Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 12 maggio 2018

Giulio Sapelli - Argentina nelle mani degli usurari del Fmi

SAPELLI: “COSÌ L’ARGENTINA RIVEDE I FANTASMI DEL PASSATO”

12 maggio 2018, 8:06 | di Vittoria Patanè 

INTERVISTA A GIULIO SAPELLI, storico dell’economia e grande esperto di America Latina – “I rialzi troppo forti e troppo ravvicinati dei tassi d’interesse della Banca centrale argentina hanno bruciato risorse anzichè difendere il peso e hanno generato il panico” – Macri ha sconfitto il peronismo ma la sua ricetta economica ha fallito e ora l’Argentina è completamente nelle mani del Fondo Monetario Internazionale


“Cinque miliardi sono stati letteralmente buttati al vento. Rialzi così ravvicinati e così forti dei tassi d’interesse non fanno che generare panico”. L’opinione dello storico dell’economia, Giulio Sapelli, docente all’Università Statale di Milano e grande esperto dei Paesi dell’America Latina, sulle mosse della banca centrale argentina non lascia spazio a interpretazioni. I banchieri hanno alzato i tassi d’interesse tre volte in una sola settimana, portandoli al 40%, spendendo 5 miliardi di risorse pubbliche per sostenere la moneta. La svalutazione però non si è fermata.

L’Argentina torna ad attirare l’interesse internazionale, ma per i motivi sbagliati. Sebbene tutti sperassero che la “ricetta Macri” cominciasse a dare i suoi frutti, Buenos Aires si ritrova ad affrontare una nuova crisi e a combattere i fantasmi del recente passato. Quelli dei default del 2001 e del 2014 che ancora oggi non hanno smesso di far paura. Dopo la sconfitta del peronismo, il paese ha nuovamente a che fare con una svalutazione valutaria e con l’intervento di quel Fondo Monetario Internazionale che i cittadini guardano con immutato sospetto.

In questa intervista a FIRSTonline, Sapelli analizza la nuova emergenza argentina per comprendere meglio le cause di questa crisi, ma anche le conseguenze che potrebbero manifestarsi nel prossimo futuro.

Professor Sapelli, l’Argentina è di nuovo nel caos. Stavolta ad allarmare è il crollo della moneta che in dieci giorni ha perso il 15% sul dollaro. Quali sono le cause della forte speculazione sul peso argentino?

“Le cause sono molteplici. La prima, che molto spesso viene taciuta e sottovalutata, è che l’Argentina non ha ancora ritrovato credibilità, ma non all’estero, all’interno. Lo Stato, la politica, l’economia non hanno credibilità agli occhi degli stessi cittadini. Gli argentini, nel momento in cui hanno a disposizione liquidità, ancora oggi depositano parte dei loro denari a Miami o in una banca statunitense. E’ una caratteristica di quei paesi del Sudamerica dove lo Stato non ha una legittimazione e l’Argentina è tra questi. Le due ondate terroristiche, soprattutto la seconda nella metà degli anni settanta a cui ha fatto seguito la dittatura militare, hanno causato uno shock da cui le classi dominanti ma anche il ceto medio non sono ancor usciti.

A contribuire ci sono poi i problemi di stabilità parlamentare che sta affrontando il Presidente. Macri non ha una maggioranza in Parlamento e non ha trovato un modo per convivere con le diverse organizzazioni sindacali. Se a tutto questo aggiungiamo le vicissitudini del dollaro che si ripercuotono in modo immediato sulla stabilità del peso per i motivi che abbiamo elencato, la crisi è servita.

L’Argentina vive ancora nel passato, nel periodo del currency board e del tasso di cambio fisso tra dollaro americano e peso argentino che provocò la spaventosa crisi del 2001. A livello tecnico il currency board non c’è più, ma esiste ancora dal punto di vista simbolico e dal punto di vista del comportamento degli investitori con gli effetti sulla valuta che ci troviamo davanti agli occhi”.

Buenos Aires è nuovamente vicina al default?

“L’Argentina va in default se il Fondo Monetario permette che l’Argentina vada in default. Non si tratta solo di sostenere il debito di Buenos Aires, ma soprattutto di esercitare una moral suasion sui grandi gruppi di investimento, sui fondi, ecc. allo scopo di evitare che i capitali abbandonino l’Argentina. Il Fmi internazionale ha il potere di farlo perché tutto dipende dalla grande tecnocrazia economico-liberista internazionale. Riassumendo, possiamo dire che l’Argentina è nelle mani di Christine Lagarde”.

Come giudica le decisioni della banca centrale argentina dell’ultima settimana: 5 miliardi impiegati per sostenere la moneta e tre rialzi consecutivi dei tassi di interesse in così pochi giorni erano davvero necessari? Non c’erano alternative più efficaci e meno radicali per arginare la svalutazione?

“Quei cinque miliardi sono stati letteralmente buttati al vento. Rialzi così ravvicinati e così forti dei tassi d’interesse non fanno che generare panico. A mio parere bisognava dimostrare fermezza, andare direttamente a Washington a negoziare anziché effettuare mosse del genere. Doveva muoversi anche Macri, utilizzare il capitale di credibilità che si era conquistato all’estero, ma ciò non è stato fatto o è stato fatto solo in seguito. Ma a prescindere da quest’ultimo aspetto, il comportamento tenuto dai banchieri centrali è assolutamente inadeguato, sia nell’ultima settimana che in precedenza”.

A proposito di Macri, come valuta i suoi due anni e mezzo di presidenza? 

“Macri ha fallito. Dopo il crollo del partito radicale e la perdita di un leader del calibro di Alfonsin, Buenos Aires non ha più un partito internazionalmente rispettato con grandi tradizioni di tipo socialista-moderato-desarrollista in grado di attirare fiducia, cosa che sul destino dell’Argentina pesa tantissimo. Due anni e mezzo fa Macri era il meno peggio e quindi andava sostenuto. Ad oggi non c’è nessuno che possa sostituirlo e quindi va appoggiato, ma per garantire una stabilità istituzionale all’Argentina serve altro”.

Nonostante le riforme la spesa pubblica rimane altissima, il deficit supera il 7% e l’inflazione è al 25%. Occorre fare di più o serve solo tempo?

Io non credo che possa essere utilizzato il termine ‘riforme’ per i provvedimenti fatti dal presidente argentino. Le riforme favoriscono la crescita economica e le sue non lo hanno fatto. C’è modo e modo di affrontare il problema del debito pubblico, ma prima devi pensare agli investimenti e alla crescita. Lui ha usato una politica liberista che ormai non è più attuabile. Si è comportato come se fosse in sintonia con le economie mondiali di 10 anni fa. Quel mondo non esiste più, si sta ritornando verso un’economia mista e Macri, per stimolare la crescita, avrebbe dovuto attirare capitali attraverso questa nuova dialettica.

Non è riuscito nemmeno a valorizzare le risorse naturali. In questo contesto c’era spazio per creare una piccola rendita petrolifera che avrebbe potuto sostenere l’economia e invece ha preferito seguire la strada della liberalizzazione. Non ha saputo gestire il rapporto tra centro e periferia, il peso delle province che rappresentano “un’enfisema polmonare di spesa pubblica inutile e parassitaria”. La politica economica che ha perseguito è stata sbagliata e adesso si è rivoltata contro di lui”.

E’iniziata una fase politicamente discendente per l’uomo che ha sconfitto il peronismo?

“Il peronismo è il cancro dell’Argentina, il fatto che lui sia riuscito a sconfiggerlo è sicuramente positivo per il paese. Successivamente però doveva portare avanti una politica economica che favorisse la crescita e la stabilità monetaria, rafforzando la fiducia dei cittadini nella propria moneta. Purtroppo non è stato capace di farlo”.

Tornando alla crisi monetaria attuale, tra la banca centrale e il Presidente Macri c’è sintonia o sono su posizioni differenti?

“Lei ha toccato un punto centrale del problema. Non c’è alcuna sintonia, non c’è coordinamento tra la l’istituto centrale e il governo. E’vero che molti considerano imprescindibile l’indipendenza della banca centrale, ma in un caso del genere tra le parti deve esserci dialogo, congiunzione, una strategia comune che in questo caso non si è vista”.

Il Presidente Macri ha chiesto nuovamente aiuto al Fondo Monetario scatenando forti proteste nella popolazione che rivede nuovamente gli spettri del passato. Cosa pensa di questa scelta?

“Per evitare la reazione negativa dei cittadini Macri avrebbe dovuto preparare prima questa mossa. Doveva andare in Parlamento, coordinarsi con la Banca Centrale, spiegare al paese perché stava andando a chiedere un prestito. Dire soprattutto che quello attuale è un prestito che ha un connotato diverso da quelli imposti dall’alto nell’era Kirchner, doveva fare politica insomma. Solo così avrebbe evitato le proteste popolari. Per quanto riguarda la decisione in sé invece, la richiesta al Fmi è inevitabile per scongiurare il crollo, non c’era altra via”.

Giulio Sapelli - prima gli interessi degli italiani e poi quelli degli euroimbecilli e quelli del globalismo statunitense

VERSO IL GOVERNO/ Il vero piano M5s-Lega: smontare la Ue per rifarla

Lega e M5s dovrebbero arrivare entro domenica all'accordo definitivo sul governo. Le sfide principali sono la crescita, il lavoro e la partita sui trattati europei, spiega GIULIO SAPELLI

12 MAGGIO 2018 GIULIO SAPELLI

LaPresse

Il nuovo governo che si delinea in Italia sarà un governo elettorale ovvero un governo rappresentativo. Un governo fondato sul principio di maggioranza, su cui un grande maestro, Francesco Ruffini, scrisse un testo fondamentale che un altro grande maestro dell'università torinese, Alessandro Passerin d'Entreves, ci leggeva e ci commentava con quell'ispirazione immensa che non poteva non avere colui che dall'esilio antifascista di Cambridge scrisse un capolavoro sul pensiero politico di Dante. Del resto Francesco Ruffini, cattolico e liberale era stato uno dei soli undici professori universitari che avevano rifiutato di giurare fedeltà al regime fascista. Una grande tradizione, quella del parlamentarismo italiano, da tenere a mente, ora che un governo eletto si profila all'orizzonte, oggi, in un ecosistema politico in cui via via al voto popolare non ci si pensa più.

