Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 5 maggio 2018

Giulio Sapelli - la consapevolezza che gli stati sono confligenti con l'apparato burocratico elefantesco europeo

SPILLO UE/ Le follie pronte a scassare l'Europa

Si comincia a parlare di Bilancio Ue ed emergono divisioni. La Germania non ha poi cambiato registro riguardo le sue politiche economiche. GIULIO SAPELLI

05 MAGGIO 2018 GIULIO SAPELLI

Olaf Scholz e Angela Merkel (Lapresse)

La Commissione europea si appresta a varare il budget settennale della più potente organizzazione economica internazionale: l'Ue. Una potenza, tuttavia, che non si trasforma in atto, per le intime contraddizioni che la costruzione dello zollvereineuropeo, ossia lo spazio commerciale europeo con alte dogane verso l'esterno ed eliminazione delle stesse all'interno, costruitosi via via dopo la politica agricola europea e la costruzione, prima dello Sme ossia della banda di oscillazione valutaria, e poi con l'euro, moneta unica per un currency board, ossia un sistema di cambi fissi a moneta unica mai prima neppure immaginato su scala mondiale in tutta la storia del capitalismo contemporaneo.

Una costruzione funzionale, che ha sottratto via via sovranità ai popoli senza che essi e le loro classi politiche potessero accorgersene, per ignavia e per complicità con poteri sempre più occulti e promananti potenza. Le classi politiche non se ne accorgevano, ma i poteri situazionali di fatto che ne regolavano paretianamente la circolazione, quella sottrazione non solo governavano, ma costruivano ideologicamente con filastrocche mass mediatiche e coorti di cosmopoliti esperantisti che hanno proliferato in tutte le nazioni via via aderenti a un costrutto economico-amministrativo (mai costituzionale in senso classico) che non s'era mai visto su scala mondiale in tutti i secoli precedenti il Novecento.

Ogni volta che si discute, in questa costruzione istituzionale dell'accountability e delle risorse da spartire tra gli stati a sottratta sovranità (che contribuiscono con quote prefissate alla raccolta del patrimonio intra-statale) emergono contraddizioni manifeste. E questo perché la sottrazione di sovranità non è stata completa, ma dimidiata, ossia limitata. Limitata secondo faglie più o meno ampie e profonde a seconda del grado di etero-direzione delle classi politiche nazionali e degli interessi capitalistici dei singoli stati. Le istituzioni europee, in un certo qual senso, sono sovranazionali, ma i sistemi capitalistici che ne costituiscono la struttura materiale non lo sono affatto, perché commerciare nel mondo non vuol dire essere "mondiali". E gli interessi nazionali sono spesso antagonistici e non complementari o cooperativi, ma invece competitivi e non collusivi.

Le proprietà capitalistiche dei singoli stati, del resto, ancora sono lì a rendere manifesto che le società civili europee sono nazionali, avendo il diritto romano a fondamento del loro ordinamento che è il sistema giuridico più nazionale al mondo che possa esistere. I diritti di proprietà, quindi , non possono essere sottratti dalle direttive europee, ma possono essere, come sono, solo ostacolati dalle stesse direttive, come comprovano le follie regolatorie della tecnocrazia "mista" europea, "mista" perché un po' nazionale, un po' partitica, un po' tecnocratica come cooptazione e come capacità estrattiva delle risorse che si trovano a dover maneggiare con lussuria neo- patrimonialistica.

La tecnocrazia europea è sì distributiva, ma altresì estrattiva e quindi minacciosa. Gli stati e le imprese conservano il fondamento delle società civile ossia i diritti di proprietà che non possono essere sottratti, ma che certo vengono regolati dall'alto e quindi minacciati continuamente. I diritti di proprietà oggi ci si limita a regolarli, ma fortissima è la spinta delle nomenclature tecnocratiche "miste" a espropriarla, quella proprietà, per aumentare il potere loro proprio. Per questo la forma economico-politica più simile all'Ue dal punto di vista comparatistico è l'Urss così come l'abbiamo conosciuta e studiata e… subita.

Ma veniamo a noi, all'oggi dello Juncker sempre serafico annunciante il piano del budget. E subito partono le opposizioni dell'Olanda, dell'Austria e della Danimarca contro la volontà della cuspide non politica e non nazionale della Commissione di aumentare il budget comunitario e quindi gli esborsi dei singoli stati. Esborsi sempre più ingenti per via del fatto che la Brexit cammina veloce e il Regno Unito sembra ben intenzionato a camminare per la sua strada e a rimediare al mostro genetico prodotto dalle effimere volontà capitalistico-liberiste dispiegate di trasformare il diritto romano europeo in common law e quindi dar vita a un capitalismo interamente nuovo, che avrebbe sradicato il capitalismo renano ossia franco-tedesco e la sua creatura geneticamente inferiore storicamente, ma in salute. Il capitalismo italico: dalla Prima guerra mondiale in un susseguirsi di prodigiose ascese dopo rovinose cadute, il capitalismo italico, una forma società via via interamente nuova.

Il Primo Ministro olandese Mark Rutte non ha usato mezzi termini. "L'aumento dei costi riflette una non fair distribuzione dei costi" e quindi bisogna respingere il budget e l'aumento delle spese. Tutto questo mentre il nuovo ministro tedesco delle Finanze, il socialdemocratico Olaf Scholz, non fa che riproporre le ricette del fanatico Wolfang Schauble, sordo anche alla chiamata alla fedeltà atlantica di Donald Trump che invoca l'aumento dei contributi di spesa delle singole nazioni aderenti alla Nato. Scholz e il ministro della Difesa tedesco, la candida Ursula von der Leyen, che hanno affermato a chiare lettere: "Noi dobbiamo creare una prospettiva finanziaria solida per la nostra sicurezza estera nei prossimi anni" e quindi ora ne se ne parla proprio.

Tutto rimane immobile dunque, anche le illusioni sulla condivisione della spesa e del rilancio dell'economia sono distrutte dinanzi a una situazione internazionale che si fa sempre più precaria dinanzi a un mondo economicamente diviso, dove l'unica economia che cresce è quella nordamericana, e che quindi fa impensierire per l'aumento dei tassi di interesse che appare ormai prossimo su scala mondale unificando solo su questo punto un mondo che invece economicamente è sempre più diviso.

Anche la Comunità economica europea è divisa sempre più e dobbiamo chiederci sino a che punto questa divisone sia possibile sostenerla nel conflitto crescente con gli Usa e la divaricazione franco- tedesco-baltico-scandinava. Vengono alla mente i versi di un grande poeta tedesco costretto dai filistei della Sua patria a morire in esilio, il grande Heinrich Heine, e alla mente ritorna la traduzione carducciana di una grande poesia.

