Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 30 giugno 2018

L'Euroimbecillità domina l'Unione Europea, i furbi aggirano tranquillamente le sanzioni e gli onesti restano al palo. Come farsi male

Russia, altri 6 mesi di sanzioni: al Consiglio Ue non passa la linea italiana

di Andrea Carli 29 GIU 2018

Al Consiglio Ue del 28 giugno i leader europei hanno prolungato di sei mesi le sanzioni contro la Russia. Le misure restrittive sono state adottate dall'Unione europea nel 2014 a seguito della crisi in Ucraina 
Nessun passo avanti nell'applicazione dell'accordo di Minsk 
La decisione dei 28 è scattata perché non sono stati fatti passi avanti nell'applicazione dell'accordo di Minsk
Non è passata la richiesta italiana 
La richiesta italiana per un superamento della stretta nei confronti di Mosca non è dunque passata. Nel contratto di governo tra M5s e Lega infatti si considera “opportuno” il ritiro delle sanzioni
Le controsanzioni della Russia 
Le misure restrittive Ue hanno spinto la Federazione Russa ad adottare delle controsanzioni
Acquisti russi ridotti 
Nel primo trimestre del 2018 Mosca ha ridotto gli acquisti dall'Italia dell'1,1%

Roberto Pecchioli - il merito strumento per omologare, incanalare nel Pensiero Unico del Politicamente Corretto

L’ INGANNO MERITOCRATICO

Maurizio Blondet 29 giugno 2018 
di Roberto PECCHIOLI

Alcuni anni fa partecipammo a un’assemblea di dipendenti di un’agenzia fiscale indetta dai sindacati per stabilire il criterio di divisione delle somme dovute come premio annuale di prestazione, collegato al merito individuale. Le cifre in ballo non erano elevate, ma in assenza della quattordicesima mensilità, facevano gola. La discussione fu rovente, segno che la controparte aveva colto il suo primo obiettivo: dividere il fronte opposto con la semplice mossa di sottrarre allo stipendio “normale” una parte della retribuzione, collegandola a criteri da determinare. Chi scrive aveva un doppio dilemma, giacché, oltre a essere destinatario della valutazione legata al premio da riscuotere, avrebbe dovuto esprimere, da responsabile d’ufficio, un giudizio con ricadute economiche sui colleghi del proprio servizio. La convinzione che esprimemmo con grande sofferenza fu che la forma di ripartizione meno ingiusta era “a pioggia”, ovvero uguale per tutti a parità di qualifica. Restiamo purtroppo della stessa opinione, non certo per egalitarismo, ma per radicale sfiducia negli obiettivi delle oligarchie direttive.

Dopo la lunga ubriacatura collettivista dell’uguaglianza forzata che intossicò la nostra giovinezza, il metronomo si è improvvisamente spostato, in ossequio al trionfo liberale, sull’enfatizzazione del merito. Nessuno dei due principi regge alla prova dei fatti concreti. Marx non propugnò mai l’uguaglianza assoluta, anzi mutuò dagli Atti degli Apostoli la celebre espressione “Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”. Il merito secondo i liberali si basa sulla glorificazione dei peggiori attacchi alla dignità delle persone, con le massime diseguaglianze economiche (le uniche care ai pretoriani del mercato misura di tutto) che vengono fatte passare per naturali. E’ una gigantesca giustificazione dell’ingiustizia, poiché in una società meritocratica nel senso oggi attribuito alla parola, non ottenere risultati diventa una colpa individuale. Sei tu che sei inadeguato, tu non sei capace di lottare, rispettare gli standard, competere. Il perdente nel gioco al massacro è colpevole, fatti suoi se dovrà contentarsi delle briciole o addirittura del nulla. La meritocrazia vigente, diciamolo senza paura, non è altro che la capacità, insindacabilmente decisa dall’alto, di adeguarsi al sistema dopo aver ricevuto un’istruzione strumentale a cui attenersi. Tutt’al più si tratta di un’abilità, non certo del “merito”, che è qualità intellettuale unità a preparazione, cultura, iniziativa.

Il principio negativo è l’ossessione di misurare, valutare, catalogare, tipica del nostro tempo e dell’ideologia dominante. Una dirigente del Forum della Meritocrazia, un organismo di cui non avvertivamo la mancanza, avverte che “misurare è sempre il punto di partenza migliore “. Questo è vero se si vuole conoscere la distanza tra due punti, il peso di qualcuno o il tasso di colesterolo. La retorica dell’oggettività dei criteri “scientifici” non funziona con le persone, a meno di selezionarle in base alla statura, al peso o al gruppo sanguigno. Non si può misurare il merito, che è una qualità, attribuendogli un punteggio, una scala di valore quantitativo. Quantità e qualità sono due insiemi indipendenti, irriducibili, come l’olio non si scioglie nell’acqua.

La verità è che tutto, da qualche decennio, deve essere misurabile in termini di performance. Si tratta di una falsa retorica dell’oggettività, autorappresentata come una modalità incontestabile in quanto rapporta ogni cosa al valore di scambio, ovvero al costo. Di qui il successo del modello dei quiz a risposta multipla in tempi ristretti, i punteggi assegnati ai più fantasiosi elementi dei curricula (da compilare in un modello prestabilito, detto europeo, pena l’esclusione dalla valutazione), l’eccessiva importanza di percorsi e competenze costruite appositamente per formare un certo tipo di candidato, quello che diventerà meritevole, quindi cooptato nei posti che contano.

Questo ci sembra il punto decisivo: il nuovo criterio meritocratico è in realtà assai antico. Sono meritevoli coloro che si adeguano più docilmente alla volontà del potere, alla logica dominante, al pensiero corrente. Per questo la scuola subordina il pensiero critico del sapere umanistico alla conoscenza tecnoscientifica, specializzata nel conoscere i meccanismi, ma incapace di verificare le ragioni, scoprire i risvolti, indagare i perché. Per lo stesso motivo è in atto nel mondo del lavoro una gigantesca sostituzione dei quadri più esperti con i più giovani. Spazio ai giovani è senz’altro giusto, ma l’anzianità, oltreché esperienza, oggi svalutata per la rapidità dei cambiamenti, significa(va) maggiore capacità di giudizio, soprattutto una più tenace resistenza al nuovo ordine. L’età, del resto, in un senso o nell’altro, non è un merito, ma una circostanza; Amintore Fanfani, la cui carriera fu lunghissima, sosteneva che “se uno è bischero, è bischero anche a vent’anni”.

La conseguenza è la sostituzione della giustizia con l’efficienza, nonché la generalizzazione del conformismo, divenuto più che mai un merito, esattamente come l’appartenenza, familiare, politica, sindacale, a gruppi di potere, clan interni. La partita è truccata all’origine, la selezione ha regole ingiuste, tanto da far considerare meno iniquo il principio di uguaglianza. Il motivo è la fanatica riduzione di tutto alla misura, alla quantificazione orientata a ottenere omologazione, consenso acritico, cinismo nella competizione e indifferenza ai principi morali. La conclamata meritocrazia odierna altro non è che un inganno volto a riprodurre senza discussione gli scopi, le indicazioni, le metodologie del sistema di produzione e direzione vigente, fondato su obiettivi di breve termine e la riduzione della persona a risorsa umana eterodiretta da protocolli impersonali, regole e procedure prestabilite, indiscutibili, inderogabili.

Tende quindi ad escludere più di prima le personalità critiche, dotate di carattere, meno facili da inquadrare negli schemi, definiti senz’altro inaffidabili, ergo privi di meriti. In tale ottica, la meritocrazia liberale è speculare al frusto egalitarismo, entrambi costruzioni ideologiche di opposti regni della quantità. Il comunismo di ieri e il liberismo di oggi restano fratelli le cui opposte polarità tendono a neutralizzarsi. La loro relazione ricorda un detto toscano: da Montelupo si vede la Capraia, Dio li fa e poi li appaia.

Dovrebbe essere invece ristabilita un’antica saggezza del diritto romano accolta dal cristianesimo, suum cuique tribuere, dare a ciascuno il suo. Un principio del diritto civile applicabile ad ogni ambito di vita. Gli uomini non sono uguali, è ingiusto trattarli o valutarli alla stessa maniera; il rispetto della dignità di ciascuno impone un giudizio personalizzato, caso per caso. Poiché il merito è una qualità, non può essere ridotto a grafici, tabelle, quiz a crocette, punteggi arbitrari il cui peso è stabilito a priori in base non a un idealtipo, ma al profilo standard preferito dall’oligarchia per ciascun anello della catena gerarchica. Il merito è diventato la somma algebrica del valore d’uso e del valore di scambio degli esseri umani, secondo l’interesse della cupola tecnocratica.

Illuminante è un brano di René Guénon, tratto dal Regno della quantità e i segni dei tempi: “negli individui la quantità predominerà tanto più sulla qualità, quanto più saranno ridotti ad essere dei semplici individui, e quanto più saranno, appunto per questo, separati gli uni dagli altri, il che non vuol affatto dire più differenziati, poiché v’è anche una differenza qualitativa che è proprio l’inverso di quella differenziazione del tutto quantitativa che è la separazione in questione. Tale separazione fa degli individui solo altrettante unità, nel senso inferiore del termine, e del loro insieme una pura molteplicità quantitativa. Al limite, questi individui saranno paragonabili ai pretesi atomi dei fisici, sprovvisti di ogni determinazione qualitativa; e benché di fatto questo limite non si possa raggiungere, è questo il senso in cui il mondo attuale si dirige. Non c’è che da guardarsi intorno per constatare che ci si sforza di ricondurre ogni cosa all’uniformità, si tratti degli uomini stessi, o delle cose in mezzo alle quali vivono, ed è evidente che un risultato del genere non può ottenersi se non sopprimendo, per quanto possibile, ogni distinzione qualitativa; ma quel che veramente è degno di nota è il fatto che per una strana illusione taluni scambiano volentieri questa uniformizzazione per una unificazione, mentre in realtà, essa ne rappresenta esattamente l’inverso, dal momento che implica un’accentuazione sempre più marcata della separatività. La quantità può soltanto separare, non unire; sotto forme diverse, tutto ciò che procede dalla materia non produce altro che antagonismo fra quelle unità frammentarie che sono all’estremo opposto della vera unità, o che almeno vi tendono con tutto il peso di una quantità non più equilibrata dalla qualità “.

