Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 24 febbraio 2018

22 febbraio 2018 - L'EURO È UNA SCIAGURA - Valerio Malvezzi

17 febbraio 2018 - TRADITI, SOTTOMESSI, INVASI - Antonio Socci sul Rogo degli Euroscettici

Gas offshore del Mediterraneo orientale - Libano e la Russia accordo di cooperazione militare. I sionisti ebrei hanno meno campo di manovra per depredare

La Russia ha trovato nuovo partner militare

13:04 20.02.2018(aggiornato 16:47 20.02.2018) URL abbreviato

La Russia è interessata alla cooperazione militare con il Libano, scrive un esperto con riferimento alla rivista National Interest.

Secondo i media arabi, il primo ministro russo Dmitry Medvedev ha ordinato al Ministero della difesa di iniziare la cooperazione militare con il Libano al fine di aprire i porti e gli aeroporti del paese per il transito di navi e aerei russi. La cooperazione comprende anche esercitazioni militari congiunte, attività antiterrorismo e addestramento da parte degli istruttori russi dell'esercito libanese. 

Le prospettive per la cooperazione russo-libanese, secondo l'interesse nazionale, saranno un ulteriore mal di testa per gli Stati Uniti. 

© REUTERS/ Aziz Taher

In Libano pronte a schierarsi tutte le formazioni della ResistenzaFino a poco tempo fa, l'esercito libanese era orientato verso l'Occidente. La maggior parte delle armi e delle attrezzature dei libanesi sono di produzione occidentale. Secondo il programma di assistenza Security Monitor del Centro per la Politica Internazionale (CIP), gli Stati Uniti negli ultimi 10 anni hanno esportato armi in Libano per più di 357 milioni di dollari.

Il partenariato con la Russia darà al Libano un "ombrello protettivo" contro Israele, e in aggiunta, con la minaccia di firmare un accordo con la Federazione russa a Beirut potrà ricattare i suoi partner occidentali

Saipem 12000 - Erdogan manda all'angolo Mattarella e Gentiloni. Tic tac tic tac, 4 marzo 2018 voto utile: M5S, Lega, Casa Pound, Fratelli d'Italia

Caso Eni-Saipem, la versione di Crosetto: perché l’Italia non convoca l’ambasciatore turco?



Gentiloni dovrebbe spiegare come e perché il dossier è stato (non) gestito così. Intervista a Guido Crosetto, coordinatore nazionale di Fratelli d’Italia e presidente di Aiad

“Perché il governo Gentiloni non ha ancora convocato l’ambasciatore turco? L’Italia è stata umiliata dal sultano turco Erdogan”. Così Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia scrive su Facebook a proposito della situazione incandescente nel Mediterraneo orientale con Ankara che ha bloccato e minacciato la nave dell’Eni Saipem 12000 intenta a effettuare rilievi nella zona economica esclusiva di Cipro. Secondo Guido Crosetto, già sottosegretario alla Difesa, siamo in presenza di una palese violazione del diritto internazionale.

Cosa avrebbe dovuto fare il nostro governo?

Convocare l’ambasciatore turco. La Turchia ha commesso un atto violento contro un’azienda italiana. Credo sia necessario che il governo turco spieghi al nostro il motivo di questa ingerenza in acque non territoriali. 

Il consiglio supremo di difesa sarebbe stato troppo?

Prima ci sono le spiegazioni diplomatiche, per cui prima avremmo dovuto convocare l’ambasciatore turco a Palazzo Chigi, poi semmai avremmo potuto richiamare dalla Turchia il nostro ambasciatore e in seguito avremmo potuto chiedere all’Europa un intervento. Ma intanto regola vuole che ci si telefoni tra capi di Stato per manifestare tutta la propria disapprovazione per una violazione di leggi internazionali. Si è trattato di un atto molto grave, che difficilmente qualunque altra nazione al mondo avrebbe accettato in (quasi) silenzio così come fatto dall’Italia.

Come ne esce l’Eni?

L’Eni nel confronto con uno Stato non può che rimetterci, nessuna azienda al mondo è così forte da reggere. Non capisco perché il nostro Governo non si sia mosso: anzi, attendo con impazienza di conoscerne il motivo. Suppongo che ve ne sia uno davvero valido che giustifichi la nostra posizione che ad oggi non capisco. Il silenzio italiano su una vicenda di questa portata mi sembra un fatto surreale. 

Crede investa la differenza di politica tra l’oggi e la Prima Repubblica?

Non credo, anche oggi Gentiloni dà del tu alle cancellerie europee, come accadeva in passato. È proprio questo il motivo per cui io non comprendo perché questo dossier sia stato gestito in maniera così superficiale, quasi come se non fosse accaduto, se non esistesse. Ad ora non mi è chiaro e vorrei che il governo me lo spiegasse. Magari c’è una buona ragione…

Il caso Regeni crede possa intrecciarsi allo scontro Eni-Ankara e ai silenzi di Roma?

No. Vedo solo lo scontro non nuovo tra Ankara e Cipro per il controllo che i turchi vorrebbero esercitare sull’isola occupata dal 1974. Certo, capisco che il punto di arrivo della mossa turca è proprio Nicosia e l’Eni in questo particolare momento è in mezzo a due fuochi. Ma resta il fatto che l’Italia non avrebbe potuto ugualmente accettare questa situazione, come invece ha fatto. L’obiettivo è Cipro, ma il danno è stato fatto ad una nostra azienda.

4 marzo 2018 tic tac tic tac, voto utile: M5S, Lega, Casa Pound, Fratelli d'Italia

La candidatura Bagnai e il cambio di paradigma

Maurizio Blondet 23 febbraio 2018 
Di Enzo Pennetta

Da quando il Prof. alberto Bagnai ha annunciato la sua decisione di passare dal livello di informazione e divulgazione a quello operativo ho pensato che qualcosa di nuovo stava veramente accadendo in politica.

La mia pressoché totale identità di vedute con il Prof. Alberto Bagnai su argomenti che non riguardano solo l’economia ma che spaziano anche dalla cultura alla scuola fino all’informazione non deve essere sfuggita a chi legge queste pagine, del resto la scelta fatta in tempi non sospetti di mettere come foto di profilo su Facebook quella che mi ritraeva vicino a lui alla conferenza organizzata dalla GILDA di Modena del 3 maggio 2017 era abbastanza eloquente.

La sua scelta di accettare la candidatura come indipendente nelle fila della Lega mi spinge adesso a fare delle considerazioni che potrebbero essere anche una riflessione potenzialmente utile ad altri sulla presente situazione socio politica.

Il fatto che una persona che in passato ha votato comunista oggi, per restare coerente con il proprio pensiero, si trovi a candidarsi come indipendente in un partito come la Lega merita una seria riflessione. La logica argomentativa di Alberto Bagnai e la sua indiscutibile coerenza ci portano di fronte all’evidenza che siamo in una fase storica che va affrontata con un approccio nuovo, chi dunque in questo contesto continuasse ad orientarsi con i paradigmi abituali si verrebbe a trovare in una posizione anacronistica e fuorviante.

Intanto bisogna prendere atto che le tradizionali categorie di “destra” e “sinistra” sono state ampiamente svuotate del loro significato e ridotte ormai troppo spesso ad espedienti di marketing impiegati per accaparrarsi il voto di elettori che ancora credono che ad un’etichetta corrisponda un effettivo contenuto del barattolo. Tempo fa scoprii parlando con un paio di colleghi che nel momento in cui proclamavo questa evidente realtà venivo rinchiuso nella neocategoria del “rossobrunismo”, cioè il fatto di constatare l’inesistenza attuale di qualcosa che corrisponda ad una vera destra e sinistra nei partiti più rappresentativi ti rende secondo tale classificazione un curioso conciliatore di opposte ideologie manco fossi un novello Cusano.

Ciò premesso la questione va inquadrata nella reale contrapposizione che è quella tra chi vuole una neoliberista e internazionalista sottomissione dello Stato a forze incontrollabili del capitale e della finanza globalizzata, o meglio una dissoluzione dello Stato in una società liquida a favore di entità sovranazionali non elette, e chi invece vuole uno Stato solido, costruito su corpi solidi, orientato all’interesse nazionale come garante dell’equità sociale, della tutela delle classi più deboli e della redistribuzione del reddito. Per agire in questo moderno scenario bisogna dunque attuare nuove forme di politica, uscire fuori dalla gabbia destra-sinistra e da reazioni pavloviane da tifoseria secondo le quali “quel partito mai…” e dare accesso alle aule parlamentari a quelle singole persone in grado di dare concretezza alle istanze della società dei corpi solidi.

Il tempo a disposizione per intervenire e fermare la marcia verso la liquefazione della società è ormai ridottissimo, chi ha la memoria storica necessaria, la preparazione culturale adatta e la determinazione ad opporsi a tutto questo deve essere messo in condizione di agire, persa l’occasione, scivolando sulle varie finestre di Overton verso una dissoluzione huxleyana, il Mondo Nuovo potrebbe divenire irreversibile.

Per questo ho deciso di dire pubblicamente che sostengo Alberto Bagnai, lo sostengo per le sue idee e spero che possa esprimerle nel prossimo Parlamento e magari nel prossimo Governo, a prescindere da qualsiasi discorso partitico.

da critica scientifica.it

Siria - Afrin - le forze siriane tutte si saldano contro l'invasore turco

Afrin: il nuovo fronte del conflitto siriano

22 febbraio 2018 


Non si può ancora parlare di guerra aperta tra Turchia e Siria ma la tensione ad Afrin è alle stelle. La decisione del regime di Bashar Assad di negoziare con le Unità di protezione del popolo curdo (YPG), legate al partito curdo-siriano dell’Unità democratica (PYD), l’ingresso nell’énclave di Afrin delle forze di Damasco ha scatenato una dura reazione da parte di Ankara che da un mese attacca in quel settore le forze curde definite “terroristi” alla stregua delle milizie dello Stato Islamico.

