Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 19 maggio 2018

Mattarella sa che il popolo è sovrano e che il ministero dell'Economia non sarà scelto ne da lui ne da Draghi


Lavori in corso sul Governo. Il peso di Mattarella e Draghi sulle scelte all’Economia. Ecco i tecno-profili in lizza 


18 maggio 2018 di Stefano Sansonetti


di Stefano Sansonetti

La casella è destinata a sfuggire all’esercizio di un esclusivo potere decisionale. Per questo, se il Governo Lega-5 Stelle dovesse nascere, la scelta del ministro dell’economia passerà anche (e soprattutto) attraverso il vaglio del Quirinale. Troppo importante il ruolo di trait d’union con l’Ue, rivestito dall’inquilino di via XX settembre, perché il Capo dello Stato non esiga garanzie. E così, nel quadro già complicato, risulta per certi aspetti ancora più complicato capire chi potrà essere il nuovo ministro dell’economia. Proprio in virtù di queste coordinate, però, nelle ultime ore un nome che sta riprendendo quota è quello di Dario Scannapieco, spuntato fuori qualche settimana fa come possibile nuovo Ad della Cassa Depositi e Prestiti.

Il profilo – Il suo è un profilo che, visto il curriculum, offrirebbe a Sergio Mattarella le garanzie di cui sopra. Dal 2007 a oggi, infatti, Scannapieco riveste il ruolo di vicepresidente della Bei (Banca europea degli investimenti). E già questo gli permette di avere un’ottima conoscenza della macchina comunitaria. Non solo. Si dà il caso che il medesimo Scannapieco dal 2002 al 2007, fondamentalmente in anni di Governo di centrodestra, sia stato capo della Direzione finanza e privatizzazioni del Tesoro, esperienza che gli garantisce anche una precisa conoscenza di una bella fetta di via XX Settembre. Peraltro aveva cominciato ad annusare il dicastero dal 1997, quando venne chiamato a far parte del Consiglio degli esperti del Tesoro. Occhio alle date: in buona parte dei periodi da lui passati al ministero, direttore generale del Tesoro era Mario Draghi (in carica dal 1991 al 2001), mentre ministro era Carlo Azeglio Ciampi (1997-98). In poche parole Scannapieco avrebbe un’estrazione in grado di tranquillizzare il Colle. Detto questo è anche vero che il nome dell’attuale vicepresidente della Bei era già ampiamente girato nella partita per la Cassa Depositi e Prestiti, la più importante delle controllate del Tesoro che dovrà essere rinnovata a fine giugno (per la quale potrebbe ancora essere in ballo). Insomma, come spesso accade il vantaggio di avere troppe chance può trasformarsi nel rischio di non averne più nessuna.

Gli altri – Tra gli altri papabili alla poltrona più importante di via XX Settembre, come scritto da La Notizia del 15 maggio, resiste anche Antonio Guglielmi, “banchiere” di Mediobanca, all’interno della quale oggi è responsabile del settore equity market. Ma Guglielmi per tanti anni è stato a Londra a dirigere Mediobanca Securities, controllata di Piazzetta Cuccia che spesso ha sfornato dossier “eretici” di politica economica. Il suo è un profilo che piace ai 5 Stelle, ma è molto conosciuto anche nell’entourage leghista. Ed è pur sempre un uomo di quel tempio della finanza che è Mediobanca. Secondo alcuni osservatori, inoltre, anche il vicesegretario del Carroccio, Giancarlo Giorgetti, conserverebbe buone chance di salire ai piani alti dell’Economia. Il problema, però, in questo caso resta la volontà di Giorgetti di assumere un incarico così complicato e rischioso politicamente. Per questo, alla fine, si tende a ragionare su un profilo esterno, che dovrà avere il placet del Colle.

Gentiloni, il pagliaccio continua ne rilasciare veleno a lento assorbimento


Amici, consulenti e boiardi. Ancora nomine di fine impero. Nuovi vertici alla Cittadella della Scienza di Milano. Gentiloni ha scelto Simoni, già calendiano e renziano 

18 maggio 2018 di Stefano Sansonetti


Ormai le nomine in zona Cesarini del Governo uscente sono talmente tante che verrebbe quasi da dire: va bene, visto che il nuovo Esecutivo tarda ad arrivare è anche comprensibile occupare le caselle scoperte. Poi vai a vedere i premiati e ti ritrovi davanti alle solite filiere di potere. L’altro ieri sera, per dire, con tutte le attenzioni concentrate sull’incerto destino del Governo Lega-5 Stelle, zitto zitto l’esecutivo di Paolo Gentiloni ha nominato i nuovi vertici della Fondazione Human Technopole, in pratica l’istituto che dovrà lanciare la famosa Cittadella della scienza destinata a operare sulle aree dove nel 2015 si è tenuto l’Expo. Ebbene, come presidente della Fondazione è stato scelto l’economista Marco Simoni, già calendiano, poi renziano, infine gentiloniano. Si dà infatti il caso che Simoni, studi e docenze alla London School of Economics, nel 2013 fosse entrato nelle stanze dei bottoni come capo della segreteria tecnica dell’allora viceministro (poi ministro) dello Sviluppo economico, Carlo Calenda. Successivamente, con l’ascesa di Matteo Renzi a palazzo Chigi, Simoni era stato premiato con un bel posto da consigliere economico del premier, con tanto di inquadramento all’interno del Nucleo tecnico per il coordinamento della politica economica e un emolumento annuo lordo da 105 mila euro.

Il precedente – A tal proposito La Notizia del 10 gennaio 2018 aveva svelato come lo stesso Gentiloni, trovatosi Simoni in eredità, avesse provveduto a rinnovare il suo incarico dall’8 settembre 2017 al 30 giugno 2018 (quando era chiaro ci sarebbe stato un nuovo Governo), sempre al “costo” di 105 mila euro. Ad ogni modo l’economista adesso va a prendersi uno scranno di non poco conto. Non che gli mancassero altri incarichi. Ancora oggi, oltre alla parte finale della consulenza a palazzo Chigi, occupa infatti un posto (30 mila euro l’anno) nel Cda di Arexpo, la società controllata dal Tesoro e dalla regione Lombardia che ha in pancia proprio i terreni dell’Expo, ora da utilizzare per la Cittadella della scienza.

Il progetto – Con la nomina degli organi, di fatto, il Governo ha dato il via ufficiale alla Fondazione che dovrà seguire la pratica Human Technopole. Finora, infatti, il progetto era stato gestito da un Comitato di coordinamento, di cui lo stesso Simoni faceva parte, e da una Struttura di progetto fornita da un’altra fondazione finanziata dallo Stato, ovvero l’Iit (Istituto italiano di tecnologia) diretto da Roberto Cingolani. I soci fondatori della nuova Fondazione Human Technopole, in particolare, sono il Tesoro, il Ministero dell’istruzione e dell’Università e il Ministero della salute.

Gli altri – E questo ha fatto sì che gli stessi dicasteri abbiano espresso l’altro giorno i loro rappresentanti nel consiglio di sorveglianza della Fondazione. Il Mef, per dire, ha scelto il ragioniere generale dello Stato, Daniele Franco, che proprio poco tempo prima Gentiloni aveva contribuito a far prorogare al vertice della Ragioneria (anche se tecnicamente il super funzionario di Stato rimane soggetto allo spoils system del nuovo Governo). Nello stesso Consiglio di sorveglianza, tra gli altri, sono entrati Marco Mancini, capo Dipartimento al Miur, Marcella Panucci, direttore generale di Confindustria, Donatella Sciuto, prorettore del Politecnico di Milano e membro del Consiglio superiore della Banca d’Italia, e Roberta Siliquini, presidente del Consiglio superiore di sanità.

Lo spread è gestito dal Quantitative Easing cioè dalla Bce di Draghi

Il governo Lega-M5S chiederà a Draghi di continuare il QE, parola di Borghi

Saltata presenza di Toninelli a Zapping e Bonafede a 8 e 1/2
REDAZIONE (ACM)

Claudio Borghi della Lega con Matteo Salvini (ANSA / ETTORE FERRARI)

ROMA - Il contratto di governo fra Movimento 5 stelle e Lega non è ancora nella sua veste definitiva. Una spia della situazione in continua evoluzione è venuta dalla trasmissione Zapping di Radio 1 Rai, dove era stata annunciata la presenza di Danilo Toninelli, capogruppo stellato al Senato, tra i protagonisti della trattativa fra le delegazioni delle due forze politiche. E' stato il conduttore del programma radiofonico, Giancarlo Loquenzi, a spiegare che l'assenza del parlamentare M5S gli era stata comunicata a un'ora dalla messa in onda e giustificata con un "blocco della partecipazione degli esponenti del M5S a qualsiasi trasmissione». "Semplicamente - è la replica che viene dalle fonti del M5S, che confermano che anche Alfonso Bonafede ha disertato la prevista presenza a Otto e mezzo su La7 - ci sono stati impegni improvvisi, il contratto lo stiamo rileggendo, lo stiamo rivedendo con attenzione, alla fine non ce la facevano ad andare in trasmissione, tutto qui".

