Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 2 giugno 2018

In un paese che si riappropria degli Interessi Nazionali, le Forze Armate devono/hanno un ruolo strategico. Sostanza e forma devono ridiventare un tutto, un'insieme

LETTERA AL MINISTRO DELLA DIFESA


(di Paolo Palumbo)
01/06/18 

Caro Signor Ministro, dopo una lunga attesa e una crisi istituzionale mai vista fino ad oggi in questo povero Paese, finalmente abbiamo un nuovo governo e di conseguenza un nuovo Ministro della Difesa. Iniziare un mandato così difficile criticando il suo predecessore non sarebbe corretto, ciò nondimeno vorrei ricordare alcuni dati “morali”, più che tecnici, riguardanti il nostro esercito.

Il comparto delle Forze Armate Italiane fino ad oggi si è dimostrato all’altezza dei compiti assegnati e ogni giorno militari in servizio in varie parti del globo, dimostrano quanto valga la nostra competenza. Le Forze Armate hanno certamente bisogno di attrezzature adeguate alle continue esigenze dei nuovi teatri bellici, necessità di interventi strutturali sulle sedi che ospitano i militari e soprattutto c’è un gran bisogno di investimenti, non tanto per allargare l’effettivo, ma piuttosto per incrementare gli addestramenti della fanteria e le ore di volo e di navigazione per la Marina e l’Aviazione. Tutte richieste che Lei e le persone che sceglierà di affiancarla in questo difficile compito, mi auguro provvederanno a soddisfare.

C’è però qualcosa di più, una necessità fondamentale per il corretto funzionamento di una Forza Armata: la salvaguardia dei rapporti civili/militari e, non ultima, una corretta e imparziale cultura storica utile a creare una “cultura della difesa” unitaria.


Il suo predecessore – e su questo mi permetto una fugace citazione – ha mostrato un interesse quanto mai vago sui punti appena citati, badando più alla forma che alla sostanza, cadendo spesso in considerazioni sommarie senza fondamento. Errore ancora più grave è stata poi la totale mancanza di discernimento storico sul valore morale delle Istituzioni armate ivi comprese le Forze dell’Ordine, la cui valutazione restava ferma agli anni Cinquanta quando chi portava la divisa era additato come nostalgico o sovversivo. Io spero che il governo del cambiamento possa finalmente uscire da questa impasse culturale riavvicinando, senza ambiguità, gli uomini in divisa (qualsiasi divisa) ai valori dello Stato e a tutelarli, senza distinzione di copricapo, quali supremi rappresentanti di virtù quali libertà, democrazia e giustizia.

Chi indossa con orgoglio un’uniforme non può e non deve continuare ad essere motivo di scontro dove rispolverare vecchie questioni risalenti all’ultimo conflitto mondiale, sarebbe pericoloso e poco producente.

Le Forze Armate sono degli italiani e per gli italiani. Signor Ministro, la storia di questa Penisola ha insegnato che gli italiani sanno fare la guerra, la fanno da secoli e in alcuni periodi luminosi del nostro passato erano proprio gli italiani a comandare le truppe migliori delle varie monarchie assolute.


Ricordiamo, Signor Ministro, con grande enfasi le giornate vittoriose della Prima Guerra Mondiale vinta – e ripeto vinta – dai nostri fanti sulle rocce del Carso e sulle colline degli Altipiani. Guardiamo poi, senza giudicare (so che è difficile, ma un’alta carica istituzionale deve farlo) quanto è successo nella Seconda Guerra Mondiale superando i momenti di una vergogna che non ha colore politico, ma ha il sapore di una tragedia nazionale dalla quale siamo comunque usciti a testa alta.

Quando parliamo di militari, per cortesia, oltrepassiamo la logica del “fascismo ad ogni costo” poiché per un soldato sono i fatti che contano: dal mattino fino al tramonto egli sa che potrebbe essere chiamato a fare il suo dovere e quando arriva il momento parte, senza discutere il “colore” politico che ha generato quell’ordine. Ricordiamo che il mito dell’italiano imbelle può forse far piacere ad una parte della nostra opinione pubblica, ma per chi poi deve confrontarsi sul campo risulta dannoso quanto un proiettile nemico. Negare la nostra preparazione in materia guerresca equivale a disconoscere il ruolo di chi comunque all’estero ci rappresenta e lo fa ottenendo risultati di grande rilevanza. Noi sappiamo aiutare i deboli come nessun altro, questo è vero, ma sapersi difendere non rispecchia un’idea politica “aggressiva” o “nera”, ma è semplicemente l’inevitabile conseguenza di un campo di battaglia. Perché dunque nasconderlo?

Un soldato che combatte – è questo il suo lavoro – non svilisce la cultura nazionale basata sul principio sacro e partecipato della pace: rammento semmai che il primo ad odiare la guerra è proprio chi deve affrontarla!

Con questo non mi rimane che sperare dal profondo del cuore che qualcosa cambi e che la cultura militare del nostro Paese risorga dalle ceneri sotto la quale è stata ingiustamente sepolta da molti anni.

(foto: ministero della Difesa)

Diego Fusaro - L'albero della storia è sempre verde

Com'è bella l'Italia giallo-verde vista da Diego Fusaro

L'enfant terrible della filosofia e del pensiero antimondialista esalta i modelli che, secondo lui, Salvini e Di Maio dovrebbero seguire nel prossimo governo. Maduro, Kim Jong-un e Putin. "Perché io sto coi plebei", spiega al Foglio

31 Maggio 2018 alle 14:21

Diego Fusaro (foto LaPresse)

Lo spread che decolla? Savona che fa uscire l'Italia dall'euro? Una rivolta popolare contro Mattarella? L’Italia giallo-verde in odore di Venezuela? Magari! È questa l’analisi che fa al Foglio Diego Fusaro, enfant terrible della filosofia e del pensiero antimondialista nostrano, che qualcuno già indica come ideologo di riferimento della Terza Repubblica in fieri. Da poco è uscito per Bompiani il suo ultimo libro, “Storia e coscienza del precariato. Servi e signori della globalizzazione”. (656 pp., 14,45 euro). Lo scorso fine settimana è stato a Budapest, per partecipare a un convegno proprio mentre il governo magiaro stava per varare la discussa legge anti-immigrazione ribattezzata “Stop Soros”. “Anche l’Ungheria di Orbán secondo me rappresenta un governo non allineato e di impaccio rispetto ai cosmopoliti dell’unico mercato deregolamentato americanocentrico”, ci spiega. E per lui in questo fronte sta in prima fila l'asse Lega-Cinque stelle. “Come ha detto Scalfari sono i plebei al governo. E io sto con i plebei, non con i patrizi del capitalismo turbocapitalistico. Quindi ben venga un governo dal basso che rappresenti i ceti medi e proletari in fase di dissoluzione, non i ceti globalisti. Quindi vedo con favore il governo giallo-verde, assolutamente”.

Vediamo però questa etichetta di populismo, più o meno contestata, contestabile, accettata, accettabile, addirittura rivendicabile. Ma secondo molti politologi in realtà ci sono almeno due varianti del populismo: una “inclusiva”, come quella dei Cinque stelle, e una “esclusiva”, come quella della Lega. Potranno questi due diversi tipi di populismo andare d’accordo nel lungo periodo? “Direi che la tassonomia è questa. Da un lato c’è il populismo del guardare le cose dal punto di vista del popolo. Dall’altra ci sono i partiti che io chiamo demofobici, che odiano il popolo, e che sono essenzialmente le sinistre radical chic e arcobaleno cui Scalfari spesso si ascrive. Poi tra i populismi ci sono delle differenze, sicuramente. Quello della Lega è un populismo più radicale rispetto a quello dei Cinque stelle. Per me la differenza forse è più di intensità che di esclusione o di inclusione. Quello della Lega è più intenso, quello dei Cinque stelle lo è meno. Ma al di là delle differenze, il fatto che stiamo navigando nella giusta direzione è dato dal fatto che i mercati si innervosiscono, lo spread sale, e tutti i signori del mondialismo stanno letteralmente adirandosi. E quindi questo è un segnale più che positivo dal mio punto di vista”.

Se i mercati che impazziscono, e per Fusaro questo è un segnale positivo, si può capire perché il 160.000 per cento di inflazione all’anno raggiunto dal governo di Maduro in Venezuela rappresenti una sorta di paradiso in terra. “Certo. Io sostengo la resistenza eroica del Venezuela perché è un socialismo patriottico: come quello cubano e come quello russo. Sto con la Russia di Putin, sto col Venezuela di Maduro, sto con tutti gli stati non allineati. Spero che Maduro resista, si opponga all’alternativa che sarebbe l’americanizzazione del Venezuela, evidentemente. Ma anche Orbán fa l’interesse della sua nazione, come Evo Morales. Oggi l’alternativa all’interno dei paesi è tra il populismo e i demofobici patrizi del mondialismo; su scala cosmopolitica, l'alternativa è tra il cosmopolitismo americanocentrico e gli stati patriottici che resistono e che sono molto diversi tra loro”.

Ci mettiamo anche la Turchia di Erdogan tra questi stati resistenti? “No, non ce la metterei. La Turchia è nella Nato, e abbastanza americanizzata. Ci metterei invece la Corea del nord, sicuramente. L’Iran, Cuba, la Bolivia, tutti gli stati non allineati. Quelli che vengono chiamati stati canaglia da quelli che in realtà sono i veri stati canaglia. Cioè gli Stati Uniti e Israele. Quelli sono i veri stati canaglia, dal mio punto di vista”.