L’arrivo delle “forze popolari ad Afrin per sostenere i suoi abitanti contro l’attacco del regime turco” era stato annunciato il 20 febbraio dalla stampa governativa siriana, aggiungendo che le truppe di Assad “si uniranno alla resistenza contro l’aggressione turca” e precisando che si tratta di “difendere l’unità territoriale e la sovranità della Siria”.

La tv al-Manar degli Hezbollah libanesi, alleati di Damasco, riferiva di “gruppi di forze popolari siriane” che cominciavano “a entrare nella regione di Afrin nel Rif settentrionale di Aleppo” mentre le immagini diffuse dalla tv libanese al-Mayadin (filo-iraniana) hanno mostrato mezzi con le bandiere siriane, con miliziani a bordo e carichi di armi, mentre entravano nell’area di Afrin.

Nello scorso fine settimana erano trapelate indiscrezioni su un accordo che sarebbe stato raggiunto tra Damasco e i miliziani curdi per il dispiegamento di unità delle forze filo-Assad ad Afrin.


La risposta turca non si è fatta attendere e colpi di mortai pesanti avrebbero bersagliato le postazioni lungo il confine occupate dalle forze di Damasco che si sarebbero ritirate a una decina di chilometri dalla frontiera. Fonti siriane hanno parlato di “fuoco contro le posizioni” mentre per i turchi si sarebbe trattato solo di “colpi di avvertimento” che avrebbero indotto le forze sirianee a ripiegare.

Oggi il giornale governativo al Watan e la tv panaraba al Mayadin hanno annunciato che altri “500 combattenti” di Damasco (a quanto sembra milizie scite filo-iraniane) sono giunti ad Afrin.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, aveva annunciato che le Forze Armate turche assedieranno la città di Afrin e la regione omonima per evitare che le forze curde possano ricevere sostegno dall’esterno e far sì che “il gruppo terroristico non abbia più l’opportunità di negoziare con nessuno”. Un chiaro messaggio rivolto a Damasco.

Il rischio che i curdi di Siria costituiscano un pretesto per scatenare un nuovo “sotto-conflitto” nell’ormai parcellizzata guerra siriana ha indotto Mosca, alleato di ferro di Assad e partner strategico della Turchia, a proporsi come mediatore per una soluzione del conflitto.


“La Russia non vuole imporsi su nessuno. Ma se ci viene chiesto, siamo pronti a fare una buona azione per fermare il bagno di sangue e trovare denominatori comuni”, precisando che la cosa più importante per Mosca è “il rispetto dell”integrità, della sovranità e unità della Siria” aveva detto il 20 febbraio l’inviato del Cremlino per il Medio Oriente e l’Africa Mikhail Bogdanov.

“Raccomandazione” già espressa nei giorni scorsi nei confronti della presenza militare statunitense al fianco delle milizie curdo-arabe (le Forze Democratiche Siriane -FDS) e delle incursioni aeree israeliane in Siria, entrambi illegali per il diritto internazionale. Del resto è difficile ipotizzare che le forze di Assad si muovano in armi senza il via libera da Mosca e in proposito il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, si è espresso in modo chiaro.

“Abbiamo ripetutamente affermato che sosteniamo pienamente le legittime aspirazioni del popolo curdo. Riteniamo sbagliato che qualcuno approfitti delle aspirazioni del popolo curdo per i suoi giochi geopolitici che non hanno nulla a che fare con gli interessi dei curdi e della sicurezza regionale”.

L’operazione “Ramoscello d’ulivo” varata da Ankara ha finora portato a occupare 300 chilometri quadrati di territorio siriano provocando la morte di oltre 1.700 “terroristi” (secondo fonti turche) mentre i soldati turchi uccisi sono ufficialmente 32 (oltre 200 secondo i curdi) e sconosciuto è il numero di perdite subite dalle milizie filo-turche dell’Esercito Siriano Libero (ESL), “carne da cannone” per gli interessi di Ankara.


Al di là degli aspetti tattici è il contesto strategico che desta le maggiori preoccupazioni, specie tenendo conto che la guerra siriana è ormai composta da diversi confronti armati in cui il contrasto allo Stato Islamico è quasi scomparso dopo la caduta di Raqqa e Deir Ezzor.

Con l’intervento a presidio del confine turco, Assad punta a riprendere il controllo di un ulteriore lembo del territorio nazionale, gestito finora in autonomia dai curdi, ma offrirebbe anche ad Ankara quelle garanzie di sicurezza della frontiera che hanno determinato il via all’operazione “Ramoscello d’ulivo” l’offensiva turca il cui nome suona quanto mai sarcastico dopo che le forze di Ankara sostengono di aver ucciso 1.715 “terroristi” occupando 300 chilometri quadrati di territorio siriano.

Il presidente turco Recep Tayyp Erdogan, che ha fatto erigere un “muro” difensivo lungo tutta la frontiera, non ha mai nascosto di voler costituire una zona cuscinetto di almeno 30 chilometri nel nord della Siria per impedire ai miliziani curdi di colpire il territorio nazionale e appoggiare i combattenti curdo-turchi del Pkk.

Una pretesa che ha visto Ankara entrare in rotta di collisione con gli Stati Uniti (che schierano ufficialmente 5.800 uomini tra Iraq e Siria e in quest’ultimo paese sono al fianco delle forze curde, armate e addestrate dai consiglieri militari di Washington) che hanno risposto picche alla perentoria richiesta di Erdogan di ritirarsi dal settore di Manbji e cessare ogni il supporto ai curdi dell’Ypg.


Una crisi nei rapporti tra i due membri della Nato che neppure l’incontro dei giorni scorsi tra il segretario di Stato americano Rex Tillerson e il ministro degli esteri Mevlut Cavusoglu sembra aver dipanato.

L’apertura del nuovo fronte contro Bashar Assad complica ulteriormente la situazione per Ankara che, al di là dei proclami bellicosi di Erdogan, rischia di trovarsi sola contri tutti mettendo a repentaglio anche le intese finora raggiunte con Mosca, dall’acquisto di armi inclusi i sistemi di difesa aerea a lungo raggio S-400 agli accordi per stabilizzare la crisi siriana.

La Russia da un lato si è proposta come mediatore nella crisi nel settore di Afrin ma dall’altro ha ribadito il suo disappunto per l’offensiva turca e soprattutto, come già ricordato, la necessità di rispettare la sovranità territoriale dello Stato siriano.

Ieri Mosca ha nuovamente rinforzato la sua presenza militare in Siria inviando almeno 11 aerei nella base di Hmeymim (Latakya) tra i quali un velivoli radar A-50, 4 aerei da attacco Sukhoi Su-25, 4 cacciabombardieri Sukhoi Su-35 e, a quanto sembra, anche 2 nuovissimi Sukhoi Su-57 realizzati finora in 12 esemplari che dopo aver superato i test iniziali sono ora impegnati in quelli che riguardano l’impiego operativo e di combattimento. La Russia aveva dimezzato la presenza di aerei da combattimento a Hmeymin dopo la liberazione di Deir Ezzor.


Per Erdogan sarebbe quindi un azzardo porsi in contrasto contemporaneamente con Mosca e Washington rischiando inoltre di trovarsi pesantemente invischiato in quel conflitto siriano di cui è stato promotore fin dal 2011 (organizzando i ribelli anti-Assad), ma nel quale finora si è astenuto da interventi militari su vasta scala al di là delle zone di confine.

Il punto debole di Assad è legato al fatto che non può concentrare ampi sforzi militari ad Afrin perché le sue truppe sono già impegnate su altri fronti, in particolare nella liberazione della zona di Ghouta, nei sobborghi di Damasco (dove arabi e occidentali premono sull’ONU per instaurare una tregua che dia respiro alle forze ribelli ormai allo stremo), e della “sacca di Idlib”: gli unici settori in cui resistono, circondate, le residue milizie di al-Qaeda e di altre formazioni islamiste.

Il tentativo di rianimare le milizie islamiche anti-Assad è evidenziato anche dal leader di al Qaeda, Ayman al-Zawahiri, che ha fatto appello all’unità dei combattenti jihadisti in Siria, chiedendo ai miliziani e ai musulmani di prepararsi a una guerra “lunga decenni”.

In prospettiva quindi, il ritorno della fascia di confine sotto il controllo di Damasco converrebbe sia ad Assad che a Erdogan.


Il presidente siriano amplierebbe la già consistente porzione di territorio nazionale sotto il suo controllo e scongiurerebbe le derive indipendentiste del Kurdistan siriano (Rojava) coltivate invece da Washington che sta costituendo e armando sotto le bandiere delle FDS una forza combattente di 30mila uomini.

Erdogan incasserebbe il risultato di mettere in sicurezza il confine siriano senza dover pagare il prezzo in vite umane e denaro determinati da operazioni militari logoranti, a lungo termine e senza sbocchi vittoriosi certi, contribuendo anche a rendere più complicata la presenza militare americana al fianco dei curdi.

Possibile quindi che Ankara, dopo aver dimostrato con un nuovo esercizio muscolare che non si fa intimidire dai soldati di Assad, dia luce verde alla mediazione di Mosca che ha il triplice obiettivo di proteggere l’alleato siriano, mantenere l’intesa faticosamente raggiunta con Ankara e allargare il solco che divide gli Usa dalla Turchia, anche nell’ottica della crescente tensione tra Mosca e la Nato che va ben oltre il sempre più caotico scenario siriano.

