, se si escludono la serie di inchieste di Luca Piana su L’Espresso e l’approfondimento del 18 giugno 2017 del Sole 24 Ore, che con Morya Longo ha cercato di capire perché l’Italia perda una somma incomparabilmente più alta degli alti Paesi europei alla voce derivati. Nel solo 2016 l’onere per il bilancio pubblico conseguente ai derivati è stato di oltre 8,3 miliardi di euro. «Gli esborsi ammontano a 4,25 miliardi ma la cifra raddoppia se, come fa Eurostat, si sommano i flussi netti di interessi sui derivati con il debito contabile. Tra il 2013 e il 2016 l’effetto accumulato è di 24 miliardi (13,7 per i soli esborsi), che salgono a 32 se si risale al 2011. Fa notare Longo che dal 2013 al 2016 la politica monetaria di Mario Draghi ha permesso alle nostre casse pubbliche un risparmio cumulato in termini di interessi di 24 miliardi. L’effetto Draghi si è accentuato dalla partenza del Quantitative easing ma la sostanza è chiara: "Il sollievo che la Bce ci ha donato, insomma, i derivati ce l’hanno tolto". Era una profezia che, d’altra parte, era stato facile annunciare su Linkiesta» (da Linkiesta del 19 luglio 2017).

VERSO L'ESAURIMENTO DEL QE. E questo problema diventerà sicuramente più evidente al prossimo esaurimento del Qe. «Solo per gli anni 2017-2020 l’ultimo Def ha calcolato una spesa di 15,2 miliardi, di cui ben 5,1 nel 2018. Piana nel libro La Voragine, ha stimato che tra il 2016 e il 2021 le perdite saranno di 24 miliardi. Un’enormità, qualcosa come tre ponti sullo Stretto. Ma i contratti potrebbero durare molto di più. In un caso di “cross currency swap” sottoscritto nel 1999 era previsto che una banca potesse esercitare un’opzione per estendere il contratto fino al 2039. Addirittura, dopo una rinegoziazione del 2003, la scadenza ultima slitterebbe al 2058. È il problema delle rinegoziazioni: abbassano la spesa nel breve periodo ma spostano il rischio su altre poste o su tempi più lunghi» (sempre da Linkiesta del 19 luglio 2017).

Mario Draghi, numero uno della Bce.
ANSA

Mentre gli altri Stati europei perdono molto poco con i derivati, o addirittura ci guadagnano, l’Italia si trova nella situazione peggiore. C’è da dire che si tratta di coperture fatte in previsione di un rialzo dei tassi, coperture iniziate già quando Draghi era direttore del Tesoro. E lo stesso Draghi nella Bce, tenendo i tassi bassi da una parte, aggravava oggi la situazione dell’Italia, a tutto vantaggio delle banche d’affari. Peraltro nello stesso tempo i tassi bassi non fanno esplodere il debito pubblico. Ma fino a qui le cose potrebbero anche starci, in linea di massima. Ma quello che nessuno ha fatto o chiesto di fare, a quanto ci risulta, è una cosa semplice e banale. Calcolare le commissioni implicite al momento della sottoscrizione di questi contratti derivati.

LE SOTTOSCRIZIONI DEL GOVERNO. In Italia da parecchi anni le aziende e gli enti pubblici locali stanno coltivando un grosso contenzioso con le banche che hanno fatto sottoscrivere i derivati, e normalmente emergono dati impressionanti. Le commissioni implicite, cioè il differenziale di prezzo applicato, al momento della sottoscrizione, risulta in moltissimi casi elevato, in tali casi anche elevatissimo. Giusto avere delle commissioni, per l’istituto che li tratta, ma non certamente utili esagerati, fuori mercato. Se poi si tratta di rinegoziazioni, il danno per il sottoscrittore aumenta, sempre. Se poi ci fosse anche un up-front, la questione si aggrava ancora più, normalmente. Vediamo ora qualche tipologia di opzione sottoscritta dal governo italiano. Ci riferiamo a uno swap a 30 anni di 3 miliardi stipulato nel 2004 con Morgan Stanley. Sempre Morgan Stanley proprio con Draghi, nel 1994, si era assicurata la possibilità di estinguere tutti i contratti di derivati nel caso il valore della propria esposizione verso lo Stato avesse oltrepassato un limite, variabile da 50 a 150 milioni a seconda del rating dello Stato italiano. La soglia è stata superata subito, ma la banca ha atteso ad esercitare la clausola nel 2011, quando i contratti attivi sono 19. Il governo allora era nel pieno della tempesta sullo spread, ed era debole; così ha dovuto pagare 3,1 miliardi all’istituto americano.