E l’ammirazione per Putin unisce in effetti Cinque stelle e Lega. Però sono i grillini che hanno avuto in passato simpatie per il Venezuela di Maduro, anche se di recente ci hanno un po’ ripensato. Al contrario, la Lega è fortemente collegata a certi ambienti italo-venezuelani molto ostili al regime di Maduro. “Ma in realtà io non sono né della Lega né dei Cinque stelle. Ad esempio io sto con Madrid e non con i catalani, a differenza della Lega. E sto con Maduro. Però ritengo che in questo momento storico peggio della Lega e dei Cinque stelle ci siano solo tutti gli altri. Io sto con la Russia di Putin come prima stavo con la Russia di Lenin e di Stalin. Non è che sono un putinista dell’ultima ora. Sto con la Russia sempre, tranne che con Gorbaciov e con Eltsin. Ma Putin resta la continuazione di Lenin nel mutato contesto storico”.

E nel caso in cui un governo giallo-verde riesca a formarsi, superando l'attuale impasse, o magari vincendo le prossime elezioni, come sarà la politica estera italiana secondo Fusaro? “Sarà collegata ovviamente a quella interna e vorrà dunque tutelare l’interesse nazionale. Dunque meno Unione europea, meno America, meno libero mercato. Spero che abbiano le forze per uscire dall’Unione europea, dalla Nato e da ogni vincolo con gli Stati Uniti d’America. E guardino invece alla Russia e all’eurasiatismo”.

Gli euroimbecilli di tutte le razze e di tutte le etnie, sopratutto quelli italiani, sono avvertiti, eliminati quei vermi del Pd, da oggi si cambia spartito

I dazi di Trump e il governo Conte accerchiano la Germania, che strilla

La Germania si sente sotto attacco tra i dazi di Trump e la nascita di un governo "populista" in Italia, terza economia nell'Eurozona.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il 01 Giugno 2018 alle ore 09:14


Dalla mezzanotte di oggi sono entrati in vigore i dazi americani su alluminio e acciaio di UE, Canada e Messico, rispettivamente al 10% e al 25%. Era nell’aria da settimane, ma fino all’ultimo le capitali europee avevano sperato che l’amministrazione Trump ci esentasse dal balzello, distinguendo tra alleati e non. Invece, la Casa Bianca è andata “all-in” e ha trattato Bruxelles, Ottawa, Città del Messico alla stregua di Pechino, segno che la politica tradizionale americana seguita sin dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi viene stravolta. Dure le reazioni dell’Europa, che con il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, annuncia ritorsioni, mentre di misure “illegali” parla la cancelliera Angela Merkel. Il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, nel frattempo fa sapere che la UE difenderà i propri lavoratori e la propria industria. E di fatto, dazi europei saranno imposti su jeans, motociclette e bourbon americani per un controvalore complessivo di 2,8 miliardi di dollari. Un piccolo segnale di reazione a quello che Juncker ha definito “puro protezionismo”.

Nei giorni scorsi, il segretario al Commercio, Wilbur Ross, aveva spiegato che il dialogo tra USA ed Europa sarebbe potuto proseguire sul modello cinese anche dopo l’introduzione dei dazi ai danni della seconda. Il riferimento è stato alle trattative tra Washington e Pechino per ridurre il disavanzo commerciale americano verso la Cina, che ormai viaggia mediamente nell’ordine dei 350 miliardi all’anno. Le due economie stanno discutendo su come ridurlo di 200 miliardi, obiettivo a dir poco ambizioso, se non velleitario, ma che almeno segnala la volontà dei cinesi di sedersi al tavolo a trattare.

Nel mirino di Trump c’è il boccone ghiotto delle auto. Annunciando nei mesi scorsi i dazi su alluminio e acciaio, il presidente ha fatto presente che gli USA applicano tariffe del 2,5% sulle importazioni di auto straniere, mentre l’Europa una del 10% e la Cina del 25%, chiedendo reciprocità, altrimenti innalzerà i suoi di dazi sulle auto. Un avvertimento che non è piaciuto alla Germania, che teme di finire vittima del nuovo corso trumpiano. I tedeschi esportano veicoli verso gli USA per un controvalore annuo di circa 20 miliardi. Non a caso, Berlino si è opposta alla disponibilità mostrata da Parigi di tagliare le tariffe sulle importazioni di auto, temendo che la misura minacci la sua economia, accrescendo la concorrenza al suo potente comparto automotive.

Germania sotto attacco dentro e fuori la UE

Fatto sta che la Germania si sente sotto attacco dall’esterno e dall’interno della UE. La leadership del presidente francese Emmanuel Macron la inquieta, perché se è vero che egli si mostra uno strenuo sostenitore delle istituzioni comunitarie, i suoi obiettivi appaiono in contrasto con quelli tedeschi nel lungo periodo, andando nella direzione di accelerare l’unione politica, specie in seno all’Eurozona, accrescendo la condivisione dei rischi e degli oneri sovrani e bancari nell’area, cosa a cui la prima economia europea non vuole nemmeno pensare. Per non parlare del disegno ostentato dall’amministrazione Trump di trattare i partner su un piano di relazioni bilaterali, aggirando la UE, tacciata di essere “una schermatura degli interessi della Germania”. Insomma, l’euro tanto amato dai tedeschi non viene più difeso dagli americani, i quali sperano, al contrario, che si in Europa si torni alle monete nazionali, accusando Berlino di giovarsi di una moneta debole per esportare e accumulare avanzi commerciali.

Argomentazioni ben accolte dal nuovo governo italiano a guida Giuseppe Conte e sostenuto da Movimento 5 Stelle e Lega. Roma è l’altro fronte dell’attacco al dominio culturale, politico ed economico-commerciale della Germania. Con le sue richieste di revisione delle regole su cui si fonda l’euro e, in particolare, di maggiori spazi di manovra fiscali, l’esecutivo giallo-verde mette già ansia alla cancelleria prima ancora di essere ufficialmente nato. L’Italia non è la Grecia e se anche solo minacciasse l’uscita dall’euro con la presentazione del famoso “piano B” di cui si è parlato in relazione al neo-ministro agli Affari europei, Paolo Savona, verrebbe giù tutto. La terza economia dell’area non può essere cacciata senza che ciò abbia effetti dirompenti sul resto dell’Eurozona. E se davvero il nuovo governo dovesse passare dalle parole ai fatti, i tedeschi si ritroveranno stretti tra Trump fuori dalla UE e i “populisti” italiani da dentro.

Che il dominio tedesco rischi di sgretolarsi lo farebbero intendere anche alcune parole molto dure pronunciate nei giorni passati dal finanziere ungherese George Soros, mai tenero con la Germania dell’austerità fiscale, ma che per la prima volta arriva a distinguere tra progetto europeo ed euro, sostenendo che bisognerebbe fare di tutto per difendere il primo, evidenziando come il secondo abbia trasformato i rapporti tra gli stati in relazioni tra creditori (tedeschi) e debitori (quasi tutti gli altri). Certo, è solo il pensiero di un magnate ultra-ottantenne della finanza, ma se iniziasse ad avere seguito nella comunità finanziaria l’idea che euro e UE non siano la stessa cosa, il sostegno all’irreversibilità della moneta unica tanto decantata dalla BCE di Mario Draghi vacillerebbe in un attimo.

Insulti tedeschi frutto di frustrazione

Con la nascita del governo penta-leghista, i populisti euro-scettici sono saliti di livello, entrando ufficialmente nelle stanze dei bottoni. La Germania è sin troppo avveduta per non capire che si stia sgretolando quella Europa costruita per ragioni certamente ideali, ma al contempo che le ha consentito di ritrovare una sua dimensione globale dopo la caduta del Muro di Berlino, uscendo dalla condizione di minorato politico in cui versava da decenni sul piano internazionale. Tra l’elezione di Trump negli USA, la Brexit e la vittoria degli euro-scettici italiani, tutto sembra andare nella direzione più sgradita per i tedeschi, ovvero quella di un mondo che rifugge dall’integrazione europea e dalle regole commerciali che permettono loro di accumulare immensi surplus di anno in anno, trainando la crescita teutonica.

Si capisce forse meglio lo strillare degli ultimi giorni, con Der Spiegel a parlare di italiani “scrocconi” e “peggiori dei mendicanti, perché almeno questi dicono grazie quando fai loro l’elemosina”; con il commissario al Bilancio, Guenther Oettinger, a sentenziare che “i mercati insegneranno agli italiani come votare” e l’eurodeputato Markus Ferber ad invocare l’occupazione di Roma da parte della Troika nel caso in cui l’Italia si mostrasse insolvente. Tutte parole farneticanti, frutto della frustrazione degli ambienti politici e finanziari tedeschi, consapevoli che con l’Italia non potranno tirare più la corda oltremisura, rischiando altrimenti di ritrovarsi senza euro e senza UE. E se Savona è stato messo in croce mediaticamente per quel piano B di uscita dall’euro da utilizzare, a suo dire, come arma negoziale verso i commissari, orde di economisti in Germania ne stanno preparando uno loro, che prevede l’uscita dall’euro di Berlino, che oggi come oggi implicherebbe la riscossione da parte del governo tedesco dei 923 miliardi di euro di crediti verso il resto dell’Eurozona, come da saldi del Target 2, il sistema dei pagamenti transnazionali della BCE nell’area. Di questi, quasi la metà sono dovuti proprio dall’Italia e Draghi ha chiarito nei mesi scorsi, che se uno stato decidesse di abbandonare l’euro, dovrebbe regolare i saldi all’istante, ovvero pagare o incassare, a seconda della posizione in cui versa.

