Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 21 luglio 2018

gli ebrei lavorano notte e giorno per il genocidio del popolo palestinese

Israele: addio farsa, addio Stato binazionale. Sì all'ufficializzazione di apartheid, colonizzazione e discriminazioni


di Paola Di Lullo

Non sono bastati i bombardamenti della settimana scorsa che, in al Khatiba Square, hanno causato la morte di due ragazzini, Amir Alnimra, 15 anni, e Luoay Khail, 16 anni.

Non sono bastati i bombardamenti contro siti che producevano palloncini ed aquiloni.

Non sono bastate le condizioni, poste da Israele, per un cessate il fuoco, mediato dall'Egitto :
- niente più razzi dalla Striscia ( ma missili sulla stessa, sì)
- niente più manifestazioni al border.

Non è bastato chiudere il valico di Kerem Shalom, adibito al transito delle merci, impedendo l'entrata di gasolio e carburante il che ha avuto ripercussioni sulle già poche ore di energia elettrica di cui dispone la Striscia e nemmeno la chiusura del valico di Rafah, ordinata dal fedele servo al Sisi. Nemmeno ridurre il limite per la pesca da sei a tre miglia, pur sapendo che a tre miglia è impossibile pescare anche solo per la sopravvivenza.

Non sono bastati, perché oggi, Israele ha ucciso ancora, a Rafah. A cadere sotto i colpi degli Apache, Abdel Karim Radwan, 22 anni, membro delle Brigate Qassam. Altre tre persone risultano ferite, una in modo grave. I quattro sarebbero stati colti sul fatto : stavano lanciando palloncini nei Territori del '48.


La Resistenza ha risposto con tre colpi di mortaio che, atterrati ad Eshkol, hanno causao qualche incendio, ma nessun danno a persone.

Quando da Gaza mi erano arrivate le mail con la dichiarazione del Coordinating Committee of the March of Return (Comitato di Coordinamento della Marcia di Ritorno) che affermava l'intento del popolo gazawi, per l'80% formato da profughi, di intraprendere marce pacifiche per tornare alle loro case in conformità con la risoluzione ONU 194, l'avevo previsto che Israele, preparato a difendersi da attacchi militari di ogni genere, non sarebbe stato in grado di contenere ed arginare una simile iniziativa.


Insomma, Israele ha paura di palloncini ed aquiloni o di ciò che rappresentano? Ha paura che i media si sveglino? Che qualcuno si decida a raccontare che non puoi uccidere 140 persone disarmate e ferirne oltre 16.000 perché lanciano palloncini con le foto dei martiri ed aquiloni con due fiammelle incendiarie. Perché se davvero qualcuno lo facesse, che figura farebbe Israele? Droni, F15 e cecchini contro palloncini, aquiloni ed un popolo disarmato?

E giusto per non farsi mancare niente, ieri la Knesset, il parlamento illegale dell'illegale stato israeliano ha approvato la "Patriot Act" - legge che per la prima volta consacra Israele come "la casa nazionale del popolo ebraico". La legge diventa una delle cosiddette leggi fondamentali, che, come una costituzione, guida il sistema legale di Israele .

I punti salienti :
  • Israele è la patria storica del popolo ebraico ;
  • l diritto di esercitare l'autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è unico per il popolo ebraico;
  • la bandiera di stato è bianca con due strisce blu vicino ai bordi e una stella blu di David al centro;
  • la capitale dello stato è Gerusalemme, unica ed indivisibile;
  • la lingua dello stato è l'ebraico;
  1. la lingua araba è declassata da lingua ufficiale a lingua a statuto speciale nello stato;
  2. lo Stato agirà all'interno della diaspora per rafforzare l'affinità tra lo stato e i membri del popolo ebraico;
  3. lo Stato agirà per preservare il patrimonio culturale, storico e religioso del popolo ebraico tra gli ebrei nella diaspora;
  4. lo Stato favorirà lo sviluppo degli insediamenti ebraici ed agirà per incoraggiare e promuovere la loro creazione e consolidamento;
  5. l'Independence Day è la festa nazionale ufficiale dello stato;
  6. il Memorial Day per i Caduti nelle Guerre di Israele e la Giornata della Memoria per l'Olocausto e l'Eroismo sono giorni commemorativi ufficiali dello Stato.;
  7. la presente Legge fondamentale non può essere modificata, a meno che non venga sostituita da un'altra Legge fondamentale approvata dalla maggioranza dei membri della Knesset.
Insomma, addio farsa, addio stato binazionale ( per chi ancora ci credeva), addio stato unico con diritti uguali per tutti. Sì all'ufficializzazione di apartheid, colonizzazione, discriminazioni.

Signori, benvenuti nell'unica democrazia del Medio Oriente

Notizia del: 19/07/2018

Le alture del Golan occupate illegalmente possono rientrare nella disposizione dei siriani e gli ebrei hanno paura

I "ribelli" si arrendono e l'esercito siriano si avvicina alla frontiera con Israele


Dopo aver avviato, circa un mese fa, le operazioni militari contro i gruppi "ribelli" e jihadisti, l'esercito siriano è vicino a prendere il controllo del Sud Ovest della Siria e si ritrova a pochi passi dalla frontiera con Israele.

Il portale di notizie 'al Masdar News' ha pubblicato le immagini di ieri (visibili aprendo il link) dell'avanzata e del posizionamento delle forze speciali siriane sulle colline di Al-Harra dopo aver messo fine alla presenza dei terroristici e "ribelli" a sud, al confine con la Giordania da un lato e le alture del Golan, occupate da Israele.

Il recupero delle alture di Al-Harra, secondo il portale facilita per la prima volta, dallo scorso giugno (data di inizio delle operazioni nel sud), l'esercito siriano in quanto potrà monitorare la provincia di Quneitra, e le aree occupate del Golan siriano.

Secondo i media israeliani, il controllo di Al-Harra da parte delle forze siriane rappresenta una minaccia diretta per la sicurezza del regime di minaccia Tel Aviv, perché da lì, l'esercito siriano non solo potrebbe semplicemente bombardare ovunque nel Golan, ma anche attaccare il a nord della Galilea come la città di Al-Yalil e quella della costa mediterranea come Nahariya.

Dopo aver liberato il 90% della provincia di Daraa, e preso il controllodel capoluogo omonimo, le forze siriane si preparano a continuare le sue operazioni militari in altre regioni del sud del paese.

Attualmente, hanno iniziato una serie di operazioni militari nella provincia Quneitra, che confina con la Giordania, il Libano e le alture del Golan occupate.

L'offensiva siriana Quneitra ha preoccupato il regime di Tel Aviv in misura estrema. Perché Israele teme che se le truppe siriane recupereranno il sud del paese potranno avanzare nella parte occupata del Golan, l'altopiano siriano che il regime di Israele controlla dal 1967 illegalmente.