LA BANCA CITATA PER DANNO ERARIALE. Proprio su tale vicenda si è mossa lo scorso anno anche la procura della Corte dei Conti del Lazio. «Con una mossa che non ha precedenti, ha citato una banca d’affari internazionale per danno erariale. Morgan Stanley secondo l‘accusa sarebbe responsabile del 70% di un danno da 3,9 miliardi. Il motivo? In soldoni l’istituto avrebbe dovuto consigliare lo Stato, mentre nel 2011, estinguendo tutti i contratti "ha commesso palesi violazioni dei principi di correttezza e buona fede nell’esecuzione contrattuale". Perché? Perché era in una posizione particolare, quella di specialist: si tratta delle banche che assistono il governo nelle aste dei titoli di Stato e che in quel ruolo devono contribuire alla gestione del debito pubblico anche attraverso un’attività di consulenza e ricerca. La banca giustifica la sua scelta con la salita record dello spread nel 2011» (Linkiesta del 19/7/2017).

«Ancora più rivoluzionaria la richiesta del 30% di danni, ossia oltre un miliardo, ai dirigenti del Tesoro che per anni non si accorsero di tale clausola: Maria Cannata, tuttora direttore del dipartimento del debito pubblico del Tesoro, il suo predecessore Vincenzo La Via e gli ex direttori del Tesoro Domenico Siniscalco, poi passato alla stessa Morgan Stanley, e Vittorio Grilli, ora a Jp Morgan. L‘accusa è che alcuni contratti di derivati evidenziavano “profili speculativi” che non li rendevano idonei alla finalità di ristrutturazione del debito, ossia l’unica finalità ammessa dalla normativa vigente. Né sarebbero state attivate adeguate garanzie. La prima udienza del processo si terrà nell’aprile 2018 e spetterà a un collegio di magistrati verificare la fondatezza delle accuse» (Linkiesta del 19/7/2017).

PERDITE CONSISTENTI. Altre considerazioni: il figlio di Draghi fino al febbraio 2017 ha lavorato proprio alla Morgan Stanley, mentre il papà, già direttore generale del Tesoro dal 1991 al 2001, ha assunto cariche importanti, come del resto molti altri ex ministri stranieri, per più anni in Goldman Sachs (2002/2005). In luglio 2017 la Camera ha approvato le mozioni della maggioranza tese ad aumentare la trasparenza sui contratti derivati del Tesoro e d’ora in poi il ministero dell’Economia dovrà pubblicare sul sito del Dipartimento del Tesoro con maggiore frequenza, «preferibilmente trimestrale», i dati aggiornati sul valore di mercato dei contratti e sul valore su cui si calcolano i flussi finanziari (nozionale). Nello stesso momento è stata anche bocciata la mozione del M5s che chiedeva di vedere cosa c’è scritto nei singoli contratti. Il ministero si è appellato al segreto di Stato. «Mettere in chiaro i contratti equivale a danneggiare il Paese, ad esporlo al rischio di speculazioni degli operatori di mercato» ha detto il ministro Padoan. Le perdite effettive annue sono consistenti, variano in base ai periodi presi in considerazione. È da ricordare che sono ancora aperti circa un centinaio di contratti per un controvalore di poco meno di 150 miliardi di euro e che potrebbero produrre perdite negli anni a venire per 40 miliardi di euro. Lo stesso Tesoro le ha già stimate in 15 miliardi tra il 2017 e il 2020.