Dall'Europa di oggi del resto non promanano leggi ma direttive, ossia una serie infinita e costituzionalmente indefinita di droits acquis, come li definiva Alberto Predieri, droits acquis che via via invadono e ostruiscono le procedure della vita parlamentare nazionale che in una libido ossessiva troppo spesso si limita a trasformarle in leggi dei parlamenti nazionali. Ma basta questa legiferazione indotta e convulsa a fondare una nuova legittimità? L'Europa a funzionalità né federale né confederale a sovranità sottratta e non condivisa è una sorta di biblico Behemoth che sguazza in un fango tecnocratico ordoliberista. Ora la patria di Dante dà vita — tra mille pressioni, giochi di specchi, cadute di borsa artefatte, spread minacciati e non esplosi — dà vita a un governo a cui gli italiani non sono più abituati: un governo che nasce dal voto pur con tutte le debolezze di una legge elettorale alchemica e anemica, portatrice di caos.

Ma tant'è! Governare con la legittimità popolare può essere una forza immensa enorme. Di qui una grande responsabilità dei giovani capi politici che saranno chiamati a formare un governo.

L'Europa tecnocratica e delegittimata si sentirà ferita da questo italico ritorno alla democrazia parlamentare. Siano pronti alla battaglia.

Ma anche alla battaglia per salvare ciò che rimane del suo significato. I due giovani leader dei due partiti più votati devono impegnarsi affinché l'Europa, insensatamente preoccupata di un "populismo" che lei stessa ha provocato, non incrini i suoi rapporti e la sua interdipendenza con gli Stati Uniti. Se la Germania romperà con gli Usa, subendo l'attrazione magnetica della Russia, proprio mentre la Gran Bretagna pensa di sostituire gli Stati Uniti con la Cina, i paesi più avveduti, nel gruppo dei quali il nuovo governo dovrà schierare l'Italia, non possono e non devono seguirla. L'Europa, al di là della soluzione funzionalista e di spoliazione di sovranità che si è realizzata con questa Unione Europea, non può sussistere né come entità economica né come entità geopolitica senza un saldo rapporto atlantico con Washington. Chi coltiva questa illusione non va ascoltato. L'Italia ha bisogno del mondo americano, non solo perché non può fare a meno di quel mercato, ma perché ha bisogno degli Usa come esportatore di sicurezza in Medio oriente e nell'Heartland, baricentro strategico del mondo intero, la cui importanza aumenta ancora oggi in proporzione alla cecità politica con cui sedicenti analisti lo nascondono all'attenzione mondiale. Va da sé che la Russia può avere un ruolo positivo per l'Italia solo in un rapporto di entente cordiale con gli Stati Uniti, non nell'assecondare una unilaterale fascinazione buona solo a produrre squilibri e isterismo politico.

I finanziamenti degli obiettivi riformatori — e preferisco chiamarli così, perché finalizzati alla crescita, all'opposto di come li ha intesi il Fmi —, a cui si deve rimproverare di nascondere dietro nomi inadeguati due vere necessità del paese, un sistema di politiche attive del lavoro e una riforma del sistema pensionistico, comprensiva di una restituzione di dignità ai lavoratori se non vogliamo eliminarli, costringendoli a lavorare fino a 70 anni, è vero, sono un problema dirimente. Ma è altrettanto vero che non ha senso parlare di una nuova politica economica se prima non si rinegozia integralmente il fiscal compact, come più volte è stato detto su queste pagine. Bisogna continuare a stare nell'Europa e nell'euro, ma se si vuol fermare il molecolare processo di desertificazione europea imposto dalle insensate, ragionieristiche politiche di austerity, ed evitare che i paesi meno forti la seguano in questo destino, occorre abolire il fiscal compact e togliere quella follia che, su mandato di Bruxelles, i nostri parlamentari — eccetto, va detto, quelli della Lega — nel triste 2012 vollero inserire nell'articolo 81 della nostra Carta, ossia il pareggio di bilancio.

Dunque, M5s e Lega sappiano rendersi interpreti del bene del paese, assumendosi il compito di uscire dal fiscal compact e poi di rinegoziare i trattati europei. Non è vero, come si legge su giornali interessati, che questo sia impossibile o vietato. Un assunto, strategicamente interessato, che contraddice la secolare storia delle relazioni internazionali. I trattati si rinegoziano, non per fare le guerre, ma per impedirle, o per evitare ai popoli di ridursi in miseria.

L'Italia dunque, finalmente forte di un mandato popolare, può diventare campione dell'alleanza internazionale con gli Stati Uniti e campione nella ridefinizione dei trattati europei. Le due cose non sono affatto incompatibili.

Resta, ai giovani leader, la difesa del Parlamento e del sistema parlamentare. Figli di un sistema maggioritario e di un bipolarismo spuri, durati un quarto di secolo, non avvezzi alla trattativa complicata che avviene tra le forze elette con sistema proporzionale, devono comprendere che la politica non è esclusione ma rapporto tra generazioni, tutela delle relazioni sociali. Non denigrino il Parlamento: fare campagne contro i vitalizi è un atto di lesa maestà. Se vogliono, come dicono, che tutti facciano politica, tutelino il diritto dei poveri e non solo dei ricchi a fare politica. Ma per questo occorre una grande conversione intellettuale, disconoscendo il ventennale, capillare lavoro di chi per vent'anni ha spiegato agli italiani che la casta sono i politici. No. Le vere caste stanno altrove.

Roma - incendi autobus - la magistratura batte un colpo svegliandosi dal torpore. E' dallo scorso anno che si cerca di segnalare che gli incendi non possono essere che dolosi e che ci sono mandanti precisi

LA PROCURA

Atac, indagine sulle officine: controlli nei depositi per i roghi

L’inchiesta si allarga a tutti gli ultimi casi. I bus incendiati finiscono anche sul New York Times. Raggi inaugura la stazione della metro San Giovani



C’è una spiegazione comune all’orgine delle fiamme che hanno distrutto tre autobus Atac in tre giorni e altri otto dall’inizio dell’anno (per non parlare di quelli degli anni scorsi)? L’età media dei mezzi pubblici capitolini, doppia rispetto a quella europea, è sufficiente a spiegare tutto? O la ragione va cercata nella carente manutenzione lamentata da più parti? E, se sì, sono individuabili responsabilità nel management della municipalizzata o nelle officine di riparazione?

L’inchiesta della procura, nata dallo scoppio del «63»in via del Tritone l’8 maggio, si allarga e include anche i due eventi incendiari successivi. Quello di Castel Porziano, a poche ore di distanza, e quello di piazza Venezia l’altro ieri. L’ipotesi racchiusa nell’articolo 449 del codice penale — contestato al momento ad ignoti — è che ci sia una colpa per negligenza dietro questi fatti e che gli stessi rappresentino «accadimenti macroscopici e dirompenti» secondo al definizione di legge, tali da giustificare le indagini. Il clamore dei roghi in pieno centro è arrivato fino alle pagine del New York Times.

Il procuratore aggiunto Nunzia D’Elia ha assegnato il fascicolo al pm Mario Dovinola, che in queste ore nominerà a sua volta un consulente tecnico — un ingegnere meccanico — per accertare l’innesco dei tre roghi. Un primo passo che condurrà necessariamente a controlli anche sugli aspetti burocratico-amministrativi della gestione del parco autobus di Atac. In che condizioni vengono mandati in strada? Quali verifiche e interventi di manutenzione vengono effettuati? E e con quale cadenza? Le voci che filtrano dai depositi parlano di interventi spesso di sola urgenza anziché di approfondite manutenzione, di mezzi messi in circolazione giocoforza anche quando non potrebbero perché il parco mezzi è ridotto all’osso e si rischia di impoverire un servizio pubblico già scadente per frequenza e puntualità delle corse.

Tutti interrogativi rilanciati anche dalla interrogazione parlamentareannunciata ieri dal deputato di +Europa e segretario di Radicali Italiani, Riccardo Magi: «Gli incendi dei bus Atac sono solo l’ennesima prova della mancanza di manutenzione che mette a repentaglio la vita dei passeggeri, oltre a negare loro il servizio per cui pagano. L’azienda non ha i soldi per farla e ciò la pone in una condizione di grave irregolarità rispetto al regolamento europeo che detta i requisiti minimi per le imprese di trasporto, tra cui quello della sicurezza». Inoltre, secondo Magi, «grazie alle proroghe concesse dal governo, Atac opera senza i requisiti finanziari richiesti». I Radicali sono i promotori del referendum sulla privatizzazione dell’azienda, che il 30 maggio andrà incontro al giudizio del tribunale civile sulle integrazioni alla bozza di concordato per evitare il fallimento, ritenuta dai giudici non idonea in prima battuta.

Il «63» andato a fuoco, anno di immatricolazione 2003, è un esemplare dello stesso modello Mercedes che veniva utilizzato in quegli anni anche a Londra. Anche lì, come ricordato ieri da Il Tempo, riprendendo un’inchiesta del quotidiano Guardian, sorsero problemi di autocombustione che vennero risolti ritirando i mezzi dalle strade della capitale britannica. Gli autobus tornarono a circolare solo dopo le opportune modifiche (sostituzione) di un tubo flessibile all’interno del motore, che venne individuato come causa degli incendi. C’è chi giura, nelle officine Atac, che un’operazione di questo tipo, qui, non sia mai stata fatta.

In questo clima, la sindaca Virginia Raggi inaugura sabato l’attesa stazione San Giovanni della metro C. Non senza sfuggire a una piccola gaffe istituzionale, dato che alla cerimonia sono stati invitati, come ospiti comuni, anche la Regione e il ministero delle Infrastrutture, che di questa opera sono all’82% i finanziatori (12% Regione, 70% Mit). Zingaretti e Del Rio non saranno presenti al taglio del nastro.

Gli ebrei non lo sanno ma non ci può essere la nascita di uno stato basato sul genocidio di un popolo

A due giorni dalla Naqba, i palestinesi della diaspora scendono in piazza

12.05.2018 - Patrizia Cecconi

(Foto di Pressenza)

Oggi 12 maggio la Palestina sarà in piazza nelle maggiori città italiane.