Riguardo agli ultimi risultati di Damasco sul campo di battaglia della Siria meridionale, i media israeliani hanno riconosciuto che i soldati siriani sono tornati ufficialmente al confine delle alture del Golan occupate.

Fonte: Al Masdar News - Haaretz

Notizia del: 20/07/2018

Roberto Pecchioli - Savona ci fa sognare, gli euroimbecilli messi all'angolo dalle competenze e volontà ferrea di difendere gli Interessi Nazionali

SAVONA, IL “PIANO A”, IL DEBITO IMPLICITO

Maurizio Blondet 21 luglio 2018 

Roberto PECCHIOLI

Il ministro per gli Affari Europei Paolo Savona, accusato da più parti di avere un “piano B” per uscire dall’euro, ha invece un piano A. Lo ha espresso in un’intervista al quotidiano La Verità, presto rimbalzata sulla stampa internazionale, compreso il New York Times. Vale la pena citarne alcuni brani, nella speranza che alle parole il governo giallo blu (noi preferiremmo poterlo definire sovranista) faccia seguire i fatti.

La prima grande novità è la constatazione che “l’Italia vive al di sotto delle proprie risorse, come testimonia un avanzo di parte corrente della bilancia estera”. Colpiti e affondati, la menzogna che inquina la vita italiana è smontata, poiché da ben 27 anni realizziamo ingenti avanzi primari, usati esclusivamente per pagare interessi. L’economista sardo va oltre e pronuncia finalmente frasi che avremmo voluto ascoltare da molto tempo. “Tale avanzo non può essere attivato, cioè non possiamo spendere per l’incontro tra i vincoli di bilancio. L’avanzo di quest’anno è al 2,7 per cento del PIL, per un valore di 50 miliardi: esattamente ciò che manca alla domanda interna”. Repetita iuvant: i vincoli del cosiddetto fiscal compact, l’imposizione costituzionale del pareggio di bilancio sono costruzioni ideologiche del neo liberismo dogmatico dell’Unione Europea. Inoltre, finalmente qualcuno parla di domanda…

La zavorra è una politica di lungo periodo tutta dal lato dell’offerta, perdente per la schiacciante maggioranza della popolazione. Ne è una prova l’obbligo del rapporto del 3 per cento tra il Prodotto Interno Lordo (PIL) e il deficit pubblico. Un limite cervellotico, per alcuni versi astratto, un rapporto tra uno stock (il debito) e un flusso (il PIL), due unità di misura diverse, porre in rapporto le quali è un esercizio da cui non si possono trarre conclusioni vincolanti.

“Se la l’UE accetta (il piano)”, continua il ministro, “la crescita del PIL nominale che ne risulterebbe può consentire un gettito fiscale capace di coprire la quota parte delle spese correnti implicite nelle proposte di flat tax, salario di cittadinanza e riforma della legge Fornero”. Lasciamo agli esperti i calcoli aritmetici, concentrandoci sulla difficile premessa, ovvero sull’accettazione da parte degli organi comunitari della proposta italiana. La prima constatazione riguarda il fatto che se l’Italia avesse conservato la sovranità economica, potrebbe svolgere qualunque politica decisa dal governo, cioè dal legittimo rappresentante del popolo italiano. Così non è, le probabilità di accoglienza del ragionevole piano Savona di sapore keynesiano non sono molte, tanto da affermare, a proposito dell’asse franco tedesco, custode dell’immobilismo burocratico e del dogmatismo rigorista dell’Unione, che esso si è trasformato in un organo repressivo interno all’Europa, interessato unicamente a contrastare il vituperato “populismo”, ovvero le tendenze sovraniste dei paesi subalterni, il più importante dei quali è l’Italia.

Il fallimento dell’ultimo vertice europeo dimostra quanto il frusto direttorio Parigi-Berlino sia inadeguato ad affrontare la drammatica questione dei flussi migratori, ma anche la crisi del sistema bancario, le ulteriori difficoltà economiche determinate dalla svolta protezionistica impressa dagli Usa, la sostenibilità del debito degli Stati, l’insufficienza della BCE, chiusa nel ruolo anacronistico di guardiana della “stabilità” prescritta per l’eternità dal Trattato di Maastricht. La debolezza europea è strutturale, ma l’attuale quadro internazionale, sfavorevole agli interessi mercantilistici della Germania, può consentire qualche spazio alle legittime richieste italiane. La politica del rigore fine a se stesso ha impoverito tutti, fuorché i piani alti del potere finanziario e i colossi industriali e tecnologici. Va dunque cambiata.

Le resistenze saranno enormi, ma fa benissimo Paolo Savona ad agitare le acque con una proposta sostenibile e concreta, in grado di risollevare l’Italia, ma nel contempo restituire protagonismo ad un’UE liberata dai fantasmi neo liberisti, in grado di definire un futuro proprio, autonomo dall’ormai obsoleta, ambigua categoria di Occidente, che gli stessi Usa stanno abbandonando. Trump ha recentemente affermato che l’Europa è un nemico degli Stati Uniti, dunque dobbiamo prendere atto della realtà e imboccare strade nuove. L’ Occidente, del resto, non ha mai realizzato alcuna politica che fosse insieme sovrana- l’Europa “deve” rimanere un nano politico e un verme militare- e solidale.

Tuttavia, le idee avanzano soltanto se, oltre alla volontà, si liberano le risorse. L’arma letale contro i popoli resta il debito. Rimandando ad altra occasione una riflessione sulla natura e la stessa verità del debito, resta l’evidenza di una sua crescita incontrollata. Problema che, come vedremo, è globale e non italiano. Secondo l’Institute of International Finance il debito mondiale ha raggiunto nel 2017 l’incredibile cifra di 233.000 miliardi di dollari, ovvero il 325% del Pil mondiale. Ciò significa che non esistono le risorse per estinguerlo e, a fortiori, che il creditore – il sistema finanziario globale – ha prestato a strozzo promesse, impulsi elettronici, ma non denaro vero. La maggior parte di questo debito è stato contratto da istituzioni non finanziarie: principalmente le imprese (68.000 miliardi di Dollari), seguite dai governi (58.000 miliardi), dalle istituzioni finanziarie (53.000 miliardi) e infine dalle famiglie (44.000 miliardi). Considerando l’intera popolazione mondiale il debito pro capite è di 30.000 dollari per ciascun abitante del pianeta, inclusi i neonati e centinaia di milioni di poverissimi il cui reddito è di uno, due dollari al giorno. L’incremento annuo è superiore a quello del PIL dal 2007, anno di inizio della crisi economico finanziaria mondiale.