Avanti con il Qe
Ciò che è certo, comunque, è che il nuovo governo Lega-M5S, se vedrà la luce, chiederà al presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, di non interrompere il Quantitative Easing (QE) e di prolungare l'acquisto di titoli di Stato. Lo ha annunciato ad Affaritaliani.it il deputato della Lega Claudio Borghi, "e se devo essere sincero - ha spiegato - lo consideravo come implicito. La funzione normale di una Banca Centrale deve essere quella di garantire il debito. E nel momento stesso in cui la Banca Centrale non lo garantisce perché non lo acquista, come faceva per esempio Trichet, e magari lo acquista ma lo fa in modo non strutturale, quello è un grossissimo problema. Immaginate che cosa succederebbe se la Bank of Japan dicesse che non compra più titoli giapponesi». Quindi ci sarà la richiesta del nuovo esecutivo a Draghi e alla Bce di andare avanti con il QE."E' assolutamente importante che la Bce vada avanti".

Finché sarà necessario
Ma quando dovrà durare questo QE? In eterno? "Finché sarà necessario", ha spiegato Borghi. "Finché ci sono i tassi bassi e finché l'opportunità di monetizzare il debito». Oltretutto, tenuto presente dalla richiesta, come da contratto di governo, di non considerare i titoli ricomprati con il QE come debito, significa che tutto il debito ricomprato con il programma di Quantitative Easing è come se fosse debito abbattuto. E"' come se fosse debito consolidato, sono cambiali che si riacquistano. Finché non c'è inflazione, perché Draghi non dovrebbe andare avanti?".

Di Maio contro i debiti dello Stato con i privati
Sul tema del debito si sofferma anche il capo politico del M5s, Luigi Di Maio, che spiega come le imprese non possano fallire perché lo Stato non paga i suoi debiti. Lo ha raccontato in diretta Facebook da Monza, dall'abitazione di Sergio Bramini, imprenditore fallito a causa dello Stato. "Quando saremo al governo" ha detto, "lavoreremo perché questo non accada ad altri. Uno Stato che non paga i propri debiti con i privati e poi a quei privati chiede le tasse, il Durc, quegli strumenti di burocrazia coi quali deve dimostrare la sua onestà». A giudizio di Di Maio ora "c'è l'opportunità di saldarli questi debiti della pubblica amministrazione" e anche la possibilità di fare "una riforma delle procedure fallimentari e delle esecuzioni immobiliari, dei pignoramenti".

Nicola Gratteri - Ogni anno al Santuario di Polsi, Gioia Tauro la porta della cocaina, Aspromonte e Locride radici profonde in tutte le famiglie

Rai3: “Infinito crimine. Indagine sulla ‘Ndrangheta”

Nicola Gratteri, da sempre in prima linea nella lotta per la legalità e il giornalista Antonio Nicaso raccontano la realtà della ‘ndrangheta, la più potente holding criminale del mondo

18 maggio 2018 19:44 | Danilo Loria

Il magistrato Nicola Gratteri, da sempre in prima linea nella lotta per la legalità e il giornalista Antonio Nicaso raccontano la realtà della ‘ndrangheta, la più potente holding criminale del mondo. Domina il mercato della cocaina e muove fiumi di denaro. Il suo fatturato annuo supera i 50 miliardi di euro. Dalla Calabria la ‘ndrangheta si è espansa su tutto il territorio italiano e si è insediata in tutti i continenti. Arcaica e al tempo stesso modernissima, si è infiltrata nell’economia legale per riciclare i proventi delle sue attività. ”Infinito crimine. Indagine sulla ‘Ndrangheta”, in onda domani alle 24.20 su Rai3, è un viaggio nella storia e in una terra ferita e oppressa dalla presenza di una mafia pervasiva e feroce. Dal santuario di Polsi, dove ogni anno si riuniscono i vertici delle cosche, al Porto di Gioia Tauro, il principale punto di accesso del traffico di cocaina nel Mediterraneo, fino all’Aspromonte e ai comuni della Locride insanguinati dalle faide e dove l’omertà è legge.
(AdnKronos)

Per approfondire http://www.strettoweb.com/2018/05/crimine-ndrangheta/704990/#UVgIGO4wxLvYWVRm.99

Claudio Borghi - lo spread lo fa la Bce, forse gli euroimbecilli di tutte le razze non lo sanno

Borghi (Lega) a Radio24: cancellare il debito con la BCE è possibile. Come fossero debiti tra familiari

"Penso ci sia tanta gente stufa in Europa di questo spauracchio del debito che continua a crescere. Se la Banca Centrale Europea ha ricomprato i debiti di tutti i Paesi dell'Eurozona, questi debiti sono via dal mercato, in questo momento sono in pancia alla Banca Centrale", dice a 24 mattino di Luca Telese e Oscar Giannino Claudio Borghi (LEGA). "E noi abbiamo il 15% della Banca Centrale Europea, perché la Banca Centrale è posseduta proquota da tutti i Paesi membri", continua Borghi: "Significa che la Banca Centrale ha creato dal nulla del denaro, con questo denaro ha acquistato i titoli di Stato dell'Eurozona e li ha riportati nel proprio ambito. Questi titoli di Stato ricomprati diventano in pratica una specie di debito e credito per lo stesso Paese. Se ci fosse un bilancio consolidato sarebbero cancellati". A sostegno della sua tesi, Claudio Borghi paragona la situazione dell'Italia a quella di un padre di famiglia: "Immaginate di avere un credito con la propria moglie o un debito con il proprio figlio. È la stessa condizione di uno che ha ricomprato una cambiale che aveva emesso", e poi conclude: "Si può, secondo me, trovare un'ampia convergenza in Europa sul fatto che i vari debiti proquota non vengano computati nel debito/PIL".


Borghi (lega) a Radio24: “Basterebbe l'annuncio di Draghi e si azzererebbe lo spread. Senza QE torna a 500 anche con Gandhi a palazzo Chigi”

"Se domani la Banca Centrale smettesse di fare Quantitative Easing, ritorneremmo esattamente allo spread a 500-700, anche se qua ci fosse Gandhi o Roosvelt. Così come quando c'era Monti lo spread era a 500, nonostante avesse fatto la Fornero e il SalvaItalia", dice a 24 mattino di Luca Telese e Oscar Giannino Claudio Borghi, mente economica della Lega, deputato seduto al tavolo del contratto di governo. "Il livello dello spread non dipende dalle singole politiche, dipende da quello che fa o non fa la Banca Centrale", continua Borghi: "Non sottovaluto né sminuisco lo spread. Dico semplicemente che lo spread non può essere ostativo a un qualsiasi tipo di politica, tenuto presente che lo spread in questo momento è una creazione non dei mercati, ma di quello che vuol fare la Banca Centrale". Borghi poi conclude: "Tutti a questo tavolo virtuale sappiamo che se la Banca Centrale compra i titoli di un Paese, lo spread non esiste. Volendo potrebbe anche azzerarlo. Basterebbe l'annuncio di Draghi e si azzererebbe lo spread".

I politici verde-oro mettono paura non sono abituati ad italiani dalla schiena dritta. Euroimbecilli al palo

Da Macron ai timori Nato: i giallo-verdi mettono paura

L'allarme del presidente francese: "Forze paradossali alleate". E spaventa l'accesso a informazioni top secret

Francesca Angeli - Ven, 18/05/2018 - 08:29

Il governo giallo-verde e i profili dei potenziali futuri ministri generano apprensione anche oltreoceano, rischiando addirittura di incrinare l'Alleanza Atlantica.


La preoccupazione della Nato è alimentata anche dalla dichiarata attrazione di Matteo Salvini per Vladimir Putin. Inclinazione confermata dall'inserimento nel contratto siglato con Luigi Di Maio di un capitolo dedicato alla fine delle sanzioni nei confronti della Russia. Decisione che ha già incassato, ovviamente, il gradimento dello zar Putin. «È un buon segno», commentano fonti vicine al leader anche se c'è la consapevolezza che per l'Italia sarà difficile muoversi in questa direzione in modo indipendente dall'Europa. Ma se questa decisione ha il gradimento della Russia dall'altro lato ha scatenato la preoccupazione degli Usa di fronte ad una presa di posizione unilaterale del governo italiano, in un quadro già molto fragile, che sembra preludere ad un clima da guerra fredda. Aggiunge benzina sul fuoco il premier francese Emmanuel Macron che a proposito delle trattative Lega-M5S parla di «forze paradossali ed eterogenee che potrebbero allearsi su un progetto di cui non si conoscono i dettagli».

Ma è soprattutto l'identikit dei futuri ministri a preoccupare la Nato per quanto riguarda tre ruoli chiave oltre a quello del premier ovvero gli Esteri, la Difesa e Viminale, visto che i titolari di questi dicasteri per competenza condividono informazioni militari top secret. L'ipotesi di un Salvini al Viminale e di un Di Maio agli Esteri avrebbe fatto saltare sulla sedia gli addetti ai lavori. Ma la lista dei ministri dovrà comunque passare al vaglio del Quirinale. In passato Giorgio Napolitano non esitò a bocciare Nicola Gratteri proposto da Matteo Renzi per la poltrona di Guardasigilli. E pure Sergio Mattarella intende mettere al riparo i ministeri chiave degli Esteri, dell'Economia e anche della Difesa.

