Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 17 marzo 2018

Guerra - c'è veramente ad avere paura per questi grandi pasticcioni britannici e statunitensi, insieme fanno accapponare la pelle, sono pazzi deliranti inconsapevoli che quello che gli è stato permesso l'11 settembre del 2001 gli sarà impedito

Sulla via di Damasco?

© Sputnik. Michael Alaeddin
2 / 2
08:35 17.03.2018
0 0 0 

Donald Trump ha licenziato Rex Tillerson in una delle più incredibili giravolte del suo poco più che primo anno di presidenza. Con un twit perentorio, senza nemmeno informarlo preventivamente. Una cosa è certa: non ha presentato le sue dimissioni.

Lo ha reso noto Steve Goldstein, sottosegretario per la diplomazia pubblica del Dipartimento di Stato. "Il Segretario aveva tutte le intenzioni di rimanere", ha dello Goldstein. 

Dunque è il risultato di una lotta interna all'Amministrazione, di cui non si conoscono tutti i protagonisti. Non sembra che Tillerson fosse una "colomba" (in realtà non sembra che ci siano colombe nell'attuale Amministrazione), se è vero che uno degli ultimi atti di Tillerson è stato quello di sostenere Theresa May, impegnata in una furibonda esplosione d'ira contro il Cremlino. Dunque bisognerà aspettare che qualche gola profonda ci sveli i retroscena. Forse ha ragione Paul Craig Roberts quando scrive (lo ha fatto pochi minuti dopo il licenziamento di Tillerson) che il "complesso militare-industriale" ha ormai completamente "accerchiato" Trump, costringendolo a svolgere il ruolo di burattino nelle sue mani.

Certo è che l'operazione che è stata portata a compimento con l'attentato contro Sergej Skripal, nei pressi di Londra, ha tutta l'aria di essere stata concepita da menti perfettamente determinate a infliggere danni alla Russia e a Vladimir Putin, impegnato a concludere la sua campagna elettorale per il suo quarto mandato presidenziale. Ma probabilmente non solo a questo. Numerosi commentatori russi, e non soltanto russi, si sono chiesti se l'operazione non sia un potente diversivo, funzionale a distrarre l'attenzione del pubblico occidentale nel suo complesso da quanto si sta preparando a Washington e Tel Aviv: un attacco militare diretto contro Damasco, forse soltanto per impedire la sconfitta dei tagliagole asserragliati a Goutha, ma anche, forse, per infliggere una pesante punizione a Bashar al Assad, se non addirittura per avviare un'operazione sul terreno per provocarne la caduta. 



Da notare la sottigliezza con cui il gas è usato in funzione di protagonista dai suddetti esperti nelle due vicende non parallele qui ricordate. Il gas che Bashar al Assad si appresterebbe "di nuovo" a usare contro la popolazione civile alla periferia di Damasco, e il gas che "i russi" avrebbero impiegato per tentare l'assassinio di un ex agente russo scambiato anni fa con agenti britannici. La tecnica qui usata è basata sulla certezza che il grande pubblico farà subliminalmente l'associazione di due fatti assolutamente estranei l'uno all'altro (non importa se entrambi inventati a fini propagandistici), per giungere alla conclusione, altrettanto subliminale, che i russi sono cattivi sia perché usano il gas per aiutare Bashar, sia perché usano il gas per assassinare gli avversari politici di Vladimir Putin.

© REUTERS/ Omar Sanadiki


In realtà è ben noto (a chi conosce i fatti) che Bashar al Assad consegnò tutte le armi chimiche in suo possesso al tempo di Obama e Kerry, su iniziativa proprio di Putin che fece la proposta proprio per prevenire un ormai quasi deciso bombardamento americano su Damasco. Queste armi furono prelevate dai depositi siriani sotto gli occhi di una commissione delle Nazioni Unite strettamente controllata dai servizi segreti americani. Tanto da permettere a John Kerry di esultare per la vittoria quando la nave che le conteneva arrivò in un porto italiano per essere avviata nei laboratori americani dove quelle armi sarebbero state smontate e il gas distrutto. La mossa di Putin scongiurò il bombardamento americano, che era stato minacciato dopo che il mainstream occidentale aveva suonato la grancassa, al solito senza prove, contro Bashar per avere usato armi chimiche "contro la popolazione civile". Tutte le indagini e le ricostruzioni giornalistiche successive dimostrarono che l'intera vicenda era stata falsificata e che le armi chimiche erano state invece usate dai terroristi proprio alla periferia di Damasco. Pochi si chiesero chi avesse dato quelle armi chimiche ai terroristi. Né si conosce la sorte di quelle armi chimiche che Bashar consegnò all'ONU. Ma questa è un'altra storia.

© REUTERS/ Mike Blake


E tuttavia quella vicenda è stata richiamata, proprio con le stesse parole, dal generale James Mattis, ministro della Difesa, che ha accusato la Siria, di nuovo, di usare il gas chlorine "contro il suo stesso popolo". Mentre il nuovo Segretario di Stato, Pompeo, appena prima di diventare tale, avanzava l'ipotesi se non fosse il caso di bombardare Damasco per insegnare ai russi che i tagliagole sostenuti dagli americani non devono essere sloggiati da Goutha.

© Sputnik. 


Su queste "basi" si è innestata appunto la vicenda del gas che avrebbe messo ko l'ex spia russa Skripal. In pochi giorni un tentativo di assassinio, assai nebuloso (Skripal si era ritirato a vita privata, almeno ufficialmente, dopo avere raccontato all'MI6 tutto quello che sapeva per alcuni anni), è divenuto l'occasione di un inverecondo teatro dell'assurdo. Con Theresa May che, senza una sola prova, accusa Mosca di essere all'origine dell'attentato e, infine arriva a dare un vero e proprio ultimatum guerriero alla Russia se non avesse dato "spiegazioni" entro 24, riservando al governo britannico una serie di opzioni, tra cui quella di boicottare il mondiale di calcio che questa estate dovrebbe tenersi in Russia.

Di quali spiegazioni si tratti non è stato spiegato. Ma è bastato perché sia la Merkel che Macron si affrettassero a offrire solidarietà incondizionata a Londra. Ignorando le rimostranze del ministro degli esteri Lavrov, che ha ieri ricordato a Theresa che il periodo coloniale è finito qualche decennio fra e che questi toni non sono ammissibili nei confronti di nessuno. Ma la macchina propagandistica è ormai in moto e ha già ottenuto che l'intero mainstream sta accreditando la tesi della "colpevolezza" del Cremlino senza uno straccio di prova, senza nemmeno un indizio, senza neppure l'intervento del buon senso. Che interesse potrebbero avere avuto i servizi russi nell'attentare alla vita di un agente che ha già vuotato il sacco anni orsono? Per impedirgli di dire qualche cosa che si era dimenticato di rivelare quando sbarcò a Londra dopo avere scontato quattro anni di carcere in Russia per tradimento della sua patria? 

© AP Photo/ Alistair Fuller


A qualcuno non potrebbe venire in mente che qualche servizio segreto occidentale poteva avere tutto l'interesse a sacrificare una pedina ormai sfruttata fino in fondo, con lo scopo di trasformarla in una gigantesca provocazione? Naturalmente no. L'Occidente conosce solo James Bond e più in là non è capace di spingersi. Così l'episodio criminoso contro Skripal e la figlia è servito per riesumare il caso Litvinenko, ex agente anche lui, assassinato con il polonio, o il caso Berezovskij, trovato impiccato a un termosifone qualche anno fa in una morte che fu molto frettolosamente archiviata come suicidio. Tutti ex agenti russi rifugiatisi in Gran Bretagna, collaboratori dei servizi segreti inglesi, morti dopo esser stati spremuti come limoni, fino al punto di dover mettere anche la propria vita sull'altare della propaganda anti-russa. Fino all'ultima notizia di ieri. Trovato morto anche un altro transfuga russo cui da anni era stato concesso di spendere i denari guadagnati a spese dei russi nel dorato esilio londinese. Si tratta di Nikolai Glushkov, anche lui amico dell'oligarca Boris Berezovskij, anche lui reduce dalle patrie galere dove aveva scontato cinque anni di reclusione per truffa. Londra gli aveva concesso asilo politico. Gli agenti russi, quelli in funzione, devono essere proprio degli imbecilli. Fanno una carneficina a Londra proprio nella settimana in cui Vladimir Putin sta per essere eletto presidente della Russia per la quarta volta. Che pasticcioni.

Siria - briciola dopo briciola il governo legittimo siriano sta imponendo la sua autorità sul suo territorio grazie anche alla Russia

La presenza della Russia in Siria è vasta e completamente legale

© AP Photo/ Hassan Ammar
23:17 16.03.2018

La vittoria del governo siriano nella guerra contro il terrorismo è conseguenza della resistenza del popolo e dell'esercito, così come del prezioso sostegno da parte della Russia. Lo ha dichiarato a Sputnik il giornalista siriano Fady Marouf, corrispondente dalla Siria dell'agenzia cubana Prensa Latina.

"La presenza della Russia nel mio paese è enorme", ha detto Marouf, arrivato a L'Avana per ricevere la medaglia Félix Elmuza, il premio più prestigioso dell'Unione cubana dei giornalisti, in riconoscimento del suo contributo alla diffusione di informazioni veritiere sulla situazione siriana. 