L’UE ha un problema ulteriore, la prossima fine del cosiddetto quantitative easing, l’acquisto dei buoni del tesoro degli Stati dell’Eurozona da parte della Banca Centrale Europea con fondi creati dal nulla. Da marzo 2015 la BCE ha pompato denaro virtuale per 80 miliardi di euro mensili, ora ridotti a 60, al fine di evitare la deflazione, in controtendenza rispetto al verbo monetarista che domina l’economia dagli anni 80, incontrastato dopo la caduta del comunismo. Basta denaro facile a breve, dunque, anche se la festa ha riguardato soprattutto il sistema bancario, e fine dei bassi interessi sul debito pubblico. Verso la metà del 2019, l’aria si farà pesante, specie in Italia. Va dunque ripensato integralmente il sistema, a partire dal calcolo stesso del debito. L’Italia ha un elevato debito pubblico, pari a oltre il 130 per cento del PIL.

Tuttavia, nel vasto mondo ciò che davvero preoccupa è l’incremento esponenziale del debito delle imprese, che ha raggiunto il 96 per cento del PIL mondiale, nonché quello delle famiglie. Il rischio è un crollo della sostenibilità. Il sistema finanziario si è gettato in massa sul mercato obbligazionario, con i fondi d’investimento che ne detengono il 30 per cento in America e il 20 in Europa, quattro volte la percentuale d’inizio crisi. I titoli spazzatura, secondo l’OCSE, sarebbero circa il 40 per cento. Il debito delle famiglie, piuttosto limitato da noi, è schizzato al 150 per cento del reddito in Olanda, Canada, Australia. In assenza di meccanismi di redistribuzione del reddito, la tanto invocata crescita, cioè la necessità vitale di svuotare i magazzini e alimentare il consumo, si sostiene solo con nuovi debiti.

L’Italia, se venissero utilizzati meccanismi statistici diversi da quelli correnti, starebbe assai meglio di molti altri. Esiste infatti un indice di debito aggregato, che unisce il debito pubblico a quello privato e a quello delle imprese. In questa classifica, assai più indicativa, la Francia è in testa con debito pari a quattro volte il PIL. L’Italia si ferma al 350 e la virtuosa Germania assomma un consistente 270 per cento. Siamo dunque noi i cattivi, i pigri, quelli che vivono alle spalle altrui? Un altro interessante indicatore è il debito implicito, il cui uso a fini di politica internazionale è stato invocato a gran voce da Boeri, presidente dell’INPS, sostenuto dal giornale della Confindustria. Si chiama debito implicito l’insieme degli impegni futuri, in valore attuale e a legislazione vigente, presi dallo Stato nei confronti dei cittadini in termini di prestazioni pensionistiche, sociali e sanitarie al netto dei contributi.

In questa classifica, il valore medio del debito nell’eurozona è 266 per cento, con punte del 592 per la Spagna e del 291 per la Francia. La Germania è al 149 per cento, mentre, udite udite, la reietta Italia è la meglio piazzata con il 57 per cento. Ciò significa che la sostenibilità dell’economia e della finanza italiana è maggiore di quanto ci viene fatto credere. Certifica anche, invero, che la devastazione dello Stato sociale in Italia è stata superiore rispetto al resto d’Europa. Aggregando i vari dati, perveniamo alla conclusione sorprendente che il nostro debito, in prospettiva, è più sostenibile di quello altrui. Lo possono compromettere due fattori che finora hanno soffocato l’Italia: il rigorismo esagitato e restrittivo praticato dai governi, da Monti sino a Gentiloni; gli effetti sciagurati del MES, il fondo cosiddetto salva stati, il Fondo Monetario in salsa europea che ha consegnato risorse per decine di miliardi a un soggetto il cui scopo è prestarci a interesse, in cambio di politiche obbligate, antipopolari e antisociali, i nostri stessi soldi.

Dunque, senza enfatizzare le mosse di Savona, accogliamo con favore il suo tentativo di picconare le regole ferree di un sistema che ha mostrato disfunzionalità, rigidità, prodotto povertà, diseguaglianze intollerabili e azzerato i margini di manovra dei governi, ridotti ad amministratori delegati di un potere oligarchico sovraordinato ai popoli. E’ questo, infine, il significato di governance, la parola magica per descrivere la politica prefissata dal pilota automatico globale.

Il piano A è una speranza, un segnale di vita, una ripresa dell’iniziativa politica abbandonata a favore dei meccanismi impersonali della tecnocrazia economica e finanziaria sostenuta dall’apparato tecnologico controllato dai soliti noti, in Europa e dappertutto. Per una bizzarra eterogenesi dei fini, la società del neo liberismo globalizzato, mecca della distruzione creatrice e del mutamento continuo, si è trasformata in una civiltà fredda, secondo le categorie di Claude Lévi Strauss, destinata esclusivamente a riprodurre se stessa senza rinnovamento e circolazione di idee, una società a somma zero. Interessante, al riguardo, è la conclusione di un intellettuale non certo vicino all’universo sovranista, tanto meno di destra, Luca Ricolfi. “Una società a somma zero è una società competitiva nella quale (…) a fronte di qualcuno che vince c’è sempre qualcuno che perde perché la posta, la torta da spartirsi, è limitata e non aumenta nel tempo”. L’inganno della crescita.

La trappola del debito ne è la prova, con la conseguenza che cresce la percentuale della torta in mano alle cupole industriali, finanziarie, multinazionali, agli azionisti e ai loro alti funzionari (CEO economy), crolla la fetta di tutti gli altri, ceto medio proletarizzato e working class, schiacciati dal debito, dalla precarietà e dai lavoretti (gig economy). Non coltiviamo illusioni, ma ci sorregge una piccola speranza: se passa, il piano d’investimento di Paolo Savona può essere il primo passo della lunga marcia verso il riscatto della politica, fatta di scelte, progetti, idee, bene comune. Noi la chiamiamo sovranità.

Una volta bisognava fare la fila a pane &pasta oggi la si deve fare in farmacia. Basta guardare la pubblicità


Altro che Walgreens o Amazon. Sul business delle farmacie italiane si butta a capofitto un rampollo di casa Agnelli 

19 luglio 2018 di Stefano Sansonetti



di Stefano Sansonetti

Il settore sembrava destinato a essere una riserva di business per colossi americani come Walgreens o Amazon. Invece a buttarsi a capofitto nell’affare delle farmacie italiane è un rampollo di casa Agnelli, Sebastien Egon von Fürstenberg, figlio del principe Tassilo von Fürstenberg e di Clara Agnelli, sorella dell’avvocato Agnelli. Von Fürstenberg è presidente e azionista di maggioranza di Banca Ifis. E la stessa Banca Ifis, dopo aver acquisito il controllo di Credifarma, adesso ammette candidamente di seguire con attenzione il dossier Farbanca. Le due prede, una già fagocitata e l’altra entrata nel mirino, rappresentano le banche di riferimento delle 17mila farmacie italiane, oggi non sempre in grandi condizioni di salute.