LE CONSEGUENZE SUL DEFICIT. «I derivati sono stati abbondantemente usati in alcuni momenti ben precisi. Il primo è nel 1997-1998, ai tempi del governo Prodi, quando in gioco c’era l’ingresso nell’euro per il primo gennaio 1999. Quando i parametri di Maastricht decretavano chi era dentro e chi fuori la nuova moneta. Ebbene: l’intensa attività della Repubblica in derivati (che avevano breve durata) ha permesso di ridurre il deficit di 2,4 miliardi nel 1997 e di 3 miliardi nel 1998. Risparmiando 0,2 e 0,3 preziosi punti percentuali nel rapporto deficit/Pil. La seconda occasione è nel 2003-2004-2005, ai tempi del governo Berlusconi. In questo caso l’intensa attività in derivati (a più lunga scadenza) ha consentito una riduzione del deficit di 1,18 e 1,31 miliardi nel 2004 e nel 2005, pari a 0,1 punti percentuali sul Pil l’anno. Morale: tra il 1997 e il 2005 i derivati hanno diminuito il deficit per un totale di 11,6 miliardi. Peccato che nei 10 anni successivi l’abbiano aumentato di quasi 24 miliardi. Il Bengodi è finito: ora lo zero virgola di spazio sul deficit possiamo solo “sudarcelo” a Bruxelles».

I derivati sono serviti per anni per “aggiustare” di qualche zero virgola (quando era consentito dalla legge europea) il rapporto tra deficit e Pil. Ora ne paghiamo il conto MORYA LONGO, IL SOLE 24 ORE


Hanno inciso sul debito pubblico per 24 miliardi di euro e avevano un valore di mercato negativo di 31,8 miliardi. Così afferma Morya Longo (Il Sole 24 Ore 15 dicembre 2017): «I derivati sono serviti per anni per “aggiustare” di qualche zero virgola (quando era consentito dalla legge europea) il rapporto tra deficit e Pil. Ora ne paghiamo il conto con un aggravio sullo stesso deficit. Che costringe il Paese a misure fiscali più austere di quanto sarebbe necessario senza derivati. A spese dei cittadini. Delle imprese. Dell’economia».

IL dislivello tra il salario di un operaio e quello di un dirigente aumenta, uno Stato deve, a questo punto, avere il coraggio di regolamentarli per legge

Goldman Sachs &Co: tutti i ceo si alzano lo stipendio

16 Febbraio 2018

I mercati sono andati bene, ma il trading sui titoli obbligazionari, uno dei core business di Goldmana Sachs. Ma che importa, perché non alzarsi lo stipendio? Nel 2017, l'amministratore delegato della banca d'affari Usa ha portato a casa il 9% in più rispetto al 2016. Nell'anno in cui la banca ha visto salire i ricavi e gli utili al lordo delle imposte ma ha sofferto una delle peggiori performance nelle attività di trading di bond, Lloyd blankfein ha guadagnato 24 milioni di dollari. Il banchiere ha ricevuto un salario in contanti di 2 milioni di dollari, come quello dell'anno precedente (quando subì un taglio). A quella cifra si aggiunge un bonus in cash di 4,4 milioni di dollari. Il resto è in azioni il cui valore dipenderà dalla performance di Goldman nei prossimi cinque anni.

E' quanto emerge da documenti depositati dall'istituto di credito alle autorità di borsa Usa. Il compenso di Blankfein si confronta con quello da 29,5 milioni di dollari di James Dimon, numero uno di Jp Morgan; per lui c'è stato un incremento del 5% annuo. James Gorman di Morgan Stanley ha guadagnato lo scorso anno 27 milioni di dollari, il 20% in più rispetto a 12 mesi prima. Brian Moynihan, ceo di Bank of America, ha portato a casa 23 milioni (+15%).Michael Corbat, ceo di Citigroup ha visto i suoi compensi complessivi arrivare a quota 23 milioni nel 2017, il 48% in più sul 2016, segno che il cda della banca sta sostenendo i suoi sforzi per dimenticare i passi falsi compiuti durante la crisi. Per lui, il salario resterà a 1,5 milioni a cui si aggiungeranno 6,45 miliardi di bonus in contanti. Come spesso avviene, il resto dei compensi è in titoli legati all'andamento della sua banca. Wells Fargo non ha ancora comunicato i dati dei compensi del suo ceo, ancora alle prese con lo scandalo di conti fantasma che ha portato Janet Yellen a sanzionare il gruppo prima di uscire dalla Federal reserve all'inizio del mese.