Marouf ha detto che "la Siria e la Russia hanno sempre mantenuto un buon rapporto. I russi hanno contribuito all'organizzazione, alla formazione e all'armamento dell'esercito siriano". Egli ha aggiunto che "la Russia è presente in Siria legalmente, a differenza di altri paesi come gli Stati Uniti o la Turchia che non rispettano sovranità dello stato". 

Il giornalista ha ricordato che la Russia ha costruito due basi in Siria per meglio appoggiare le autorità di Damasco, una per l'aviazione a Hmeymim e l'altra per la marina a Tartus. Queste basi sono completamente integrate nel territorio, così come il personale ivi stanziato con la popolazione locale. 

"A differenza dei soldati americani in Iraq… i soldati russi ad Aleppo e Damasco sono spesso fotografati con i siriani e i degli uni frequentano quelli degli altri. Accettiamo bene la presenza militare e umanitaria della Russia", assicura il giornalista. 

Secondo Marouf, oggi il popolo della Siria è molto più ottimista di quanto non lo fosse quattro o cinque anni fa, quando la situazione era poco chiara. 

"Oggi il popolo siriano sa che il periodo peggiore è finito. Il piano di rovesciare il governo è fallito", ha spiegato. 

Marouf nota anche che il popolo siriano si è lasciato alle spalle un'epoca di sconfitte. 

"Oggi,l'esercito siriano sta vincendo. La vittoria suscita nella gente ottimismo, sentono il miglioramento della situazione… Tutto questo grazie agli amici e alleati della Siria, in particolare la Russia, l'Iran, il movimento di resistenza libanese Hezbollah. Grazie al Venezuela, Cuba, Cina e altri paesi che hanno sempre sostenuto la Siria nell'arena internazionale e alle Nazioni Unite", crede il giornalista. 

Parlando di Sputnik, Marouf ne ha elogiato l'obiettività e la professionalità nel coprire gli eventi in Siria. 

"Quando cerco notizie dalla Siria, mi rivolgo principalmente a tre agenzie: Prensa Latina, Sputnik e RT. Ma Sputnik ha più canali di accesso alle fonti siriane… Sputnik si è trasformata in una delle più importanti, se non addirittura la più importante, fonte di notizie sulla Siria… è una valida alternativa ai media di tutto il mondo", ha concluso il giornalista.

Matteo Salvini si è speso molto per l'Italia e gli italiani l'hanno capito perfettamente

Matteo Salvini visita la redazione de «La Voce del Trentino»

Pubblicato 22 ore fa 
- 16 marzo 2018


«Sono stanchissimo ma molto felice» – queste le prime parole di Matteo Salviniappena entrato nella nostra redazione ieri sera dopo l’incontro con i militanti e gli elettori avvenuto presso la sala della cooperazione in via Segantini.

Ad accoglierlo l’editore Roberto Conci, il direttore Claudio Taverna e Claudio Cia il segretario di Agire per il Trentino con i quali il leader della Lega si è intrattenuto per un breve colloquio. Dopo i saluti di rito Salvini è tornato sulla costruzione del possibile governo.

«Noi parliamo con tutti, eccetto che con il PD, sarebbe infatti contraddittorio negoziare con chi ha portato nel baratro l’Italia negli ultimi 5 anni. Con i cinque stelle ci sono delle convergenze su alcuni punti, ma siccome a me la poltrona non interessa e ho avuto un preciso mandato degli elettori per portare a termine alcuni punti del programma o si fa così o si torna a votare».

Salvini continuerà a girare l’Italia da nord a Sud, «ci sono delle elezioni provinciali nei prossimi mesi, e quindi continuerò a sentire le esigenze dei cittadini», ma promette che tornerà spesso in Trentino.

Nel profondo spera di tornarci alla fine di ottobre magari nuovamente da trionfatore, «siamo vicini ad una vittoria storica, coloro che credevano di essere il baluardo del centro sinistra in Italia sono alle corde, Rossi e Compagnia ora devono andare a casa»


Matteo Salvini ha voluto complimentarsi con il nostro giornale per l’impegno quotidiano che tutti i collaboratori mettono nella ricerca della verità in modo libero e senza alcun padrino, padrone o condizionamento.

La visita di Salvini, oltre che graditissima, ha voluto sottolineare l’importanza dell’informazione on line, strumento essenziale di equilibrio e di partecipazione sociale nella comunicazione.

Ha voluto nuovamente ringraziare i militanti, «sono sempre concentrati e impegnati, e anche quando la lega era al minimo non si sono persi d’animo e hanno continuato fino ad arrivare alla vittoria, sono loro il vero patrimonio della lega».


Su Ugo Rossi, «non ha capito cosa stava succedendo, lungimiranza zero, uno così non può governare io Trentino», su Maurizio Fugatti candidato presidente del centrodestra:«vedremo nei prossimi giorni, ma l’importante è che tutti i partiti che non si riconoscono nel centrosinistra si aggreghino da subito».

Per Matteo Salvini giornata faticosa, alle 16.00 era stato a Modena, poi alle 18 a San Giovanni Lupatoto per un comizio, alle 21.40 circa è arrivato a Trento.

Un vero Tour insomma. L’ultima battuta la riserva agli anarchici e ai centri socialiche lo stavano attendendo in una via Segantini blindata alla Polizia di Stato (che ha più volte ringraziato): «sono arrivato e ho visto questi sei ragazzini fradici sotto gli ombrelli con in mano uno striscione con scritto «Salvini Trento non ti vuole», poi sono entrato nella sala della cooperazione e ho visto migliaia di persone ad attendermi festanti. È chiaro che se ad Ottobre il centrodestra vince chiude subito il centro sociale Bruno» – Ride sornione il leader della Lega, saluta con il sorriso e l’ultimo pizzico di adrenalina rimasta e se ne va dicendo, «ci vedremo presto, anzi, prestissimo».

Ghouta - la Russia e la Siria stanno dimostrando che gli accordi si possono sempre fare non diciamolo alla May colta da un attacco di pazzia che spinge alla creazione di tensione, paura e caos

Siria, accordo ribelli-regime: i combattenti saranno portati via dalla Ghouta

Tregua e ingresso degli aiuti umanitari, entro oggi l’annuncio. Continuano i raid su Afrin: 18 civili morti

AFP

Pubblicato il 16/03/2018
Ultima modifica il 16/03/2018 alle ore 12:21
GIORDANO STABILE
INVIATO A BEIRUT

Fonti militari siriane hanno rivelato di aver raggiunto un accordo con il principale gruppo ribelle nella Ghouta orientale, Jaysh al-Islam. Il gruppo controlla la città di Douma, dove sono assediate oltre 100 mila persone. L’accordo è stato mediato dalla Russia. Non c’è ancora la conferma ufficiale, ma dovrebbe arrivare in giornata. Se sarà confermato si eviterà un disastro umanitario e i convogli dell’Onu e della Croce Rossa potranno entrare senza ostacoli a portare cibo e medicine. 


I termini dell’intesa 

I termini dell’accordo prevedono il rilascio di tutti i prigionieri, compresi alcuni soldati dell’esercito regolare siriano, da parte di Jaysh al-Islam, ovvero l’Esercito dell’Islam. I ribelli consegneranno tutte le armi pesanti; daranno libero accesso all’esercito, e consentiranno il trasferimento di tutti i feriti gravi, civili e combattenti, negli ospedali. 

In cambio i combattenti potranno scegliere se essere trasferiti, con le armi leggere, nella provincia di Daraa, dove ci sono gruppi con orientamento simile, o a Idlib, un’altra provincia con territori che sfuggono al controllo del governo. A Douma sarà formata una polizia locale, con dirigenti del posto, che medierà fra i residenti e le forze governative per la “riconciliazione” e il ripristino dei servizi di base, acqua ed elettricità 

Gli altri gruppi 

Non c’è invece accordo con gli altri gruppi che combattono in diverse zone della Ghouta orientale. In particolare Faylaq al-Rahman, parte dell’Esercito libero siriano, che controlla Arbin, Zamalka, Jisrin e altre cittadine dove sono assediate altre 200 mila persone almeno. Questa mattina all’alba però i ribelli hanno lasciato uscire 4 mila civili attraverso il corridoio di Hamouriah, da dove ieri erano fuggiti in 20 mila. 

Raid turchi su Afrin 

Intanto proseguono i raid su Afrin. È di almeno 18 civili uccisi il bilancio di raid aerei turchi sulla cittadina curdo-siriana nel nord-ovest della Siria. Lo riferisce l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), che mostra video di corpi senza vita in un luogo non precisato ad Afrin. Altre fonti di stampa parlano di 20 civili uccisi, citando le forze curdo-siriane dominate dall’ala locale del Pkk. 

L’esercito turco ha fatto piovere sull’enclave curdo-siriana anche dei alcuni volantini in cui invita i miliziani dell’Ypg a deporre le armi in modo da porre fine all’offensiva di Ankara, lanciata quasi 2 mesi fa. «Arrendetevi! Un futuro di calma e pace vi attende ad Afrin. Fidatevi della mano che vi tendiamo», si legge nei fogli, scritti in arabo e in curdo. In altri volantini si invitano poi i residenti civili, indicati come «i nostri fratelli di Afrin», a stare lontani dalle «postazioni dei terroristi» per evitare di essere colpiti nei raid e a non farsi usare come «scudi umani». Ankara lancia inoltre un appello a sentirsi sicuri nell’evacuare l’area «sotto la garanzia» dei suoi militari.