Con principi siffatti, difficilmente lo studioso francese sarebbe stato ammesso ai test attitudinali oggi in voga, né, forse sarebbe stato in grado di compilare correttamente il proprio curriculum in formato europeo. Escluso per demerito dai burocrati del merito. Che disgrazia l’ingegno!

29 giugno 2018 - Giulietto Chiesa: You Tube all'attacco di Pandora TV

Mauro Bottarelli - l'accordo degli euroimbecilli ha spostato leggermente l'asticella più avanti ma niente di che. Continua imperterrito il caos mondiale, tutte le regole stanno saltando, vince il più forte e l'Italia deve essere urgentemente messa in sicurezza. La Deutsche Bank è il campanello d'allarme, ha perso il 40% di capitolazione dall'inizio dell'anno

SPY FINANZA/ Vertice Ue, la vera vittoria è di Francia e Germania

Presto potrebbero arrivare notizie poco piacevoli dai mercati finanziari. Ci sono diversi segnali che vanno in questa direzione, anche dal vertice Ue appena concluso. MAURO BOTTARELLI

30 GIUGNO 2018 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

Volete il mio giudizio sul vertice Ue conclusosi ieri? Deutsche Bank ieri mattina guadagnava il 3,5% in Borsa a Francoforte. E Commerzbank, secondo istituto del Paese, già salvato una volta e in procinto di fondersi con DB per stare a galla, il 2,8%. E questo nonostante giovedì sera, a Wall Street chiusa, la Fed abbia comunicato che proprio la filiale statunitense di Deutsche Bank sia stata l'unica banca bocciata su 35 prese in esame nei stress test quantitativi, seconda parte della pagliacciata resa nota la scorsa settimana, a causa di carenze nella politica di gestione del rischio. Avrebbe dovuto crollare, essendo la filiale Usa quella che opera nel ramo trading, ovvero il cuore dell'investment banking che è, a sua volta, la ragion d'essere reale e il core business di DB. Invece, boom, un bel rimbalzo. E un bel respiro di sollievo. Direte voi, Bottarelli è impazzito, ci dice che parlerà del vertice Ue dedicato ai migranti e ci aggiorna sulle performance borsistiche di Deutsche Bank. Per forza, perché uno degli unici due temi davvero trattati al Consiglio europeo è stato questo. L'altro, per paradosso, è stato invece trattato non trattandolo e mi riferisco all'aver tolto dal tavolo di discussione il Budget comunitario, ciò che davvero conta. Quello verrà discusso in separata sede, nei caminetti delle consorterie. L'altro tema, invece, è stato discusso eccome. E ha ottenuto il via libera a tempo di record e all'unanimità: utilizzare i fondi dell'Esm per finanziare il Fondo di risoluzione bancaria. Come dire, bufera in arrivo, tutti sotto coperta e con l'ombrello del Fondo salva-Stati ben aperto. Guarda caso, nonostante la bocciatura della Fed che avrebbe potuto configurarsi come il più classico dei chiodi nella bara, DB ieri svettava al Dax. E con lei Commerzbank, ormai unita nel destino. 

Perché, pensavate davvero che fosse stato raggiunto un accordo sui migranti? E, soprattutto, un accordo che vedesse l'Italia vincente? Ma avete visto la faccia di Matteo Salvini ieri mattina e, soprattutto, sentito il suo commento? «Non mi fido delle parole, ora voglio vedere i fatti»: insomma, ho visto gente reagire in maniera più entusiasta di fronte a quella che viene spacciata come una vittoria. Anche perché, signori miei, l'intera impalcatura della discussione, di fatto incentrata sul principio del superamento del Trattato di Dublino, si basa sul concetto di "base volontaria": ovvero, se non voglio creare gli hotspot e prendere migranti in quota di ricollocamento, nessuno mi può obbligare. Né, tantomeno, sanzionarmi. Che accordo è? Una pagliacciata. Perfetto, però, per Francia e Germania. La prima perché vede trionfare la propria linea di chiusura totale, ma, essendo Macron un furbo non da poco, spacciandosi pure per mediatrice, quando invece ha la stessa agenda del Gruppo di Visegrad. La seconda, perché quella formula volontaristica garantisce e difende la Merkel dagli attacchi di Seehofer, quindi allontana lo spettro di crisi più imminente, quello di elezioni anticipate. In più, c'è lo scudo salva-banche attivo. All'unanimità. Visto che fa comodo anche i francesi pieni di Btp, ai belgi che sono co-proprietari di Dexia e agli spagnoli, sul cui sistema bancario stendo un velo pietoso per carità di Patria. 

Insomma, diciamo che - se si guarda in faccia la realtà per quello che è -, l'Italia esce con in mano un nulla di fatto, sostanziale. C'è solo la scomunica generale delle Ong a nostro favore, ma sappiamo tutti che il problema sta nella volontà delle autorità libiche di fermare le partenze, non certo in quattro associazioni più o meno "orientate". E a conferma della mia tesi, c'è dell'altro, riportato dalla Reuters. Ovvero, la Bce starebbe pensando di dar vita a una sua versione di Operation Twist per garantire la compressione dei rendimenti obbligazionari anche dopo la fine del Qe, come fatto dalla FED nel 1961 e poi, soprattutto, nel 2011. Cosa significa? Facendola molto breve e semplificando, rimpiazzare i bond a breve scadenza in maturazione con altri a lunga scadenza, in modo da allungare la durata del portafoglio di detenzione obbligazionaria, a oggi per un controvalore di 2,6 triliardi di euro. Di fatto, un'operazione chiave per mantenere basso il costo di finanziamento nell'eurozona anche dopo il 1 gennaio 2019

Stranamente, la voce è uscita proprio ieri, ovvero in contemporanea con il vertice Ue, la cui determinazione sulla destinazione d'uso dei fondi Esm per la risoluzione bancaria è passata bellamente sotto silenzio e con Eurostat che confermava ciò che si è aspettato per trimestri: il tasso di inflazione nell'eurozona è arrivato al mitologico 2%, ovvero l'obiettivo prefissatosi dalla Bce per il proprio programma di stimolo monetario. D'altronde, la Bce era stata volutamente vaga sul tema del reinvestimento dei bond già in detenzione, visto che - lasciando intendere che il problema fosse il numero disponibile all'acquisto di Bund a lunga durata - aveva parlato di possibile "deviazione" dalla sua regola di capital key, ovvero i paletti statutari rispetto a ciò che è acquistabile e ciò che non lo è. E, ovviamente, non poteva che agire in tal senso, visto che ampliare e prolungare l'acquisto di bond corporate non solo avrebbe lanciato un segnale negativissimo ai mercati, ma avrebbe innescato distorsione a distorsione già presente. 

Ma attenzione, perché comunque anche soltanto l'idea che la Bce stia discutendo, ancorché informalmente, riguardo questa ipotesi, la dice lunga sulle prospettive che ci sono sui mercati. E questo grafico ci mostra il perché dell'esuberante reazione del titolo DB di ieri mattina: se non ci saranno miglioramenti sostanziali di performance nei prossimi due mesi, con il processo di revisione di settembre, il titolo della principale banca tedesca potrebbe essere rimosso dall'indice europeo chiave, lo Stoxx 50, per capitalizzazione troppo bassa, avendo perso oltre il 40% da inizio anno. E, vi assicuro, questo non aiuterebbe affatto la banca di Francoforte a riemergere dalla sua crisi. Anzi. Siamo a questo punto, signori, alla dissimulazione totale della realtà dei fatti, la quale è da pre-2008 in versione 2.0, quindi necessita di cortine fumogene come quelle relative ai migranti e ai presunti vincitori e vinti nella battaglia delle false priorità consumatasi a Bruxelles, con tanto di pantomima della maratona negoziale notturna. 


E non è un caso che, poco prima che Wall Street aprisse, dagli Usa un'altra indiscrezione-bomba facesse deragliare i mercati, instillando instabilità a instabilità: Donald Trump, dopo aver ritirato gli Usa dal Comitato Onu sui diritti umani, intenderebbe abbandonare anche il Wto come atto estremo e arma di distruzione di massa nella sua guerra commerciale globale. La quale, come vi ho spiegato più volte, finora ha visto come unica vittima proprio la manifattura statunitense, schiacciata dalle spinte stagflazionistiche dei dazi sui metalli importati che hanno fatto salire i prezzi alla produzione. Siamo dentro un'enorme dissimulazione globale, un Matrix, una recita a soggetto planetaria: occorre mascherare il vero allarme, quello dei mercati, fino all'ultimo. Poi, si potrà agire in maniera emergenziale e, per quanto ancora possibile, salvare il salvabile, in perfetto stile 2008. Ma con un carico debitorio pubblico/privato così tanto più grande da dover reclamare, giocoforza, qualche vittima in più di quanto non sia stata la sola, simbolica Lehman Brothers. L'anniversario del cui fallimento, già 10 anni il prossimo 15 settembre, si avvicina a grandi passi. Temo che ci sarà una sorpresa. Ma nulla da festeggiare.

Alceste il poeta - Il Pensiero Unico dei Politicamente Corretti sbava ringhioso rancoroso rabbioso, si avventa sulla vittima e con sublime goduria la strazia la dilania e poi ... si assolvono

Massimo Gramellini spiega, involontariamente, perché l’Italia finalmente considera sinistra e dintorni come feccia da raschiare dalla Storia


Roma, 29 giugno 2018 

Antefatto. Un losco gruppo di goliardi con parecchio tempo a disposizione ha voglia di lanciare provocazioni. Questa in particolare:



Qualche tontolone abbocca in nome di un goffo anti-islamismo e mitraglia stupidaggini sui numeri arabi che toglierebbero dignità ai numeri italiani (o castronerie del genere).