"Passa la nave mia con vele nere,

Con vele nere pe 'l selvaggio mare.

Ho in petto una ferita di dolore,

Tu ti diverti a farla sanguinare.

È, come il vento, perfido il tuo core,

E sempre qua e là presto a voltare.

Passa la nave mia con vele nere,

Con vele nere pe 'l selvaggio mare."

(da: Anna Maria Curci, Carducci traduttore di poesia tedesca, in "Journal of Italian Translation", Volume II, Number I, Spring 2008, pp. 23-24)

Mauro Bottarelli - l'economia sta schiantandosi

SPY FINANZA/ Così l'Ue è pronta usare l'Italia come capro espiatorio

La Commissione Ue ha bisogno di un capro espiatorio nel caso di possibili incidenti di percorso di tipo economico e finanziario. E ha scelto l'Italia, dice MAURO BOTTARELLI

04 MAGGIO 2018 MAURO BOTTARELLI

Pierre Moscovici (Lapresse)

La pazienza, almeno formalmente, sembra finita. Sia quella del presidente, Sergio Mattarella, il quale ha indetto per lunedì un'ultima (almeno si spera) giornata di consultazioni con tutti i partiti, prima di prendere una decisione relativa al nuovo governo, sia quella della Commissione Ue, silente finora, ma che ieri pare aver recuperato il tempo perduto in fatto di rimbrotti e nemmeno troppo velate minacce. L'organismo comunitario, infatti, ha confermato le stime di crescita per l'Italia, ma vede un rallentamento alle porte e diffida la politica dal far durare troppo a lungo proprio l'incertezza sul nuovo esecutivo, ricordando che se questa non si risolvesse in tempi rapidi ci sarebbero possibili riflessi negativi sul mercato e sulla ripresa economica. 

Duro anche il commissario agli affari economici, Pierre Moscovici, sugli sforzi di correzione dei conti: quelli strutturali fatti dall'Italia per il 2018 «sono pari a zero»: detto dall'uomo che solitamente corre in nostro soccorso in caso di rampogne, non appare un bel segnale. I numeri, d'altronde, parlano chiaro. Dopo il trend positivo della crescita nel 2017, l'economia italiana «continuerà a crescere allo stesso passo dell'1,5% quest'anno, sostenuta largamente dalla domanda interna», un risultato però da fanalino di coda nella famiglia del Vecchio continente, al pari della Gran Bretagna che ne sta per uscire. E con l'aggravante che con i «venti di coda in calo e l'output gap che si chiude, la crescita del Pil verrà moderata a 1,2% nel 2019». 

Insomma, c'è poco da stare allegri. E non tanto per le parole, quanto per le cifre che costerà questa situazione. La Commissione stima infatti che non ci siano in vista correzioni strutturali del deficit in rapporto al Pil: il disavanzo al netto degli effetti del ciclo economico e delle misure una tantum calcolato come percentuale del Pil potenziale è pari all'1,7% del Prodotto nel 2017 (in peggioramento di 0,3% rispetto al 2016), nel 2018 resterà all'1,7% e nel 2019 peggiorerà di 0,3 punti percentuali portandosi al 2%. Il tutto, in base a previsioni a politiche invariate, ovvero dando per assodato che, in assenza del nuovo governo, quest'ultimo proseguirà comunque quelle del precedente, una volta insediato. E questo significa zero interventi, migliorativi o peggiorativi che dir si voglia, non margine di manovra ristretto: quindi, le ipotesi di abolizione della legge Fornero o dell'istituzione del reddito di cittadinanza appaiono abbagli lunari. Almeno per Bruxelles. Quindi? 

Quindi si rafforza la convinzione che dall'Europa arriverà una richiesta di correzione strutturale superiore a 5 miliardi, appunto lo 0,3% del Pil. Un impegno che la Commissione non ha voluto far arrivare al governo uscente di Paolo Gentiloni, aspettando con pazienza un nuovo interlocutore col quale discutere delle misure necessarie a rientrare nei ranghi. Ora, però, i giorni sono passati e, di fronte all'impasse politico, a Bruxelles hanno tenuto a far sapere che la pazienza sta finendo e che la dura presa d'atto con la realtà economica del Paese non è ulteriormente rinviabile. Insomma, c'è da aver paura che qualcuno, in sede Ue, metta fretta in maniera poco ortodossa riguardo la questione del nuovo esecutivo? Tenderei ad escluderlo. Per una serie di motivi. 

Primo, al netto dei numeri italiani che non stupiscono affatto, occorre prendere in esame altri numeri resi noti ieri, in primis quello dell'inflazione nell'eurozona. La quale, guarda caso, dopo l'ammissione di un rallentamento della crescita da parte di Mario Draghi e il ritorno alla carica per una normalizzazione della politica monetaria da parte invece della Bundesbank, è tornata a frenare: ad aprile è infatti cresciuta dell'1,2% contro l'1,3% di marzo e la stessa percentuale su base annua attesa dagli economisti, ma è il dato core a fare sensazione, essendo in crescita solo dello 0,7% contro le attese del +1,2%. E, come sapete, le prospettive inflazionistiche sono seguite con attenzione morbosa, visto che sono strettamente connesse al futuro del programma di espansione della Bce, legato al raggiungimento del target attorno al 2% e già in predicato di tapering, dopo la riduzione degli acquisti mensili già operata lo scorso autunno. Di fatto, sperando che i tecnici della Commissione Ue non siano veramente dei pazzi o dei fobici dei nostri conti pubblici, è questo che preoccupa Bruxelles, non il nostro 0,3% a fronte di un debito pubblico sì monstre ma ampiamente gestibile nel breve-medio termine, viste le dinamiche del passato e lo "sconto" sul servizio garantito proprio da anni di operatività sui mercati sovrani (e non) della Bce. 

Insomma, per quanto mi riguarda, la Commissione Ue sta gridando "al lupo, al lupo" non tanto perché esista davvero un "problema Italia" sui mercati, quanto perché l'approssimarsi di possibili incidenti di percorso legati alla situazione di rallentamento economico e bolla finanziaria globale necessitano di un capro espiatorio. Da sbandierare come esempio non virtuoso di come si paghi il prezzo dell'inazione rispetto ai desiderata di Bruxelles, ma anche da additare come liability macro permanente dell'eurozona per mascherare le balle venduteci fino a oggi sulla famosa crescita sostenuta, sostenibile e soprattutto sincronizzata. Qualche esempio? Nei giorni scorsi ho diffusamente parlato della reale condizioni economica della Germania, oggi invece vi porto ad esempio una dinamica chiave relativa all'altra metà dell'asse portante dell'eurozona, la Francia di Emmanuel Macron. La quale, giova ricordarlo, non rispetta i parametri del deficit da quasi un decennio, tanto per mettere i punti sulle i. 