Libia - Fezzan - L'Italia aveva iniziato un buon lavoro in questa regione ma è stata incapace di andare avanti. Sveglia

Libia: la sfida del Fezzan

16 marzo 2018 


Mentre la stampa nazionale ed internazionale tiene gli occhi puntati sul confine mediterraneo dell’Europa, le radici di una serie di problematiche geopolitiche – tra cui la crisi dei migranti – vanno ricercate più a sud, ovvero nel Fezzan, la vasta regione scarsamente popolata nel sud ovest della Libia.

La situazione nel paese resta a dir poco precaria a causa dalla mancata attuazione dell’accordo politico. Nonostante un dialogo regionale sia stato promosso da Algeria, Egitto e Tunisia, le divisioni interne al mondo arabo continuano a costituire un ostacolo. Anche in termini di sicurezza la situazione in Libia si sta deteriorando, con possibili implicazioni ancora più gravi sia per il continente africano che per quello europeo…in primis ovviamente per l’Italia.


La dichiarazione del Cairo adottata lo scorso febbraio non ha ancora prodotto risultati, come nemmeno la dichiarazione congiunta per il cessate il fuoco adottata a luglio a Parigi dal generale Khalifa Haftar e il capo del consiglio presidenziale libico a Tripoli, Fayez al –Serraj.

Tra i motivi vi è il fatto che le decine di milizie che controllano vaste porzioni di territorio non hanno partecipato in alcun modo agli accordi, mentre le potenze regionali mantengono posizioni divergenti, fino a spingere gli analisti a parlare di guerra per procura.

Le forze in gioco vedono Chad, Egitto e UAE a supporto di Haftar da un lato, e Qatar, Sudan e Turchia sostenitori di al-Sarraj dall’altro. La Libia quindi è sempre più terreno di scontro per un braccio di ferro tutto interno al mondo arabo. Al quadro si aggiungono le potenze straniere, in particolare Russia e Francia sostenitrici di Haftar per motivi di interesse geopolitico.

Il Fezzan

Le alleanze si complicano ulteriormente se consideriamo l’area del Fezzan, nodo cruciale per qualsiasi tentativo di normalizzazione: il Ciad, alleato naturale della maggiore tribù, quella dei Tebu ( il “popolo delle rocce”, gruppo etnico sahariano di ceppo etiope compostio da circa 200 mila individui), combatte una guerra per procura contro il Qatar e i suoi alleati libici legati alla Fratellanza Musulmana. I Tebu abitano il sud della Libia, il Ciad del nord ed il nord est del Niger. Sono alleati di Haftar e dopo la caduta di Gheddafi hanno preso il quasi totale controllo dei confini tra Libia, Chad e Niger e tra Libia e Sudan.


In Libia l’Arabia Saudita ha tenuto invece una posizione altalenante, al punto da creare ambiguità che sicuramente non hanno aiutato l’avvio di un processo di transizione: nel 2015 Riad aveva appoggiato i raid egiziani contro gli islamisti sostenuti aiutati dal Qatar, ma il deteriorarsi dei rapporti tra sauditi ed egiziani ha portato l’Arabia Saudita a ritirarsi in parte dallo scacchiere.

Dalla liberazione di Sirte e parte di Bengazi dallo Stato islamico, la situazione generale non è affatto migliorata. Anzi, la competizione tra i gruppi armati affiliati a Misurata e Tripoli è indicativa del deteriorarsi del clima di speranza che per brevissimi momenti aveva illuminato lo scenario.

I gruppi armati sono anche pesantemente coinvolti nella violazione dell’embargo sulle armi e il paese rimane un crocevia importante per i flussi di armi illecite verso i paesi africani confinanti e non, nonchè verso il Medio Oriente.

Solamente nel settore petrolifero, come nota l’ultimo report del panel di Esperti del Consiglio di Sicurezza dell Nazioni Unite, è stata raggiunta una certa stabilizzazione dal momento che le parti in gioco si sono astenute dal danneggiare le installazioni. Il risultato inatteso del mancato accordo tra corporazioni petrolifere è stato una maggiore produzione di petrolio nel complesso, cosa che ha fatto piacere a molti, Occidente in primis.


Il conflitto post-rivoluzione sembra dirigersi verso una soluzione militare più che politica, come afferma Andrew McGregor, direttore di Aberfoyle International Security.

Il primo ministro del governo di Tobruk cui è legato il generale Haftar (nella foto a lato), Abdullah al-Thinni, si era espresso in tal senso solo alcuni mesi fa dichiarando che «solo uno sforzo militare puo’ unire il paese».

Anche per questo il controllo o quanto meno la stabilizzazione del Fezzan dovrebbero essere al centro di ogni iniziativa internazionale o nazionale, volta non solo al controllo dei flussi di migranti ma anche alla lotta dei traffici illeciti di ogni tipo – spesso tra loro mescolati – e agli sforzi per arginare lo Stato Islamico nel Levante e in Africa in generale.

La remota regione del Fezzan si trova all’incrocio con Algeria, Niger e Chad ed offre opportunità per molte situazioni lucrative per una pletora di attori, dai trafficanti locali ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) e altri gruppi jihadisti.

Il territorio costituisce anche delle principali rotte della droga, attraversata da mercenari stranieri provenienti dall’Africa sub-sahariana, che inizialmente cercavano di raggiungere Sirte, e migranti provenienti soprattutto da Ciad, Niger e altri paesi del Sahel, ma anche dal Corno d’Africa.

Contesto tribale

Il contesto tribale è già da solo piuttosto complicato e vede entità e affiliazioni etniche perennemente in lotta o legate da alleanze mutevoli. Tra le principali troviamo i berberi arabi, i tuareg berberi, i Tebu e i sub-sahariani arabizzati (Ahali), discendenti degli schiavi portati in Libia. Semplificando, i Tebu godono del sostegno di Tobruk, mentre i rivali arabi e tuareg di quello di Tripoli.


Nell’era post Gheddafi almeno tre conflitti locali, scoppiati a più riprese, si sono sviluppati su tre assi di rivalità principali, come spiega anche un recente report di Crisis Group: il conflitto tra le tribù Awlad Suleiman e Tebu; quello Awlad Suleiman contro la tribù Qhadadhfa e infine Tebu contro Tuareg. Le ostilità hanno avuto luogo soprattutto tra il 2012 ed il 2014, con degli strascichi del conflitto Tebu – Tuareg ad Ubari fino al 2016. E tutti hanno avuto luogo nel Fezzan.

Rappresentanti di Awlad Suleiman, Tebu e Tuareg sono convenuti a Roma a marzo 2017 sotto l’egida del ministero dell’interno e della Presidenza del Consiglio. Evidentemente, le parti si aspettavano non soltanto dei buoni uffici ma un compenso economico da parte dell’Italia (o dell’Europa) che non è però arrivato. L’assemblea nazionale dei Tebu ha poi denunciato il trattato di pace come «interferenza dell’Italia ». Dopo averci riprovato a giugno, le parti sono nuovamente tornate in patria senza soluzioni.

Le trattative con queste tribù restano tuttavia fondamentali per la messa in sicurezza dei confini del sud, che si estendono per più di 2500 miglia. Come sottolinea un report precedente del panel di esperti dellle Nazioni Unite, l’autorità militare nel Fezzan è nelle mani di gruppi tribali, criminali ed estremisti.

Gli ultimi scontri

Il generale libico Ahmaid Al-Ataybi, comandante della Sesta brigata di fanteria attaccata a fine febbraio a Sebha, capoluogo del Fezzan, ha accusato il generale Khalifa Haftar di “aver reclutato mercenari da Ciad, Niger e Sudan” per riuscire a controllare il Sud del Paese. Al-Ataybi risponde al governo di accordo nazionale di Tripoli, guidato da Fayez al Sarraj (nella foto sotto).


Gli scontri hanno causato almeno sei morti e decine di feriti, e hanno indotto oltre 4.500 persone alla fuga, secondo quanto precisato da fonti ospedaliere. I combattimenti hanno visto opporsi le tribù Tebu e Awlad Suleiman, che appoggiano rispettivamente Haftar e il governo di Tripoli. Il sindaco di Sebha ha denunciato la presenza di “truppe straniere” decise a occupare il Sud della Libia:

Il 5 marzo il premier libico Fayez Serraj ha annunciato la creazione di una forza militare per garantire la sicurezza nel Sud della Libia. “Il premier e il comandante supremo dell’esercito hanno rimarcato l’intenzione di riportare sicurezza nel Sud e di prevenire interferenze esterne – si legge nella nota diffusa dall’ufficio di Sarraj al termine dell’incontro avuto ieri con i vertici militari – ha dato ordine di creare una forza militare per garantire la sicurezza e proteggere la regione meridionale da tutti i pericoli e di sostenere la forza del governo nel Sud e di adoperarsi per rispondere a tutte le sue necessità”.

In Niger, droni americani che operano dalla base di Agadez e pattugliamenti della legione straniera francese che operano dalla base desertica di Fort Madama a sud di Toummo non sono sufficienti a garantire il controllo o il blocco dei confini libici meridionali. Un anno fa, il Ciad ha chiuso i suoi confini con la Libia per impedire ai militanti di raggiungere Sirte, ma un valico è stato riaperto.