Questo non significa che Conte e il suo ministro dell’Economia, Giovanni Tria, potranno presentarsi a Bruxelles a battere i pugni e ottenere tutto quello che vorranno. Il limite sta nella logica: un’economia iper-indebitata nel settore pubblico come la nostra non può reclamare di fare spesa in deficit, perché, ammesso che lo concedesse l’Europa, bisognerebbe fare i conti subito dopo con i mercati, ovvero con coloro che quei denari dovrebbero prestarceli. Ed è dura immaginare che lo facciano, almeno non alle attuali condizioni accomodanti. Lo spread di questi giorni lo segnala. Roma potrà invocare meccanismi di trasferimento automatico di ricchezza verso le economie in crisi, disegno che doveva essere messo in piedi già al debutto dell’euro, essendo venuti meno i riequilibri tra cambi per i casi di disallineamento ciclico. Ma tutto ciò che implica condivisione è rigettato dalla Germania, che da questo punto di vista resta il paese più euro-scettico dell’area. Su queste contraddizioni Conte-Tria dovranno puntare il dito. E all’Eliseo, così come alla Casa Bianca, qualcuno non aspetta altro che accada.


giuseppe.timpone@investireoggi.it

2018 crisi economica - Quello stregone maledetto di Draghi e dei suoi omonimi, hanno innondato di denaro la finanza trascurando di fatto l'economia reale. Incapaci di muoversi culturalmente al di fuori dei parametri fissati ideologicamente dalla Globalizzazione si sono infilati in un tunnel senza soluzione di continuità. La vera ricchezza di ogni Nazione è il lavoro per tutti stabile e certo

Banche centrali hanno creato “mostro” di cui non riescono a liberarsi

1 giugno 2018, di Daniele Chicca


Con i loro bazooka monetari per uscire dalla crisi, le banche centrali hanno creato un mostro di Frankenstein, una bolla di asset da cui non riescono a uscire e questo i mercati obbligazionari sembrano averlo incominciato a capire. Quanto all’effetto che le droghe monetarie avranno sull’azionario, è facile aspettarsi dalle Borse un’accelerazione verso nuovi record assoluti.

Prima è stato Mario Draghi a riconoscere il parziale fallimento delle proprie politiche ed escludere de facto la possibilità di staccare la spina al suo arsenale monetario già a settembre. Il governatore della Bce ha osservato che il tasso di crescita dell’economia europea potrebbe aver raggiunto il picco. La Bce aspetterà probabilmente fino a luglio per stabilire se e quando mettere fine al programma di Quantitative Easing, a con questi numeri macro potrebbe dover rimandare l’appuntamento.

Nel meeting di giugno, qualunque decisione presa dipenderà da quelle che saranno le stime aggiornate su crescita e inflazione. Il problema è che stando a quanto riportato dalle agenzie stampa, i membri del Board della Bce vogliono prendersi tutto il tempo necessario a disposizione per giudicare se l’economia sarà in grado di uscire dal momento difficile attuale. Nel primo trimestre la crescita ha tirato il freno dopo un secondo e terzo trimestre eccezionalmente solidi nel 2017.

La Bce è terrorizzata all’idea che i mercati finanziari non siano capaci di reggere alla fine del bazooka monetario. Quello che potrebbero fare, come soluzione alternativa, i funzionari di politica monetaria è quindi continuare a lasciare aperta la porta a un prolungamento del QE, potendo posticipare teoricamente anche nel 2019 e oltre i loro piani di sostegno eterodossi.

Un discorso simile può essere fatto per la Banca del Giappone, che come la Bce sembra aver di fatto abbandonato la speranza di poter far rientrare alla normalità le proprie strategie di politica monetaria. Anche nella terza economia al mondo una stretta dovrà aspettare.

Le banche centrali non sanno come fare. Per la terza volta, quindi, la Bce non riuscirà a rispettare la deadline fissata per mettere fine al QE. Nel frattempo la Banca centrale nipponica non ha neanche più la pretesa di imporre una scadenza ai suoi piani di stimolo monetario straordinari. Continuerà a stampare denaro e comprare asset finanziari finché non raggiungerà i target prefissati e rivitalizzato l’inflazione.

Bce potrebbe stampare all’infinito, Borse verso nuovi record

I mercati sembrano averlo capito, come mostrano i rapporti tra inflazione e deflazione nell’obbligazionario. Il tasso tra TIP e TLT ha violato al rialzo un canale di deflazione al cui interno resisteva da quasi 10 anni. Si tratta di uno “smottamento tettonico”, come lo definisce Graham Summers, chief market strategist di Phoenix Capital Research.

“È il segnale del fatto che le banche centrali abbiano rinunciato al tapering e che stamperanno denaro all’infinito. Qualsiasi pretesa di responsabilità fiscale o monetaria è stata abbandonata” in maniera definitiva.

Legg Mason ricorda che la Bce possiede circa il 20% dei Btp emessi, ossia 341 miliardi di bond italiani, con la possibilità di acquistarne ancora di più se le condizioni di mercato dovessero peggiorare. In concreto, Draghi “potrebbe aumentare di 3,5 miliardi i suoi acquisti mensili se fosse necessario, fornendo un cuscinetto per la liquidità”.

Questi fattori, uniti al fatto che stiamo assistendo a uno dei migliori trimestri per i conti fiscali societari nella storia moderna, aiuterà senza dubbio i mercati azionari, che sono destinati secondo l’analista ad “aggiornare i massimi storici”.

Rapporto tra TIP e TLT

Luigi Di Maio - una coppia perfetta con Salvini, grazie al suo istinto ha rovesciato il no dell'euroimbecille Mattarella a Paolo Savona e ha riportato il governo del cambiamento. Savona facci sognare

Gianfranco Rotondi spiega perché gli piace così tanto Luigi Di Maio

Che abbia o no la laurea, è un cruccio da fighette della Seconda Repubblica, un tormentone del tempo in cui siamo andati allegramente fallendo confortati dai curricula dei professori e dei paladini della società civile arruolati al governo

di Gianfranco Rotondi
1 Giugno 2018 alle 10:22

Foto LaPresse

Dico subito che su Luigi Di Maio ho un pregiudizio positivo perché è nato come me ad Avellino, e da quelle parti ci siamo bevuti alla lettera il complimento che Pertini ci fece nel 1980 per consolarci del terremoto: saremmo una riserva dell’intelligenza nazionale ,tranne il dettaglio che il vecchio Sandro aveva a che fare con l’avellinese Maccanico e noi con Luigino che oltretutto ad Avellino ci è solo nato. In realtà la cittadinanza avellinese la meriterebbe sua mamma, una insegnante che volle scodellare tutti e tre i suoi figli nella Clinica Santa Rita di Avellino dove tuttora opera l’infermiera che per prima prese in braccio il futuro capo politico del Movimento Cinquestelle: “Non emise nemmeno un urletto”, assicura la signora Anna documentando il self control di cui Luigi dava prova fin dalle fasce. La vita di Luigi è scorsa tutta a Pomigliano d’Arco, ma questo non diminuisce il suo pedigree politico: Pomigliano non ha la tradizione dell’enclave irpina ma è la palestra più seria della sinistra partenopea. “Non capisci Di Maio se non conosci Pomigliano d’Arco”, spiega l’ex governatore campano Caldoro, come me estimatore di Di Maio: “L’unica realtà in cui la sinistra batteva democristiani e socialisti per qualità era Pomigliano, e Luigi ha respirato quell’aria, viene da quella scuola”. I maligni dicono che è l’unica scuola praticata con impegno da Luigi, visto il curriculum universitario ancora monco.

E qui spezzo la prima lancia a difesa di Di Maio: che abbia o no la laurea, è un cruccio da fighette della Seconda Repubblica, un tormentone del tempo in cui siamo andati allegramente fallendo confortati dai curricula dei professori e dei paladini della società civile arruolati al governo. La politica che fece grande l’Italia fu opera di signori che oggi definiremmo “professionisti della politica”, ossia gente che nella vita non ha fatto altro: il bibliotecario vaticano De Gasperi, ma anche Nenni, Togliatti, Almirante. E parlo dei giganti sulle cui spalle sono stati seduti giovanotti non laureati che pure hanno guadagnato i galloni di statisti: due a caso, Craxi e D’Alema. Luigi Di Maio è un professionista della politica. Non avrà magari i numeri di quelli che ho citato, o forse sì, chissà. Si incazzerà da morire ma la sua definizione è questa: un professionista della politica messo a capo del partito antipolitico. E’la controprova spietata del mio teorema per cui è sempre meglio la casta: anche a capo del grillismo ci è finito un professionista, perché uno non vale uno, e pure tra i grillonzi cliccati al computer è svettato uno che ha frequentato l’università solo per organizzarne le elezioni studentesche.

A Montecitorio Luigi finì sullo scranno di vice Presidente a 26 anni, alla stessa età in cui Colombo Sullo e Andreotti divennero semplici deputati alla Costituente. Nelle mie sei legislature ho visto solo uno presiedere l’aula con più padronanza di Di Maio: Pier Ferdinando Casini, che però due o tre volte ha perso la calma. Luigi mai, eppure presiedere la Camera è come tenere ordine in una piazza con 630 persone chiassose e rissose. Il mestiere naturale di Luigi era presiedere la Camera, occorreva una riforma che ci permettesse di assumerlo stabilmente in quel ruolo.

Invece a un certo punto si è candidato a premier e forse si è un po’ incasinato. Mi era chiaro che avrebbe sfondato: il ragazzo piace perché è serio, vale per lui ciò che si diceva del dc Publio Fiori: è il genero ammodino che tutte le mamme vorrebbero. E quando sei così i voti li prendi a prescindere. Cosa gli è mancato? Niente, ha perfino portato il Movimento a superare il tabù del rifiuto delle alleanze, ha varcato il Rubicone del patto col demonio leghista. L’albero proibito che gli è valso la cacciata dal paradiso di palazzo Chigi si chiama Silvio Berlusconi: se non avesse posto il veto su di lui, Luigi forse sarebbe già a Palazzo Chigi perché non si può escludere che Silvio,g ià colpito dalla compitezza del giovanotto, non decidesse di risolvere così la complicata vertenza della leadership del centrodestra. Invece il ragazzo di Pomigliano si è attardato sul tabù anti berlusconiano. Resta il dubbio se abbia obbedito alla pancia del Movimento o agli antichi istinti della palestra comunista pomiglianese. Di sicuro quello di Silvio è l’impeachment di cui Luigi è più pentito.