Roma ospiterà la manifestazione nazionale ed una manifestazione analoga si terrà a Milano, entrambe avranno come focus la condanna della dichiarazione del presidente Trump tesa a rinforzare la pretesa fuorilegge di Israele di scavalcare l’ONU ed annettere illegalmente Gerusalemme est al proprio Stato.

Lo spostamento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, è infatti previsto proprio per il giorno che i palestinesi ricordano come la “naqba” cioè la catastrofe che cacciò dalle proprie case circa 700.000 arabi di Palestina e ne uccise molte centinaia. Uccisioni e cacciata furono ad opera dei miliziani del nascente Stato di Israele che appunto, nello stesso giorno, festeggia la sua nascita.

Il Coordinamento delle Comunità Palestinesi in Italia, l’API (Associazione dei Palestinesi in Italia) e l’UDAP (Unione Democratica Arabo Palestinese in Italia) hanno invitato tutti gli italiani a manifestare perché – scrivono nel loro appello – “ogni violazione della Legalità Internazionale è una minaccia grave alla Libertà di ogni Paese ed un attentato alla pacifica convivenza dei Popoli. Un mondo in cui le ragioni del Diritto sono soppiantate dall’arbitrio della forza non sarà mai pacificato.”

In realtà la dichiarazione di Trump ha calpestato la Risoluzione Onu 178/80 ed ha mostrato al mondo il suo essere protettore e “padrino” di Israele facendo perdere di fatto e de jure agli Stati Uniti la possibilità di essere arbitro nel conflitto tra lo Stato di Israele da una parte e il popolo palestinese e le istituzioni che lo rappresentano dall’altra.

Tra due giorni ricorrerà il settantesimo anniversario dell’autoproclamazione, per bocca di Ben Gurion, della nascita dello Stato di Israele al di fuori dei termini indicati dalla Risoluzione 181/47 dell’ONU e non seguendo le indicazioni della stessa, come

erroneamente molti sostengono, e da quel giorno ad oggi le condizioni del popolo palestinese sono andate regolarmente peggiorando sebbene non si sia mai verificata l’errata profezia di Ben Gurion che “i vecchi moriranno e i giovani dimenticheranno“. Questo lo prova il fatto che a 70 anni di distanza la resistenza palestinese è ancora viva e, in particolare nella Striscia di Gaza, ancora fortemente vitale come dimostra la tenuta della “Grande marcia del ritorno” la quale, nonostante 54 morti e circa 6000 feriti, va avanti dal 30 marzo e che Israele, nonostante la benevola tolleranza della maggior parte dei governi e dei media internazionali, non riesce a fermare.

L’appello si rivolge alla società civile italiana, ai sindacati, ai partiti democratici, alle associazioni e a tutte le forze democratiche e progressiste affinché si attivino collettivamente per impedire ogni forma di accordo militare tra lo Stato italiano e Israele. Gli organizzatori della manifestazione, in prima persona, chiedono al Governo italiano di adoperarsi per il riconoscimento europeo dei legittimi diritti del popolo palestinese, per mettere fine alle politiche di aggressione di Israele, utilizzando anche la pressione economica e commerciale su quello Stato e perché si rispettino le risoluzioni ONU e quindi non vengano trasferite le ambasciate a Gerusalemme. Chiedono la fine dell’assedio di Gaza, lo smantellamento delle colonie israeliane nei territori palestinesi, il diritto al ritorno dei profughi palestinesi come previsto dalla risoluzione 194 dell’Onu, la libertà di tutti i prigionieri politici nelle carceri israeliane, il rispetto della legalità internazionale e di tutte le Risoluzioni ONU che riguardano la Palestina, infine il rispetto all’autoderminazione dei popoli che porti alla costruzione di uno Stato libero, democratico e laico in Palestina con Gerusalemme est sua capitale.

Sicuramente una parte importante nella riuscita di questa manifestazione l’avrà l’eco che arriva da Gaza circa la determinazione e la partecipazione numerosa e trasversale alle fazioni politiche con cui i palestinesi della Striscia stanno portando avanti la loro lotta per rompere l’assedio e ottenere il rispetto della Risoluzione 194 che riguarda tutti i palestinesi della diaspora sia interna che esterna.

La lezione politica che sta arrivando dalla Striscia non necessariamente toccherà il cuore politico dei vertici dell’Anp e di Hamas, ma la base sembra aver capito che solo facendo fronte unito sarà forse possibile dare una svolta a questo interminabile conflitto tra lo Stato d’Israele, che ha uno degli eserciti più importanti del mondo, e il popolo palestinese che, pur non riuscendo ancora ad avere un proprio Stato, né il rispetto dei basilari diritti umani, seguita a resistere alla violenza dell’occupante.

Israele anche ieri ha ucciso, sia nella Striscia di Gaza che nei Territori Occupati, altri giovani disarmati che non sopportano più di essere chiusi in gabbia, Anche ieri dei coloni israeliani hanno tentato di dar fuoco ad un’abitazione palestinese, hanno fatto aggredire dai propri cani un gregge nei pressi di Hebron ed hanno investito un ragazzo sulla strada ma i media occidentali tacciono e le Istituzioni internazionali lasciano fare senza rendersi conto che quando un popolo non ha più molto da perdere, la sicurezza del suo oppressore non troverà mai misure sufficienti per essere completa.

La riuscita o meno della manifestazione di oggi sarà la cartina di tornasole per capire se il popolo italiano è sensibile alle richieste di legalità e di giustizia del popolo palestinese o se questo tema non lo interessa più e lascia i palestinesi soli nella loro legittima lotta.

La Sovranità appartiene al popolo e non a Mattarella


La sovranità appartiene al popolo e deve essere usata per evitare il fallimento dell’Europa

Fabio Conditi 11 maggio 2018 , 23:15 

Se vogliamo evitare il fallimento del’Europa, dobbiamo ricordarci di uno dei principi fondamentali della nostra Costituzione, la sovranità che insieme a popolo e territorio è uno degli elementi costitutivi di uno Stato.

Secondo l’art.1 “la sovranità appartiene al popolo” e per il successivo art.3 “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese“.

Spesso si tende a pensare che la sovranità sia incompatibile con l’Unione Europea, anche il nostro Presidente della Repubblica a Fiesole il 10 maggio scorso ha accennato a questo problema : “E’ da qui che occorre partire, per avviare una riscoperta dell’Europa come di un grande disegno, sottraendoci all’egemonia di particolarismi senza futuro, e di una narrativa sovranista, pronta a proporre soluzioni tanto seducenti quanto inattuabili, certa comunque di poter addossare l’impraticabilità all’Unione“.

Caro Presidente Mattarella, siamo perfettamente d’accordo che l’Europa è un grande disegno, ma purtroppo ci siamo dimenticati degli obiettivi previsti dai Trattati Europei. In particolare l’art.3 comma 3 del TUE è molto chiaro in proposito : “L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico. … Essa promuove la coesione economica, sociale e territoriale, e la solidarietà tra gli Stati membri.”

L’attuale Unione Europea ha mai voluto raggiungere questi obiettivi ?

Permetta Presidente che le illustri la situazione in Europa :
non riusciamo a raggiungere la stabilità dei prezzi prevista al 2% di inflazione;
abbiamo una disoccupazione cronica ormai strutturale e una crescita economica squilibrata;
viene favorita la disgregazione economica, sociale e territoriale;
si genera una forte conflittualità tra gli Stati membri.

Gli altri paesi dell’Unione Europea hanno tutti giustamente un atteggiamento fortemente sovranista, come la Germania e la Francia, volti alla tutela dei loro interessi nazionali. Quindi anche l’Italia può e deve cominciare a farlo proprio per evitare una deriva purtroppo non più sostenibile.

La situazione economica e sociale italiana è grave e le soluzioni non possono essere cure palliative, altrimenti finiamo come la Grecia.

Finalmente il M5S e la Lega hanno cominciato a collaborare e sono certamente le forze politiche che hanno mantenuto un collegamento diretto con il paese, oltre ad aver sempre dichiarano di voler fare gli interessi del popolo e delle piccole-medie aziende, che sono la vera ricchezza dell’Italia. E dovranno dimostrare, al contrario di chi li ha preceduti, di non voler fare solo gli interessi dei pochi privilegiati che fino ad oggi si sono arricchiti alla nostre spalle.

Serve un cambio totale di paradigma, serve finalmente una politica espansiva keynesiana a favore di cittadini ed aziende, che è l’unica che ha risolto la crisi economica del 1929, e ha permesso di ricostruire l’Italia dopo la 2° guerra mondiale, fino a farla diventare la 4° potenza industriale al mondo.

Lo Stato ha ancora la sovranità monetaria e fiscale, quindi deve ricominciare ad immettere più soldi nell’economia reale e non essere addirittura la causa principale del suo dissanguamento.

Il problema per lo Stato non sono e non devono mai essere i soldi, visto che si possono creare con un clic del computer, ma bisogna avere la volontà politica di utilizzarli per il benessere di tutti e non solo di pochi privilegiati, come accade ormai da anni.

Ne abbiamo parlato finalmente in una trasmissione televisiva “Come si creano i soldi?” su Canale Italia 53, merito di Vito Monaco che ci ha ospitato e degli amici Nino Galloni, Giovanni Zibordi, Marco Mori, Giovanni Lazzaretti e Paolo Tintori.

Lo Stato è l’unico soggetto che può creare i soldi ed il debito pubblico non è mai un problema, perchè può essere sempre riacquistato dalla sua Banca Centrale, come sta avvenendo anche oggi con il QE.

Alla fine è sempre e solo un problema di volontà politica, che dovrebbe raggiungere gli obiettivi previsti dall’art.3 comma 3 del TUE mentre invece li ha completamente dimenticati. I politici fino ad oggi si sono preoccupati solo del sostegno a banche e mercati finanziari, che in realtà non è mai stato e non deve essere tra gli obiettivi principali dell’Unione Europea, visto che interessano solo la popolazione più ricca.

Se vogliamo davvero cominciare a risolvere i problemi dell’Italia, a M5S e Lega chiedo di rileggere attentamente le nostre proposte e di cercare di utilizzarle (vedere anche articoli precedenti https://comedonchisciotte.org/?s=Fabio+Conditi) :


1) Banca d’Italia sotto il controllo dello Stato e quote di partecipazioni pubbliche;

2) un sistema di banche pubbliche per l’economia reale, come ha già la Germania;

3) titoli di stato a valenza fiscale e consolidamento del debito detenuto da Banca d’Italia;

4) un SIstema di Riduzione Erariale denominato “SI.R.E. per lo sviluppo economico”.