Non esistono attualmente restrizioni per quanto riguarda il confine con il Niger che rimane uno dei punti piu’ caldi e pericolosi di tutta l’Africa. Una gran parte dei migranti passa per la strada che porta da Foirt Madama in Niger a Toummo in Libia, da cui è possibile dirigersi verso Sebha (capitale del Fezzan). I flussi provenienti dal confine algerino sono invece di minor entità.

Ovviamente, nel Fezzan pochi hanno l’interesse a fermare i traffici, comprese le forze di sicurezza che spesso sono colluse con i trafficanti.

Nel Fezzan, come accennato, si intrecciano traffici di tutti i generi: esseri umani, migranti, petrolio, armi, droghe a altri. Lo sfruttamento delle miniere d’oro nel deserrto libico vicino al Ciad, fiorito dopo il 2013, è controllato per lo più dai Tebu.

La proliferazione delle fonti dell’economia illecita assieme al conflitto tra coalizioni militari rivali in assenza di un potere forte rimangono le sfide maggiori. Il governo di Tripoli ha un’influenza limitata sul territorio; la «terza forza» delle milizie di Misurata alleata del governo si è ritirata dalla base militare di Sebha lo scorso maggio e non sembra avervi fatto ritorno.


L’Europa ha capito, anche se tardi, l’importanza di un intervento nel sud ovest della Libia. Dopo gli scarsi successi di EUNAVFOR MED e degli sforzi della UE per trattare con il Niger, solo nel 2017 Bruxelles ha deciso di trattare il problema dei migranti dalla prospettiva della Libia del sud.

L’Italia ha promosso il piano di stabilizzazione “A plan for peace, stability and security in the south of Libya” al fine di controllare l’immigrazione illegale, i traffici illeciti ed il terrorismo. I costi sono stimati a 90 milioni per i quali l’Italia sta cercando di ottenere finanziamenti europei. A luglio 2017 la Commissione Europea ha proposto un piano d’azione a sostegno dell’Italia e a fine novembre sono stati stanziati quasi 40 milioni come fondo d’emergenza.

Il Fezzan rimane però un obiettivo a lungo termine per i jihadisti che potrebbero trovare l’occasione per sfruttare la tradizionale resistenza locale all’imposizione del controllo del governo.

Lo Stato Islamico nel Fezzan

D’altra parte, il pericolo delle infiltrazioni dello Stato Islamico (IS) in Fezzan è concreto e reale. L’IS aveva annunciato la costituzione della wilaya del Fezzan come part del suo califfato ancora nel 2014. Dopo l’espulsione da Sirte i combattenti esplorano vie alternative a sud della costa e continuano a costituire una “minaccia elusiva”. Un gran numero proviene dal Sudan, ma anche da Mali, Chad, Algeria e in misura minore Egitto e Tunisia, mentre i libici sarebbero una minoranza.


Alcuni dei combattenti in fuga da Sirte si sarebbero diretti nel Fezzan in particolare nella città di al- Uwaynat vicino al confine algerino, che sta emergendo come roccaforte dello Stato Islamico in Libia.

Gli investigatori sostengono che l’IS avrebbe ricostituito un esercito del deserto di almeno tre brigate sotto il comando dell’islamista al-Mahdi Salem Dangou.

Il report del panel di esperti del Consiglio di Sicurezza ONU afferma che la presenza dello Stato Islamico emerge da piccole incursioni che si verificano nelle vicinanze di Sirte, come a Jizh, Ghuraybat, Wadi Zamzam, Suq al-Khamis.

La presenza di cellule IS è stata in realtà documentata anche lungo l’area petrolifera nelle regioni di Bani Walid e Nawfaliyah. Vi sono anche sospetti sui legami IS e al-Qaeda, affatto ovvie invece in altri Stati.

Prospettive jihadiste

Se l’entità della presenza IS nel Fezzan e in Libia in generale è difficile da valutare, esiste in ogni caso un interesse del Gruppo jihadista a penetrare nel sud ovest della Libia per riconnettersi all’organizzazione sorella nigeriana Boko Haram e guadagnare terreno rispetto ad AQMI sfruttando anche le rivalità locali e tribali del meridione libico.


Il controllo del Fezzan aprirebbe soprattutto ai jihadisti la strada verso l’Africa sub-sahariana ma costituirebbe anche una roccaforte nei confronti di un attacco di forze internazionali, data la posizione strategica: via principale verso l’Africa nera e punto di snodo verso il Medio Oriente ma anche verso l’Europa.

Nel Fezzan l’IS recupera fondi per la propria espansione tassando il flusso di immigrati. Nonostante cioò il rapporto esclude che lo Stato Islamico gestisca direttamente il traffico di migranti. Uno sudio del Global Initiative Against Transnational Organized Crime ha inoltre mostrato come allo Stato Islamico manchi il controllo delle coste, in parte a causa delle divisioni interne a Sabratah.

Una ricerca condotta da Rebecca Murray escluderebbe che le tribù Tebu e Tuareg, più legate ai loro leader tradiziionali, siano tentate dall’idelogia dello Stato Islamico. Tuttavia, come è successo nel Mali del nord, gli estremisti potrebbero utilizzare la gioventù emarginata per penetrare anche queste comunità.

Un’ultima questione è quella dei mercenari stranieri, provenienti soprattutto da Ciad e Sudan, quasi sempre coinvolti in atti criminali di varia natura. Gruppi del Ciad sarebbero stati assoldati avrebbero partecipato in operazioni anti-IS, ma ovviamente la loro stessa presenza massiccia in Libia costituisce un’ulteriore minaccia per la sicurezza.

Continua il riarmo della Russia contro le ondate di pazzie delle May di turno

Oltre 100 nuovi velivoli da combattimento russi nel 2018

16 marzo 2018 


Secondo il quotidiano Izvestia nell’anno in corso saranno destinati alle Forze Aerospaziali russe oltre 100 unità tra caccia Sukhoi Su-35 e Su-30SM, cacciabombardieri Sukhoi Su-34, elicotteri d’attacco Kamov Ka-52 e Mil Mi-28 nonché diverse tipologie di esemplari della famiglia degli elicotteri Mil Mi-17. Oltre ai velivoli le Forze Armate russe aspettano di ricevere nell’anno in corso diversi sistemi missilistici terra-aria S-400 e Pantsir-S.

Il canale televisivo militare russo Zvezda, tuttavia, ha fatto presente a tal proposito che le suddette cifre relativamente ai soli velivoli sono sensibilmente inferiori a quelli dell’anno precedente, considerando che nel 2017 le consegne si attestavano su un totale di poco inferiore alle 200 unità.

Le consegne per il 2018 si rifanno comunque al nuovo programma di armamento statale russo per il 2018-2027 adottato recentemente da Mosca secondo quanto riferito dal Presidente russo Vladimir Putin in occasione di una visita presso gli stabilimenti della PJSC United Engine Building Corporation – Ufa Engine-Building Production Association.

Il nuovo programma include ovviamente la consegna di mezzi tradizionali terresti, aerei e navali, ma anche nuovi sistemi d’arma ad alta precisione inclusi UAV, attrezzature individuali per militari, sistemi avanzati di ricognizione, comunicazione e guerra elettronica.

Foto Denis Lyasovsky/Airliner.net

Aldo Moro - le anime belle del branco dei cani rabbiosi dei mass media non vogliono dirlo. Le Brigate Rosse, a parte la manovalanza, dal 1975 furono uno strumento delle profondità dei servizi segreti per realizzare la Strategia della Tensione e il nostro viaggiava con il pensiero troppo in alto e libero, non si voleva assoggettare al potere Globalista bisognava toglierlo di mezzo

Aldo Moro, l'ex agente Sismi: "Fbi mi fece capire ci fu coinvolgimento Usa"

L'ex 007 del Sismi: "L'Fbi mi fece capire che ci fu un coinvolgimento degli Usa"


16 marzo 2017
Moro, ex 007 Sismi: Fbi fece capire che ci fu coinvolgimento Usa

"Sul rapimento e l'uccisione di Aldo Moro ci sono molte cose inquietanti. Troppi interrogativi senza risposta. Ricordo che una volta mentre ero negli Stati Uniti per un'operazione antimafia, parlai con un alto funzionario dell'FBI e cercando di spronare il mio interlocutore circa un possibile coinvolgimento degli americani nella vicenda per frenare la politica di Moro per far entrare il Pci nel governo dell'Italia, mi rispose dicendo 'sai a me hanno insegnato di fare il proprio dovere e basta senza pensare e fare teorie'. Una risposta che mi fece ulteriormente pensare visto che gli Usa in quel periodo vedevano il Partito comunista italiano come il diavolo".