Fatto. Un milionario, tale Massimo Gramellini, giornalista, opinionista, scrittore (di libri!), tra una sfogliatella e l'altra, mentre compulsa il PC per sincerarsi o d’un bonifico della Rai o d’uno del “Corriere della Sera”, su cui scrive, la scrivania ingombra di pieghevoli sulle vacanze alle Seychelles, incappa in tale notizia.
Un filo di saliva di concupiscenza sfugge ratta all'angolo della bocca.
Ecco l’occasione per rinnovare la rubrichina: “Il Caffè di Gramellini”.
Subito, umettandosi le labbra, egli fa sue notizia, goliardata e commenti xenofobi, li plasma come pongo politicamente corretto, ne estrae la morale da gettare nel trogolo del perbenismo amplificandola grazie ai consueti giri verbali buonisti:

"Una pagina Facebook gestita da buontemponi annuncia che un certo Tarim Bu Aziz ha chiesto di introdurre i numeri arabi nelle scuole italiane per favorire l’integrazione. Neanche il tempo di leggere la provocazione e i tastieristi della Rete già caricano a testa bassa. Scrivono al sedicente Tarim che i suoi numeri se li può infilare in quel posticino, basta buonismo, vaffa tu e i numeri arabi, in Italia usi i numeri nostri oppure te ne torni al tuo Paese. Il fatto è che i numeri nostri sono appunto i numeri arabi, importati nel tredicesimo secolo per sopperire all’eccessiva complessità di quelli romani.

Non è un’informazione riservata, né una cospirazione di matematici finanziati dalla setta degli Illuminati, ma una banalissima nozione scolastica che ha sfiorato le orecchie di chiunque abbia avuto dimestichezza con i banchi delle elementari. Uno può non avere più trovato il tempo di ripassarla, specie se ne trascorre troppo davanti al computer. Ma l’aspetto incredibile della vicenda è la reazione impulsiva di massa. Tra le tante persone ad avere letto la bufala, ben poche si saranno prese la briga di digitare ‘numeri arabi’ su un motore di ricerca per controllare come stessero realmente le cose. Ci avrebbero impiegato non più di dieci secondi (10, in numeri arabi). Invece hanno preferito reagire d’impulso, che è cosa ben diversa dall’istinto. Come tanti pecoroni anarchici ai quali basta che una notizia confermi un pregiudizio per convincersi che sia vera".

Il succo che si estrae da tale vicenda risiede in questo: noi (compresi i buontemponi) siamo intelligenti e buoni, i baluardi della civiltà, gli altri (ovvero: chi non la pensa come noi) son solo un mucchio di ignoranti, razzisti, pecoroni, sciovinisti sgrammaticati e analfabeti. Una volta di più. Come volevasi dimostrare.

Conclusioni. Anzitutto, cari signori, noteremo la consonanza fra un milionario (Gramellini) e i goliardi di facebook. È lo stesso collante ideologico di cui si parlava ne Il maglione di Ambra. Un collante sinistro che, come resina appicicaticcia, cola giù dall'albero dell'alterigia. Dai milionari sin agli alto borghesi, fino ai benestanti e a figli di papà che occupano teatri e cinema con bolletta pagata dal Comune agli studentelli o agli occupanti abusivi di case popolari e cliniche dismesse per finire all'ultimo puzzolente punkabbestia: i sinistrati e dintorni si credono superiori. Diversi. Più umani, colti, nel giusto, buoni, dritti. Una sensazione intima e immediata che li accomuna al di là della sproporzione del reddito.

Come ovvia conseguenza gli Altri (come gli Heathens della Bibbia) sono un'accozzaglia indistinta, barbara, lurida, stupida, ignorantissima, razzista, omofoba, sessuofoba, maschilista, nazionalista da operetta, populista: da trattare come merita, da prendere in giro come merita.
Gramellini, a tale masnada, non riconosce nemmeno l'istinto, bensì una pulsione: belluina, ferina, primitiva. Questo oscuro verminaio, guizzante di bestie antidiluviane, emana tanfo fascista.

Da tale postulato segue il resto.
Per la sinistra (che, attenzione!, include ormai anche elementi di destra come forzisti, fascisti immaginari à la Giorgia Meloni e altri gaudenti a spese altrui), come per tutta la sedicente intelligencija italiana (gli attoruculi, i registi pagati da Pantalone, il cantantame, l'università, la scuola, il ciarpame dei teatranti, il mignottaio RAI, il giornalame da tre palle un soldo, la vipperia sportiva e i fashioncocainomani) che ha svuotato, da parassita qual è, di ogni forma e sostanza l'apparato culturale italiano, qui - nelle repliche al fantomatico Tarim Bu Aziz - si concentra, al Massimo, in maniera netta e preclare, la regressione, il fascismo, l’antiprogressismo.

Un intellettuale, se fosse tale, cercherebbe di comprendere i fenomeni. Soppesando, analizzando, con prudente acribia. Questi, invece, si limitano a deridere dal loggione della propria supposta superiorità morale e intellettuale - una superiorità inesistente visto che tali ariani del pensiero hanno ridotto il paese a una barzelletta che non fa ridere.

Mai visto un generone così altero, borioso, superbo, la cui altezzosità cresce proporzionalmente all’inettitudine, alla scemenza, alla piccineria inconcludente, alla ridicolaggine, all’ignoranza; assieme all’avidità, alla grettezza e una tale meschinità che schiferebbe pure Shylock.

E come Shylock questi vogliono la libbra di carne dell’Italia, tutti i giorni, quasi fosse un atto dovuto: consacrata alla crema della nazione! Questa marmaglia! Compiaciuta, crassa, inutile, devastatrice, da plotone d'esecuzione.

Li considero malati. Schizoidi, psicopatici. Il Sessantotto: la spesa proletaria, i diciotto politici, i trentasei politici, le occupazioni, Katanga, fascisti-okkio-al-kranio - tutto è degenerato socialmente e clinicamente in un sabba di squallido classismo in cui gli ultimi vengono dileggiati da saccenti con le orecchie d’asino.

L’ingiustizia genera odio; se accompagnata dall’arroganza con l’indice alzato non può che suscitare livore mortale.

Dubito che la rivolta avrà buon esito, comunque. Tali utili idioti sono troppo forti, allignano come muffe cancerogene in ogni snodo amministrativo e finanziario; i poteri internazionali li appoggiano nella loro ansia antipopolare e sommamente antitaliana.

Che la maggioranza senta, istintivamente, chi è il nemico, è almeno una minuscola consolazione.

Euroimbecillità e non solo - La Germania ha succhiato soldi ed energia agli euroimbecilli. Dal 2008 è stato chiaro ha impoverito gli altri per creare lavoro nel proprio paese

L’ultraricca Casta tedesca che ruba i salari ai suoi operai

Maurizio Blondet 29 giugno 2018 

E’ duro a 74 anni, dopo una vita di anticomunismo, riconoscere che aveva ragione Marx. Aveva ragione nell’aspettarsi la rivoluzione comunista non nella Russia contadina e devota, ma nella Germania industriale, fra la sua base operaia capace e mal pagata.

E’ così anche oggi, in modo sorprendente. “Gli stipendi in Germania sono in stagnazione da più di dieci anni”, mi scrive un lettore, uno dei 250 mila emigrati “di qualità” che ogni anno regaliamo al sistema produttivo tedesco (“Premetto che sono emigrato in Germania perché a funzione simile mi pagavano il doppio che in Italia”, scrive il nostro amico), ma lamentando per esempio il sistema pensionistico garantisce “la povertà in vecchiaia” (alle vedove monoreddito, il 25-55 per cento della pensione massima teorica, 2500 euro lordi, cifra che pochissimo raggiungono eppure, anche quando percepita integralmente, pone sotto il livello di povertà in molte città germaniche); per scongiurare la povertà in vecchiaia, il lavoratore decurtare dal suo salario fermo da 1° anni (e più) le quote per la pensione privata integrativa, e conclude: “La Germania appare un paradiso solo perché pochi italiani capiscono il tedesco” .

Tenere bassi i salari a scopo competitivo è una politica deliberata. E – come ha spiegato Sergio Cesaratto nel suo saggio “Chi non rispetta le regole?”, lo è dal 1951. Allora, il commercio mondiale era regolato dal regime di Bretton Woods, un sistema di cambi fissi fra le valute, come è oggi quello dell’eurozona. Ludwig Erhard, il”padre del miracolo economico germanico”, scriveva: “Se attraverso la disciplina interna siamo capaci di mantenere stabile il livello dei prezzi [e salari] in misura superiore agli altri Paesi, la forza delle nostre esportazioni crescerà”. E il banchiere centrale tedesco di allora, Willhelm Vocke: “Aumentare le esportazioni è per noi vitale, e questo dipende a sua volta dal mantenere un basso livello relativo dei prezzi e dei salari […] al disotto degli altri Paesi.

All’interno della zona euro, la Germania pratica esattamente la stessa politica. “Lascia fare il keynesismo agli altri paesi, sì che essi esportino di più in Germania, mentre essa si mantiene competitiva col rigore interno”, scrive Cesaratto (p.53): “La Germania è un paese che vive deliberatamente al disotto dei propri mezzi. Si tratta di una palese violazione delle regole del gioco in un sistema di cambi fissi”.

Questa violazione era riconosciuta – tenetevi forte! – da un economista di nome Giancarlo Padoan, il futuro ministro piddino, in un saggio del 1986: “Il rifiuto quasi sistematico della Germania di perseguire politiche più espansive ha ridotto lo spazio disponibile agli altri Paesi membri di crescere. La strategia restrittiva della Germania è in grande misura responsabile della stagnazione dell’economia europea dell’ultima decade”. Quindi la stagnazione europea data dagli anni ’70, e Padoan sapeva benissimo che era causata dai tedeschi. Il fatto che, da ministro di Renzi e Gentiloni, abbia poi sempre dato ragione alla Germania praticando l’austerità che essa ci impone, è uno di quei misteri per cui gli economisti hanno una doppia verità quando scrivono testi scientifici, e quando sono messi al potere dal Sistema.