Foto: LaPresse, AP, Ansa, Ria Novosti e Reuters

Mauro Bottarelli - 4 marzo 2018, nonostante i passi falsi, voto utile: M5S, Lega, Casa Pound Tic tac tic tac il momento liturgico si avvicina

SPY FINANZA/ L'ultimo assist Ue per un bis di Gentiloni

Sono state molte le reazioni italiane alle parole di Juncker sul voto del 4 marzo. E l'Europa sembra voler dare un altro assist a Paolo Gentiloni. MAURO BOTTARELLI

24 FEBBRAIO 2018 MAURO BOTTARELLI

Paolo Gentiloni (Lapresse)

Non so se avete visto Caro diario di Nanni Moretti: beh, in giornate come quella di ieri mi riconosco a pieno nella frase in cui il regista ammette la sua consapevole diversità, sostenendo che - anche in un mondo migliore di quello attuale - sarebbe d'accordo sempre e comunque solo con una minoranza di persone. Anzi, in questo caso, con un'esigua, residuale minoranza. Per una volta, infatti, che Jean-Claude Juncker dice qualcosa di sensato, l'arco parlamentare più diviso del mondo - il nostro - trova una ragione di unione e concordia nel massacrarlo. E cosa ha detto di tanto strano il capo della Commissione Ue? Che in vista del voto italiano del 4 marzo, occorre prepararsi - come Europa - allo scenario peggiore, cioè l'impasse politica e un governo non operativo. 

Chiedo scusa, ma fino all'altro giorno non c'era almeno metà Paese che diceva lo stesso, giubilando quella solenne porcata costituzionale che in effetti è il Rosatellum-bis, la nostra disgraziata legge elettorale nata proprio per garantire l'ingovernabilità e favorire l'inciucio taglia-estremismi del post-urne? Se lo dice Juncker non va bene? E poi, per favore, evitiamo idiozie tipo prefigurare la turbativa dei mercati per lo scivolone temporaneo di Piazza Affari dopo la frase del nostro amato SuperCiuk: lui avrà certamente sbagliato modo e tempi, pur dicendo la verità, ma vi ricordo che siamo il Paese in cui Alitalia e Mps restavano in contrattazione mentre politica e presunto mondo dell'imprenditoria ne decidevano le sorti a tavolino, spesso in studi e uffici privati. 

E, tra l'altro, sempre Juncker ha aggiunto dell'altro, ovviamente non sottolineato dagli indignati speciali: ovvero, che l'Europa deve prepararsi a un attacco speculativo e a mercati - questa volta sì - turbolenti, proprio dopo il voto nel nostro Paese, nella seconda metà di marzo. È il suo compito, mettere in guardia, almeno nelle poche occasioni in cui è sobrio: perché, una volta che assolve a questo compito, lo massacriamo? Coda di paglia? Rigurgito nazionalista degno di miglior causa, essendo questo il Paese che ha messo il pareggio di bilancio in Costituzione e approvato il Fiscal compact senza battere ciglio e anzi ringraziando Bruxelles? Non mi pare, tra l'altro, che dalla Bce si siano alzati alti lai contro l'allarme di Juncker: sicuri che siano tutti stupidi e quelli intelligenti siano solo gli italiani e il loro residuo orgoglio sovranista ferito? 

Già, perché negli ultimi dieci anni ci siamo fatti spogliare, in nome dell'emergenza spread e post-crisi, da ogni diritto e prerogativa nazionale, salvo ora travestirci da Cesare Battisti: non perdiamo occasione per mostrare la nostra propensione al ridicolo. Scusate, un Paese dove tutti i partiti - ribadisco tutti - stanno promettendo il mondo degli unicorni del deficit, con misure da 1.000 miliardi di euro e capaci di portare la ratio debito/Pil al 140% - quando dovremmo abbassarla, almeno da una ventina d'anni - cosa si aspetta che gli venga detto da Bruxelles, che siamo sulla strada giusta? Vogliamo anche un applauso? Di fronte alla flat tax e al condono di ritorno del centrodestra, occorre applaudire? E di fronte alle ricette del Movimento 5 Stelle, degne di Maduro sotto ketamina, occorre giubilare? Vogliamo parlare degli una tantum, delle manovre spot, degli incentivi e delle mancette dei governi a guida Pd, per caso? Siamo seri, Juncker ha sbagliato nella forma e nei tempi, in maniera marchiana, ma nella sostanza ha detto una sacrosanta verità. Scomoda e sgradevole da dover accettare, ma verità resta. 

E, poi, se la frase del numero uno della Commissione fosse stata, in realtà, un assist - l'ennesimo in arrivo dall'Ue - per Paolo Gentiloni e l'ipotesi di una prosecuzione del suo mandato a palazzo Chigi? Pensateci, non a caso il premier in pectore è intervenuto subito per rassicurare, ma con toni molto pacati, tipici del suo stile. E di chi si sta giocando le sue carte, come ha detto sornione e infido lo stesso Matteo Renzi pochi giorni fa. Nella stessa giornata, poi, il buon Matteo Salvini ha inviato un messaggio tanto criptico quanto in realtà chiaro: visitando un centro di accoglienza nel bolognese, mi pare, ha detto chiaro e tondo che quando sarà ministro dell'Interno, certe cose cambieranno drasticamente. Ministro dell'interno? E tutti quei bei manifesti blu in stile Trump con la scritta "Salvini premier" che oggi orneranno il palco di piazza del Duomo a Milano, sede della manifestazione leghista in vista del voto, che fine faranno? Li userà per addobbare casa il giorno del compleanno? Li terrà da parte per donarli ai nipoti, raccontando loro i mitici giorni dell'inverno elettorale 2017-2018?

Il tutto, bene attenti, dopo che il giorno prima - da sovranista anti-euro duro e puro qual è - aveva aperto all'ipotesi berlusconiana di Tajani o Draghi come premier di un ipotetico governo di centrodestra che uscisse dalle urne, a patto che i due sottoscrivessero il programma elettorale della coalizione. A parte che me lo vedo proprio il governatore della Bce che sposa la flat tax o le tesi di Bagnai e Borghi sull'euro, essendo lui l'uomo del whatever it takes, cos'è successo? Forse siamo dentro un enorme gioco delle parti, dal quale pare esclusa unicamente Giorgia Meloni, ancora convinta di essere all'interno di una coalizione paritetica e di una campagna elettorale reale, ovvero dove le due coalizioni corrono per vincere e non unicamente per evitare troppi morti sul terreno, limitando i danni a dei feriti non gravi? E la colpa sarebbe di Juncker? È il capo della Commissione Ue ad aver paracadutato Maria Elena Boschi nel collegio di Bolzano, riuscendo nel miracolo di spaccare il Pd anche in una roccaforte come quella altoatesina, visto il patto pressoché di sangue vigente da decenni fra sinistra e Sudtiroler Volkspartei? È serietà politica, questa? 

E a proposito della Boschi: mentre prende confidenza con la sua nuova vita politica da militante delle case del popolo, il buon Pier Ferdinando Casini ha nulla da dirci sulla relazione finale della Commissione d'inchiesta sul sistema bancario? Sparita nel nulla, dopo che per settimane era sembrata un misto fra il Watergate e la strage di Ustica. È serio, forse, scomodare lo spettro dello spread per giubilare l'ex numero uno lussemburghese, visto che non solo il nostro differenziale rispetto al Bund si è mosso con la repentinità di un pachiderma - è passato da 142 a 147, sai che disastro! - ma che finché la Bce compra, quel differenziale rappresenta un indicatore solo formale, utile quanto un ventilatore e un paio di infradito in pieno dicembre? E poi, scusate, ma avete visto cosa è accaduto giovedì sera per le strade del centro di Torino, solo per citare l'ultimo episodio di violenza politica fra risorgenti, opposti estremismi? Siamo nella replica, un po' patetica e grazie al cielo senza bombe nelle piazze o sui vagoni, del 1977 e ci scandalizziamo se Juncker fa notare che, al netto della legge elettorale pro-inciucio o ritorno alle urne in autunno, c'è da attendersi dalle urne italiane il worst case scenario, ovvero l'ingovernabilità? 

Siamo un Paese spaccato in due tra fascismo e antifascismo all'alba dell'anno del Signore 2018 e l'Ue non dovrebbe preoccuparsi, al netto che il mio giudizio sull'Europa non cambia, ma non è certo legato a un formalismo di richiamo come quello giunto l'altro giorno? Perché quando a muovere endorsement formali o "auspici" elettorali (vedi il referendum costituzionale del dicembre 2016), più o meno velati, è l'ambasciatore Usa in Italia o direttamente il Dipartimento di Stato, quello che accusa la Russia di interferire nei voti di Paesi sovrani (gli Usa non l'hanno mai fatto dal Dopoguerra in poi, in tre quarti del mondo, ci mancherebbe) a muovere critiche sono sempre i soliti quattro gatti - tacciati di anti-americanismo o populismo - e adesso che a farlo è chi fra un mese ci vorrà sul banco di scuola a trovare 5 miliardi di euro per la manovra correttiva, resa necessaria dalle mance e dai provvedimenti spot dei governi Renzi-Gentiloni, non va bene? Forse perché la paura per quell'appuntamento ora comincia a sentirsi, come per un esame che si vedeva tanto lontano e che invece è ormai alle porte e con tutti i libri ancora da studiare, non avendoli nemmeno aperti (d'altronde, l'antifascismo è prioritario rispetto ai conti pubblici, non vi pare)? 