Lo ha detto a Radio Cusano Campus, a 40 anni dalla strage di via Fani e dal rapimento di Aldo Moro, Nicola Longo, superpoliziotto ed ex agente del Sismi negli anni '70 e '80 che si è occupato di numerose operazioni anti-crimine da infiltrato nella banda della Magliana e in quella dei marsigliesi; fu anche protagonista dell'azione che portò all'arresto di Renato Vallanzasca. "E poi - prosegue - la presenza di una misteriosa motocicletta in via Fani, del colonnello Camillo Guglielmi che quella mattina del 16 marzo 1978 si aggirava in via Stresa. Non dimentichiamo che Guglielmi, appartenente alla 7° Divisione del Sismi, dipendeva dal generale Musumeci poi coinvolto nello scandalo P2. E all'epoca, in quei drammatici 55 giorni, anche chi non era addetto al settore chi non indagava sul rapimento Moro come me, sentiva una tensione anomala. Un vero poliziotto ha bisogno di chiarezza, di fare luce sulla verità: e questa cosa sulla vicenda Moro era un po' velata da tanti aspetti che non quadravano. E non dimentichiamo poi la lettera scritta da un ex collega del Sismi in cui c'era l'ammissione che molti esponenti dei servizi segreti, molti 007, erano in via Fani quella mattina per far si che il sequestro Moro riuscisse nel migliore dei modi", conclude Longo.

Il Progetto Criminale dell'Euro è fallito ma gli euroimbecilli non l'hanno ancora capito. Trump ha preso atto del fallimento del Globalismo Finanziario il papà dell'Euro e anche il popolo italiano sancito dal voto del 4 marzo 2018, dimostrando una maturità e capacità inarrivabile nel panorama europeo e mondiale

Non basta il caos Italia: ora va a pezzi pure l’Europa

Rischio sgretolamento Ue. La Russia che risorge, la Brexit, il terrorismo, il flusso migratorio e gli effetti della crisi economica spingono l'Europa verso un cambiamento. Ma gli Stati membri hanno idee contrastanti. Tre blocchi si scontrano tra loro

16 Marzo 2018 - 07:35

Dopo il grande slancio riformatore iniziato negli anni ’80, che nei due decenni successivi ci ha portato l’Unione europea e l’euro, nel nuovo millennio l’Europa ha a lungo sonnecchiato. Complici un’ansa placida nel flusso della storia e un allargamento verso est non compensato da un adeguamento dei precedenti meccanismi decisionali pensati per 12 Stati, il vecchio continente ha sospeso per anni il cammino verso un’unione sempre più stretta di popoli e Stati e si è permessa di sprecare alcune occasioni (una su tutte, la Costituzione europea bocciata da Francia e Olanda nel 2005). Ma adesso che da quell’ansa siamo usciti, e anzi la corrente sembra farsi sempre più impetuosa che mai con un presidente americano isolazionista (se non proprio ostile), una Russia che risorge, la Brexit, il terrorismo, il flusso migratorio e gli effetti di una crisi economica che hanno lasciato il segno a livello politico e sociale, anche l’Unione europea sembra attraversata da una maggior consapevolezza della necessità di un cambiamento. Il principale problema al momento è che gli Stati membri sembrano avere idee molto diverse del tipo di cambiamento che sarebbe necessario, e i mutamenti fondamentali nell’Unione europea (revisione dei trattati) richiedono di norma l’unanimità.

Al momento possiamo individuare, semplificando, tre grandi blocchi di Stati all’interno della Ue. Il primo è costituito principalmente da Francia e Germania, ma vede la partecipazione anche di molti altri Stati (tra cui la Spagna). La loro linea è marcatamente europeista e tesa a rimettere in moto il processo di integrazione comunitaria, anche a costo di procedere col meccanismo delle “diverse velocità”, cioè permettendo agli Stati che vogliono procedere su questo cammino di farlo senza sottostare al veto degli Stati contrari (che potrebbero raggiungere l’avanguardia in un secondo momento, qualora lo volessero). La vittoria in Francia di Emmanuel Macron, che ha puntato molto sui suoi progetti di rilancio della Ue e che è stata vissuta anche come una risposta alla crisi dell’Unione dopo la Brexit e il montare delle forze populiste ed euroscettiche, ha dato nuovo slancio a questa linea. Anche la riconferma di Angela Merkel alla guida della Germania sembra nascere proprio dalla volontà tedesca di non sprecare questa occasione (pare che il presidente della Repubblica, il socialdemocratico Steinmeier, abbia esercitato tutta la sua autorevolezza nel partito per spostarlo su una linea pro-Grande Coalizione).

Il principale problema al momento è che gli Stati membri sembrano avere idee molto diverse del tipo di cambiamento che sarebbe necessario, e i mutamenti fondamentali nell’Unione europea (revisione dei trattati) richiedono di norma l’unanimità

Un primo frutto, anche se di sole parole, per ora è rappresentato dal nuovo “Trattato dell’Eliseo”, ratificato dai parlamenti francese e tedesco lo scorso 22 gennaio, in cui tra le altre cose si parla di “rafforzare la cooperazione transfrontaliera” tra i due Paesi, di “un’integrazione completa e rapida dei loro mercati” e di “rafforzare la politica estera e di sicurezza comune”. Su quest’ultimo punto si dovrebbero registrare le minori resistenze da parte degli altri Stati. La “Pesco” (Cooperazione strutturata permanente nell’ambito della Difesa), nata a fine 2017, ha visto infatti la partecipazione di 23 Stati su 28 (tutti tranne Uk, Iranda, Portogallo, Malta e Danimarca). Ma su una maggiore integrazione politica ed economica le contrarietà promettono di essere molto forti.

A una maggiore integrazione e alla possibilità di ricorrere alle “diverse velocità” si oppongono infatti gli altri due blocchi. Il primo è il Gruppo Visegrad – che ricomprende Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia -, marcatamente sovranista e populista, che vuole mantenere i privilegi economici derivanti dalla partecipazione all’Unione europea ma non vuole che tematiche rilevanti (una su tutte, l’immigrazione) vengano sottratte alla gestione degli Stati nazionali per una gestione comune a Bruxelles. Tale blocco su alcuni temi potrà probabilmente contare anche sull’appoggio dell’Austria, governata da una coalizione di destra popolare e destra nazionalista xenofoba (?!?!).

Il secondo blocco è emerso plasticamente di recente, quando a inizio marzo è stato diffuso a Bruxelles un documento firmato da Olanda, Svezia, Danimarca, Finlandia, Irlanda e repubbliche baltiche in cui si dice no all’Unione dei trasferimenti, no al bilancio comune dell’Eurozona e tantomeno a un ministro delle Finanze, rispetto inflessibile del fiscal compact, e in generale nessun nuovo trasferimento di sovranità e competenze a Bruxelles. In parole povere, no all’agenda franco-tedesca di riforma dell’Unione.

In questo scenario l’Italia dovrebbe giocare un ruolo importante, in quanto Paese membro fondatore dell’Unione europea, seconda economia industriale del continente e terzo Paese più popoloso (non contando il Regno Unito). Qualsiasi esecutivo dovesse nascere nei prossimi mesi sarà probabilmente chiamato a fare chiarezza sulla nostra linea in Europa, se prevarrà quella tradizionalmente europeista o se prenderà una piega euro-scettica

Nei prossimi mesi si vedrà quali proposte concrete metteranno in campo Francia e Germania, che sembrano avere chiaramente il pallino dell’iniziativa, se si tratterà di cooperazioni rafforzate (lo strumento principe per realizzare una Ue a diverse velocità) o di una revisione dei trattati (che, come detto, richiede l’unanimità). Si vedrà inoltre come reagiranno i due blocchi contrari a una maggiore integrazione – Visegrad e i “falchi” del rigore del Nord Europa -, se accettando una eventuale trattativa per raggiungere un compromesso oppure boicottandola. Il rischio è ovviamente che si vada verso una frattura non consensuale all’interno dell’Unione europea, il che aprirebbe degli spazi per le eventuali manovre di divide et impera delle superpotenze extra-europee (Russia, Cina e Usa soprattutto) e dell’uscente Regno Unito.

In questo scenario l’Italia dovrebbe giocare un ruolo importante, in quanto Paese membro fondatore dell’Unione europea, seconda economia industriale del continente e terzo Paese più popoloso (non contando il Regno Unito). Qualsiasi esecutivo dovesse nascere nei prossimi mesi sarà probabilmente chiamato a fare chiarezza sulla nostra linea in Europase, se prevarrà quella tradizionalmente europeista o se – per la prima volta in 60 anni – prenderà una piega euro-scettica. Se resteremo agganciati all’asse franco-tedesco o se, escludendo di andare a ruota dei Paesi “falchi” del rigore, ci sposteremo sulle posizioni dei Paesi sovranisti del centro-est Europa.

Roberto Pecchioli - Ci hanno e ci siamo fatto togliere anche i sogni svuotando le nostre anime dagli aneliti universali in cui l'uomo si è sempre riconosciuto

LA DITTATURA DEL PRESENTE

Maurizio Blondet 16 marzo 2018 
di Roberto PECCHIOLI

La nostra è un’epoca di falsa democrazia, astratte libertà e concrete dittature. Una di queste, la più sorprendente, è la supremazia dell’odiernità, una vera e propria dittatura del tempo presente. Il pensiero unico materialista conosce e idolatra esclusivamente ciò che appartiene all’oggi, ed è quindi moderno. In altre occasioni, abbiamo rilevato come il vocabolo modernità altro non significhi che “al modo odierno”. E’ un termine utilizzato da sempre con riferimento al presente, ma senza l’enfatizzazione, la carica positiva e idolatrica da cui è circondato da ormai mezzo secolo. La superiorità programmatica di oggi su ieri, postulata e sottintesa come evidente è infatti uno dei mille frutti avvelenati della stagione tossica che chiamiamo Sessantotto.