Deutsche Bank - i tedeschi hanno lavorato per avere una banca piena di derivati. Ieri ne avevano 75.000 miliardi in pancia, ufficialmente 27.000 miliardi. Ora si parla di 25.000 miliardi netti (?!?!) ma 48.000 miliardi lordi (?!?!) ma gli euroimbecilli tedeschi fanno lezioni a Noi Italiani

01 giugno 2018
Notizie su Deutsche Bank: ha il cappio della Fed al collo

Il primo istituto tedesco di fatto commissariato dalla banca centrale Usa. Per Wall Street è «più pericoloso dell'Italia». Titoli in Borsa al minimo storico. E rating declassato a BBB+ di Standard & Poor's.








Negli Usa gli esperti di finanza raccontano in tivù che «per i mercati Deutsche Bank è un rischio più grosso dell'Italia». Parole che non aiutano, nelle ore del declassamento, anche da parte dell'agenzia di rating Standards & Poors ( S&P), del primo istituto bancario tedesco da A- BBB+, come già fatto da Fitch a settembre 2017. Nonché della rivelazione del quotidiano finanziario Wall Street Journal che la Federal reserve (Fed), ossia la banca centrale americana, da un anno considera il distaccamento americano di Deutsche Bank «in condizione problematica». Una valutazione grave, non frequente da parte della Fed specie verso gli istituti occidentali e che per prassi resta riservata. Restrittiva, nel concreto, (anche se Oltreoceano, ma Wall Street è il cuore pulsante della finanza globale) delle operazioni e dell'indirizzo dell'istituto in questione, giudicato in parte pericoloso.

COMMISSARIATA DALLA FED. In altri termini è venuto a galla che il ramo societario statunitense di Deutsche Bank è commissariato dal 2017 dalla banca centrale americana. Si è dedotto di conseguenza, come si sospettava sempre più, che non era più prorogabile perché imposto dai mercati il maxi piano di ristrutturazione annunciato a maggio 2018 dal nuovo amministratore delegato del colosso bancario Christian Sewing, con migliaia di tagli di posti di lavoro non ancora esattamente quantificati e lo smantellamento soprattutto del dipartimento dell'investment banking e delle sue operazioni di trading più rischiose a Londra e Oltreoceano. Anche la Banca centrale europea (Bce) ad aprile 2018 ha chiesto all'istituto di calcolare i costi di un'eventuale liquidazione delle attività di trading. Sulla scala da 1 a 5 della Fed, il livello «problematico» (tra 4 e 5) è tra i più bassi.


Anche l'Agenzia di Stato Usa a tutela dei depositi (Federal Deposit Insurance Corp) ha messo Deutsche Bank nella lista delle banche deboli

Il quotidiano tedesco die Welt descrive Deutsche Bank come banca con il «marchio di alto rischio» e il «cappio al collo della Fed». Il Wall Street Journal spiega che con una classificazione del genere, anche cambiamenti di incarichi e tagli al personale richiedono l'ok dei banchieri centrali Usa. E siccome Deutsche Bank ha in pancia quasi 25 mila miliardi netti di derivati (48 mila miliardi lordi) – 14 volte il Prodotto interno lordo della Germania – alla notizia diventata pubblica dell'istituto tedesco di fatto nella black list della Fed, il 31 maggio anche la Federal Deposit Insurance Corp, agenzia statale statunitense di assicurazione a tutela dei depositi bancari, ha inserito Deutsche Bank nella sua lista di banche con forti debolezze. «Un'anomalia per qualche tempo rispetto ai concorrenti» hanno scritto all'agenzia Usa del colosso tedesco e i suoi titoli in Borsa sono crollati al minimo storico di 9,16 euro di quotazione.

OUTLOOK STABILE. Più di 7 punti percentuali bruciati in un giorno, per oltre il 30% del valore perso dalle azioni da gennaio 2018. Di rimbalzo Deutsche Bank rassicura di essere ancora «molto ben capitalizzata» (esperti di finanza hanno ipotizzato, sempre negli Usa, anche la necessità di un nuovo aumento dopo l'iniezione di 8 miliardi di euro nel 2017) e di disporre di «rilevanti riserve di liquidità». La montagna di derivati sarebbe inoltre in parte sicura e anche la valutazione del Fondo monetario internazionale come «banca più pericolosa al mondo» risale al 2016, quando con le autorità finanziarie e legali statunitensi erano in corso contenziosi legali, poi chiusi: l'istituto delle Torri gemelle di Francoforte sarebbe insomma sulla via del risanamento e non all'implosione. Tra le molte turbolenze, è un dato rassicurante l'outlook «stabile» di S&P verso Deutsche Bank. Ma presto potrebbe arrivare un dowgrade da Moody's.

1 giugno 2018 - Fulvio Scaglione: Populista sarà lei!

Manuels Castells - Caos creativo


R.C. | 31 maggio 2018 


“La crisi del vecchio ordine politico sta assumendo molteplici forme… – ha scritto il sociologo spagnolo Manuel Castells in Nel chiaroscuro del caos – Siamo in una situazione storicamente nuova, in cui noi, ciascuno di noi, deve assumere la responsabilità della nostra vita… Non necessariamente per costruire un nuovo ordine, ma magari per configurare un caos creativo…”. Per muoverci in un contesto di questo tipo abbiamo sicuramente bisogno di camminare insieme ad altri, di mettere in discussione confini tra discipline e magari di ripartire dai territori: è quello che cerca di fare, a modo suo, il workshop interdisciplinare “Buone pratiche di rigenerazione territoriale“, promosso dalla Fondazione Di Vittorio (Area Ricerca “Economia Territoriale”) il 5 giugno a Roma. Intervengono sociologi del territorio, urbanisti, geografi, economisti territoriali e persone che si occupano in diversi modi di territorio (tra gli altri, Carlo Cellamare, Monica Di Sisto e Carlo De Angelis).


Immigrazione di Rimpiazzo - dove nascono gli immigrati

Mozambico: a noi la carta, a loro la fame!

Venerdì, 01 Giugno 2018
Alessandro Graziadei


Ragionare di “noi” e di “loro” in un mondo globalizzato e sempre più interconnesso può sembrare ridicolo, ma quello che sta accadendo in Mozambico sembra ricalcare un vecchio schema di sfruttamento coloniale purtroppo ancora piuttosto comune. Questa volta la materia prima da depredare è la cellulosa, utile per soddisfare la sempre più pressante richiesta di carta del mercato di quel Nord “sviluppato” a scapito delle risorse di quel Sud perennemente “in via di sviluppo”. Dietro questo progetto colossale intento a trasformare vaste aree dell’Africa in piantagioni per la produzione di carta c’è la cartiera portoghese The Navigator Company e la sua sussidiaria locale, la Portucel Mozambique. L’allarme è stato lanciato attraverso una raccolta firme dal network Salva le Foreste lo scorso aprile: “In Mozambico, per produrre cellulosa, taglieranno fino a 237.000 ettari di foresta. La Portucel vuole sostituire la foresta con monocolture di eucalipto che impoverirà le popolazioni locali”. 

Salva le Foreste con il suo appello ha chiamato in causa direttamente due dei più importanti finanziatori di questa malcelata operazione di land grabbing: Jim Yong Kim, presidente della Banca Mondiale e Philippe Le Houérou, direttore della International Finance Corporation, il braccio finanziario della Banca Mondiale, che controlla il 20% delle sue azioni. Per la ong i finanziatori dovrebbero rinunciare al progetto ed evitare una catastrofe sociale ed ecologica visto che “Le associazioni locali che monitorano gli impatti di questa acquisizione di terra sono profondamente preoccupate per le conseguenze sui mezzi di sussistenza locali e sulla biodiversità. Il progetto ha già creato enormi disagi agli agricoltori locali, che sono stati costretti a rinunciare alla loro terra e adesso faticano a trovare i mezzi di sussistenza”. 

L’allarme era già stato lanciato nel novembre dello scorso anno dalla Environmental Paper Network (Epn), una coalizione di 145 ong che chiedono una produzione di cellulosa a livello mondiale “che contribuisca a un futuro pulito, giusto e sostenibile per la vita sulla terra”, tutto il contrario di quanto era emerso nel rapporto “Usurpaçao de Terra para Celulose Novo projecto de Portucel Moçambique” che mette in evidenza i drammatici impatti ambientali e sociali di questo nuovo progetto. La Epn era entrata nel dettaglio del “progetto di sviluppo” che prevede la costruzione da parte di Portucel Moçambique di una fabbrica di pasta per carta nella Zambézia, con una capacità produttiva di 1.500.000 tonnellate all’anno alimentato da un impianto per la produzione di energia a biomassa. Per farla funzionare Portucel Moçambique ha ottenuto dal Governo del Mozambico la concessione di oltre 300.000 ettari di terreno indispensabili per realizzare gigantesche piantagioni di eucalipti.

Il rapporto denuncia i grossi problemi che comporterà questo capillare land grabbing esercitato dalla multinazionale della carta: “In molti casi questa era la terra delle comunità locali, ottenuta promettendo lavori temporanei o pagando piccole somme, senza comunicare chiaramente gli impatti e le conseguenze dello sviluppo delle piantagioni e, in alcuni casi, anche con una pressione diretta. Di conseguenza molte persone sono state spostate in località remote o costrette ad affittare altri terreni. Alcuni reclami presentati alle autorità non sono stati accolti. Le piantagioni avranno un impatto sugli ecosistemi forestali dei boschi di miombo, dato che per sviluppare le piantagioni verranno disboscati migliaia di ettari di aree densamente alberate. La conversione in piantagioni sostituirà i tradizionali usi forestali, creando una maggiore pressione nei rimanenti frammenti di foresta naturale”.

Come se non bastasse la Epn ha fatto notare che “Le piantagioni di eucalipto assorbono enormi quantità di acqua dal terreno. In questo ambiente, già influenzato da un pesante stress idrico, l’espansione delle piantagioni di eucalipto influenzerà inevitabilmente le aree circostanti, il che potrebbe causare un grave declino dell’agricoltura locale, minacciando la sicurezza alimentare”. La coordinatrice del gruppo di ong, Mandy Haggith, aveva evidenziato il fatto che “Vi sono prove considerevoli del fatto che questo progetto di carta e cellulosa sia un brutale land grabbing che impoverirà le comunità vulnerabili e danneggerà la foresta di miombo. I finanzieri di Portucel sono consapevoli dei rischi sociali e ambientali di questo progetto? Gli altri finanziatori di IFC e The Navigator Company devono interrogarsi su come questo progetto possa essere coerente con le loro politiche”.