E attenzione, perché al netto di quanto ho scritto ieri sulla mossa d'anticipo delle aziende Usa rispetto al deleverage e al rischio sui tassi, in Europa non è tutto rose e fiori. Gli stessi esponenti del Consiglio direttivo della Banca centrale europea hanno ritenuto fosse prematuro modificare il messaggio di politica monetaria per segnalare una sua prossima normalizzazione, nonostante la crescente fiducia sulla risalita dell'inflazione verso il target della Bce. Non lo dico io, è quanto è emerso giovedì dai resoconti del consiglio di politica monetaria dello scorso 25 gennaio, in cui è stata indicata la possibilità di un aggiustamento del messaggio nella prima parte di quest'anno, sottolineando la necessità di evitare brusche correzioni di rotta successive e di monitorare gli effetti dell'apprezzamento dell'euro. 

I membri del board hanno, infatti, riconosciuto che un annuncio sul Quantitative easing potrebbe arrivare «in uno dei prossimi meeting di politica monetaria». Comunque sia, si legge nei verbali, «sebbene ci siano ragioni per essere sempre più fiduciosi sull'outlook dell'inflazione, la pazienza e la persistenza riguardo alla politica monetaria sono ancora necessarie». Come dire, se il Qe finisce viene giù tutto il Club Med dell'eurozona e siccome l'Italia ne fa parte è in piena fibrillazione politica (quindi a rischio attacco speculativo) e, soprattutto, è davvero too big to fail, meglio far sapere ai mercati che la possibilità di proseguire con la stamperia di monetizzazione del debito e, soprattutto, di acquisti di bond corporate come risposta al rimpatri dei dollari oversee delle aziende Usa, è tutt'altro che peregrina. Anzi, potrebbe essere alle porte, già nella prima metà dell'anno in corso. Tutto vero? E chissenefrega, l'importante è creare l'aspettativa e nascondersi dietro il suo scudo protettivo, dopodiché si attende per capire se qualcuno ha davvero il coraggio di venire a vedere l'ennesimo bluff. 

Cosa dite, Juncker ha di fatto smentito le sue parole, facendo marcia indietro e recitando quasi un mea culpa? Se si chiama gioco delle parti, un motivo ci sarà. Chiedete a Paolo Gentiloni per conferme al riguardo.

Siria - Afrin - Il fronte curdo si rinsalda con i soldati di Assad per respingere l'invasione turca di Erdogan

VENERDÌ 23 FEBBRAIO 2018
Le forze militari di Assad sono arrivate ad Afrin per aiutare i curdi contro i turchi

Nel nord della Siria la Turchia sta cercando di limitare il potere dei curdi, suoi nemici, che ora hanno trovato un nuovo prezioso alleato

 
Soldati siriani arrivano ad Afrin (AHMAD SHAFIE BILAL/AFP/Getty Images)

Le forze militari alleate al presidente siriano Bashar al Assad sono arrivate ieri ad Afrin, città del nord della Siria controllata dai curdi ma obiettivo della nuova campagna militare siriana della Turchia, iniziata un mese fa. Il loro fine è evitare che le forze turche e i loro alleati, avversari del regime di Assad, conquistino Afrin. Per questo – quindi per danneggiare le ambizioni turche in Siria – è stato trovato un inusuale accordo tra il governo siriano e le milizie curde, appoggiato dall’Iran e dalla Russia (i due principali alleati di Assad). Non si sa cosa succederà ora, ma il coinvolgimento nel nord della Siria delle forze alleate di Assad potrebbe portare nuova tensione e complicare le cose.


Situazione aggiornata del nord della Siria. I gialli sono i curdi, i verdi chiari i ribelli siriani, i verdi scuri i turchi e i loro alleati, i rossi le forze di Assad e alleati. Afrin si trova nella zona gialla a sinistra (Liveuamap)

L’obiettivo della Turchia in Siria è indebolire i curdi siriani, che controllano un pezzo rilevante del nord del territorio siriano e che sono alleati con gli Stati Uniti. Il governo turco vorrebbe creare una specie di “zona cuscinetto” oltre il suo confine meridionale, per evitare di avere appena al di là della propria frontiera uno stato curdo con profondi legami con il PKK, partito curdo turco considerato terrorista dalla Turchia (la versione lunga della storia è qui).

La Turchia aveva iniziato la sua operazione militare in Siria un mese fa, cercando di raggiungere Afrin con l’aiuto dell’Esercito libero siriano, coalizione di ribelli siriani i cui combattenti in passato sono stati addestrati dalla CIA per combattere il regime di Assad. Finora però l’operazione turca ha avuto risultati modesti: in un mese di combattimenti, ha scritto Carlotta Gall sul New York Times, i turchi e i loro alleati non sono riusciti a raggiungere le principali città dell’area, pur avendo conquistato diversi paesini più piccoli lungo il confine con la Turchia. Le aspettative turche erano probabilmente maggiori, anche perché il governo guidato dal presidente Recep Tayyip Erdoğan era riuscito a ottenere una specie di consenso-assenso dalla Russia per entrare nello spazio siriano e bombardare i curdi (è la Russia che controlla lo spazio aereo della Siria).

La situazione è tesa anche in un’altra città controllata dai curdi e presa di mira dalla Turchia: Manbij, dove però gli Stati Uniti hanno una loro base operativa e collaborano direttamente con le milizie curde nella guerra contro lo Stato Islamico. La Turchia vorrebbe che le milizie curde se ne andassero da Manbij e ha minacciato diverse volte un intervento militare, se le sue richieste non saranno soddisfatte.

Venezuela - le multinazionali non demordono il petrolio fa gola

Grandi manovre al confine con la Colombia e preoccupa la presenza Usa a Panama
Venezuela: intervento militare alle porte?

Miraflores deve contrastare anche l’ostracismo del Gruppo di Lima, composto da paesi vicini alla casa Bianca

23 febbraio 2018 - David Lifodi


Ancora una volta si torna a parlare di un intervento militare in Venezuela. Non è la prima volta che dagli Stati uniti giungono rumors o minacce più o meno velate verso Caracas, ma ad oggi sono due gli indizi che fanno temere un possibile precipitare degli eventi. Il primo riguarda l’accordo militare tra Panama e Stati uniti, che permetterà ad oltre quattrocento militari a stelle e strisce di condurre esercitazioni in suolo panamense e il cui fine non è la cooperazione per prevenire immigrazione e terrorismo, come dichiarato ufficialmente. Il secondo riconduce al crescente ostracismo del cosiddetto Gruppo di Lima, i cui paesi aderenti non solo hanno messo alla porta Maduro, ma non passa giorno senza che sparino bordate contro Miraflores.

La presenza militare a Panama, programmata fino a luglio, rappresenta un altro passo verso il ritorno degli Stati uniti nel continente latinoamericano. A proposito dell’intervento Usa in Venezuela se ne vocifera almeno dal 2015, quando il Comando Sur sembrava pronto ad intervenire dall’Honduras. Nell’anno appena trascorso, Trump ha più volte fatto riferimento ad un eventuale intervento militare, soprattutto nel contesto della strategia di sicurezza nazionale che mira esplicitamente ad un cambio di governo in Venezuela e Juan Manuel Santos, presidente colombiano stretto alleato di Washington, pur dicendosi contrario all’ipotesi militare, non perde occasione per provocare Miraflores.

Finora, scorrendo gli articoli pubblicati sia su siti web di controinformazione sia sui mezzi di comunicazione decisi a sostenere l’opzione militare, pare che non ci sia accordo su come attaccare il Venezuela. Foreign Affairs da un lato auspica una sollevazione delle forze armate venezuelane contro Maduro, ma ritiene l’intervento militare una via molto delicata, dall’altra Moíses Naím, uno dei falchi dell’Interamerican Dialogue, definisce il presidente Maduro il “Saddam Hussein” dell’America latina, spera fortemente nella salida, ma ritiene che l’intervento armato comporti non meno di duecentomila uomini. Sullo sfondo, le elezioni convocate da Maduro per il 22 aprile, prima invocate dall’opposizione e adesso boicottate da gran parte dell’eterogeneo movimento che si oppone al processo bolivariano. In molti hanno paragonato l’attuale situazione venezuelana a quella panamense pre-invasione del 1989 ed un rapido intervento militare potrebbe essere la soluzione, anche a seguito del giro di consultazioni effettuato da Rex Tillerson in vari paesi dell’America latina, a partire dall’incontro con il presidente colombiano Santos e con il suo vice Óscar Naranjo, già esperto di operazioni di guerra di carattere contra insurgente.

La Colombia giocherà un ruolo di primo piano nell'eventuale attacco statunitense in uno scenario di “crisi umanitaria” sul quale insiste da tempo l’opinione pubblica, che ha dato ampio spazio alla migrazione di molti venezuelani verso il paese confinante. Inoltre, sembra avere gran credito l’ipotesi che dietro alla lotta al narcotraffico della Colombia si nasconda in realtà un’operazione navale congiunta tra Stati uniti, Messico e la stessa Colombia nascosta, almeno ufficialmente, dalla volontà di bloccare le rotte della droga nel Pacifico. E ancora, mentre prosegue l’eliminazione dei leader sociali colombiani, le forze paramilitari continuano a fare ciò che vogliono e si parla di sconfinamenti in Venezuela dell’Ejército Paramilitar de Norte de Santander e delle Autodefensas Gaitanistas de Colombia.