Da allora, tutto si ridusse all’attualità, all’attimo, trascinando ogni cultura, credenza, costume, storia davanti al tribunale grottesco dell’Eterno Presente. Strano tribunale davvero, privo di una giurisdizionale spaziale o territoriale, ma esclusivamente temporale con scadenza prestabilita alla fine del giorno corrente. L’indomani trascina inevitabilmente il presente nel passato, destituendolo d’importanza; un incantesimo che si scioglie allo scoccare della mezzanotte, come quello di Cenerentola. Una dittatura che rinasce continuamente al nuovo giorno, una Fenice che si rigenera dalle proprie ceneri: post fata resurgo, giacché è moderno ciò che vale oggi e il sole sorge ogni mattina. La vittima più evidente è il passato, gravato dal pregiudizio negativo, tacciato di oscurità e arretratezza, ma il presente, nonostante l’altro mito vigente, quello del progresso, distrugge anche il futuro.

Possiamo constatare ogni giorno il disinteresse per ogni grande progetto, per idee, azioni, realizzazioni che scavalchino il tempo. Vale per l’architettura e l’arte, ma anche per l’economia, teatro unico della rappresentazione moderna. Non solo non si costruisce nulla per i posteri – il Colosseo e la stessa Tour Eiffel non hanno i loro omologhi odierni, ma non si ragiona più a lungo termine. Le politiche non oltrepassano l’oggi, la finanza e il ceo capitalism lavorano per il profitto immediato degli azionisti. Per una schiacciante maggioranza il mondo di ieri e dell’altro ieri è un’imbarazzante infanzia dell’umanità, la memoria si impegna esclusivamente a breve termine.

Capita a chi ha superato la cinquantina di sentirsi chiedere come andassero le cose prima dell’avvento del telefono cellulare. La nostra risposta, invariabilmente, è che Omero, Michelangelo e Einstein diventarono comunque ciò che furono. Oggi non sarebbe neppure immaginabile la querelle des anciens et des modernes che impegnò i migliori ingegni tra il Sei e il Settecento per manifesta inferiorità degli antichi. L’unico futuro ammesso è quello ingabbiato, presentificato dalla previsione. Un tratto peculiare della modernità è la sua ansia di anticipare, prevedere, razionalizzare e neutralizzare il futuro attraverso il calcolo, le probabilità, la statistica e adesso i modelli matematici algoritmici. Dalla meteorologia alla demografia, alla produzione sino alla crescita, altro mito equivoco del presente, nulla sfugge agli schemi destinati a togliere all’avvenire la sua incertezza, detronizzarlo a favore dell’oggi, o ridurlo a una sorta di presente gonfiato, realtà aumentata o corda tesa all’infinito.

Incredibile è il destino toccato all’arte. Nelle grandi università anglosassoni, incubatrici di quanto è avvenuto nell’ultimo mezzo secolo, si è arrivati a imprimere bollini rossi sulle opere di Shakespeare, colpevoli, secondo il criterio del politicamente corretto, alternativamente di sessismo, razzismo e di non sappiamo che altro. Il tribunale supremo ha pronunciato la sua sentenza, pure Dante è sospetto, la stessa Bibbia rischia grosso. Nel futuro prossimo, i melomani dovranno rassegnarsi ad un Rigoletto censurato di almeno due arie, Cortigiani vil razza dannata (discriminazione e uso di parola proibita, razza) e La donna è mobile, poiché, “qual piuma al vento, muta d’accento e di pensier” è sessismo misogino della peggiore specie!

L’unica consolazione è la natura cangiante del tribunale del presente, domani potrebbe a sua volta mutare d’accento e di pensiero. Preoccupa il moralismo d’accatto che destituisce di valore ogni cosa in nome del criterio di attualità, senza neppure domandarsi se i suoi giudizi non verranno revocati in dubbio o derisi dalla giuria successiva. Oggi vigono i totem della tolleranza, dell’identico, dell’Unico. Domani, chissà. Ma l’imperativo categorico, svuotato della moralità di Kant, è quello di un vorace Carpe Diem nel nome di una giovinezza mitizzata – il Rinascimento di Lorenzo il Magnifico, quant’è bella giovinezza, senza più il dubbio (del doman non v’è certezza) – giacché il futuro è screditato quasi quanto il passato, nonostante il mito del progresso.

Domina l’idea di consumo: bruciare in fretta le esperienze, enfatizzare le emozioni, regine dell’Homo Consumens. Nel linguaggio dell’automobilismo sportivo, una vita in formula Indianapolis, giri infiniti alla massima velocità in un circuito simile alla gabbia del criceto.

Ovviamente, perdono importanza tutte le discipline non centrate sul presente, a partire dalla storia, ma anche la geografia, la metafisica, la stessa politica se tenta di interpretare ed indirizzare il mondo secondo idee e progetti. Va forte la sociologia, per la sua natura previsionale, e il sapere scientifico, le scienze della natura di Dilthey per il loro carattere cumulabile. Siamo diventati giganti per il passato lavoro di nani. Si diffonde l’idea che l’uomo sia una tabula rasa da riempire a piacere. L’unico criterio diventa l’attualità, alterata dalle lenti deformate dei valori correnti, tra cui eccelle la rimozione, che nega indirettamente il futuro. Comprendere l’oggi per viverci da protagonisti, da vincenti, diventa quindi basilare.

Tutta la conoscenza deve essere condensata in un sapere-Bignami, sempre più rapido, superficiale e strumentale al fare che ha sostituito l’agire. Di qui la diffusa ignoranza di massa, alimentata da uno specialismo sempre più angusto, la conoscenza settoriale con il paraocchi che fece scrivere a George Bernard Shaw che specialista è colui che sa sempre di più su sempre di meno, fino a sapere tutto di niente. La dittatura del presente è insieme arrogante, giacché giudica con il criterio dell’oggi in nome di “ciò che serve” ed ignorante in quanto scarta per principio quanto non si accorda con se stessa. In questo senso è infantile, non vuole crescere, Peter Pan è il suo eroe eponimo, irresponsabile come ogni bambino. Dell’infanzia ha anche il senso di onnipotenza e l’egocentrismo.

L’idolatria del nuovo ricorda il rapido disinteresse del bimbo per il giocattolo con cui si trastullava fino a un attimo prima dell’arrivo di un nuovo balocco. Nuovo è sinonimo di migliore esattamente come oggi è superiore a ieri. Il punto è che il sistema basato sul consumo, autore e beneficiario della rivoluzione presentista, ha necessità di nascondere ciò che è più ovvio nello schema lineare, cioè che domani sarà migliore di oggi. Ci si deve fermare sulla soglia, per non intralciare un cammino che, inevitabilmente, trasformerà in rifiuto ciò che non corrisponde al presente.

Sono curiosi l’entusiasmo e l’attesa spasmodica che circonda la messa sul mercato di nuovi apparati tecnologici dotati di una funzionalità in più rispetto al modello precedente, le code chilometriche, la gioia estenuata di chi ha conquistato a caro prezzo e con fatica fisica l’oggetto del desiderio. Stranamente, pochissimi si chiedono come mai avessero atteso con altrettanto fremito il modello precedente, così obsoleto, poco efficace, giudicato ora addirittura brutto. Ma nella dittatura del presente una delle leggi fondamentali è che ci piace esclusivamente ciò che ci viene fatto piacere (oggi).

Un altro elemento dell’odiernità è la sua natura totalitaria in senso giuridico. Abolito o fortemente affievolito il concetto di giusto, ci resta ciò che è legale. In base al criterio dominante del momento, lo spirito dei tempi, vale quello che la legge vigente impone o permette. Chi si oppone è fuori dal tempo, una condizione pericolosa, giacché il conformismo filisteo è un altro elemento della dittatura. Il presente è un signore ricco di pretese, esige una vita tutta di corsa, detesta il silenzio. I suoi sudditi hanno orrore del vuoto (horror vacui), devono sempre fare qualcosa per riempire il tempo (si dice ingannare il tempo, ma è il contrario), avendo tutto sotto controllo, prevedendo, anzi, come si dice adesso, gestendo le situazioni. Horror fati, terrore del destino, dell’imprevedibile, di ciò che esula dal quotidiano e eccede i modelli statistici.

Tutto deve fluire, nulla può rimanere stabile. Eraclito, il filosofo greco del Panta Rei, tutto scorre, è il vero ideologo della dittatura del passo di corsa. Ci si identifica con l’acqua che scorre e non è mai la stessa. L’uomo dell’eterno presente accetta di essere una goccia, evitando accuratamente di porsi le domande di senso. Dove andrà quella goccia e da dove viene per lui sono domande oziose. Si diventa molecole di un anello in una catena senza neppure più la dignità di sentirsi alienati. Gli unici quesiti ammessi sono quelli a cui la razionalità scientifica può fornire una risposta in termini di validità, che è categoria distinta dalla verità. Conta ciò che funziona. Il suddito del presente è arretrato rispetto all’Esserci di Heidegger. Si contenta di un presenzialismo in cui è il fondale della rappresentazione, una figurina che appare per un attimo nel boccascena e poi scompare.

