Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 31 marzo 2018

Mette paura sostenere uno Stato forte che riacquista la sua Sovranità Nazionale, Politica, Monetaria e ... Territoriale

Dal no euro Fusaro a Ovadia Chi bussa alla "Leopolda M5s"

Riconfermato De Masi, teorico del «lavorare gratis»
Paolo Bracalini - Sab, 31/03/2018 - 09:50

Ritorna il convegno commemorativo della famiglia Casaleggio, la cosiddetta Leopolda M5s a Ivrea, stavolta paragonabile a quella renziana del 2014, cioè all'apice del successo politico e con la fila di gente smaniosa di accreditarsi col partito vincente.



In una delle sue solite interviste blindate, Davide Casaleggio spiega con il suo tipico linguaggio che però è sbagliato considerare il suo «SUM#02» (sabato prossimo) il corrispettivo grillino degli happening renziani, perché «è un evento apartitico e apolitico che riunisce relatori di prestigio e provenienti dai più diversi ambiti, lo scopo è offrire spunti di dibattito e idee per capire il futuro».

Su quali argomenti? Il guru junior resta sul generico: «Si parlerà del futuro della tecnologia, dell'energia, della filosofia, della democrazia, ma anche del futuro della parola e in generale dell'uomo». Più preciso invece il panel degli ospiti, che fa capire come si muove il Movimento e quali voci reputa degne di credito. Riconfermata la presenza, come l'anno scorso, del sociologo napoletano Domenico De Masi, approdato al M5s dopo una lunga serie di poltrone nell'orbita dei Ds-Pd campani, ora teorico del «lavorare gratis lavorare tutti» come soluzione alla disoccupazione (l'altra è retribuire chi non lavora, col reddito di cittadinanza promesso da Di Maio). Poi riconfermata anche la psicologa Maria Rita Parsi, mentre tra le novità c'è il filosofo sovranista anti-euro e anti-libero mercato Diego Fusaro, già frequente ospite dei talk show di Gianluigi Paragone (ora eletto deputato coi M5s). Si segnala tra le new entry anche l'attore Moni Ovadia. Già membro della costituente del Pd ma spesso schierato con la sinistra radicale, nel 2013 dichiarò di aver votato per la lista di Antonio Ingoia, mentre alle europee 2014 si è candidato per L'Altra Europa per Tsipras (eletto, ha rinunciato al seggio a favore del giornalista Curzio Maltese).

In area scientifica hanno accolto l'invito di Casaleggio Roberto Cingolani, direttore scientifico dell'Istituto Italiano di Tecnologia di Genova e Gianmauro Calafiore imprenditore nel campo dell'intelligenza artificiale. Poi Chiara Rostagno direttore del Museo del Cenacolo Vinciano. Poi tra i giornalisti (candidati ed eletti col M5s, il già citato Paragone e poi Emilio Carelli), quelli scelti per moderare il convegno, Luisella Costamagna e Veronica Gentili, Luca De Biase del Sole24Ore oltre a Gianluigi Nuzzi a cui è affidato il coordinamento editoriale.

Veronica Sansonetti non sa che la democrazia incoraggia il dissenso, il pensare altrimenti, solo in questo modo può evolversi

Israele è uno Stato criminale. Lo dice il filosofo invitato con tutti gli onori da Casaleggio

Veronica Sansonetti PALAZZI



Si chiama Diego Fusaro ed è con Moni Ovadia uno degli ospiti d’onore della seconda edizione di Sum. Il pensatore antagonista non solo è fortemente antieuropeo ma indica l’atlantismo come un nemico, e su Israele...

“Con i palestinesi senza se e senza ma. Contro Israele, Stato criminale al servizio degli Usa”. Questa frase sembra tratto dal vocabolario consumato degli anni ‘70. Parole d’ordine che hanno già prodotto tante ferite nella storia nel nostro Paese. Eppure si tratta di un tweet scritto solo pochi giorni fa da un giovane filosofo che spiega così la sua identità culturale: “Il nemico è il liberismo sul piano economico, l’atlantismo sul piano geopolitico, il nichilismo relativistico sul piano metafisico, il libertarismo edonistico sul piano dei costumi”. Scusate se è poco.

Questo campione del pensiero antagonista si chiama Diego Fusaro, astro nascente del salotto televisivo nel quale mostra tutta la sua verve combattiva (rivoluzionaria?). Il “filosofo” è uno degli ospiti d’onore dell’evento annuale organizzato da Davide Casaleggio per celebrare la figura del padre, Gianroberto. Si tratta di un evento culturale non legato formalmente al Movimento 5 Stelle ma solo una massiccia dose di ipocrisia può nascondere il rapporto ontologicamente intrecciato fra l’appuntamento di Ivrea e la formazione guidata da Luigi Di Maio.

Il pluralismo delle idee è una virtù e tanto più lo è quando le idee sono distanti dalle proprie. Avendo questa seconda edizione di Sum già prevista la figura di Moni Ovadia che è fortemente critico dello Stato di Israele (considerato “occupante”), Casaleggio è davvero certo che sia Fusaro l’interlocutore più opportuno per discutere del futuro della filosofia? Già Fioramonti, candidato ministro del Movimento, aveva dovuto precisare alcune sue frasi considerate antisemite e come non bastasse è ferma la memoria di un Beppe Grillo certamente molto affezionato all’Iran (paese straordinario ma anche titolare di una linea politica che non manca di segnalare il desiderio di annientamento di Israele).

Insomma, a dispetto degli sforzi compiuti da Di Maio per accreditarsi presso la Comunità ebraica italiana, l’evento dedicato a Gianroberto Casaleggio rischia di trasformarsi nella passerella di un pensatore che non solo disprezza l’Europa (con toni non certo moderati) ma considera anche Israele uno Stato criminale e l’atlantismo un nemico. È questo l’obiettivo?

http://formiche.net/2018/03/israele-stati-criminale-fusaro-casaleggio/

Pomezia - ormai è chiaro la mafia ricatta la città

Pomezia, ennesimo incendio sul territorio: i cittadini chiedono la bonifica immediata

- 31 marzo 2018 - 08:33


Ancora un incendio nell’area pometina, questa volta si è sviluppato nel primo pomeriggio di ieri a Pavona, nel Comune di Albano.

Ad andare a fuoco è stato un capannone dell’azienda di ferramenta GB Trade Srl in via Ragusa, ma la colonna di fumo di intenso colore nero è nettamente visibile dalle abitazioni di Santa Palomba, nel Comune di Pomezia.

L’ultimo incendio si è sviluppato il 4 marzo scorso all’interno dell’impianto Irpp Pomezia Pneumatici di via Trieste, nella zona industriale, ed il fumo tossico emanato dai pneumatici in fiamme si è diffuso su un territorio estremamente vasto.

Anche ieri sono stati immediati gli interventi dei Vigili del Fuoco e delle forze dell’Ordine. Ora però, ricordando gli effetti del devastante incendio che ha interessato lo stabilimento Eco X di Pomezia e la lentezza dello smaltimento delle 8.413
tonnellate di rifiuti andati a fuoco e della bonifica dello stabilimento, i cittadini chiedono di procedere alla dovuta bonifica del territorio interessato con la massima celerità, senza incorrere nelle solite discussioni burocratiche su competenze fra Comune e Regione”. Chiedono, inoltre, di accertare le cause dell’evento che risulta l’ennesimo in un’area ristretta.

“Anche per questo evento, senza alcun allarmismo, ma con
determinazione chiediamo di comunicare con la massima trasparenza il grado di inquinamento prodotto dall’incendio, le zone interessate, e procedere con interventi immediati e risolutivi, al fine di garantire la salute dei cittadini, dell’ambiente e delle attività economiche della zona”.

E’ quanto dichiarano in una nota Piergiorgio Benvenuti e Fabio
Ficosecco, rispettivamente Presidente Nazionale e Responsabile Romano del Movimento Ecologista – ECOITALIASOLIDALE.

Gibuti un posto speciale che tutti vogliono e hanno


Le legislative in Gibuti riconfermano il partito di Guelleh

Salvatore Loddo 26 marzo 2018 

In 3 sorsi – Il risultato delle ultime elezioni legislative impone di interrogarsi sulla lunga permanenza al potere delle forze politiche guidate dal presidente Guelleh

1. PLEBISCITI ELETTORALI E BOICOTTAGGI DELL’OPPOSIZIONE

Il risultato delle elezioni legislative tenutesi a Gibuti lo scorso 23 febbraio è inequivocabile e prevedibile. La coalizione Union pour la Majorité Présidentielle (UMP) guidata dal Presidente in carica Guelleh ha conquistato 57 seggi dei 65 totali, 7 dei restanti sono andati alla formazione UDJ-PDD e un seggio al Centre Démocrate Unifié Djiboutien (CDU). Quest’esito ripete quello delle legislative del 2003, delle presidenziali del 2005, delle presidenziali del 2011, delle legislative del 2013 e delle elezioni presidenziali del 2016. Anche in quest’ultima tornata elettorale, così come nelle elezioni presidenziali del 2005, in quelle regionali del 2006, in parte nelle presidenziali del 2016 e nelle comunali del 2017, le forze di opposizione raccolte nell’Union pour le Salut National (USN) non vi hanno preso parte. Le ragioni di quest’ultimo boicottaggio, elencate nel corso della conferenza stampa della formazione d’opposizione Mouvement pour le Développement et la liberté (MoDeL) tenutasi il 1 gennaio 2018, sono il rifiuto del governo di istituire una commissione elettorale nazionale indipendente (CENI) congiunta e permanente, di stabilire uno statuto dell’opposizione redatto congiuntamente da governo e opposizione e il bavaglio imposto alla stampa indipendente, libera e critica. Questa situazione è dovuta alla mancata implementazione dell’accordo firmato il 30 dicembre 2014 da UMP e USN, faticosamente raggiunto a seguito della profonda crisi post-elettorale successiva alle elezioni legislative del febbraio del 2013, che videro dopo 10 anni di boicottaggi, la partecipazione del fronte USN con un significativo consenso popolare.