Ilva - Calenda quel venditore di fumo che sta con i padroni e che nei fatti non gli importa ne della riduzione del numero delle persone che lavorano ne di quanto prendono di salario

Ilva, nuovo stop agli incontri. Manganaro (Fiom): “Situazione di stallo”

Annullato dal Mise il tavolo del 19. "Incertezza su tutto, Genova compresa"

di Katia Bonchi - 15 febbraio 2018 - 17:16


Genova. “Magari sarò smentito e gli incontri riprenderanno ma mi sembra di capire che la vicenda Ilva sia finita in una fase di stallo da cui difficilmente usciremo prima delle elezioni e del pronunciamento del Tar di Lecce previsto per il 6 marzo sul ricorso presentato dal governatore Emiliano”. Il segretario genovese della Fiom Bruno Manganaro commenta così lo stop agli incontri sull’Ilva arrivato ieri dal Mise che ha cancellato il tavolo del 19 febbraio.

“Già il tavolo del 12 febbraio a cui noi genovesi della Fiom non siamo andati era stato completamente inutile ma anche in quel caso è stato fatto il tentativo chiedere esplicitamente numeri e organici perché non è possibile continuare a discutere di cosa fa Mittal nel mondo senza entrare nello specifico di quel che vuol fare con gli stabilimenti di Novi, Genova e Taranto”.

O meglio, qualche idea il sindacato ce l’ha circa le intenzioni di Mittal, ma si tratta di frasi dette a mezza voce che nessuno – dopo che il primo piano esuberi di Mittal aveva provocato proteste e scioperi a Genova – ha il coraggio di mettere nero su bianco: “Il sospetto è che i 10 mila addetti di Mittal siano oggi una mediazione ma a conclusione del percorso i dipendenti saranno 8600 come voleva fin dall’inizio. E anche rispetto al salario, sembra probabile che la parte legata ai premi sarà di fatto rinviata a quando l’azienda farà degli utili”.

Anche rispetto a Genova “non si riesce ad uscire dalla situazione di incertezza anche rispetto alle aree” spiega Manganaro. In pratica negli incontri con Comune e Regione Liguria Mittal avrebbe spiegato di essere interessata a tutte le aree ma di essere disposta a cederne 25 mila metri quadri per il trasferimento di Carmagnani e Superba: “Anzitutto – commenta il segretario della Fiom – 25 mila metri quadri equivalgono a 25 dipendenti in pratica. E degli altri 200 cosa ne facciamo? Poi non è detto che Carmagnani e Superba siano interessate al trasferimento, che questo sia consentito dalle regole di sicurezza del porto e info infine, le due aziende i loro dipendenti già li hanno quindi difficilmente avranno spazio per altri 25-30 lavoratori”.

venerdì 16 febbraio 2018

Eni - De Scalzi sta facendo un ottimo lavoro per la nostra migliore azienda, il Partito dei Giudici è avvertito

Claudio Descalzi spinge gli utili Eni nel 2017 a 3,4 miliardi


I risultati dell'upstream premiano il Cane a sei zampe che così si butta alle spalle le perdite del 2016

L’Eni torna al profitto nel 2017 e chiude l’anno con un utile netto pari a 3,43 miliardi di euro (contro la perdita di 1,4 miliardi del 2016) e un utile netto adjusted a 2,4 miliardi (rosso di 340 milioni nel 2016). Il gruppo ha da poco diffuso i dati relativi al bilancio 2017, che segna il ritorno al profitto del Cane a sei zampe. Più nel dettaglio, nel quarto trimestre l’utile netto è pari a 2,1 miliardi e quello adjusted 0,98 miliardi, più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo del 2016 (460 milioni di euro).

Per questo motivo, visti i conti favorevoli e sopra le attese degli analisti, il cda proporrà in assemblea il 10 maggio la distribuzione di un dividendo di 0,80 euro per azione (0,80 nel 2016), di cui 0,40 euro staccati nel settembre 2017 a titolo di acconto. Il dividendo a saldo di 0,40 euro per azione sarà messo in pagamento il 23 maggio.

Nel dicembre 2017 il gruppo guidato dall’ad Claudio Descalzi (nella foto) ha raggiunto il record assoluto di produzione a 1,92 milioni di barili di olio equivalente al giorno. Nel quarto trimestre sono stati conseguiti 1,89 milioni di barili al giorno, livello trimestrale più elevato degli ultimi sette anni (+1,9%) mentre la media annua a 1,82 milioni di barili al giorno (+3,2%) è stata la più elevata di sempre. Al netto dell’effetto prezzo nei Production sharing agreements e dei tagli Opec, la crescita è stata del +3,7% nel trimestre e del +5,3% nell’anno.

