Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 9 giugno 2018

Il Poliscriba, razza in estinzione - il mondo alla rovescia non va bene, raddrizziamolo.

Che tipo 'sto archetipo [Il Poliscriba]


Il Poliscriba

Non ho mai avuto la fortuna di incontrare un archetipo per la strada. E credetemi, mi sarebbe piaciuto.
Che cosa ci saremmo detti?
Qualcosa di simile al dialogo che segue.

Io - Ciao Archetipo, come va?
Archi - Non c’è male, a parte il riscaldamento globale.
Io - Io adotto un rimedio inuit.
Archi - E sarebbe?
Io - Mi faccio un igloo.
Archi - È da qualche milione di anni che lo faccio anch’io, non è il ghiaccio, certo, ma l’inconscio collettivo: malgrado ciò, non sento il benché minimo sollievo nel leggere Jung.
Io - Mi rincresce. Pensavo che incontrarti avrebbe dato una svolta alla mia vita e invece noto con dispiacere che anche tu divaghi sul tempo e sull’uso bellico della tragedia greca da parte dei fondatori della psicanalisi: devo attendermi un commento ai quarti di finale degli europei di calcio o cosa?
Archi - Io non ti conosco e non saprei quali argomenti affrontare, stavo facendo due passi con il mio volpino Fuffy amputato delle zampe posteriori e come vedi, essendo molto piccolo, i miei discorsi sono limitati.

Io - Povero Fuffy a rotelle ... Lo fai per amore o ti sei fatto convincere dal veterinario che l’accanimento terapeutico non è una tua consolazione egoistica?
Archi- Gli voglio bene, vorrei vivesse in eterno.
Io- Quanti anni hai?
Archi - Secondo il mio padre psicologico più o meno dieci.
Io - Non si direbbe, te li porti molto Sigmund.
Archi – Eppure frequento delle ottime spa, sono vegetariano, gender fluid, odio la caccia, il nucleare, il TAV, le basi NATO, il finanziamento ai partiti, l’euro, le criptovalute, le banche, la plutocrazia e ogni sorta di dittatura.
Io - Eeee ... ma non è sufficiente!!! Dovresti giocare al poker 5 stelle, ogni tanto, sai cosa intendo? Un po’ di brivido, insomma, lo stesso di quando si evade il fisco per tutta la vita o si gode della prostituzione minorile in Thailandia. Però tu sei un ingenuo privo di malizia e certe cose non saresti in grado di farle.
Archi - Però mi chiamano sempre in causa, non la smettono di addossarmi responsabilità che un bambino della mia età non può assumersi. Io sono il puer aeternus, capisci, non ho spazio di crescita, sono schiacciato, compresso, stressato, apolide, privo di reddito di cittadinanza, ridotto a un graffito sul muro dell’ora presente, del qui prodest, del quo vadis, del qua non si batte chiodo.
Io - Sei una vittima come tutti i bambini. Non mi stupirei che tu sia stato abbandonato in fasce da una madre sfortunata, egoista, incosciente, violentata o semplicemente impaurita. Sembra che tu detesti l’autorità, il controllo, la paternità, nell’accezione di soffocamento delle tue genuine aspirazioni: non è così? Non era forse meglio essere allevato da due donne?
Archi - Adesso stai forzando il mio spazio intimo, il tuo è un tentativo di psicanalizzarmi e io sono stufo di essere psicanalizzato.
Io – Non è mai troppo tardi per essere adottato da una coppia omosex e interrompere l’eterna catena di affidamenti che non ti renderà mai figlio di qualcuno? Perché non fai domanda a Woody Allen? Lo trovi sulla Fifth Avenue che gira periodicamente film sulla ricca borghesia democratica americana e lo farà anche dopo morto, come Kubrick, naturalmente.
Archi - Vorrei che non si scrivessero tesi su di me. Non sopporto il bullismo. Conosci quella sul Fondamento archetipico della protesta giovanile come fenomeno culturale e individuale?
Io - Pesanti tomi di antropologia funzionale? No, non mi interessano. Roba ammuffita, uno scantinato psicanalitico dell’analisi della Contestazione del ’68. Ieri c’era la guerra, totalitarismi, integralismi religiosi, terrorismo, resistenze, martiri, ideali, roba forte, per impavidi folli che prendevano posizioni nette, non per tiepidi, melliflui, succhiapollici, cacasotto, diplomatici voltagabbana rischianiente. Oggi ci sono sfogatoi più i-tech, puzzano meno dei cessi sociali, ma esibiscono narcise faccebuco cinguettanti. Capisco che tu viva dei bei ricordi d’infanzia, ma il tuo momento di gloria puerile è già tramontato e non ritornerà, a meno che tu non creda nei sequel movie o abbia voglia di finire in banca pure tu o nella società della Metro Goldwin Mayer … HAAARRRGH! (ruggito del leone)
Archi - Ma io non sono un accattone.
Io - PPP sta origliando … occhio a come parli.
Archi - Non me la faccio più addosso da sei anni!!!
Io - E dai, non te la prendere, sei solo uno iato tra la tecnica e la società, l’aborto di un uomo che non diventerà mai un essere sociale e storico, sempre che la funzione sociale non si debba considerare una sovrastruttura creata dall’uso dei mezzi di produzione o dai quarti di vitello macellati. 
Archi - Io non ho studiato architettura e nemmeno ingegneria dei sistemi o zootecnia.
Io - E hai fatto male. Vedi come ti sei ridotto? Incontri un uomo in carne ed ossa, spappolate da tasse e burocrazia, e cosa fai? Gli chiedi Che tempo che fa, senza essere mai stato ospite di Fazio.
Archi - Ho studiato la psicodinamica della ribellione studentesca.
Io – Embè? Che ti è servito?
Archi - Ho scoperto le mie vere origini: sono l’epifenomeno della lotta edipica contro l’autorità paterna.
Io - Un problema che hanno tutti i credenti.
Archi - Un problema di democrazia?
Io - No, un problema di idiozia collettiva o depressione trasversale. Non hai pensato a considerarti figlio della frustrazione provata in un mondo in cui, la realizzazione personale, è continuamente ostacolata da una tendenza coercitiva al conformismo, organizzato su vasta scala dalla mediocrità sociale?
Archi - Il mio QI è 48, sono nero, ho la fronte bassa, il mento sfuggente e le orecchie pelose.
Io - Sei un Troll razzista?
Archi - Un trolley anarchico.
Io - Senza ruote?
Archi - No, pieno di esplosivo, a volte pieno di pezzi di corpi mutilati. Non sono entrato nella fase integrativa che viene dopo quella patriarcale, che a sua volta segue quella matriarcale, che segue quella uroborica (il serpente che si mangia la coda)
Io - Sai com’è: prima la si fa nel pannolone, poi nel vasino e ante la tazza del cesso, in giro per la casa.
Archi - Sfotti?
Io - No, parlavo dell’allargamento della coscienza o dello sfintere anale/vaginale che poi sono la medesima forma di chiusura mentale. In fondo, caro Archi, i redentori mitici sono sempre stati dei fanciulli logodiarroici e un po’ lombrosiani.
Archi - Sì, ma non se la facevano addosso.
Io – Obbligavano gli altri a farsela sotto.
Archi - Non lo so, forse i patriarchi adamitici o forse è meglio berci sopra qualcosa di forte.
Io - Sono pienamente d’accordo con te, visto che: "(...) A mano a mano che l’uomo prendeva possesso della natura, si ubriacava di ammirazione per la propria scienza e il proprio potere, e sempre più profondo si faceva in lui il disprezzo per ciò che è puramente naturale e casuale, compresa la psiche oggettiva che, appunto, non è la coscienza".
Archi - Questa non l’hai scritta tu.
Io - E meno male. Come tutti i bambini sarai un collezionista, immagino.
Archi - Sì, colleziono briganti, esclusi, fuoriusciti dalla spaccatura tra inconscio e conscio collettivo. Presto, però, sarò sottoposto a terapia d’urto a base di potenti psicofarmaci e l’anarchia o tutto ciò che è antisistema, non turberanno più coloro che si sentono sicuri nella loro fase integrativa.
Io - Puoi sempre chiedere asilo politico sulle spiagge di Rio, a Cuba o sotto l’immenso patio della villa di Maduro.
Archi - Pensavo di rifugiarmi dentro di te.
Io - Mi dispiace, non ammetto estradizione, mi trovo ancora nella fase mors tua, vita mea.
Archi – E allora, cosa ci beviamo?
Io - Che questo è il miglior mondo possibile.