Appena instaurato l’euro, “la Bundesbank ha svolto il ruolo di guardiano della stabilità dei salari, minacciando i sindacati di generare disoccupazione attraverso politiche restrittive, qualora avessero presentato richieste salariali fuori linea” (Cesaratto,p.55) . Ovviamente i sindacati, essendo tedeschi, hanno disciplinatamente collaborato, per patriottismo competitivo, non chiedendo aumenti nemmeno in questi anni di boom in cui la Germania ha accumulato il mostruoso surplus delle esportazioni, squilibrato e squilibrante, esso stesso una violazione delle regole del gioco europee (il surplus non dovrebbe superare il 6% del Pil), il folle 257 miliardi di euro.

Germania: la povertà cresce INSIEME alla crescita economica!

Si può dire che parte di quei 257 miliardi sono gli aumenti mancati ai lavoratori tedeschi, la loro produttività regalata alla Patria.

E dove è finito questo regalo dei lavoratori? Non precisamente alla Patria. E’ finito nella “enorme concentrazione di ricchezza in mano alle elites tedesche”, come rivelava un articolo a firma “Mitt Dolcino”(pseudonimo sotto cui si cela un manager di multinazionali) apparso su Scenari Economici il 2 dicembre 2014.

Vale la pena di rileggerlo, anche se è un po’ per addetti ai lavori.


Qui gli ultraricchi sono denominati UHNWI (sigla inglese per “Individui con ultra-reddito netto, ossia sopra i 30 milioni di dollari). Le tabelle, di non facile lettura ma affascinanti e su cui vale la pena soffermarsi, dicono che:

La fonte è UBS X-Wealth, studio della Union des Banques Suisses sugli ultraricchi, con almeno 30 milioni di dollari dei rendita personale ciascuno. 

della ricchezza totale privata tedesca, che ammonta a 11.700 miliardi di dollari, la casta degli ultraricchi tedeschi ne accaparra per sé il 20 per cento! Ossia 2345 miliardi!

Al confronto, gli ultraricchi italiani si prendono solo il 2,3 % della ricchezza privata. Persino gli ultraricchi francesi si prendono “solo” il 4%; anzi, financo i veri stramiliardari degli USA, ritenuto il paese più iniquo del mondo, in fondo si accaparrano “solo” il 15% delle ricchezze private nazionali. Il prelievo dei miliardari tedeschi sul proprio popolo è scandaloso: da lotta di classe.

E non solo: gli ultraricchi tedeschi, che prelevano più di tutti al loro paese, sono pochissimi rispetto alla popolazione, e “ciò significa che le elites tedesche sono proporzionalmente poche, unite e potentissime”. Superati in questo solo dalla Svezia –il paese che noi crediamo massimamente egualitario, poveri ingenui.

Risulta anche che “ l’Italia ha una delle migliori (meno ingiuste) distribuzioni di ricchezza del mondo occidentale, molto meglio della Germania. Il paese di Goethe sembra anzi un paese in cui le elites sono ricchissime e la popolazione vive senza infamia e senza lode, governata come bestia politica dalla Bild per muovere sfide popolari nelle direzioni che via via più servono a chi dirige. In fondo in Germania esiste un patto sociale, da secoli: è permesso ai super ricchi di essere tali ma a condizione che la gente abbia da che vivere discretamente, ossia deve esserci lavoro possibilmente di qualità.

Ovviamente “le elites tedesche abbienti sono le stesse che rappresentano la Germania a Bruxelles, spesso dietro le quinte, ad es. nelle vesti degli esportatori e della Bundesbank”.

Mitt Dolcino continua: “E’ chiaro che, con queste sproporzioni, è assolutamente necessario tenere calma la massa, ossia dargli lavoro. Ecco perchè al di là del Gottardo si è dovuti essere estremamente aggressivi nel trattare male i periferici dopo la crisi del 2008 al fine di spostare lavoro e ricchezza in Germania a fronte del disastro che stava travolgendo il mondo tedesco (fallita Opel, Porsche, Gruppo Merkle, con problemi enormi anche per ThyssenKrupp e salvataggi bancari a iosa)”.

Dunque, la spoliazione dei periferici (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo) è diventata anche più necessaria per risucchiare lavoro e salari ai lavoratori tedeschi, contenti dei loro stipendi non eccezionali, mentre la loro casta dei miliardari si accaparra il 20 per cento della ricchezza. Ma alla lunga questo modello è insostenibile: i paesi che la Germania impoverisce sono anche i suoi clienti, e adesso la minaccia di Trump di imporre dazi in risposta allo squilibrato surplus tedesco, mette in pericolo anche i posti di lavoro.

I lavoratori tedeschi sono addormentati, cullati dalla semi-pornografica Bildnella loro idea di superiorità produttiva e morale, convinti delle loro virtù, e ignari che loro miliardari, potentissimi e riservati, zitti zitti prelevano dalle loro tasche la fetta più grossa della ricchezza che producono. La critica sociale, compresa all’ingiusto sistema sociale – sempre storicamente malvista dal tedesco medio – è ai minimi. I loro media sono persino più ottusi di nostri, e mancano persino i blog alternativi e critici che fioriscono in Italia, Francia, Usa. Temo che le loro elite siano pronte a spolpare fino al midollo noi mediterranei, per tenere addormentati i loro operai. Con il patriottismo competitivo. Essi non si risveglieranno fino a quando la crisi e i dazi produrranno centinaia di migliaia di disoccupati in Germania …

Viene da dare ragione a Marx: gli interessi dei lavoratori sono comuni al di là delle frontiere, per loro il patriottismo è un inganno indotto dalle elites degli sfruttatori, devono solo riconoscere “Il nemico di classe”. E vien voglia di esortare i lavoratori tedeschi proprio come Marx:

“Lavoratori di tutto il mondo unitevi, non avete nulla da perdere se non le vostre catene”.

E’ dura, dopo una vita da anticomunista.

L’accumulazione di ricchezza ad un polo corrisponde all’accumulazione di miseria, fatica del lavoro, ignoranza, brutalità, degrado mentale dall’altro polo

Vladimiro Giacchè - Il governo Conte discontinuo con il passato quanto è presto per dirlo

Prospettive della UE, governo Conte e sovranità costituzionale: intervista a Vladimiro Giacchè



1) E’ stato evidenziato che il voto del 4 marzo ha aperto una fase nuova nella vita del Paese: le forze su cui si è retta la cosiddetta “democrazia dell’alternanza” nel bipolarismo – ma in realtà speculari nell’applicazione servile delle politiche economiche UE – sono uscite pesantemente sconfitte, aprendo la strada all’ascesa di Movimento 5 stelle e Lega. Credi che si sia aperta effettivamente una fase nuova di transizione per il nostro Paese?

Mi sembra presto per dirlo. Una cosa però possiamo affermarla con ragionevole certezza. La maggioranza dei votanti ha inteso dare un segnale di cambiamento e di rottura precisamente per quanto riguarda il tema, cruciale, dei rapporti con l’Unione Europea. Che questa volontà, che a me appare chiara, possa poi tradursi davvero in politiche che rappresentino un punto di svolta rispetto all’ “applicazione servile delle politiche economiche UE” dei precedenti governi, è un’altra faccenda. Che dipende da molti fattori: la coesione interna del governo e l’effettiva capacità (e volontà) di tenere fede all’obiettivo dichiarato di far sentire la propria voce nel consesso europeo, la pressione ricattatoria che sarà esercitata sul governo affinché venga a più miti consigli (qualche saggio sui mercati l’abbiamo già avuto), infine – la cosa non sembri secondaria – gli orientamenti dell’opposizione in Italia. È evidente infatti che un’opposizione attestata su una linea di ottuso lealismo europeo, in continuità con le politiche rinunciatarie degli ultimi anni, non soltanto si suiciderebbe, ma indebolirebbe le chance del nostro Paese di vedere riconosciute le sue ragioni, e in ultima analisi diminuirebbe le possibilità di un esito non traumatico della crisi dell’Unione. Perché qui c’è un punto cruciale che non va dimenticato: il progetto europeo si trova in una crisi molto grave, che si deve in parte a “difetti” della sua stessa costruzione istituzionale (i Trattati, almeno dall’Atto unico europeo del 1986 in poi), in parte alla gestione criminosa della crisi economica. La crisi europea può essere solo aggravata da atteggiamenti, in particolare da parte dei governi tedesco e francese, che puntino a continuare a sfruttare le rendite di posizione costruite a danno dell’Italia e di altri paesi, utilizzando rapporti di forza favorevoli (e interlocutori accomodanti).

Qui mi sembra che nulla si possa sperare dall’opposizione del Pd, indistinguibile – su questo come su altri temi – da quella di Forza Italia.

E’ quindi della massima importanza che le forze che si collocano a sinistra di quel partito riescano a profilare una posizione che critichi ciò che è giusto criticare nelle azioni del governo, ma ponendosi da un punto di vista diverso: quello della difesa dei diritti del lavoro, e quindidella sovranità costituzionale.

Ritengo che essere giunti alle elezioni senza avere una posizione corretta e chiara su questo punto, senza aver compreso – cioè – che la difesa della sovranità costituzionale è l’unica trincea che consente di difendere i diritti del lavoro nell’attuale fase della “guerra di posizione”, sia uno dei fondamentali motivi del disastro elettorale della sinistra in tutte le sue declinazioni.

Ho recensito l’ottimo libro di Domenico Moro (La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra) pochi giorni prima delle elezioni. Concludevo la mia recensione sostenendo che una ripresa della sinistra dopo le elezioni avrebbe dovuto passare per una riflessione sui problemi trattati in quel libro. Continuo a pensarla così.

2) Lo scontro che si è generato negli ultimi giorni prima della gestazione del nuovo governo tra le prerogative delle istituzioni nazionali ed i voleri di quelle comunitarie ha probabilmente reso palese l’immanenza del conflitto tra vincolo interno costituzionale e vincolo esterno UE, di cui ti sei occupato intensamente negli anni passati: in che modo la nascita del nuovo governo interviene nel processo di integrazione europea e nei suoi sviluppi recenti (costituzione Fondo Monetario UE, Ministro delle finanze UE, ecc.)?