Ecco che per la Farnesina infatti circola in modo sempre più insistente il nome di Giampiero Massolo che è già stato segretario generale agli Esteri. Salvini non rinuncerà facilmente al Viminale mentre dovrebbe esserci un ruolo da sottosegretario alla presidenza del Consiglio per i grillini Alfonso Bonafede, Riccardo Fraccaro e Vincenzo Spadafora che difficilmente arriveranno alla poltrona del premier.

Bonafede potrebbe anche ricoprire il ruolo di Guardasigilli anche se alla Giustizia vengono quotati pure due leghisti: Nicola Molteni e Giulia Bongiorno.

Per l'uomo chiave del Carroccio, Giancarlo Giorgetti ci sarà o il ministero dell'Economia o il ruolo di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. In alternativa Claudio Borghi o Armando Siri sempre per il Carroccio. All'altro fedelissimo di Salvini, Gianmarco Centinaio, toccherebbe il Turismo o in alternativa gli Affari Regionali. Sempre alla Lega dovrebbero andare il ministero dell'Ambiente a Lucia Borgonzoni e quello dell'Agricoltura a Stefano Candiani.

Per il ministero della Difesa nei giorni scorsi è circolato il nome di Umberto Rapetto, un ex ufficiale della Guardia di Finanza esperto di sicurezza informatica gradito in passato ai Cinquestelle ma ora assai più vicino alla Lega.

Il grillino Danilo Toninelli potrebbe finire alle Riforme mentre ai Rapporti con il Parlamento sono in pole position due leghisti: Raffaele Volpi e il veterano Roberto Calderoli.

Per il dicastero della Salute si insiste sul nome della pentastellata Giulia Grillo ma ha ottime chances anche il leghista Luca Coletto, assessore alla salute del Veneto. Un posto nell'esecutivo dovrebbe andare anche Laura Castelli, torinese e parte attiva nel tavolo delle trattative. Infine per le Infrastrutture reclamate dal Carroccio si parla di Giuseppe Bonomi amministratore delegato di Arexpo.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/macron-ai-timori-nato-i-giallo-verdi-mettono-paura-1528494.html

Moneta Complementare - il governo verde-oro può mettere l'Italia in sicurezza anche attraverso i minibot. Avanti veloci e sicuri

Governo M5S-Lega: Borghi conferma, nel programma anche emissione di minibot

Laura Naka Antonelli
18 maggio 2018 - 10:14

MILANO (Finanza.com)

Nel programma del governo M5S-Lega è inclusa anche la proposta relativa all'emissione dei "minibot". Lo ha confermato a Reuters Claudio Borghi, economista della Lega e primo a proporre tale strumento, rispondendo con un "sì" alla domanda sulla presenza di questo punto nel contratto.

Roma - incendi autobus - i bus saranno vecchi ma non si incendiano da soli e con questa frequenza, successo anche nel 2017, diciamo da quando c'è la giunta Raggi

GARA DELL’AZIENDA

Roma, «Troppi incendi sospetti»
Telecamere nelle officine Atac
«Tutela del patrimonio aziendale per furti o manomissioni», spiegano da via Prenestina circa la gara d’appalto che parte oggi sul rinnovo del parco telecamere nelle rimesse
19 maggio 2018

Il rogo di un maxi bus della linea 20

Sessanta «flambus» in due anni e mezzo di amministrazione Raggi, dodici solo nel primo semestre del 2018 di cui ben cinque - compresa una tragedia sfiorata in via del Tritone - nelle ultime due settimane. Sui social è subito scattato il sospetto che dietro ai roghi ci sia la mano dei sabotatori anche se è vero che i mezzi sono vetusti, poco manutenuti e spesso non forniti di dispositivi antincendio (come i 397 Mercedes della flotta che Atac sta cercando di adeguare). Adesso, però, anche Atac ha deciso di correre ai ripari implementando il sistema di videosorveglianza nelle rimesse dei bus. «Tutela del patrimonio aziendale per furti o manomissioni», spiegano da via Prenestina circa la gara d’appalto che parte oggi sul rinnovo del parco telecamere nelle rimesse. In pratica - anche se nessuno lo dice ufficialmente - si teme che ci possa essere un disegno dietro agli incendi su cui si sono messe ad indagare le procure, ordinaria a contabile.

Così negli uffici aziendali è stata predisposta una gara fast, a quanto pare su richiesta dallo stesso presidente Paolo Simioni, proprio per tentare di arginare - anche in termini di deterrenza - il fenomeno che nelle ultime settimane ha proiettato nel mondo l’immagine dei bus di Roma in preda alle fiamme. Il bando parte oggi e il termine per la presentazione della documentazione è il 30 maggio, appena 12 giorni di gara con procedura negoziata. E la cifra è sotto soglia, circa 38 mila euro più Iva, per fare più in fretta possibile, come fu per «Spelacchio». Titolo: «Acquisto di materiali per l’implementazione degli impianti di videosorveglianza delle rimesse Atac». Un segnale, insomma, che descrive i nervi tesi all’interno dell’azienda alla vigilia del verdetto dei giudici fallimentari sulla procedura anti-default: il 30 maggio scade il termine per la presentazione del piano di concordato in tribunale, dopodiché - al netto degli aiuti che potrebbero arrivare dal governo M5S-Lega - si saprà se Atac sarà salva o meno.

venerdì 18 maggio 2018

Mauro Bottarelli - tempi duri, mare forza otto, veloci a fare il governo verde-oro l'italia può essere messa in sicurezza solo da loro

SPY FINANZA/ Gli allarmi che contano più dello spread italiano

Sui principali media sembra che la preoccupazione dei mercati sia l'Italia e la formazione di un Governo Lega-M5s, ma non è così, dice MAURO BOTTARELLI

18 MAGGIO 2018 MAURO BOTTARELLI


Lapresse

Ma come, la grande preoccupazione europea e mondiale per il governo italiano è già finita? Sapete, al netto della media dello spread di ieri mattina (146 punti base), di quanto è aumentato l'interesse che il Tesoro paga sul decennale, rispetto ai massimi della settimana precedente, quando ancora il diabolico piano di Lega e M5S di annullamento del debito e ridiscussione dei Trattati europei non era stato svelato? Ben lo 0,06%, roba da matti! Dove andremo a finire, avanti di questo passo? È una vita che ve lo dico e torno a ripetervelo: a palazzo Chigi, finché la Bce è operativa, può andarci anche un cartonato pubblicitario. Non interessa nulla a nessuno, perché comunque sia sono altre le dinamiche che preoccupano i mercati. Certo, l'Italia non è la Grecia e un'eventuale messa in discussione della permanenza nell'euro sarebbe una grana, ma pensate davvero che, ammesso e non concesso che nasca, il governo giallo-verde arrivi a quel passo? 

Stanno alzando i toni, sbraitano per ragioni elettorali e di gestione della base, ma alla fine si accontenteranno di ottenere una qualche forma di reddito di cittadinanza, una rimodulazione fiscale e un po' più di mano ferma sul contrasto all'immigrazione: certe battaglie servono solo per non perdere la faccia, così come le repliche a muso duro al Financial Times. Tra il dire e il fare c'è di mezzo la permanenza al potere. E anche parecchi punti percentuali di consenso. Quindi, non commettete l'enorme errore di diventare emotivi per lo spread o per le Borse: se esistono due indicatori inaffidabili, in tempi di Banche centrali al timone, sono proprio quelli. Sono altri i livelli che devono far paura, altri gli indicatori che - rotti certi argini - mandano messaggi reali. Scommettete, ad esempio, che se proprio l'Ue che qualcuno in Italia millanta essere messa a rischio da Salvini e Di Maio, dovesse andare avanti nel proposito filtrato ieri, aumenteranno a dismisura i casi di malati psichici già noti alle autorità che decideranno di immolarsi in nome di Allah? Insomma, per capirci, una vera e propria epidemia di lupi solitari. 

Perché mentre qui tv e giornali lanciavano allarmi sullo spread, a Bruxelles circolavano voci degne di attenzione, non a caso ignorate dalla stampa italiana e non caso messe debitamente in circolazione da quella russa: l'Ue, per tutelare le sue aziende, sarebbe pronta a pagare il petrolio iraniano in euro e non in dollari, al fine di trovare una scappatoia legale alle sanzioni statunitensi contro Teheran, di fatto formalizzate proprio mercoledì. Insomma, per una volta sembra che le minacce europee di ritorsione contro l'unilateralismo di Washington non siano destinate a restare tali, ma a divenire realtà: ovviamente, finché non vedo, non credo. Ma già il fatto che nessuno in ambito comunitario si sia, come al solito in questi casi, precipitato a smentire, appare un segnale. Ed ecco, invece, quello serio: come vedete ieri il Brent ha superato quota 80 dollari al barile per la prima volta dal novembre 2014. Certo, 80,18 dollari appare più un segnale psicologico che altro, una rottura della soglia magari in procinto di rapido ritracciamento, ma occorre ricordare una cosa, al riguardo: due settimane fa, l'Arabia Saudita aveva annunciato che il suo nuovo target price per il greggio era proprio di 80 dollari. È bastato poco ed ecco che certi desideri divengono realtà. 