Guardate questa tabella, pubblicata l'altro giorno dal quotidiano della capitale transalpina, Le Parisien e relativa al potere d'acquisto dei francesi - parametrato rispetto a tre anni fa - letto attraverso la cartina di tornasole delle attività che non ci si può percentualmente permettere. Vi pare il quadro di un Paese con un'economia sana, pienamente inserita in una ripresa dell'eurozona sostenuta, sostenibile e sincronizzata? Il tutto, con la Bce pienamente operativa fino a fine marzo sul fronte dell'acquisto di corporate bond, una finestra di politica espansiva di cui le principali aziende francesi hanno beneficiato largamente, esattamente come quelle tedesche che criticano il Qe. E come le nostre, tocca ammetterlo. 


Cosa ci dicono queste voci e queste cifre, a fronte dei dati di crescita della Commissione Ue, dell'operatività della Bce e del quadro macro europeo? Che non c'è stato, pressoché minimamente, meccanismo di trasmissione fra crescita, produttività, inflazione reale e percepita e dinamiche salariali. E stiamo parlando della Francia, non della Grecia o di Cipro. Andate però a vedere il Cac 40 come ha performato. Andate a vedere i titoli bancari transalpini. E, soprattutto, prendete nota dello shopping che le aziende francesi stanno facendo in giro per il mondo, Italia in testa. È tutto frutto dell'inganno del debito perpetrato dalle politiche della Bce (come della Fed o della Bank of Japan), di crescita reale e benessere economico diffuso non c'è nulla: spenta la stamperia di Francoforte, viene giù tutto. In primis le ridicole cifre della Commissione Ue e i suoi altrettanti patetici diktat per il nostro 0,3% di sforamento. 

E vi dirò di più. Mentre a Bruxelles andava in onda un incontro di wrestling fra sinapsi per riuscire a partorire certe stime e proiezioni, altrove chi conosce un po' meglio i mercati - e le loro turbolenze - metteva in guardia su qualcosina di più serio. E immediato. «Il cambio di rotta, seppur graduale, delle Banche centrali avrà come conseguenza un boom di emissioni da collocare sul mercato». Parola di Bank of America-Merrill Lynch, la quale stima che l'offerta di bond, tra governativi e corporate, triplichi dal 2017 al 2019 e tocchi 1,5mila miliardi di dollari nel 2019, un livello mai raggiunto negli ultimi 15 anni. E stando al giudizio di BofA, il mercato sottostima pericolosamente lo shock d'offerta sui tassi. 

I conti sono presto fatti. Soltanto quest'anno, la Fed non ricomprerà un controvalore di 229mila miliardi di Treasuries in scadenza, mentre la riforma fiscale richiede risorse per ulteriori 200mila miliardi di dollari: non a caso, il Tesoro Usa si è messo a emettere anche carta a 2 mesi adesso e questi grafici parlano chiaro: i primi due mostrano le dinamiche di crescita delle emissioni di debito sovrano Usa e la ripartizione fra acquirenti/detentori, mentre il terzo dimostra plasticamente che le mosse di Washington non sono dettate dalla fiducia nelle politiche di Trump, ma dal fatto che c'è sempre meno richiesta di carta americana, divenuta di fatto sempre meno asset di rifugio. Da qui l'attesa degli esperti di Bank of America che il rendimento del Treasury bond decennale salga entro fine anno al 3,25%, più di quanto atteso dal consensus. 



Sempre stando all'analisi di BofA, l'offerta troverà sempre una domanda, quindi la questione non è se si troveranno acquirenti per questi bond, ma a quale prezzo, oltretutto in un mondo senza più price discovery a causa proprio degli acquisti onnivori e senza distinzione - di fatto - del rating da parte della Banche centrali negli ultimi anni. Quello che è inusuale riguardo l'attuale scenario è che l'offerta di obbligazioni è in crescita proprio nel momento in cui i tassi stanno salendo. Di solito accade l'opposto, l'offerta sale quando le Banche centrali stanno tagliando il costo del denaro, una situazione che rende più facile l'assorbimento dell'offerta, perché gli investitori possono sperare in capital gain e sono protetti dal carry trade sulle curve dei tassi più ripide. E l'enorme problema per l'eurozona, legato a possibile "bizze" dei mercati, sarebbe la nostra impasse politica o il nostro 0,3% di sforamento? 

Volete un'ultima dimostrazione delle messe di guai che c'è all'orizzonte, tanto per mettervi l'animo in pace riguardo la strumentalità delle minacce di Bruxelles? Guardate queste due immagini, relative alla regina della Borsa, ovvero Apple, la quale giova ricordare ha nella Banca centrale svizzera uno dei detentori più grandi ed esposti al mondo. Bene, proprio grazie alle dinamiche di emissione obbligazionaria col badile e a costo zero garantita dalla Fed, Apple solo nel primo trimestre di quest'anno ha speso 23,5 miliardi di dollari in buybacks azionari, finanziati appunto dalle emissioni di debito che la Banca centrale Usa così carinamente ha acquistato per anni senza battere ciglio: stiamo parlando di una cifra che da sola supera il market cap di 275 delle 500 aziende quotate allo Standard&Poor's 500! 



La seconda immagine, poi, è l'emblema della falsità dei rally azionari di questi anni, di fatto lo specchio della ripresa economica globale, stando alla nuova narrativa macro tanto in voga, soprattutto da quando Donald Trump è alla Casa Bianca: 4 delle 5 operazioni di buybacks a livello trimestrale più grandi della storia Usa sono state operate da Apple a partire, guarda caso, dal 2013, quando il Qe post-Lehman della Fed è entrato in modalità forza quattro. Un mondo del genere andrà a schiantarsi per il nostro 0,3%, a vostro modo di vedere?

La sharia avanza attraverso i partiti islamici e le elezioni. E' scritto prenderanno il potere in Europa. Gli euroimbecilli gli lo porgeranno su un piatto d'oro

La mappa dei partiti islamici in Ue: 
ecco dove sono e cosa fanno

MAG 4, 2018 

I partiti islamici continuano a proliferare in Europa. Quello che li accomuna è la volontà di rappresentare i musulmani e le loro istanze all’interno delle varie assemblee elettive. Ognuno ha una storia diversa. Per qualche commentatore politico, molte sigle avrebbero un elemento comune: essere finanziate dal Qatar Charity. 

Il movimento di cui si parla con maggiore attenzione adesso è “Islam”, la piattaforma belga che ha proposto l’introduzione di una sharia in salsa occidentale. “Islam” ha due consiglieri municipali, non è presente su tutto il territorio nazionale belga, ma sta interessando le cronache per via di una posizione specifica: la Costituzione del Belgio sarebbe sovrapponibile al Corano per l’ottanta per cento. 