La prigione a cielo aperto di Gaza deve essere raso al suolo con tutti i suoi abitanti

Israele vuole “liquidare” definitivamente la questione di Gaza


(con un bel genocidio)

L’ultra sionista Betzalel Smotrich, sulla popolazione di Gaza: “che muoiano tutti di fame, di sete e di malaria”.
Il membro della Knesset, Betzalel Smotrich, ha rilasciato una intervista sulla questione dell’aiuto umanitario destinato alla gente di Gaza, così come sul ritorno dei prigionieri e detenuti palestinesi: “Da parte mia la Striscia di Gaza deve essere completamente chiusa, non si deve consegnare nulla alla sua popolazione, che si muoiano tutti di fame di sete e di malaria, questo non mi riguarda, non sono nostri cittadini e non abbiamo alcun impegno verso di loro”.

“Non hanno l’elettricità, peggio per loro. Dobbiamo far tornare Gaza alla situazione precedente al 1993 prima del processo di pace di Rabin che ci ha fatto tirare fuori di là, nell’arco degli accordi di Oslo, eccetto alle nostre Forze Armate, l’unica entità in grado di sostituire il potere là è la gente di Gaza”.
Smotrich ha incolpato i residenti di Gaza ed ha rifiutato di qualificarli come “poveri”.

“Le autorità di Hamas sono arrivate al potere a Gaza in forma democratica”, ha proseguito l’esponente sionista, “loro sono in grado di rovesciare quell’autorità, certo che è difficile e loro sono in grado di farlo, morirà molta gente nel percorso e noi li aiuteremo (a morire)”.

Così ha parlato uno dei più radicali esponenti sionisti presenti allla Knesset di Israele dimostrando il suo profondo disprezzo per la popolazione di Gaza. Si tratta di un esponente di quello che i media occidentali qualificano come il “baluardo della democrazia” in Medio Oriente.

Nota. L’assedio di Gaza dura da oltre 10 anni, condannato dall’ONU è proseguito con il blocco quasi totale delle forniture di generi di necessità, di medicinali, di materiali, di acqua potabile, elettricità quasi inesistente, blocco della ricostruzione delle case distrutte e condizioni disastrose in quello che viene definito il più grande ccampo di concentramento al mondo. La popolazione di Gaza ammonta a circa due milioni di persone. Nel frattempo sono ricominciati i bombardamenti dell’aviazione Israeliana su Gaza.



Mariastella Gelmini
@msgelmini
13 h13 ore fa
Altro
Con molta emozione ho preso parte, questa sera a #Roma, alla festa di Yom ha -‘atzmauth, in occasione del 70^ anniversario dell’indipendenza dello Stato di #Israele
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Multipolarismo avanza convinto

Venerdì, 8 giugno 2018 - 13:59:00
Quarta Teoria Politica: la Weltanschauung vista da Luca Siniscalco
Quale economia, quali società, quali modelli di sviluppo, quali rapporti internazionali, quale diritto devono orientare la transizione al multipolarismo?

di Paolo Brambilla - Trendiest


Weltanschauung è un termine tedesco («visione, intuizione [Anschauung] del mondo [Welt]») che così interpreta il Dizionario di filosofia Treccani: "Concezione della vita, del mondo; modo in cui singoli individui o gruppi sociali considerano l’esistenza e i fini del mondo e la posizione dell’uomo in esso". E' un termine frequente nella storia della filosofia e nella critica letteraria, per lo più riferito a pensatori, scrittori, artisti, in quanto tale concezione sia esplicitamente o implicitamente espressa nella loro opera.

I PARADIGMI DELLA STORIA

Qualunque teoria politica è definita dai paradigmi della Storia. Per capire il concetto di "Quarta Teoria Politica" meglio prendere in considerazione i suoi tre paradigmi di base:

· Pre-Modernità (società tradizionale)

· Modernità (società moderna)

· Post-Modernità (un tipo di post-società dove tutti i legami sociali e tutte le forme di identità collettive  -  incluso il genere  - sono distrutti, resi “optional”).




IL LIBERALISMO

Alla fine del '900 il liberalismo ha trionfato ed è diventato il sistema universale di pensiero (pensée unique) su scala mondiale. Da qui lo sviluppo della globalizzazione e così via. Anzi, dal 1991, con la caduta del muro di Berlino, secondo il sito www.geopolitica.ru siamo entrati nel contesto dell’Impero Liberale Planetario. 

In uscita per NovaEuropa Edizioni segnaliamo "Il mondo verso un futuro multipolare", volume di approfondimento sui temi della geopolitica e del multipolarismo. Con un saggio di Luca Siniscalco sulla Quarta Teoria Politica di Alexander Dugin.

"Il sistema-mondo sta cambiando. Dopo la fine della Guerra fredda l’Occidente ha risaputamente tentato di costituire un ordine mondiale unipolare, accentrato su un unico modello sociale, culturale, economico e politico, retto da una supremazia strategica e geopolitica. Il sorgere di progetti di autonomia e indipendenza a questo sistema però è la chiave di comprensione non solo del presente, ma del futuro imminente. All’interno di un’attualità conflittuale, orientata allo scontro tra due modelli principali, quello unipolare e quello multipolare, si verifica la progressiva trasformazione dei rapporti di forza che può e che deve divenire anche un cambiamento di paradigma.

Questo perché il multipolarismo non è solamente un policentrismo di fatto e una maggiore distribuzione del potere mondiale, ma una teoria in evoluzione che ha il concetto di controegemonia al centro della sua pratica. Quale economia, quali società, quali modelli di sviluppo, quali rapporti internazionali, quale diritto devono orientare la transizione al multipolarismo?

Sono queste le domande a cui i contributi di questo libro cercano di rispondere, impostando le fondamenta per uno sviluppo di una coerente teoria del multipolarismo, in nome di una superiore equità mondiale, del diritto dei Popoli alla sussistenza e all’autocentramento, del dialogo tra civiltà e – perché no? – della trasfigurazione radicale del mondo." Per prenotare la vostra copia cliccate qui - €16.00

ISLAM E QUARTA TEORIA POLITICA

"Riguardo al rapporto che può e deve intercorrere tra Islam e Quarta Teoria Politica si pongono alcuni problemi di natura teorica superabili attraverso il cammino del pensiero" secondo quanto pubblicato l'anno scorso da Daniele Perra sullo stesso sito" Tali questioni si collocano essenzialmente nella sfera del Soggetto, sul concetto di reversibilità del tempo e sulla localizzazione spazio-temporale dell’Ereignis-Evento inteso come “nuovo apparire divino”: ovvero il passaggio nell’ambito di una nuova dedizione dell’Essere attraverso la quale risplenderà ciò che realmente è. Un simile percorso speculativo dell’intelletto necessita di una premessa fondamentale.

Non va dimenticato che il filosofo russo Aleksander Dugin a più riprese ha riaffermato il valore dell’Islam come bastione della Tradizione e la necessità di una “nuova alleanza” (novyj sojuz) tra Ortodossia e Islam; due tradizioni che hanno legittimamente ereditato l’essenziale delle forme tradizionali eurasiatiche

LA SOCIETA' DELLA POST-MODERNITA'

"Per comprendere a pieno la società della post-modernità, dobbiamo pensare ad una forma di liquidità quasi onnicomprensiva" pubblica Francesco Marotta sul suo blog. "Al giorno d’oggi, sono davvero pochi i popoli che riescono a sottrarsi da una governance in cui è mentalizzata nel profondo, l’idea che la società sia un qualcosa di diverso dal mercato (dal latino. sociětas -atis, der. di socius «socio»), senza rispettarne alla lettera il significato etimologico. Il dibattito verte sul tipo di «Comunicazione Emozionale» che intercorre tra la governance e la società: l’uomo non è più il bersaglio della programmazione della coscienza di un mercato, oppure, un consumatore famelico come negli anni ‘90". 