Cos'è servito, in fondo? Nulla, solo lo stralcio dell'accordo con l'Iran sul nucleare da parte dell'alleato principale dei sauditi, gli Usa, e un massacro a Gaza che facesse salire per bene la tensione in Medio Oriente: metteteci l'ennesimo voltafaccia di Kim Jong-un sulla questione denuclearizzazione, con tanto di messa in discussione dell'incontro previsto il 12 giugno prossimo a Singapore con Donald Trump e gli ingredienti per un bel mix di tensione geopolitica alle stelle ci sono tutti. E se c'è una cosa a cui è sensibile il prezzo del petrolio, è proprio la tensione. Oltretutto, potendo contare anche sul dollaro in continuo rafforzamento. E cosa fa l'aumento del prezzo del petrolio, in tal senso? Dà vita al paradosso dell'erosione dei benefici che il taglio fiscale garantiva, in minima parte, alla classe media statunitense, la quale vede ogni possibile benefit mandato in soffitta dall'aumento della bolletta energetica. E con la stagione delle vacanze (benzina, aumenti delle tariffe aeree per l'aumento del costo del carburante) e del caldo (aria condizionati a manetta ovunque, uffici in testa) in arrivo, ecco che quella voce può portare con sé l'alibi per il grande errore necessario: spingere la Fed a una politica di aumento dei tassi più netta, tanto che in corrispondenza con l'aumento del prezzo del petrolio di quest'ultima settimana - certamente non definibile un vero e proprio rally -, questo grafico ci mostra come le probabilità di altri tre interventi sui tassi abbiano raggiunto percentualmente quelle di una politica invece più cauta e conservativa da parte della Banca centrale Usa. 


E, come ci mostra quest'altro grafico, l'ultimo sondaggio di Bank of America fra i 200 principali gestori di fondi statunitensi, parla chiaro al riguardo: il tail risk più temuto (e, quindi, paradossalmente probabile) da chi investe e opera sul mercato è proprio un errore di politica monetaria da parte di Fed o/e Bce. Tu guarda le combinazioni! Ovviamente, i nostri giornali e le nostre tv si sono ben guardati dal tracciare questo scenario mercoledì, tanto che hanno infilato da bravi furbetti l'aumento del prezzo della benzina alla pompa in coda o direttamente all'interno dei servizi dedicati a spread e Borsa: un trucchetto facile facile, roba da Overton Window per dilettanti, ovvero far inconsciamente intendere che anche il pieno che costa di più sia colpa dell'instabilità innescata dall'ipotesi di governo Lega-M5S. Che io, come immagino avrete capito, non sostengo come ipotesi di governo, ma da qui a giocare sporco contro la volontà delle maggioranza degli elettori, ce ne passa. Almeno per me. 


E perché ho parlato di "grande errore necessario", rispetto all'operato nel futuro prossimo della Fed? Perché se si vuol far deragliare del tutto il treno dell'economia, tamponando di fatto gli effetti sulla finanza, occorre uno shock tale da giustificare un ritorno alla politica espansiva di massa: ovvero, Fed che blocca gli aumenti e magari taglia anche solo di un quarto di punto (l'effetto psicologico sui mercati emergenti sarebbe tale da innescare un vero e proprio rally di breve periodo, quantomeno sul credito) e Bce che, come già lasciato intendere da Mario Draghi fra le righe, manda in cantina il taper del Qe e prosegue con gli acquisti fino almeno alla prima metà del 2019. Il tutto con il Giappone che non solo ha già detto che andrà avanti almeno fino ad aprile/maggio del prossimo anno con gli interventi a tutta forza e su tutto lo spettro delle securities, ma che da mercoledì ha a che fare con questo, ovvero la prima contrazione del Pil dopo 8 trimestri consecutivi di aumenti e il peggior calo dal quarto trimestre del 2015. 


Direte voi, dopo quel rally non sarà uno 0,6% a cambiare le cose. E invece sì, perché quando fai intendere al mercato e soprattutto all'opinione pubblica che la tua politica espansiva magari tarda a raggiungere l'obiettivo inflazionistico, ma ha messo il turbo all'economia, l'idea generale è quella di un'automobile con ormai il serbatoio pieno. Quindi, pronta al viaggio. Se invece, alla terza curva, si ferma come è accaduto l'altro giorno, a finire in discussione non è solo la tua narrativa interna (già ampiamente compromessa dai continui rinvii della Bank of Japan), ma quella globale della famosa ripresa sostenuta e sincronizzata. E perché siamo in questa situazione di rallentamento della crescita globale? Cos'è accaduto? Bastano questi due grafici a dare una spiegazione, rapida e sintetica: la dinamica di crescita del credito in Cina continua a rallentare. Inesorabilmente. 



E il dato sull'emissione di bond ci dice qualcosa di davvero preoccupante: se infatti il Paese che ha lanciato non più tardi di un anno fa il più grande progetto infrastrutturale al mondo, la cosiddetta Nuova Via della Seta, vede l'emissione di obbligazioni destinata al finanziamento di quella e di altre opere in continuo calo, cosa significa? E quel dato sugli investimenti fissi su base annua, cosa ci dice dello stato di salute - reale! - dell'economia cinese? Che Pechino, lungi dal rischiare il default o il cosiddetto hard landing, non si può permettere di finanziare l'economia del mondo intero, limitando sempre di più l'impulso creditizio funzionato finora come bancomat globale. E un mondo che vede gli investimenti calare nella sua principale economia produttrice, nella "fabbrica globale", è normale che veda contemporaneamente salire il prezzo del petrolio, ovvero della base per l'energia necessaria a far funzionare le aziende? No, esattamente come non è normale che i rendimenti obbligazionari siano ancora così bassi, che le Borse continuino a trottare a fronte di dati macro pre-recessivi, che le prospettive inflazionistiche restino stagnanti nonostante centinaia di miliardi spesi dalla Banche centrali in acquisti di ogni tipo. 

Viviamo in un mondo che è la summa di disconnessioni e distorsioni, un'enorme entropia che fino ad adesso è sfuggita dai radar, perché tutti erano occupati a far soldi. Ma siccome nel mese di aprile le principali macchine da speculazione, gli hedge funds, stanno prendendo un bagno dopo l'altro, ecco che il decennale Usa l'altro giorno ha sfondato di nuovo la quota psicologica del 3% di rendimento, facendo traballare gli emergenti, lira turca in testa. Siamo in una situazione di totale navigazione a vista, un prodromo di tutti contro tutti pericolosissimo che vedrà l'Europa giocoforza nel mirino, visto che gli Usa non possono ancora permettersi un attacco diretto alla Cina, ad aprile ancora acquirente netto di debito a stelle e strisce, a fronte di un mondo che lo sta scaricando, Giappone in testa. 

Davvero pensate che il problema sia la bozza di programma di Lega e M5S? Davvero credete che nelle sale operative di New York o Londra, qualcuno abbia dedicato più di un'occhiata al titolo dell'articolo del Financial Times sui nuovi barbari ai cancelli di Roma? Siamo seri, almeno noi. Perché la situazione lo è davvero. Pericolosamente.

Gli euroimbecilli dell'Unione Europea non sono avvezzi ai politici verde-oro che hanno la schiena dritta e non servi corrotti come quelli del Pd-Forza Italia

Europa vista da Lega e M5s. Gustavo Piga: “Si parla di deficit non di uscire. Un dibattito franco…

Pubblicato il 16 maggio 2018 14:25 | Ultimo aggiornamento: 16 maggio 2018 14:34


Europa vista da Lega e M5s. Gustavo Piga: “Si parla di deficit non di uscire. Un dibattito franco…”

Europa contestata dal contratto Lega-M5s. Per Gustavo Piga, economista e in passato di editorialista di Blitzquotidiano [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui, Ladyblitz – Apps on Google Play] non è la morte di nessuno: “Un dibattito franco con Bruxelles non significa litigare. Ha fatto benissimo Mattarella a ribadire che siamo ancorati all’interno di un continente, ma quel continente dipende anche dai suoi valori. Io penso che l’Europa abbia il dovere di ascoltare un po’ più l’Italia: non dimentichiamo che è stata proprio la Ue – con la sua rigidità, le posizioni spesso oltranziste – a condizionare il dibattito elettorale nel nostro Paese, portando alla vittoria le forze più anti-europeiste”.

Piga è coerente con le sue idee. A suo tempo mise in guardia contro il fiscal compact, prevedendone l’effetto devastante sulla nostra economia, lanciò anche una iniziativa per la sua abolizione.

Giovanna Vitale lo ha intervistato per Repubblica. Piga è stato fra coloro che hanno lavorato alla elaborazione del contratto fra Lega e Movimento 5 stelle che dovrebbe costituire la base per l’azione del possibile e probabile Governo guidato, dall’esterno o da dentro, da Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Sulla messa a punto del contratto, Piga commenta:

“Comunque vada a finire la trattativa tra Lega e M5S, possiamo dire che siamo stati bravi. Quando abbiamo cominciato il nostro lavoro, concluso in 5 giorni, ci dicevano che era impossibile mettere attorno a un tavolo forze politiche tanto diverse. E invece avevamo ragione noi a sostenere che gli spazi di manovra per discutere c’erano.