Questa anomalia politica potrà portare l’Italia a divenire l’ “anello debole” del processo di integrazione europea o prevarrà una normalizzazione come avvenuto con la Syriza greca (anche alla luce dei primi obiettivi indicati dal governo in materia economica e sociale)?

Io credo che la formazione del nuovo governo italiano sia stato un evento dirompente quanto inatteso. E a ragione, visto che il nostro era sino a qualche anno fa il paese più “europeista” – il che poi in pratica purtroppo ha significato: il paese i cui rappresentanti hanno sacrificato gli interessi rappresentati, e in particolare quelli dei lavoratori e degli strati sociali più colpiti dalla crisi nel nostro paese, sull’altare dell’integrazione europea (considerata – soltanto da noi – come buona e progressiva a prescindere dai suoi concreti contenuti).

E’ chiaro che ora si è aperta una partita durissima, e che la posta in gioco è precisamente la “normalizzazione greca” del nuovo governo.

Anche per questo è importante che la sinistra di opposizione, quale che sia il giudizio che ritiene di dare dell’operato governativo, profili in modo molto netto la propria posizione su questo punto. Rifiutando ogni compromesso con i poteri dominanti in Europa e ovviamente, ancora prima, evitando di illudersi che questi poteri possano rappresentare un alleato fosse anche solo “tattico” dell’opposizione al governo attuale.

3) ll governo 5 Stelle-Lega nasce su una consenso interclassista, registrando nettamente il sostegno anche di una parte della borghesia nazionale. La stessa priorità data alla riduzione delle tasse sulle imprese rappresenta un timbro pesante posto dalle classi dominanti del Paese sulla politica fiscale del nuovo governo, in piena continuità col passato recente. Già dai primi giorni d’insediamento si sono registrate ambiguità e conflitti su questioni significative come la politiche estera, il rapporto del Paese con l’imperialismo americano, politiche sociali, politiche del lavoro, solo per citare alcuni esempi.

Ad oggi, l’approccio governativo verso questi grandi temi sta riscontrando una sostanziale continuità con il passato. Nella stessa aggressività usata in materie come l’immigrazione verso il nostro Paese, è possibile notare l’assoluto silenzio nei confronti delle responsabilità dell’Occidente nel passato e, conseguentemente, l’assenza di interventi in discontinuità con le politiche imperiali e di saccheggio. Come ritieni che i comunisti e le organizzazioni comuniste debbano porsi di fronte a queste contraddizioni ed, in generale, a questa fase politica?

Premetto che non ho alcun titolo per dare indicazioni a nessuno, e in particolare a nessuna organizzazione politica, meno che mai nella fase attuale. È una premessa doverosa da parte di chi, come il sottoscritto, non fa parte di alcuna organizzazione e non ritiene di essere dotato di ricette magiche per suggerire “linee” a chicchessia. Credo più in generale che ci si debba guardare dall’attribuire un ruolo di indirizzo attribuito a “intellettuali di area” che spesso finiscono per essere portatori soltanto delle proprie personalissime riflessioni.

Detto questo, sui temi che mi hai proposto penso questo.

Dal punto di vista sociale credo che il massimo radicamento questo governo lo abbia tra i disoccupati, la classe operaia e la piccola borghesia. Mi sembra per contro che la grande borghesia non si sia ancora abituata a quanto avvenuto il 4 marzo e a quello che ne è seguito.

Dal punto di vista sia del programma di governo che della sua composizione, mi sembra evidente che esistano linee diverse, a volte confliggenti tra loro. Solo il tempo potrà dirci quali interessi/linee prevarranno.

Quale atteggiamento tenere? Nel merito, mi aiuto con un esempio. Personalmente non sono un fautore della flat tax. Mi sembra che essa sia più un tributo alla piccola borghesia che al grande capitale o agli evasori (che come noto la flat tax se la procurano da soli in altri modi). Credo che da sinistra abbia senso opporsi a questa proposta in nome di provvedimenti alternativi (investimenti in infrastrutture fisiche e della conoscenza che finanzino un piano del lavoro, ad esempio). Ma credo anche che si debba assolutamente evitare di farlo in nome dei “conti in ordine” e dell’obbedienza al fiscal compact o alle “regole di Maastricht”. Questo significa che bisogna avere una propria agenda.

Quanto al resto, francamente per ora non vedo tutta questa continuità in politica estera. E precisamente per il motivo che ricordavi anche tu: le ambiguità e le diverse opinioni che sussistono tra i due partiti di governo su aspetti anche molto significativi. Io però preferisco le “ambiguità” alle posizioni di inequivocabile e assoluta sudditanza a cui ci avevano abituato i governi precedenti. Vedo ora qualcosa di diverso: un tentativo di smarcarsi da alcuni degli errori più gravi commessi in passato, in particolare per quanto riguarda la politica nei confronti della Russia. E’ ovviamente possibile che prevalgano i richiami all’ordine in sede UE e Nato. Ma lo scenario più probabile a mio avviso non è questo, bensì lo smarcamento su alcuni temi e la continuità su altri, magari attraverso una “politica dei due forni” che proverà a giocare gli uni contro gli altri alleati europei e statunitensi.

Più in generale, penso che su tutti i temi chiave (politiche economiche dell’eurozona, euro, politica internazionale, immigrazione, unione bancaria ecc.) a sinistra bisognerebbe per prima cosa chiarirsi le idee e assumere posizioni sensate. E su quelle, poi, sviluppare un’autonoma iniziativa.
Purtroppo invece la sensazione che giunge all’esterno è oggi quella di una babele di voci da cui si distinguono al massimo degli slogan autoconsolatori ma privi di qualsiasi effetto politico.

Tutto questo dovrà cambiare, e in fretta. Pena la fine della sinistra politica in questo Paese. Il messaggio che viene dalle amministrative del 24 giugno mi sembra chiaro.

Notizia del: 27/06/2018

Conte è avvisato, Trump come i suoi predecessori sono padroni esigenti

Alberto Negri - Dopo l’Unione Europea non resta che piangere da Trump


L’Europa rischia di sgretolarsi. Il governo di Roma sarà costretto così a rivolgersi a Trump

di Alberto Negri

Se l’Italia non firma al vertice Ue, l’Europa rischia di sgretolarsi. Il governo di Roma sarà costretto così a rivolgersi a Trump, ben felice di infilare un altro cuneo nell’Unione europea da lui ritenuta un’organizzazione dannosa. A questo serve l’annuncio dell’incontro a Washington tra Conte e Trump il 30 luglio: a far capire che l’Italia si rivolgerà al padrone per farsi proteggere. Ovviamente poi il padrone ti tratta a calci nel sedere se non fai i suoi interessi.

Ma questo è un copione ben conosciuto, visto che dalla base di Sigonella gli Usa fanno quel che vogliono in Libia senza neppure farci una telefonata, del resto non lo hanno mai fatto.

Per questo fa ridere la Casa Bianca quando afferma il “ruolo cruciale dell'Italia per portare stabilità nella regione del Mediterraneo”.

Ma quando mai? Hanno bombardato Gheddafi più di una volta senza consultarci, hanno abbattuto l’aereo Itavia su Ustica per dare la caccia ai Mig libici dalla Saratoga e lo stato italiano ha dovuto rimborsare le vittime, hanno fatto fuori il nostro migliore poliziotto in Iraq perché aveva liberato un ostaggio. Cerchiamo quindi di non essere crudeli con i migranti: nelle guerre dove i poveri litigano per le mance dei ricchi vincono solo i ricchi.

Notizia del: 28/06/2018

Rothschild - l'uso del nome porta più affari e soldi e per questo hanno litigato. Hanno la panza piena ma vogliono sempre di più

Due rami dei Rothschild fanno pace sull'utilizzo del nome

L'investment bank franco-britannica Rothschild & co. guidata da Alexandre e la banca svizzera di gestione patrimoniale Edmond de Rothschild con a capo Ariane hanno stabilito le rispettive ragioni sociali e hanno anche deciso di ridurre le partecipazioni incrociate


di Nick Kostov


Due rami della famiglia Rothschild hanno seppellito l'ascia e posto fine a una disputa sui diritti al cognome

In una dichiarazione congiunta venerdì 29, il Gruppo Edmond de Rothschild, una banca privata con sede in Svizzera che gestisce denaro per conto di clienti facoltosi, e la banca d'affari franco-britannica Rothschild & Co. hanno dichiarato che hanno deciso di porre fine alle controversie e che "lavoreranno insieme per proteggere il nome della famiglia nel settore bancario".

La controversia verteva sul fatto che la banca d'investimento fosse colpevole di aver utilizzato il nome di famiglia Rothschild per il suo branding, senza aggiungere un nome, una sigla o un suffisso per chiarire che non aveva diritto esclusivo al prestigioso nome.

Il gruppo Edmond de Rothschild, di proprietà di un ramo della famiglia in gran parte residente in Svizzera, ha sostenuto che l'uso del nome in sé violava secoli di tradizione orale all'interno della famiglia. E nel 2015 ha intentato un'azione legale contro Rothschild & Co. a Parigi, sostenendo di aver violato le leggi sulla concorrenza. Le prove includevano materiale di marketing, domini di siti web e indirizzi e-mail che avrebbero dimostrato che l'azienda parigina utilizzava il nome Rothschild da sola. Aveva inoltre fatto presente che la società madre si autodefinisce "società madre del gruppo Rothschild".

Venerdì, i gruppi hanno detto di essere d'accordo sul fatto che "in futuro nessuno dei due potrà usare il nome Rothschild da solo e in qualsiasi forma".

Ai sensi dell'accordo, tuttavia, Rothschild & Co. continuerà ad utilizzare lo stesso marchio. Le sue attività di private banking e di asset management in Francia, Belgio e Monaco saranno denominate Rothschild Martin Maurel, a seguito della fusione avvenuta lo scorso anno tra la banca privata francese di Rothschild & Co. e la Banque Martin Maurel, una banca privata con sede a Marsiglia.

"La confusione, la commistione e la mancanza di chiarezza... è ciò che abbiamo cercato di evitare", ha dichiarato una persona vicina al Gruppo Edmond de Rothschild.