Essenziale è avere e fare tutto e subito. Dioniso sconfigge Apollo, l’ordine e la forma, in un crescendo che ricorda un’opera poetica di fine Seicento, il Bacco in Toscana di Francesco Redi “Si ravvolge e si consuma, e quaggiù Tempo si chiama; e bevendo e ribevendo iI pensier mandiamo in bando”. Si volgarizza l’antica massima, riempi il bicchier che è vuoto, vuota il bicchier che è pieno. Chi si ferma è perduto, chi corre entrerà nell’inquadratura, nel frame, godrà del gioioso attimo presente, afferrato in movimento come la fune di una seggiovia. Ma è una corsa disperata per sfuggire al Nulla che incombe.

Gli anglosassoni considerano Ludwig Wittgenstein, logico, ingegnere di formazione, il maggiore filosofo del Novecento. Il pensatore viennese fornì una straordinaria copertura al discredito del pensiero non scientifico. Nessuna speculazione è permessa dal suo sistema: è la fine non solo della metafisica, ma dell’homo viator, il viandante dell’esistenza in cerca di verità, più avido di domande che di risposte. La sua opera capitale si intitolò significativamente Tractatus Logico Philosophicus. Il brano più celebre è il seguente: “il metodo corretto della filosofia sarebbe propriamente questo: nulla dire se non ciò che può dirsi. Dunque proposizioni della scienza naturale, dunque qualcosa che con la filosofia non ha niente a che fare; e poi, ogni volta che altri voglia dire qualcosa di metafisico, mostrargli che a certi segni nelle sue proposizioni egli non ha dato significato alcuno. Questo metodo sarebbe (…) l’unico rigorosamente corretto. Ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.”

Ovvero, tacere sull’essenziale, invisibile agli occhi, poiché nessuna domanda di significato può essere soddisfatta. Un grande riduzionismo, un elegante paraocchi per un’umanità votata all’immediato, al misurabile, in corsa su binario unico: obbligatorio attenersi a ciò che può essere trattato con gli strumenti della ragione calcolante. Il prezzo è la riduzione dell’uomo a scimmia di Dio, che vive il presente come eternità surrogata. Ma il presente deve essere necessariamente riempito, ingrandito, colmato affinché siano elusi i grandi temi, in un tempo lineare, una sequenza di puntini, espellendo il senso ciclico, imitazione dell’eterno, il tempo dei contadini di Jacques Le Goff incompatibile con la fretta, la velocità, la compressione ansiosa che ci avvolge.

Il tempo ciclico evoca il ritorno, (dopo un raccolto ne viene un altro), ma anche il differimento, la capacità di attendere, lo sforzo, il rispetto del ritmo della natura. Non è adatto a noi, forzati a vivere e sperimentare tutto, subito, detestando la fatica, la gradualità, la via impervia. E’ d’obbligo mordere la vita in ogni momento, senza lasciar cadere una goccia del frutto. Lontana è l’epoca di Ruzante “per ogni gaudenza, ci vuole sofferenza”. Basta la carta di credito e una connessione veloce.

La vita rapida e compressa assomiglia al gesto di chi sul computer, “zippa” i files per occupare meno spazio nella memoria. Il presente zippato (l’icona è un torchio che schiaccia) impone la fretta, la concisione, la rinuncia sistematica alla profondità. Al tempo degli apparati elettronici, perfino i gestori dei siti di approfondimento raccomandano: scrivi poco, la gente ha fretta, non legge più di una cartella. In televisione, anche gli ospiti di rilievo vengono interrotti se sforano i tempi, con quella parola, tassativo, che annuncia la pubblicità sovrana. Pubblicità, la fabbrica del desiderio e del presente che abbatte le frontiere del passato, ci invita ad affrettarci nel consumo, soddisfare la nuova smania indotta dal messaggio.

Anche nel consumo occorre fare presto. Il nuovo sta per invecchiare e non si può rinviare. Eppure, la caratteristica dell’uomo è essere l’unica creatura capace di differire, procrastinare, tenere sotto controllo l’istinto. La dittatura del presente non vuole, dobbiamo regredire allo stadio infantile, i desideri e le pulsioni vengono spinte a manifestarsi senza limite, accelerate e consumate al di fuori di ogni giudizio morale. A differenza dell’animale, l’uomo non è mai davvero sazio, ma per volontà del Creatore non può rinunciare ad attribuire alle sue azioni significato, senso, direzione.

Il fondatore dell’antropologia filosofica, Arnold Gehlen definì l’uomo l’essere pressoché privo di istinti, ma in possesso di una straordinaria qualità che lo rende unico, l’esonero, ossia la capacità di conoscere e riconoscere, esentandosi dall’immediato. L’uomo, esperendo il mondo, lo concentra in simboli, fino ad acquistare visione panoramica e capacità di disporre. In tale processo conquista il controllo su una molteplicità di azioni, esonerandosi dall’istintualità materiale. Il mondo è per lui un campo di sorprese infinite, un ordito dove passato, presente e futuro si integrano organicamente. L’interiorità umana è aperta al mondo. Ciò significa investita di esperienze, impressioni, intuizioni, ciascuna delle quali fa crescere una tensione, un’aspirazione verso l’alto. Per un altro verso significa che la vita delle pulsioni e dei bisogni umani racchiude valori lontani, immagini del passato, un tendere verso ciò che è assente, anelare a situazioni e circostanze future.

La riduzione dell’uomo al suo presente è una delle modalità attraverso cui lo si abbassa a schiavo dell’effimero, non più creatura chiamata all’eterno, ma grumo di materia destinato a esaurire se stesso nel gesto compulsivo di fare senza agire, esistere senza essere, guardare senza vedere. Un animale senza storia, senz’anima, estraneo a Dio, straniero anche a se stesso.

Ma Francesco abbraccia lo spirito del Globalismo Finanziario e non sta dalla parte degli ultimi

[L’analisi] Ecco perché in Vaticano è scattata la resistenza contro Papa Francesco

Una conferma autorevole viene dalla rivista dei gesuiti. La Civiltà Cattolica nel bilancio dei 5 anni di pontificato, insieme al cammino di rinnovamento finora attuato, sottolinea le resistenze a Francesco con il ricorso perfino a fake news. Ma le resistenze a Francesco sono resistenze al concilio Vaticano II

Papa Francesco

16 marzo 2017

“Resistenze. Francesco, come tutti i papi, ha generato resistenze fuori e dentro la Chiesa. Perché? “Se lo chiede la più importante rivista del mondo dei gesuiti, La Civiltà Cattolica, tracciando in un editoriale un bilancio dei primi 5 anni di pontificato. Si tratta di un bilancio a lungo ponderato dal gruppo di scrittori gesuiti del quindicinale e dunque se parla di resistenze vuol dire che si tratta di realtà e non solo invenzioni giornalistiche.

I motivi

Ma quali sono i motivi più importanti all’origine di tali resistenze, nonostante sia chiaro che “la radice profonda di questo pontificato è la fede che Dio sia attivo e all’opera nel mondo”? Alcuni credono che Dio si sia ritirato, che ormai il mondo sia preda del male e che la Chiesa stessa debba ritirarsi dal mondo e dalla sua polvere, per mantenersi pura e splendida”. Un motivo ideologico dunque come ideologico è anche la convinzione di altri che “il cattolicesimo dovrebbe essere custodito da una minoranza di puri che ne preservino la dottrina in uno scrigno e che non si contaminino nel mondo, nella storia, nella realtà” Tutti costoro temono che Francesco metta a rischio la stessa Chiesa perché non vede ostilità tra piazza e Chiesa “per far entrare la gente, sì, ma soprattutto per far uscire Cristo senza chiuderlo dentro a chiave. All’idea di un cristianesimo fatto di gruppetti di puri si contrappone la visione di Cristo che vuole uscire dal Tempio per la sua missione”.

Resistenze al Concilio

Per Francesco, infatti “il Vangelo è il talento da spendere e da far fruttificare. La Chiesa deve scendere per strada, sporcarsi e magari ferirsi. Le resistenze attaccano e contrastano questa visione della Chiesa, intesa anche come «fiaccola» che cammina e va dappertutto. Esse la vorrebbero solamente come un «faro» che sta fermo lì dov’è, nella sua staticità: attira e consola, ma non accompagna. Le resistenze a Francesco sono le resistenze al Concilio”.

Resistenze non nuove che sono iniziate in modo virulento da quando san Giovanni XXIII annunciò l’intenzione di riunire un concilio per aggiornare la Chiesa e il suo modo di stare nel tempo presente. Contrasto che proseguì in resistenza organizzata, sebbene minoritaria, durante i quattro anni del concilio ed esplosa negli anni successivi fino allo scisma del vescovo Lefebvre. Questa resistenza non ha vinto certo, ma ha condizionato molto l’opera di aggiornamento, ritardandola e riducendola. Ma ora c’è qualcosa di nuovo nella resistenza a Francesco. Mentre fino a oggi l’opposizione era in buona sostanza «grammaticalmente» corretta, cioè “capace di criticare azioni del pontefice in carica salvaguardandone però la figura e il ministero, adesso invece essa spesso appare del tutto «sgrammaticata», cioè non in grado di parlare il linguaggio ecclesiale, e persino divisiva su questioni decisive quali l’autorità ecclesiastica o la liturgia. Ciò ha coinvolto persino alti prelati e ha comportato l’intervento della Sala Stampa della Santa Sede per correggere interpretazioni errate”.