2. UNA FALSA REPUBBLICA MULTIPARTICA

Ottenuta l’indipendenza dalla Francia nel 1977, sebbene dal 1992 sia avvenuto formalmente il passaggio da un sistema politico monopartitico dominato dal RPP a quello multipartitico, di fatto in Gibuti vige una repubblica presidenziale unitaria con un partito dominante. Lungo la breve storia repubblicana del Paese la scena politica è stata appannaggio del clan Issa, di origine somala, etnia demograficamente più consistente rispetto a quella rivale degli Afar. Ad Hasan Gouled Aptidon, fondatore del RPP e Presidente della Repubblica dal 1979 al 1999, è subentrato il nipote Ismaïl Omar Guelleh, oggi ancora stabilmente in sella al potere. L’attuale primo ministro Abdoulkader Kamil Mohamed è un membro di lunga data del RPP, così come i suoi due predecessori Dileita Mohamed Dileita e Barkat Gourad Hamadou. L’ininterrotta predominanza del partito di Guelleh, inscritta dal 2003 nella coalizione politica di maggioranza UMP, pone un serio problema di alternanza democratica nel Paese. Il dominio incontrastato di Guelleh è stato sancito dalla riforma della Costituzione nel 2010, che non pone limiti al diritto di rielezione presidenziale. In vista delle elezioni presidenziali dell’aprile 2016, sfruttando il clamore degli attacchi terroristici di Parigi del 13 novembre 2015, il 24 novembre dello stesso anno il Consiglio dei Ministri ha adottato un decreto anti-terrorismo che ha sancito il divieto di assemblea nei luoghi pubblici. In tale contesto emergenziale è avvenuto il 21 dicembre 2015 il massacro di civili nel corso di una cerimonia religiosa ad opera delle forze armate e di polizia. La rinuncia a un dialogo costruttivo con l’opposizione sulla base dell’accordo stipulato il 30 dicembre 2014 ha inasprito una tendenza di lungo corso delle autorità djiboutiane a molestare con accuse, procedimenti giudiziari e detenzioni arbitrarie rappresentanti delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani ed esponenti di primo piano dell’opposizione politica come Omar Ali Ewado e Ali Zakaria Abdillahi, membri della Ligue Djiboutienne des Droits Humains (LDDH), Daher Ahmed Farah, Presidente del principale partito d’opposizione Mouvement pour le Renouveau Démocratique et le Développement (MRD) e dell’uomo d’affari Abourahman Boreh.

3. POSIZIONE E RUOLO STRATEGICO Di GIBUTI 

Nonostante le denuncie di abusi e violazioni dei diritti umani e le raccomandazioni formalizzate dagli Stati Uniti e dall’Unione europea in report e risoluzioni ufficiali, la presa sul potere di Guelleh non è stata messa seriamente in discussione alla luce del ruolo strategico del Paese sul piano commerciale, militare e della lotta al terrorismo nella regione del Corno d’Africa. Stati Uniti, Francia, Giappone, Italia e, in modo sempre più preminente la Cina, hanno stabilito basi militari a difesa dei loro interessi strategici regionali. Gli introiti derivanti dalla concessione di queste aree e gli ingenti investimenti stranieri legati allo sviluppo delle attività commerciali nello Stretto di Bab al-Mandab, porta d’accesso meridionale al Mar Rosso, sono i pilastri dell’economia del Djibouti. L’importanza di Gibuti nella lotta contro al-Shabaab, il contributo logistico e di truppe garantito alla missione di stabilizzazione AMISOM in Somalia e il ruolo di garante del flusso sicuro di beni e aiuti umanitari verso il Mar Rosso sono stati ribaditi dall’ex Segretario di Stato USA Tillerson durante la visita in Gibuti dello scorso 9 marzo. Prevedibilmente la Cina farà da ago della bilancia della politica interna di Gibuti in ragione del maxi prestito contratto con China Exim Bank e per via dell’apertura della gigantesca base militare cinese costruita a supporto del passaggio degli aiuti umanitari e delle operazioni di anti-pirateria nell’area adiacente al nuovo porto di Doraleh.

Roberto Pecchioli - Il consumo di luoghi è spaventoso, ma è obbligatoriamente vissuto in maniera superficiale solo il tempo può darci la dimensione che esiste sotto lo sguardo momentaneo. Ciò è il figlio della non cultura della omologazione coatta e obbligatoria in cui da perfetti imbecilli crediamo di decidere con la nostra testa. Illusione

L’IRRESISTIBILE AVANZATA DEI NONLUOGHI

Maurizio Blondet 31 marzo 2018 
di Roberto PECCHIOLI

Viaggiare è concetto assai diverso dal fare turismo. Attiene alla categoria dell’osservazione di chi guarda oltre la meta, cerca di comprendere luoghi, persone, situazioni lungo l’itinerario, riflette su ciò che vede e nei limiti del possibile esprime un giudizio informato. Chi si metta in viaggio in Italia animato da spirito di conoscenza, vive due sentimenti prevalenti: la presa d’atto dell’avanzata irresistibile della bruttezza e l’enorme quantità di non-luoghi che incontra nel cammino. Non sappiamo come il principe Myshkin di Fedor Dostoevskij immaginasse la bellezza salvatrice del mondo, ma certo la bruttezza da cui siamo circondati contribuisce grandemente a peggiorarlo, a partire da attitudini e comportamenti dell’uomo medio. La grande bruttezza sradica, abitua al peggio, diseduca, fa guardare verso il basso, mette a tacere lo spirito. Dissecca l’anima.

La perdita di senso, l’assenza di identità personale e collettiva è perfettamente simboleggiata dal concetto di non-luogo. Il termine fu introdotto nel 1992 dall’antropologo e pensatore francese Marc Augé per designare gli spazi e i siti anonimi, privi di storia, staccati da qualunque tradizione, dovunque uguali a se stessi, stazioni, aeroporti, centri commerciali, autogrill, svincoli stradali, accomunati da uno schiacciante anonimato sino alla disumanizzazione, una soffocante riproduzione in serie disegnata da un architetto collettivo all’unico scopo di essere utilizzati, attraversati, fruiti e consumati da folle anonime eterodirette.

La sensazione è di essere circondati dai non-luoghi, e che essi stiano avanzando in maniera travolgente, trasformandosi nel principale elemento del panorama. Crescono in maniera informe, metastasi, rizomi che si gonfiano e tracimano da ogni lato. Nuovi non-luoghi sono i chilometri di strade che circondano quasi tutti i centri urbani. Sino a qualche decennio fa, c’erano campi, orti, case rurali, ville e rare attività industriali, oggi è un continuum di centri commerciali e capannoni industriali, non di rado svuotati dalla crisi industriale, intervallati da zone di abitazione che non ci sentiamo di definire residenziali, non quartieri o contrade, ma macchie, dormitori senz’anima. Le costruzioni sono prive di qualsiasi bellezza o ornamento, portando alle estreme conseguenze la pessima lezione viennese di Adolf Loos, secondo cui l’architettura è diretta espressione della cultura dei popoli, pervasa dal bisogno morale di eliminare ogni ornamento di stile, che rappresenta la mancanza del passato, la rottura definitiva con “prima”.

Ognuno edifica come gli aggrada: di qui la prevalenza del parallelepipedo e del cubo, ma anche trapezi, rombi, losanghe, il grigio del cemento a unificare, intristendolo, il paesaggio cromatico. Per contrasto, spiccano i colori abbaglianti e la grafica aggressiva di insegne e luci, destinate all’attenzione dell’ex viandante, ora consumatore e turista, con prevalenza di denominazioni in un inglese elementare, omaggio alla globalizzazione che impone l’identico, spacciato per internazionalità, cosmopolitismo avanzato contrapposto al vecchio che scompare. In realtà, più che sparire, le vestigia del passato, testimoni sgraditi dell’odiernità trionfante, vengono inghiottite, fuse per incorporazione forzata, oppure lasciate morire lentamente.

In Italia, si tratta di tessuti urbani pregevoli, organici, comunque dignitosi, vari, bene inseriti nel paesaggio circostante, il segno distintivo di quell’antica civiltà urbana delle mille città della nostra nazione, ciascuno con una sua specificità, un tratto, un carattere che lo rendeva unico, riconoscibile all’interno di una cultura condivisa. I luoghi del potere- spirituale e temporale- quelli del commercio e del lavoro, le piazze dove ci si incontra, si discute, i giardini, le vie e le case di abitazione delle varie classi sociali, tutte con un loro decoro complessivo. Città, paesi che erano un “segno”, un piccolo o grande universo vissuto da comunità che vi si identificavano, un ambiente che diventava naturalmente il prolungamento di se stessi, l’habitat ereditato da arricchire con l’apporto della sensibilità e del lavoro della propria generazione.

Provate a consultare su Google Maps, bibbia del viaggiatore postmoderno, le cartine di quattro, cinque città italiane. Un piccolo tratto è segnato in colore più scuro: si tratta dei centri storici o delle zone di più antica urbanizzazione, il resto in bianco rappresenta la stragrande maggioranza delle aree cittadine e suburbane. Un territorio pressoché informe, senza capo né coda, che si allunga attorno alle arterie principali e si allarga senza logica apparente. Avanza l’impermeabilizzazione, ovvero il trionfo dell’asfalto sulla natura, prodromico al regno del cemento.