Oggi l’Unione Europea è stata costruita sul debito, sui sacrifici e sull’austerity, e sappiamo che con queste fondamenta, l’intero edificio europeo rischia di crollare sotto il peso delle disuguaglianze economiche e sociali.

Se vogliamo invertire la rotta che oggi va verso il precipizio, dobbiamo riprendere il controllo del sistema monetario e fiscale, adottando politiche di tipo espansivo che ci facciano uscire dal sistema del debito.

Chiedo quindi a tutti i cittadini italiani che condividono questa idea, di esercitare una azione di “lobbing” nei confronti dei nostri rappresentanti eletti, fornendo loro questo articolo per dimostrare che questo è quello che vogliamo.

La semplicità è rivoluzionaria.

Fabio Conditi
Presidente dell’associazione Moneta Positiva
12.05.2018

Prossimo presente governo M5S-Lega, Giorgetti comincia ad aggiustare le macerie che gli euroimbecilli alla Renzi ci hanno lasciato

L’atto d’esordio della legislatura è contro Bankitalia. Giorgetti batte il primo colpo: sul credito cooperativo si cambia. Ecco come

11 maggio 2018 di Stefano Sansonetti


Magari non sarà Presidente del Consiglio (ieri l’ipotesi sembrava essersi leggermente raffreddata). Ma di sicuro il vicesegretario del Carroccio, Giancarlo Giorgetti, nella compagine governativa giallo-verde che va delineandosi avrà un ruolo di assoluto rilievo. Attualmente i bookmakers stanno ripuntando su un suo possibile coinvolgimento come ministro dell’Economia. Proprio per questo è interessante constatare quali sono le tracce del Giorgetti-pensiero lasciate di recente in Parlamento. Per esempio è lui il primo firmatario della prima mozione depositata alla Camera lo scorso 7 maggio, sostenuta da tutto il gruppo leghista. Nell’atto il rappresentante del Carroccio chiede di fatto la sospensione della grande riforma delle Bcc (banche di credito cooperativo) varata nel febbraio del 2016 dall’allora Governo Renzi.

Il quadro – In pratica, nell’intenzione di rafforzare patrimonialmente tante piccole realtà del credito italiane, la riforma in questione ha previsto che le 260 Bcc dovranno unirsi sotto il cappello di poche holding di controllo. Un percorso, ricordato da Giorgetti, che ha già individuato come poli aggreganti la romana Iccrea, la trentina Ccb (Cassa centrale banca) e in parte minore l’altoatesina Raiffeisen. Questo tracciato aggregante, però, per Giorgetti va fermato innanzitutto perché lede il principio della mutualità tipico delle Bcc. In secondo luogo perché, come peraltro già segnalato dall’Antitrust a proposito di Raiffaisen, le concentrazioni previste non faranno altro che produrre questioni di concorrenza. Infine ci sarebbe anche una questione di costituzionalità, in particolare di contrasto con l’articolo 41 della Carta fondamentale (libera iniziativa economica). Nel mirino c’è il passaggio della riforma che vieta la trasformazione in banca popolare alle Bcc escluse dal passaggio sotto il cappello delle super holding, imponendo loro la trasformazione in Spa.

Il punto – Per tutti questi motivi l’atto di Giorgetti si conclude chiedendo “la sospensione dei termini entro i quali dovranno essere costituiti i gruppi bancari cooperativi”. E visto che ora al Governo con ogni probabilità ci andrà lui, chissà che la questione non entri direttamente nella sua agenda. Ma Giorgetti, come aveva rivelato La Notizia del 7 marzo scorso, anche nella precedente legislatura aveva lasciato tracce del suo pensiero economico. In un intervento alla Camera del 10 marzo 2017, durante un dibattito seguito alla presentazione di una sua interpellanza urgente del 22 febbraio dello stesso anno, aveva chiesto che l’Agenzia delle Entrate si dotasse di “unità speciali” per intensificare la riscossione verso le grandi società esterovestite, ossia quelle che fittiziamente stabiliscono la loro sede all’estero. In un’altra interrogazione del 27 novembre del 2017 aveva chiesto che i piccoli comuni, in difficoltà con la gestione della tesoreria, potessero affidare il servizio senza procedere a una gara ad evidenza pubblica.

http://www.lanotiziagiornale.it/giorgetti-batte-il-primo-colpo-sul-credito-cooperativo-si-cambia/

Prossimo presente governo M5S-Lega, non c'è la fanno hanno il cervello in pappole non riescono a capacitarsi di questo governo che non ha intenzione di picchiare gli italiani ma di farli uscire fuori dalla melma in cui gli euroimbecilli del Pd e di Forza Italia li hanno scaraventati

Il manifesto politico del governo Lega-5Stelle? È scritto nei copioni de La Gabbia

Il desiderio di vendetta contro i poteri economici e finanziari, le invettive contro le larghe intese, gli imprenditori incazzati con il fisco: il programma di Gianluigi Paragone è stato l'incubatore dell'accordo di governo tra Salvini e Di Maio 

12 Maggio 2018 - 07:45

Ripensandoci, è scritto nei copioni di una trasmissione televisiva, il manifesto politico e culturale del governo Salvini-Di Maio. Solo che quando l'11 settembre del 2013 il programma andò in onda per la prima volta, su La7, nessuno poteva immaginare che La Gabbia sarebbe stato un incubatore della visione del mondo che, oggi, sta consentendo la stesura del contratto di governo tra il Movimento 5 stelle e la Lega senza più Nord. Il conduttore, Gianluigi Paragone, aveva da poche settimane lasciato la Rai, l'azienda nella quale era entrato in quota Lega, la Lega che ancora l'aveva, la fissazione del Nord. Fece il suo ingresso in studio imbracciando una Fender Stratocaster e suonando Smells like teen spirit dei Nirvana. Esordì dicendo: "Giochicchiano a centro campo con le larghe intese, mentre sono stati bruciati la bellezza di un milione e ottocento mila posti di lavoro". Applausi, intermezzo musicale, e poi ancora: "Le larghe intese stanno avvantaggiando solo i mercati finanziari. È ora di dire basta alla retorica della crisi".

Non c'era tutto, ma c'era tutto l'essenziale. Gli incipit evocano, non devono spiegare immediatamente tutto. Ricordate quello di Karl Marx e Friedrich Engels? "Uno spettro si aggira per l'Europa". Nel manifesto del partito penta-leghista, c'è spazio per le parole del comunismo rimasticato da Diego Fusaro, l'allievo che chiama il maestro Carlo, come Carlo Marx, dopo essersi auto- proclamato discepolo pure di un altro gigante della filosofia europea: Hegel, o, come preferisce dire Fusaro, "lo Hegel". È una pura invenzione della Gabbia, questo predicatore televisivo che oggi partecipa a tutte le trasmissioni tv, proclamandosi "al di là della destra e della sinistra"; e che, mercoledì, si è congratulato con se stesso, vedendo finalmente matura la pianta che ha seminato: "Ordunque – ha scritto sul suo blog –, i nostri auspici vengono in ultimo attuandosi. Governo nazionale-popolare dal basso, con Lega e 5 Stelle".

È scritto nei copioni di una trasmissione televisiva, il manifesto politico e culturale del governo Salvini-Di Maio. Solo che quando l'11 settembre del 2013 il programma andò in onda per la prima volta, su La7, nessuno poteva immaginare che La Gabbia sarebbe stato un incubatore della visione del mondo che, oggi, sta consentendo la stesura del contratto di governo

Occorre dimenticare la dinamica della Sacra Bibbia, quella del testo di riferimento, della parola scritta e interpretata, per entrare dentro l'anima di questa nuova e strana creatura politica e culturale che è il grilloleghismo, in cui la parola è spettacolarizzata e mutevole come le passioni, soprattutto tristi. Infatti non c'è un saggio preciso, né una dottrina politica definita, e nemmeno una nitida analisi economica che riferirsi per comprendere la genesi del cinque-leghismo e per poterne immaginare l'evoluzione (come è stato per tutto il Novecento). Per chi fosse in cerca di riferimenti, è in quel circo Barnum di contestatori da prima serata che è stata La Gabbia che potrebbe infine trovarli, passando in rassegna il casting dei critici delle rigidità economiche europee che la trasmissione ha fatto, da Francesca Donato a Emiliano Brancaccio.

Diventando il centro di prima accoglienza di tutte le incazzature degli imprenditori schiacciati dal fisco, Gianluigi Paragone ha preso per mano gli elettori della Lega Nord degli inizi e li ha accompagnati al di là della secessione, nella nuova era del sovranismo.Dopo gli scandali di Belsito, fatti per nutrire il familismo di Umberto Bossi, La Gabbia di Paragone mostrò ai leghisti delle origini che un altro va da via el cùl era possibile. Nel suo programma, gli ospiti stavano in piedi al centro dello studio, circondati da un pubblico incombente, che, quando non era d'accordo, fischiava, urlava, a volte interveniva. I politici non erano benvenuti, ma imputati sulla pubblica piazza, come di fronte a un plotone d'esecuzione. Stare in piedi faceva però assomigliare le invettive – per esempio, quelle di Claudio Borghi (un'altra creatura del programma, poi diventato un alto dirigente della nuova Lega) – a un gesto di sollevazione. Come se, declamando la propria requisitoria stando ben dritto sulle gambe, si mostrasse al pubblico che ci si può alzare in piedi e parlare chiaro, a testa alta, scrollandosi di dosso il peso che il sistema impone su ciascuno di noi per tenerci schiacciati in gabbia, appunto.