E a proposito della prefazione a un precedente libro, sempre per NovaEuropa Edizioni, La Quarta Teoria Politica, Marotta commentava: L’introduzione dell’editore a cura di Luca Siniscalco, invoglia a comprendere l’ispirazione ermeneutica di Dugin, i suoi studi antropologici, sociologici, filosofici, dell’economia, della geopolitica, delle civiltà e dei tempi in cui viviamo. Anche se non ci convince pienamente…

LUCA SINISCALCO

"Il liberalismo classico si converte nel postliberalismo, celebrato dall’avvento della “fine della storia” (Francis Fukuyama) nella liquidità della global market society, dove i conflitti sono ridotti al minimo. Un sogno di oblio e di alienazione della propria coscienza. Un sogno che la rinascita di conflitti culturali e religiosi, di cui profeta inattualissimo e inascoltato fu Samuel P. Huntington, ha spezzato. Eppure il postmodernismo, quale ideologia dell’Occidente, permane. Si manifesta, secondo Dugin, in una serie di principi, teorici e pratici: il rifiuto della ragione (Deleuze e Guattari); la rinuncia all’idea moderna dell’uomo come misura di tutte le cose (“la morte dell’uomo”); il superamento di ogni tabù sessuale e dello stesso concetto di perversione; la rinuncia a ogni identità, in una post-antropologia del “rizoma” (Deleuze); la distruzione di ogni ordine e gerarchia sociale in favore di un’anarchia controllata dai flussi di capitale.

Questi elementi, cui Dugin guarda con radicale criticismo, offrono d’altra parte, mediante lo smascheramento del modernismo, oasi, in senso jüngeriano, da cui ripartire in direzione di un paradigma alternativo. La connivenza fra le forze della sinistra “anticonformista” e il sistema postliberale è evidente: «La Quarta Teoria Politica – scrive Dugin prospettando un modello politico e culturale alternativo – deve estrarre la propria “ispirazione oscura” dalla postmodernità, dalla liquidazione del programma dell’illuminismo e dall’avvento della società dei simulacra, interpretando questo processo come un incentivo alla battaglia, piuttosto che come un destino" conclude Luca Siniscalco.

Ormai i G7 sono vacui, inutili

Come è andato il debutto di Conte al G7

In Canada il premier dice sì al rientro di Putin nel gruppo dei Grandi, non esclude il no alle sanzioni alla Russia e cerca di mediare sui dazi. Per il professore una lunga serie di incontri bilaterali

08 giugno 2018,21:30


Donald Trump litiga con il Canada, discute con la Francia, vuole riaprire le porte del G7 alla Russia (che si dice poco interessata). Giuseppe Conte esordisce facendo la parte del più filotrumpiano tra i capi di governo europei presenti a Charlevoix. Fa la voce grossa con l’Unione Europea sugli immigrati, incassa da lontano gli apprezzamenti dell’ungherese Viktor Orban (che però avverte: noi non ci prenderemo nessun extracomunitario) e sul nodo delle sanzioni alla Russia non esclude di porre il veto, quando si tratterà di confermarle. E sui dazi la posizione del governo sarà “di moderazione”.

Trump

Grande volatilità nelle posizioni dei Sette schierati in Canada per il vertice annuale, come forse non era mai successo. A cercare di sintetizzare, verrebbe da dire che Washington trova nel premier italiano un punto di riferimento in Europa (mentre i rapporti con Parigi sono ai minimi termini), e che l’Italia è disponibile ad aprire alla Russia, ma così facendo rischia di rompere il fronte con il resto dell’Unione Europea. E la cosa, in prospettiva, potrebbe avere delle conseguenze.

Foto: Alexandros Michailidis / SOOC / AFP
Macron (Afp)

“Qui per difendere l’interesse nazionale”

Appena atterrato con il volo di Stato, il premier scrive su Instagram: "Arrivato in Canada. Anche qui per portare gli interessi degli italiani". Il programma della giornata prevede una lunga serie di incontri bilaterali, che rappresenteranno il vero e proprio debutto del premier sulla scena internazionale. Prima il presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, quindi Jean Claude Juncker, presidente della Commissione Europea. Di seguito il premier canadese Justin Trudeau e la partecipazione alla riunione dei leader europei chiesta da Emmanuel Macron. Nelle ore successivo, dopo l'inizio ufficiale del G7, l'incontro con Angela Merkel e l'inizio della seconda sessione di lavoro. Infine la bilaterale con Macron.

Afp
Giuseppe Conte

Orban plaude, ma gli immigrati che si trovano in Italia non li vuole in Ungheria

"Le cose procedono secondo i miei gusti, nella politica europea sono apparsi protagonisti duri", fa sapere da Budapest il primo ministro ungherese Viktor Orban, "Gli italiani hanno detto che vogliono fermare l'immigrazione”. Poi però ribadisce che l'Ungheria non accetterà rifugiati di altri Paesi comunitari. "Qui non invieranno nessuno", ha assicurato riferendosi alla proposta del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, secondo la quale i rifugiati che restano in Italia devono essere ripartiti tra i Paesi comunitari.

Afp
Orban (afp)

Trump rivuole la Russia, Conte gli dà ragione

Donald Trump, nel frattempo, lancia un doppio fuoco d’artificio. Prima annuncia la partenza anticipata dal Canada, uno sgarbo diplomatico agli altri sei paesi del vertice. Quindi chiede che rientri nel gruppo, dopo quattro anni di panchina forzata, la Russia messa da parte per via dell’annessione della Crimea. Conte gli dà ragione su Twitter, scrivendo di "essere d'accordo con il presidente Trump: la Russia dovrebbe rientrare nel G8. È nell'interesse di tutti. Una spaccatura che poi viene ricomposta dall'Eliseo, secondo il quale c'è una "posizione unanime" dell'Europa contro il ritorno al formato del G8.

Vladimir Putin (afp)

Con l’Ue un disaccordo strisciante

Duplice faccia a faccia con i vertici dell’Unione Europea. "Un colloquio positivo con il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte. Abbiamo parlato di G7, unione monetaria, migranti e Russia. Ci incontreremo di nuovo a Roma entro giugno", fa sapere il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, dopo primo colloquio. Da parte italiana si sottolinea la "centralità dell'Italia e dei suoi interessi, sia per quello che riguarda le sanzioni alla Russia, i dazi e i migranti, quindi il regolamento di Dublino". Ribatte Tusk: "Sono convinto che i paesi europei del G7 avranno la stessa posizione, magari non nei dettagli, ma sulla linea generale".

GEOFF ROBINS / AFP 

G7 - Jean-Claude Juncker - Giuseppe Conte (Afp) 

Segue il colloquio con Juncker, ed alla fine il premier confida: "Al presidente Donald Tusk e al presidente Juncker ho chiaramente espresso una posizione di totale insoddisfazione dell'Italia per le proposte che riteniamo assolutamente insoddisfacenti" in materia di migranti. "L'Italia è stata lasciata da sola e questo è inaccettabile. Vogliamo una Europa più forte ma anche più solidale", aggiunge.

“Siamo nella Nato, ma sulle sanzioni alla Russia vedremo”

"Per quanto riguarda la Russia noi siamo collocati confortevolmente nella NATO. Siamo attenti che le sanzioni non impattino sulla società russa”, prosegue Conte. Alla domanda se l'Italia porrà il veto sulle sanzioni, spiega: "L'Italia valuterà le posizioni che emergeranno. Nel confronto con altri partner valuteremo ma c'è apertura al dialogo che non significa stravolgere un percorso iniziato con i trattati di Minsk”.

La consueta 'foto di famiglia'

“Sui dazi cerchiamo di capire”

L’argomento più forte dello scontro interno al G7 vede un’Italia attendista. "Sui dazi commerciali c'è molta conflittualità e noi siamo qui per valutare le varie posizioni:sicuramente come è nelle nostre corde saremo portatori di una posizione moderata cercando di aprire le motivazioni e ci comporteremo di conseguenza”, dice Conte.

Nel frattempo salta l’incontro bilaterale tra Trump ed Emmanuel Macron. Juncker esclude un accordo degli europei sulla riammissione della Russia al G7, e la stessa Russia fa sapere: “Siamo interessati ad altre forme di cooperazione”.