Il rapporto del novembre 2017 delineava una serie di criticità che le banche e gli altri finanziatori avrebbero dovuto prendere in considerazione prima di concedere il finanziamento di questo progetto, ma davanti al silenzio degli investitori Salva le Foreste ha deciso di avviare questa nuova raccolta firme per ricordare ancora una volta come la monocoltura per produrre cellulosa indispensabile alla “nostra” carta distrugge le “loro” risorse e quel patrimonio di biodiversità che è un inestimabile bene comune.

venerdì 1 giugno 2018

Sbafano ringhiosi ma il voto degli italiani ha decretato dopo anni di sopprusi in cui hanno venduto gli Interessi Nazionali


31/05/2018 di giuseppearagno


Il vanto dei sofisti era una “qualità” negativa: saper dimostrare la verità di una tesi e poi la verità del contrario della tesi. Io non ho verità da sostenere e non mi importa nulla se branchi di sedicenti “compagni”, eserciti di laureati in tuttologia, bande più o meno armate di scienziati della tattica e chi più ne ha più ne metta, passano ai raggi ics le parole che scrivo e sputano le loro stupide sentenze. Penso con la mia testa e mi faccio giudicare solo dalla mia coscienza.
Se in questo nostro Paese malato un Presidente della Repubblica fa tutto, tranne quello che dovrebbe e manda a morire un governo che ha la maggioranza nel Parlamento, non sto lì a valutare se le sue scelte inaccettabili stanno bene alla mia parte, ammesso che io ne abbia una. Per tutta la vita mi sono trovato tra i piedi sedicenti critici che mi hanno applaudito o censurato non per la qualità delle mie ricerche, ma per la compatibilità che esse avevano con le loro posizioni politiche. Una volta La “Rinascita” – organo del partito di Diliberto – scrisse di un mio libro che era molto bello, che si faceva leggere ed era ben documentato. Concludendo, però, annotò: Purtroppo Aragno è il solito anticomunista…
Se per piacere al Diliberto di turno devo essere comunista alla sua maniera, se devo annacquare, sottacere, parlare dei ciechi come dei “non vedenti” e trasformare gli spazzini in “operatori ecologici”, preferisco dispiacergli. E poiché questo principio di vita vale per tutto, anche per Mattarella e il suo inqualificabile comportamento, non modifico di una virgola quello che penso: dovrebbe dimettersi appena possibile.
Questo fa il gioco di Di Maio? No. Il gioco dei grillini e dei leghisti non lo fa chi combatte una battaglia di democrazia e pone un problema di regole da rispettare. Il gioco delle destre più o meno neofasciste lo fanno quei compagni che di fronte a milioni di elettori che vanno a destra, pensano che alla gente non interessi nulla delle regole, non si domandano perché siamo di fronte a questo smottamento e non si chiedono se per caso la svolta a destra non sia nata proprio da questa nostra rinuncia alla ragione critica, da questo opportunismo da tre soldi che ci ha inchiodato a scelte di respiro corto e ci ha impedito di essere intellettualmente onesti.
Le destre non avanzano se attacchiamo Mattarella ed è inutile che facciamo i furbi e lo condanniamo solo se lo associamo in un giudizio negativo che comprenda pure Di Maio e Salvini. Le destre avanzano perché la sinistra non dà risposte, difende l’indifendibile, assume un incarico di supplenza del neofascismo e spinge la gente a scegliere tra titolare e supplente.
La povera gente si può difendere solo lottando e provando ad attuare la Costituzione che è stata calpestata. Il resto sono chiacchiere che ricordano Giuseppe, Maria e Gesù bambino in fuga con un asinello. Qualunque scelta facessero, avevano sempre torto: Maria andava a piedi e Giuseppe stava sull’asino? Un senza cuore! Giuseppe metteva Maria sull’asino e se ne andava piedi? Guarda là che vergogna, la giovane in groppa all’asino e il vecchio che si trascina!
Così la sinistra discute oggi di politica e perciò i 5 Stelle hanno preso milioni di voti.


30/05/2018 di giuseppearagno


2004: Giorgio Napolitano non è ricandidato alle elezioni per il Parlamento europeo e resta fuori dal giro che conta. Dalla sua biografia ufficiale risulta che è nato praticamente parlamentare e ha trascorso tutta la vita nei palazzi del potere. Gli elettori hanno deciso che danni ne ha fatti abbastanza ed è giunto il momento che se ne vada. Ciampi, però non la pensa così e il 23 settembre 2006 lo nomina senatore a vita per meriti ignoti. Sarà tra i principali protagonisti dello sfascio della Repubblica.
10 maggio 2006: Giorgio Napolitano, tornato in pompa magna al Senato a spese degli italiani diventa presidente della Repubblica.
Fine 2010, inizio 2011: La Deutsch Bank mette in vendita 7 miliardi di di titoli pubblici italiani. La speculazione finanziaria si mette in moto.
Marzo 2011: la Francia da sola e poi la Nato aggrediscono la Libia, legata all’Italia da un trattato di amicizia e cooperazione. Napolitano esercita forti pressioni sul governo e ottiene che l’Italia partecipi alle operazioni militari.
Giugno 2011: Il Parlamento non lo sa ma, mentre l’ultimo Governo Berlusconi è in piena attività, il Presidente Giorgio Napolitano chiede a Monti in tutta segretezza se è disposto ad assumere la guida di un fantomatico futuro Esecutivo.
5 agosto 2011: L’allora presidente della Banca centrale europea, Jean Claude Trichet e il suo futuro successore, Mario Draghi, due privati cittadini, indirizzano al Governo italiano una lettera strettamente riservata in cui prescrivono i provvedimenti che l’Italia dovrà adottare «con urgenza» per «rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità del bilancio e alle riforme strutturali», far fronte alla speculazione finanziaria, giungere al pareggio di bilancio e ristabilire la fiducia degli investitori. E’ di fatto un programma di governo: liberalizzazioni, inclusa quella dei servizi pubblici locali e professionali. «attraverso privatizzazioni su larga scala», riforma della pubblica amministrazione, delle pensioni, del mercato del lavoro e «del sistema di contrattazione salariale collettiva», in modo che «accordi al livello d’impresa» consentano di «ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende» e rendere «questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione». La lettera dà il via a una violenta speculazione finanziaria ai danni dell’Italia e impariamo cosìil significato della parola spread.
Settembre-Ottobre 2011: Alcune società private di rating, una delle quali, la Stabdard Poor’s, carente e screditata da scandali, declassano l’Italia. Eppure i conti stanno migliorando.
20 ottobre 2011: Gheddafi, leader della Libia e alleato tradito è linciato.
Ottobre-Novembre 2011: La speculazione finanziaria, innescata dalla lettera di Trichet e Draghi, mettono in crisi la nostra tenuta economica.
9 novembre 2011: Napolitano nomina Mario Monti senatore a vita.
12 novembre 2011: Berlusconi si dimette.
13 novembre 2011: Napolitano tira finalmente Monti fuori dal cilindro e lo incarica di formare un governo. Monti accetta, ottiene la fiducia e realizza buona parte del programma Trichet-Draghi: Pensioni, privatizzazioni, liberalizzazioni, riforma del mercato del lavoro, abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, tagli feroci ai servizi pubblici, pareggio del bilancio in Costituzione, impegno a saldare il debito pubblico con un autentico salasso per gli anni che verranno. Monti non accenna mai a una commissione per la valutazione del debito.
15 dicembre 2011: Ripristinato il trattato con la Libia, sospeso unilateralmente pochi mesi prima, quando l’Italia ha deciso di partecipare all’aggressione ai danni dello sventurato Paese africano.
21 dicembre 2012: compiuta l’opera feroce, Monti si dimette.
22 aprile 2013: Giorgio Napolitano è rieletto Presidente della Repubblica. Prima di giungere alla fine del mandato ha creato una commissione di presunti “saggi” che deve occuparsi di modificare la Costituzione di cui è garante. Non è mai accaduto che un Presidente sia stato rieletto; per giustificare l’elezione si dice che la Costituzione non lo vieta. Si stabilisce così un principio che ferisce a morte la legge fondamentale dello Stato: poiché la Costituzione non lo proibisce, un presidente della Repubblica può essere rieletto tutte le volte che vuole, vita natural durante. Contemporaneamente alla elezione, Napolitano ottiene la distruzione del testo delle telefonate scambiate con Mancino e registrate dagli inquirenti. Mancino è imputato in un processo delicatissimo: quello per la trattativa Stato-Mafia. Gli italiani non sapranno mai che cosa si sono detti il presidente e l’imputato. Non doveva trattarsi di faccende innocenti, se Napolitano, dopo aver vinto la battaglia di principio sulle intercettazioni indiretta del Presidente della Repubblica – il telefono sotto controllo era quello dell’imputato – ha preteso la cancellazione materiale del testo.
15-7-2013: Mentre i ceti popolari sono ridotti alla fame, Napolitano ottiene che l’Italia acquisti costosissimi aerei da guerra.
Gennaio 2014: Mentre Laura Boldrini, presidente della Camera, strozza il dibattito parlamentare, la Consulta dichiara illegittima la legge elettorale da cui è nato il Parlamento e avverte: si può andare a votare anche subito, eliminando quanto di incostituzionale c’è nella legge. Napolitano, però, non scioglie le Camere.
13 febbraio 2014: Renzi decide la caduta del governo Letta, nato dopo le elezioni del 2013. Letta si dimette e Napolitano non lo rimanda alle Camere per la verifica della fiducia e incarica lo stesso Renzi, che nessuno ha eletto, di formare un governo.
21 febbraio 2014: nasce il Governo Renzi, che completa l’opera di Monti con il Jobs Act, lo Sblocca Italia, una nuova riforma del mercato del lavoro e una legge che distrugge la scuola della repubblica. A dicembre Renzi, complice Napolitano, si avventura in una riforma costituzionale firmata da Mariaelena Boschi.
4 dicembre 2016: gli italiani bocciano la riforma Boschi con un referendum.
14 gennaio 2015: Napolitano si dimette e gli succede Sergio Mattarella.
13 dicembre 2016: nasce il governo Gentiloni formato in pratica dai ministri del precedente governo. Mariaelena Boschi è sottosegretaria alla Presidenza. Mattarella non apre bocca, benché la riforma bocciata porti il suo nome e la Boschi sia stata protagonista negativa nella scandalosa vicenda della Banca Etruria. Un autentico schiaffo agli elettori.
26 maggio del 2018: stavolta Mattarella interviene sulle nomine dei membri del Governo. I ministri di Renzi passati a Gentiloni andavano bene, nonostante il chiaro messaggio degli italiani. Persino la Boschi. Per Conti, invece, Presidente del Consiglio che egli stesso ha incaricato, rivendica un inaccettabile diritto di veto sul ministro dell’Economia, giustificando la sua interferenza con un “allarme per operatori economici e finanziari”, presunti “rischi per il risparmio dei cittadini” (della maggioranza del paese, che non ha soldi, Mattarella non è evidentemente Presidente), una “fuoruscita dell’Italia dall’euro”, che però non è nel programma, una “impennata dello spread”, che il suo veto però accelera paurosamente, e la difesa di una Costituzione che, tuttavia, non gli consente veti sulla linea politica del governo. Una difesa di cui non s’è ricordato, quando ha accettato di farsi eleggere Presidente da un Parlamento che egli stesso, in qualità di giudice della Consulta, ha dichiarato figlio di una legge truffa e pertanto totalmente privo di legittimità morale. Quel Parlamento che ha lasciato in vita e da cui ha ricevuto e firmato senza batter ciglio l’Italicum, poi dichiarato incostituzionale. Per non parlare del Rosatellum, che ci ha condotti a questo drammatico maggio, che segna probabilmente la fine di quella che fu la repubblica nata dall’antifascismo.