“Non a caso abbiamo citato il modello tedesco. Significava dire: mettiamo in conto che le cose possono andare per le lunghe. Stringere un accordo di governo è una questione complessa, richiede approfondimenti tecnici e soprattutto delle conciliazioni: io cedo su questo, tu però concedimi quest’altro. Questioni su cui tuttavia i tecnici non devono neanche azzardare a pronunciarsi. E’ un compito che spetta alla politica. La politica è l’arte del compromesso. Una roba difficilissima. Noi ci siamo limitati a dire che esisteva una strada per stringere degli accordi, ma che sarebbe spettato poi alle varie forze di verificarne la praticabilità”.”Analizzando i vari documenti programmatici ci siamo resi conto che le convergenze maggiori si potevano registrare sulla parte economica: penso al fisco, alle misure di sostegno al reddito delle famiglie. Mentre su questioni come immigrazione e giustizia potevano sorgere problemi a causa di una forza differenza valoriale. Sui valori si è sempre più rigidi”.

Chiede Giovanna Vitale: Su quali argomenti? Ci fa qualche esempio?. risposta

“L’immigrazione innanzitutto, ma anche la giustizia. La Lega ha un approccio più securitario, il M5S più attenta al profilo umanitario”.

Con la Unione europea, il potere contrattuale dell’Italia appare in forte ribasso, osserva l’intervistatrice. Piga nega:
“Non lo credo affatto. Mi sembra anzi del tutto ragionevole ribadire la permanenza dell’Italia all’interno dell’area euro, che non si tocca, ma si provi a farsi valere un po’ di più. Anche perché, per fortuna, tutte le stupidaggini che abbiamo sentito sull’argomento da 5S e Lega sono sparite dal dibattito. Ormai si parla principalmente di deficit, non più di uscire dall’euro. Che sarebbe un errore”.

Iran - gli Stati uniti comandano e gli euroimbecilli francesi obbediscono. Sale il renminbi

Le sanzioni Usa mettono Total fuori gioco in Iran, pronti a subentrare i cinesi

La partita per lo sfruttamento del petrolio

17 Maggio 2018


(reuters)

MILANO - La Cina è pronta a inserirsi nel vuoto laciato dalle sanzioni americane verso l'Iran, a danno delle compagnie europee. Un caso esemplificativo riguarda il mondo del petrolio. La società cinese Cnpc sostituirà la Total nel contratto per sviluppare in Iran la fase 11 del giacimento di gas di Pars Sud in caso di recesso del gruppo francese.

Lo ha fatto sapere il ministro del petrolio iraniano."Total ha detto che se non otterrà l'esenzione dagli Stati Uniti per proseguire le sue attività, avvierà il processo per uscire dal contratto. In questo caso, l'azienda cinese Cnpc e Total si avvicenderanno. Se Cnpc lascerà a sua volta, rimarrà la compagnia iraniana Petropars", ha spiegato il ministro del petrolio, Bijan Namdar Zanganeh, secondo l'agenzia Shana.

In base all'accordo siglato nel luglio 2017, che ammonta a 4,8 miliardi di dollari, Total detiene la metaà delle quote del consorzio più una, seguita dalla società cinese CNPC (30% del capitale) e la Petropars iraniana (19,9%). Il colosso francese aveva già avvertito che avrebbe abbandonato il suo progetto, iniziato nel luglio 2017, se non avesse ottenuto una deroga da parte delle autorità degli Stati Uniti, con il sostegno di Francia e Unione europea.

L'8 maggio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato il ritiro degli Usa dall'accordo sul nucleare iraniano e il ritorno delle sanzioni contro Teheran.

E proprio ieri si è diffusa la notizia di un possibile disimpegno di Total, per non incappare nelle ricadute sanzionatorie da parte di Washington. In una nota ufficiale, la compagnia ha precisato che sarebbe un "rischio troppo grande" continuare a operare in Iran, anche perché ha vaste operazioni negl Usa e dipende da quel Paese per il proprio finanziamento. Le banche americane sono infatti controparti di Total in più del 90% dei finanziamenti delle operazioni della compagnia, gli azionisti americani sono il 30 per cento degli investitori totali e la società ha oltre 10 miliardi di capitale impiegato negli States.

http://www.repubblica.it/economia/2018/05/17/news/total_iran_sanzioni_usa-196613516/?refresh_ce

i cecchini francesi in Siria per aiutare i terroristi tagliagola

L'esercito siriano blocca 60 cecchini francesi nel nord-est della Siria


L'esercito siriano arresta 60 cecchini francesi nel nord-est della Siria

Un convoglio che trasportava 60 cecchini francesi è stato bloccato dai soldati dell'esercito siriano, dopo aver raggiunto 'per sbaglio' una postazione militare controllata dal governo di Damasco nella provincia siriana di Al-Hasaka, nel nord-est del paese.

I cecchini francesi erano partiti lo scorso ??1° maggio al confine comune tra Siria e Iraq, scortato dalle cosiddette siriano Forze Democratiche (FDS), alla città di Malikiya, ha spiegato ieri lo 'Special Monitoring Mission to Syria', SMM.


Tuttavia, le FDS (organizzazione di milizie curdo-siriane sostenuti dagli Stati Uniti) li ha abbandonati per qualche motivo, prima di raggiungere la sua destinazione finale, la città di Qamishli, condivisa tra questa milizia e l'esercito siriano.

Il convoglio francese ha poi provato, secondo le informazioni del SMM, a completare il viaggio utilizzando le proprie mappe, con l'idea di entrare in città attraverso un checkpoint delle FDS.

Non riuscendo, involontariamente sono arrivati a un punto controllato dall'esercito vicino all'aerodromo della città.

Le forze siriane hanno fermato il convoglio, composto da 20 SUV Toyota leggeri con targhe irachene, con a bordo i già citati 60 cecchini francesi. Hanno anche trovato fucili e scanner termici all'interno dei veicoli, tra gli altri dispositivi speciali militari, secondo i dettagli forniti dal SMM.

Il leader del gruppo ha dichiarato al Servizio speciale siriano che il convoglio intendeva "aiutare" le FDS contro i terroristi dell'ISIS e che, una volta completata la sua missione a Qamishli, si sarebbe recato nella città di Al-Hasaka e poi nella provincia di Deir Ezzor .

Il rapporto del SMM aggiunge che l'esercito siriano ha deciso di liberare i cecchini dopo aver preso in considerazione la lotta congiunta delle truppe governative e delle FDS contro il nemico comune che è l'ISIS.

Ultimamente, la Francia e gli Stati Uniti hanno aumentato la loro presenza in territorio siriano, con Washington che ha stabilito una nuova base militare ad Al-Hasaka e Parigi che ha inviato convogli militari nella stessa area.

Fonte: https://smmsyria.com
Notizia del: 17/05/2018

NoTav - Hanno una paura tremenda del governo verde-oro che gli sconvolge piani, aspettative, lucrosi guadagni sul nulla

Se la Torino-Lione sarà fermata, non vi sarà alcuna penale da pagare!

17.05.2018 - PresidioEuropa No TAV

(Foto di Wikimedia Commons)

In queste ore alcune agenzie battono le dichiarazioni di Commissari Governativi, Promotori della Torino-Lione e Presidenti di Regione che, terrorizzati per la possibile sospensione/cancellazione del progetto Torino-Lione, si affannano a dire che in questo sciagurato caso l’Italia dovrebbe pagare 2 miliardi di Euro di penalità.

Questa affermazione è FALSA, chiediamo a chi la fa di portare le prove.

Ricordiamo che i Trattati con la Francia del 2001, del 2012 e del 2015 e con la Ue del 2015 :

– non prevedono una data di avvio e di completamento delle opere geognostiche e/o definitive della tratta transfrontaliera,

– non prevedono alcuna penalità in caso di sospensione e/o risoluzione degli accordi.

Ricordiamo invece che l’Accordo con la Francia del 2012 prevede, all’Art. 16, che “La disponibilità del finanziamento sarà una condizione preliminare per l’avvio dei lavori delle varie fasi della parte comune italo-francese della sezione internazionale”.

I suddetti accordi possono invece essere emendati.

In realtà i lavori definitivi della Torino-Lione non sono mai partiti perché è la Francia che ha messo in pausa la Torino-Lione dal mese di luglio 2017 dato che non dispone dei fondi necessari per l’avviamento dei cantieri relativi alle opere definitive.

Analogamente in Italia deve ancora completarsi l’iter di pubblicazione della delibera Cipe che ha sancito l’ennesima variante del progetto (con lo scavo del Tunnel da Chiomonte anziché da Susa).

Questa situazione è stata resa nota dalla Ministra dei Trasporti francese Elisabeth Borne, e lo ha confermato il Presidente della CADA Marc Dendelot (Commissione di Accesso ai Documenti Amministrativi – http://www.cada.fr/) che nell’Avviso n. 20173469 del 4 dicembre 2017 ha scritto: «La Ministre chargée des transports ayant informé la Commission qu’à ce jour les travaux définitifs de la section transfrontalière n’avaient pas été lancés et que les engagements financiers de l’Etat correspondants à ces travaux n’avaient donc pas encore engagés» («La Ministra incaricata dei trasporti ha informato la Commissione che fino ad oggi i lavori definitivi della sezione transfrontaliera non sono stati avviati e che gli stanziamenti finanziari dello Stato (francese, N.d.T.) corrispondenti a questi lavori non sono ancora stati decisi»,nostra traduzione).