I passaggi – Nel gennaio di quest’anno Banca Ifis ha rilevato dai precedenti azionisti (Unicredit, Bnl e Federfarma) il 70% di Credifarma, specializzata nell’anticipo crediti e nei prestiti a breve, medio e lungo termine alle farmacie. La stessa Federfarma, l’associazione di categoria, è però rimasta nel capitale con il 30%. Già nel 2017 la banca di von Fürstenberg aveva messo gli occhi sull’altro istituto di credito del settore, ovvero Farbanca, che fa capo a quella che un tempo era la galassia di Banca Popolare di Vicenza. Con la liquidazione di quest’ultima, Farbanca è finita sul mercato. E a un certo punto i liquidatori hanno anche individuato nella conglomerata cinese Cefc il compratore. Peccato che successivamente, in Cina, Cefc sia finita sotto indagine per presunti reati economici, una vicenda dai contorni ancora avvolti nel mistero. La conclusione è stata il naufragio della vendita. E così, come ha confermato nei giorni scorsi il suo Ad, Giovanni Bossi, adesso Banca Ifis è tornata a esplorare il dossier. Le due realtà hanno numeri diversi. Credifarma, per citare qualche dato, ha 139 milioni di margine di intermediazione e 1,4 miliardi di patrimonio netto. Farbanca, dal canto suo, vanta impieghi per 543 milioni, un margine di intermediazione di 16,4 milioni e un patrimonio netto di 63,1.

Possibili sviluppi – Se l’interesse di Banca Ifis si concretizzasse potrebbe nascere una sorta di maxi polo bancario per le farmacie, in grado di assistere molto più incisivamente un settore in grande difficoltà (circa 4 mila esercizi traballanti). Tutto questo, tra l’altro, non può che essere analizzato anche in relazione all’apertura del mercato contenuta in una norma della recente legge sulla concorrenza, approvata nel corso della precedente legislatura, che sotto forti pressioni lobbistiche ha previsto l’ingresso nelle farmacie delle società di capitali nel limite del 20% dei punti vendita regionali. Uno “squarcio” dietro al quale c’era soprattutto il colosso Walgreens, guidato dagli italiani Stefano Pessina e Ornella Barra, ancora oggi in attesa dei prezzi più bassi per rilevare migliaia di farmacie. Nel frattempo, però, c’è chi si è già mosso per dotare gli esercizi di maggiore struttura patrimoniale, avendo in mente una super banca di settore.

Gli ebrei sono talmente tarati mentalmente che fanno le peggio nefandezze

ESTERI
20/07/2018 13:29 CEST | Aggiornato 20/07/2018 13:32 CEST

"Europa non chiudere gli occhi: Israele, per legge, è diventato lo Stato dell'apartheid"
Parla il segretario generale dell'Olp Saeb Erekat all'HuffPost

EPA

"Ora il regime di apartheid è diventato de jure. Con una legge approvata a maggioranza, i governanti israeliani hanno inferto un colpo mortale a un accordo di pace fondato sul principio 'due popoli, due Stati e, al tempo stesso, hanno risposto a quanti, in Israele, evocavano l'idea di uno Stato binazionale. Ma se tutto questo è potuto accadere è anche per responsabilità della comunità internazionale che ha permesso a Israele di sentirsi al di sopra di ogni legge o risoluzione internazionale, libero di imporre l'apartheid nei Territori occupati e di portare avanti la pulizia etnica a Gerusalemme Est". A sostenerlo, in questa intervista esclusiva concessa ad HuffPost Italia, è una delle figure più rappresentative e conosciute a livello internazionale della dirigenza palestinese: Saeb Erekat, storico capo negoziatore dell'Autorità Palestinese, attualmente segretario generale dell'Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina). "Con questa legge – annota Erekat, raggiunto telefonicamente da HuffPost nel suo ufficio a Gerico - – chi governa oggi Israele ha costituzionalizzato l'emarginazione di una parte della stessa sua popolazione, gli arabi con passaporto israeliano (quasi il 20% della popolazione complessiva, ndr). C'è qualcuno ancora in Europa che crede ancora che siffatti governanti possano riconoscere ai Palestinesi non solo il diritto a uno Stato ma finanche la dignità di essere un popolo e non una moltitudine di persone senza storia, senza identità, senza futuro?".

In Israele, come anche a livello internazionale, è polemica dopo l'approvazione, a maggioranza, da parte della Knesset della legge sullo Stato-nazione ebraica. Visto dal campo palestinese, cosa significa questa legge?

" Significa ciò che è, per il suo contenuto, per l'ideologia che la ispira, e per le conseguenze che essa determinerà. La nuova legge trasforma un regime di apartheid in una realtà de jure per tutta la Palestina storica. Fino a ieri, fino all'approvazione di quella legge, la politica portata avanti dai governi israeliani era una politica dei fatti compiuti, delle forzature unilaterali: così è stato per la colonizzazione dei Territori, così per Gerusalemme, l'embargo pluridecennale a Gaza...Era, per l'appunto, l'instaurazione di fatto di un regime di apartheid nei Territori. Ma mai, fino a ieri, un Parlamento israeliano si era spinto fino a costituzionalizzare l'apartheid e a sancire una discriminazione su base etnica dei suoi stessi cittadini. Nonostante più di cinquant'anni di occupazione, di risoluzioni Onu continuamente calpestate, Israele ha continuato a considerarsi l'unica democrazia in Medio Oriente. La legge che hanno approvato squarcia questo velo di ipocrisia e mette l'intera comunità internazionale di fronte a un fatto la cui gravità non può essere disconosciuta o sottovalutata. Mi lasci aggiungere che i responsabili di questa ignominia non vanno ricercati solo a Tel Aviv...".

Vale a dire?

" Siamo convinti che questa legge non sarebbe stata approvata senza l'impunità internazionale di cui Israele continua a godere. Vede, nel mondo arabo è forte la convinzione che alla base di tante tragedie passate e in corso vi sia politica dei due pesi e due misure che l'Occidente, in primis l'America, hanno portato avanti in Medio Oriente. Israele si è fatto forte di questa politica, l'ha interpretata come lasciapassare per ogni azione contraria al diritto e alla legalità internazionali. Ho ormai perso il conto, saranno state migliaia, di dichiarazioni che nell'arco di cinquant'anni, sono state pronunciate da leader mondiali per condannare la colonizzazione dei Territori e per ricordare a Israele che quella politica impediva il raggiungimento di un accordo di pace. Israele non solo ha proseguito su quella strada ma oggi, grazie alla copertura assoluta che Netanyahu sente di godere da parte del presidente Trump e della sua amministrazione, la destra fondamentalista ha inteso trasformare uno stato di fatto in uno de jure. Il 18 luglio, si è celebrato il centenario della nascita di Nelson Mandela. Mandela è stato un grande, sincero amico del popolo palestinese e, ancor più, un tenace sostenitore di una pace giusta, duratura, tra pari in Palestina. Mandela ha lotta contro l'apartheid. Oggi, l'apartheid è in Palestina. E' tempo per la comunità internazionale, e in particolare per coloro che continuano a condividere 'valori democratici 'con Israele, come l'Unione Europea, di prendere misure in conformità con questa nuova realtà di Israele, uno Stato che viola sistematicamente i suoi obblighi sanciti diritto internazionale e le risoluzioni delle Nazioni Unite, definendosi come uno Stato di apartheid. La legge di cui si parla non nasce dal nulla, non è un fulmine a ciel sereno. Solo chi ha colpevolmente girato lo sguardo da un'altra parte o fatto finta di non vedere e di non ascoltare, può fingere di essere stato spiazzato da questa vergogna. Questa legge si basa su dozzine di leggi razziste e discriminatorie contro i non ebrei, essendo un'estensione delle pratiche razziste e colonialiste che mirano a seppellire i diritti del popolo palestinese".