Spread - Draghi lo stregone maledetto, il differenziale dipende dalla Bce

Ecco come la Bce di Draghi sbuffa per i tweet di Bagnai, Borghi, Minenna e Rinaldi sullo spread



Risposta indiretta della Bce sull’acquisto di bond italiani dopo gli interrogativi e i dubbi di esponenti della Lega e del Movimento 5 Stelle sull’impennata dello spread?

È quanto si pensa in ambienti finanziari e di Borsa per alcuni virgolettati attribuiti oggi alla Banca centrale europea da alcuni giornali italiani dopo alcune dichiarazioni tv e tweet di parlamentari giallo-verdi e di economisti e tecnici vicini alla Lega di Matteo Salvini e al Movimento 5 Stelle capeggiato da Luigi Di Maio.

Che cosa ha fatto sapere l’Istituto centrale presieduto da Mario Draghi? Iniziamo da qui.

CHE COSA SOTTOLINEA LA BCE

«Il programma di acquisti Asset purchase programme viene condotto come al solito, non c’è stato alcun cambiamento – ha detto ieri a Il Sole 24 Ore un portavoce della Bce -. La Banca sta operando sul mercato e sta implementando il programma di acquisti come sempre». Non sono dunque basate su alcun fondamento le voci che davano la Bce meno attiva sull’Italia nel QE in questo momento di crisi: gli acquisti sul programma dedicato ai titoli di Stato PSPP sono in realtà cresciuti proprio di recente, passati dai 3,382 miliardi della settimana del 18 maggio ai 3,628 della settimana del 25 maggio (ultimi dati disponibili). Nel mese di maggio, le prime due settimane sono state di 1,29 miliardi e 7,89 miliardi: quel che conta è il risultato finale, 30 miliardi complessivi al mese.

L’AGENZIA RADIOCOR DEL SOLE

I virgolettati che il Sole attribuisce alla Bce appaiono come una risposta indiretta a chi, come l’economista e senatore della Lega, Claudio Borghi, nei giorni scorsi ha twittato un’agenzia stampa in (Radiocor-Il Sole 24 Ore) cui si diceva: “Gli acquisti di titoli da parte dell’eurosistema nell’ambito del programma di Quantitative easing sono calati nel corso della settimana terminata il 25 maggio a 3,831 miliardi di euro dai 5,309 miliardi della settimana precedente. Secondo i dati forniti dalla Bce, nella settimana gli acquisti di titoli di Stato sono stati pari a 3,628 miliardi (3,382 miliardi la settimana precedente) mentre quelli di corporate bond hanno totalizzato quota 0,852 miliardi (da 1,159 mld). Infine gli acquisti di covered bond sono calati di 0,462 miliardi (da +0,489 mld), mentre quelli di Abs sono stati negativi per 0,187 miliardi (da +0,279 mld)”.

I TWEET DI BORGHI, BAGNAI E MINENNA

Per Borghi, dunque, l’incremento dello spread è anche l’effetto di minori acquisti di bond statali italiani da parte della banca centrale europea presieduta da Mario Draghi? Un sospetto simile lo hanno avuto nei giorni scorsi, sempre sulla base dello stesso lancio dell’agenzia Radiocor, altri esponenti della Lega, come il senatore ed economista Alberto Bagnai, che ha riwittato il cinguettio di Borghi e di altri dello stesso tenore, e Marcello Minenna, dirigente Consob ed ex assessore al Bilancio nella giunta Raggi.


28-05-18 16:14 RADIOCOR
(FIN) Bce: acquisti titoli in ambito Qe scesi a 3,831 mld in ultima settimana dai 5,309 miliardi della settimana precedente.




28-05-18 16:14 RADIOCOR
(FIN) Bce: acquisti titoli in ambito Qe scesi a 3,831 mld in ultima settimana dai 5,309 miliardi della settimana precedente.

I DUBBI DI RINALDI E CASTELLI

Questo genere di interrogativi sono stati rilanciati anche in tv ieri da Antonio Maria Rinaldi, economista e fondatore del sito Scenarieconomici.it, oltre che amico e allievo di Paolo Savona, durante la trasmissione condotta da Alessandra Sardoni su La 7. Anche il deputato pentastellato Laura Castelli, tra i candidati a rivestire un ruolo di ministro nel governo in fieri, ha rilanciato i dubbi e le domande di Borghi, Bagnai e Minenna in un’intervista ad Huffington Post Italia.

CHE COSA SCRIVE IL FATTO QUOTIDIANO

Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto Quotidiano e già al Foglio di Ferrara e Cerasa, ha scritto oggi: “Secondo quanto ricostruito dal Fatto Quotidiano, il totale degli acquisti lordi di titoli italiani a maggio nell’ambito del Quantitative Easing è stato finora di 4,8 miliardi contro i 3,9 di aprile. Lordi perché comprendono anche gli acquisti che compensano i titoli arrivati a scadenza (in modo da non ridurre lo stock a bilancio). Dai dati che la Bce pubblicherà nei prossimi giorni si dovrebbe riscontrare però un calo degli acquisti netti, cioè dell’aumento dei titoli italiani a bilancio, tra aprile e maggio”.

Eppure tra molti pentastellati e leghisti i dubbi non sono sopiti sull’azione della Bce.

Siria - Assad invita gli Stati Uniti a ritirare i suoi militari mai invitati

Bashar al-Assad minaccia gli Stati Uniti: "Andatevene dalla Siria"


(ansa)

Il presidente siriano intervistato dall'emittente televisiva russa, Russia Today, lancia minacce indirette e dice: "Nel nostro Paese si è sfiorata guerra diretta tra Usa e Russia"dal nostro corrispondente 

MARCO ANSALDO
31 maggio 2018



ISTANBUL – In Siria è stato "evitato per un soffio" lo scontro diretto fra Washington e Mosca. Lo ha detto Bashar al-Assad in un’intervista a “Russia Today”, riferendosi ai pesanti bombardamenti avvenuti ad aprile sul Paese e al clima di tensione internazionale che ne è seguito. Alla tv filo-Cremlino (Damasco oggi è alleata e protetta da Vladimir Putin e le parole del colloquio sono state subito riportate dall’agenzia governativa siriana Sana) il presidente ha detto che la Russia “ha impedito attacchi più massicci da parte dell’Occidente”, dissuadendolo dal lanciare “un devastante attacco aereo in tutto il Paese”.


Assad nell’intervista sostiene di “credere che Damasco abbia quasi vinto la guerra”, nonostante le continue "interferenze" degli Stati Uniti. "I russi hanno annunciato pubblicamente che avrebbero distrutto le basi utilizzate per lanciare i missili e le nostre informazioni - non abbiamo prove, abbiamo solo informazioni e tali informazioni sono credibili - sono che stavano pensando a un attacco massiccio in tutta la Siria. Ma la minaccia dei russi ha spinto l'Occidente ad attaccare su scala molto più piccola".

Il leader di Damasco ha smentito poi la presenza di truppe iraniane in Siria, pur ammettendo quella di ufficiali di Teheran. "Non abbiamo truppe iraniane. Non le abbiamo mai avute e non possiamo nasconderle. Non avremmo problemi ad ammettere la loro presenza. Così come abbiamo invitato i russi, avremmo potuto invitare gli iraniani". Parole che negano le notizie ricorrenti da almeno cinque anni, confermate pure dai media iraniani, sull'uccisione in vari fronti di ufficiali, anche di alto grado, della Repubblica islamica presenti in Siria. Assad ha ammesso però la presenza di ufficiali iraniani i quali, spiega, "lavorano con l'esercito siriano e offrono un aiuto".