Tutto è bruttezza, nessun ornamento, ma neppure allusione alla specifica funzione di ciascun edificio e costruzione. Un ospedale può essere scambiato per il palazzo di giustizia o la sede di una società per azioni. Difficile distinguere il profilo di un centro commerciale da quello di un capannone industriale. Unica eccezione, l’outlet, la cui caratteristica è l’imitazione grossolana, talvolta francamente ridicola dell’architettura tradizionale del territorio. Lì si sprecano i gridolini soddisfatti dei consumatori e consumatrici, sopraffatti dalla gioia di trovarsi in una sorta di Disneyland che riproduce, con materiali diversi, a scopi commerciali e a orari stabiliti l’arredo urbano del passato locale.

A fianco delle strade, più spesso dietro, altro cemento o pietrisco, le aree di parcheggio accanto a quelle di carico delle merci. Sulla strada, le innumerevoli rotonde, di solito contornate da erbacce, con al centro forme indefinibili – affermano che sia arte contemporanea– o più spesso messaggi pubblicitari o istituzionali. Altri manufatti definiti artistici campeggiano qua e là, ospiti inutili, carico in eccesso, accompagnati da tavole di spiegazione imbarazzanti per linguaggio, presunzione, mediocrità.

Noi neghiamo rotondamente che di arte si tratti, ci pare confermata l’intuizione di Walter Benjamin sulla perdita dell’aura dell’opera d’arte al tempo della sua riproducibilità tecnica. L’aura è la sensazione suscitata nello spettatore dalla creazione compiutamente espressa, mistica e religiosa in senso lato, perduta dinanzi ad esemplari non originali, ma anche non immediatamente comprensibili. La sottocultura di massa ha compiuto il suo sporco lavoro: espellere l’arte, spogliarla dall’aura, primo segnale della sua valenza universale e spirituale, per sostituirla con il design, la copia o, tout court, con la bizzarria spacciata per creatività.

Il viaggio si trasforma in Via Crucis con le sue stazioni. Una ci è capitata nei pressi della città di Schio, antico centro laniero: un ampio parallelepipedo dal colore indefinibile in mezzo al nulla, una multisala cinematografica. Non dubitiamo della presenza all’interno di bar, ristoro, bancomat e macchinette per il gioco d’azzardo. Anche il cinema, l’arte per eccellenza della modernità, è sfrattato dalle città e dai paesi. Le vecchie sale, non di rado ubicate in rispettabili edifici centrali, sono trasformate in banche o supermercati, più spesso lasciate al progressivo degrado.

In ogni provincia italiana esistono splendidi teatri storici, nelle città ma anche nei piccoli centri, a comprova della cultura immensa di cui siamo figli. La maggior parte sono chiusi, non pochi in stato di penoso disfacimento. Un esempio virtuoso è il comune ligure di Pieve di Teco, 1.350 abitanti, dal ricco patrimonio architettonico civile e religioso, la bella via principale porticata e ben due teatri, Salvini e Rambaldi, riportati a vita. La regola, purtroppo, è quella dell’abbandono, come il centro storico di Serravalle Scrivia, una volta dignitoso, fatto di armonie, di qui il fiume, di là la linea dei colli, oggi in condizioni desolanti, abitato quasi esclusivamente da stranieri, le serrande abbassate, tranne qualche negozio etnico, nella cittadina sede di ipermercati e del primo outlet realizzato nell’Italia settentrionale. E’ la surmodernità, l’altra categoria sociologica introdotta da Marc Augé, caratterizzata da eccessi, sovrabbondanze, citazioni.

Augé ne tratteggia le caratteristiche: l’eccesso di tempo, che allude alla fatica di attribuire significati al susseguirsi di fatti, eventi, informazioni che ci sovrastano. L’eccesso di spazio, la nostra volontà di spostarci sempre più velocemente in un mondo che ci si presenta troppo piccolo, inadeguato a contenerci. Infine, l’eccesso di ego, per cui ciascuno si considera un mondo a sé e ogni riferimento alla propria individualità è posto su un piano superiore alla dimensione collettiva, comunitaria. I non-luoghi hanno in comune una sorta di anonimato, una riproduzione in serie degli esterni, ma anche degli ambienti architettonici interni. L’obiettivo è contribuire alla costruzione dell’uomo indifferenziato, in grado di muoversi tra i non-luoghi di Roma o Singapore con identica familiarità distratta, intenta esclusivamente alla funzione (transito, consumo).

Intanto, la grande bruttezza conquista letteralmente il terreno, asfaltando tratti sempre maggiori del territorio. Persino i paesaggi dolci, bellissimi della nostra Italia, frutto della natura e del lavoro secolare dell’uomo diventano una terra desolata, un deserto di cose e di sentimenti. Le città si trasformano sempre più in periferie anonime, informi, senza inizio e senza fine, unite dalla tristezza uniforme e dallo straniamento che è un obiettivo di chi le costruisce. Noi infatti pensiamo che esista un piano architettonico postmoderno, volto alla confusione, parte di un progetto di ri-creazione antropologica.

Le grandi stazioni ferroviarie vengono rimodellate come centri commerciali dove è possibile acquistare di tutto, tranne ciò che più interessa i viaggiatori, i biglietti (tutto deve accadere online!), i giornali o i libri da consultare nel viaggio. Le più piccole sono chiuse, sbarrate, anzi, nella lingua di legno dei burocrati di Trenitalia, impresenziate. Il risultato, oltre al disagio pratico, è la sequenza di edifici imbrattati, lordati, frequentati da un’umanità sotterranea, dedita a traffici di ogni genere, compravendita di droga e sesso, bivacchi senza dignità, afrori e promiscuità. Non dissimili sono le autostazioni, dove un’umanità multietnica, sbracata e transumante attende coincidenze e consuma una vita di scarto, tra brutture e bruttezze.

Ci sovviene il viaggio in Italia dei grandi del passato, alla ricerca dell’arte, della bellezza, della storia e dell’umanità della nostra gente. Che ne sarebbe di Goethe a Roma Termini, alle autostazioni di Brescia o Bologna, e poi al cospetto delle Vele di Scampia, delle Lavatrici di Genova Prà, dei tristi casermoni della cintura torinese, costruiti per i contadini meridionali inurbati, braccia della Fiat, ora società americana di diritto olandese. L’autore di Faust ci arriverebbe dopo lunghi percorsi in autostrade dai lavori in corso, lunghe bretelle di collegamento che si fanno largo tra erbacce, ricordo dei campi espropriati, svincoli e frecce per indicare autogrill e, immediatamente fuori, centri commerciali o parchi tematici, dove corrono giulive le famiglie surmoderne.

Del resto, la Fontana di Trevi è talora scambiata per una piscina o utilizzata per estemporanee abluzioni di plebi non dissimili da greggi al pascolo. La reggia di Caserta, una delle meraviglie italiane, era fino a pochi anni fa meta di picnic di orde domenicali, ma di recente si è vista ferire da cretini nuotatori. I centri storici – in Italia sono belli quelli di ogni città e di moltissimi paesi- si svuotano di attività commerciali, di residenti e di vita. Restano gli anziani e gli immigrati più pericolosi, che tra vecchie strade, siti abbandonati e detriti trovano il terreno migliore per malaffari di ogni tipo. La bellezza scintillante di ieri si trasforma in vecchiume che la gente chiederà a gran voce di abbattere, con grande gioia dei signori del cemento.

Abbiamo letto con attenzione i dati dei censimenti di popolazione dell’ultimo mezzo secolo. I dati, anche per le aree a maggiore sviluppo, dimostrano che l’impressionante colata di mattoni e asfalto del Belpaese non è affatto giustificata dall’imperiosa necessità di dare un’abitazione a nuovi cittadini. Lascia interdetti la statistica secondo la quale in vent’anni sono stati impermeabilizzati 12 mila chilometri quadrati di territorio, un area più estesa dell’intero Abruzzo.

La vittoria dei non-luoghi è nelle cose, nella presa di possesso di porzioni d’Italia sempre più grandi. Il rischio, ma temiamo sia realtà per moltissimi connazionali, è che ci si abitui alla sciatteria, al degrado, all’informe fino a considerarlo normale. Già oggi si va al centro commerciale non per risparmiare, ma per passare il tempo, visitare i negozi, a proprio agio tra corridoi tutti uguali inframmezzati da rare panchine in corrispondenza di gelaterie e bar che distribuiscono cibo spazzatura (adesso si chiama street food!), acquistando non il contenuto, ma la confezione, i colori, l’accattivante posizione nell’espositore. Esiste una sorta di finestra di Overton del cattivo gusto, della bruttezza, del nuovo. Ciò che l’altro ieri pareva orribile, ieri era solo discutibile, oggi è accettato e domani sarà regola fissa.

Anche Augé, a poco più di vent’anni dalle sue intuizioni, sembra superato. Siamo sicuri che siano davvero non-luoghi, per la maggioranza, gli aeroporti, le stazioni, le autostrade, gli autogrill e gli svincoli? Temiamo al contrario che si stiano trasformando in rovinosa, epperò rassicurante normalità. L’uomo massa, il consumatore globale deve trovare la strada tracciata, il camminamento predisposto. Che bello un supermercato di San Francisco dove gli stessi prodotti si trovano esattamente nella medesima posizione di uno di Barletta, quanto è comodo un mondo pieno di frecce a indicare percorsi, azioni, comportamenti. E che meraviglia leggere cartelloni scritti in una neolingua globale. Siamo cittadini del mondo, perbacco, e non ci sfiora l’idea, il sospetto di esserci trasformati in sudditi cui viene fatto pensare, credere, preferire o detestare ciò che vogliono i padroni del sistema. Eh, no, noi decidiamo con la nostra testa! Purtroppo, è tragicamente vero: hanno abolito studi e materie che allenavano al pensiero individuale, critico, al ragionamento, ci hanno persuasi che nuovo è bello e vecchio è brutto, che ieri era oscurità e oggi è luce. Pensiamo davvero con la nostra testa, solo che è stata svuotata e riconfigurata.