A questo punto Eni si attende una produzione di idrocarburi in crescita al 3% per effetto del ramp-up degli avvii 2017, in particolare in Egitto, Angola e Indonesia, e degli avvii di fasi satelliti di grandi giacimenti in produzione (Libia, Angola e Ghana). Nel 2017 gli investimenti netti sono stati di 7,6 miliardi, in riduzione del 18% rispetto al 2016, mentre la copertura organica è del 130%. Per il 2018 il gruppo ha previsto investimenti per 8 miliardi di euro.

Decisamente soddisfatto Descalzi: “Chiudiamo il 2017 con risultati eccellenti che dimostrano come il processo di profondo cambiamento avviato nel 2014 abbia trasformato Eni in una società capace di crescere e creare valore anche in condizioni di mercato molto difficili”.

Mauro Bottarelli - Erdogan prende in giro Mattarella e Gentiloni, questo duetto troppo impegnato a farci diventare colonia succubi del Progetto Criminale dell'Euro che non può tenere insieme economie diverse mentre il dollaro è mantenuto basso e gli interessi a 10 anni del treasury sono al 3%

SPY FINANZA/ Anche la Germania finisce nel mirino della speculazione

Il fondo Bridgewater rinnova le sue scommesse al ribasso puntando contro Francia e Germania, ovvero l'asse portante di tutta l'Europa. MAURO BOTTARELLI

16 FEBBRAIO 2018 MAURO BOTTARELLI

Martin Schulz (Lapresse)

Guardate il grafico più in basso: ci mostra le principali aziende finite nel mirino di Bridgewater, il fondo Usa guidato da Ray Dalio che ha deciso di andare ulteriormente short sul mercato europeo. La scommessa generale ammonta a 22 miliardi di dollari, 9 dei quali aggiunti la scorsa settimana, così composta: 7,3 miliardi contro ditte tedesche, 4,5 miliardi contro aziende francesi, 1,7 miliardi spagnole e il grosso del resto contro nomi italiani, fra cui Unicredit ed Enel. Da notare come ultimamente Bridgewater abbia tagliato le scommesse short contro Olanda, Spagna e Irlanda e aumentato - per controvalore - quelle contro Germania e Italia. 

C'è da aver paura? Tendenzialmente, gli attacchi speculativi - quelli seri e che fanno male - arrivano di sorpresa, perché il succo dell'intera operazione sta proprio nel cogliere in fallo l'oggetto della scommessa ribassista, non dandogli tempo di difendersi: per capirci, l'ente regolatore della Borsa tedesca, la Bafin, penso che terrà gli occhi aperti. Potete contare che faccia lo stesso la sonnecchiosa Consob? Io no. Quante volte si è dovuti ricorrere, anche nel recente passato, a manovre emergenziali come la sospensione di titoli dalla contrattazione o il divieto di short selling, proprio per evitare attacchi diretti, vedi Alitalia o Mps? Sempre tardi, però, tanto più che puoi mettere tutti i bandi che vuoi, visto che si può sempre operare al ribasso con le opzioni put.

La scommessa di Dalio e del suo fondo risale allo scorso ottobre ma all'epoca si trattava di uno short da poco, esattamente 700 milioni di dollari: ora la cifra si è fatta seria. E, per una volta, l'Italia rappresenta soltanto il paniere in cui certamente cascherà qualche uovo, ma non il bersaglio grosso: a far paura, quantomeno se ci trovassimo nei panni di Mario Draghi, dovrebbe piuttosto essere l'azzardo su Francia e, soprattutto, Germania. Per quale motivo, infatti, le principali ditte delle nazioni-motore d'Europa dovrebbero patire dei cali tanto sensibili da permettere a Dalio di incassare una cifra tale da garantirgli delle sontuose vacanze estive? Contro chi sta scommettendo in realtà, Bridgewater? Forse contro la tenuta dell'eurozona? E non sto parlando di crollo dell'euro, di uscita disordinata di uno Stato, di crisi sovrana stile 2011: sto proprio parlando di messa in discussione dell'intero nuovo impianto europeo, sto parlando della tenuta dell'asse franco-tedesco. Sto parlando, in parole povere, della tenuta dell'accordo politico in Germania per una nuova Grosse Koalition. 