Gli elettori della Lega e quelli del Movimento 5 stelle sono diventati sovrapponibili per parole d'ordine, slogan, intemperanze, desideri; e il conduttore di questo laboratorio, Paragone appunto, è potuto passare facilmente dall'incarico in Rai con la Lega al seggio in parlamento con il Movimento

Al ministero dell'economia Paolo Barnard non siederà mai. Eppure, la sua interpretazione della crisi economica come un "grande crimine" è passata da quello studio televisivo, costruendo un desiderio di vendetta contro i poteri economici e finanziari trasversale all'elettorato della Lega e a quello dei 5 stelle, costituendo la primordiale prova d'intesa sentimentale tra i due partiti, o, almeno, tra i suoi elettorati. E lo stesso terreno ha arato anche Alberto Bagnai, oggi senatore della Lega e allora il più efficace contestatore dell'Unione Europea, in onda (quasi) ogni mercoledì sera. Il suo Tramonto dell'Euro è un libro che ha formato il lettorato neo-leghista e quello dei Cinque stelle allo stesso modo, come i sessantottini di tutto il mondo si sono costruiti leggendo L'uomo a una dimensionedi Marcuse. Ed è in questa scomposizione della divisione tra destra e sinistra, e nella successiva ricomposizione dellelettorato lungo la frontiera del basso contro l'alto della società, che sta l'operazione culturale e politica più efficace della trasmissione. Al punto che gli elettori della Lega e quelli del Movimento 5 stelle sono diventati sovrapponibili per parole d'ordine, slogan, intemperanze, desideri; e il conduttore di questo laboratorio, Paragone appunto, è potuto passare facilmente dall'incarico in Rai con la Lega al seggio in parlamento con il Movimento, portandosi dietro i suoi cavalli di battaglia, oggi pronti a diventare clausole di un contratto di governo: la sicurezza, l'anti immigrazione, il diritto alla legittima difesa, l'avversione per le tasse.

Come abbia fatto, una trasmissione del 5 per cento, a formare un elettorato che sfiora il 50 per cento, solo il Novecento può spiegarlo, con le sue formidabili leggi ferree dell'oligarchia (sono sempre delle piccole minoranze organizzate che guidano le grandi masse). Era la teoria che anche Antonio Gramsci esponeva nei Quaderni dal carcere, raccolta di scritti a cui chiunque voglia comprendere le ragioni del partito comunista italiano dovrebbe consultare. Allo stesso modo, forse, domani, chi vorrà capire la ratio del governo 5 stelle-Lega, è ai Discorsi dalla Gabbia che dovrà fare riferimento.

http://www.linkiesta.it/it/article/2018/05/12/il-manifesto-politico-del-governo-lega-5stelle-e-scritto-nei-copioni-d/38072/

Iran - gli ebrei statunitensi ordinano la guerra

Gli ebrei americani stanno guidando le guerre americane

Maurizio Blondet 11 maggio 2018 

di Philip Giraldi

Ho parlato di recente a una conferenza sul partito di guerra americano, dove in seguito un signore anziano si avvicinò a me e mi chiese: “Perché nessuno parla mai onestamente del gorilla di seicento chili nella stanza? Nessuno ha menzionato Israele in questa conferenza e sappiamo tutti che sono ebrei americani con tutto il loro denaro e potere che sostengono ogni guerra in Medio Oriente per Netanyahu? Non dovremmo iniziare a chiamarli e non lasciarli andare via con loro?


Era una domanda combinata con un commento che ho ascoltato molte volte e la mia risposta è sempre la stessa: qualsiasi organizzazione che aspira ad essere ascoltata in politica estera sa che toccare il filo diretto di Israele ed ebrei americani garantisce un rapido viaggio a oscurità. Gruppi ebraici e profondi donatori individuali non solo controllano i politici, ma anche i proprietari e gestiscono i media e le industrie dell’intrattenimento, il che significa che nessuno sentirà più o meno dal partito offensivo. Sono particolarmente sensibili sulla questione della cosiddetta “doppia lealtà”, in particolare perché l’espressione stessa è un po ‘fasulla poiché è abbastanza chiaro che alcuni di loro hanno solo una vera lealtà nei confronti di Israele.

Più di recente, alcuni esperti, incluso me stesso, hanno avvertito di una guerra imminente con l’Iran. A dire il vero, la sollecitazione a colpire l’Iran viene da molte parti, per includere i generali nell’Amministrazione che pensano sempre in primo luogo in termini di risoluzione dei problemi attraverso la forza, da un governo saudita ossessionato dalla paura per l’egemonia iraniana e, ovviamente, da Israele si. Ma ciò che fa funzionare il motore di guerra è fornito da ebrei americani che si sono presi l’oneroso compito di iniziare una guerra con un paese che non minaccia in modo plausibile gli Stati Uniti. Hanno avuto molto successo nel falsificare la minaccia iraniana, al punto che quasi tutti i membri del Congresso repubblicano e più democratici, così come gran parte dei media, sembrano essere convinti che l’Iran debba essere trattato con fermezza, sicuramente usando l’esercito americano, e prima è, meglio è.

E mentre lo fanno, la questione che quasi tutti gli odiatori dell’Iran sono ebrei è in qualche modo scomparsa, come se non importasse. Ma dovrebbe essere importante. Un recente articolo sul New Yorker sull’arresto dell’imminente guerra con l’Iran suggerisce stranamente che l’attuale generazione di “falchi dell’Iran” potrebbe essere una forza di moderazione per quanto riguarda le opzioni politiche date le lezioni apprese dall’Iraq. L’articolo cita come intransigenti sull’Iran David Frum, Max Boot, Bill Kristol e Bret Stephens.

Daniel Larison a The American Conservative ha una buona recensione del pezzo di New Yorker intitolato “Sì, l’Iran Hawks vuole il conflitto con l’Iran”, che identifica i quattro falchi sopra citati per nome prima di descriverli come “… un Who’s Who di straniero costantemente pessimo pensiero politico. Se avessero avuto ragione su una delle principali questioni di politica estera negli ultimi vent’anni, sarebbero state notizie per il mondo intero. Ognuno di loro odia la questione nucleare con l’Iran con passione, e hanno discusso a favore di un’azione militare contro l’Iran, in un punto o nell’altro. Non ci sono prove che nessuno di loro si opporrebbe ad attaccare l’Iran “.

E aggiungerei altri nomi, Mark Dubowitz, Michael Ledeen e Reuel Marc Gerecht della Fondazione per la difesa delle democrazie; Daniel Pipes del Forum del Medio Oriente; John Podhoretz di Commentaryrivista; Elliot Abrams del Council on Foreign Relations; Meyrav Wurmser del Medio Oriente Media Research Institute; Kimberly Kagan dell’Istituto per lo studio della guerra; e Frederick Kagan, Danielle Pletka e David Wurmser dell’American Enterprise Institute. E puoi anche gettare nel saltatore intere organizzazioni come l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), il Washington Institute for Near East Policy (WINEP) e l’Hudson Institute. E sì, sono tutti ebrei, e molti di loro si auto-descrivono come neo-conservatori. E potrei aggiungere che solo uno degli individui nominati ha mai prestato servizio in qualche ramo dell’esercito americano – David Wurmser era una volta nella riserva della Marina.

Quindi è sicuro dire che gran parte dell’agitazione per fare qualcosa contro l’Iran viene da Israele e dagli ebrei americani. Anzi, direi che la maggior parte della furia del Congresso sull’Iran proviene dalla stessa fonte, con l’AIPAC che fa piovere i nostri Soloni sul Potomac con “schede informative” che spiegano come l’Iran sia degno di annientamento perché si è impegnato a “distruggere Israele” che è sia una bugia che un’impossibilità poiché Teheran non ha le risorse per svolgere tale compito. Le menzogne ​​dell’AIPAC vengono poi raccolte e riprodotte da un servizio di media, dove quasi tutti gli “esperti” che parlano del Medio Oriente in televisione e radio o che sono intervistati per le storie di giornali sono ebrei.

Si potrebbe anche aggiungere che i neocon come gruppo sono stati fondati da ebrei e sono in gran parte ebrei, da qui il loro attaccamento universale allo stato di Israele. Iniziarono ad emergere quando ottennero un certo numero di posizioni di sicurezza nazionale durante l’amministrazione Reagan e la loro ascesa fu completata quando occuparono posizioni di rilievo nel Pentagono e nella Casa Bianca sotto George W. Bush. Ricordiamo per un momento Paul Wolfowitz, Doug Feith e Scooter Libby. Sì, tutti ebrei e tutti i condotti per le false informazioni che hanno portato a una guerra che ha diffuso e distrutto efficacemente gran parte del Medio Oriente. Tranne che per Israele, ovviamente. Philip Zelikow, anch’egli ebreo, in un momento di franchezza, ha ammesso che la guerra in Iraq, a suo parere, è stata combattuta per Israele.

Aggiungi alla follia un ambasciatore ebreo degli Stati Uniti in Israele che si identifica con gli elementi dei coloni israeliani di estrema destra, un capo negoziatore nominato dalla Casa Bianca che è ebreo e un genero ebreo che è anche coinvolto nella formulazione della politica mediorientale. Qualcuno sta fornendo un punto di vista alternativo al sostegno eterno e acritico per Benjamin Netanyahu e il suo regime cleptocratico di teppisti razzisti? Penso di no.


Ci sono un paio di semplici soluzioni per il coinvolgimento dominante degli ebrei americani in questioni di politica estera in cui hanno un interesse personale a causa della loro appartenenza etnica o familiare. Prima di tutto, non metterli in posizioni di sicurezza nazionale che coinvolgono il Medio Oriente, dove potrebbero essere in conflitto. Lasciate che si preoccupino invece della Corea del Nord, che non ha una minoranza ebraica e che non è stata coinvolta nell’olocausto. Questo tipo di soluzione era, in effetti, un po ‘una politica per quanto riguarda la posizione degli ambasciatori degli Stati Uniti in Israele. Nessun ebreo è stato nominato per evitare qualsiasi conflitto di interessi prima del 1995, una comprensione che è stata violata da Bill Clinton (non lo sapresti!) Che ha chiamato Martin Indyk nel post. Indyk non era nemmeno un cittadino americano e dovette essere naturalizzato rapidamente prima di essere approvato dal congresso.

Quegli ebrei americani che sono fortemente attaccati a Israele e in qualche modo si trovano in posizioni di alto livello politico che coinvolgono il Medio Oriente e che in realtà possiedono alcuna integrità sulla questione dovrebbero ricusare se stessi, proprio come qualsiasi giudice farebbe se stesse presiedendo un caso in cui lui aveva un interesse personale. Qualsiasi americano dovrebbe essere libero di esercitare i diritti di primo emendamento per discutere le possibili opzioni in materia di politica, fino ad includere le posizioni che danneggiano gli Stati Uniti e beneficiano una nazione straniera. Ma se lui o lei è in grado di creare effettivamente quelle politiche, lui o lei dovrebbe buttare fuori e lasciare la generazione della politica a coloro che non hanno bagaglio personale.