Inoltre, nella sua lettera del 17 gennaio 2018 la Commissaria europea ai Trasporti Violeta Bulc, in risposta alla richiesta di chiarimenti del 22 novembre 2017 di un gruppo di eurodeputati, ha riconosciuto che «il finanziamento europeo per la Torino-Lione è stato deciso ed è assicurato solo per il periodo 2016-2019 … e alla fine potrebbe essere riallocato ad altri progetti in base al principio “usalo o perdilo”» (nostra traduzione, testo originale: «The EU co-funding of the Lyon-Turin project has been agreed and is secured for the period 2016-2019 … it may ultimately lead to a reallocation to other projects pursuant to the “use-it-or-lose-it” principle»).

Le attività in corso dal 2002 sono praticamente tutte inerenti lavori propedeutici (studi, progetti, sondaggi, lavori preliminari) che rientrano nel programma già di LTF. Ammontano complessivamente a 1,6 miliardi di euro, di cui a fine 2016 risultavano pagati o impegnati 1,4 miliardi.

Nessuno degli appalti attualmente in completamento riguarda lavori definitivi. Questo comprende ovviamente anche le attività in corso in Francia a San Martin La Porte, che non sono qualificate come lavori definitivi ma come sondaggio geognostico.

Gli appalti finora assegnati da Telt (di cui la società stessa ha dato notizia con propri comunicati il 17 gennaio e il 1 febbraio 2018) sui lavori definitivi ammontano a 91,4 milioni di euro, meno dell’1% di quanto affermato da fonti governative. Di questi gli unici lavori reali ammontano all’ “astronomica” cifra di 800.000 € (meno dello 0,1%).

Non risultano altri appalti assegnati, pertanto risulta estremamente difficile comprendere come sia possibile affermare che sussistano impegni e/o penali cogenti. Qualora questi fossero effettivi, dovrebbero essere obbligatoriamente scritti a bilancio di Telt. Invitiamo gli operatori dell’informazione a chiedere questi elementi a chi ha rilasciato tali dichiarazioni.

In conclusione, e alla luce di quanto sopra, riteniamo opportuno che TELT non lanci gare di appalto e contragga qualunque impegno con chiunque fino al momento in cui, nel rispetto dell’Art. 16 dell’Accordo di Roma del 2012, i tre soci finanziatori del progetto Torino-Lione (Ue, Francia e Italia) non abbiano garantito con atti formali (leggi dello Stato) tutti i fondi necessari all’intera realizzazione dell’opera.

Moneta Complementare - ma perchè si agitano i minibot hanno la medesima funzione che ha avuto per anni le cambiali. Pare che non vogliono dare alle aziende che hanno fornito merci e servizi allo stato il corrispettivo

18/05/2018 08:32 CEST | Aggiornato 5 ore fa
L'economista della Lega Claudio Borghi: "Soldi subito con i mini-Bot"
Intervista a La Verità: "Metteremo soldi in tasca alla gente"


ANSA

L'esempio più immediato lo fa con i ticket restaurant per sostenere che non saranno una moneta parallela all'euro e respingere, così, le critiche che si solleveranno se il progetto si dovesse realizzare concretamente. Il progetto si chiama miniBot e a lanciarlo, in un'intervista a La Verità, è l'economista della Lega Claudio Borghi. L'obiettivo, spiega, è mettere soldi nelle tasche degli italiani.

Borghi precisa che i mini-Bot "sono provvedimenti del governo che nasce". Così l'economista del Carroccio spiega perché i mini-Bot sono imprescindibili:

"Al contrario di quanto promesso e non fatto da Renzi, procederemo per chi lo desidera al pagamento dei debiti della pubblica amministrazione con titoli di Stato commerciabili".

La definizione che usa Borghi per i miniBot è quella dell'"uovo di Colombo", cioè "un sistema intelligente per rendere utilizzabile un credito che per ora non lo è". Ecco altri esempi che Borghi cita per giustificare la necessità di ricorrere ai miniBot:

"Hai un credito Iva? Il fisco ti deve dei soldi? Non sei ancora riuscito a incassare gli importi che ti spettano per le ristrutturazioni che hai fatto? Sei una delle tantissime imprese che vantano crediti per lo Stato?"

E il rischio che i miniBot vengano considerati una moneta parallela all'euro? Borghi respinge le critiche.

"E chi lo dice, scusi? Già adesso esistono forme di controvalore che i cittadini scambiano e impegnano, normalmente, nella vita di tutti i giorni. Ad esempio, cos'è un ticket restaurant, se non un titolo garantito con cui si possono comprare delle cose?".

Monte dei Paschi di Siena - abbiamo socializzato le perdite e quando comincerà a guadagnare i profitti andranno a noi non c'è niente di scandaloso. e poi abbiamo bisogna di banche pubbliche che fanno solo attività commerciali. Calma e sangue freddo. Se lo spread aumenta e perchè lo vuole la Banca Centrale Europea

17/05/2018 17:25 CEST | Aggiornato 2 ore fa

Il contratto di governo affossa Mps: il titolo sospeso due volte in un'ora. Lo spread schizza a 155 punti
La strategia del nuovo governo - che vuole un cambio dei vertici e una nuova mission - affossa la banca senese


LUCA DADI / AGF

Dopo il capitombolo di ieri (-8,8%), Mps vive un'altra giornata di passione a Piazza Affari, dove il titolo è stato sospeso per ben due volte in un'ora. Pesano le dichiarazioni del responsabile economico della Lega, Claudio Borghi, che ha parlato di una nuova mission per la banca (cambio dei vertici e nessuna vendita) nel contratto di governo del Carroccio e dei 5 Stelle.

Il titolo della banca senese è stato subito sospeso in apertura di Borsa. Riammesso alle contrattazioni è stato di nuovo sospeso, intorno alle 10, dopo che le perdite si erano avvicinate al 3 per cento. Poi di nuovo agli scambi e di nuovo perdite, con ribassi fino al 4 per cento.

Sotto pressione tutta Piazza Affari, che cede l'1,1%. A pesare, oltre Mps, anche le altre banche esposte al rischio paese: Ubi banca cede il 2,97% e Banco Bpm il 2,06%. Tensioni sullo spread: il differenziale tra il rendimento dei Btp decennali e i Bund tedeschi è schizzato a 155 punti.

Matteo Salvini respinge le accuse: "Mi auguro che Mps torni a recuperare tutto, anche se purtroppo la banca più storica d'Italia non è stata massacrata dal contratto ma da qualche farabutto, da qualche delinquente che ha un nome e un cognome. È sopravvissuta anche alla peste bubbonica ma non ai delinquenti".

Nel contratto di governo fra Lega e Cinque Stelle, c'è un punto "su Monte dei Paschi di Siena. L'intento, abbastanza condiviso da tutte e due le forze, è che la banca deve essere ripensata in un'ottica di servizio", aveva detto ieri Borghi. "In buona sostanza", ha spiegato, l'obiettivo è "abbandonare l'idea di farci i profitti vendendola a chissacchì", ma mantenerla "come patrimonio del Paese".

"Una delle cose che avevamo pensato ai tempi della campagna elettorale - ha aggiunto Borghi - riguarda le piccole filiali, che sono un patrimonio per la Toscana. Mi sembrava inutile pensare di chiuderle nel momento in cui non vuoi farci solo profitti. Il cambio di governance di Mps, ha aggiunto, "non entra nel contratto" di governo fra Lega e Cinque Stelle, "ma è abbastanza probabile, quasi naturale pensarlo. Ma è inutile mettere nel contratto: "E poi cambiamo l'amministratore delegato".

In una nota il ministro dell'Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan, ha risposto a muso duro: "Le dichiarazioni odierne dell'on. Borghi, insieme alle indicazioni fornite nella bozza di programma condiviso tra Lega e Movimento 5 Stelle, hanno immediatamente creato una crisi di fiducia che ha prodotto una caduta del corso del titolo in borsa superiore al 10% e la successiva sospensione per eccesso di ribasso. Un fatto molto grave che mette a repentaglio l'investimento effettuato con risorse pubbliche. Ho il dovere di ricordare a tutti gli attori politici che la fiducia si costruisce poco per volta, progressivamente, ma basta poco per distruggerla, tirandosi dietro i risparmi degli italiani che a parole si vorrebbero tutelare".

Borghi, tuttavia, non si è pentito delle parole pronunciate. "Ma di cosa dovrei pentirmi? Queste cose sul Monte le ho sempre dette. È bene che certuni si abituino ad avere partiti che fanno quel che hanno promesso in campagna elettorale. Andremo a Bruxelles e ridiscuteremo il piano", ha detto in un'intervista a La Stampa.