Quanto al Gruppo di Lima, sorprende che nessuno evidenzi come la sua credibilità sia pari a zero. I presidenti dei paesi latinoamericani aderenti (Argentina, Brasile, Colombia, Costarica, Guatemala, Guyana, Honduras, Messico, Panama, Paraguay e Perù) si stracciano le vesti perché secondo loro in Venezuela non c’è democrazia, ma non avrebbero alcuna autorità morale per farlo. In Honduras, Juan Orlando Hernández è al potere grazie ad una evidente frode elettorale, ha represso con violenza le manifestazioni di piazza e le carceri sono piene di oppositori, eppure la sua unica ossessione sembra essere la “dittatura” venezuelana. Quanto al guatemalteco Jimmy Morales, che lo scorso dicembre si è allineato istantaneamente agli Usa sulla questione israelo-palestinese, è sospettato di aver finanziato la sua campagna presidenziale con i soldi del narcotraffico e si è sempre distinto per le sue posizioni negazioniste a proposito del genocidio degli indigeni maya nei primi anni Ottanta. Enrique Peña Nieto, presidente messicano il cui mandato sta per esaurirsi, sarà ricordato come il mandatario sotto al quale è avvenuto il maggior numero di omicidi di giornalisti, per tacere del crescente numero di desaparecidos e di uno Stato ormai nelle mani del narcotraffico.

Scendendo in Sudamerica la situazione non cambia. Il peruviano Kuczynski è implicato nello scandalo delle tangenti della multinazionale Odebrecht ed è divenuto presidente grazie al vero e proprio mercato di voti con la bancada fujimorista, Michel Temer è giunto al Planalto tramite un colpo di stato sostenuto e approvato dagli Stati uniti e dai presidenti latinoamericani vassalli di Washington, oltre ad essere implicato, anche lui, in molteplici episodi di corruzione, mentre il suo omologo argentino Macri, pur avendo ottenuto la presidenza a seguito di elezioni legali, non passa giorno senza governare a colpi di decreti di “necessità e urgenza” e si è circondato di simpatizzanti del regime militare. Il macrismo ha dichiarato guerra alle Madres de la Plaza de Mayo, ai movimenti sociali e ai giornalisti, scegliendo la strada di mantenere l’ordine pubblico esclusivamente in maniera repressiva. Quanto al paraguayano Cartes, già prima che giungesse alla guida del paese, era chiacchierato per legami con il narcotraffico e ha comunque sfruttato il colpo di stato che ha spodestato Fernando Lugo e lo ha portato al potere dopo Federico Franco.

Questi sono i sinceri democratici che auspicano la salida di Maduro e hanno già svenduto la sovranità territoriale latinoamericana ai gringos.

23 febbraio 2018 - Mario Albanesi: Il Piano elettorale

1981 il debito pubblico è schizzato in alto perché ci siamo affidati al mercato - Gli interessi usurai ci mandano a catafascio Tic tac tic tac 4 marzo 2018, voto utile: M5S, Lega, Casa Pound

L’origine del problema. Ma il debito è frutto di interessi (ed evasione)

Marco Bersani* venerdì 23 febbraio 2018

Caro direttore, bene ha fatto il suo giornale ad aprire un dibattito sul tema del debito pubblico, che dovrebbe essere al centro della discussione politica e culturale


Caro direttore, 
bene ha fatto il suo giornale ad aprire un dibattito sul tema del debito pubblico, che dovrebbe essere al centro della discussione politica e culturale, soprattutto nell’imminenza di un appuntamento elettorale, ma che vede, al contrario, le forze politiche quasi tutte impegnate nel medesimo gioco di prestigio: far credere che siano realizzabili tutte le promesse messe in campo, senza mettere in discussione l’attuale dinamica sul debito imposta dai vincoli europei, da Maastricht al Fiscal Compact, passando per il Patto di stabilità e il Pareggio di bilancio.

Perché delle due l’una: o si continua a sottostare ai parametri indicati e si prosegue con le politiche di precarizzazione del lavoro, di fiscalità a favore di grandi imprese e patrimoni, di mercificazione dei beni comuni e privatizzazione dei servizi pubblici, o si inverte la rotta e si intraprende la strada per un altro modello sociale

Se c’è un pregio dell’attuale crisi sistemica in cui siamo da anni immersi, è l’aver finalmente reso chiaro che tertium non datur. Il debitometro, piazzato in tutte le stazioni ferroviarie dall’Istituto Bruno Leoni è da questo punto di vista illuminante: immerso tra la pubblicità di una marca di profumo e la proposta di un viaggio esotico, evidenzia in brevissimi attimi tutte le contraddizioni di un modello che ha smesso da tempo di proporsi come un orizzonte di benessere generalizzato, per assumere i connotati di una divaricazione fra ricchi e poveri sempre più marcata.

È così che, sui grandi schermi delle stazioni, il messaggio che viene presentato passa, nell’arco di pochi secondi, dall’immagine dell’uomo innocente e spensierato del consumo che merita di possedere ciascuna delle merci paradisiache che sfilano sullo schermo, a quella dell’uomocolpevole del debito, perché non lavoriamo abbastanza, andiamo in pensione troppo presto, sperperiamo e viviamo costantemente al di sopra delle nostre possibilità. Peccato che i prodotti pubblicizzati ossessivamente riguardino l’economia del lusso, ovvero quella parte di società che, non solo non ha risentito della crisi, ma vi ha trovato persino nuove fonti di arricchimento; mentre il debitometro incombe per bloccare qualunque desiderio di chi appartiene a fasce sociali diverse, sia esso un anelito individuale a voler possedere qualcosa in più, sia essa una rivendicazione collettiva verso una trasformazione più giusta della società. Il debito pubblico è un fenomeno complesso, in merito al quale occorre evitare semplificazioni, facilmente smentibili dai dati di realtà. Una di queste, molto in voga tra gli economisti mainstream , è quella che attribuisce il suo aumento all’eccesso di spesa pubblica.

Ebbene, la spesa pubblica del nostro Paese è stata costantemente inferiore a quella della Ue e dell’attuale Eurozona per tutti gli anni 80 del Novecento, durante i quali il nostro rapporto debito/Pil è schizzato da sotto il 60% a sopra il 120%; e, dal 1990 a oggi, il nostro Paese - come è già stato ricordato su queste pagine - ha chiuso il bilancio in avanzo primario 26 volte su 28, mentre il debito pubblico ha continuato la sua ascesa sino ai valori attuali. Sembra evidente come sia il pagamento del servizio del debito, ovvero gli interessi, il nodo scorsoio che stringe il collo a ogni possibilità di un futuro diverso: d’altronde quale 'buon padre di famiglia' considererebbe normale - e non usura criminale - aver pagato dal 1980 ad oggi oltre 3.400 miliardi di euro di interessi su un debito che assomma a 2.256 miliardi? E mentre gli economisti mainstream esultano a ogni correzione positiva di un decimale di Pil, nessuno di loro ha il coraggio di dire alla popolazione che, grazie alla spirale degli interessi, l’unica possibilità di essere l’anno prossimo meno indebitati di quest’anno risiede in un aumento del Pil attorno al 4%, evento che – ammesso sia auspicabile – non si darà per i prossimi decenni.

Parlare di tasse è oggi tabù, ma forse occorre mettere mano a un sistema fiscale che da tempo ormai viola il principio costituzionale della progressività per scaricarne il peso dai grandi patrimoni finanziari e immobiliari alle fasce deboli della popolazione; e perché non proiettare nelle stazioni, sempre fra una marca di profumo e una vacanza esotica, un evasometro, ovvero un contatore che dica a tutti come ogni anno circa 120 miliardi vengono ancora sottratti alla ricchezza comune? Il debito pubblico è un problema, ma se non lo si affronta con dati di verità rischia di diventare una trappola ideologica che favorisce la rassegnazione al mantenimento dello status quo. Forse è giunto il momento di dire – come da tempo enuncia Cadtm Italia (Comitato per l’annullamento dei debiti illegittimi) – che, se il debito è pubblico tutti hanno il diritto di conoscere come si è formato, per quali interessi è stato contratto, quale parte è illegittima e odiosa, così come tutti hanno il diritto di decidere che fare in merito. Perché il futuro è troppo importante per delegarlo agli indici di Borsa.




*autore del libro 'Dacci oggi il nostro debito quotidiano' (DeriveApprodi, Roma, 2017) (Decimo intervento di una serie)

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/ma-il-debito-frutto-di-interessi-ed-evasione

Crescono in Italia i venditori di fumo - Il niente che si nasconde dietro protervia e presunzione, la sua ambizione trasborda e dobbiamo pazientemente quotidianamente sopportare i suoi strali contro tutti. E' il suo modo di emergere, di farsi conoscere, di far parlare di sé. Denigrare gli altri, più sono conosciuti e più si impegna, la sua strategia si dispiega nelle regole della logica - Uomini di piccolo cabotaggio che rispondono alle difficoltà vere con l'unica parola d'ordine che conoscono: andiamo avanti. E' più forte di loro non ne possono fare ameno, e di fatto vanno avanti, vanno talmente avanti che spesso, per non dire sempre si sfrantumano contro le rocce della dura realtà di cui non vogliono tenere conto. I cambiamenti quelli veri hanno bisogno di tempo, bisogna investire nelle trasformazioni energie, materiali e spirituali e solo facendo rete, creando Sistema, organizzazione, creazioni di volontà diverse verso lo scopo, gli obiettivi, forse con umiltà, imparando dagli errori, si possono raggiungere e mai mai da soli ma sempre insieme

Carlo Calenda: cosa vuole veramente il Ministro dello Sviluppo Economico?

Carlo Calenda sindaco o leader?

Di Giuseppe Vatinno

Carlo Calenda

Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo Economico, è senza dubbio un tipo particolare sia per il suo curriculum sia per il suo agire politico, anche se è e si considera un tecnico..