Volgarizzata, è l’inversione delle streghe di Macbeth nella fredda landa scozzese: bello è il brutto, e brutto è il bello. I non-luoghi della surmodernità diventeranno sempre più graditi compagni di viaggio, così identici, prevedibili, si trasformeranno nel paesaggio ideale dell’umanità nomade e sradicata, la bruttezza non verrà più percepita. L’uomo si adatta a tutto, e comunque come potrà ricercare una bellezza che non vede e, peggio, non sa più riconoscere? Alcuni anni fa carpimmo spezzoni di dialogo di una coppia alla vista delle torri di San Gimignano: mettono tristezza, mi vengono i brividi.

Meglio, molto meglio, il casello autostradale che conduce alla tangenziale da cui si può raggiungere, a piacere, l’aeroporto, la multisala, l’outlet. Presto, non-luogo sarà il Colosseo, inutile testimone di antichi spettacoli sanguinosi, e la Lanterna, un faro che al tempo della navigazione computerizzata non serve a nulla. Nella terra guasta, desolata cantata da Thomas S. Eliot, forse si salveranno chiese e palazzi circondati da scalinate, poiché potranno essere utilizzate dai passanti come sedili, una breve sosta e via, verso nuove emozioni. Aveva torto marcio Nicolàs Gòmez Dàvila a proclamare, in margine al suo “testo implicito”, che le cattedrali non sono state fatte per l’ente del turismo. E per chi, se no?

Guerra - niente da fare un mondo occidentali il cui comando è in mano ad imbecilli, oggi la Russia, domani può toccare a qualsiasi altro paese

Sappiamo dove abitano i tuoi figli…”. Così Bolton minacciò un diplomatico ONU

Maurizio Blondet 31 marzo 2018 

Erano i primi del 2002, un anno prima dell’invasione americana in Irak basata sulla falsa accusa delle armi di distruzione di massa batteriologiche. José Bustani, diplomatico brasiliano, era il direttore della OPWC, la famosa Organization for the Prohibition of Chemical Weapons, quella stessa a cui Londra dovrebbe rivolgersi per le sue false accuse a Mosca.

L’amministrazione Bush cominciò a esercitare “intense pressioni” (sic) su Bustani perché si dimettesse (benché fosse stato rieletto solo due anni prima all’unanimità dai rappresentanti dei 145 paesi che aderiscono all’OPWC). E perché? Perché il brasiliano aveva aperto un negoziato con Saddam Hussein il quale, per scongiurare l’aggressione USA, era pronto a consentire agli osservatori dell’OPWC di andare a visitare senza preavviso i suoi laboratori e depositi di armi chimico-batteriologiche.

Bolton era allora sottosegretario di Stato per il controllo degli armamenti. Nel marzo 2002 piombò di persona alla sede dell’Aja del CPWC e al direttore disse a muso duro:

“Dick Cheney ti vuole fuori di qui. Non possiamo accettare il tuo stile di gestione”.

Poi:

“Hai 24 ore per far le valige. Se non accetti questa decisione di Washington abbiamo i mezzi per fartela pagare”.

Infine:

“Sappiamo dove abitano i tuoi ragazzi. Due vivono a New York”.

Bustani resistette nonostante tutto. Finché poté.

Questo fatto è confermato dal genero di Bustani, Stewart Wood, un politico britannico che ha collaborato con il primo ministro Gordon Brown, e da due ex colleghi di Bustani all’OPWC, Bob Riggs e Mikhail Berdennikov, nonché da Gordon Vachon, allora assistente del direttore dell’OPWC, che era nella stanza al momento della minaccia.

“Diplomazia” e buone maniere alla Meyer Lansky

Una “diplomazia” da gangster, da Al Capone – o Meyer Lansky – è quella a cui gli USA ci hanno abituato. Con Bolton alla Casa Bianca, questo stile diviene la regola.

Anzi peggio. Quando si trattò di riconfermare Bolton nella carica nel 2005, Colin Powell (segretario di Stato) disse ai senatori della Commissione, che era disgustato da come Bolton tratta i subordinati che non erano d’accordo con lui.


Christian Westermann, che al tempo era l’analista sulle armi biochimiche al Dipartimento di Stato, ricorda come Bolton lo riempì di urli ed improperi e provò a licenziarlo perché aveva rifiutato di firmare un rapporto che accusava Cuba di avere armi biologiche. Dozzine di altri impiegati ricordano come un incubo le violenze e i maltrattamenti subiti da Bolton, “un prevaricatore seriale”, dicono.


E’ lo stile gangsteristico che adesso usa anche Theresa May, a tutta la NATO e i suoi vassalli europei con l’espulsione dei diplomatici russi.

Pechino s’indigna per la inciviltà occidentale

Questo comportamento incivile ha suscitato un indignato editoriale dell’organo ufficioso in lingua inglese del governo cinese , Global Times:

La torta cinese. Una memoria storica.

“Il governo britannico non ha portato prova che colleghi la Russia al delitto” (avvelenamento di Skripal) , ed ha proceduto ad applicare sanzioni e l’espulsione senza un giusto processo. Avrebbe dovuto cercare ”un’inchiesta indipendente con rappresentanti della comunità internazionale”. […]

Ciò, “senza contare il fatto che espellere diplomatici russi simultaneamente è una forma rozza e incivile di comportamenti”: […] Il fatto che le maggiori potenze occidentali facciano comunella e “condannino” uno stato estero senza seguire le procedure a cui altri paesi si adeguano secondo le basi elementari del diritto internazionale è agghiacciante.”

“Negli ultimi anni lo standard internazionale è stato falsificato e manipolato in modi mai visti prima” […] E’ una tattica intimidatoria che è diventate emblematica delle nazioni occidentali, non sostenuta dal diritto internazionale e quindi ingiustificata. Ciò che la Russia subisce oggi servirà a riflette su come le altre nazioni non occidentali possano aspettarsi di essere trattare in un futuro non distante”

“Il modo in cui Usa ed Europa hanno trattato la Russia supera lo scandaloso. Le loro azioni hanno una irresponsabilità ed avventatezza che è diventato il carattere dell’egemonia occidentale, la quale sa solo contaminare le relazioni internazionali. E’ davvero il momento che le nazioni non occidentali rafforzino la loro unità e gli sforzi di collaborazione reciproca fuori dal raggio della influenza occidentale”.

Il resto potete leggerlo qui.


E’ un linguaggio di una durezza e chiarezza senza precedenti per il costume politico della Cina, una lezione di galateo e anche di civiltà. L’articolo ricorda infatti ai gangsters che le regole della diplomazia sono state concepite e perfezionate nei secoli, e che colui che le butta via quando si crede forte, ne avrà bisogno quando sarà debole e sconfitto. Una lezione alla barbarie. Vedere che la barbarie oggi siamo noi, dice a che punto ci ha fatto arretrare la nostra “civiltà” anglo-sionista: a prima del diritto romano, prima di Confucio.

Prossimo presente governo M5S-Centrodestra - avere titolo di professore non elimina il fatto di essere un imbecille che non vuole leggere la realtà. Di Maio e Salvini rappresentano la speranza per uscire da una crisi sociale ed economica dettata dagli euroimbecilli figli del Globalismo Finanziario

Nuovo governo, il Prof. Meluzzi: “Salvini e Di Maio antagonisti, si torni alle urne”

MISA URBANO 30 MARZO 2018

Il Prof. Alessandro Meluzzi (psichiatra, scrittore e politico) è intervenuto ai microfoni della trasmissione “Ho scelto Cusano – Dentro la notizia”, condotta da Gianluca Fabi e Daniel Moretti su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano: “Salvini e Di Maio sono tra di loro alternativi e antagonisti, unica soluzione tornare alle urne con legge elettorale maggioritaria. Il bipolarismo di domani sarà centrodestra contro l’alleanza M5S-PD. Di Maio è l’espressione di un ufficio pubblicitario di Milano: la Casaleggio e Sassoon. Tesoriere M5S ha terza media? Tanto è solo una testa di legno. Terrorismo? D’accordo con Salvini, chiudere subito i confini.

Sulla formazione del nuovo governo

“La questione è che l’elettorato italiano si è spaccato fondamentalmente su due grandi questioni – ha affermato Meluzzi – il sud che vuole prevalentemente il reddito di cittadinanza e il nord che ha votato soprattutto perché intimorito in maniera sacrosanta da un’onda migratoria afro-islamica che sta scuotendo dalle basi le radici della sicurezza della civiltà europea ed italiana. In tale contesto, Salvini sarebbe folle se facesse un’alleanza con Di Maio senza il resto del centrodestra rinunciando ad essere leader di quella metà del Paese che li ha votati. Questo sicuramente non avverrà perché Salvini è un politico saggio e consumato nell’esperienza. Allora è possibile un’alleanza politica strutturata tra il centrodestra nel suo complesso e il M5S? Purtroppo la risposta è no. Ma si può immediatamente tornare alle elezioni con la medesima legge elettorale? Anche qui la risposta temo che sia no su un piano di razionalità. Allora forse converrebbe pensare ad un governo di breve durata, per fare una legge maggioritaria e riportare il Paese alle urne, facendo decidere agli italiani chi sono i leader del futuro. Io credo che ormai la dicotomia si risolva ad un’apertura di discussione bipolare tra Salvini e Di Maio, che sono tra di loro alternativi e antagonisti.