L'intervento del Pontefice

In un caso grave è dovuto intervenire lo stesso Pontefice”. A ciò si aggiunge anche “l’uso di fake news diffuse da una fitta rete di blog e social media che pure si dichiarano «cattolici». In sostanza nel giudizio sul papato di Bergoglio si riflette una lotta tra bene e male che non deve far meraviglia, conclude la rivista dei gesuiti, perché è espressione di quella lotta più generale tra Dio e il diavolo che attraversa l’intera storia umana. In questo senso rimane il fatto che anche il pontificato di Francesco è “intimamente e profondamente drammatico”. Ma si ha anche la certezza che il papa gesuita rimane un lottatore che resterà fedele nel campo di Dio.

Esiste anche la massoneria femminile, da tempo immemorabile

Donne in massoneria, una loggia anche a Palermo
«Giusto mantenere le tradizioni, diverse le priorità»

ANDREA TURCO, SILVIA BUFFA 15 MARZO 2018

CRONACA – L'Ordine della Stella d'Oriente è esclusivamente femminile e si riunisce due volte al mese nella sede di piazzetta Speciale. Ma non hanno potere decisionale. «Sono attive nel campo della solidarietà, la nostra comunione è di obbedienza esclusivamente maschile» spiega il gran venerabile maestro Stefano Bisi

«L'Ordine della Stelle d'Oriente non fa parte del Grande Oriente d'Italia. È un'associazione paramassonica di cui fanno parte le donne che sono mogli, figlie di fratelli del GOI. Sono attive, particolarmente nel campo della solidarietà, e svolgono i loro lavori rituali». All'Hotel delle Palme il gran venerabile maestro Stefano Bisi, arrivato a Palermo mercoledì scorso per presentare il suo libro Massofobia, l'antimafia dell'inquisizione, chiude con gentile fermezza le porte alle donne in massoneria. Non solo non hanno alcun potere decisionale, ma addirittura non sono neanche pienamente inserite tra compassi, candelabri e altri simboli esoterici, nella sede ufficiale di piazzetta Speciale (nel cuore di Ballarò). 

«La nostra comunione è una comunione di obbedienza esclusivamente maschile» ribadisce Bisi. Tutto ciò però non risulta maschilista? «No, non è una scelta maschilista - risponde ancora il venerabile maestro -. Viene da una storia. Noi ci consideriamo gli eredi dei costruttori delle cattedrali medioevali, e questi erano solo uomini. Inoltre ci sono con noi, nell'azione di collaborazione e di riconoscimento, 200 logge massoniche nel mondo che hanno soltanto una presenza maschile. Poi ci sono comunioni massoniche esclusivamente femminili, altre miste, il nostro percorso come GOI invece è questo».

L'Ordine della Stella D'Oriente viene fondato a Napoli nel 1965 e, come ammettono sul proprio sito le stesse aderenti, «trovò grande resistenza» tra gli stessi massoni. Un modello che era già stato sperimentato con successo negli Stati Uniti ma che in Italia ebbe difficoltà «affinché un'associazione femminile potesse istituirsi». Si tratta di uno dei capitoli italiani più noti, fondato originariamente negli Stati Uniti nel 1876, e «che lavora in maniera parallela al Grande Oriente d’Italia».

A parlare è Rosy Guastafierro, referente nazionale dell’Ordine che, gerarchicamente al di sopra delle referenti palermitane che si riuniscono due volte al mese nella sede di piazzetta Speciale, ha raccontato a MeridioNews il poco conosciuto intreccio fra donne e massoneria. Se per accedere al GOI, o almeno avere qualche speranza di avvicinarvisi, occorre necessariamente una conoscenza personale che faccia da garante, in questo caso le restrizioni sono anche più stringenti.

Sono ammesse all’Ordine infatti solo donne legate da vincoli di parentela a maestri massoni. E nemmeno a maestri qualsiasi, in realtà. Per entrare in quest’ordine inizaitico in particolare la parentela deve essere con qualcuno del GOI stesso. «Parliamo già di un livello più alto», spiega Guastafierro. Ma perché solo le imparentate? «Può sembrare un minus ma non lo è - torna a dire la donna -. Diciamo che nel momento in cui si è a contatto con i fratelli, si consegue comunque un livello sapienziale superiore, per cui non si entra totalmente a digiuno, non è un percorso dal primo ingresso, ma è un percorso che ha già avuto una sua base. Un po' come le sacerdotesse, che non prendevano parte al sancta sanctorum, ma comunque erano lì che assimilavano tutto ciò che veniva fatto e così c'era un loro accrescimento».

Un arricchimento, insomma, che avviene quasi per osmosi, per contatto diretto con chi, prima di loro, è stato degno non solo di essere ammesso all’interno del GOI, ma di progredire sino a ruoli, per così dire, di vera e propria venerabilità. «Non abbiamo bisogno, per questo motivo, del tipo di controlli che richiedono i massoni, proprio perché chi è che garantisce la moralità o comunque la non appartenenza a situazioni deviate da parte nostra è proprio il maestro massone che, dal canto suo, lui stesso per essere all'interno deve in ogni caso avere il casellario giudiziario e la fedina penale in ordine».

La massoneria, tirando le somme, è quindi una «corrente iniziatica adogmatica» maschile o maschilista? «Che la massoneria mantenga le tradizioni è giusto. È giusto che sia così - dice sicura Guastafierro -. Noi abbiamo due strade che a un certo punto si intrecciano per lavorare insieme, donne e uomini, ma sono delle strade ben precise. Le prerogative sono diverse ed è giusto che sia così, perché comunque il volersi sovrapporre senza mantenere le giuste differenze alla fine genera solo confusione».

Sahel - è guerra vera, tenuta nascosta agli statunitensi dai militari

Il Pentagono rivela un altro episodio
della sua oscura guerra in Sahel

MAR 16, 2018 

La guerra oscura delle forze americane in Sahel si arricchisce di un altro episodio. Secondo quanto riferito soltanto ieri dal Pentagono, le truppe statunitensi, insieme a quelle del Niger, hanno ucciso 11 militanti di un gruppo affiliato a Boko Haram in uno scontro a fuoco a dicembre. Finora l’episodio era stato mantenuto segreto.

Lo scontro a fuoco con il gruppo islamista è avvenuto due mesi dopo la morte di quattro soldati americani e quattro militari locali, sempre in Niger. Morti che il Pentagono all’inizio non ha voluto rendere pubblici, alimentando tutta una serie di domande da parte dell’opinione pubblica sulla reale entità della missione. Lo scontro di dicembre, dove altri soldati Usa avrebbero potuto cadere sotto il fuoco islamista, potrebbe portare ulteriori domande. Qual è la reale entità di questa missione in Africa occidentale, in quel Sahel dove si stanno concentrando molti eserciti occidentali.

“Durante una missione nella regione del lago Ciad, la mattina del 6 dicembre, una forza combinata di membri militari nigeriani e statunitensi è stata attaccata da una formazione di estremisti violenti”, ha detto in una dichiarazione il Comando Africa degli Stati Uniti (Africom), come riportato dall’agenzia Reuters.

“Abbiamo calcolato 11 nemici uccisi in azione, tra cui due suicidi con giubbotti esplosivi e un deposito di armi distrutto durante questa missione”, si legge aggiungendo che “nessuna forza americana o nigerina è stata uccisa o ferita durante l’attacco”.

Una fonte militare ha detto che la decisione di rilasciare la dichiarazione è stata presa dopo che il New York Times aveva appreso dell’incidente in un rapporto non classificato che la Casa Bianca ha presentato al Congresso questa settimana. Ma le perplessità dell’opinione pubblica americana su questa guerra continuano a essere molte. Anche troppe.

La morte dei quattro berretti verdi in un’imboscata in Niger in ottobre aveva già portato l’attenzione internazionale e nazionale riguardo alla missione degli Stati Uniti per combattere i militanti islamici nel Sahel. La maggior parte delle persone neanche sapeva della presenza Usa in Africa occidentale. O quantomeno, si sapeva di una guerra ma non che le forze statunitensi fossero sul campo. E questo cambia molto la percezione dell’elettorato. Un conto è sapere che il lavoro lo fanno dei droni, un conto è sapere che lo svolgono degli uomini in divisa sul terreno.

Un ramo regionale dello Stato islamico rivendicò la responsabilità di quell’attacco soltanto mesi dopo. Circostanze che hanno condotto a ulteriori sospetti. In quell’area, nel Niger sud-orientale, attorno al lago Ciad, i militanti di Boko Haram sono stati particolarmente attivi. Ed esistono diverse fazioni non tutte direttamente ricollegabili allo Stato islamico. 

Dopo la morte dei berretti verdi, il Pentagono dichiarò fermamente che l’operazione non fosse una missione di uccisione o di cattura di miliziani, ma i funzionari nigerini insistettero sul fatto che lo fosse. Di certo, quello che si è capito nelle ultime settimane, è che quelle morti giunsero a causa di una serie di errori e di rapporti contraddittori fra i reparti d’intelligence della stessa forza Usa.

Anticipando domande simili sulla missione di dicembre, Africom ha detto: “non c’era alcun aspetto di questa missione che fosse focalizzato sul perseguimento dei militanti nemici”, aggiungendo: “lo scopo di questa missione era di stabilire le condizioni per le future operazioni a guida dei partner contro le organizzazioni estremiste violente” .