Carlo Calenda è figlio del giornalista Fabio Calenda e della regista progressista Cristina Comencini, a sua volta figlia del regista Luigi Comencini, famoso per Le avventure di Pinocchio del 1972, nato a Salò e iscritto ai Guf (Gruppi universitari fascisti), vincitore anche di un Littoriale della cultura e dell’arte.

La sua carriera si svolge in aziende come la Ferrari e Sky, tanto per dare un’idea, prima di giungere in Confindustria come assistente del presidente.

L’incontro determinante è con Luca Cordero di Montezemolo in Ferrari e poi negli ambienti ovattati di via dell’Astronomia.

Nel 2013 diviene coordinatore politico di Italia Futura l’effimera creatura di Montezemolo e nel 2013 si candida con Scelta Civica di Mario Monti, ma non viene eletto e sempre nel 2013 viene nominato viceministro dello Sviluppo Economico da Enrico Letta, incarico confermato con Matteo Renzi al governo. Nel 2015 lascia l’ormai combusta Scelta Civica e migra al Partito Democratico, nel periodo di maggior splendore di Renzi che lo nomina ad inizio del 2016 “rappresentante permanente dell’Italia presso l’Unione Europea”, in un posto normalmente riservato ai diplomaticiche infatti insorgono come solo loro sanno fare. Un paio di mesi di guerra tosta e Renzi cede promuovendolo però al ruolo di ministro dello Sviluppo Economico, funzione che conserva ancora.

Calenda ha un temperamento forte e ruvido, e questo piace al popolo, e all’inizio si è dovuto contenere.

Un po’ come Francesco Cossiga, Calenda è stato buono per metà mandato per poi cominciare ad esternare e a picconare seriamente proprio il suo mecenate Matteo Renzi, vittima quasi quotidiana dei suoi strali sia politici che istituzionali.

Un “renziano che sbaglia” lo potrebbe definire Massimo D’Alema, ma la domanda vera è: il figlio della Comencini è ancora renziano?

A leggere i suoi infuocati comunicati stampa si direbbe proprio di no.

Ma allora cosa vuole Carlo il Puro, come qualcuno potrebbe definirlo?

La cifra del suo agire politico sembra potersi individuare in una sorta di “populismo bianco”, cioè civile, che agogna una società ideale dove le aziende e le industrie sono il motore dello sviluppo e questo concordamene al suo credo capitalistico.

Tuttavia, da quando è iniziata la campagna elettorale, qualcuno gli deve aver detto che non ci sono solo i capitalisti e i capitani d’industria ma anche i poveri operai e quindi Carlo si è prontamente riconvertito, a mo’ di novello Tabacci, ad una sorta di marxismo industriale, fatto di grande interesse per i lavoratori e per le loro vicende, come il caso Embraco in cui è giunto a definire la controparte industriale “gentaccia”, termine assolutamente inusitato, soprattutto se utilizzato da un ministro ex confindustriale.

Il marchese Fulvio Abbate lo definisce così: “Calenda? Uno spermatozoo d'oro dei Parioli che aspetta di prendere la leadership del centrosinistra" ed in questa suggestiva definizione biologica si vede la contraddizione che mostra tra il suo turbo - capitalismo e il suo attuale innamoramento (sospetto) per le tesi di Marx ed Engels.

Tra l’altro, proprio Calenda ha voluto in passato a suo fianco Carlo Stagnaro, “rottamatore” dell’articolo 18, fondatore dell’Istituto Bruno Leoni (ultra liberista),come capo segreteria tecnica del suo ministero e questo rende ancor più difficile credere alla sua riconversione.

Ma cosa vuole Carlo?

Prendendo spunto dai recenti litigi con la sindaca Virginia Raggi, alcuni pensano che voglia fare il sindaco di Roma, dopo tutto è un romano ambiziosissimo e questa carica potrebbe ringalluzzirlo alquanto. È una possibilità. Sicuramente si è messo molto in evidenza sulla Capitale e sui suoi problemi.

Ma probabilmente il vero obiettivo di Calenda, o meglio il principale, è quello di rifondare il centrosinistra, di presentarsi come il solito “uomo nuovo” capace di prendere in mano la guida del cocchio progressista e farlo volare nel più alto dei cieli, fino alle stelle di Palazzo Chigi, con lui, naturalmente, alla guida.

A dire il vero, questa tentazione ce l’hanno avuta un po’ tutti ed anche gente con numeri pesanti alle spalle come Sergio Cofferati, ma nessuno, tranne Renzi c’è riuscito.

Proprio il caso Embraco costituisce una sorta di pistola fumante delle intenzioni del ministro e il suo ragionamento potrebbe essere: Renzi non ce la fa, il Pd crolla ed io mi cucco il regno, seppur ridotto a contado.

Una ipotesi peregrina?

Chissà…

Ma in tempi di crisi, e questo è uno di quelli, la sinistra ha sempre prodotto profeti e redentori e questa volta potrebbe essere proprio la volta del buon Carlo di cui il nonno sarebbe sicuramente fiero, dimenticando Salò.

22 febbraio 2018 - Travaglio distrugge un vergognoso Ricci (PD). FIGURA DI MERDA sui truffa...

22 febbraio 2018 - Intervista Pino Aprile - gli euroimbecilli hanno dimenticato il sud

4 dicembre 2016, gli italiani hanno ucciso Renzi, lo zombi è incapace di accettarlo, quindi ha deciso di portare nel burrone tutto il corrotto euroimbecille Pd e Noi ne siamo contenti. Dobbiamo mandare questo coacervo di male affari al 15% devono restare soli le consorterie, mafie, cordate, massoni, clan, famigli, clientele

Elezioni, perché Matteo Renzi è accerchiato e rischia di scomparire

L'ex rottamatore potrebbe portare il Pd sotto il 25% o peggio. Pagando la scelta di non candidare Gentiloni a premier. Da quel ko al referendum nessuno lo ascolta più. E il 5 marzo può essere il grande sconfitto.

23 febbraio 2018

Le elezioni del 4 marzo 2018 potrebbero decretare la fine politica di Matteo Renzi, il segretario del Partito democratico. Non è una notizia dirlo, perché da più parti, sia tra gli stessi dem sia nel centrodestra, spira un vento contrario all'ex presidente del Consiglio che non smetterà di soffiare dopo la tornata elettorale.

LA SOGLIA BERSANI 2013 È AL 25%. Tutto ruota intorno al risultato che avrà il Pd. La soglia di Pier Luigi Bersani del 2013, quella del 25%, è un argine invalicabile ai piani alti del Nazareno: se si va più giù, o peggio si va sotto il 20, è finita per sempre. Per questo motivo le elezioni potrebbero avere un vero unico sconfitto, ossia il segretario del Pd.

L'ERRORE DI NON LASCIARE CAMPO. Il filosofo Massimo Cacciari lo aveva intuito un mese prima del voto, quando aveva spiegato su La7 che il Pd si sarebbe salvato soltanto se Renzi avesse dichiarato subito di non essere lui il candidato premier. Ma ancora adesso l'ex premier, in un'intervista a La Nuova Sardegna, ha spiegato che non gli interessa chi sarà il possibile nuovo presidente del Consiglio: «Gentiloni premier? È una delle punte della grande squadra che il Pd ha messo in campo», ha detto. «Vedremo. A me interessa che il prossimo presidente del Consiglio sia del Pd e sono molto preoccupato che a Palazzo Chigi arrivino Salvini o Di Maio».

Matteo Renzi e Paolo Gentiloni.

Insomma l'appello a Gentiloni da parte di Renzi non è arrivato, anche perché secondo alcuni avrebbe avuto un effetto opposto, negativo in termini elettorali. Peccato, però, che parte della squadra del suo stesso partito abbia già detto che sarà Gentiloni il prossimo possibile candidato di Palazzo Chigi dopo le elezioni.

CORO UNANIME PER IL GENTILONI BIS. Lo ha detto l'ex leader dell'Ulivo Romano Prodi, lo ribadirà nell'ultimo fine settimana pre-voto il fondatore Walter Veltroni, lo ha detto chiaro e tondo il presidente emerito Giorgio Napolitano. Lo ha ammesso pure Emma Bonino, che con la sua lista Più Europa rischia persino di rosicchiare parlamentari al Pd. Il coro è unanime: «Vogliamo un Gentiloni bis».

IL ROTTAMATORE È PASSATO DI MODA. In sostanza Renzi è passato di moda. Non si dice più «voto per Renzi», ma va di moda dire «voto Pd». Insomma l'ex primo cittadino di Firenze non sembra tirare più dal punto di vista elettorale. Anche in Lombardia, dove con Giorgio Gori, il candidato alla Regione che fa fatica contro il centrodestra di Attilio Fontana, a farsi vedere negli ultimi tempi è stato sempre Gentiloni.

Renzi ha perso una battaglia politica importante il 4 dicembre del 2016. È un perdente e i perdenti non si ascoltano piùL'EX MINISTRO SOCIALISTA RINO FORMICA

«Renzi ha perso una battaglia politica importante il 4 dicembre del 2016», spiega l'ex ministro socialista Rino Formica. «È un perdente e i perdenti non si ascoltano più». In questi giorni l'unico a usare parole dolci è stato Silvio Berlusconi, il leader di Forza Italia: «Gli farei un complimento perché ha saputo tagliare i legami del Pd con l'ideologia comunista, disumana e crudele, poi non ha saputo tenere insieme il partito e darsi un progetto».