In Israele e nella stessa diaspora ebraica si sono alzate voci critiche rispetto a questa legge. E' un segno di speranza anche per i Palestinesi?

"Sappiamo che in Israele esistono persone, associazioni, partiti che continuano a battersi per il dialogo e che cercano di opporsi a questa deriva fondamentalista. Riconosciamo e apprezziamo ciò che fanno, ma questo non può fornire una giustificazione all'Europa per non agire. Non è più tempo di dire ' bè, certo, i governanti israeliani, i falchi, gli oltranzisti, si comportano come non dovrebbero, ma in Israele c'è chi la pensa diversamente, e questo è segno che la democrazia tiene'. Non sa quante volte mi sono sentito fare questo discorso, che era l'anticipazione del non agire. E' come se l'Europa si fosse voluta autoassolvere. Così facendo ha finito per rafforzare i fondamentalisti e indebolire le voci critiche. Proseguire su questa strada sarebbe più che un errore. Significherebbe essere complici, alla luce del sole, di questa regime di apartheid che si fa Stato".

L'Unione europea ha usato parole critiche verso questa legge...

"Parole, per l'appunto. Di parole, anche importanti, è lastricato il cammino del fallimento dei negoziati di pace. La destra israeliana, chi governa oggi Israele, chi ha imposta questa legge, conosce solo un linguaggio: quello dei fatti, e dei rapporti di forza. E senza fatti, l'etnocrazia israeliana si rafforzerà sempre più".

Lo Stato vede lo sviluppo dell'insediamento ebraico con valore nazionale e agirà per incoraggiare e promuovere il suo consolidamento". E' una delle norme della legge appena approvata. La sua traduzione pratica?

"La colonizzazione diviene un pilastro non solo della politica ma dell'identità dello Stato. La colonizzazione è legge. E nessuno potrà violarla: via libera, senza impedimenti giuridici, a nuovi insediamenti, al furto delle risorse idriche e delle terre palestinesi, alla pulizia etnica a Gerusalemme Est. Israele ha legalizzato l'illegalità. Resistere non è un diritto. E' un dovere. Che va praticato in ogni istanza o organismo internazionali dei quali l'Autorità Palestinese fa parte".

C'è qualcosa di questa legge che, a suo avviso, dà il segno dei tempi? Si è parlato di Gerusalemme, degli insediamenti...

"Una cosa che mi ha colpito profondamente, proprio per il segno di cui Lei parla, è l'articolo che prevede che l'arabo non sia più la seconda lingua ufficiale. E' come dire al 20% della popolazione (oltre 1,4 milioni di persone, ndr): voi non esistete neanche linguisticamente. E questa è una democrazia?".

Gaza la prigione a cielo aperto - 150 morti, 15.000 feriti gli ebrei inventano per passare da vittime. Bastardi

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Quattro morti durante proteste palestinesi

20 LUGLIO, 19:49


TEL AVIV - Uno scontro a fuoco è esploso al confine fra Gaza ed Israele, mentre nella zona erano in corso manifestazioni di massa palestinesi. Fonti palestinesi precisano che cannoni israeliani hanno colpito una postazione dell'ala militare di Hamas presso il campo profughi di al-Bureij e verso Khan Yunes e che quattro persone sono state uccise. Secondo la radio tv israeliana Canale 10, cecchini palestinesi hanno aperto il fuoco contro i soldati dello Stato ebraico. Fonti palestinesi aggiungono che un soldato è stato colpito. In Israele non c'è per ora conferma.

Le Brigate Ezzeddin al-Qassam - ala militare di Hamas - avevano avvertito Israele che avrebbe pagato ''un prezzo elevato'' per aver provocato giovedì la morte di un suo membro, Abdel Karim Radwan, in un incidente di confine legato al lancio di palloni incendiari. Per oggi Hamas (non è questa organizzazione che indice) ha indetto - come ogni venerdì negli ultimi mesi - nuove manifestazioni di massa sul confine. In questa occasione sarà espresso ''sostegno ai diritti dei profughi''. Secondo la stampa locale, 142 palestinesi sono stati uccisi finora dal fuoco israeliano nel corso delle continue manifestazioni lungo il confine orientale della Striscia. Se i morti di venerdì sono confermati, il numero sale a 144. Il numero complessivo dei feriti e degli intossicati e' di 16.496. I feriti gravi sono 319. Intanto fonti locali osservano che il blocco del valico commerciale di Kerem Shalom fra Israele e Gaza ha provocato negli ultimi giorni nella Striscia una forte penuria di bombole di gas da cucina.

Questi sono tutti scemi

“Cresce la paura per un possibile accordo di pace fra Trump e Putin”

Il corto circuito del mainstream è completo

di Federico Pieraccini
19 luglio 2018

Talvolta, la realtà è più strana della fantasia. Quello che segue è talmente sbalorditivo che, per dargli credibilità, è necessario citare le fonti e riportare le frasi esattamente così come sono.

Un tipico esempio è questo titolo: “Cresce la paura per un possibile accordo di pace fra Trump e Putin”. Il Times, evidentemente, non teme una escalation militare in Ucraina, uno scontro armato in Siria, un finto avvelenamento in Inghilterra o una nuova Guerra Fredda. Il Times non ha paura dell’apocalisse nucleare, della fine dell’umanità, delle sofferenze di centinaia di milioni di persone. No, uno dei più autorevoli e rispettati quotidiani del mondo si preoccupa di una prospettiva di pace! Il Times teme che i capi di stato delle due superpotenze nucleari riescano a parlare fra di loro. Il Times ha paura che Putin e Trump siano in grado di raggiungere una qualche forma di accordo che possa allontanare il pericolo di una catastrofe globale. Questi sono i tempi in cui viviamo. E questi sono i media con cui abbiamo a che fare. Il problema del Times è che influenza l’opinione pubblica nel peggior modo possibile, confondendo, ingannando e disorientando i suoi lettori. Non è un caso che il mondo in cui viviamo sia sempre più scollegato dalla logica e dalla razionalità.

Anche se da questo meeting non scaturirà nessun passo in avanti significativo, la cosa più importante che si sarà ottenuta sarà il dialogo fra i due leaders e l’apertura di canali per futuri negoziati fra le due parti.