Assad non ha quindi escluso che si possa aprire un fronte di guerra nell’est del Paese con le milizie curdo-siriane sostenute dagli Stati Uniti. Sul tavolo – ha spiegato - ci sono due opzioni: una negoziale e una militare. Per ora sono in corso trattative, ha detto, ma in caso di fallimento "libereremo la zona con la forza". Sulla presenza militare degli Stati Uniti ha poi aggiunto: "Faremo questo con o senza gli americani... che comunque devono andarsene. E se ne andranno". Sono ''gli Stati Uniti'' – ha continuato - che ''devono lasciare la Siria''.

Altro capitolo quello riguardante Israele. Sui recenti attacchi aerei attribuiti allo Stato ebraico contro presunte basi iraniane in Siria, il raìs ha detto: "E' una bugia israeliana. Anche nel recente attacco, alcune settimane fa, hanno detto di aver attaccato basi e campi iraniani. Ci sono state decine di martiri siriani e soldati feriti, ma nessun iraniano".

A Mosca arriva il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman per colloqui con il suo omologo russo Sergey Shoygu. L'obiettivo di Israele è ottenere che le forze iraniane siano costrette da Russia e Usa a lasciare la Siria. Da tempo c’è una forte sintonia fra Putin e il premier di Gerusalemme, Benjamin Netanyahu. Mosca è perciò pronta ad ascoltare le richieste israeliane. La velata minaccia è che Israele possa intervenire direttamente contro il regime siriano, con conseguenze imprevedibili sul piano internazionale.

La Turchia, di recente penetrata con le sue truppe nel nord della Siria, dove dopo Afrin intende proseguire l’avanzata verso Manbji combattendo i gruppi curdo-siriani, osserva con attenzione lo sviluppo diplomatico. Il ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusoglu, dice gli Usa hanno commesso ''un grave errore'' nel voler collaborare in Siria con lo Ypg, le Unità di protezione del popolo curdo, considerate a Istanbul come “movimenti terroristici” sostenuti dal Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan fondato da Abdullah Ocalan. “Gli Stati Uniti, che sono i nostri alleati – spiega il capo della diplomazia turca - hanno sostenuto un'organizzazione terroristica. Hanno preferito lavorare con quell'organizzazione terroristica in Siria. E' stato un grave errore. E' contraddittorio che un Paese che dice di combattere il terrorismo crei alleanza con un gruppo terroristico''. A Manbji gli Usa hanno una base militare, e la Turchia ha chiesto a Washington di smobilitarla prima del possibile attacco del suo esercito sulla città. L’ambasciatore turco presso gli Stati Uniti, richiamato ad Ankara 15 giorni fa, è ripartito per rientrare a Washington e si prepara a parlarne con l’amministrazione Trump.

http://www.repubblica.it/esteri/2018/05/31/news/bashar_al-assad_minaccia_gli_stati_uniti_andatevene_dalla_siria_-197799100/

Spread - 1) strumento per far arricchire i privati (banche) 2) per randellare stati che non si allineano all'euroimbecilità

“Se la gente sapesse che cos’è lo spread, scoppierebbe la violenza nelle strade”

Maurizio Blondet 30 maggio 2018 


Un Grande Nando Ioppolo “Che cos’e li spread… io penso che se la gente lo sapesse scoppierebbe la guerra nelle strade da oggi a domani “ SPREAD, LA TRAPPOLA MORTALE In una recente intervista il Professor Nando Ioppolo (avvocato ed Economista, recentemente scomparso), sostiene che lo SPREAD é una cosa che se la gente sapesse cos’é, molto probabilmente scoppierebbe la violenza nelle strade perché sullo SPREAD é stata fatta una campagna mediatica vergognosa basata sulla bugia.


Ioppolo spiega che il gioco inizia dalla BCE ( Banca Centrale Europea) che presta alle banche private allo 0,75% tutti gli euro che gli richiedono per qualunque motivo glieli richiedono. Dopodiché la banca (UNICREDIT nell’ esempio del Professore), con questo 0,75 ci compra i BTP che tecnicamente dovrebbero essere allo 0,76. Perché allora al 5 %? Perché così la Banca ci può speculare.

Quindi il dissanguamento generale dei cittadini italiani viene fatto per far arricchire i privati. Il funzionamento di questo indice (SPREAD) é abbastanza complesso. Se un BTP ha un funzionamento del 2 % ed ha un Valore Nominale di 100, va venduto a 98. Come farlo arrivare al 5 % ? E’ molto semplice.

Se l’ Italia fallisce ? Oggi vediamo le tv nazionali parlare di agenzie di rating come Standard & Poor’s che parlano di declassamento, andamento finanziario di un paese. Ora, se queste agenzie dicono che l’ Italia fallisce, l’ investitore o la banca vorrà assicurarsi sul fallimento dello stato e quindi comprerà un certificato assicurativo sui BTP chiedendo uno sconto che gli consente di acquistare il certificato assicurativo, il CDS ( Credit Default Swap). Se lo Spread é a 300 (3 %), il BTP di Valore Nominale 100 che dovrebbe essere venduto a 98 viene venduto a 95. Ma sorge un problema: Perché le banche e gli investitori non comprano i CDS?

Non credono nel fallimento dell’ Italia ? Ma allora tutto questo é una balla per spaventare? A quest’ ultima domanda, Nando Ioppolo risponde che lo SPREAD é stato usato, oltre che per strumento di speculazione, anche per fine politico, ovvero per poter scalzare qualcuno che fa resistenza e mettere al suo posto qualcuno che di resistenza non ne fa. E ne abbiamo avuto un esempio con il nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano che ha fatto dello SPREAD uno spauracchio, qualcosa di imprescindibile, forse per ingenuità, forse perché non conosce l’ economia. Sui CDS va fatto un discorso a parte. E’ vero che nessun acquirente dei BTP compra i CDS per assicurarsi sul fallimento dell’ Italia, ma é anche vero che molti speculatori e molti investitori di BTP comprano CDS senza usare i BTP, perché essi non sono un derivato assicurativo di copertura ma uno strumento di speculazione usato appunto per far utilizzare lo SPREAD per poterci guadagnare e costringere il popolo italiano a sacrifici, a stringere la cinghia per poterci speculare sui CDS. Questo porta ad un disastro pazzesco sia politico che economico, i disoccupati continuano ad aumentare ma le banche e gli speculatori continuerebbero a speculare su BTP e CDS e far in modo che lo SPREAD si alzi per poter aumentare i loro guadagni .

Secondo i dati Istat del 2009 ( prima dello SPREAD), abbiamo avuto una spesa pubblica di 500 miliardi, degli Oneri Finanziari ( soldi che lo Stato da alle banche per i servizi ) di 130 miliardi e 80 miliardi di Interessi sui BTP. Sul PIL di 1820 miliardi vanno tolti i servizi bancari e gli interessi e in questo caso sono 210 miliardi che lo Stato ha dato alle banche per chissà quale motivo. Ha senso ? Ha senso che i cittadini italiani si dissanguino, paghino più tasse, stringano la cinghia solo per arricchire le banche?

E perché nessuno ha mai parlato di come si possa contenere o arginare lo SPREAD? Secondo il Professor Ioppolo per contenere lo SPREAD basterebbero 2 cose: 1 effettuare il collocamento alla giapponese ovvero sia obbligare le banche sul territorio dello stato ad agire ad un tasso ridotto. 2 Obbligare la BCE a prestarci allo 0,75% e far acquistare i BTP allo 0,76%. Ci sarebbe un risparmio di 70 miliardi l ‘anno. Purtroppo queste cose la gente non sa o fa finta di non sapere oppure é colpa della campagna di disinformazione in atto, che é complice, di giornali e televisioni complici che non raccontano la verità.

Persone come Nando Ioppolo hanno speso la loro vita a cercare di far capire il sistema truffaldino di speculatori e banche assassine che continuano la loro politica di dissanguamento e Austerità che non porteranno mai da nessuna parte, solo a morte e distruzione, e ci chiediamo, quante vite debbano ancora essere spezzate affinché qualcuno possa veramente pensare al bene dell’ Italia.

Mauro Bottarelli - Savona facci sognare - Moneta complementare - 50 miliardi in minibot per pagare gli imprenditori che hanno dato merci o servizi allo stato. Ora adesso subito

ITALIA ALLA TROIKA/ Il dubbio che nasce da tanti indizi

Una grande crisi sembra alle porte. Ma resta da capire se serva o meno a far ripartire le stamperie di Fed e Bce o ad aggravare la situazione italiana. MAURO BOTTARELLI

01 GIUGNO 2018 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

Fino a ieri non sapevo chi fosse Carlo Sibilia, poi ho scoperto essere un deputato M5S: non si finisce mai di imparare. L'ho scoperto, perché - intervistato sulla possibilità che ieri si chiudesse o meno l'infinita trattativa sull'accordo di governo con la Lega - ha proferito la seguente frase: «Basta con i giochi di palazzo, l'Italia è sull'orlo di una tempesta finanziaria». Tutto giusto, tranne una cosa: non è l'Italia a essere appaiata nelle vicinanze di un burrone, in attesa di essere spinta: lo è tutto il mondo. L'Italia, semplicemente, sarà l'accelerante, insieme alla Spagna, dopo che le mosse della Fed hanno innescato il detonatore della crisi monetaria nei mercati emergenti.

Perché lo ha fatto la Fed? In primis, per ragioni politiche, ovvero per una spinta della Casa Bianca che aveva bisogno di una certificazione "scientifica" della narrativa riguardo i successi senza precedenti della Trumpnomics, di fatto legittimando agli occhi dell'opinione pubblica la bontà prima del taglio fiscale e poi del budget tutto deficit per il 2019. Non a caso, dopo la snervante Janet Yellen, alla guida della Banca centrale Usa è stato nominato uno yes man con il carisma di un appendiabiti. Direte voi, la comunità economica e finanziaria lascia fare, se queste mosse sono in contraddizione con i numeri macro dell'economia, i quali sconsiglierebbero una politica di contrazione monetaria in un'economia basata al 70% sui consumi che vede gli acquisti retail quantomeno stagnanti e il numero di punti vendita falliti al record quasi storico? No, perché c'è sempre il do ut des: cosa sta pensando, infatti, la Fed? Di dare un bel colpo di spugna ai vincoli anti-speculazione sul trading fissati nel post-Lehman: Wall Street, di fatto già unica beneficiaria della politica espansiva, sentitamente ringrazia. E applaude l'inquilino di Pennsylvania Avenue.