Precetti giuridici e politica nella fede musulmana si fondono fino a mischiarsi. Mohammed è uno dei nomi più comuni a Bruxelles e qualcuno nella capitale belga sta cominciando a chiedersi se quel 2% possa trasformarsi in qualcosa di molto più significativo. Quello che “preoccupa” è soprattutto il fattore demografico: la religione islamica è destinata a divenire maggioritaria anche in Europa. Quelli di adesso potrebbero essere solo esperimenti di islam politico. Tentativi, che costituirebbero le basi fondative di realtà elettorali ben più consistenti. 

In Olanda c’è Denk, nato da una costola progressista del partito labourista e già affermatosi attorno al 2%. Il partito in questione è stato idolatrato dalla maggior parte dei media neoliberal occidentali. Quello che viene ritenuto funzionale a scardinare dal basso il razzismo anti – migranti, potrebbe in realtà essere utilizzato dalla Turchia come “cavallo di Troia” per entrare nel vecchio continente: si parla di legami con Erdogan. Non è tutto oro quel che luccica, insomma. Denk, tra le tante proposte contenute nel suo programma, vorrebbe introdurre la parificazione delle scuole statali con quelle islamiche in cui vengono insegnati i testi sacri della fede musulmana. La cultura, i costumi e la formazione sono gli ambiti che le organizzazioni musulmane tengono più in considerazione. Anche rispetto a questo assunto pare necessario sottolineare come Michel Houellebecq, all’interno di “Sottomissione”, avesse profetizzato come la Sorbona sarebbe diventata un’università islamica. Il Qatar, poi, ha acquistato anche lo stadio di Parigi. Costumi, cultura e formazione si diceva.

In Francia troviamo il Rassemblement des musulmans de France e l’Union des organisations islamiques de France. Solo la seconda sigla è un vero proprio partito (ha anche eletto un consigliere comunale a Bobigny), ma la prima, in quanto organizzazioni nata attorno alla Grande Moschea di Parigi, “conta” paradossalmente molto di più. Nelle nazione transalpina si è fatto un gran parlare del voto dei musulmani durante le passate elezioni presidenziali. Ci si è meravigliati del fatto che molti islamici di prima generazione abbiano votato Marine Le Pen. In realtà questo dato può essere interpretato con facilità: i primi migranti, a causa dell’arrivo di altri stranieri, temono di perdere il loro “status quo”. La questione identitaria è quella che interessa di più ai musulmani francesi. Dato il contesto demografico d’oltralpe, sembra scontato che questi movimenti islamici siano destinati a crescere nel tempo. 

In Spagna c’è Prune (forse sarebbe più corretto dire “c’era”) che, come si legge in questo articolode L’Intelletuale Dissidente, avrebbe voluto fare della nazione iberica il centro dell’islam politico nel Mediterraneo, ma la cui strada è stata sbarrata dalle istituzioni spagnole. Un partito islamico radicato esiste in Finlandiae in Bosnia – Erzegovina. Poi, ancora, i partiti disciolti: il partito islamico di Gran Bretagna, la Lega Araba d’Europa dei Paesi Baschi e la branca olandese di quest’ultima formazione.

E in Italia? L’ idea di far nascere un partito islamico del balepaese è stata lanciata durante lo scorso febbraio. Stando a quanto scritto su Il Foglio, il dottor Hamza Piccardo, che è il fondatore dell’Ucoii, sarebbe vicino ai Fratelli Musulmani. Proliferano, in definitiva, partiti che potremmo definire “confessionali”, mentre il modello cristiano – democratico diviene sempre più un’esclusiva dell’Europa meridionale. Persino la Cdu di Angela Merkel sta subendo qualche battuta d’arresto. Si dice che i “musulmani” presenti in Europa siano molti di meno rispetto a quelli “percepiti”, ma le statistiche mostrano anche come nel 2050 possano diventare 75milioni: tra il 7% e il 14% del totale. Non ci sarebbe da stupirsi, insomma, dinanzi alla progressiva crescita di esponenti politici musulmani all’interno delle assisi politiche.

al 4° MINUTO e 30 secondi. Si parte dal Centrodestra cioè con il delinquente abituale Berlusconi


Matteo Salvini - Questo cialtrone venditore di fumo vuole rispettare il voto degli italiani che hanno bocciato il delinquente abituale ma che lui pretende di imbarcare in un prossimo presente governo a tempo con il M5S.

al 4° MINUTO  e 30 secondi. Si parte dal Centrodestra

Il nostro gioca sempre sull'ambiguità quando gli fa comodo dice governo M5S-Lega che alterna partendo dal programma del Centrodestra, sottinteso TUTTO anche lo zombi Berlusconi

martelun

Orban va contro il Politicamente Corretto. Rischia...



Orban minaccia la Ue: più soldi a chi tutela i migranti? Vi farò saltare il banco

Il primo ministro ungherese ha annunciato che voterà contro il primo bilancio dell'Europa che prevede anche un pugno di ferro con i Paesi con scarsi standard democratici. Come l'Ungheria 

globalist4 maggio 2018


Il primo ministro ungherese Viktor Orban ha minacciato oggi di porre il veto sul primo bilancio pluriennale europeo dopo la Brexit, che propone di legare l’erogazione dei fondi europei a standard democratici, a partire dal rispetto dello stato di diritto. Il budget da 1.000 miliardi di euro e coprirà il periodo tra il 2021 e il 2027 è stato svelato mercoledì dalla Commissione europea dopo mesi di difficili consultazioni tra i 27 paesi che resteranno nell’Ue dopo che la Gran Bretagna uscirà.

Secondo Orban, non si deve spendere di più per i migranti, aumentando il fondo per la gestione dei flussi "I paesi che accolgono migranti devono risolvere il problema con risorse proprie, e non devono avere neanche un centesimo dalla cassa europea", ha detto. Il bilancio di sette anni dovrà essere approvato all'unanimità, ha sottolineato. "Senza il consenso degli ungheresi, niente bilancio", ha tranquillizzato i suoi elettori. “Io – ha detto ancora – non sosterrò un bilancio che prenda dai contadini, o dalla ricerca, dallo sviluppo, dallo sviluppo regionale e dia a paesi che fanno entrare i migranti”. La proposta presentata mercoledì è vista male da paesi che, come l’Ungheria o la Polonia, sono stati criticati per i loro standard democratici.