Nell'ambito dell'accordo, i due gruppi hanno inoltre convenuto di ridurre le partecipazioni incrociate. La holding svizzera di Rothschild & Co. detiene l'8,4% di Edmond de Rothschild, mentre Edmond de Rothschild detiene direttamente il 5,7% di Rothschild & Co. e un altro 9,5% della società tramite la holding svizzera.

Nel XVIII secolo Mayer Amschel Rothschild fondò la sua banca a Francoforte e i suoi cinque figli fondarono attività bancarie negli altri grandi centri finanziari europei dell'epoca: Londra, Parigi, Napoli e Vienna.


Nel 2012, David de Rothschild ha consolidato le attività di investment banking francesi e britanniche della dinastia sotto la guida di una holding chiamata Paris Orleans, ponendo fine ad anni di rivalità tra le due. La holding ha adottato la denominazione Rothschild & Co. group tre anni dopo.

In quel periodo, le tensioni che per anni avevano infiammato il Gruppo Edmond de Rothschild, fondato da un discendente di Mayer Amschel Rothschild nel 1953, si sono riversate in un aperto contrasto.

Subito dopo aver assunto la guida della banca di patrimoni svizzera, nel 2015, Ariane de Rothschild aveva presentato a Rothschild & Co. un'ingiunzione legale per cessare l'utilizzo del brand nell'ambito di una causa per concorrenza sleale e violazione del marchio.

Nell'aprile di quest'anno, Alexandre de Rothschild ha sostituito suo padre David su Rothschild & Co., trasmettendola alla settima generazione della famiglia. La risoluzione di venerdì è tra le sue prime decisioni degne di nota.

Rothschild & Co. è una banca d'affari fortemente legata all'élite finanziaria e politica. Il presidente francese Emmanuel Macron in passato ha lavorato lì, così come uno dei suoi predecessori, Georges Pompidou. Ha sede a Parigi, ricavi per 1,91 miliardi di euro nel 2017 e 74,8 miliardi di masse in gestione (67,3 miliardi in Rothschild Private Wealth & Asset Management e 7,5 miliardi in Rothschild Merchant Banking).

Il gruppo Edmond de Rothschild ha invece sede a Ginevra e ricavi per 659 milioni di franchi svizzeri (568 milioni di euro) nel 2017, gestendo masse per 182 miliardi di franchi (157 miliardi di euro).

Rothschild - la dinastia che ha fatto i soldi con le guerre e continua a mantenerli con le banche

I Rothschild, la famiglia più potente del mondo

Una storia di soldi e potere lunga quasi tre secoli, un intricato, leggendario e spesso segreto racconto che è tutt'uno con la storia della finanza europea e mondiale

venerdì 29 giugno 2018 11:16

La famiglia Rothschild

Nel 1743, cinquant'anni dopo che la Banca d'Inghilterra ha aperto i battenti, un mercante e cambiavalute di nome Amschel Moses Bauer, un ebreo tedesco con la passione per i prestiti, fonda nella Jugengasse, la via che raccoglie il ghetto ebraico di Francoforte, una ditta di contabilità. Sull'entrata del negozio colloca un'insegna con un'aquila romana su uno scudo rosso, che diventa l'emblema, oggi diremmo il logo, dei Bauer, una famiglia che è tutt'uno con la sua attività: la ditta dallo Scudo Rosso, in tedesco Rothschild. Nasce così il nome della dinastia di banchieri più famosa e potente del mondo.

I banchieri che fomentano guerre

Il motto di famiglia lo conia il figlio maggiore del capostipite, Mayer Amschel (1744-1812), che non si chiama più Bauer ma di cognome fa Rothschild: «La nostra politica è quella di fomentare le guerre, dirigendole in modo che tutte le Nazioni coinvolte sprofondino sempre più nel loro debito e quindi sempre più in nostro potere». Mayer Amschel eredita la ditta nel 1755, alla morte del padre. È lui il vero fondatore dell'impero, esce dal ghetto, crea una banca ad Hannover, il cui principale cliente è il principe ereditario dell'Assia, che diventerà uno degli uomini più ricchi del Vecchio Continente.

Cinque fratelli alla conquista dell'Europa

Mayer Amschel è un collezionista di monete rare, sposa una ricca ereditiera, da cui ha 10 figli, di cui 5 maschi, che invia come emissari nelle principali capitali d'Europa, per conquistarle finanziariamente, fondando gli altri rami dell'impresa: Nathan, il più famoso (1777-1836), è inviato a Londra nel 1798, Solomon (1774-1855) va a Vienna, Carlmann (1788-1855) a Napoli e Jakob (1792-1868), il più giovane, va a Parigi nel 1811. I fratelli Rothschild si scambiano favori e informazioni e, nell'arco di meno di mezzo secolo, a partire dagli inizi dell'800, si espandono su scala internazionale e moltiplicano il capitale, passando dai 3 milioni di franchi del 1812 agli oltre 100 milioni del 1825. La loro specialità è quella di muovere il denaro, non necessariamente il loro, soprattutto quello delle principali case regnanti, verso le attività più redditizie, che poi sono essenzialmente due: i prestiti a tasso elevato diretti alle nazioni che intendono entrare in guerra e i titoli del debito pubblico ad alto rendimento acquistati dai Paesi che, usciti dalla guerra, si apprestano alla ricostruzione. Per l'alta finanza è dunque essenziale sapere, prima degli altri, chi vuole la guerra e poi, ripristinata la pace, quando si comincerà a ricostruire. A questo servono i legami familiari dei Rothschild, che si scambiano informazioni e stringono saldi rapporti con le grandi case reali che governano le sorti dell'Europa. In tal modo riescono a prevenire e influenzare gli eventi, giocando sullo scacchiere politico e intascando profitti stratosferici.

Nathan, il creditore di Napoleone e di Wellington

Nel 1823 diventano Guardiatesori del Vaticano, ma il posto chiave per le sorti della dinastia è quello che ricopre Nathan a Londra durante le guerre napoleoniche. A soli 21 anni, Nathan è inviato dal padre a Manchester, che è il cuore della rivoluzione industriale britannica. Nathan dispone di un cospicuo capitale, che presta ai magnati dell'industria tessile. A 27 anni si sposta a Londra, dove fonda una banca e investe nella City, specializzandosi in prestiti di guerra e in titoli di Stato. Presta soldi a tutti, compresa la Francia di Napoleone, anche se il suo 'core business' è il finanziamento dell'Inghilterra e dei suoi Stati satelliti. Nathan diventa l'uomo di fiducia del duca di Wellington, l'artefice della vittoria su Napoleone e Waterloo.

La leggenda del banchiere che ha fatto soldi con Waterloo

Per conto di Londra, Nathan dirige gli aiuti agli Stati alleati, cioè controlla spedizionieri, corrieri e diligenze che trasportano in gran segreto per l'Europa i traffici d'oro che servono a finanziare gli eserciti. Può contare sulla rete di informazione di famiglia, che funziona meglio di un servizio segreto. A questo proposito gira una storia, che forse non corrisponde del tutto a verità, oppure è vera, o semplicemente è stata esagerata, non si sa, ma che merita di essere raccontata per dare l'idea dell'alone leggendario che circonda i Rothschild. Si narra che nel 1815 Nathan avrebbe assistito personalmente alla vittoria di Wellington a Waterloo. Per sfruttarla economicamente, avrebbe intrapreso un viaggio pazzesco, via nave, facendosi trasportare da un peschereccio sul mare in tempesta. Così sarebbe riuscito a tornare a Londra il 21 giugno, 24 ore prima che la notizia diventasse di dominio pubblico e, diabolicamente, l'avrebbe trasformata in oro colato. In che modo? Si racconta che l'avrebbe fatto con un'operazione a cavallo tra insider trading e 'fake news', cioè diffondendo la voce che a Waterloo avesse vinto Napoleone e iniziando lui stesso a vendere i titoli del debito pubblico inglese in suo possesso, per provocarne il crollo in Borsa.

Nel frattempo, in gran segreto, avrebbe ordinato ai suoi agenti di ricomprarli a prezzi stracciati, prima che la notizia della vittoria di Wellington si diffondesse e che il valore di quei titoli andasse alle stelle. Vero, falso? Impossibile dirlo, sicuramente Nathan non era a Waterloo quel giorno, anche se poteva avvalersi di una formidabile rete di corrieri e delle confidenze degli agenti di Wellington, cioè di un servizio informazioni senza pari per l'epoca. Sta di fatto che la speculazione sui titoli inglesi è avvenuta e ha ulteriormente arricchito i Rothschild, anche se nessuno ha mai potuto consultare i loro archivi e le operazioni finanziarie di questa dinastia sono sempre rimaste avvolte nel mistero, contribuendo ad alimentare il mito dei banchieri ebrei, plutocrati, padroni del mondo, geni del male e cosmopoliti affamatori di Nazioni e di popoli. Nel 1825 Nathan Rothschild è riuscito ad aumentare di 2.500 volte la somma iniziale affidatagli dal padre e ha abbastanza soldi da finanziare la Banca d'Inghilterra, evitando che scoppi una crisi di liquidità.

Le fortune degli altri rami di famiglia

Il ramo austriaco della famiglia è quello creato da Salomon, che diventa il braccio finanziario di Metternich, ottiene nel 1820 un titolo nobiliare, cioè il diritto di usare il 'von' prima del cognome e fa un sacco di soldi investendo in miniere e ferrovie. A Napoli Carlmann, ovvero Carl, diventa il finanziatore dei Borbone, dei Granduchi di Toscana e del Papa, poi si trasferisce in Spagna, dove questo ramo della famiglia ben presto si eclissa. In compenso ci pensa Jacob, da Parigi, a tenere alte le sorti della famiglia, fondando la Rothschild Frère, con gli altri tre fratelli maggiori come partner e Re Leopoldo del Belgio e Re Luigi Filippo di Francia come principali clienti. Nel 1850 Jacob dispone di un patrimonio di 600 milioni di franchi, cioè 150 milioni in più di tutti gli altri banchieri francesi messi insieme.