Per quegli ebrei americani che non hanno alcun briciolo di integrità, ai media dovrebbe essere richiesto di etichettarli sul fondo dello schermo televisivo ogni volta che saltano fuori, ad esempio Bill Kristol è “ebreo e un sostenitore schietto dello stato di Israele”. sii un po ‘come un’etichetta di avvertimento su una bottiglia di veleno per topi – che traduce approssimativamente come “ingerisci anche il più piccolo dosaggio delle sciocchezze vomitate da Bill Kristol a tuo rischio e pericolo”.

Poiché nessuno dei precedenti è probabile che accada, l’unica alternativa è per i cittadini americani che sono stanchi di avere l’interesse della sicurezza nazionale del loro paese dirottato da un gruppo che è schiavo di un governo straniero a diventare più assertivo su ciò che sta accadendo. Fai splendere un po ‘di luce nell’oscurità e riconosci a chi viene cucinato e da chi. Chiamalo come è. E se i sentimenti di qualcuno sono feriti, troppo male. Non abbiamo bisogno di una guerra con l’Iran perché Israele ne vuole uno e alcuni ebrei americani ricchi e potenti sono felici di consegnare. Seriamente, non ne abbiamo bisogno.

Nota: la mattina del 21 settembre Phil Giraldi è stato licenziato per telefono da The American Conservative , dove era stato un collaboratore regolare per quattordici anni. Gli fu detto che “Gli ebrei americani stanno guidando le guerre americane” era inaccettabile. La TAC gestione e consiglio sembrano aver dimenticato che la rivista è stata lanciata con un articolo dal fondatore Pat Buchanan dal titolo “Di chi la guerra?” , Che in gran parte ha fatto le stesse affermazioni che Giraldi fatto circa la spinta ebraica per un’altra guerra, in questo caso con l’Iraq. Buchanan è stato denigrato e denunciato come antisemita da molte delle stesse persone che ora stanno attaccando allo stesso modo il Giraldi.

Originariamente pubblicato il 2017-09-11

Autore: Philip Gilardi

Presidente non scenda in campo già ci sono troppo euroimbecilli che lo affollano

“INATTUABILE” E’ LA “NARRATIVA” EUROPEISTA. Presidente, legga Cesaratto.

Maurizio Blondet 11 maggio 2018 

Dunque Mattarella, a nome di un’oligarchia parassitaria che ha sfasciato economicamente il Paese con il suo servilismo a Berlino, ha messo in guardia in guardia noi cittadini e i nostri eletti contro “la narrativa sovranista” – e che fa? Subito dopo attacca con la nota “narrativa europeista”: superare i particolarismi, nessun paese ce la può far da solo, “ci vuole più integrazione” eccetera.

Bisogna che finalmente lui e quelli che ripetono questa solfa invecchiata, prendano in mano un libro, finalmente, che li aiuti a capire quanto la loro “narrativa” è fantastica e lontana dalla realtà.

Il libro può essere quello dell’ordinario di Politica Monetaria e Fiscale dell’università di Siena, Sergio Cesaratto , “Chi non rispetta le regole? Italia e Germania, doppie morali dell’euro” (Imprimatur, 124 pagine, 14 euro).



ll libro dimostra proprio quel che dice nel titolo, che la Germania infrange costantemente, e sempre a proprio vantaggio, le regole di una unione monetaria; che impone normative assurde, che avvicinano la destabilizzazione delle economie deboli, invece di scongiurarle; che vuole “ottenere la disciplina” dei paesi con alto debito, come l’Italia, “accrescendone la possibilità di una crisi finanziaria”, e pretende di “stabilizzare i mercati avvicinando il loro breaking point”, come ha scritto Walter Munchau del Financial Times, quindi è persino negativo a conseguire i fini che si propone, il risanamento e la prosperità.

Si tratta di capire che la Germania, “ossessionata dalle sofferenze bancarie” italiane, ha banche che, insieme alle francesi, hanno in pancia titoli tossici derivati per 6899 miliardi, ossia 12 volte le nostre sofferenze. L’Europa sembra avere una sola necessità e urgenza: come costringere l’Italia a ridurre il suo debito pubblico, facendo capire ai mercati che siamo potenzialmente insolventi (e quindi dovrebbero esigere da noi interessi più alti), quando in realtà da quasi 30 anni l’Italia mantiene un avanzo primario, ossia le sue entrate tributarie sono superiori alle spese per la pubblica amministrazione (una volta dedotti gli interessi passivi sul debito).

La Germania proclama che non può condividere i rischi con noi, finché le banche italiane non avranno svenduto i troppi Buoni del Tesoro che hanno in pancia: sorvolando sul fatto che ce li hanno “perché le banche italiane furono sollecitate dalla BCE ad accollarsi i titoli di Stato nazionali di cui le banche franco-tedesche si stavano sbarazzando” a badilate “nel 2011”, ossia quando si sbarazzarono dei titoli nostri per far cadere Berlusconi facendo salire lo spread a 500. Allora la BCE – Draghi – diede alle nostre banche la liquidità creata dal nulla invitandole a spenderla per ingozzarsi di quei titoli, altrimenti sarebbe esplosa una crisi dell’euro.

Cornuti e mazziati, si dice a Napoli.

Pensare di farcela con Berlino significa ingannare i cittadini

Ma soprattutto, Cesaratto illustra molto bene, agli illusi dalla “narrativa europeista” e del “ci vuole più UE”, che “il futuro dell’Europa non promette nessun cambiamento se non nella direzione di un irrigidimento” mortale per noi – e anche per loro, alla fine.

Anzitutto: non ci sarà nessuna integrazione maggiore, perché la Germania non vuole condividere alcuna “solidarietà” finanziaria. Il tentativo di Macron, già molto timido, di piatire da Berlino qualche misura minima di condivisione, è stato liquidato. La Merkel non solo non ha voluto quando era forte , dopo la batosta nelle elezioni ma è troppo debole (buona scusa) per imporre oggi ai suoi elettori una politica che tutti i dirigenti germanici hanno bollato da decenni come “aiutare quelli del Sud che vivono sopra i loro mezzi”. E stanno crescendo in popolarità i partiti euroscettici della destra tedesca, ancor meno disponibili a “integrarsi” all’Europa – pagando il conto. Il conto dovrebbero pagarlo loro infatti per i vantaggi indebiti che hanno lucrato in questi decenni di “europeismo”; ma loro lo attribuiscono alle proprie virtù e meriti.


Come sappiamo la Germania ha accumulato un surplus enorme, che è oggettivamente causa di squilibrio mondiale ed è contrario alle regole europee – quelle stesse che impone a noi, a scanso di sanzioni punitive, di non sforare un deficit annuo oltre il 3% dovrebbero imporre alla Germania minacciando pari sanzioni di non sforare il surplus: inizialmente del 3%, che lei poi si è aumentata al 6%; ma anche questo limite continua a superarlo: ormai il suo surplus commerciale, mostruoso, 253 miliardi, supera di 10 volte quello cinese, mette in pericolo la stessa globalizzazione e induce Trump a imporre i primi dazi.

Macron ha già fallito. e presto ne pagherà le conseguenze in disordini interni.

Ora, se Mattarella vuole accusare qualcuno di “particolarismo” e di egoismo anti-europeista, non guardi a Borghi o Bagnai; punti il dito sugli economisti tedeschi che scrivono, in documenti pubblici e ufficiali “La Germania non ha interesse diretto a ridurre il proprio surplus” (p.72) Se vuole accusare qualcuno di sovranismo, anzi di estremo nazionalismo, non accusi a Salvini (!) ma al più influente economista tedesco, Clemens Fuest capo del potente Ifo Institute: “Perché la Germania dovrebbe deviare da una politica fiscale ottimale dal punto di vista nazionale solo perché altri paesi ne possano beneficiare?”.

Se non si vede in queste frasi un anti-europeismo radicale, un nazionalismo che nega tutti i principi di fratellanza europea e valori della UE, e non si capisce che questi avendo il coltello dalla parte del manico non cederanno mai alle fantasiose preghiere di condividere qualcosa – vuol dire che si è preda di “narrative” allucinatorie su un futuro europeo che, in realtà, esiste solo nei sogni.

Qui vanno chiamate in causa le generazioni di politici, da Ciampi, Carli, Padoa Schioppa, da Prodi alle sinistre che “sfasciarono l’economia del paese” attraverso queste scelte europeiste, accettando di essere trattati da imputati permanenti di fronte a Bruxelles, di inadempienti ai “compiti a casa” da Berlino e sotto esame perenne di Francoforte, con l’argomento che “senza l’ancoraggio all’Europa, Italia è un paese perso”, come straparla Mattarella. In realtà, dice Cesaratto, “esso è smarrito ancor di più con l’Europa, e la diritta via se la deve cercare da solo”. E dice chiaro che di fronte a questa UE-giungla, “Il Paese farebbe bene a realizzare una coesione politica attorno ad una linea del Piave che sancisca che un ulteriore irrigidimento della governance europea sarebbe inaccettabile, e da ultimo fallimentare, per l’Italia e per la stessa Europa”.

Coesione politica attorno ad una linea del Piave stanno facendo Salvini e Di Maio, con tutti i limiti e i condizionamenti imposti dall’Oligarca-capo. Naturalmente, accadrà che tutti gli altri, invece di unirsi a loro, li dilanieranno, opereranno per il loro fallimento – come sempre succede nella eterna guerra civile italiana -dove sempre una fazione chiama lo straniero ad intervenire contro un’altra fazione interna. Invece l’ultima speranza è unirsi in una visione realistica dell’Europa come luogo degli egoismi, dove le regole le fa il più forte, le cui istituzioni sono “macchinose, arbitrarie e pro-cicliche” e se applicate davvero fino in fondo dall’Italia – come pretendono lorsignori – destabilizzerebbero i mercati e tutti noi. Legga Cesaratto, Presidente.