Nell’articolo del Times si da per scontato che Trump e Putin vogliano raggiungere un accordo riguardante l’Europa. L’insinuazione (dell’articolista) è che Putin stia manipolando Trump allo scopo di destabilizzare l’Europa. Per anni siamo stati inondati con menzogne del genere dai media, megafono degli editori e dei loro azionisti, tutti appartenenti al conglomerato del Deep State. I fatti hanno però dimostrato che Putin ha sempre voluto un’Europa forte ed unita, un’Europa che fosse integrabile nel sogno euroasiatico. Putin e Xi Jinping preferirebbero vedere un’Unione Europea più resistente alle pressioni americane e in grado di esprimere una maggiore indipendenza. La combinazione delle migrazioni di massa e delle sanzioni contro Russia ed Iran, che hanno finito con il danneggiare gli Europei, apre la strada a partiti alternativi, non necessariamente desiderosi di ottemperare agli ordini di marcia di Washington.

L’obbiettivo di Trump per questo meeting sarà quello di convincere Putin a fare ulteriori pressioni sull’Europa e sull’Iran, magari in cambio del riconoscimento della Crimea e della fine delle sanzioni. Per Putin e per la Russia questo è un problema strategico. Anche se le sanzioni sono un inconveniente, le priorità principali di Mosca sono sempre l’alleanza con l’Iran, la necessità di intensificare i rapporti con i paesi europei e la sconfitta del terrorismo in Siria. Forse solo una revisione del trattato ABM e il ritiro di queste armi dall’Europa sarebbe un’offerta che potrebbe interessare Putin. In ogni caso, la realtà ci insegna che il trattato ABM è un pilastro del complesso militare-industriale di Washington e che sono proprio le nazioni dell’Est Europeo a volere questi sistemi offensivi e difensivi nelle loro nazioni, come deterrente nei confronti della Russia.

Sono vittime della loro stessa propaganda, o ci sono milioni di dollari che arrivano nelle tasche di qualcuno? Sia come sia, in realtà, questo non ha importanza. Il punto cruciale per Mosca sarà il ritiro dei sistemi ABM Aegis Ashore, anche quelli imbarcati sulle navi da guerra. Ma questo è qualcosa che Trump non sarà in grado di negoziare con i propri capi militari. Per il complesso militare-industriale, il sistema AMB, grazie a manutenzione, migliorie e commissioni dirette ed indirette, è una miniera d’oro, che in tanti vorrebbero continuare sfruttare.

Dal punto di vista del Cremlino, la rimozione delle sanzioni rimane la condizione indispensabile per la ripresa di normali relazioni con l’Occidente.

Ma questo è difficile da ottenere, dato che Mosca ha poco da offrire come contropartita a Washington. Gli strateghi del Pentagono chiedono il ritiro dalla Siria, la fine del sostegno al Donbass e la cessazione dei rapporti con l’Iran. Ci sono semplicemente troppe divergenze per arrivare ad un punto in comune. Inoltre, le sanzioni europee contro la Russia vanno a beneficio di Washington, ma, contemporaneamente, danneggiano la stessa Europa e perciò indeboliscono uno dei maggiori concorrenti commerciali degli Stati Uniti. Il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo per il Nucleare Iraniano – Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) – può essere visto nella stessa luce: impedire agli alleati degli Stati Uniti di commerciare con l’Iran.

Putin terrà fede ai suoi accordi con la Siria e con i suoi alleati, riluttante a mancare di parola, anche di fronte ad un riconoscimento della Crimea. D’altro canto, come già menzionato, la sua priorità rimane la rimozione degli ABM e, mentre la Crimea è già sotto il controllo della Federazione Russa, la Siria continua ad essere un territorio instabile, che rischia di trasferire il terrorismo islamico al ventre molle della Russia, nel Caucaso. Per Mosca, l’intervento in Siria è sempre stato una questione di sicurezza nazionale, e continuerà ad essere così, anche di fronte alle irrealistiche offerte di Trump.

Bisogna tenere a mente che Putin lavora con una strategia di medio-lungo termine in Medio Oriente, dove Iran, Siria e l’intero arco sciita servono a controbilanciare l’aggressività e l’egemonia dei Sauditi e degli Israeliani. Questa strana alleanza si è dimostrata l’unico modo per scongiurare una guerra e ridurre le tensioni nella regione, e questo perchè le folli azioni di Netanyahu o di Mohammad bin Salman vengono controbilanciate dall’agguerrito esercito iraniano. Prevenire un confronto fra Iraniani e Sauditi/Israeliani significa anche non far apparire Teheran troppo debole o troppo isolata. Considerazioni del genere sembrano essere oltre la portata degli strateghi di Washington, non parliamo poi di quelli di Tel Aviv o di Riyadh.

Anche se sarà difficile che possa scaturire un risultato positivo dall’incontro fra Trump e Putin, è importante, in primo luogo, che ci sia un meeting, contrariamente all’opinione del Times. I media e il conglomerato di potere che ruota intorno al Deep State americano temono sopratutto la diplomazia. La stessa narrativa che aveva preceduto e seguito l’incontro fra Trump e Kim Jon-un viene ora riproposta, pari pari, alla vigilia del meeting fra Trump e Putin.

Washington basa il suo potere sulla forza, sia economica che militare. Ma questa forza è determinata, a sua volta, dall’atteggiamento assunto e dall’immagine proiettata. Gli Stati Uniti e il loro Deep State considerano le trattative con gli avversari sbagliate e controproducenti. Per loro, dialogo è sinonimo di debolezza, e ogni concessione è vista come una resa. Questo è il risultato di 70 anni di eccezionalismo americano e 30 anni di unipolarismo hanno dato agli Stati Uniti la capacità di decidere unilateralmente il destino degli altri.

Oggi, in un mondo multipolare, le dinamiche sono differenti, e perciò più complesse. Non si può sempre utilizzare una mentalità da somma zero, come fa il Times. Il resto del mondo capisce che un dialogo fra Putin e Trump è qualcosa di positivo, ma non dobbiamo dimenticare che, come è successo in Corea, se la diplomazia non porta ad un progresso significativo, allora i falchi che circondano Trump torneranno di nuovo alla carica. I compiti che spettano a Rouhani, Putin e Kim Jon-un sono complessi e abbastanza differenti l’uno dall’altro, ma hanno in comune la convinzione che il dialogo sia l’unico modo per evitare una guerra catastrofica. Ma, apparentemente, la pace non è il miglior risultato possibile per tutti.


venerdì 20 luglio 2018

Mauro Bottarelli - non c'è niente da fare ogni giorno dimostrano che vanno avanti per tentativi ed errori e non hanno nessuna pallida idea di come uscire da questa crisi che è un vero labirinto di Dedalo