Già, perché nonostante il doppio passo indietro del giubilato Martin Schulz, prima da potenziale, futuro ministro degli Esteri e poi da segretario della Spd, i malumori in casa socialdemocratica sono tutt'altro che sopiti, così come la possibilità che i 464mila iscritti alla Spd boccino l'accordo di massima per un esecutivo di coalizione, nonostante le enormi concessioni politiche della Merkel a livello di dicasteri offerti all'alleato. Il voto è in atto in questi giorni e culminerà con uno scrutinio a inizio marzo: a quel punto, sapremo se la Germania avrà un governo o, caso più unico che raro nella storia politica recente, dovrà tornare alle urne, dopo l'impasse scaturita dal voto del 24 settembre scorso. 

Se questa ipotesi divenisse realtà, la scommessa di Ray Dalio non sarebbe soltanto vincente, ma qualcosa di paragonabile allo short di David Einhorn contro Lehman Brothers o di chi ebbe l'ardire di scommettere contro Enron, quando il gigante energetico sembrava invincibile e invece crollò in soli 24 giorni. Tanto più che ci sarebbero un paio di variabili di cui tenere ulteriormente conto. Primo, il voto interno del Spd offrirà al pubblico il suo scrutinio a ridosso, se non lo stesso giorno, del voto politico in Italia, definito da tutte le banche d'affari e i fondi un appuntamento dichiarato con l'instabilità. Secondo, l'euro è tornato sopra quota 1,24 sul dollaro e, vista l'aria che tira negli Usa, difficilmente abbandonerà in fretta la sua china rialzista, mettendo in forte difficoltà le aziende europee a maggiore vocazione di export: anche su questo, certamente, si basa lo short di Dalio. Anche perché, nonostante la pace dei mercati nel giorno del dato sull'inflazione Usa, il rendimento del Treasury a 10 anni, il canarino nella miniera di possibili scossoni, sta flirtando da mercoledì con area 3% e alcuni segnali parlano chiaro: a Washington vogliono un dollaro debole e il più possibile instabilità.

Perché? Semplice, per esportarla in Europa, dove la Banca centrale è ancora impegnata nel suo Qe, ma ha a che fare con troppe teste e troppe economie diverse tenute insieme con lo sputo per poter reagire in tempo allo shock: manna per gli Stati Uniti. Guardate questi due grafici freschi freschi dei dati macro di ieri: volendo credere alla vulgata Usa, il rischio inflazione è in piena ebollizione. E attenzione, perché il tasso del mutuo medio trentennale è salito questa settimana al 4,57%, il massimo da gennaio 2014, mettendo sotto pressione le richieste di nuovi mutui negli Usa: altra campanella d'allarme, altra sirena entrata in azione, soprattutto perché riguarda il comparto ultra-sensibile dell'immobiliare. Il piano, ovviamente, non fa capo alla Casa Bianca, la quale invece ne fa parte come capro espiatorio: quando scoppierà il bubbone, in maniera più o meno controllata, chi finirà nel mirino della critica, se non Donald Trump con la sua riforma fiscale monstre e il suo budget 2019 completamente impostato sul deficit spending? 



Esattamente ciò che Wall Street e i suoi referenti a Capitol Hill volevano da principio, ovvero far scoppiare la bolla nella maniera più rumorosa ma meno letale possibile e, nel contempo, chiamarsi fuori da ogni responsabilità, avendo come comodo capro espiatorio nientemeno che il presidente e il suo entourage, tutti sacrificabili e, anzi, perfettamente giubilabili in tempo per le elezioni di mid-term. Vi pare un caso che, parlando di fronte al Senato, tutti i capi delle varie intelligence Usa - dalla Cia alla Nsa al Fbi - abbiamo mercoledì ricominciato con la tarantella delle ingerenze russe in vista proprio del voto di medio termine? E la rinnovata tensione in Siria non è forse propedeutica a qualche cortina fumogena da usarsi in caso di necessità, con tanto di bufala sull'uccisione di 100 mercenari russi, quando in realtà si trattava di più innocui e sacrificabili curdi? E le voci della malattia di Vladimir Putin, casualmente messe in circolazione solo ora, a poche settimane dal voto del 18 marzo che vede l'uomo del Cremlino trionfatore ancor prima che vengano montati i seggi? Troppi indizi. I quali, a guardare bene e a pensar male, fanno ben più di una prova, almeno per quanto mi riguarda. 