I primi finanziatori degli Stati Uniti d'America

L'ammontare strepitoso della fortuna dei Rothschild si presta a far lievitare leggende e teorie cospiratorie sul loro conto. Si dice che Alexander Hamilton, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, ministro del Tesoro di George Washington e fondatore della prima banca federale Usa, sia stato un loro agente. Impossibile dimostrarlo, sta di fatto che la First Bank of the United States, fondata nel 1791, fortemente avversata da Thomas Jefferson e dotata di un mandato ventennale, era effettivamente un'emanazione della finanza internazionale. Non è escluso che tra i finanziatori della First Bank ci fossero anche i Rothschild, i quali contribuirono così alla creazione del debito pubblico Usa, schierandosi tra le banche che prestarono alla neonata banca centrale statunitense i soldi che le servivano per garantire le prime emissioni di bond governativi Usa, cioè i titoli del debito pubblico coi quali finanziare le attività del nuovo Stato federale, creare un esercito nazionale e ripagare i debiti dei singoli Stati.

«Datemi una moneta e me ne infischio delle leggi»

La banca centrale Usa aveva anche il potere di stampare moneta e questo spiegherebbe la famosa frase del vecchio, Mayer Amschel Rothschild, il quale disse: «Datemi il controllo sulla valuta di una Nazione e me ne infischio di chi fa le leggi». Per circa un secolo i Rothschild sono la famiglia più ricca e più potente del mondo e per la comunità ebraica internazionale rappresentano quanto di più simile ci possa essere a una famiglia reale. Come tutti i reali tendono a sposarsi tra di loro, hanno residenze sontuose, si circondano di preziose quadrerie, di oggetti rari e preziosi, frequentano principi e capi di Stato, sono filantropi. La famiglia tocca l'apogeo intorno al 1850, quando la seconda generazione è ancora in vita.

Dal 1851 con il telegrafo inizia la decadenza

Tuttavia, già nel 1851 Jacob Rothschild si lamenta che con l'invenzione del telegrafo «chiunque ha accesso alle notizie», una merce che fino a quel momento la sua famiglia aveva quasi completamente monopolizzato. Con la terza generazione inizia la decadenza, che con la quarta si accentua. I cinque rami della ditta ormai non marciano più all'unisono, mentre sui membri della famiglia piovono riconoscimenti. Lionel Rothschild (1808-79), figlio di Nathan, è il primo ebreo praticante a sedersi come membro del Parlamento britannico, mentre suo figlio Nathaniel (1840- 1915), detto Natty, è il primo ebreo a sedere alla Camera dei Lord. Entrambi sono pari del Regno, frequentano la corte, Natty è amico intimo del principe di Galles, il futuro Edoardo IV, figlio della regina Vittoria. I Rothschild sono ricchissimi, mondani, sfavillanti ma il loro prestigio sulla scena finanziaria si va indebolendo. Nel 1914 il grande banchiere americano John Pierpoint Morgan ha ormai eclissato il primato dei Rothschild, che si defilano, perdono la ribalta. Insomma, diventa una storia minore. L'ultimo capitolo è quello scritto oggi dai due rami della dinastia, rappresentanti dalla Edmond Rothschild e dalla Rothschild & Co, a capo della quale si è da poco insediato Alexandre de Rothschild, il primo banchiere della settima generazione.

Immigrazione di Rimpiazzo - gli euroimbecilli scrivono una cosa ma ne vogliono un'altra. Macron sbatterà contro il muro Italia

CRONACHE
Venerdì, 29 giugno 2018 - 14:08:00

Migranti, Macron gela l’Italia: "Centri solo in Italia-Spagna, non in Francia"
Migranti: Salvini, navi Ong vedranno Italia solo in cartolina

Migranti: Salvini, stop anche a rifornimenti Ong in porti 

"Ho sentito il ministro delle Infrastrutture, anche noi emaneremo una circolare che chiude i porti non solo allo sbarco ma anche alle attivita' di rifornimento alle navi Ong, che sono indesiderate in Italia". E' quanto ha affermato il ministro dell'Interno Matteo Salvini, a margine del festival del lavoro. "Le navi straniere finanziate in maniera occulta da potenze straniere in Italia non toccano terra", ha aggiunto. 

Migranti: Salvini, navi Ong vedranno Italia solo in cartolina

"Porti chiusi" per tutta l'estate alle navi delle Ong. Lo ha ribadito a Radio Capital il ministro dell'Interno, Matteo Salvini. "Vedranno l'Italia solo in cartolina, e l'Italia non sara' sola a comportarsi cosi'. Ma continueremo a salvare tutti quelli che sono da salvare, con gli Stati che faranno gli Stati. E non saremo piu' soli".

Migranti: Salvini, navi Ong invito a nozze per gli scafisti 

"Come mi dicono i militari italiani e persino quelli libici, le navi delle Ong aiutano gli scafisti, consapevolmente o meno: la loro presenza e' un pericolo per chi parte e un invito a nozze per gli scafisti". Lo ha affermato il vicepremier e ministro dell'Interno, Matteo Salvini, intervistato a "Circo Massimo" su Radio Capital. "Chi finanzia le Ong? C'e' l'Open Society Foundations di Soros che ha un chiaro disegno, quello di un'immigrazione di massa per cancellare quella che e' un'identita' che puo' piacere o meno ma che mi dispiacerebbe venisse distrutta". 

Migranti, Macron gela l’Italia: "Centri solo in Italia-Spagna, non in Francia"

Se e' vero che c'e' stata una svolta di principio sulla condivisione degli sbarchi dei migranti, accolto con soddisfazione da tutti i leader, ad accordo ancora 'caldo' gia' si profilano le prime divisioni. Intanto gia' il premier Giuseppe Conte confessa implicitamente di essere in parte deluso, dato che indica ad alcuni giornalisti che il negoziato poteva andare meglio per l'Italia. Un ridimensionamento chiaro rispetto all'enfasi di questa notte. Poi sono arrivate le dichiarazioni del presidente francese Macron e del premier belga Michel. Macron ha detto che i centri di accoglienza nella Ue su base volontaria "vanno fatti nei Paesi di primo ingresso, sta a loro dire se sono candidati ad aprirli". Aggiungendo che ""la Francia non e' un Paese di primo arrivo". Michel precisa che l'accordo "non ha cambiato il sistema di Dublino e conferma la responsabilita' dei Paesi di primo ingresso". Cio' significa che la strada per concretizzare l'accordo di principio sulla condivisione degli sbarchi e' tutta in salita e per ora tale condivisione riguarderebbe solo Italia, Spagna, Malta. 

Il premier belga aggiunge che il caso della Lifeline (con la ripartizione volontaria dei migranti salvati) "non deve essere ripetuta o certamente non prima della riforma di Dublino". Alla domanda se ci siano Stati che non si affacciano al Mediterraneo che si siano proposti per creare i centri e se si fossero dichiarati disponibili a eventuali reinsediamenti, il portavoce del Consiglio Ue ha risposto: "No". Cio' significa che la strada per concretizzare l'accordo di principio sulla condivisione degli sbarchi e' tutta in salita e per ora tale condivisione riguarda Italia, Spagna, Malta. Il premier spagnolo Sanchez, dal canto suo, indica che il suo Paese ha gia' dei centri per i migranti e che non intende aprirne di nuovi. "Il nostro meccanismo con salvataggi, polizia, accordi con le organizzazioni non governative, centri per chi ha diritto all'asilo e per gli altri migranti funziona: l'accordo e' accettabile per tutti". E' chiaro che adesso la discussione su come applicare i principi pattuiti si sposta al Consiglio affari generali al quale partecipano i responsabili degli affari europei (per l'Italia il dossier resta nelle mani del ministro degli esteri Enzo Moavero Milanesi che ieri ha condotto il negoziato con gli altri Stati per preparare l'accordo poi discusso dai leader).

Un elemento centrale sul quale si fonda la soddisfazione italiana, nonostante tutto, e' espresso nel punto 5 delle conclusioni del Vertice nel quale si afferma: "Per smantellare definitivamente il modello di attivita'; dei trafficanti e impedire in tal modo la tragica perdita di vite umane, e' necessario eliminare ogni incentivo a intraprendere viaggi pericolosi. Occorre a tal fine un nuovo approccio allo sbarco di chi viene salvato in operazioni di ricerca e soccorso, basato su azioni condivise o complementari tra gli Stati membri". Di tale approccio c'e' solo un abbozzo per ora e riguarda le piattaforme di sbarco regionali, in stretta cooperazione con i paesi terzi interessati e con Onu e Organizzazione internazionale della migrazione. Ma su questo c'e' gia' la distinzione tra i Paesi che vanno considerati "di primo ingresso" e chi non vuole considerarsi tale. L'idea di fondo e' che i 'centri' migranti in Africa saranno in collegamento con i 'centri' nei paesi Ue che si affacciano nel Mediterraneo, verso i quali presumibilmente fluira' cui ha diritto all'asilo dopo una prima verifica. Che cosa accadra' dopo non e' chiaro. La cosa certa e' che c'e' stata una stretta sulla navi dell'Ong: i 28 indicano che "tutte le navi operanti nel Mediterraneo devono rispettare le leggi applicabili e non interferire con le operazioni della guardia costiera libica". La riunione ieri sera e nella notte e' stata caratterizzata da forti tensioni: stando alle ricostruzioni un ruolo chiave e' stato giocato da Macron che ha lavorato direttamente anche con Conte. Le posizioni del Gruppo di Visegrad all'insegna della 'nazionalizzazione' della gestione dei migranti (finanziamento a parte) hanno di fatto ottenuto un consenso che va ben al di la' dei paesi che ne fanno parte (Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia). Nulla si dice sullo 'stock' di migranti irregolari che si trovano in Germania e che la Csu vuole allontanare dal Paese. Nuove pressioni alle frontiere sono particolarmente temute nei paesi del Nord. 

Migranti: Guardia costiera libica, 100 dispersi in un naufragio

La Guardia costiera libica ha dato l'allarme per un naufragio a largo della costa orientale della Libia. Secondo quanto riporta la Reuters, ci sarebbero 100 dispersi. Finora sono state soccorse 14 persone.