Il meccanismo prevede che l’Ue “sospenda, riduca o restringe l’accesso” ai fondi Ue se “fossero individuate deficienze nello stato di diritto”. Budapest ha già detto che si opporrà a ogni tentativo di porre condizioni ai miliardi di fondi che riceve dal blocco. Orban ha poi aggiunto: "Le elezioni del Parlamento europeo non saranno altro che un gigantesco referendum sulla migrazione. Non è il Ppe ad avere il gruppo più ampio al Parlamento europeo, ma George Soros. Gli ungheresi non si devono preoccupare, fino a quando l'Ungheria non darà il suo consenso, non ci sarà alcun budget". Il premier ha poi concluso: "Gli Stati Uniti d'Europa non si devono fare. L'Europa si deve basare sull'alleanza di Stati sovrani".

Accaparramento delle terre - land gabbing - gli tolgono le terre, il loro modo di vita, li costringono ad andare nelle città creando e perpetuando le bidonville da dove nasce la speranza di un domani migliore attraverso l'immigrazione

DOSSIER

FOCSIV, "DIFENDI CHI LAVORA LA TERRA": CHI SONO I VERI PADRONI 

05/05/2018 
Luciano Scalettari

Le multinazionali si sono impossessate di ben 68 milioni di ettari, equivalenti a 8 volte il Portogallo e 3 volte l’Ecuador. Le conseguenze? Dopo quasi un decennio, la fame è di nuovo in aumento. Secondo i dati dell’Onu circa 815 milioni di persone nel mondo soffrono per la mancanza di cibo 


“Difendi chi lavora la terra”. Con questo slogan la Focsiv (la rete del volontariato di matrice cristiana) rilancia la campagna “Abbiamo riso per una cosa seria”, giunta alla XVI edizione. Lo fa insieme a Coldiretti e Campagna Amica. Un’iniziativa avviata il 16 aprile che arriverà al culmine il 5 e 6 maggio prossimi, quando sarà presente in centinaia di piazze italiane con il tradizionale pacco di riso “100% italiano”.

L’iniziativa, inoltre, si avvale dell’Sms solidale (il 45589) per la raccolta fondi. Quest’anno c’è anche un fatto speciale: nell’occasione Focsiv presenta il primo Rapporto su “I padroni della Terra”. Parla del fenomeno dell’accaparramento di aree fertili e coltivabili in tanti Paesi del pianeta.


Lo chiamano “accaparramento delle terre”, in inglese land grabbing. È un fenomeno che investe tutto il pianeta. Ed è devastante: si traduce in una vera e propria spoliazione dei terreni fertili delle piccole realtà contadine, depauperando un’agricoltura che darebbe da mangiare a milioni di persone nei Paesi poveri e che invece le grandi multinazionali destinano alla produzione intensiva per i Paesi ricchi, oppure alla produzione petrolifera o, ancora, all’estrazione di materie prime preziose.

Un fenomeno su cui Focsiv, la rete del volontariato di matrice cristiana, insieme a Coldiretti ha voluto per la prima volta attirare l’attenzione con un approfondito rapporto, intitolato “I padroni della Terra”, diffuso in occasione del lancio della campagna “Abbiamo riso per una cosa seria”.

Lo studio indica chi siano i reali proprietari delle terre coltivabili e chi ne abbia il controllo, ma al tempo stesso è una denuncia su quanto sta accadendo in ogni parte del mondo: la “rapina” della terra avrà gravi conseguenze che ricadranno su tutti per generazioni. Non solo. “I padroni della Terra” analizza le ripercussioni in termini di conflitti, espulsioni, migrazioni, scomparsa delle biodiversità.

«Il nostro è un grande movimento », spiega Gianfranco Cattai, presidente di Focsiv, «rappresentato dai milioni di chicchi di riso offerti dai nostri volontari i primi giorni di maggio, che ribadisce come nessuno di noi sia disposto a delegare alcuno per ciò che ci riguarda più da vicino: il liberarci dalla schiavitù dei prezzi imposti dalle multinazionali dell’agroalimentare, dal fenomeno del caporalato, dai cambiamenti climatici e dalle cause che portano all’emigrazione di milioni di persone. Molti terreni stanno passando nelle mani di chi governa l’agrobusiness mondiale e ciò mette a repentaglio sia la sopravvivenza di chi lavora, sia la qualità dei prodotti agricoli, sia la sostenibilità di chi, come i tanti contadini anche italiani, cerca di coltivare cibo sano e di qualità. Noi pensiamo che solo con l’agricoltura familiare si può dare una risposta alla fame, al bisogno di lavoro e allo sviluppo umano secondo una visione più equa e più giusta di democrazia alimentare e di ecologia integrale. Da qui nasce il nostro bisogno di voler monitorare con un rapporto annuale quale sia la situazione in ogni parte del mondo per quanto riguarda la nostra casa comune: la Terra».

I segni dell’allarme ci sono: dopo quasi un decennio in cui la fame nel mondo era in diminuzione, ora è nuovamente in aumento. Lo dice l’Onu: sono circa 815 milioni le persone coinvolte nella mancanza di cibo, circa l’11% della popolazione mondiale. “Lo Stato della sicurezza alimentare nel mondo” indica che i 38 milioni di affamati in più registrati nel solo scorso anno sono dovuti, nella gran parte dei casi, alla proliferazione dei conflitti violenti e alle conseguenze dei cambiamenti climatici.

«In Italia», aggiunge Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti, «questo è un sistema vincente, costruito sull’attenzione alle persone, che trova le radici nella storia agricola italiana, consentendo a molti di lavorare nelle campagne, privilegiando le culture locali, salvaguardando le biodiversità e i territori senza cedere alle grandi produzioni indifferenziate lontane dal nostro Paese».

Occorre, però, qualche dato dello studio per capire la dimensione del fenomeno: i contratti conclusi, di acquisto o affitto, di terra nel mondo sono 2.231 per oltre 68 milioni di ettari. A questi vanno aggiunti altri 209 contratti in corso di negoziazione (ulteriori 20 milioni di ettari). Equivalgono a 8 volte uno Stato grande come il Portogallo, quasi 3 volte l’Ecuador. I primi 10 Paesi investitori sono gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Olanda, nazioni emergenti come la Cina, l’India e il Brasile, ma anche gli Emirati Arabi, la Malesia, Singapore e il minuscolo Liechtenstein. E, ovviamente, i Paesi più “saccheggiati” sono quelli con le popolazioni più povere – come la R.D. Congo, il Sud Sudan o la Liberia – ma più ricchi di materie prime o terreni fertili.

E l’Italia? Ha investito su 1 milione e 100 mila ettari con 30 contratti in 13 Stati, la maggior parte dei contratti delle imprese italiane sono distribuiti in Paesi poveri africani.