Ray Dalio avrà fatto tutti questi calcoli, prima di dar vita al suo short sulle aziende europee? Magari no, magari si sarà limitato a scommettere sull'instabilità tedesca di inizio marzo e sul combinato con quella italiana, il che tra l'altro spiegherebbe il suo aver alzato la posta in concomitanza con il passo indietro di Martin Schulz: e l'Italia come si prepara al possibile attacco di primavera, visto che non si tratta di un'imboscata ma di una dichiarazione palese? Litigando sui rimborsi farlocchi dei Cinque Stelle e, ancor peggio, a livello governativo e diplomatico, dando vita a un braccio di ferro con Erdogan sulla questione cipriota e sulla piattaforma dell'Eni tenuta in scacco al largo dell'Isola. D'altronde, noi siamo il Paese delle anime belle, quello dove ci scandalizziamo per i giornalisti imprigionati in Turchia e attacchiamo pubblicamente il numero uno turco mentre è in visita nel nostro Paese, dimenticando la quantità di affari che abbiamo in corso e il fatto che ci siano modi e tempi, ad esempio l'ambito comunitario europeo, per compiere certi passi senza esporsi in prima persona come dei kamikaze senza cervello. E lo stesso vale per l'Egitto con la questione Regeni, tornata di nuova in auge in questi giorni e con toni molto pericolosi, conoscendo Al-Sisi e la sua indole poco incline al compromesso. 

Saremo così stupidi da farci trovare a discutere sui conti della serva di Luigi Di Maio, quando partirà l'eventuale attacco? Saremo così poco furbi da tramutare il caso Macerata nella nuova Waterloo, quando l'assise della Spd potrebbe mandare all'aria il compromesso di governo e innescare una crisi sovrana sui mercati europei? Saremo così stupidi da non cautelarci a livello di regolamentazione dei mercati? Ditemi di no, per favore. Almeno stavolta che ci hanno avvertito in anticipo, evitiamo di vivere l'ennesimo 1992. Altrimenti, smettiamola di lamentarci e accettiamo con animo pacificato il nostro ruolo - meritato - di protettorato o colonia.

Vaccinazioni - Dieci vaccinazioni obbligatorie in mancanza d'urgenza-emergenza è palesemente malafede. Si alle vaccinazioni. poche ma necessarie

Manifestazione Contro l’Obbligo Vaccinale 

 Campogalliano (MO), 17 Febbraio 2018

EVENTI / MANIFESTAZIONE CONTRO L’OBBLIGO VACCINALE – CAMPOGALLIANO (MO), 17 FEBBRAIO 2018


Vi invitiamo a Campogalliano (MO), sabato 17 febbraio 2018 alle ore 19.00, c/o Palazzetto dello Sport in via Mattei alla mobilitazione voluta dall’Associazione Riprendiamoci il Pianeta e Genitori del No Emilia Romagna:
MANIFESTAZIONE CONTRO L’OBBLIGO VACCINALE

Non si terrà un corteo, bensì un sit in con cartelli e slogan, per manifestare il nostro dissenso contro l’iniqua legge Lorenzin. Facciamoci sentire, e facciamogli capire che non potranno continuare per sempre a fare quello che gli pare, e gli interessi delle multinazionali del farmaco.

Leggi per approfondimento su Prima Pagina di YVS il:


Manifestiamo con gioia e risoluta fermezza nel rispetto reciproco.
LA LIBERTÀ DI CURA – NON CEDE ALLA PAURA

Noi di Riprendiamoci Il Pianeta – Movimento di Resistenza Umana ci poniamo queste domande e vogliamo delle risposte:

Salute e benessere si arrestano dinnanzi alla porta di casa propria? Il coraggio viene impiegato solo per la propria idea, quando tocca il proprio interesse individuale, e non si riesce a concepire il bene comune?
La nostra Costituzione dice:

Art.32 La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Finché non capiremo questa necessità, e non daremo voce ad una vera democrazia popolare, continueremo ad essere succubi di un potere che continuerà a ricattarci mantenendoci in miserevoli condizioni di vita.

Visita per approfondimento: Vaccini Libera Scelta e Associazione Libera Scelta