250 miliardi cancellati - Solo degli euroimbecilli si possono meravigliare, non è colpa loro

Perché la BCE può cancellare 250 miliardi (e chi lo nega è ignorante o in malafede)

Maurizio Blondet 16 maggio 2018 


Il motivo lo ha spiegato – in un articolo del giugno 2013 – Paul De Grauwe, attualmente docente alla John Paulson Chair in European Political Economy, nella London School of Economics, già membro del parlamento belga dal 1991 al 2003, autore di ricerche e libri fondamentali sulla politica monetaria, di cui è considerato fra le massime autorità.

De Grauwe ha scritto l’articolo perché il governatore Weidmann della Bundesbank, la banca centrale tedesca, s’era appellato alla Corte Costituzionale tedesca, sostenendo che gli acquisti a palate di titoli di debito pubblico dei paesi dell’eurozona che sta operando la BCE, esponevano i contribuenti tedeschi al rischio di dover pagare con le tasse le “perdite” che avrebbe subito la BCE in caso di insolvenza dell’Italia, Spagna, Grecia, Portogallo.

Paul De Grauwe, London School of Economics.

De Grauwe mostra che la Bundesbank è ignorante, come quasi tutti gli economisti italiani (e non parliamo dei giornalisti) a ventilare una simile spaventosa ipotesi. Il motivo: applicano alle banche centrali i criteri di solvibilità e insolvenza di una banca privata, o di una qualsiasi impresa privata.

“Il livello di confusione è così alto – scrisse appunto – che il presidente della Bundesbank si è rivolto alla Corte Costituzionale Tedesca sostenendo che il programma OMT della BCE esporrebbe i cittadini tedeschi al rischio di dover pagare tasse per coprire potenziali perdite generate dalla BCE”.

“Tale paura è mal posta”. Anzi: “In realtà, i contribuenti tedeschi sono i principali beneficiari del programma di acquisto di titoli di debito”.

“Le società private si ritengono solvibili quando il valore del loro patrimonio netto è positivo, ossia quando il valore dei loro asset è superiore a quello del debito. La solvibilità di una società privata può anche essere espressa come il massimo ammontare di perdite che una società può assorbire in un dato momento. Pertanto, una società privata si dice solvibile quando le sue perdite non sono superiori al patrimonio netto” .

Ma “questi vincoli di solvibilità non dovrebbero essere applicati alle banche centrali; le banche centrali non possono fallire”.

Oddio, e perché?

Perché “una banca centrale può emettere tutta la moneta che vuole e chi gli serve per ripagare i suoi “creditori”.

E chi sono i creditori della banca centrale?

Sono “i detentori della sua moneta. Per la banca centrale, il loro “ripagamento” consisterebbe semplicemente nel sostituire la moneta vecchia con moneta nuova”.

Non siamo più nel sistema del tallone aureo, quando una banca centrale prometteva di convertire la moneta che emetteva in oro.

“Al contrario delle società private, i debiti delle banche centrali non rappresentano un diritto sugli asset delle banche centrali. Quindi, il valore degli asset della banca centrale non ha influenza sulla sua solvibilità.

“La sola promessa che una banca centrale fa […] mercato è che il denaro sarà convertibile in un paniere di beni e servizi a un prezzo più o meno fisso. In altri termini, la banca centrale fa una promessa di stabilità dei prezzi. Tutto qui.

La banca centrale assorbe qualsiasi perdita

(…) . La banca centrale può assorbire qualsiasi perdita, a patto che questa perdita non comprometta la stabilità dei prezzi.

Non è nemmeno corretto affermare che la banca centrale ha bisogno di mantenere un patrimonio netto positivo per “restare solvibile”. Una banca centrale non necessita di un patrimonio netto. Dunque l’affermazione che una banca centrale con un patrimonio netto negativo necessiti di essere ricapitalizzata dal Tesoro non ha alcun senso”.

Visto che qualcuno ancora non capisce, De Grauwe spiega di nuovo:


“Per essere chiari:
La banca centrale (che non può fallire) non ha bisogno di alcun sostegno fiscale dal governo (che invece può fallire)
L’unico sostegno di cui la banca centrale necessita da parte del governo è che essa possa mantenere il monopolio sull’emissione di moneta in tutto il territorio su cui il sovrano ha giurisdizione. Una volta che abbia dal sovrano tale potere, la banca centrale è libera da ogni limite di solvibilità”.

Chiarito ciò, De Grauwe illustra il caso più semplice, di una banca centrale che emetta moneta per un solo stato. Lo fa comprando i Buoni del Tesoro di quello Stato ed emettendo moneta.

“Acquistando i titoli di debito statali, la banca centrale trasforma la natura del debito pubblico.

Quando la banca centrale compra il debito del proprio governo, il debito viene trasformato:
Il debito governativo, che porta con sé un tasso di interesse e un rischio di default, diventa una passività della banca centrale (base monetaria); che è priva di rischio default, ma soggetta a rischio di inflazione”.

Per capire cosa sia questa trasformazione, e come agisca nel bilancio, supponiamo che Banca Centrale e Governo siano tutt’uno (come dopotutto sono: due rami separati del settore pubblico, ed erano prima del “divorzio” fra Tesoro e Bankitalia).

Attenzione attenzione, perché nelle righe seguenti troviamo spiegato perché 250 miliardi di debiti possono essere “cancellati”:

dunque seguiamo il ragionamento.

“Dopo la trasformazione, il debito governativo detenuto dalla banca centrale viene cancellato. Esso è un attivo in un ramo dello stato (la banca centrale) e un passivo nell’altro ramo (il governo). Quindi, scompare”.

E attenti, non è ancora finita:

“La banca centrale può ancora tenerlo a bilancio [come fa la BCE coi nostri 250 miliardi], ma esso non ha più alcun valore economico. Di fatto la banca centrale può sbarazzarsi di questa FINZIONE ed eliminarla dal suo bilancio, e il governo può quindi eliminarlo dall’ammontare del suo debito. Esso non ha più valore in quanto è stato rimpiazzato da una nuova forma di debito, ossia la moneta, che comporta un rischio inflattivo, ma NON un rischio di default”.

Dunque non ha senso – come voleva far credere la Bundesbank – che le banche centrali, quando il prezzo di mercato dei titoli di stato scende, ci perdono. Se ci fosse una perdita per la banca centrale, essa sarebbe compensata alla pari da un guadagno equivalente da parte del governo (perché il valore di mercato del suo debito è sceso in uguale proporzione). Non ci sono perdite per il settore pubblico”.

Chiaro o no? L’esperto sottolinea:

“Arriviamo a una conclusione importante: Quando una banca centrale ha acquisito titoli di stato, un declino nel prezzo di mercato di questi titoli non ha alcuna conseguenza fiscale. La perdita in un ramo (la banca centrale) è compensata dal profitto nell’altro (lo Stato)”.

Che se poi ancora non fosse chiaro ai vari “economisti” dei miei stivali che strillano, De Grauwe riprende:

“Un altro modo di vedere questo effetto, è guardare ai flussi degli interessi sottostanti ai titoli pubblici. Poniamo ad esempio che la banca centrale abbia comprato un miliardo di euro in titoli di stato. Questi hanno una cedola, diciamo, del 4%. Perciò la banca centrale che ha in portafoglio i titoli riceve 40 milioni di euro all’anno da parte del governo. Nella pratica della contabilità, questo viene contato come un profitto per la banca centrale. Alla fine dell’anno, la stessa banca centrale girerà i propri profitti al governo. Assumendo che il costo marginale della gestione di questi bond sia pari a zero, la banca centrale girerà al governo i 40 milioni di euro. E’, per così dire, la mano sinistra che paga la mano destra”.

La classica partita di giro.

“La tecnicalità della tenuta dei libri contabili ha potuto far credere a qualcuno che tali interessi siano signoraggio (ossia profitto per la banca centrale). Non lo sono. Non c’è alcun profitto nel settore pubblico. Il profitto della banca centrale è esattamente compensato da una perdita del governo”.

Capito? L’economista vuol essere ancora più chiaro.

“L’uno e l’altra potrebbero eliminare questa convenzione contabile perché in queste perdite e profitti non c’è alcuna sostanza economica”.
“La BCE può distruggere i titoli di stato, senza nessuna perdita”

Ma, probabilmente temendo che questo sia al disopra delle possibilità intellettuali del governatore Weidmann della Bundesbank, il belga insiste:

“E’ letteralmente vero che la banca centrale potrebbe distruggere i titoli di Stato nel trituratore della carta: niente sarebbe perduto”.

Vogliamo copiare la frase in inglese:

It is literally true that the central bank could put the government bonds ‘into the shredding machine’; nothing would be lost.

“Nel nostro esempio, la banca centrale non riceverebbe più 40 milioni di euro l’anno, e non dovrebbe più girarli al governo ogni anno.

Cosa succede se il governo fa default sui suoi bond in scadenza? Il default causa delle perdite ai detentori privati dei titoli.

Ma è irrilevante per i titoli detenuti dalla banca centrale: infatti essi adesso non valgono più nulla, ma erano già privi di valore anche prima del default. Si tratta della mano destra che paga la sinistra.

Per il settore pubblico, non è successo nulla. Perciò la perdita della banca centrale a causa del default non ha alcuna conseguenza fiscale”.