Salvini e Di Maio antagonisti

Salvini rappresenta una destra europea, sovranista, che vuole difendere i valori nazionali in un’Europa delle nazioni. Di Maio invece è l’espressione di un ufficio pubblicitario di Milano, la Casaleggio e Sassoon, ovvero quel mondo finanziario internazionale globalista e antisovranista che è l’esatto opposto di Salvini. In questa logica fare un pasticcio non favorirebbe neanche il bipolarismo di domani. Bipolarismo al quale l’Italia è abituata e a cui sarebbe difficile rinunciare. Servirebbe un governo di scopo per fare la legge elettorale e tornare alle urne. Chi potrebbe fare il premier? Un costituzionalista, se ne possono trovare molti anche tra ex presidenti decorosi della Corte Costituzionale. Con una maggioranza non politica ma di scopo, dovrebbe condurre il Paese a un bipolarismo accettabile. Io credo che nel futuro l’alleato naturale dei 5 Stelle sia il Pd, perché hanno le stesse posizioni antisovraniste, migrazioniste e islamizzanti. Invece Salvini, Meloni e quello che resta di Forza Italia siano su una posizione più simile a quella di grandi aggregazioni politiche che anche in Europa si stanno formando per evitare che l’Europa diventi un mondo afroislamizzato come vuole una larga parte di elite mondiale finanziaria, già preconizzata da Oriana Fallaci 30 anni fa”.

Sulla nomina del tesoriere del M5S con la terza media

“Il tesoriere di un movimento politico, facendo fundraising, è totalmente eterodiretto –ha dichiarato Meluzzi-. I tesorieri sono quelli che nelle società finanziarie vengono definiti teste di legno, cioè gente che deve solo mettere la firma senza avere nulla da rischiare in proprio, neanche dal punto di vista dell’immagine. Infondo era un po’ così anche nei partiti della prima Repubblica quindi la cosa non mi stupisce più di tanto”.

Sull’allerta terrorismo e la proposta di Salvini di chiudere i confini

“Sono assolutamente d’accordo con Salvini –ha affermato Meluzzi-. Il Paese sta correndo dei rischi grandissimi. Lo stesso Minniti che fino a ieri diceva che non c’era nessun pericolo adesso dice che il Paese è esposto a rischi paurosi. Anche questo cambio di passo nell’immagine delle cose mi sembra emblematico. D’altra parte ci sono sulla via del ritorno alcune decine di migliaia di foreign fighters che hanno combattuto in Siria e in Iraq sotto le bandiere dell’Isis, guidati da tecnici nordamericani, anglosassoni e israeliani e quindi sono perfettamente formati. L’invenzione e la creazione dell’Isis è servita a cercare di abbattere il cattivo Assad, ad instaurare un sistema sunnita finanziato dall’Arabia Saudita in quei Paesi e a cacciare Putin da quell’area. La cosa non gli è andata bene finora, ma si tratta comunque si soldati molto addestrati e motivati quindi il rischio è formidabile”.

La tassa piatta - mettere in mano degli italiani 56,6 miliardi l'anno che li metterebbero in circolo per far ripartire l'economia

La flat tax al 15% taglia l'Irpef di 56,6 miliardi all'anno

Gianni Trovati e Marco Mobili
Da Il Sole 24 Ore, 29 Marzo 2018

Flat Tax è una definizione che può vestire tanti sistemi diversi, come mostra per esempio la distanza fra la proposta leghista e quella elaborata dall'Istituto Bruno Leoni
Una tassa piatta del 15% accompagnata da una deduzione fissa da 3mila euro per componente della famiglia porterebbe allo Stato 99,4 miliardi di euro: cioè 56,6 miliardi in meno dell'Irpef di oggi. 

L'indicazione arriva dal mare di tabelle diffuso ieri dal dipartimento Finanze, che permettono di aggiornare i calcoli sulla Flat Tax circolati fin qui, e basati sui numeri di qualche anno fa. Si tratta naturalmente di un calcolo di massima, perché per le cifre al centesimo occorre ricomporre i contribuenti all'interno dei nuclei famigliari (dato non presente nei numeri ministeriali) e soprattutto occorrerà capire se e come la composizione di una maggioranza in Parlamento porterà davvero al debutto italiano della Flat Tax. 

L'ordine di grandezza, però, è utile a mostrare il carattere drastico del cambio di direzione che sarebbe imposto dalla tassa piatta, e soprattutto le garanzie da trovare per non far deragliare i conti pubblici del Paese. Anche nel fisco, del resto, il diavolo sta nei dettagli, che in realtà per i conti dettagli non sono. La Flat Tax è una definizione che può vestire tanti sistemi diversi, come mostra per esempio la distanza fra la proposta leghista e quella elaborata dall'Istituto Bruno Leoni, che contempla un'aliquota più alta (25%), aumenti Iva e una drastica revisione della spesa per portare tutte le caselle al loro posto. L'idea leghista spinge invece sull'effetto-crescita che sarebbe prodotto dal taglio d'imposte, e da un maxicondono per coprirne l'avvio. 

Un altro scambio fondamentale alla base di molte proposte di Flat Tax è quello fra l'addio alle «spese fiscali» (si veda la pagina a fianco) e l'introduzione di deduzioni o detrazioni fisse. Questo do ut des, oltre a rispondere alla parola d'ordine della «semplificazione» che domina tutti i progetti di tassa piatta, è determinante per disegnare la progressività e fissare la richiesta effettiva del nuovo sistema. 

Il tutto all'interno di una piramide dei redditi che resta molto schiacciata alla base: quasi 11,3 milioni di contribuenti Irpef (il 28% del totale) dichiara non più di 10mila euro, e rientra quindi nel possibile raggio d'azione del reddito di cittadinanza a 5 Stelle (la soglia è a 9.360 euro netti all'anno), sotto i 15mila euro sono in 18,4 milioni (il 45%) mentre solo 35.719 (meno di uno su mille) si avventurano sopra i 300mila euro. 

La questione è tradotta in cifre nella tabella qui a fianco, che mostra l'imposta media effettiva pagata da ogni classe di reddito sui propri guadagni complessivi, al lordo delle successive deduzioni e detrazioni che renderebbero impossibili i confronti con le tasse piatte. Già oggi il sistema è viziato da una serie di sconti che si sono accumulati nel tempo in modo piuttosto disordinato, modificando progressivamente la «curva» dell'Irpef. La conferma arriva dai dati delle fasce di reddito più basse, con l'Irpef che chiede fino al 4,8% del reddito negli ultimissimi scalini mentre si alleggerisce all' 1,1% quando si sale un po', verso quota 7.500 euro. Da lì in su il peso dell'imposta cresce progressivamente, fino a sfiorare il 39% quando la denuncia dei redditi viaggia a 300mila euro all’anno. 

Molto più dolce il decollo della Flat Tax al 15%, che nelle ipotesi del Carroccio si completa con la deduzione fissa da 3mila euro a famigliare. La progressione rimane piuttosto sensibile per i redditi più bassi, ma dai 50mila euro in su la tassa si fa «piatta» di nome e di fatto perché l'ipotesi azzera da qui in poi le deduzioni. Al crescere del reddito, quindi, crescerebbero in modo lineare anche i benefici rispetto a oggi (i calcoli si riferiscono sempre al contribuente singolo). A 300mila euro, il conto effettivo scenderebbe dal 38,9 appunto al 15. 

L'effetto deduzioni è determinante anche per l'ipotesi alternativa, targata Forza Italia, che però deve ancora trovare una definizione compiuta. L'aliquota è più alta, al 23%, ma più consistente è anche lo sconto di base, a 12mila euro, con effetti diversi che dipendono dal decalage (ancora da limare) proporzionale al crescere del reddito.

Eurasia - è il Progetto Strategico a cui l'Italia deve lavorare

Alberto Negri: "Serve come il pane una nuova guerra fredda per mascherare i fallimenti di 40 anni di destabilizzazioni Usa"


di Alberto Negri* - Il Manifesto
30 marzo 2018

Siamo entrati in una nuova fase dell’età delle destabilizzazione. Non bastava la bufala delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein nel 2003, non erano sufficienti i disastri delle primavere arabe con la guerra per procura contro l’Iran in Siria e il bombardamento di Gheddafi in Libia: bisognava fare un salto di qualità mettendo alle strette la Russia che ha vinto la guerra in Ucraina con l’annessione e della Crimea nel 2014 ed è diventata dal settembre 2015 il player decisivo a Damasco.

Ci voleva una nuova guerra fredda perché gli Stati Uniti e la Nato sono usciti strategicamente a pezzi dal confronto con Mosca, in particolare proprio in quel conflitto al terrorismo iniziato nel 2001 dopo le Torri Gemelle. Gli europei, pur di abbattere Assad insieme agli Usa e alle monarchie arabe, sotto lo sguardo attivo dell’aviazione di Israele nel Golan siriano occupato dal 1967, hanno esportato dalle loro periferie e poi importato il jihadismo del Medio Oriente mentre gli Stati Uniti sono stati costretti a tornare sul terreno in Iraq e poi anche in Siria con risultati quanto meno contradditori, fino al tradimento degli alleati curdi siriani abbandonati alla furia turca.

Inoltre gli europei hanno visto arrivare ondate di profughi: pur di bloccare la rotta balcanica la Germania e l’Europa si sono gettate in braccia al ricatto del presidente turco Tayyip Erdogan. Che oggi si è fatto la sua «fascia di sicurezza» in territorio siriano con l’approvazione di Russia e Iran.

Spicca in questo quadro la posizione dell’Italia che persevera nella sua dabbenaggine atlantica. Non paga di avere visto distruggere il suo più importante alleato nel Mediterraneo, di avere accolto maree di rifugiati dall’Africa – con la conseguenza che l’immigrazione è diventato il tema che ha ribaltato il quadro politico interno – si è accodata alle espulsioni dei diplomatici russi con un governo Gentiloni che neppure all’ultimo è stato capace di emettere un sussulto. Ci vogliono così, docili.

E Di Maio e Salvini, i «nuovi», sono subito corsi dall’ambasciatore americano a Roma mentre si stava facendo ancora il nuovo esecutivo: come se non bastasse per andare al governo la legittimazione del voto del popolo italiano, dimostrando che l’anelito di sudditanza dei nostri politici non conosce salti e vuoti generazionali: meglio, di sicuro, della Nazionale di calcio.