5G - L'Italia potrà contare sulla cinese Zte

IL REPORTAGE
Zte: “Bando Usa o non bando, saremo leader mondiali del 5G”

Nel quartier generale di Shenzhen l’ostracismo Usa non batte la fiducia. Fan Xiaobing: “Nella quinta generazione mobile siamo davanti a tutti”. Hu Kun: “Italia nostro partner strategico. Investiremo 500 milioni nei prossimi anni”

23 Apr 2018
Gildo Campesato
Direttore responsabile

Il benvenuto inizia con la foto di gruppo nella hall d’ingresso agli headquarters Zte di Shenzhen. Un “riconoscimento” riservato alle delegazioni ufficiali. “In effetti, è la prima volta che un gruppo di una decina di giornalisti italiani viene in visita nella nostra sede”, spiega Hu Kun, giovane e dinamico amministratore delegato di Zte Italia e presidente di Zte Western Europe.


Dall’Europa è volato appositamente a Shenzhen per accompagnare la stampa italiana nella visita a quello che in pochissimi anni è diventato un colosso riconosciuto delle tlc mondiali. Ancora a inizio anni Novanta Zte costruiva giocattoli per finanziare i suoi primi telefoni – fissi, ovviamente – da vendere nelle aree rurali della Cina. Una trentina di anni dopo, l’invito ai giornalisti italiani testimonia la volontà di fare conoscere le proprie eccellenze tecnologiche e le proprie strategie a un Paese su cui Zte scommette molto, più che altrove in Europa. L’incontro serve anche a ribadire, proprio dal quartier generale mondiale e per bocca di Fan Xiaobing, senior vice president e president of Global Marketing & Solution di Zte, che “quello italiano è un mercato strategico”, auspicando una collaborazione sempre più stretta con l’Italia e le sue imprese. Con un occhio particolare “sulle innovazioni del 5G di cui Zte è leader mondiale: L’Italia può trarne importanti benefici nell’era in cui tutto sarà connesso”. Auspici, ma anche impegni precisi. Nel cantiere italiano di Zte ci sono 500 milioni di investimenti nei prossimi anni. “Una cifra importante che testimonia una strategia di lungo periodo, non certo mordi e fuggi – osserva Kun – Consideriamo l’Italia un Paese fondamentale per noi e vogliamo essere parte della sua realtà industriale. L’Italia sarà l’hub delle nostre operazioni in Europa ed il cuore delle sperimentazioni del 5G e dei suoi servizi”.

Proprio per sottolineare questa volontà di radicamento è stato cambiato il nome della branch: da Zte Italy a Zte Italia. Gli effetti dell’accelerazione sull’Italia impressa nel 2017 sono evidenti già oggi. Un anno fa Zte contava da noi una sessantina di dipendenti. Ora sono 700 che salgono a 2.000 considerando le imprese dell’indotto: a livello locale Zte ha stretto collaborazioni con circa un centinaio di aziende. Le sedi in Italia sono 14, sparse in tutto il territorio nazionale, con Milano, Roma e Pozzuoli come capofila. La spinta decisiva a fare dell’Italia la base europea di Zte è certamente venuta dalla mega commessa (oltre un miliardo) per la nuova rete mobile 4,5G di Wind Tre di cui, casualmente ma significativamente, il ceo di Wind Tre Jeffrey Hedberg ha tenuto a battesimo la “tratta” di Milano proprio in coincidenza con la visita dei giornalisti italiani a Shenzhen.

Ma non c’è solo Wind Tre. “Abbiamo supportato Open Fiber nell’investimento per l’Ftth, continuato una solida partnership con Linkem per il network Tdd Lte, collaborato a stretto contatto con Telecom Italia”, ricorda Kun. “Ma non ci fermeremo qui: vogliamo cooperare con tutti gli operatori”. Vengono rimarcate le “importanti collaborazioni” con le Università di Roma Tor Vergata e L’Aquila, dove è stato inaugurato il primo “Centro di Innovazione e Ricerca” sul 5G in Italia. Vi è già funzionante un’antenna per le prime sperimentazioni. Non a caso proprio a L’Aquila è stato annunciato lo sviluppo della prima rete pre-commerciale 5G in collaborazione con Open Fiber. La spinta di Zte sul 5G in Italia è conseguenza del fatto che il gruppo punta ambiziosamente moltissime carte del proprio futuro sull’ultrabroadband mobile di quinta generazione, come è chiaramente emerso negli incontri di Shenzhen con la stampa italiana. “Siamo e vogliamo rimanere il numero uno al mondo nel 5G”, sottolinea Xiaobing ricordando come il suo gruppo abbia sottoscritto protocolli d’intesa e accordi di cooperazione strategica sul 5G con operatori europei del calibro di DT, Telefonica, Orange, H3A, Telenet, Turkcell, Wind Tre, Open Fiber.

Se al recente Huawei Analist Event di Shenzhen Eric Xu, rotating chairman del gruppo cinese, ha espresso qualche dubbio sulla capacità dei consumatori di percepire le differenze tecnologiche fra 4G e 5G, in Zte si è invece convinti che la strada della nuova generazione mobile vada perseguita con decisione, con la dichiarata ambizione di prenderne lo scettro a livello mondiale. Né sembra preoccupare più di tanto, almeno in prospettiva 5G, la scelta del dipartimento del Commercio Usa di bannare per 7 anni Zte dagli acquisti di componenti tecnologiche da aziende statunitensi. Una decisione che viene considerata una mossa dello scontro commerciale lanciato da Trump alla Cina, piuttosto che motivata da ragioni giuridicamente solide. “L’apporto tecnologico delle aziende Usa al nostro 5G ha un suo peso, anche rilevante – si fa notare a Shenzhen – Tuttavia, Il bando Usa non fermerà i nostri progetti”.

L’ultima mossa delll’ostracismo tecnologico Usa è giunta inaspettata in Cina, almeno a giudicare dalla reazione di sconcerto che ne è seguita, e non ha mancato, ovviamente, di creare scompiglio. Sullo sfondo, però, domina la speranza che per vie diplomatiche o legali alla fine prevarrà il buon senso. La stessa decisione delle autorità regolatorie Usa di consentire a Zte di presentare ulteriori prove della sua buona fede (nella gestione delle “remedies” sanzionatorie per la cessione di tecnologia Usa a Iran e Nord Corea) viene interpretata a Shenzhen proprio con questa chiave di lettura. Il divieto dell’amministrazione Usa alle aziende americane di vendere tecnologia a Zte fa del resto parecchio male anche alle corporation Usa (Qualcomm, Intel e Google in primis) che vendono chip e soluzioni al gruppo cinese. Lo fa, non a caso, rilevare anche il comunicato ufficiale di Zte con cui il gruppo ha commentato le nuove sanzioni. Paradossalmente, è proprio sulla sponda del Pacifico che Zte potrebbe trovare gli alleati migliori in un contenzioso con l’amministrazione Usa che non è scevro di strumentalità. Che la road map del fornitore di tlc cinese sia rimasta comunque inalterata, almeno per ora, viene confermato dall’anticipazione fornita da Xiaobing ai giornalisti italiani: “Sea fine giugno andrete al prossimo Mobile World Congress di Shanghai, vi troverete il primo smartphone 5G targato Zte”. Nella ricerca e sviluppo per il 5G Zte ha messo al lavoro più di 4500 ingegneri coprendo ad ampio spettro connettività, carrier, terminali, servizi. Girando tra le aule e i laboratori del quartier generale della Zte University ospitata in un’area collinare con vista mare nei pressi di Shenzhen ci si rende conto che già ci si è attrezzati per formare al 5G il personale dell’azienda e quello degli operatori clienti che lanceranno i servizi di nuova generazione.