QUi sotto: il programma della Lega sull’Europa. Cosa trova “ingannevole”, presidente?
(Il programma della Lega sulla UE)

Prossimo governo M5S-Lega (verde-oro) e i giornalisti di razza sbavano ringhiosi rancorosi rabbiosi

SONO NATI DUE POLITICI DI QUALITA’.

Galleria Maurizio Blondet 10 maggio 2018 

D’accordo, per il governo Giallo-Verde le difficoltà e i pericoli cominciano proprio ora; inutile parlarne, perché si riveleranno presto da soli, in Italia e in Europa. Ma una cosa mi pare certa: salutiamo la comparsa di due politici di stoffa. Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

E’ un mio parere personale, ma in questo modo con cui hanno strappato la vittoria (e i loro elettori) dalle fauci della sconfitta già segnata, mi ha colpito. E sorpreso.

Un mio lettore, al leggere il mio articolo in cui spiegavo la trappola che Mattarella stava tendendo all’Italia, l’ennesimo governo “tecnico” alla Monti con supporto PD (“Sarà il solito governo PD-golpista”), appena Salvini e Di Maio hanno fatto capire che una soluzione fra loro era ancora possibile, ha subito scritto:

“…alla faccia dei destrorsi masochisti, vittimisti, tuttologi e dietrologi, che con le loro sensibili antennine percepiscono in anticipo inganni, catastrofi e sventure e vogliono pontificare come novelle Cassandre. Sursum corda”.

Travaglio contro, come Sallusti.


Mi accusa, insomma, di pessimismo eccessivo, di “chiamare” catastrofi. Può darsi. Ma io sono sicuro che sarebbe andata proprio così come ho scritto, se non fosse stato per la qualità, la stoffa, di cui hanno dato prova i due. Il guizzo con cui si sono svincolati dalla trappola tecnocratica ed europeista, è quello sorprendente, che indica un carattere e una audacia che nella scena politica, personalmente, non vedevo da quarant’anni. Come posso spiegarmi?

Proprio il giorno prima il professor Galli Della Loggia, sul Corriere, elencava le mancanze di qualità dei due, anzi dei tre (Renzi): hanno fatto solo lavoretti (come fosse colpa loro e non della recessione ventennale indotta dall’euro), non hanno mai mostrato interesse per arte e cultura, scienza e musica (Bersani, la Boldrini, la Fedeli invece..), hanno fatto solo politica e nient’altro (non come D’Alema, Fassino, Rutelli insomma …); solo Renzi ha la laurea, gli altri due non hanno finito gli studi. Ma soprattutto, “chi ricorda di aver mai sentito Salvini, Renzi o Di Maio fare un vero discorso, magari condito con quella dose di alta retorica che ascoltiamo qualche volta da certi politici stranieri? Chi li ha mai sentiti sviluppare un argomento qualunque servendosi, diciamo, di almeno una decina di periodi?” – del tutto ignorando che il podio da cui i politici di questa generazione si rivolgono ai loro elettori, la loro tribuna, il loro balcone di Palazzo Venezia, sono Facebook e Twitter: che hanno una loro retorica, eccome, solo non quella antiquata di Macron ridicolo.

(Il motivo della rabbia “Può cambiare l’Italia”)

Tutto vero, tutto vero magari. Ma l’elenco professorale delle “mancanze di qualità” di Salvini e Di Maio rivela una sola cosa: che la qualità politica è di natura completamente diversa; qualcosa che i professori non vedono, anche perché non s’impara in seminari e corsi. E’ qualcosa che si ha o non si ha; una dote nativa, rozza e primordiale se si vuole, a cui possiamo alludere con termini forzatamente imprecisi: avere “polso”, “tenere il timone” con mare avverso, la prontezza di “saltare sull’occasione propizia” che in politica non si presenta mai due volte, la tenacia di non darsi per vinto, il tentare e ritentare.

Le scialuppe di Salvini e Di Maio, 48 ore prima, stavano affondando; li abbiamo visti riemergere dall’onda, mantenendo il timone con la prua al mare: contro gli urli e le proteste confusi della ciurma grillina, inesperta e anarchica Di Maio, contro il Decrepito e i suoi nani e ballerine, Salvini; contro minacce, veti, e altolà “autorevoli” e “internazionali” e credetemi, non è un coraggio da poco: da quarant’anni non vediamo, verso la BCE, la UE e la NATO, altro che cacasotto – senza aver perso la rotta.

Fino a che punto, e da quanti anni, abbia perso la rotta Forza Italia, ce l’hanno ricordato gli stessi suoi esponenti in queste ore in cui hanno discusso ad alta voce di bocciare il governo Lega-5 Stelle: votarono sì al governo Monti, legalizzando il golpe che aveva rovesciato illegalmente Berlusconi; votarono il governo Enrico Letta, il piddino adoratore di Beniamino Andreatta e Ciampi causa della nostra perdita di sovranità monetaria; adesso voteranno contro il governo messo insieme dal loro alleato di centro-destra, o al massimo si asterranno.

Come di colpo sembra vecchio e falso tutto ciò, di fronte a Salvini e Di Maio.

Trovo eccezionale come fattore del loro successo, e sorprendente, il rapporto che si è costruito fra i due. Mai visto che due capi di partiti distanti e in competizione, si tengano in contatto concordino, fra gli insulti, la linea comune. Mantenendo una fiducia reciproca, una lealtà fra di loro, quasi fossero fratelli che si conoscono da sempre.

Inaudita, poi, la generosa mancanza di diffidenza… Mi spiego: il riflesso meschino del politico mediocre, quando stringe un’alleanza di governo con il capo di un altro partito, è: “Non sto concedendogli troppo?”, “Gli sto regalando una posizione di favore”, “Non mi porterà via i miei elettori?”, “Come posso fregarlo prima che freghi me?” – questo, lettori, è la base del “far politica” in Italia da sempre, ed è in fondo il motivo per cui le alleanze sono sempre state instabili, o governi fragili, le pugnalate alla schiena del premier da parte dei più vicini, la regola; quello stile per cui Bossi pugnalò Berlusconi per conto di Scalfaro, Renzi ha pugnalato D’Alema (che aveva prima pugnalato Prodi), Bersani e Letta, e silurato Prodi alla presidenza della repubblica. Operazioni al difuori, in piena dimenticanza, di ogni programma politico vero. Potete moltiplicare gli esempi, le lotte sono sempre intestine in Italia, è la guerra civile permanente dei vicini contro i vicini, chi in una coalizione è in minoranza, sa che deve tramare contro la maggioranza, perché se sta fedele e tranquillo, perde voti, o teme di perderli. Questo è il motivo in fondo per cui i DC avrebbero aspirato al compromesso storico col Partito Comunista: non si sarebbero rubati gli elettorati, troppo lontani..

L’ora dei quarantenni

Salvini e Di Maio hanno apparentemente sepolto fra loro questo “stile” delle stilettate. Dei pregiudizi “destra” contro “sinistra” da strumentalizzare. Dei “vincoli europei”, eccetera. Del pensiero unico di ortodossia economica radicalmente sbagliata, che ci sta uccidendo collettivamente. In questo, il loro rapporto non è una novità assoluta in Europa, somiglia un po’ (se capisco) al governo che, nel dicembre scorso, ha unito in coalizione il Partito Popolare (ÖVP, centrodestra democristiano) di Sebastian Kurz col Partito della Libertà (FPÖ, di estrema destra, quello che fu di Jorg Haider) di Heinz-Christian Strache: saldamente d’accordo, superando senza timore veti e censure e altolà “mai coi nazisti”, con gli antisemiti, con gli amici di Putin. …


Di Maio, ha fatto fare al M5S una scelta di campo, “populista”, sovranista ed eurocritica, che non era scritta nelle stelle, anzi. Adesso, l’Italia sarà più vicina a Visegrad che a Bruxelles? Speriamo. E’ una dote – questa “amicizia” e lealtà – che se si conferma, è la migliore e sorprendente qualità dei quarantenni: quella generazione che hanno il diritto di mettersi al timone, perché il futuro è loro e loro ne sono responsabili, non di noi settantenni ed ottantenni. Comunque vada, saranno loro a dover affrontare le tempeste; e la fiducia reciproca, l’amicizia generazionale, non possono che esser loro d’aiuto.

(e sa suonare anche il clavicembalo)

Magari usano metodi e un linguaggio tweet, che pare barbarie a noi ottantenni. La mancanza di “qualità” che il professor Galli Della Loggia (anni 76) elenca, è notoriamente superabile. Salvini, come ho già detto, è stato capace di scegliere “gente migliore di sé”, in vista di un progetto politico che ha onestamente dichiarato, ed a cui crede davvero. Sennò non avrebbe fatto eleggere al Senato Alberto Bagnai, che è pure coltissimo, professor Galli, e maestro di cembalo al conservatorio. Salvini dunque sa ascoltare e scegliere persone colte; è quanto basta. La qualità animale, primordiale, del politico di polso, ce la mette lui. Vada come vada, ho visto nascere due politici di valore.

venerdì 11 maggio 2018

8 maggio 2018 - Claudio Borghi Aquilini Commissioni Speciali Audizione Padoan

Mauro Bottarelli - E' guerra vera, gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra all'Europa, forse questa se ne è accorta. L'Italia deve essere messa in sicurezza, attraverso la Moneta Complementare, sbrigatevi

SPY FINANZA/ Lo scontro Usa-Ue e il messaggio in codice per l'Italia

Europa e Stati Uniti sembrano sempre più lontani. In questa situazione l’Italia, dove sta per nascere un Governo Lega-M5s, rischia di rimetterci. MAURO BOTTARELLI

11 MAGGIO 2018 MAURO BOTTARELLI

Donald Trump (Lapresse)

Stavolta la ricreazione è davvero finita. E c’è da cominciare ad avere paura. Davvero. Perché quanto sta accadendo, il modo in cui le cose si stanno sviluppando, giorno dopo giorno, lascia trasparire una regia, una trama e una distribuzione dei ruoli in commedia che per l’Italia non prevede affatto quello da protagonista, né da salvatore della patria. Né, purtroppo, da superstite. Piuttosto, l’agnello sacrificale che permette al tema di svilupparsi. Come sapete non mi interessano più di tanto le reazioni delle Borse agli eventi politici e geopolitici, soprattutto in un periodo come questo di valutazioni distorte e drogate, ma alcuni segnali sono ancora dei buoni indicatori, quantomeno di trend sul breve: quando, infatti, la Borsa di Milano ha accelerato al ribasso? Attorno all’ora di pranzo, quando l’unica notizia rilevante a livello politico interno era la richiesta da parte di Matteo Salvini e Luigi Di Maio di altre 24 ore di tempo al Quirinale per elaborare programma di governo e lista dei ministri da sottoporgli: con il presidente Mattarella che oggi sarà impegnato fuori Roma, di fatto si slitta a lunedì. Quindi, un ampio margine. 