Mauro Bottarelli - mettere l'Italia in sicurezza, cominciamo a pagare le aziende che vantano crediti dallo Stato con i minibot

SPY FINANZA/ Qualcuno vuole consegnarci alla Troika

Qualcuno potrebbe essere interessato a indurre l'Italia a una ristrutturazione anche parziale del proprio debito pubblico, aprendo di fatto la strada alla Troika. MAURO BOTTARELLI

09 GIUGNO 2018 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

Borsa giù. Spread sopra quota 270. Addirittura, il Corriere della Sera che lancia l'allarme: sul titolo di Stato a 9 mesi, il debito greco è ritenuto più solido del nostro, visti i rendimenti registrati giovedì in chiusura di contrattazioni. Cazzate. Scusate il termine ma ci vuole: un'idiozia simile solo il quotidiano della borghesia illuminata (e parecchio scornata dal risultato elettorale del 4 marzo) poteva scriverlo, perché solo un idiota può fidarsi più del debito di Atene che del nostro. Non fosse altro che per una ragione: la Grecia è pressoché fallita tre volte, con somma gioia della speculazione e dei presunti creditori e ha combinato un mezzo disastro nell'eurozona. Stante solo le detenzioni di debito italiano delle banche francesi, belghe, tedesche e spagnole, se succedesse anche soltanto un minimo evento di credito nei confronti di Roma, le conseguenze sarebbe ingestibili. Certo, a meno che prima di quell'atto, chi di dovere non fosse così intelligente da scaricare ciò che ha: ma lo farà, con la Bce front-run sia sugli acquisti che sulle vendite, in questo secondo caso in modalità scaccia-speculazione? 

Perché la questione è sempre la stessa: tutto dipende da cosa decideranno Fed e Bce nei rispettivi meeting la prossima settimana, il resto sono solo chiacchiere buone per i salotti di via Solferino. Pensate a una cosa: per preservare una moneta, si tende a legarla a un asset dal valore riconosciuto universalmente e a prova di crisi, vedi l'oro. Un debito, invece, a cosa lo leghi? Alla ricchezza, agli assets del Paese che quel debito deve non solo gestirlo ma, soprattutto, onorarlo. E l'Italia può contare su qualcosa come circa 3500 miliardi di ricchezza privata: direi che è un'assicurazione sulla vita non male, un qualcosa che dovrebbe far riflettere chiunque abbia cattive intenzioni nei nostri confronti. Ma ci sono altre criticità, quelle vere. Quelle che la stampa da sempre a braccetto con la finanza e le banche che siedono nei Cda, come ad esempio il Corriere, non può dirvi. Ovvero che quella ricchezza può essere contemporaneamente assicurazione sulla vita ma anche liability di un Paese come il nostro, dai fondamentali macro tutt'altro che solidi e dalla solidità politica pari a un wafer: qualcuno, infatti, potrebbe volerla cannibalizzare quella ricchezza. O, peggio, colonizzarla. 

Cosa vi ho detto per mesi, quando vi rendicontavo riguardo la strana fretta della Bundesbank di rimpatriare il suo oro fisico stoccato all'estero? Che qualcosa di grosso era in gestazione. O in arrivo, magari come shock esterno. Ed eccoci all'oggi, un tutti contro tutti globale che si sta sostanziando in queste ore nel fallimento annunciato del G7 canadese e nel gioco delle parti in atto: notate come Donald Trump abbia aperto al ritorno della Russia nel simposio dei grandi, decisione subito spalleggiata dall'Italia, ma come Mosca, contemporaneamente, abbia risposto con freddezza, parlando di "altre prospettive"? È un'enorme partita a scacchi, intervallata da una di poker: Washington punta su Roma per spaccare l'Ue, Mosca su Berlino per tenerla insieme. In mezzo, la Francia doppiogiochista del ventriloquo Macron come battitore (semi)libero. E, guarda caso, Donald Trump con supremo sprezzo dei suoi partner lascerà il G7 a metà dei lavori, per raggiungere Singapore dove martedì incontrerà il leader coreano Kim Jong-un. 

Ovviamente, quei geni dei nostri media cos'hanno sottolineato? Se ne va prima che si parli di clima. Come se agli Usa fregasse qualcosa al riguardo. La questione è altra: se ne va perché ormai ha deciso di snobbare tutti e dare lui le carte, ma lo fa anche per dar vita, in maniera credibile, all'appuntamento talmente caricato di significati da oscurare la riunione della Fed. La quale, se per caso deciderà davvero di proseguire con la politica di rialzo dei tassi, invierà un segnale devastante ai mercati emergenti, già oggi in affanno per il finanziamento a caro prezzo dei loro debito pubblici/privati in dollari, vedi l'Argentina che si è consegnata mani e piedi a vita al Fmi, dopo aver accettato il prestito-record da 50 miliardi di dollari. Viviamo in un mondo che è un detonatore, ogni dove ci si gira, c'è un bottone pronto a far saltare tutto, se schiacciato nel momento sbagliato. Pensate alla Bce e al cosiddetto taper sul programma di stimolo. Nei giorni scorsi, almeno quattro membri del board hanno fatto capire che gli acquisti cesseranno come da accordi a fine settembre e, addirittura, qualcuno ha azzardato un primo aumento dei tassi entro metà 2019. Insomma, dalla riunione di Riga di giovedì, tutti di attendono un Mario Draghi che confermi le sue decisioni. 

Ma come reagirà il mercato (capitalismo), se fossimo davvero davanti a una partita di giro, a una recita a soggetto? Molto, quasi tutto, dipende paradossalmente dall'incontro fra Donald Trump e Kim Jong-un: se si tradurrà in un fallimento e lo spauracchio nucleare nordcoreano tornerà sul tavolo più forte e spaventoso di prima, non sarebbe una fortuna per chi ha necessità di un alibi "esterno" per proseguire con la cautela rispetto al ritiro degli stimoli? Magari con un compromesso: invece che il 30 settembre, si continuerà a comprare fino a fine anno, passando però da 30 miliardi di controvalore a 20. O, magari, a 15. Ma, almeno, si compra. Poco, molto meno, ma la formale difesa dello scudo Bce resterà, fino all'ultimo Bund disponibile all'acquisto, quantomeno. E poi, pensateci. Io capisco essere giornalisti attenti e scrupolosi, ma un titolo come quello del Corriere di ieri per un sorpasso frazionale del rendimento fra Bot a 9 mesi italiano sul pari durata greco, appare quantomeno tirato, se diamo un'occhiata alle criticità reali: insomma, siamo nell'ottica della trave e della pagliuzza. 

A meno che non serva cominciare a spargere un po' di paura da troika nell'opinione pubblica e vendere la Grecia come risanata e il suo debito come un'occasione: forse, per il semplice fatto che la Bce potrebbe aver bisogno di ampliare la platea dei bond eligibili all'acquisto per allungare i tempi del Qe e fosse per questo pronta a rompere un nuovo tabù, dopo gli acquisti di debito corporate. Inserire cioè anche il debito greco fra quelli che godono dello schermo dell'Eurotower, solo per i pochi mesi che ci dividono dalla fine (solo formale) del Qe. 

Il problema, di fatto, sta tutto lì: le scelte delle Banche centrali, essendo esse gli unici soggetti attivi realmente sul mercato. In primis, relativamente al nostro debito, di cui la Bce è pressoché unico acquirente netto, alla faccia dell'attenzione spasmodica sullo spread. Il timore reale, a Francoforte, è solo uno e in questo caso l'attenzione prestata dal Corriere al riguardo, nel medesimo articolo, è tanto politicamente strumentale quanto giustissima nel merito: 38 miliardi hanno lasciato l'Italia nel mese di maggio, stando a quanto si evince dal bilancio di Target2. Soldi volati altrove per timore di instabilità politica, di patrimoniale, di rischio sul debito, di arrivo della Troika. Soprattutto, di controlli sul capitale, stile Cipro. E quest'ultima è una spirale autoalimentante che sta preoccupando molto la Bce: ovvero, l'idea che nei cittadini italiani, gli stessi "proprietari" di quei 3.500 miliardi di ricchezza privata che garantisce il nostro debito, de facto, possano aver paura di colpo per i propri risparmi e decidano di seguire l'esempio dei titolari di quei 38 miliardi, mettendosi in fila per ritirare - anche solo in parte - i propri averi. 

Disinvestendo Bot e Btp, cercando di smobilitare polizze assicurative anche pagando una penale, ma tutelando il grosso dell'investimento e del capitale, correndo alle Poste a chiedere lumi, visto che Cassa depositi e prestiti è sempre più soggetto attivo delle attenzioni di governo e venticelli romani dicono che la volontà reale dell'esecutivo sia quella di trasformarla in vera e propria banca. Con obblighi, anche di vigilanza e di attivi, che vengono da sé. Signori, occorre dirci la verità, il Paese è su un crinale e non relativo al suo default, ma al suo futuro economico, prima che politico, questo sì. Il rischio è la Troika, ovvero il fatto che qualcuno sia tentato di indurci a una ristrutturazione anche parziale del nostro debito, sfruttando i buchi nell'ormai meno impenetrabile scudo della Bce e delle tensioni palpabili a ogni livello, non solo sui mercati ma anche nei consessi internazionali. Basterebbe avere aiuto, anche solo parzialmente e per un limitato ammontare finalizzato a una destinazione d'uso precisa, dal fondo di garanzia Esm: a quel punto, l'arrivo della Troika, lo stesso stranamente paventato da Mario Monti durante il suo intervento nel dibattito al Senato prima del voto di fiducia al governo Conte, sarebbe automatico. Statutario. Non ce la leverebbe di torno nemmeno il Padre Eterno. 