Nel caso dell’eurozona, una unione monetaria imperfetta (che non è anche una unione di bilancio), le cose sono alquanto più complesse. Ma all’osso, ci limitiamo a riportare l’esempio di De Grauwe:

“Immaginiamo che la BCE acquisti 1 miliardo di titoli spagnoli a un tasso del 4%. Le conseguenze fiscali sono ora le seguenti.
La BCE riceve 40 milioni di euro in interessi annuali dal tesoro spagnolo.
La BCE restituisce questi 40 milioni di euro non alla sola Spagna, ma a tutti gli anni alle banche centrali nazionali dell’eurozona.

La distribuzione avviene proporzionalmente alla quota di capitale nella BCE (vedere BCE 2012).
La banca centrale nazionale trasferisce quanto ricevuto al proprio tesoro nazionale.

Per esempio, la BCE trasferirà l’11.9% dei 40 milioni al Banco de España. Il resto andrà alle banche centrali degli altri paesi membri. Chi riceverà di più è la Bundesbank tedesca; che con una quota di capitale del 27.1%, riceverà quindi 10.8 milioni di euro”.

Ecco perché, all’inizio del discorso il nostro monetarista diceva che, anziché essere danneggiati, “i tedeschi sono i principali beneficiari del programma di acquisti di debiti pubblici avviato da Draghi.

L’effetto paradossale è questo:

“In un’unione monetaria che non è anche un’unione fiscale, un programma di acquisto di titoli di stato porta a trasferimenti all’interno dell’unione – ma non a quelli a cui pensa l’opinione pubblica tedesca
“Un programma di acquisto titoli della BCE porta a un trasferimento annuale dai paesi i cui titoli vengono acquistati verso tutti gli altri”

Cioè dai paesi più indebitati e poveri a quelli non indebitati e ricchi. 

“Un trasferimento fiscale dai paesi più deboli (debitori) verso i paesi più forti (creditori)”.

La Germania lucra anche su questo.

Mario Draghi e Jens Weidmann Presidente Bundesbank .

Che cosa serve ancora per realizzarla perversione del sistema euro? E di chiamare chi lo sostiene in Italia un traditore? Perché la protesta di Weidmann contro gli acquisti della BCE, anche se non escludo possa essere dovuta ad ignoranza (non sarebbe il primo banchiere a non sapere come si crea il denaro), serve piuttosto ad uso interno, per rafforzare nei cittadini tedeschi l’impressione che essi stanno pagando per i debiti italiani, spagnoli, greci. Il che pone il problema dei tecnocrati non eletti: non c’è niente di peggio di un tecnocrate incompetente. Anzi di peggio c’è, ed è un tecnocrate che fa’ politica e propaganda contro un paese alleato, fondatore, e della stessa zona monetaria. Ma che dire dei giornalisti ed economisti italiani che tifano per la bancarotta dell’Italia in odio al governo Salvini-Di Maio?

Dal testo qui sopra si vede anche che i tassi d’interesse sul nostro debito non dipendono dai “mercati” e se è aumentato lo spread a causa del governo Lega-Cinque Stelle, è un avvertimento artificiale delle banche centrali ostili. Ricordiamo che quando Sarko e Merkel vollero rovesciare Berlusconi, aumentarono lo spread vendendo – non loro, le loro banche centrali per carità, sono indipendenti – a vagonate titoli di Stato italiani. Draghi dispose poi che li comprassero le banche italiane, che per questo vengono accusate ogni giorno da Weidmann di essersi riempite di Bot e BTP.

Post Scriptum: 

Il testo dell’economista prosegue, per smentire, “come si sente dire spesso nei paesi creditori che, nel caso di default di un paese i cui titoli di stato sono nel bilancio della BCE, essi (i creditori) sarebbero i primi a rimetterci. Questa è una conclusione sbagliata”.

Al massimo, il contribuente tedesco dovrebbe rinunciare alla rendita annua degli interessi che percepisce dal paese debitore.

Potete constatarlo da voi leggendo l’originale inglese qui:


giovedì 17 maggio 2018

Non dobbiamo ricordare a Mattarella che la sovranità appartiene al popolo e non alla Presidenza della Repubblica ne tanto meno al clero mediatico che schiuma rabbia, rancoroso ringhioso, ne tanto meno al Partito dei Giudici, ne agli euroimbecilli di tutte le razze

La sovranità appartiene al popolo, o no?

16 MAG 2018


Quella nostra arcaica Costituzione per la quale il popolo è “sovrano”, non “quasi sovrano”. “Articolo 92: « Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri»”. Michele Ainis ricorda sulla Repubblica del 16 maggio il ruolo del Quirinale. E’ interessante ragionare sul termine “nomina” che è ben differente da quello “designa”. Non si tratta infatti di una scelta soggettiva bensì dettata da un principio ben definito e vincolante, illustrato da un articolo che viene prima del “92” cioè dall’ "1" che tra l’altro spiega come nella Repubblica italiana “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Insomma la sovranità non appartiene “quasi” al popolo, le appartiene pienamente e viene esercitata “nelle forme e nei limiti della Costituzione” non “nelle forme e nei limiti” fissate da chi ha il compito di garantire e non di trasformare la Costituzione.

Ma chissenefrega di quel ciarpame ottocentesco che sono libertà, democrazia, pari dignità tra nazioni. Pensate bene e solo ai vostri sporchi interessi. “Dipendono tutti dalla tenuta del debito pubblico perché lo Stato possa pagare i loro stipendi o perché il fido o il mutuo in banca abbiano tassi appetibili”. Federico Fubini sul Corriere della Sera del 16 maggio si appella ai lavoratori e agli artigiani che hanno votato Lega ricordando come i loro puri interessi materiali dipenderebbero solo da Bruxelles. Dove ho già sentito questa idea che tutto il vario ciarpame raccolto negli ultimi secoli, quelle robacce come libertà, democrazia, dignità nazionale, vadano rigorosamente subordinati ad un’eterodirezione che garantisca gli interessi materiali della “gente”? Non mi ricordo bene se leggendo un discorso a Vichy del maresciallo Philippe Pétain o uno a Oslo del commissario per la smobilitazione Vidkun Quisling. 

A Sofia, Berlusconi chiederà la solidarietà di Orban e Kurz per isolare i populisti italiani. “E domani dovrebbe esprimere la sua preoccupazione anche agli altri leader popolari che incontrerà nella sede del Consiglio dei ministri di Sofia. Oltre a Tajani e agli altri vertici Ue, Donald Tusk e Jean-Claude Juncker, accando al padrone di casa Borisov ci saranno anche i leader di Cipro (Anastasiades), Austria (Kurz), Ungheria (Orban), Croazia (Plenkovic) e Irlanda (Varadkar)”. Marco Bresolin sulla Stampa del 15 maggio spiega come popolari europei come l’ungherese Viktor Orban e l’austriaco Sebastian Kurz aiuteranno “il recuperato” Silvio Berlusconi a contrastare i populisti italiani. E’ meraviglioso come certo giornalismo italiano descriva politici come Orban, Kurz e naturalmente Berlusconi prima come i capi degli sioux in rivolta, e qualche giorno, settimana, al massimo mese dopo li presenti come lo stato maggiore del Settimo cavalleggeri.

Affidare l’inizio di una ricostituzione di una nostra pur limitata (diciamo almeno come quella polacca) sovranità nazionale al duo Salvini-Di Maio può apparire disperato, comunque meno che consegnarsi mani e piedi a Juncker o all’influenza opaca dei settori più corporativi della magistratura. “Conti pubblici e migranti, l'Europa si fa sentire, mentre a Roma si discute sul prossimo Governo”. Huffington Post Italia del 16 maggio sotto questa premessa riporta tutta una serie di giudizi espressi dai commissari europei Dimitris Avramopoulos, Jyrki Katainen, Valdis Dombrovskis tesi a condizionare la formazione del governo italiano. Accanto a questo condizionamento, che a me pare offensivamente improprio, tocca assistere anche alle spericolate esercitazioni di una magistratura preoccupata da una qualsiasi autonomizzazione della politica dal sistema di subalternità alle toghe amorevolmente costruito dal ’92 in poi. Forse può apparire una lettura forzata, certo è che uno rimane impressionato dallo snocciolarsi improvviso e “provvidenziale” di sentenze (espresse da un corpo certamente assai articolato ma corporativamente d’accordo a non perdere la propria supremazia) che hanno questo aspetto (magari ribadisco casuale) paradossale: nella prima fase quando si pensava che prevalesse un accordo fragile e condizionabile Pd-M5S, si sono offerti elementi processuali per raffigurare Silvio Berlusconi come una personalità largamente condizionata dalla mafia. Nella seconda fase, quando ci si preoccupa che da un governo Lega-M5S possa nascere un tentativo anche solo vagamente costituente che rimetta ordine nei poteri dello Stato, impetuosamente si riscatta Berlusconi e lo si offre come garante essenziale dell’attuale disordine costituito. Certamente ridursi a sperare che Matteo Salvini e Luigi Di Maio possano aprire una nuova stagione della vita dello Stato italiano può apparire disperato. A mio avviso, comunque, lo è meno che l’affidare le sorti della nostra Repubblica agli uomini di Jean-Claude Juncker o all’influenza al fondo disgregatrice degli istinti corporativi di parte rilevante della nostra magistratura.