“Pensiamo di avere tre vantaggi competitivi rispetto ai nostri concorrenti: innovazione tecnologica dei prodotti grazie alla qualità della nostra ricerca; ricchezza di soluzioni end-to-end che faciliteranno la commercializzazione dei servizi di nuova generazione; impegno nella standardizzazione che favorirà le economie di scala” è la valutazione espressa da Xiaobing alla stampa italiana in visita. “La chiave più importante del nostro successo globale è certamente il nostro costante impegno nella ricerca. Dalla fondazione nel 1985 abbiamo investito ogni anno attorno al 12% del nostro fatturato in R&D e continueremo a farlo anche in futuro”, spiega ancora il vice presidente di Zte. I risultati sembrano dargli ragione. Quotata alle Borse di Shanghai ed Hong Kong (col 51% di capitale in mano a varie entità pubbliche cinesi), le quotazioni sono schizzate al rialzo in maniera impressionante: +170% solo nel 2017, anche se per il 2018 bisognerà vedere quanto negativamente peserà il bando Usa e se e quanto le sue conseguenze incideranno realmente nei programmi della società.

Con 84.000 dipendenti in 160 Paesi, Zte ha fatturato nel 2017 circa 14 miliardi di euro di cui poco più della metà fuori dalla Cina, ha messo a segno un utile operativo di circa un miliardo di euro, è tra le prime 5 aziende al mondo per proprietà intellettuale con oltre 30.000 domande di brevetti approvate (di cui 1.500 nel 5G), vanta 20 centri di ricerca in tutto il mondo (anche negli Usa), ha stretto 500 partnership maggiori nei Paesi dove è presente. Il tutto è stato raggiunto in appena 25 anni di vita nelle telecomunicazioni, dopo essersi lasciata alle spalle l’iniziale costruzione di giocattoli. La trasformazione di Zte è a suo modo simbolica dell’evoluzione di Shenzhen: da agglomerato manifatturiero tradizionale a città di 7 milioni di abitanti, punta di diamante dell’alta tecnologia cinese, una Silicon Valley nella Cina Meridionale. Quanto peserà nell’evoluzione aziendale futura il contenzioso con gli Usa, intenzionati a tenere fuori dai loro confini e anche a boicottare i fornitori di tlc cinesi, non solo Zte ma anche Huawei in primis? Sono domande che neanche in Cina sottovalutano. Ma guardano oltre. L’orizzonte di Zte è ormai il mondo. E, fanno capire dal quartier generale di Shenzhen, non sarà certo un bando di Trump a fermarli.

Sionismo - Il sangue palestinese sul Giro d'Italia. Si sono venduti per un piatto di lenticchie

Israele - La maglia rosa che cancella l'occupazione

GIRO D’ITALIA 2018. P
arte oggi da Gerusalemme la Corsa Rosa. Successo per il governo israeliano. A 90 km, a Gaza, un nuovo venerdì di proteste
Isra
AGGIORNAMENTI: 
ore 21:45   Bilancio della giornata: 1.110 palestinesi feriti. Bruciato parte del valico di Kerem Shalom. Esercito israeliano: “Oggi 10.000 palestinesi hanno protestato lungo il confine”
Il bilancio della giornata di proteste dei gazawi al confine con Israele è di 1.100 persone ferite. Secondo fonti sanitarie locali, almeno 82 manifestanti sono stati colpiti con proiettili veri, 800 quelli rimasti intossicati dai gas lacrimogeni.
Giovani palestinesi hanno bruciato pneumatici a circa 300 metri dalla recinzione di sicurezza, cercando, con il fumo sprigionato dalle fiamme, di evitare di essere colpiti dai cecchini israeliani. Secondo quanto riferiscono i gazawi, con alcune fionde i manifestanti sarebbero riusciti anche ad abbattere 2 piccoli droni di osservazione. L’esercito ha effettivamente confermato in il loro abbattimento.
Tensione si è registrata presso il valico di Kerem Shalom: qui, secondo quanto raccontano i palestinesi sui social network, centinaia di gazawi sono riusciti ad entrare nel varco e ad appiccare il fuoco ad alcune stanze usate dall’esercito israeliano. I militari hanno diffuso in rete le immagini dell’incendio a Kerem Shalom, ma hanno affermato che i danni si contano solo sul lato palestinese del valico. Secondo l’esercito oggi hanno partecipato alle manifestazione di protesta 10.000 palestinesi .
ore 16.15  – Si aggrava il bilancio ufficiale dei feriti delle proteste di oggi a Gaza: al momento sono 170, di cui almeno 20 colpiti da proiettili veri
ore 15.30 – Sale a 40 il bilancio dei feriti nelle proteste del venerdì della Striscia di Gaza
ore 13.50 – Fonti palestinesi: “3 feriti a Gaza”. Abu Mazen chiede scusa per le sue recenti dichiarazioni sulla Shoa
Al momento sarebbero 3 i palestinesi feriti nelle proteste al confine tra Gaza e Israele. Il presidente dell’Autorità palestinese, Abu Mazen, intanto ha chiesto scusa oggi per le sue recenti dichiarazioni sull’Olocausto: “Se qualcuno si è sentito offeso per quanto ho detto, soprattutto se di fede ebraica, mi scuso. Vi assicuro che non era mia intenzione farlo e ribadisco il mio totale rispetto per l’ebraismo così come per le fedi monoteistiche”. “Vorrei anche ribadire – ha poi aggiunto – la nostra condanna dell’Olocausto, il più odioso crimine nella storia ed esprimere la nostra simpatia con le vittime”. Ieri Abu Mazen è stato rieletto presidente del Comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp)
ore 13.40 – Un ingente schieramento di poliziotti controlla il luogo dove è in corso la manifestazione sportiva (foto: Michele Giorgio)
Ger 1Ger 2Ger 3
ore: 13:35  Foto della protesta di stamane a Ramallah contro la partenza del Giro d’Italia in Israele
Ram 1Ram 2
ore 13.20 -  La scelta del nome delle proteste di oggi nella Striscia, “il Venerdì dei lavoratori della Palestina”, vuole porre l’attenzione sulle difficili condizioni economiche nella piccola enclave palestinese dove più del 40% della popolazione è disoccupata e l’80% dipende da aiuti per sopravvivere (dati del Centro di statistiche palestinese).
Secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza, intanto, dal 30 marzo sono 45 i palestinesi uccisi dall’esercito israeliano. Ieri è morto per le ferite riportate la scorsa settimana il 19 enne Anas Abu Aser. Oltre 6.800 i feriti.
ore 13.05 - Mentre a Gerusalemme si festeggia l’inizio del Giro d’Italia, centinaia di gazawi si sono radunate al confine tra Israele e Gaza per protestare contro l’occupazione israeliana. Oggi è il “Venerdì dei lavoratori della Palestina”. Palestine Tv parla già di alcuni feriti
ore 13 - Tanta gente alla partenza del Giro d’Italia a Gerusalemme. Molti israeliani hanno scelto di presentarsi alla cronometro in bici. Gli organizzatori italiani ringraziano Israele: “E’ bellissimo essere qui”. (Foto e video di Michele Giorgio)