E qualcuno interessato a questo epilogo, c'è. Molto potente. Sia in ambito Ue che altrove. Oltreoceano precisamente. Non a caso, da qualche settimana Washington ci coccola un po' troppo, vedi la sviolinata filo-linea italiana sulla Russia tenuta da Trump al G7, non a caso spiazzante per Mosca. Siamo a un nuovo 1992, questa volta però con paradossalmente molte più debolezze e molte più quinte colonne del nemico nei posti apicali del sistema Italia. Politicamente, economicamente e finanziariamente. Chi detiene il nostro debito, chiedetevi questo. E chiedetevi quale sia il suo passaporto, di quale reale nazionalità. E chi avrebbe interesse a spolpare l'asset più goloso di questo nostro splendido ma disgraziato Paese, ovvero il sistema bancario che controlla tutto, politica in primis. Cosa vi ho detto la settimana scorsa, rispetto alle parole di Gunther Oettinger, il commissario Ue al Bilancio, quello che ci ha minacciato, dicendoci che saranno i mercati a insegnarci come votare bene? Che non dovevamo avere paura di questa idiozia strumentale, ma di quanto detto, a freddo, due giorni prima: «In caso di nuova crisi nell'eurozona, l'Italia è troppo grande per essere salvata dal fondo Esm». È vero, ma non serve salvarla, basta salvarne un pezzetto. Quello sostanziale, ovvero i suoi assets strategici e profittevoli. Per l'Europa delle élites finanziarie, il resto del Paese può poi tranquillamente andare in malora. 

Attenzione all'estate, il rischio di abbassare la guardia potrebbe essere mortale. Vi pare un caso che moltissime banche del Canton Ticino abbiano revocato le ferie a gran parte del personale per troppo lavoro, presente e atteso nell'immediato futuro? Tenete d'occhio come me il bilancio di Target2 e le conseguenti fughe di capitali dal Paese: sarà l'orologio che scandirà i tempi che ci dividono dal redde rationem. E, magicamente, tutte le tessere combaceranno. Vedrete, fidatevi di me.

Pierluigi Fagan - Decadentismo occidentale




Recensione del libro di K. Mahbubani “Has the West Lost it? A provocation.” Penguin, London, 2018.


Kishore Mahbubani, nato a Singapore ma di origine indiana, laureato in filosofia, è stato funzionario del Ministero degli Esteri, poi diplomatico rappresentante il suo paese all’ONU per 10 anni e per due addirittura presidente del Consiglio di Sicurezza. Professore di politica a Singapore ma anche membro del Centro per gli affari internazionali di Harvard e del Consiglio di Amministrazione della Bocconi. Accanto a questa rilevante carriera, ha sviluppato un pari percorso di pensatore di rilievo geopolitico e culturale, ospitato nel tempo da Foreign Affairs e Foreign Policy, American Interest e Time, Newsweek e Financial Times, ripetutamente premiato come uno degli intellettuali più influenti del mondo e conosciuto nel dibattito pubblico per un libro -The Great Convergence- che si potrebbe dire il seguito del ben famoso -La Grande Divergenza- di Kenneth Pomeranz[1].

Ci siamo soffermati su i suoi aspetti biografici, primo per familiarizzare con quello che è uno dei più rilevanti pensatori asiatici (politico, geopolitico, naturalmente ben formato su gli aspetti economico-finanziari ma di origine “culturale” data la sua laurea in filosofia ma anche successivi approfondimenti in psicologia che gli danno una certa lucidità nel trattare le “mentalità”), secondo perché pur appartenendo alla élite mondiali lo fa ribadendo il suo specifico d’origine e le caratteristiche ed interessi specifici del quadrante asiatico (che vede imperniato sulla triplice Cina, India, Indonesia con ovviamente Singapore come perno), terzo perché risulterà interessante mettere cotanta sostanza da peso massimo del primo girone intellettuale del mondialismo (non nella versione One World global-liberal-anglosassone ma in quella più oggettiva della stretta interdipendenza e convivenza di tanti mondi su un unico pianeta) in rapporto alla tesi che andremo a riassumere. Se non si conoscesse la sua bio, leggendo il libricino di cui a questa recensione, Mahbubani potrebbe esser scambiato per uno scalmanato anti-imperialista ipercritico dell’hybris americana e del relativo servilismo europeo. E’ cioè interessante notare che il suo punto di vista non ha base in una ideologia ma nell’ interesse del suo paese e della sua area geo-storica di riferimento. Non è una coscienza infelice occidentale marxista o anti-colonialista che usa gli Altri per criticare il potere dominante del proprio sistema, è la voce autonoma ed indipendente che ci parla come Altro in prima persona. Altresì, Mahbubani risulta un po’ più spesso e problematico del suo conterraneo Parag Khanna di cui ci siamo più volte


occupati, lì dove la formazione filosofica si fa sentire dando profondità all’altrimenti stucchevole global-entusiasmo del più giovane geopolitico delle reti della città –Stato che abbiamo in precedenza recensito qui.

Il titolo dell’agile “Has the West Lost it? A provocation.”ha l’aggiunta di “A provocation” che si spiega col fatto che il singaporiano, pur sempre membro delle élite mondiali, ha amici stimati e benvoluti in Occidente, ma almeno dove non specifica diversamente, “Occidente” s’intende United States of America. Poiché Joseph Nye jr gli ha dedicato questa recensione un po’ piccata, per molti versi, si potrebbe intendere il pamphlet come una risposta al precedente “Fine del secolo americano?” (il Mulino 2016) a cui l’americano già inventore del “soft power” (inventore di seconda mano, l’inventore primo fu Gramsci col concetto di egemonia), rispondeva con un “No” tanto stentoreo, quanto problematico da sostenere. La sua, quindi è una perorazione senza reticenze, ma affettuosa.

La tesi è preso detta: con la fine dello scorso secolo e l’inizio del ventunesimo secolo, l’ era del dominio occidentale ha iniziato la sua inesorabile china calante. Non è affatto detto che la per altro certa previsione di una futura leadership nei volumi complessivi di ricchezza da parte di Cina ed India, corrisponderà a pari leadership geopolitica. L’Autore censura -giustamente- l’applicazione meccanica di vecchie impostazioni, un mondo a 10 miliardi sarà multipolare che ci piaccia o meno, trattasi di semplice principio di auto-organizzazione di aggregati molto complessi, non potrà esser altrimenti, anche volendolo. Se però, l’Occidente non accetta il verdetto storico che è frutto di semplici dinamiche che poi spiegheremo, se l’Occidente avendo martelli continuerà a pensare che ogni problema è un chiodo, il futuro del pianeta è a rischio per tutti. Questa letterina-preghiera da civiltà (orientale) a civiltà (occidentale), avvisa che la gloriosa storia della civiltà occidentale, faro pur nella sua contraddittorietà di emancipazione dalla fame, dal disagio, dalle malattie e dall’ignoranza, in assenza di adattamento al mondo nuovo, chiuderà la sua altrimenti gloriosa parabola scrivendo su i libri di storia un finale di triste e clamoroso, definitivo fallimento.

Le ultime righe dell’ultima pagina del volumetto, consigliano invece di riprender in mano il pensiero del genio politico occidentale, Niccolò Machiavelli[2]. Ed è proprio del fiorentino l’esergo che apre il libro, vale la pena riportarlo per intero anche perché ha puntuali risonanze con ciò che sta succedendo qui in Italia:

… non c’è niente di più difficile da padroneggiare,

più pericoloso da condurre, o più incerto nel suo successo,

che il prender la leadership all’introduzione di un nuovo ordine delle cose.[3]

Il “nuovo ordine delle cose” che noi da tempo chiamiamo -mondo nuovo denso e complesso- o anche “Era della Complessità”, è dato con solida evidenza da fatti incontrovertibili. Il punto d’attenzione è fissato proprio su oggi, su quella condizioni iniziali che in complessità portano alla “path dpendence”, alla dipendenza dal percorso. La dipendenza dal percorso spiega “come l’insieme delle decisioni che si prendono per ogni data circostanza è limitato

 

dalle decisioni prese nel passato o dagli eventi che si sono verificati, anche se le circostanze passate potrebbero non essere più presenti e rilevanti”. Ciò porta a ritenere decisive le prime decisioni che si prendono, le famose “condizioni iniziali”.