Si andrà avanti con questa politica di normalizzazione della politica monetaria, nonostante le condizioni ancora straordinarie dell'economia? Forse no. Per due ragioni. Primo, il dollaro troppo forte di questo periodo potrebbe garantire una buona ragione per un rallentamento. Secondo, l'Europa potrebbe a breve garantire quello shock esterno necessario a riprendere misure emergenziali, senza però addossarsene la responsabilità. Come dire, noi stiamo da pascià e potevamo alzare ancora i tassi, ma siccome gli europei sono di nuovo nei guai, ci tocca rimetterci l'elmetto in testa. D'altronde, a novembre ci sono le elezioni di mid-term, mica pizza e fichi.

E l'Europa? Di fatto, ieri è arrivata una brutta notizia, sempre stando alla nuova regola del bad news are good news e il contrario. L'Inflazione nell'eurozona è salita all'1,9%, solo una soffiata di naso da quel 2% fissato dalla Bce come obiettivo per il suo programma di stimolo, il mitico Qe: quindi, i tempi per il ritiro di quello stesso stimolo sembrano rispettati, l'autunno conoscerà l'avvio del cosiddetto tapering, la fine graduale degli acquisti di bond. E come mai i mercati non sono crollati ieri, vista la ferale notizia della scomparsa ormai imminente del motore immobile dei rialzi e dei cieli sempre blu?

Per questo: i dati ufficiali, come ci insegnano i cinesi ma anche gli elaboratori delle stesse Fed e Bce (la Bank of Japan, poi, è da medaglia olimpica in questa specialità), sono manipolabili. Lo stress finanziario sui mercati, no. Quello c'è. Sottotraccia, ovviamente, tale da non essere percepito dal normale cittadino, ma chi opera non solo lo vede: ne paga i conti salati che presenta. E lo stress monetario è alto. Non altissimo ma alto: i mercati stanno gridando ma sono come pipistrelli, lo fanno con ultrasuoni non udibili ai comuni mortali. E cosa gridano: col-la-te-ra-le!!! Come nel 2008. La catena di controparte continua a traballare. Sulle valute. E sui premi di rischio dei bond sovrani, per questo l'approssimarsi del decennale Usa, il benchmak obbligazionario globale, al 3% di rendimento è stato visto per settimane come la spoletta di una bomba a mano: direte voi, bomba difettosa, non è successo nulla. Andate a dirlo alle Banche centrali di Turchia, Argentina, Brasile e India.



Quindi, Carlo Sibilia ha ragione: la crisi finanziaria è alle porte. Ora, sarebbe troppo facile, ancora più facile che sparare sulla Croce Rossa, chiedersi in che modo un governo Lega-M5S possa metterci al riparo dai marosi di quella crisi, piuttosto che aggravarli a colpi di promesse economiche degne di Fantasilandia, ma qui la questione è seria. Dannatamente seria. Quei due grafici ci dicono che, inflazione o no, le Banche centrali devono tornare al loro posto: ovvero, in stamperia. E in fretta. Serve, però, il casus belli, altrimenti qualcuno potrebbe avere addirittura l'ardire di chiedere conto di quanto fatto (e speso) finora per ritrovarci, nell'anno di grazia 2018, con più debito globale e nella medesima condizione d'allarme del 2008. Metti che poi, qualcuno si accorga anche che in questo decennio solo Wall Street e soci hanno beneficiato delle misure straordinarie e poi altro che Lega al potere e Trump alla Casa Bianca, i cittadini occidentali disboscheranno l'Amazonia per costruire sufficienti ghigliottine. Dall'haircut obbligazionario per "salvare" la Grecia a quello letterale: prospettiva poco piacevole. Quindi, di corsa verso una nuova emergenza.

E allora si spiega la scelta della Fed di proseguire verso la normalizzazione monetaria, caricando contemporaneamente gli Usa di ulteriore debito pubblico e quella della Bce di lasciare che l'inflazione corra: ma corre davvero? Chi lo sa, l'importante è il dato ufficiale che finisce stampato sui giornali. E, soprattutto, che qualcuno trasformi quella percentuale in ulteriore voce d'allarme per Stati e governi. Ci penseranno poi i mitici "mercati" a fare il resto. E che quanto vi ho raccontato finora sulla natura dei vari programmi di stimolo sia sacrosanto, soprattutto riguardo il comparto dei corporate bond inseriti in fretta e furia da Draghi nella platea degli assets acquistabili, lo testimonia un dato relativo proprio al nostro Paese, pubblicato ieri da Moody's: le società italiane hanno giocato in anticipo approfittando delle condizioni favorevoli del mercato lo scorso anno, quindi per il biennio 2018-2019 sono attese emissioni solo per 22 miliardi di euro l'anno contro i 42,5 miliardi del 2017. Nel 2017 cinque emittenti, ossia Eni, Snam, Enel, Atlantia e Telecom Italia hanno rappresentato il 40% dei volumi: Moody's conferma inoltre che il passaggio dal credito bancario al ricorso diretto delle aziende sul mercato con l'emissione di bond sta continuando. Per quanto, però, se il Qe sta per finire e, quindi, le condizioni di finanziamento per via obbligazionaria non saranno più dettate dalle fantasiose regole - a partire dal rating di credito - della Bce, ma da soggetti di mercato come le banche, già sotto forte stress?

Delle due, l'una: o Bce e Fed stanno, come penso, creando le condizioni per una demolizione controllata del quadro distorsivo che hanno posto in essere e perpetrato per anni, al fine di giungere alla più classica e schumpeteriana delle distruzioni creative (ovvero, un po' di caos per tornare a stampare, come prima e più di prima, al fine di salvare il giocattolo) oppure prepariamoci, nel nostro Paese, a un 2019 da disastro totale. Perché a fronte di emissioni da record per finanziarsi, sono poche le aziende che hanno potuto usufruire della finestra offerta dalla Bce: non certo quelle Pmi che reggono il 70% e passa del nostro Pil. Non siamo la Francia, giova ricordarlo. Chi produce, qui, viene strozzato dalle banche per finanziarsi, non gode dei favori di Mario Draghi. E, infatti, in molti casi fallisce. Una dinamica che abbiamo già conosciuto drammaticamente e che sta continuando.

Qual è il rischio ulteriore? Semplice, ce lo dicono questi grafici, relativi al meraviglioso mondo obbligazionario italiano: anche chi ha messo fieno in cascina grazie alla Bce, deve fare i conti con il fatto che senza Qe dell'Eurotower è clinicamente morto. Uno zombie. Ci penserà il governo sovranista a salvare chi non ce la fa? E con quali soldi, di grazia? Altro deficit che l'Ue non ci consente di fare, pena l'invio della Troika, essendo le procedure di infrazione totalmente inutili. Ci penserà Cassa Depositi e Prestiti, come dicono da sempre i grillini? Pur dando per buona l'idea di una nazionalizzazione di massa senza che Bruxelles ci invii i carrarmati, con 2300 miliardi di debito, quanto ci metteranno i mercati di finanziamento - extra Banca centrale - a fare salire il nostro spread sul premio di rischio a livello greco? Quanto ci metterà a partire una catena di default fra le medie aziende che hanno beneficiato delle emissioni allegre coperte da Francoforte, ma che quei soldi se li sono già fumati per coprire debiti pregressi e buchi di bilancio, visto che prima o poi qualcuno una certificazione del rating di credito seria gliela chiederà?





Signori, la situazione, globale e soprattutto italiana è questa. C'è da farsi male, obbligatoriamente. Tocca andare dal dentista e soffrire. Altrimenti, dopo l'ascesso arriva la setticemia. E la nostra economia reale non è distante da quel grado senza ritorno di infezione da debito e assenza di credito. Ho un unico dubbio: tutto il bailamme politico in atto, con il rischio che oggi il Parlamento spagnolo lo aggravi rispedendo il Paese alle urne a inizio 2019, non sarà perché si è deciso che l'Italia è irriformabile e occorre passare alle maniere forti? Ovvero, portarci nelle condizioni - stante anche un governo di incompetenti e profeti dell'uscita dall'euro - di dovere recarci con il cappello in mano dal Fmi stile Argentina? Potrebbe essere l'extrema ratio per salvare l'eurozona.

Strana coincidenza temporale, a questo riguardo, l'annuncio della Commissione Ue dell'istituzione di un fondo per i Membri in stato di emergenza, 30 miliardi di garanzie per infrastrutture strategiche e spesa pubblica finalizzata al rilancio dell'economia. Ma come, prima di cacciare una lira danno vita a dibattiti di mesi e mesi e, tac, di colpo 30 miliardi disponibili? Cosa c'è all'orizzonte, cosa sanno che noi non sappiamo? E siamo sicuri che le uniche clausole di vincolo per ottenere quelle garanzie sia la destinazione d'uso dei fondi? Non il prodromo dell'arrivo della Troika?

Non a caso, la Germania il suo "piano B" lo sta già preparando, senza che nessuno dica nulla. E, non a caso, la Bundesbank ha riportato a casa in fretta e furia, con quattro anni di anticipo sui programmi originali, tutti l'oro fisico che deteneva fra New York, Parigi e Londra. E tutto quell'oro, serve a una sola cosa, se lo vuoi tenere in casa, vicino vicino: garantire la solidità di un debito. Ma i tedeschi non ne hanno bisogno, al netto del buco che l'addio all'Ue procurerebbe alla Buba per l'esposizione a Target2. Allora, può servire solo a un'altra cosa: l'adozione di una nuova valuta. Magari, anche solo come minaccia. Chi di Savona ferisce…