Is 1Is 2Is 3Is 4Is 5
—————————————————————–
di Michele Giorgio – Il Manifesto
Gerusalemme, 4 maggio 2018, Nena News – La prima maglia rosa del Giro d’Italia numero 101 sarà assegnata oggi con una ‎crono individuale di circa 10 km che si svolgerà a Gerusalemme. Sì, avete letto ‎bene, Gerusalemme, perché la prestigiosa corsa a tappe italiana per la prima volta ‎comincia fuori dall’Europa. La Rcs Media Group, organizzatrice del Giro, ha fattoquesta scelta allettata dai tanti milioni di euro investiti dal governo Netanyahu esoprattutto da privati israeliani per celebrare i 70 anni dalla fondazione dello Statoebraico. E in nome di quei milioni di euro e ripetendo lo slogan abusato che ‎«lo ‎sport supera ogni divisione politica‎», ha chiuso in un cassetto la questione di ‎Gerusalemme città occupata, mai così attuale come in questi ultimi mesi dopo la ‎dichiarazione unilaterale fatta da Trump il 6 dicembre.
Senza dimenticare il trasferimento, tra dieci giorni, da Tel Aviv a Gerusalemme dell’ambasciata Usa tra le proteste dei palestinesi. ‎«In questi mesi, assieme ad attivisti italiani, ci siamo ‎rivolti agli organizzatori, alla federazione ciclistica italiana, ai ciclisti stessi ‎pregandoli di riconsiderare la loro decisione e spiegando loro tutte le ragioni per cui ‎avrebbero dovuto evitarlo. Non abbiamo mai ricevuto una risposta. Gli organizzatori ripetono che la corsa è una occasione di dialogo attraverso lo sport ma loro dialogano solo con gli israeliani», diceva ieri sconsolata al manifesto Rana Nashashibi, un’attivista della campagna palestinese #RelocateTheRace.
È caduto nel vuoto l’appello a spostare la partenza lanciato dal Bds e da 120 organizzazioni per i diritti umani, sindacati, associazioni per il turismo etico, gruppi sportivi e religiosi. Tra i firmatari il linguista Noam Chomsky, i giuristi John Dugard e ‎Richard Falk, entrambi Relatori Speciali Onu per la Palestina, l’attore e ‎drammaturgo Moni Ovadia. ‎
‎ Come la Rcs Media Group anche la stampa sportiva italiana ha scelto di non ‎vedere nulla, perché, si sa, ‎«lo sport non vuole pensieri‎». Gli inviati a Gerusalemme delle più importanti testate sportive negli ultimi giorni hanno celebrato Chris Froome, Tom Dumoulin e Fabio Aru, i tre big. E assieme a loro hanno elogiato il ‎governo Netanyahu, gli organizzatori locali, il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat e ‎la polizia.
Oggi mentre a Gerusalemme si assegna la prima maglia rosa ad appena 90 km di distanza, lungo le linee tra Gaza e Israele si svolgeranno nuove manifestazioni di protesta palestinesi della “Grande Marcia del Ritorno”. In quattro settimane i ‎tiratori scelti israeliani hanno ucciso una cinquantina di dimostranti. E oggi si teme ‎un nuovo bagno di sangue. L’auspicio è che i colleghi giunti a Gerusalemme per il Giro possano prestare attenzione a quanto accade a non troppi chilometri dalla città in cui si trovano. Dovrebbero farlo anche per Alaa al Dali, il 21enne ciclista ‎palestinese – ha partecipato ai Giochi di Giacarta – al quale i medici di Gaza hanno ‎dovuto amputare una gamba colpita da un proiettile sparato da un soldato israeliano ‎lo scorso 30 marzo.
Per Israele è un successo d’immagine eccezionale. È stata capillare, al limite della ‎perfezione, l’organizzazione e la promozione di evento che celebra la sua fondazione e lo pone in un’ampia vetrina mondiale (un miliardo di telespettatori), accreditando la narrazione di Gerusalemme come sua capitale unita e indivisibile. ‎La crono inaugurale, ad esempio, è dedicata a Gino Bartali, già “Giusto tra le ‎nazioni”, che due giorni fa ha ricevuto la cittadinanza israeliana postuma per ‎decisione dello Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto, per il suo contributo alla ‎salvezza di 800 ebrei che rischiavano di essere deportati nei campi di sterminio ‎nazisti.
Sorride soddisfatto il principale investitore privato israeliano nel Giro, Sylvan Adams, di origini canadesi che ha dato vita all’Israel Cycling Academy, il ‎team che parteciperà alla corsa a tappe e con il quale Netanyahu ha pedalato in giro ‎per Gerusalemme appena qualche giorno fa. «Il Giro d’Italia è tra i maggiori eventi sportivi tenuti in Israele – ha notato la ministra dello sport e della cultura Miri ‎Regev – è una operazione logistica senza precedenti».
Regev e il ministro del ‎turismo, Yariv Levin qualche mese fa furono protagonisti di una veemente protesta ‎nei confronti degli organizzatori del Giro che avevano messo nel sito ufficiale della ‎corsa la dizione “West”, “Ovest” (la parte ebraica), accanto a Gerusalemme. In pochi ‎minuti la Rcs Media Group modificò tutto e Gerusalemme, senza più Ovest, ‎divenne la sede della corsa e, quindi, la capitale unita di Israele. ‎Nena News

http://nena-news.it/israele-la-maglia-rosa-che-cancella-loccupazione/