NEL 2014 AVEVA IL 54% DEL GRADIMENTO. Eppure è significativo che l'unico in questi giorni di campagna elettorale a parlare bene di Renzi sia il leader degli azzurri, con il vento in poppa e pronto a riprendersi Palazzo Chigi dopo le elezioni, anche se non da candidato premier. Del resto i sondaggi sulla leadership di Renzi sono drammatici. In alcuni degli ultimi mesi è stato superato perfino da Pietro Grasso, il leader di Liberi e uguali. Nel 2014 Nando Pagnoncelli sosteneva invece che Renzi avesse un gradimento del 54% degli italiani.

Maria Elena Boschi.

Quello che spaventa di più i renziani in queste ore sono gli avvertimenti. Come quello accaduto in Trentino Alto Adige, dove a 10 giorni dalle elezioni una pattuglia di esponenti dem ha deciso di lasciare il partito, per protestare contro la candidatura paracadutata del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi.

E I GUAI ARRIVANO DAGLI EX MARGHERITA. Il problema è che sono tutti ex esponenti della Margherita, lo stesso gruppo da cui arriva Renzi. E in fondo se anche nelle sperdute Alpi altoatesine si muovono esponenti vicini da sempre alla corrente del ministro alla Cultura Dario Franceschini o allo stesso presidente del Consiglio Gentiloni, un problema inizia a esserci.

PROSSIME BATTAGLIE SU CAMERA E SENATO. Dall'area Margherita arriva soprattutto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che sarà il vero protagonista dopo il 4 marzo. Renzi dovrà giocare bene le sue carte per superare i prossimi mesi, a cominciare dalla battaglia sulle nomine dei presidenti di Camera e Senato. Ma quanto conterà ancora nelle trattative e quanto peserà il risultato del voto su di lui? I perdenti, come dice Formica, non si ascoltano più.

Il sindacato del Sistema Bancario si interoga

Banche: Fabi, congresso a Roma 5-9 marzo

Attesi 1.500 delegati e banchieri fra cui Messina e Mustier

© ANSA

Redazione ANSAROMA
23 febbraio 201813:24NEWS

Oltre 1500 dirigenti sindacali e diversi banchieri fra cui l'ad di Intesa Sanpaolo Carlo Messina e quello di Unicredit Jean Pierre Mustier ma anche il presidente del Parlamento Ue Antonio Tajani e quello della Commissione Ecofin Ue Roberto Gualtieri. Queste le principali presenze attese per il XXI Congresso Nazionale del sindacato bancario Fabi che si svolgerà a Roma, dal 5 al 9 marzo, presso l'Ergife Palace hotel a Roma. I lavori, come informa il sindacato guidato da Lando Maria Sileoni, prevedono una due giorni fitta di dibattiti e appuntamenti (5 e 6 marzo) e di interventi dei delegati sindacali (7 e 8 marzo) per discutere del settore bancario, delle regole europee e dei cambiamenti nel comparto delle Popolari e del Credito Cooperativo oltre che del ruolo del sindacato e delle scelte da fare per il cambiamento.

Fra le presenza anche il consigliere Delegato Ubi Victor Massiah; Giuseppe Castagna, Amministratore Delegato BancoBpm; Alessandro Vandelli, Amministratore Delegato Bper; Giulio Sapelli, Docente Ordinario di Storia economica Università di Milano, Giampiero Maioli, Amministratore delegato Crédit Agricole Cariparma, Eliano Omar Lodesani, Presidente CASL ABI, Matteo Spanò, Presidente Delegazione Negoziale Federcasse, e Giovanni Sabatini, Direttore Generale ABI.

Balcanizzazione - Gli euroimbecilli regolano il flusso degli euro verso questi paesi a secondo della loro fedeltà a Bruxelles. Albania e Macedonia sono i loro cani da guardia

Hahn: Albania e Macedonia meritano una concreta prospettiva europea

Johannes Hahn: Gli albanesi risentono naturalmente di una certa immagine. Ma l'Albania ha fatto molto proprio contro la criminalità organizzata

 
Commissario UE all'allargamento Johannes Hahn

La Commissione Ue vuole consigliare di intraprendere i negoziati per l’ingresso nell’Ue di Albania e Macedonia. Lo ha detto al quotidiano tedesco ”Die Welt” il commissario Ue all’allargamento Johannes Hahn.

“La Commissione Europea ha quale obiettivo consigliare i negoziati per altri due Paesi dei Balcani Occidentali, molto probabilmente entro l’estate, la detta Commissione raccomanderà ai Paesi membri, di aprire i negoziati di ammissione con l’Albania e Macedonia” – ha dichiarato il Commissario Johannes Hahn.

Più avanti il Commissario Hahn ha sottolineato che “I cittadini di questi due paesi hanno meritato una prospettiva europea”, aggiungendo che “I due paesi hanno intrapreso riforme importanti e si sono qualificate per questo passo. Ma alla fine tocca agli Stati membri decidere”.

Rispetto alle riserve di Berlino e Parigi sull’Albania, Hahn: “Gli albanesi risentono naturalmente di una certa immagine. Ma l’Albania ha fatto molto proprio contro la criminalità organizzata”
Domenica prossima, Presidente Jean-Claude Juncker e Commissario Hahn a Tirana

Domenica pomeriggio, dopo la visita in Macedonia, Hahn e Juncker arriveranno in Albania, dove si fermeranno fino a lunedì pomeriggio.

Secondo l’agenda ci saranno incontri con i leader politici e rappresentanti della società civile dove si parlerà sulla strategia di allargamento dei Balcani Occidentali. Al focus saranno le riforme e l’adempimento delle condizioni per l’avvio dei negoziati d’ammissione con Bruxelles.

Si attende che la Commissione Europea proponga un notevole aumento del finanziamento, fino al 2020, sotto lo strumento dell’aiuto preparatorio per ammissione.

Solo per l’anno corrente, l’aiuto per i sei Paesi dei Balcani Occidentali, ammonterà in 1.07 miliardi di euro, intanto che all’ultimo decennio, la somma accordata da Bruxelles per i Balcani Occidentali ammonta in 9 miliardi di euro.

Gas offshore Mediterraneo orientale - La Turchia costringe la Nato e gli euroimbecilli europei e italiani a non fare trivellazioni per Cipro. La Saipem 12000 va in Marocco

Cipro, Eni rinuncia: la nave Saipem fa dietrofront. Media greci: "I turchi hanno minacciato di speronarla"

La nave-piattaforma Saipem 120000 di Eni (ansa)

Bloccata da giorni per le pressioni di Ankara che le hanno impedito di raggiungere la zona di trivellazione concordata con le autorità dell'isola. Ora fa rotta verso il Marocco

di VINCENZO NIGRO
23 febbraio 2018

ROMA - La nave per ricerche petrolifere 'Saipem 12000' ha abbandonato l'area di mare a Sud Est di Cipro dove era stata bloccata dalla marina militare turca e si prepara a spostarsi verso il Marocco. Fra l'altro secondo i media greci e greco-ciprioti, questa mattina i turchi avrebbero costretto la 'Saipem 12000' a cambiare rotta dopo averla minacciata di speronamento. Secondo questa versione il comandante della 'Saipem 12000', in un ultimo tentativo di raggiungere la zona di esplorazione a lui assegnata, avrebbe messo i motori al massimo e provato ad aggirare il blocco di 5 unità militari turche. Ma una motovedetta turca ha iniziato ad avvicinarsi alla Saipem. Secondo la versione del Ministero della Difesa italiano non ci sarebbe stato tentativo di speronamento: la fregata Zeffiro della Marina Militare era in zona ed ha seguito gli eventi.


A questo punto la Saipem, dopo alcuni scambi via radio con i turchi, ha cambiato la sua rotta, dirigendosi verso il porto cipriota di Limassol per rifornimento, in vista di un possibile trasferimento per altre operazioni in Marocco. Proprio ieri l'amministratore delegato di Eni Claudio De Scalzi aveva ventilato la possibilità di utilizzare la nave in Marocco, ma aveva anche detto "non ci ritiriamo da Cipro, siamo abituati ad avere possibili contenziosi. Dipende ora dalle decisioni che verranno prese da Cipro Nord e Cipro Sud. Abbiamo dei permessi che durano moltissimi anni".

Secondo il ministro dell'energia di Cipro Giorgios Lakkotrypis (il cui governo ha dato i permessi di esplorazione all'Eni), era stato concordato con l'Eni un ultimo tentativo di raggiungere la zona di esplorazione, ed evidentemente stamattina queste sono state le direttive date al comandante. La Saipem era ancorata a circa 30 miglia dall'area di ricerca petrolifera in cui i turchi le hanno vietato l'ingresso il 9 febbraio, minacciando l'uso della forza. 
Da allora sono partiti i negoziati politici con la Turchia, mediati dall'Unione Europea, e Cipro aveva allertato anche la Nato, di cui la Turchia stessa è Paese membro.

Sahel - Niger - gli euroimbecilli si comprano il diritto di mandare i soldati in questa regione facendo sborsare ai contribuenti 300 milioni di euro

Migranti: domani a Bruxelles vertice sul Sahel

Prima del Consiglio informale dei 27 leader Ue. Presente Gentiloni22 febbraio, 18:59

Migranti: domani a Bruxelles vertice sul Sahel

BRUXELLES - Rafforzare la stabilità e la sicurezza nella regione attraverso lo stanziamento di più risorse per contribuire anche allo sviluppo del Sahel, la zona dell'Africa divenuta il crocevia dei flussi migratori da Sud verso l'Europa. Questi, in sintesi, gli obiettivi della conferenza di alto livello a cui molti capi di Stato e di governo - tra cui Paolo Gentiloni - parteciperanno domattina a Bruxelles prima della riunione informale dei 27 leader Ue. All'incontro interverranno anche i vertici del G5 Sahel, ovvero Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger. L'Ue e i suoi Paesi membri sono i principali sostenitori dell'assistenza finanziaria finalizzata alla sviluppo della regione con un impegno stimato, per il periodo 2014-2020, in otto miliardi di euro. Circa 843 milioni sono stati mobilitati nel trust fund costituito dall'Ue per fare fronte ai flussi dell'immigrazione irregolare.