I mercati hanno forse prezzato questo segnale come sintomo di difficoltà nel raggiungimento della mitologica quadra fra i due estemporanei alleati? Nemmeno per sogno, di quei due ai mercati - almeno per ora - interessa zero. A colpire simbolicamente Milano è stato invece il riflesso italiano di parole spese all’estero, esattamente ad Aquisgrana, dove Angela Merkel ha proferito le seguenti parole: «Non si può più pensare che gli Usa ci difenderanno, l’Europa deve prendere il destino nelle sue mani». Concetto già espresso lo scorso anno, alla vigilia di quello che fu un primo, a dir poco gelido, incontro con il neo-eletto presidente americano, Donald Trump. Ma la Merkel ha detto anche altro: «Sui temi finanziari, la discussione è difficile, ma faremo progressi nell’unione bancaria e rafforzeremo l’eurozona», sottolineando come l’obiettivo prefissato dai leader sia quello di giungere a dei progressi in tal senso entro giugno «e così sarà». E chi negozierà quei progressi a nome dell’Italia? 

Se il timing è quello attuale e se tutto andrà bene, non si arriverà a un eventuale voto delle Camere sul nuovo governo prima della fine della settimana prossima: il che vuol dire, che un eventuale insediamento operativo partirebbe, con tutte le sue ovvie farraginosità procedurali, non prima della settimana che inizia il 21 maggio. Ma poi, tempistica a parte, con quale agenda andremo a Bruxelles a trattare sui progressi evocati dalla Merkel? Quella di Salvini? O quella di Di Maio, per il quale si parla appunto di possibile nomina a ministro degli Esteri? E se si tratterà di quest’ultimo, dobbiamo pensare al Di Maio prima maniera o quello in stile democristiano dell’ultimo periodo? Insomma, l’evocato referendum sull’euro di cui ha parlato non più tardi della scorsa settimana Beppe Grillo in un’intervista con un settimanale francese, piomberà a nome di palazzo Chigi sul tavolo delle trattative europee? E se sì, con quale effetto? E se non appare una coincidenza che il presidente Mattarella, in quasi contemporanea con le parole della Merkel, mettesse pubblicamente in guardia dalle tentazioni sovraniste in un contesto di europeismo ormai ineluttabile come strada da percorrere, qualcosa di molto serio andava ad aggravare il peso di quanto affermato dalla Cancelliera tedesca. 

Il fatto che Angela Merkel ed Emmanuel Macron, insieme ad Aquisgrana per un vertice trilaterale con l’Ucraina, abbiano invocato la distensione nei rapporti fra Israele e Iran appare abbastanza normale, soprattutto dopo il pesante raid dei caccia con la stella di David contro obiettivi iraniani in Siria dell’altra notte, ma è il contesto generale a farci capire che stavolta qualcosa potrebbe davvero essersi rotto nei rapporti fra Ue e Usa, tanto che l’altro giorno lo stesso capo della Commissione, Jean-Claude Juncker, ha inusitatamente parlato di «interessi e prospettive ormai non più convergenti» fra i due soggetti. L’uscita dall’accordo sul nucleare iraniano e il ripristino delle sanzioni contro Teheran e contro chi ci fa business, attese a detta di Capitol Hill già dalla prossima settimana, sono state la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso? 

Pare decisamente di sì. Per due ordini di ragioni. Primo, la politica protezionistica di Trump, lungi dal fare male al bersaglio ufficiale, ovvero la Cina, sta invece colpendo pesantemente l’economia europea, la quale non solo è già in difficoltà per le sanzioni contro la Russia - di fatto imposte da Washington -, ma ora dovrà fronteggiare anche l’ipotesi di una perdita miliardaria per le imprese del Vecchio Continente, se si atterranno ai diktat americani e stracceranno gli accordi già stipulati con Teheran. E la questione potrebbe aggravarsi, perché questi grafici ci mostrano quale sia la situazione reale dell’economia iraniana, soprattutto in relazione al tasso di cambio al mercato nero (quindi, quello reale) fra rial e dollaro, un qualcosa che ha spedito l’inflazione al 75,8% e che, soprattutto, ha portato in pochi mesi l’Iran dall’11mo al terzo posto fra i Paesi più colpiti da alti tassi di miseria al mondo (Annual Misery Index della Hanke, per riferimenti), dietro soltanto a Venezuela e Siria. 




Insomma, quando la scorsa settimana Rudolph Giuliani ha dichiarato che Donald Trump è impegnato nel perseguimento di un regime change in Iran non scherzava e la chiave potrebbe essere lo strangolamento economico, un qualcosa che crea le condizioni per l’aumento del malessere fra la popolazione e il rischio di ribellioni e sommosse. Certo, questo grafico ci mostra come l’Iran, terzo Paese produttore di petrolio in seno all’Opec, guardi altrove per il suo export di greggio, ma di quei Paesi, alcuni - vedi la Corea del Sud - non oseranno sfidare le ire Usa, continuando a rifornirsi da Teheran. 

Come vedete, il nostro Paese è quinto nella classifica dei principali clienti del petrolio iraniano: il nuovo governo Salvini-Di Maio, cosa farà al riguardo? Come tutelerà il nostro import e, contestualmente, l’attività dell’Eni? Le parole della Merkel, ci dicono due cose: primo, la situazione economica tedesca pare peggiore anche di quanto dicano i dati macro, se si arriva a un faccia a faccia di questo livello. Secondo, l’accelerazione della crisi diplomatico/commerciale fra Ue e Usa vede operativo unicamente l’asse franco-tedesco, il resto dell’Unione si accoda. Ora, da capire resta una cosa: la guerra che pare ormai dichiarata è contro la politica Usa e per un’Europa indipendente e padrone del suo destino (volesse il cielo) o è soltanto l’ennesima guerra proxy, ovvero un conflitto contro Donald Trump e il suo entourage che l’Europa combatte in nome e per conto dei suoi storici referenti, in questo caso il combinato fra nomenklatura dell’era Obama-Clinton e Deep State in vista delle elezioni di mid-term? 

La differenza non è da poco. Non foss’altro per quest’altra dinamica: come vi dico da tempo, la Cina non solo ha smesso di garantire l’impulso creditizio a un mondo che finge di stare bene e vede la Fed alzare i tassi e la Bce approcciarsi al tapering del suo programma di stimolo, ma, come notate, sta facendo indebolire lo yuan, un qualcosa che non potrà che aggravare le pressioni sui competitor commerciali, Europa compresa. Pechino ha distorsioni macro troppo grosse con cui fare i conti e non può più garantire un equilibrio globale, perché piaccia o meno la manipolazione dello yuan ha portato nel tempo più guadagni che dumping per tutti: deve pensare prima a sé e poi agli altri. E gli Usa, in piena bolla azionaria e da leverage pubblico/privato lo sanno, quindi non potendo attaccare la Cina perché si sostanzierebbe in una missione suicida, tentano l’affondo contro l’altro competitor, quello che non manipola, ma che drena risorse e quote di mercato globale, oltretutto con una valuta che potenzialmente potrebbe fare concorrenza seria al dollaro come moneta benchmark, se l’Ue non fosse un club dove ogni pensa ai fatti propri. 


Siamo a uno snodo fondamentale e, attenzione, perché ieri la Bce nel suo bollettino mensile ha detto qualcosa di molto, molto importante: sottolineando ulteriormente come i rischi per la crescita economica continuino ad aggravarsi proprio per le dispute commerciali, ha detto chiaramente che gli stimoli monetari non solo sono ancora necessari, ma lo sono in modalità ampia. Di fatto, il Qe andrà avanti oltre settembre e arriverà tranquillamente a metà 2019. Non si può ancora dire ufficialmente, perché Oltreoceano i fondi non attendono altro, ma il fatto che ad aprile Bridgewater, il più grande hedge fund del mondo, abbia stracciato i suoi competitor parla una lingua chiara. E sapete perché? Perché lo ha fatto con una strategia di derisking, ovvero andando short sulle equities. Insomma, scarica e scommette al ribasso. Quindi, i segnali ci sono tutti per avere davvero paura. 

Uno su tutti: visto quanto ha detto la Merkel e visto che la Bce, per chi sa leggere fra le righe, ha di fatto quasi ammesso che il Qe andrà avanti, perché Piazza Affari ha accelerato al ribasso? Qualcuno ha mandato un segnale? Quasi certamente, ma, paradossalmente, un segnale amico: ovvero, fermate la follia che state facendo a livello politico finché potete, perché su quel tandem a palazzo Chigi per guidare il Paese qualcuno ci sta scommettendo sopra, ma per fare di ciò che resta dell’Italia un sol boccone, salvo poi lasciarla andare al proprio destino. Lo spread sale, poco, lentamente ma sale: Mario Draghi ha smesso di comprare? Se sì, è solo per avvertirci. Non a caso, il presidente Mattarella ha parlato chiaro ieri, aprendo a Firenze i lavori del convegno The State of the Union: «Il contributo dato da rilevanti istituzioni dell’Unione, come la Banca centrale europea, con una saggia politica di accompagnamento della ripresa economica, va messo in luce. Nonostante il suo mandato comprenda, a differenza delle altre Banche centrali, esclusivamente l’obiettivo di una accurata gestione della stabilità monetaria, sarebbe arbitrario non riconoscerlo». Più chiaro di così, solo Salvini e Di Maio possono non capirlo. 

Mi sono trasformato in filo-europeista? No, assolutamente, continuo a criticare l’euroburocrazia, le distorsioni, i disequilibri e le storture di Bruxelles e Francoforte. Ma non sono un totale suicida, so capire quando certe battaglie si possono combattere e quando no. Regalate L’arte della guerra di Sun Tzu a certi politici che girano in questi giorni, potrebbe rivelarsi utile. Quasi vitale.