Un argomento classico dell’analisi geopolitica recente è riassunta nel format “West vs the Rest”, impostazione decisamente occidental-centrata (pensate un attimo di vivere in quello che altri chiamano “the Rest”), sulla quale il singaporiano si è già più volte espresso ma specificatamente nel “The Great Convergence: Asia, the West, and the Logic f One World” (PublicAffairs 2014). In accordo con le evidenze del famoso lavoro di Pomeranz, la percentuale di Pil occidentale subisce una repentina dilatazione schiacciando il resto del mondo, a partire dalla rivoluzione industriale del 1850-70 ma dal crollo del Muro di Berlino, inizia il movimento contrario. Se nel 1995, il Pil aggregato dei G7 era il doppio degli E7 (Cina, India, Indonesia, Brasile, Messico, Russia, Turchia), oggi è pari e tra trenta anni sarà la metà. Il Pil americano sul mondo era il 50% nel dopoguerra, è la metà oggi, è destinato a contrarsi vistosamente nei prossimi trenta anni e peggio andrà all’Europa. Nel 2050, saranno solo tre le economia occidentali top10 per Pil PPP: gli USA, la Germania e l’UK (forse) rispettivamente però solo al 3°, 9° e 10° posto, l’Italia è stimata 22a.

Il “sentimento del mondo” si sta divaricando nettamente. La psicologia occidentale assume toni impauriti da fine-medioevo, una “fine di mondo” che altro non è che la fine di “un” mondo, di un’epoca. Il resto del mondo non è mai stato meglio, invece. Complessivamente è crollato il numero di guerre, di morti, la povertà e l’estrema povertà. E’ aumentata vistosamente la scolarità, la vita media e l’aspettativa di vita, ed altrettanto vistosamente diminuiti il lavoro infantile, le morti premature, emerge prepotente una voluminosa e stabilizzante classe media. Sono tutte linee di tendenza già ampiamente note ai pochi che si occupano dell’oggetto macro: il mondo. Sono le linee che disegnano il famoso elefante di Branko Milanovic in cui l’Occidente declina in favore del’Oriente ma all’interno del primo una ristrettissima percentuale di popolazione stranamente aumenta incredibilmente la propri ricchezza in sfavore della stragrande maggioranza della popolazione ricacciata sempre più giù nella scala sociale. Se nel ’65, un AD americano guadagnava venti volte di più del lavoratore medio, oggi siamo all’incredibile trecento volte di più. Vien detta “creazione di valore”, premio per aver mantenuto la promessa fondamentale del mercato finanziario che si è sostituito a quello delle merci e del lavoro/salario: la crescita costante del valore. L’ingente massa di capitale creato dal nulla da dopo il Nixon shock del 1971,

 

cerca vorace la sua riproduzione o finanziando la crescita orientale o lucrando sulla compressione dei costi produttivi in occidente. I CEO sono gli agenti speciali in nome e per conto di questo capitale liquido esuberante e come tali ne ricevono le prebende a compito svolto.

Per la parte asiatica, tutto ciò si è prodotto a cominciare dal risveglio cinese di fine anni ’70 con l’uomo che più di ogni altro esemplifica la plasticità di questo turning point. Deng Xiaoping. Questo è il campione della rinascita orientale mentre Steve Job è il campione occidentale, nell’asimmetria evidente dello spessore storico dei due, l’evidenza del perché della nuova grande convergenza e chissà, forse futura nuova divergenza invertita. Tre rivoluzioni -politica, psicologico-culturale e di governance-, hanno acceso la miccia del nuovo secolo che non sarà cinese ma senz’altro orientale. Null’altro che il contagio del modello occidentale di tecnica, scienza, ragione, realismo materialista, trasferito ed adattato, non semplicemente passivamente copiato, alle potenzialità orientali con a base una demografia davvero voluminosa. Ed ora, anche Africa e Sud America, sono pronte a


loro volta a prender quello che ormai è un modello ibrido occidental-orientale ed a loro volta replicarlo con relativo adattamento alle condizioni locali.

Nel mentre si produceva questa svolta storica, l’Occidente si paralizzava in una overdose di hybris auto-compiacente per la fine della guerra fredda e collasso del grande nemico comunista. Ormai è un classico per chi si occupa di queste cose, lo sbeffeggiamento dell’incauto storico americano Francis Fukuyama e la sua profezia delirante di “fine della storia”. Lo è in sé, ma ci si torna sempre volentieri perché nella sua distanza tra fatti ed idee, denota l’ampiezza dello scartamento di mentalità occidentale da allora sempre più narrativamente fuori sync con la realtà. L’imbocco di quel delirio schizofrenico che ha poi portato all’inflazione attuale di bugie, distorsioni, fake news, previsioni sistematicamente fallaci, stupefazioni disarmate ma poco educanti (Brexit, Trump) e soprattutto falsissime narrazioni che chiamerebbero a gran voce uno psicologo delle civiltà a cui spedire preoccupati il paziente deragliato ormai nel suo universo parallelo di negazione e rimozione.

L’imbambolamento occidentale dura poco, arriva l’ 11 settembre, ma meno notata, anche l’entrata della Cina nel WTO. Ed ecco che allo schiaffo della storia irritata dal prematuro annuncio di morte, gli americani reagiscono mostrando la loro ormai irrecuperabile patologia. Prima l’insensata umiliazione dei russi che pure si erano consegnati speranzosi al nemico per essere reintegrati in una nuova forma di civilizzazione pacificata, il proditorio allargamento della NATO, poi la agghiacciante sequenza: Afghanistan, Iraq, Libia, primavere colorate evidentemente etero-dirette (Yugoslavia, Georgia, Kyrgyzstan, Tunisia, Egitto), Ucraina, Pakistan, Sudan, Siria, Yemen ed oggi l’annunciata ennesima puntata dell’Iran. Accanto, l’emarginazione dei realisti di Washington ormai tutti molto anziani e l’ascesa dei stupefacenti idealisti-liberali che discettano di esportazione della democrazia alleandosi con l’Arabia Saudita, giocherellando col Pakistan, usando nazisti e odi etnici, tollerando oltre l’immaginabile o magari armeggiando attivamente con l’ascesa dell’ISIS. Conflitti che innescano potenti migrazioni che poi si beccano i pazienti del gerontocomio europeo a cui si dedicano anche vari attentati metropolitani che accendono assurde discussioni su quel mondo che intanto giunge a 1.600.000.000 membri: l’islam. Di pari passo, incredibili sgarbi alle Nazioni Unite che l’ambasciatore diplomatico, racconta trasecolando. Il tutto, tra l’altro, calpestando le tombe di Sun Tzu, Machiavelli, von Clasewitz, Carr e Morgenthau in una clamorosa

 

infilata di oscenità strategiche, umiliando la regola aurea dell’etica planetaria del principio di reciprocità, avendo pure l’ardire di dettar lezioni con professorale aria di condiscendenza e da ultimo stracciando ogni minimo accordo multilaterale poiché il “sovrano del mondo” è irritato dalle pretese della plebaglia. Davvero un quadro preoccupante della psicopatologia dell’occidente quotidiano a cui noi dovremmo aggiungere i tratti sociologici della post-modernità e del neo-ordo-liberismo farneticante, che viviamo sulla nostra pelle.

Tutte cose ad alcuni di noi ben note ma fa effetto sentirle dire da un diplomatico singaporiano perché così come sono chiare a lui, sono chiare nella mentalità media degli abitanti del famoso “the Rest”, quelli che vivono fuori della bolla occidentale nella quale noi cerchiamo di resistere, piccolissima minoranza di cassandre incredule e come sempre accade alla cassandre, derise ed emarginate laddove non si partecipa festanti a celebrare i vari vestiti nuovi dell’imperatore in realtà sempre più nudo e sempre più pazzo. Si tenga conto di un effetto poco considerato: la reputazione. Nella nuova comunità mondiale, la reputazione dell’Occidente è ai minimi, la funzione di guida persa irrimediabilmente, 


siamo come quei vecchi nonni di cui un po’ ti vergogni perché fanno cose di cui non si rendono conto nell’imbarazzo generale.