SPY FINANZA/ Quella profezia sul ritorno al Qe della Fed

Mentre la banca centrale cinese inietta nuova liquidità nel sistema, c'è chi è pronto a scommettere che anche la Fed riattiverà il Qe. MAURO BOTTARELLI

20 LUGLIO 2018 MAURO BOTTARELLI

Jerome Powell, Presidente della Fed (Lapresse)

«Tutto il costo del capitale, a livello globale, dovrebbe andare in negativo e la ragione è molto semplice: è il grado di leverage e finanziarizzazione con cui dobbiamo fare i conti a livello mondiale. Quasi tutte le nazioni, a oggi, hanno bisogno di 3-4 dollari di debito per ogni dollaro incrementale di Pil che generano. E questa è una funzione della vera malattia, il collasso della produttività globale, guidato da spread sempre più esponenziali in quelle che possiamo chiamare "aziende zombie", mantenute in vita unicamente dai tassi bassi a livelli record». Insomma, chi ha detto questo? Chi mi segue con attenzione, sa che sono interi trimestri che dico chiaramente come l'unica, reale finalità a livello globale sia quella di fare in modo che le Banche centrali, Fed in testa, trovino un casus belli sufficientemente emergenziale e credibile per tornare a stampare. 

E questo vale per tutto: scelte politiche, geopolitiche, economiche e finanziarie. Persino le paradossali capriole diplomatiche di Donald Trump, se lette in quest'ottica, hanno un senso. E il motivo è chiaro, palese: dopo dieci anni di tassi a zero e liquidità per tutti, ora che la Fed ha cominciato a rialzare i tassi (ancorché, rispetto ai tassi reali, sia di fatto tutt'oggi in modalità espansiva rispetto al record storico) e la Bce si appresta a chiudere il suo programma di Qe, la scarsità di dollari in circolazione (necessari a coprire i costi sempre crescenti dei debiti pubblici e privati contratti nel periodo delle vacche grasse, soprattutto nei mercati emergenti, come mostra il grafico) va a unirsi al venire meno del cosiddetto backstop sul mercato obbligazionario, ovvero la certezza di avere un acquirente di prima e ultima istanza sul mercato secondario. 

E quest'ultima dinamica, come saprete, va a impattare direttamente sul mercato equities, visto che il driver pressoché unico dei rialzi azionari sono proprio i buybacks corporate, finanziati a loro volta con i proventi delle emissioni di bond allegre e senza più limiti di rating. Bene, quelle parole con cui ho dato inizio all'articolo, sono di Viktor Shvets, capo della strategia per l'Asia presso Macquarie Commodities and Global Markets ed ex capo dell'ufficio studi di Credit Suisse, intervistato da Bloomberg TV (qui trovate l’intera intervista, per chi se la cava con l'inglese). E qual è il concetto cardine dell'intera intervista? Semplice, a detta di Shvets, entro 3-6 mesi al massimo la Fed cesserà il suo programma di riduzione dello stato patrimoniale. Insomma, primo passo verso un tapering al contrario, ovvero la fine (o, almeno, la sospensione) del programma di normalizzazione monetaria. 

Il perché è presto detto, ci pensano questi grafici: la scarsità di dollari in circolazione a livello globale, drenati appunto dal programma di contrazione della Banca centrale Usa, la quale ha già mandato in testacoda tutti i mercati azionari emergenti (Cina in testa) e rischia, andando avanti con quanto finora promesso da Jerome Powell, ora di far saltare il canarino nella miniera, ovvero il mercato obbligazionario ad alto rendimento. 




Tanto più che una dinamica nuova rischia di esacerbare la situazione, un qualcosa che rappresenta la vera guerra commerciale fra Usa e Cina, non quella dei dazi che appare, giorno dopo giorno, unicamente mediatica. Guardate questi due grafici, sono gli unici veramente necessari non solo a capire la situazione attuale del mercato, ma anche le dinamiche geopolitiche reali. Ovvero, chi comanda davvero al mondo. Il primo ci dice qualcosa che, in maniera indiretta, rende ancora più inderogabile e ineluttabile un cambio di marcia della Fed: lo yuan offshore è oggi ai minimi da 12 mesi, giù di oltre il 9% dai massimi di marzo e in caduta libera a un tasso annuale che ruota attorno al 30%! È un ritmo di caduta più veloce di quello raggiunto nel post-svalutazione del 2015, quando si raggiunse un tasso annualizzato del 23%. Il secondo grafico, poi, è ancora più chiaro: pare che a fronte dei nuovi dollari che i cinesi stanno acquistando (drenando quindi altra quantità dal mercato, sempre in aumento visto la svalutazione dello yuan), gli stessi stiano comprando opzioni call sullo Standard&Poor's! 



Scherzo ovviamente, la correlazione non è certo fra vendita di valuta cinese e contestuale acquisto di opzioni (almeno, non per ora), ma comunque il cordone ombelicale esiste ed è più che un effetto psicologico: se a livello di scontro commerciale, ovvero la china suicida che Trump ha deciso di intraprendere, quella svalutazione dello yuan è una iattura, dall'altra i mercati statunitensi delle equities (gli stessi che, giova ricordare, campano unicamente di buybacks, quindi indirettamente di Qe) festeggiano, perché quella dinamica della valuta cinese significa anche altro: di fatto, ieri Pechino ha ingaggiato ufficialmente il suo Qe, ritornando - ancorché parzialmente - bancomat del mondo, in attesa che si compia la profezia di Shvets riguardo la Fed (e, state certi, che qualche "intoppo" salterà fuori anche sulla strada del taper della Bce, da qui a gennaio). 

Ieri, infatti, Pechino- tre settimane dopo l'ultimo taglio dei requisiti di riserva delle Banche - ha annunciato ulteriori misure espansive per il supporto del credito bancario e del mercato obbligazionario interno, mossa obbligata quando hai dovuto far fronte da inizio anno a default corporate per un controvalore di 22 miliardi di dollari. E che si tratti di un quasi Qe ufficiale ce lo dicono due cose. Primo, l'utilizzo di strumenti monetari come le Medium Term Loan Facility (Mlf) e il fatto che il denaro di quei prestiti sarà particolarmente focalizzato su detentori di bond con rating AA+ e inferiore, ovvero i più rischiosi. Insomma, supporto di Stato allo stato puro, solo attraverso le banche commerciali: le quali, forniranno liquidità a pioggia su mandato della Pboc. Questo, dopo che soltanto in giugno la stessa Banca centrale di Pechino aveva fornito alle istituzioni finanziarie mercato interno, sempre via Mlf, qualcosa come 665 miliardi di yuan (circa 100 miliardi di dollari), portando il totale di quel tipo di prestiti in atto dai 4.017 miliardi di fine maggio a 4.420,50 di fine giugno.