Ma per stare al passo nella nuova era della destabilizzazione non basta seguire i vecchi copioni. Quando a Istanbul il 4 aprile si incontreranno Erdogan, Putin e il presidente iraniano Hassan Rohani, si materializzerà probabilmente un serio tentativo di spartizione in zone di influenza della Siria: un Paese della Nato, la Turchia, prova dunque a mettersi d’accordo con il «nemico», ma nessuno osa dire una parola, né l’Alleanza Atlantica né gli americani.

La Turchia ha cambiato campo ma non si può certificare perché ospita dozzine di basi Nato e i missili Usa puntati contro Mosca e Teheran.

Per mascherare questi fallimenti la Gran Bretagna, in concorso con gli Usa e la Nato, non ha esitato a strumentalizzare l’oscura vicenda dell’agente russo Skipral e del gas nervino. In mano però non abbiamo nessuna prova come pure sottolineava non un foglio particolarmente radicale ma il cattolico Avvenire, quotidiano moderato, puntuale nel rivelare le pesanti discrepanze che agitano l’Occidente.

Passa così in sordina anche la rielezione del presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi: è così imbarazzante che non ne parla nessuno; dagli Stati Uniti alla Russia, alla Cina, all’Europa, si fa finta di niente. È uno dei pochi argomenti che uniscono nel silenzio la comunità internazionale: siccome tutti vendono armi al Cairo o ci fanno affari, nessuno ha intenzione di sollevare la questione della democrazia in Egitto.

Viene così seppellito anche il caso Regeni, che il Belpaese giustamente travolto dai risultati delle elezioni politiche sembra avere dimenticato. Così come lo ha dimenticato l’Europa che tanto strepita contro Putin.

A volere essere sinceri fino in fondo anche il nostro governo non sembra essersi dannato l’anima per chiedere ai partner europei gesti decisi e comuni, tali da convincere gli egiziani a piantarla con le finzioni e a tirare fuori verità e colpevoli.

Nell’età della destabilizzazione contemporanea bisogna avere memoria ma non troppa. Quando è cominciata? Nel 1979, all’indomani della rivoluzione khomeinista in Iran, con l’invasione sovietica dell’Afghanistan a sostegno del regime filo-comunista di Kabul, quando venne montata con i mujaheddin la più grande operazione di destabilizzazione della storia recente con la partecipazione del Pakistan, dell’Arabia Saudita e la direzione degli Stati Uniti. La Siria è stata la replica di questo schema, con Ankara al posto di Islamabad.

La destabilizzazione terroristica contemporanea nasce dunque in buona parte dalla guerra fredda di allora e dall’esigenza strategica di minare l’Unione Sovietica, esigenza condivisa dal mondo occidentale con i Paesi del mondo arabo e musulmano, e per contrastare l’espansionismo sovietico in Asia e in Africa.

E ora serve come il pane una nuova guerra fredda per mascherare i fallimenti di 40 anni e soprattutto quelli degli anni più recenti. Ma come dicevano i nostri vecchi: «Chi semina grandine raccoglie tempesta».

I sionisti ebrei lavorano per la guerra ma di guerra periranno, ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria


Due caccia israeliani entrano
nello spazio aereo dell’Iran


MAR 30, 2018
LORENZO VITA

Due F-35 israeliani sono entrati nello spazio aereo dell’Iran lo scorso febbraio. A darne notizia il quotidiano del Kuwait Al-Jarida, subito ripreso dai media israeliani.

Le fonti citate dal quotidiano kuwaitiano hanno dichiarato che due aerei stealth dell’aeronautica israeliana hanno sorvolato lo spazio aereo siriano e iracheno per poi raggiungere l’Iran. Secondo quanto affermato dal sito, gli aerei di Israele hanno sorvolato lo spazio aereo iraniano riuscendo addirittura a passare sopra le città iraniane di Bandar Abbas, Esfahan e Shiraz.

Il rapporto afferma che i due jet hanno volato ad altissima quota sopra i siti del Golfo Persico sospettati di essere associati al programma nucleare iraniano. Il loro obiettivo, dunque, era quello di monitorare le operazioni di quelle località dove Israele sospetta che l’Iran stia continuando a mandare avanti il suo programma nucleare. 

Secondo il report, il dato altamente significativo è anche quello secondo cui i due F-35 non sarebbero stati rilevati dai radar. Neanche dal sistema radar russo situato in Siria che è considerato la spina nel fianco della strategia offensiva israeliana nel contesto mediorientale.

La fonte citata dal quotidiano, e ripresa dal Jerusalem Post, ha aggiunto un ulteriore dato estremamente interessante. I sette aerei F-35 in servizio attivo nell’aeronautica militare di Israele hanno condotto una serie di missioni in Siria e sul confine tra Siria e Libano. Un’indicazione che, se confermata, farebbe capire l’aumento di livello dell’offensiva israeliana nel contesto siriano, a tal punto da utilizzare i nuovi F-35. Aerei che non sono stati usati nei bombardamenti in cui è statoabbattuto l’F-16 della Fionda di Davide.

Il significato di questa notizia

Conferma ufficiale da parte israeliana chiaramente non può esserci. È del tutto evidente che le forze armate di Israele non potrebbero in alcun caso ammettere di aver violato lo spazio aereo di una nazione sovrana. Specialmente se questa nazione è l’Iran.

Ma la notizia ha un tempismo non irrilevante. Le tensioni tra Israele e Iran sono in aumento. La situazione in Siria, proprio per l’avanzata dell’esercito siriano e il consolidamento del’asse tra Damasco e Teheran, lascia Israele con molti dubbi. Vorrebbe colpire gli avamposti iraniani, di Hezbollah e siriani prima che sia troppo tardi. Ma l’area di de-escalation ha funzionato, continua a reggere e la Russia garantisce il blocco delle operazioni israeliane. Israele non può farsi nemica la Russia. E questa necessità, attualmente, è l’unico ostacolo a un’offensiva israeliana contro le postazioni siriane considerate avamposti delle forze armate iraniane, in particolare dei Pasdaran.

Ma questo non significa che il governo di Benjamin Netanyahu non sia pronto a riprendere in mano le redini della propria strategia mediorientale. Poche settimane fa, le Israel defense forces hanno autorizzato la pubblicazione del report con cui si confermava che gli autori del raid che distrusse il reattore nucleare siriano di Deir Ezzor nel 2007 erano stati gli aerei israeliani.

Quella notizia non era una semplice ammissione di colpa, ma un messaggio rivolto all’Iran. Confermando quelle voce, Tel Aviv ha inviato a tutti gli Stati limitrofi e a Teheran un segnale inequivocabile, e cioè che è pronto a colpire quando ritiene sia arrivato il punto di non ritorno. E questo misterioso volo dei due caccia sui cieli iraniani può essere letto come un secondo chiaro (più esplicito) messaggio alla Repubblica islamica dell’Iran.

Gaza, la prigione a cielo aperto - per i sicari sionisti ebrei è fcile sparare su persone inermi

GAZA. Oggi “Marcia del ritorno”: morti e feriti

30 mar 2018 


Sale a 12 il numero dei palestinesi uccisi oggi. Più di 1.000 feriti. Il ministro della difesa israeliana Lieberman ai gazawi: “Non prendete parte a questa provocazione”. Il leader di Hamas, Hanieh: “Non cederemo un pezzo di terra di Palestina né riconosceremo l’entità israeliana”

Forze armate israeliane vicino alla barriera di sicurezza al confine tra Gaza e Israele (Abed Rahim Khatib/Flash90)

AGGIORNAMENTI:

ore 19:15 Sale a 14 il numero dei palestinesi uccisi oggi

Le ultime due vittime erano due membri del Jihad Islamico. Sono stati uccisi da una cannonata mentre erano sulle barriere in missione. Ezzedin al-Qassam, intanto, fa sapere che tra i morti di oggi c’è anche uno dei suoi uomini. Ma non era armato ed è stato colpito mentre si trovava tra la gente.

ore 19:00 Ministero di salute palestinese: “Numero delle vittime 12, 1.000 palestinesi feriti da gas lacrimogeno, pallottole vere e coperte di metallo”

ore 15:20 Scontri ad al-Bireh (Ramallah, Cisgiordania Occupata): 14 palestinesi feriti

ore 14:50 La settima vittima si chiamava Mohammad Sa’adi Rahmi

ore 14:40 Partita poco fa la manifestazione a Sakhnin in Galilea (nord d’Israele) per commemorare “il Giorno della Terra”. Il corteo si dirige verso la città di Arraba.

ore 14:35 Foto da Gaza. (Fonte: Dal portale Ma’an in arabo)




ore 14:30 Sale a 7 il numero dei morti palestinesi oggi. Più di 570 i feriti

ore 14 – Sale a cinque il bilancio delle vittime a Gaza

Sono almeno cinque le vittime palestinesi, uccise dal fuoco dell’esercito israeliano a Gaza. Il Ministero della Salute di Gaza ha identificato la quarta e la quinta vittima: Omar Sammour, 31 anni, e Ahmad Ibrahim Odeh, 16. Sarebbero tra i 15mila e i 20mila i palestinesi che sono riusciti a raggiungere gli accampamenti di tende, forma di protesta per il diritto al ritorno.

ore 13.45 – Ministero della salute palestinese: “4 i palestinesi uccisi oggi. Più di 365 i feriti”

L’ultima vittima si chiamava Mohammad Abu Omar. Secondo il ministero, sono 365 i palestinesi feriti o intossicati da lacrimogeni, proiettili veri o di gomma.

ore 13.20- Terzo palestinese ucciso. Questa volta a Rafah, a sud della Striscia.

Si chiamava Amin Mahmoud Muammar (35 anni). Fonti palestinesi parlano di 100 feriti

ore 12.15 – Sale a due il bilancio dei palestinesi uccisi oggi dall’esercito israeliano.