Una patologia ormai contagiante anche i cani da guardia intellettuali ed informativi che la narrativa occidentale voleva contro-poteri in realtà embedded ormai al destino manicomiale del sistema: New York Times, Financial Times, Wall Street Journal, the Economist, BBC, CNN e molti opinion leader. Tutti coinvolti in quel “tradimento dei chierici” che depongono la terzietà critica per partecipare alla costruzione dell’enorme bolla di false percezioni ed aperte negazioni in cui intrappolare i popoli occidentali. E dire che PWC, Deloitte, JPMorgan, WEF, Pew, Gallup e molti altri, i dati duri e quelli di percezione, li sfornano regolarmente, così le previsioni a trenta anni, per non parlare dei semplici dati demografici dell’ONU. Niente, nulla di tutto ciò che evidentemente è ben noto su i tavoli delle cancellerie o nei meeting a Davos, diventa opinione pubblica o riflessione di quella ben informata. A noi, danno in pasto, per sbranarci su i social o in tv, concetti sedativi o aporetici come il “populismo”, l’austerity che fa crescere, diritti individuali di secondaria importanza, migrante sì o migrante no. Società aperta o società chiusa, quando il problema oggi è società lunga o corta, stante che è dai tempi di Aristotele che sappiamo che quella più stabile è la società corta.

Ecco allora la nota evidente a cui anche noi spesso ci appelliamo: come fanno gli europei a consentire una gestione così dissennata del patrimonio di civiltà che pur noi abbiamo fondato e portato a sviluppo? Come facciamo a non notare che i deliri Medio orientali, il saccheggio dell’Africa, l’ostracismo ai russi ed ai cinesi con cui condividiamo lo stesso blocco continentale (i “vicini” del condominio planetario), sono tutti attacchi sistematici alle nostre stesse condizioni di possibilità? Cosa faremo nel 2100 quando saremo un decimo della popolazione dell’Africa che avrà una età media di 16 anni mentre noi ci tireremo su le palpebre dal chirurgo tentando di insaccarci nei jeans con mani tremanti per il parkinson,

 

per sempre giovani davanti ad uno specchio di Dorian Grey che nel frattempo è andato in frantumi come quello dell’Uomo Nero di Esenin, lasciandoci soli, tristi ed in realtà terrorizzati?

Chiudiamo qui questo riassunto, come ogni riassunto pur sempre arbitrario, delle tesi del signor Mahbubani. Molti altri temi egli tocca e sicuramente con prosa e postura più posata e da buon diplomatico, meno indignata della mia. Altresì, egli, dal suo punto di vista, dà consiglio di concentrare una cura per questo deragliamento chissà se recuperabile, argomentando la sua ricetta fatta di minimalismo e cautela, realismo, multilaterialismo e Machiavelli riletto dal vero e non assunto dalle cattive rimasticazioni che ne hanno fatto i liberali anglosassoni che è un po’ come far recensire la Bibbia ad un ateo. Ad ognuno il suo, a lui il compito di dirci cosa pensa “the Rest” del nostro “West”, ricordarci i duri dati di realtà, come rimetterci in sesto nel mondo nuovo, denso e complesso, tocca a noi.

= = =

Poco lo spazio qui per dar corso alle tante riflessioni che questo tema ci stimola. Diamole come menù per prossime riprese.
Sebbene molti di noi siano critici militanti degli assetti occidentali, quelli interni come


quelli esterni, forse non è ancora ben chiaro anche a noi, cosa sta succedendo. Da sempre critici acuminati del cosiddetto “capitalismo”, in parte gioiamo sotto i baffi per la evidente disgregazione del sistema, dall’altra rimuoviamo il fatto che noi siamo nel sistema che si sta disgregando. E’ un collasso di civiltà quello che si sta producendo e vincere la battaglia dei giudizi che noi ed i nostri avi già demmo nei tempi passati, non ci salva dal naufragio del Titanic in cui siamo imbarcati. Né è tempo per regolare i conti interni ora che sono quelli esterni a dettar i ritmi della catastrofe.
Giungiamo all’appuntamento con al potere una ridicola élite di falliti storici, ma anche con uno sbilancio tra l’ipertrofia del pensiero critico e una ipotrofia di quello costruttivo e progettuale. Pensavamo erroneamente che una qualche antitesi avrebbe lasciato libero il magico processo del divenire di giungere al superamento, ma ci siamo convinti di una regoletta che suona bene dati certi presupposti logico-idealistici ma non


corrisponde affatto a quelli realistici.
Quanto ad idealismo e mancanza di realismo, il liberalismo delirante ha il suo degno simmetrico inverso nella mentalità critica più importante qui da noi: il marxismo. Da qui, lo smarrimento della cosiddetta sinistra che non sapendo più cosa pensare, certo non può neanche sapere cosa fare.
Il “capitalismo” è un termine che cosifica un modo economico, ma il nostro problema è come uscire da una fase della civiltà centrata su i modi economici, non star lì ad inventare in provetta ipotetici nuovi modi economici, quelli verranno dopo, quando avremo iniziato la trasformazione di molte altre variabili del nostro modo di stare al mondo. Le gerarchie sociali non le ha inventate il capitalismo, sono nate ottomila anni fa con la nascita delle prime società complesse. Forse dovremmo tornar daccapo a studiare cos’è la “democrazia”, non quel fake che gira dalle nostre parti millantando nome che non gli è proprio.
Dobbiamo concentrarci su questo cambio di paradigma politico perché il nostro modo economico, qui, non funziona più, non perché è pervertito dalle élite o perché è hayekiano e non keynesiano. Funziona e funzionerà per decenni nel resto del mondo, lì dove Muhbabani da ragazzino sognava come massimo raggiungimento di poter consultare l’Enciclopedia britannica che oggi tutti hanno a portata di click. Loro


debbono portare gente dalla campagna in città, fare case, ponti, strade, porti, darsi una automobilina a testa, portare i pasti da uno a due, innamorarsi delle mode e dei simboli. Noi abbiamo esaurito questa fase. Limiti di raggiunta soddisfazione dei bisogni per quanto mal distribuita, limiti di materie prime e risorse, limiti ambientali, limiti geopolitici, limiti ai frutti della tanto decantata innovazione che mi ha portato a tirar già tutti i santi dal momento che non ho potuto avere questo libricino nel confortante cartaceo ma ho dovuto armeggiate col mio i-pad che taglia le tabelle nel formato e-pub e ti fa diventare idrofobo quando devi andare avanti e dietro nelle pagine o aprire improbabili notes per scrivere un appunto. Ci stiamo prendendo in giro. L’innovazione elettrica, chimica, meccanica, medica e produttiva dei primi Novecento e quella minore ma pur sempre importante del dopoguerra (si pensi solo a cosa ha innescato a cascata l’invenzione del frigorifero come notava giustamente Tony Judt), non tornerà più. La nuova rivoluzione digitale e informatica una cosa sappiamo per certo produrrà e cosa sta già producendo, il taglio secco della domanda di lavoro umano. Il nostro modo di stare la mondo centrato sul produrre cose ha raggiunto il suo fine, le cose necessarie o utili non sono infinite. Dobbiamo inventarci un nuovo contratto sociale, cosa che si fece a gli inizi di questo periodo storico che sta terminando, per sempre.
Dobbiamo ribellarci prima che alla divisione del lavoro che per certi versi ha una sua naturalità, a quella dei saperi. Noi non sappiamo più leggere il mondo ora che sta diventando complesso, plurale, non riducibile, non determinabile. La “cosa” è una, i nostri saperi la tagliano con sguardo alternativamente economico, finanziario, politico, sociologico, culturale, psicologico, demografico, ambientale, geopolitico, antropologico, linguistico-culturale, storico ma nessuno è più in grado di far le sintesi e senza sintesi la complessità e la cosa stessa ci sfugge. La filosofia dov’è? Quale microscopico nulla che significa niente sta osservando? Se non sappiamo più fare la diagnosi, come facciamo a dar la prognosi?