Nell'ambito degli obiettivi della conferenza, rientra il rafforzamento del contributo internazionale in favore della forza militare comune del G5 Sahel. Ai 250 milioni di euro già mobilitati, domani si potrebbero aggiungere nuovi finanziamenti da parte dell'Ue e dei singoli Paesi che consentirebbero di superare la soglia dei 300 milioni. L'Italia è in prima fila nelle iniziative avviate verso il Sahel, zona che ritiene di interesse strategico. Roma ha quindi deciso di inviare fino a 470 uomini nella regione per collaborare con il G5 Sahel nell'ambito di uno sforzo internazionale congiunto per la stabilizzazione dell'area.

4 marzo 2018 - il voto rubato all'estero è basato sui brogli, così non si può fare. si muova per tempo il Partito dei Giudici o non ha ricevuto ordini in tal senso?

Migliaia di voti al PD: così i patronati in Australia ingannano i pensionati

Pubblicato 16 febbraio 2018 - 2.17 - Da Claudio Messora

Mi chiamo Angelo Paratico e sono candidato al Senato per Fratelli d’Italia nella circoscrizione Asia, Africa, Oceania. Questa ampia circoscrizione estera esprime un solo Senatore e un solo Deputato. La lotta è dunque serrata per accaparrarsi i due seggi disponibili, e la chiave per la vittoria sta nell’area geografica dove si trova il maggior numero di iscritti all’AIRE: l’Australia. Per poter avere una qualche speranza di elezione sono giunto in Australia una settimana fa, da Hong Kong, dove abitualmente risiedo. Ora scrivo da Sydney, dopo essere stato a Melbourne. 

Angelo Paratico a dicembre su Byoblu, nel video su Leonardo Da Vinci 


Durante i miei incontri ho parlato a molta gente che mi ha trattato con grande simpatia ma anche con un pizzico d’ironia. Questa ironia era motivata dal fatto, a loro dire, che qui si sa già chi vincerà. “E chi vincerà?”, chiedevo io. Semplice, mi dicevano, la sinistra che è ben organizzata e che può contare su di una rete che ha ramificazioni profonde. Infatti, a partire dal 2006, quando la Legge Tremaglia sul voto all’estero fu messa alla prova, in questa circoscrizione ha sempre vinto la sinistra e tutti gli eletti provenivano, o erano in stretti rapporti, con il mondo dei patronati. 

I patronati sono delle emanazioni dei sindacati italiani, creati e finanziati dal contribuente per poter aiutare i nostri vecchi emigrati a sbrigare le loro pratiche, come pensioni e certificati. Dunque, entrando in contatto con vecchi emigrati, questi possono esercitare una grossa influenza, anche ricattatoria, che può tornare utile al momento del voto.

In Australia vengono spedite circa 95.000 schede elettorali, ma ben 60.000 non tornano indietro e vengono verosimilmente gettate nel cestino dei rifiuti, assieme alla pubblicità di supermarket e di agenzie immobiliari. Come si può notare, qui in Australia il vincitore è da lungo tempo il “non voto” soprattutto giovanile, anche se a livello di politica e amministrazione australiana il voto è obbligatorio e tutti coloro che possiedono un passaporto australiano sono costretti a votare, per schivare multe e sanzioni. Dovremmo adottare questo sistema anche in Italia. 

Io ed Eric Barnes, 94 anni, giudice australiano dell’Alta Corte che ha fatto abolire la pena di morte ad Hong Kong 

Le schede sono arrivate ieri, 15 febbraio, e da quanto mi è stato detto da residenti locali ben informati, il lavoro di raccolta da parte dei patronati è già iniziato, una vera e propria mietitura del grano! Alcuni di questi anziani temono ritorsioni da parte dei patronati e quindi consegnano le schede intatte, e penseranno poi i funzionari a metterci i nomi di loro gradimento. 

Naturalmente per la legge australiana questo è perfettamente legale e non li riguarda, mentre per la Repubblica Italiana questo è un atto criminale, punibile con il carcere, perché viola l’articolo 48 della Costituzione che stabilisce la segretezza del voto. 

Tutti coloro che vengono eletti hanno così un peccato originale sulla propria coscienza e a Roma possono solo essere dei docili strumenti di chi li ha voluti far passare. Queste cose sono ben note qui ed erano state presentate delle denunce in passato, ma non s’era mai arrivati a nulla, nessuna inchiesta di Report o delle Iene, anche se, in qualche caso, le schede erano state acquistate per 10 dollari ciascuna. 

È a tutti palese che questo sistema elettorale non funziona e non può essere accettato, intendo il voto postale. Bisognerebbe modificare la legge (e la Costituzione dove è stato inserito questo principio) e prescrivere che il voto venga svolto come in Italia, nei Consolati e nelle Ambasciate, dopo la presentazione d’un documento d’identità. Si dirà che i Consolati e le Ambasciate non hanno personale e spazio sufficienti? Semplice, si affitta una palestra o una sala da ballo e vi si piazzano delle cabine elettorali, per attuare questo semplice piano non credo ci voglia molto, dopo che l’uomo è arrivato sulla Luna. 

Un articolo a parte meriterebbe il luogo dove verrà effettuato lo spoglio delle schede provenienti dall’estero, a Castelnuovo di Porto, vicino a Roma. Chi ci è stato descrive scene apocalittiche, da bolgia dantesca, brogli sistemici, sotto agli occhi vigili delle truppe cammellate inviate dal PD. Un amico australiano che ci era stato come scrutatore mi ha confidato: “Altro che polizia italiana, bisognerebbe mandarci i caschi blu dell’Onu!”. 

Rebus sic stantibus, io credo che i nostri consolati debbano vigilare e opportunamente minacciare chi è responsabile di questi brogli, anche chiedendo l’aiuto alla polizia australiana, mentre per ora stanno alla finestra e fanno finta che tutto sia a posto. Eppure chi verrà colto a sollecitare la consegna della propria scheda elettorale da un anziano, andrebbe denunziato e processato in Italia, perché mina la nostra democrazia alla sua base. 

Angelo Paratico

Siria - Goutha - più mercenari in città lo vuole gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita

Siria, difensore diritti umani: gli USA reclutano militanti da inviare a Damasco

Michael Alaeddin
16:57 23.02.2018

L’esercito degli Stati Uniti sta mobilitando i militanti di diverse bande armate per inviarli verso la periferia orientale di Damasco ad affrontare l'esercito siriano. Lo ha dichiarato a Sputnik il presidente di una organizzazione siriana per la tutela dei diritti umani Ahmad Kazem.

"Adesso gli Stati Uniti stanno mobilitando i militanti dell'ISIS e di altre bande armate, comprese quelle di Idlib, per inviarli ad Al-Tanf e successivamente a Gutu est (sobborgo orientale di Damasco, ndr) per affrontare l'esercito siriano intento a ripulire l'area dai terroristi", ha detto Kazem.

Egli ha inoltre affermato che i capi dei militanti dell'Arabia Saudita hanno ordinato di contrastare le truppe governative nella periferia orientale della capitale siriana usando tutte le forze possibili.

I militanti che si sono stabiliti nel sobborgo orientale di Damasco continuano a bombardare la zona centrale della città. Giovedì un colpo di mortaio ha fatto una vittima nel distretto di Barze.

Gas offshore mediterraneo orientale - Il Libano chiede arbitrato internazionale sotto egidia Onu per i confini terrestri e marittimi sulla rapacità da rapina dei sionisti ebrei

Libano-Israele: presidente Aoun chiede arbitrato internazionale su disputa sovranità territoriale

Beirut , 23 feb 14:51 - (Agenzia Nova) - 

Il presidente libanese, Michel Aoun, ha chiesto l’arbitrato internazionale nella disputa sulla sovranità territoriale fra Israele e Libano, proponendo il ricorso ad una “parte terza” sotto il patrocinio delle Nazioni Unite. Lo ha detto lo stesso capo dello Stato libanese in un’intervista diffusa oggi dall’emittente irachena “al Sumariya”, rilasciata durante la visita di Aoun a Baghdad. Il Libano “non consentirà a Israele di superare il confine perché vi è la decisione libanese di difendere le frontiere terrestri e marittime”, ha affermato Aoun. Il capo dello Stato libanese ha fatto sapere che durante la visita a Beirut del segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, ha discusso della questione della sovranità territoriale e marittima. “Il Libano ha mappe che risalgono al 1920 che dimostrano il diritto libanese su quei territori”, ha affermato Aoun. Nel corso dell’intervista il capo dello Stato libanese ha detto che “il coinvolgimento internazionale in Siria ha complicato le cose” e che “la soluzione risiede nell’intesa tra Russia e Stati Uniti”. Nelle ultime settimane, Beirut e Gerusalemme sono state al centro di una nuova tensione sulla decennale disputa territoriale lungo la blue line. Israele sta costruendo un nuovo muro per ragioni di sicurezza nel nord del paese, a sud della blue line. Tuttavia, il Libano sostiene che, lungo i 120 chilometri della blue line, vi siano 13 punti in cui Israele vorrebbe costruire il muro in territorio libanese. Un'altra questione aperta tra Libano e Israele, che non hanno rapporti diplomatici, è la sovranità sul blocco esplorativo 9 nell'offshore libanese.