Secondo fonti locali di Gaza, la seconda vittima si chiama Mohammed Kamal al-Najjar.

ore 11.20 – Haniyeh, leader di Hamas: “ Non cederemo un pezzo di terra di Palestina né riconosceremo l’entità israeliana” Arrivato al campo di tende allestito dai palestinesi al confine est della Striscia, il capo politico di Hamas Ismail Haniyeh ha detto: “Diamo il benvenuto ovunque al popolo palestinese che ha sconfitto la scommessa dei leader nemici secondo cui i vecchi sarebbero morti e i giovani avrebbero dimenticato. Ecco i giovani, i nonni e i nipoti. Non cederemo nemmeno un pezzo della terra di Palestina e non riconosceremo l’entità israeliana. Promettiamo a Trump e a tutti quelli che sostengono il suo complotto che non rinunceremo a Gerusalemme e che non c’è soluzione se non il diritto al ritorno”. A riferirlo è la tv palestinese

ore: 10.50 – Ministro difesa israeliano Liberman: “Chi si avvicina alla barriera si mette in pericolo”

Schermata 2018-03-30 alle 10.27.00

(Traduzione dall’arabo: “Agli abitanti della Striscia di Gaza. La leadership di Hamas mette la vostra vita in pericolo. Tutti coloro che si avvicineranno alla barriera, metteranno a repentaglio la loro vita. Vi consiglio di continuare la vostra vita normalmente e a non prendere parte a questa provocazione”)

ore 10.30 – Fonti da Gaza a Nena News: “19 palestinesi feriti a colpi di arma da fuoco”

Fonti palestinesi da Gaza riferiscono a Nena News che 19 palestinesi sono stati feriti nella Striscia di Gaza da colpi d’arma da fuoco sparati dall’esercito israeliano. La notizia al momento non è stata confermata dal Ministero della Salute palestinese. Nella piccola enclave palestinese migliaia di persone sono presenti al confine con Israele. Le fonti contattate da Nena News fanno sapere che la popolazione non vuole rispettare l’ordine israeliano di non avvicinarsi alla barriera di sicurezza.
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della redazione

Roma, 30 marzo 2018, Nena News – Se l’obiettivo di Israele era quello di alzare la tensione già altissima nella Striscia, il suo tentativo si può dire riuscito: stamane all’alba un contadino palestinese, Omar Wahid Samur (27 anni), è stato ucciso dai colpi sparati da un carro armato israeliano nei pressi di Khan Yunis, nel sud della enclave assediata palestinese. Nell’attacco, riferisce il Ministero della salute locale, è rimasto ferito gravemente un altro palestinese. Scarno il comunicato emesso da Israele su quanto accaduto stanotte: “Due sospetti si sono avvicinati alla recinzione [al confine] e hanno avuto un atteggiamento sospetto vicino ad essa. L’unità dell’esercito ha risposto sparandoli con un carro armato”. Israele ha colpito anche due persone “sospette” nel nord della Striscia sempre perché troppo vicine al confine. Non è chiaro al momento quali siano le loro condizioni.

L’uccisione di Samur giunge a poche ore dall’inizio della “Marcia del Ritorno”, proclamata dai palestinesi in occasione del “Giorno della Terra” che commemora i sei palestinesi uccisi dalla polizia israeliana in Galilea durante le proteste, 42 anni fa, contro la confisca delle terre arabe. Una ricorrenza che, nel corso degli anni, si è trasformata in un’occasione della condanna dell’occupazione militare dei Territori palestinesi occupati e di sostegno alla minoranza araba in Israele.

La tensione è altissima: il capo di stato maggiore israeliano, Gadi Eisenkot, mercoledì ha annunciato di aver autorizzato l’uso di pallottole vere contro i palestinesi che si avvicineranno o attaccheranno le barriere di confine durante la “Marcia del Ritorno”. Eisenkot ha parlato di situazione “altamente esplosiva” nella Striscia: “Stiamo rinforzando le barriere – ha detto – e un gran numero di soldati saranno di guardia nell’area in modo da prevenire possibili tentativi di passare in territorio israeliano‎”. L’esercito schiererà più di 100 tiratori scelti, ha fatto arrivare rinforzi a sostegno delle unità già presenti e ha anche lanciato avvertimenti alle compagnie di trasporto palestinesi che porteranno i manifestanti alla tendopoli.

Il Maggior Generale Yoav Mordechai, coordinatore delle attività del governo israeliano nei Territori occupati, ha avvertito il movimento islamico Hamas e le altre fazioni palestinesi a non usare le proteste (“manifestazioni di anarchia” a suo dire) per intraprendere un confronto violento con l’esercito israeliano. Ad alimentare la tensione è anche Jason Greenblatt, l’inviato statunitense per le negoziazioni tra Israele e palestinesi che sul suo account di Twitter ha accusato oggi Hamas di “incoraggiare una marcia ostile” lungo il confine con Israele. “Hamas – ha aggiunto – dovrebbe concentrarsi a migliorare la vita dei palestinesi di Gaza invece di istigare alla violenza contro Israele che aumenta solo le difficoltà [dei gazawi] e mina le possibilità di pace”.

Gli islamisti, dal canto loro, ieri sera hanno esortato nuovamente i palestinesi a “restare pacifici così da raggiungere l’obiettivo di questo evento”. Nei giorni scorsi, però, il movimento islamico aveva anche chiarito che i palestinesi non resteranno con le mani in mano qualora le forze armate israeliane dovessero usare la forza per disperdere le manifestazioni.

Dopo un tour delle “tende del ritorno” allestite dai manifestanti palestinesi in questi giorni vicino al confine con Israele, Khalil al-Haya, un ufficiale di Hamas, ha affermato ieri che i palestinesi sono determinati a tornare alle loro terre e alla loro patria. “Il nostro popolo non sarà intimidito dalle minacce israeliane – ha poi aggiunto – Abbiamo aspettato troppo a lungo per ritornare nelle nostre terre da cui i nostri nonni sono stati espulsi 70 anni fa”.

Anche il comitato responsabile del coordinamento delle proteste di oggi ha invitato i manifestanti a protestare “pacificamente”. “Siamo a poche ore dalla fragorosa, legittima e pacifica marcia vicino alle terre, case e proprietà da cui siamo stati espulsi”, si legge in un suo comunicato. Il comitato ha anche invitato le famiglie palestinesi a organizzare viaggi nell’area adiacente al confine “per godere delle bellezze della natura nelle terre occupate della patria”. Nena News

30 marzo 2018 - DIEGO FUSARO a "Quelli che dopo il Tg" [Rai2], 29.3.2018

27 marzo 2018 - DIEGO FUSARO: Vi presento George Soros, esponente della classe dominante...

24 marzo 2018 - Matrix - Diego Fusaro la lega e i 5 stelle voluti dal popolo

30 marzo 2018 - Fulvio Scaglione: Ecco perché il 2018 somiglia da far paura al 2003

Consip - Lotti ha finito di nascondersi dietro la sua ex carica istituzionale e i conigli mannari dei magistrati forse troveranno il coraggio di evidenziare quello che era già evidente alla logica del senso comune mesi e mesi fa

L’INCHIESTA SULLA FUGA DI NOTIZIE

Consip: Marroni consegna ai pm le mail inviate al ministro Luca Lotti
Nello scambio di lettere ci sono le trattative su nomine, provvedimenti, appalti
di Fiorenza Sarzanini



Decine e decine di mail, comunicazioni riservate su nomine e segnalazioni, report sull’attività di Consip e sui rapporti con il governo, ma anche con il Parlamento. È la documentazione relativa alla durata del suo incarico a partire dal giugno 2015 fino alla “cacciata” avvenuta nel giugno 2017, che l’ex amministratore delegato Luigi Marroni consegnerà la prossima settimana ai magistrati romani. Lo ha annunciato lui stesso ai pm al termine del confronto con il ministro allo Sport Luca Lotti che si è svolto due giorni fa e durante il quale Marroni ha confermato di aver saputo proprio da Lotti, nell’estate del 2016, che «era in corso un’indagine sull’imprenditore Romeo e sul mio predecessore Casalino». Iniziativa ritenuta «necessaria» per dimostrare - questa la spiegazione del manager - «che i nostri rapporti erano ottimi e improntati alla collaborazione istituzionale». Nel corso del “faccia a faccia” il politico ha negato di aver mai parlato di un’inchiesta su Consip «perché non ne sapevo nulla» e ha accusato Marroni di volersi «vendicare pensando che non ti volevo visto che sei legato al governatore Enrico Rossi».

La resa dei conti

Nel dicembre 2016, interrogato perché aveva fatto “bonificare” il proprio ufficio Marroni raccontò di aver ricevuto ben quattro soffiate sull’indagine in corso e sul fatto che fossero in atto intercettazioni telefoniche e piazzate microspie negli uffici. Spiegò di averlo saputo parlando con Lotti, con il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, con il presidente di Publiacqua Firenze Filippo Vannoni, e con il presidente di Consip Luigi Ferrara a sua volta informato dall’allora comandante dell’Arma Tullio Del Sette. Tutti hanno negato, ma sono stati indagati per rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento. Ora è arrivata la resa dei conti. Le verifiche del procuratore aggiunto Paolo Ielo e del sostituto Mario Palazzi dovranno finire a giugno, quando scadrà l’ultima proroga, e si dovrà stabilire chi ha mentito. Su questo l’avvocato Luigi Li Gotti ha una posizione chiara: «Il tentativo di far passare l’ingegnere Marroni quale persona mendace, è radicalmente fallito. Marroni ha confermato, nel corso del confronto quanto già dichiarato all’autorità giudiziaria» . Nessuna marcia indietro, nessun ripensamento. E adesso il manager si prepara alla contromossa proprio per dimostrare la propria buona fede.