Questo è solo l’inizio del menù riflessivo e già siamo overbooking. Il mio è un appello appassionato a chi mi legge, a coloro che hanno la fortuna di poter dedicare la vita alle attività mentali, a chi ha coscienza di sé e senso di responsabilità se non per gli “estranei con cui viviamo”, almeno per i propri figli. Apriamo una riflessione aperta ed ampia sulla crisi adattiva in cui siamo capitati. Le reazioni che si leggono all’ovviamente

 

contraddittorio inizio della recente transizione italiana non fanno ben sperare. Continuiamo ad insidiare i colpevoli ma prendiamoci anche le responsabilità di reagire. Come diceva il buon Iglesias di Podemos, non lasciamoci la sola magra consolazione di far scrivere dai nostri figli sulla lapide della nostra tomba “Aveva sempre ragione – ma nessuno lo seppe mai”. Ci potrebbe venir negata anche questa se non contribuiamo a salvare le nostre terre dal naufragio occidentale e poi chissà se davvero abbiamo tutta questa ragione che vive nei libri e non lì fuori. Ed attenzione anche solo al pensar di sfruttare la casa che vien giù per edificare finalmente quella ideale che tante volte abbiamo sognato nelle nostre proiezioni fantastiche, semmai davvero possibile e funzionante potrebbero volerci secoli a fare quello che abbiamo in mente ma una cosa è certa, una cosa non abbiamo: il tempo.

L’Occidente siamo anche noi, se non prendiamo noi la leadership del cambiamento cui siamo obbligati e le cui difficoltà così bene tratteggiò il nostro fiorentino, se non selezioniamo le sole contraddizioni principali che già pongono infiniti dubbi sulle possibili soluzioni, finiremo con l’essere storicamente complici del tragico finale che altri si apprestano a scrivere con alterati sgorbi nell’eterno registro della Storia che tante civiltà ha già visto nascere, crescere ed infine morire, in una chiassosa catastrofe o in una lenta agonia in grado di bollire i muscoli di ogni rana.

= = =

[1] K. Pomeranz, La grande divergenza, il Mulino, Bologna, 2012

[2] Machiavelli è il patrono dei realisti, tanto quanto invece il sopracitato Jospeh Nye jr è sacerdote del credo dominante in America, quello ideal-liberale. Abbiamo volutamente tagliato tutte le argomentazioni tipicamente liberali sulla mancanza di democrazia in Asia, un tema che non ha alcun rilievo nella faccenda in quanto non siamo al campionato del giusto, del buono e del bello ma in quello che si disputa condizioni di possibilità in un mondo denso ed affollato dove conta solo la potenza. Le regole le fa il campionato, non noi.

[3] N. Machiavelli, Il Principe, Capitolo VI

Roma - autobus incendiato - ormai è una certezza, chi sono i mandanti?

Autobus Atac in fiamme: fumo nero a Valle Aurelia, è il dodicesimo caso nel 2018

Sul posto i Vigili del Fuoco e la Polizia. Nessuno è rimasto ferito


Lorenzo Nicolini08 giugno 2018 16:19


Incendio sul bus 881
Il video dell'incendio

E' il 12° caso di autobus bruciati nella Capitale nel 2018, con gli ultimi tre in via del Tritone, dell'Infernetto e quello di piazza Venezia hanno aumentano il livello di allarme così la procura di Roma ha deciso di aprire un'inchiesta.

Prima ancora all'Esquilino, poi nella mattinata del 13 aprile in via di Portonaccio. Poi ancora il 6 marzo, in via Prenestina, all'incrocio con via Cocconi, a una vettura della linea 313, che serve le zone di Roma Est. Pochi giorni prima, in pieno giorno, tra Macchia Palocco ed Acilia. I passeggeri della linea 03 avevano appena fatto in tempo a scendere prima che la vettura prendesse fuoco. Nel X Municipio un episodio simile quando le fiamme distrussero un autobus Atac ad Ostia.

In precedenze era stata la volta di Prati, quando un Atac della linea 030 prese parzialmente fuoco mentre era in transito su via Marcantonio Colonna. Ancora un altro mezzo Atac distrutto lo scorso 26 gennaio su viale Palmiro Togliatti, zona Centocelle. Prima era stata la volta del primo flambus dell'anno, con un altro mezzo Atac danneggiato mentre si trovava in piazza di Monte Savello, nella zona del Ghetto all'Isola Tiberina.

http://www.romatoday.it/cronaca/incendio-autobus-atac-piazza-pio-xi.html

Speriamo che Renzi continui a gestire il Pd da portarli tutti con sè nel burone

Pd al tracollo finanziario, addio alla sede del Nazareno

NEWS, POLITICAsabato, 9, giugno, 2018


Un gruppo parlamentare se non dimezzato, pesantemente ridimensionato, con conseguenti minori entrate in contributi al partito. Un crollo verticale degli iscritti, con conseguenti minori entrate dalle tessere. Il Pd è con l’acqua alla gola, e non è una novità, visto che tutti i dipendenti sono stati messi in cig.

La novità è che, secondo quanto riporta Il Corriere della Sera, il Pd si appresterebbe a lasciare la sede di largo del Nazareno, a un passo dal Parlamento. Ereditata dalla Margherita, ha un costo annuo di mezzo milione di euro, che non sarebbe più sostenibile per le casse del Partito. Il trasloco dovrebbe avvenire a settembre e non è ancora nota la sede alternativa.

venerdì 8 giugno 2018

Deutsche Bank a picco


GRAFINOMIX 
Grafinomix: Deutsche Bank, dopo il tracollo in Borsa è a sconto anche rispetto a Mps 

8 GIUGNO 2018 


Mentre in Italia l’attenzione era tutta concentrata sulle vicende politiche e sui contraccolpi finanziari della partita tra il presidente Mattarella e e i partiti della maggioranza giallo-verde, è passato quasi sotto traccia il tracollo in Borsa del titolo Deutsche Bank. Le azioni della banca tedesca, da inizio anno in calo di quasi il 40%, nella seduta di giovedì 31 maggio sono piombate ai minimi storici di 9,28 euro per azione.

Un crollo innescato da due notizie: la prima è stata pubblicata dal Financial Times proprio quel giorno e riguarda la decisione della Federal Reserve americana di inserire la controllata americana della banca tedesca nell’elenco delle banche problematiche (quelle la cui debolezza è tale da metterne in dubbio la stessa sopravvivenza). La seconda è uscita venerdì 1 giugno e riguarda la decisione dell’agenzia Standard & Poor’s di tagliare il rating della società da A- a BBB+.

GRAFINOMIX 
Andamento del rapporto prezzo/patrimonio dei titoli


Dai minimi di giovedì scorso il titolo ha recuperato più del 4% ma le cicatrici sono ancora evidenti al punto che oggi le valutazioni di mercato della banca tedesca risultano a sconto persino rispetto a quelle di Banca Mps, l’istituto italiano salvato dal crack grazie all’ingresso nel capitale dello Stato italiano. Il rapporto prezzo/patrimonio di Deutsche Bank (0.30x) è inferiore a quello della banca senese (0,34x). In altre parole il mercato considera Deutsche a sconto rispetto a uno degli istituti simbolo della crisi dei crediti deteriorati delle banche italiane.


30 maggio 2018 

Se per le banche italiane il problema è stato l’ondata di crediti inesigibili eredità della recessione, per Deutsche Bank i problemi risalgono ancora alla crisi dei mutui subprime che portò al collasso i mercati mondiali a seguito del crack di Lehman Brothers. I contenziosi legali e le multe eredità di quella crisi e altri scandali finanziari che hanno coinvolto la banca in questi anni sono costati qualcosa come 15 miliardi di euro in cinque anni. Se a questi si sommano altri 9,5 miliardi di svalutazioni iscritte a bilancio dal 2012 al 2017 il conto sale a 24,5 miliardi. Le cicatrici di quella crisi sono ancora ben visibili nel patrimonio della banca tedesca. Gli asset illiquidi (più volgarmente detti titoli tossici) valgono ancora un terzo dei 66 miliardi di patrimonio netto della banca.

I problemi non riguardano solo il passato della banca ma anche il futuro. Dopo appena tre anni il ceo John Cryan è stato sostituito con Christian Sewing che a fine maggio ha annunciato una ristrutturazione pesante che prevede il taglio di 7000 posti di lavoro. In buona parte nel segmento corporate e investment bank. «Siamo in un circolo vizioso fatto di ricavi in calo, costi eccessivi, basso rating e alti oneri di rifinanziamento ma abbiamo l’opportunità di uscirne» ha dichiarato di recente il chief financial officer James von Moltke. Secondo S&P la ristrutturazione annunciata è positiva ma i suoi frutti si vedranno solo dal 2021.