Immigrazione di Rimpiazzo - Le Ong fanno la tratta degli schiavi, fanno affari d'oro e per questo non demordono

La gara a chi chiude più porti. Salvini minaccia le Ong. L’Oxfam replica: leader europei in cerca di consenso elettorale 

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29/06/2018 

Sono stati ripescati i corpi di tre bambini e in tutto sono 100 le vittime del naufragio del gommone a est di Tripoli sul quale c’erano quasi 120 persone. Ma l’ennesima tragedia non smuove il leader leghista Matteo Salvini che promette: le navi delle Ong “non vedranno più l’Italia se non in cartolina”, ribadendo il no all’accesso ai porti per le navi umanitarie. “Ora ci sono due navi davanti alla Libia di Proactiva Open Arms – ha aggiunto Salvini – chiedo che oggi stesso pubblichino l’elenco dei finanziatori”. Loro e le altre ong, ha accusato, “fanno politica, mi danno del razzista e del fascista ma,come dicono i militari italiani e libici, aiutano gli scafisti”.

“Come mi dicono i militari italiani e persino quelli libici, le navi delle Ong – ha attaccato il ministro dell’Interno – aiutano gli scafisti, consapevolmente o meno: la loro presenza è un pericolo per chi parte e un invito a nozze per gli scafisti”. In effetti Salvini continua a martellare le Ong come se fossero organizzazioni criminali (mentre è la Lega a dover rispondere di pesanti accuse presso diverse procure). “Chi finanzia le Ong? C’è l’Open Society Foundations di Soros che ha un chiaro disegno, quello di un’immigrazione di massa per cancellare quella che è un’identità che può piacere o meno ma che mi dispiacerebbe venisse distrutta”. Salvini spiega: “Voglio ridurre gli arrivi e aumentare le espulsioni. Chi c’era prima di me evidentemente si è dedicato ad altro”.

Secondo Salvini, dal Vertice di Bruxelles abbiamo ottenuto il 70% di quanto richiesto. “Il principio fondamentale era e continua a essere la protezione delle frontiere esterne e fare investimenti veri in Africa perché l’unico modo per bloccare l’esodo è permettere a quelle ragazze e a quei ragazzi di avere un futuro nelle loro città” ha concluso.

Diversa ovviamente la valutazione di Oxfam per la quale “un’Europa miope decide di non decidere”.

In una nota l’ong rileva che “i leader europei, riuniti a Bruxelles per il summit sulla crisi migratoria, ancora una volta non sono riusciti a trovare un accordo per una vera riforma del sistema europeo di asilo. Al contrario la sola unità di intenti tra le diverse posizioni è stata trovata nel ridurre ulteriormente gli spazi per l’accoglienza dei richiedenti asilo e nello scaricare le responsabilità sul controllo delle frontiere sui Paesi al di fuori dell’Unione”. Ciò che è stato stabilito a Bruxelles è “un passo che desta grande preoccupazione, perché è inaccettabile che le necessarie riforme degli accordi europei possano avere un impatto ancora più negativo sulla vita di chi fugge verso l’Europa in cerca di salvezza”.

“Inoltre – aggiunge l’ong – la creazione solo su base volontaria di aree di sbarco dei migranti, rischia di far rivivere per tutta l’estate un braccio di ferro tra i Paesi Ue, che potrebbe causare nuovi naufragi nel Mediterraneo”.

Per Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia, “la priorità dei leader Ue sarebbe dovuta essere quella di affrontare le carenze del sistema di accoglienza a livello europeo, dando una risposta efficace e umana alla crisi migratoria, non solo rispondere ai problemi politici interni”.

“Una migrazione ben gestita e un sistema di asilo europeo efficace dovrebbero andare al di là dei Paesi di primo approdo dei migranti e per questo sarebbe stato fondamentale una riforma del Trattato di Dublino nella direzione di una ridistribuzione automatica e obbligatoria dei richiedenti asilo tra i Paesi membri”, sottolinea Bacciotti, secondo cui “in realtà il rimando generico ad una futura ritrattazione, sembra l’ennesimo buco nell’acqua”

Macron deve ancora prendersi i novemila rifugiati che gli competono

POLITICA
'Da Macron non prendo lezioni'Ue. Salvini: non mi fido delle parole, aspetto i fatti. 

Le Ong? Vedranno Italia in cartolina Il vicepremier e ministro dell'Interno inoltre ha sottolineato che il nostro Paese - il prossimo anno - chiederà un 'commissario economico' in sede europea. Poi ha ribadito: smonteremo la Fornero e che non ci sarà nessuna patrimoniale. La polemica sulla scorta a Saviano: non decido io, spiega 

Migranti. Salvini: a Bruxelles abbiamo ottenuto il 70% 29 giugno 2018 

"Vorrei che finisse l'ipocrisia per cui si dice viva l'Europa e poi paga l'Italia". Il vicepremier e ministro dell' Interno, Matteo Salvini, ospite di "Circo Massimo" su Radio Capital, commenta i risultati del vertice europeo, sottolineando però di non fidarsi "delle parole, vediamo che impegni concreti ci sono": abbiamo ottenuto il 70% di quanto richiesto. "Il principio fondamentale era e continua a essere la protezione delle frontiere esterne e fare investimenti veri in Africa perché 'unico modo per bloccare l'esodo è permettere a quelle ragazze e a quei ragazzi di avere un futuro nelle loro città" ha aggiunto Salvini. 

Salvini poi affronta con toni duri, la questione delle Ong: "Come mi dicono i militari italiani e persino quelli libici, le navi delle Ong aiutano gli scafisti, consapevolmente o meno: la loro presenza è un pericolo per chi parte e un invito a nozze per gli scafisti". E attacca: "Chi finanzia le Ong? C'è l'Open Society Foundations di Soros che ha un chiaro disegno, quello di un'immigrazione di massa per cancellare quella che è un'identità che può piacere o meno ma che mi dispiacerebbe venisse distrutta". Salvini spiega: "Voglio ridurre gli arrivi e aumentare le espulsioni. Chi c'era prima di me evidentemente si è dedicato ad altro". Il ministro dell' Interno ha chiarito che "salveremo tutti quelli che saremo in grado di salvare, ma fortunatamente non siamo più da soli" e sulla possibilità di una chiusura dei porti Salvini ha concluso "per quanto riguarda le Ong, non vedono l'Italia se non in cartolina". 

Parlando della missione in Libia, il ministro dell'Interno dice: "Molto positiva anche dal punto di vista economico. L'idea che mi sono fatto è che gli interventi degli altri Paesi in Libia non sono dettati da ragioni umanitarie ma per fare i loro interessi economici e poi lo scotto lo paghiamo noi. Mi dicono che sono sovranista ma in Libia devono decidere i libici". Sulla controversa figura di Orban, Salvini, rispondendo a Silvio Berlusconi - che in una lettera al Corriere della Sera lo invita a riflettere su una possibile alleanza con il leader ungherese - dice: "Orban, ha difeso il lavoro della sua gente - ha ricordato il vicepremier - cosa che dovrebbe fare qualsiasi leader di destra o di sinistra. Governa da una vita in Europa, con il partito popolare europeo, è alleato della Merkel e di Berlusconi". 

Non prendiamo lezioni da Macron 
"Lezioni da un signor Macron che a Ventimiglia respinge decine di donne, bambini e invalidi io non ne prendo". Cosi'' il ministro dell'Interno Matteo Salvini al festival del lavoro. "Non puoi dire che Salvini e gli italiani sono brutti e cattivi", ha continuato, sempre parlando del presidente francese. "Prima di darci lezioni dovrebbe accogliere altri novemila" migranti, ha continuato, "fino a quel momento non può aprire bocca". 

Chiederemo 'commissario economico' 
Salvini inoltre spiega che l'Italia vuole rimanere in Europa, ma non "da ultimi". E annuncia che il prossimo anno chiederà di avere 'un commissario economico' nella nuova commissione Ue.

Smonteremo Fornero 
"La legge Fornero? "Lo dicono tutti da anni di non toccarla: Confindustria, Bce, Istat; lo abbiamo messo in programma e lo faremo: se ne faranno una ragione, la smonteremo ripartendo da quota 100". 

Legittima difesa: legge può salvare vita di gente perbene 
"La legge sulla legittima difesa ha costo zero. Se servisse a salvare la vita anche ad un solo cittadino per bene, ben venga" ha detto il ministro dell'Interno. Il codice prevede la valutazione della proporzionalità, "ma se uno entra alle 3 di notte in camera di mio figlio io non ho il tempo di capire se la pistola che ha in mano è vera o no, se è carica o no. Io non sono armato, non ho la pistola sul comodino e non ho nemmeno il porto d'armi, al massimo ho il mattarello, ma in una situazione del genere mi difenderei con qualsiasi 'arma' avessi a disposizione. 

Su scorta Saviano non decido io 
"La scorta di Saviano? Non sono io che decido, chi di competenza valuterà" dice ancora Salvini. Roberto Saviano ministro della malavita può dirlo a qualcun altro" ha aggiunto " a me la mafia fa schifo e voglio togliergli fino all'ultima mutanda". 

Nessuna patrimoniale. 
Sui conti pubblici: Italia paese sicuro "Non ci sarà nessuna forma di patrimoniale e nessuna forma di tassazione dei risparmi, perché sono stati già tassati. Con meno burocrazia e meno tasse l'Italia è il Paese migliore per investire in Italia" spiega il vicepremier. 

Poi sui conti pubblici: "L'Italia è un Paese sicuro
Ha uno dei risparmi privati piu' avanzati al mondo: abbiamo messo nel contratto che non ci sarà nessun tipo di patrimoniale, mentre il mio dubbio è che qualcuno ci voglia mettere mano". Per quanto riguarda il decreto allo studio, "sulla sburocratizzazione, tagliare le complicazioni delle cose semplici, studi di settore e redditometri, ci siamo" conclude. 

Reddito cittadinanza: privato già munto, nel pubblico c'è da fare 
Il reddito di cittadinanza? "L'unica cosa di cui sono certo è che l'ultimo settore da toccare è quello privato. E' già stato munto abbastanza. Non può pagare una lira in più altrimenti muore. Nel pubblico c'è ancora da fare" dice Salvini.