Nomine e report

La consegna di tutte le comunicazioni serve infatti a dimostrare, secondo Marroni, «che io sono sempre stato leale e collaborativo, con l’allora segretario alla presidenza ci confrontavamo su tutto. Del resto io sono stato chiamato in Consip dal governo guidato da Matteo Renzi mentre lavoravo per la Fiat a Chicago». Alcune mail scambiate con Lotti riguardano la nomina di persone negli organi di vigilanza. Una in particolare, per la designazione di un manager sulla quale i due non erano d’accordo e alla fine decisero di soprassedere. Altre si concentrano sull’attività di Consip e sui buoni risultati ottenuti che infatti furono allegati anche alla Finanziaria, sulla gestione del personale, su proposte di legge che interessavano la centrale acquisti e dunque sui rapporti con alcuni parlamentari che avrebbero dovuto seguirle, tra cui Ettore Rosato, su alcune questioni economiche.

Tiziano Renzi

Nel marzo 2017 Marroni aveva raccontato ai magistrati che Tiziano Renzi gli aveva chiesto di favorire Russo nell’aggiudicazione degli appalti pubblici, ma il padre dell’ex premier aveva negato di aver mai fatto pressioni: «Ci incontrammo ma solo perché volevo che da assessore alla Sanità in Toscana facesse mettere la statuina della Madonna di Medjugorie nel cortile dell’ospedale pediatrico Meyer». Adesso si scopre che già nel giugno scorso Marroni ha consegnato ai pm le mail scambiate proprio con Tiziano Renzi per dimostrare come gli appuntamenti siano avvenuti quando lui era già al vertice di Consip.

http://roma.corriere.it/notizie/politica/18_marzo_31/consip-marroni-consegna-pm-mail-inviate-ministro-luca-lotti-3520019a-344b-11e8-a1e2-51062e133ddb.shtml

30 marzo 2018 - MILITARI, URANIO E VACCINI: la verità di Stato censurata dai media

Africa - Gibuti - gli arroganti statunitensi che hanno basi militare sparse per il mondo in quantità enorme si meravigliano che la Cina ne ha installata una nello stretto, che ha la stessa funzione che hanno quelle degli Stati Uniti


USA, al Congresso si studia la crescente influenza della Cina in Africa
© Sputnik. Igor Mikhalev
11:49 26.03.2018

Il capo della commissione per l’Intelligence alla Camera dei Rappresentanti Devin Nunes ha annunciato il futuro avvio di un'indagine sulle azioni della Cina in Africa volte a rafforzare il proprio potenziale economico e militare.

"In primo luogo guardiamo alla potenziale presenza militare della Cina nel mondo… I cinesi hanno recentemente aperto una base militare nel Gibuti… Noi crediamo che intendono investire nei porti e nelle infrastrutture di tutto il mondo, non solo per il potenziale militare, ma anche per controllare questi governi, per essere in grado di condurre attività di lobbying e manipolazione sulle autorità", ha detto Nunes in un'intervista a Fox News.

Il primo agosto dello scorso anno la Cina ha aperto una base militare nel Gibuti. Le autorità cinesi mantengono il segreto sul numero dei soldati stanziati nella base africana, ma la stampa crede che il contingente conti circa 10.000 militari.

Il ministero della Difesa cinese in precedenza ha spiegato che la nuova base nel Gibuti serve per le missioni di pattugliamento nel Golfo di Aden e al largo della Somalia.

venerdì 30 marzo 2018

Ilva - Calenda, il venditore di fumo, deve stare bonino, non è più di sua competenza impicciarsi

ILVA
Giovedì 29 marzo 2018 - 19:10
Ilva, Calenda: tempi stretti, bene negoziato avanti dal 4 aprile

"Obiettivo tutela di tutti i lavoratori è a portata di mano"


Roma, 29 mar. (askanews) – Il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda approva la decisione del Tavolo Ilva di avanzare con il negoziato dal 4 aprile. “È importante – sottolinea Calenda – la decisione delle parti di far avanzare il negoziato dal 4 aprile. L’intesa sindacale è necessaria per concludere il processo di cessione ad Arcelor Mittal e far partire investimenti produttivi e ambientali per 2,4 miliardi”.

“Il ruolo delle parti, a cui il governo non si può sostituire – aggiunge Calenda – è decisivo e il percorso fatto da sindacati e azienda ha già avvicinato le posizioni. L’obiettivo della tutela di tutti i lavoratori è a portata di mano. Dovere del governo è ricordare che Ilva ha cassa fino a giugno e che la normativa Ue sugli aiuti di Stato rende soluzioni alternative alquanto impervie. I tempi sono oggettivamente stretti”.

http://www.askanews.it/economia/2018/03/29/ilva-calenda-tempi-stretti-bene-negoziato-avanti-dal-4-aprile-pn_20180329_00265/

I sionisti ebrei hanno buon gioco a sparare nella prigione a cielo aperto di Gaza

GAZA: Israele apre la stagione di caccia sugli inermi

Maurizio Blondet 30 marzo 2018 

Cento cecchini con proiettili veri: Israele li ha sistemati sul confine con la striscia di Gaza, in vista di possibili manifestazioni in occasione del 30 marzo 1976 dove si commemorano gli arabi che hanno perso la terra, confiscata dallo stato ebraico, e la vita. Per sei settimane è previsto un accampamento di tende per reclamare simbolicamente il diritto a tornare nelle loro terre rubate da Israele. “Vogliamo spaventare gli israeliani con le immagini di una grande folla che si riunisce pacificamente e si siede vicino alla frontiera”, aveva dichiarato Ahmed Abu Retaima, portavoce di Hamas.

Per il glorioso Tsahal è come l’apertura della stagione della caccia. Il Jerusalem Post del 30 marzo riporta che un coltivatore di Gaza è stato ucciso, e un altro gravemente ferito, non dai cecchini ma da un carro armato presso Kahn Younis. “Nella notte due sospetti si sono avvicinati allo sbarramento di sicurezza e han cominciato a comportarsi in modo sospetto, quindi il cingolato ha sparato contro di loro”, ha confermato il portavoce militare. Cannonate contro due sospetti.

Il 25 marzo, grande anteprima giudaica contro un primo pacifico assemblamento di folla: un drone militare ha sorvolato la folla che si stava radunando spargendo sopra di essa grandi quantità di gas lacrimogeni. La tv libanese Al-Mayadin ha mostrato un breve video della scena: gente senza difesa che si di disperde incespicando e torcendosi sotto l’attacco.




Grande, glorioso esercito ebraico. Del resto il giorno prima, 24, caccia israeliani F-16 hanno colpito un non meglio precisato “bersaglio di Hamas” a Rafaa, ossia in pieno abitato, in risposta a una terribile aggressione così descritta dallo stesso esercito di Sion: “Il reticolato di sicurezza presso il kibbutz Kissufim era stato danneggiato e quattro palestinesi che portavano bottiglie piene di materiale infiammabile hanno attraversato illegalmente il confine, cercando di appiccare il fuoco ad una pala meccanica”. Anche di questa intrusione c’è un breve filmato: i quattro palestinesi, sono rientrati precipitosamente a Gaza sotto il fuoco concentrato dei soldati israeliani.


Con l’occasione si è saputo che Tsahal sparge dall’alto grandi quantità di pesticidi che rovinano le colture (per lo più agrumeti) in quella che i giudei chiamano la “zona tampone” – ovviamente tutta in territorio di Gaza, con la scusa mantenere “aperto il campo visivo” ai guerrieri sorveglianti di là dal Muro.

Naturalmente spargono i pesticidi con una doviziosa abbondanza – gli ebrei sono generosi – ben oltre la striscia di 300 metri che loro han dichiarato zona-tampone, un nastro di suolo che copre il 35% dei terreni agricoli rimasti agli assediati di Gaza.

Questa abbondanza di pesticidi ed altri defolianti e tossici ha ridotto la parte dell’agricoltura nella (misera) economia di Gaza dal 12 per cento del PIL nel 1994, al 3,3% nel 2015; riducendo anche le possibilità di lavoro nella Striscia, dove la disoccupazione supera la metà della popolazione, e l’agricoltura rappresenta l’8,7 per cento dell’occupazione locale. Incredibilmente, questo problema è stato segnalato dal consolato francese a Gerusalemme.




Gaza è un lager reso innovativo dalla geniale creatività ebraica: se nei lager nazisti e nel GuLag sovietico era l’amministrazione carceraria che forniva a sue spese i pasti, sia pur ovviamente da fame, nel lager ebraico di Gaza sono gli internati detenuti che devono sforzarsi di produrre il loro cibo, a loro spese, sotto gli occasionali bombardamenti e le regolari vaporizzazioni di pesticidi dei sorveglianti.

Frattanto l’aviazione israeliana ha proclamato che due suoi F-35 invisibili, ribattezzati Adir (il Grande) e probabilmente modificati dall’elettronica israeliana, hanno sorvolato l’Iran senza essere scoperti, dopo aver percorso lo spazio aereo siriano ed iracheno. E’ una chiara minaccia ed una preparazione alla guerra finale contro l’Iran tanto desiderato dallo Stato ebraico, e che ora diventa più vicino con la nomina di John Bolton alla Sicurezza Nazionale.

“Sono felice ed eccitato di annunciare che il Congresso USA ha approvato uno stanziamento record per il programma missilistico di Israele: 705 milioni di $ per il 2018!”, ha annunciato lunedì 26 il ministro della Difesa Avigdor Liberman. Infatti i parlamentari hanno aggiunto 148 milioni di dollari al programma, che già gli USA stanno pagando, che vuole costruire un “ombrello difensivo” di missili Iron Dome ed Arrow 3. In modo che Israele possa fare guerra a medie potenze e parare i loro colpi di ritorsione.