Insomma, quello che prima che era una cascata di grosse dimensioni, ora sta diventando una quasi nubifragio. Certo, per tamponare la situazione sui mercati, solo a livello di leverage e rischio sul mercato dei bond ad alto rendimento, ci vorrebbe uno tsunami - se non un diluvio - di liquidità, ma, state certi, siamo solo all'inizio. La vera operazione di salvataggio del salvabile - in primis, ovviamente, i casinò finanziari e poi i debiti sovrani più a rischio - partirà quando, potendo respirare proprio grazie a questa mossa della Pboc, le varie Banche centrali occidentali troveranno la scusa migliore e più credibile da vendere alle opinioni pubbliche per bloccare i processi di normalizzazione e tornare, quantomeno, a politiche espansive minime. Per le presse in azione, c'è ancora tempo. Soprattutto se ci penserà la liquidità di Pechino a tamponare i guai più immediati all'orizzonte. 

Insomma, capite ora il senso anche del mio articolo di ieri? Capite il perché del nuovo record intraday del Nasdaq, nonostante i pessimi risultati di Netflix? Capite perché la multa Ue a Google ha fatto il solletico al mercato? Capite perché la vendita di Treasuries della Russia è stato solo un segnale proxy di Pechino per far capire chi comanda? E pensate che gli Usa saranno così intelligenti da cogliere l'occasione per smettere con le dispute dirette e trattare diplomaticamente con Pechino, visto il "favore" che oltre a se stessa, la Cina sta facendo indirettamente a tutto il resto del mondo, sbloccando per l'ennesima volta il Pin del suo bancomat di impulso creditizio? Non sperateci troppo, al Pentagono e nei circoli neo-con la Cina è il vero nemico, non Mosca e non cederanno tanto facilmente. Sono più stupidi che orgogliosi, ora è cosa nota e acclarata. 

Facciano come vogliono, una cosa sola è di fondamentale importanza: l'Ue prosegua sulla strada intrapresa in queste settimane di dialogo e collaborazione sempre più ampia e amichevole con la Cina. L'America si getti pure in burrone, se vuole. Di un Paese falsamente potente, ma in realtà basato unicamente su debito e finanziarizzazione, i cui proventi sono privatizzati e le perdite rese pubbliche a livello globale, il mondo non sentirà la mancanza. E forse un bel bagno di umiltà servirà anche agli americani per capire che la vita non è soltanto carte di credito e mutui allegri per comprare compulsivamente ciò che resta, stinto e un po' a brandelli, del sogno a stelle e strisce che fu.

I servi compiuti escono allo scoperto, prima Boeri poi Amato ora Padellaro e il Partito dei Giudici che affila le armi, molto presto bisogna tagliargli le unghie

RAPTUS
Paolo Becchi massacra Antonio Padellaro: "Per anni l'avete messa in cu** agli italiani, e ora..."

19 Luglio 2018

Nella querelle tra Antonio Padellaro e Matteo Salvini interviene a gamba tesissima Paolo Becchi. Prima, un breve riassunto. Padellaro, sul Fatto Quotidiano di oggi, ha vergato un commento nel quale chiede di "fermare Matteo Salvini, anche con modi bruschi". Il ministro dell'Interno, sui social, ha mostrato qualche perplessità: che cosa intenderà con modi bruschi? Padellaro ha chiuso la vicenda spiegando che intendeva "modi spicci e ruvidi come i suoi". E Paolo Becchi che c'entra? C'entra perché, su Twitter, ha risposto al cinguettio in cui Padellaro spiegava il suo articolo, affermando: "Vorrei sapere quale sarebbe il problema creato da Salvini. Sta cercando di fare l'interesse degli italiani dopo che per diversi anni glielo avete messo nel cu** agli italiani. Scusare se sono stato un po' ruvido...". Amen.


Di seguito il tweet di Paolo Becchi:


Vorrei sapere quale sarebbe il problema creato da Salvini. Sta cercando di fare l‘ interesse degli italiani dopo che per diversi anni glielo avete messo nel culo agli italiani. Scusare se sono stato un po‘ ruvido ...

Afghanistan - I mercenari dell'Isis, sconfitti in Siria sono stati parcheggiati sulle montagne di Kabul ma se la devono vedere con i talebani

Nel nord Afghanistan è in corso una guerra tra talebani e Isis

19 luglio 2018


Nel nord dell’Afghanistan è in corso una guerra tra talebani e Isis, che in pochi giorni ha causato circa 250 morti nei due gruppi. Lo scenario è il distretto di Darzab a Jowzjan

Nel nord dell’Afghanistan c’è stata la più grande battaglia di sempre tra talebani e Isis. Tanto che sono morti circa 250 jihadisti dei due schieramenti e civili (tra cui donne e bambini) negli scontri, ancora in corso anche se con minore intensità. L’epicentro è stato il distretto di Darzab nella provincia di Jowzjan. Il maxi conflitto è scoppiato dopo che i miliziani Daesh hanno decapitato il comandante locale dell’Emirato Islamico, Mullah Borjan, presso il villaggio di Bibi Maryam, insieme a un suo luogotenente. L’uomo era stato fatto prigioniero nei giorni scorsi da un gruppo di elementi dello Stato Islamico che hanno fatto irruzione nel centro abitato. Oltre ai morti ci sono, al momento quasi 150 feriti. I compagni del Mullah sono intervenuti nella zona per vendicarlo e in breve la battaglia si è estesa anche ad Aqsai, Tash Jawaz, Qarighach e Qara Yorth.
L’Emirato Islamico e Daesh si contendono la provincia. I primi per mantenerla. I secondi per conquistarla ora che Nangarhar è a rischio

Sia i talebani sia Isis, oltre a difendersi l’uno dall’altro, stanno cercando di nascondere i loro caduti per minimizzare le perdite percepite dal nemico. Piccolo gruppi di jihadisti dell’Emirato Islamico e del Daesh tolgono le salme dai campi di battaglia e le seppelliscono dove possibile. E, ovviamente, ognuna delle due formazioni afferma di non aver subito perdite, mentre ribadisce che la controparte ne ha avute di pesanti. Di fatto, nel nord dell’Afghanistan è in corso una vera e propria guerra tra i due gruppi, con uso anche di armi pesanti, per la supremazia nel quadrante. Lo Stato Islamico, infatti, sta cercando nuove aree dove estenderla, a seguito del fatto che i suoi capi hanno dovuto lasciare Nangarhar a seguito delle costanti operazioni delle forze di sicurezza di Kabul.

Il Partito dei Giudici è sceso in campo, non rispondono agli Interessi Nazionali ma sono servi degli stranieri

INDAGATO IL MINISTRO PAOLO SAVONA. USURA BANCARIA…

Maurizio Blondet 20 luglio 2018


Il Giornale:

All’epoca dei fatti contestati, il neo ministro del governo Conte era al vertice di Unicredit.

Il nome dell’economista 81enne risulta presente nel registro degli indagati della Procura molisana per l’applicazione di interessi oltre la soglia consentita dalla legge italiana. L’atto della procura della Repubblica riguarda tutti manager bancari e banchieri nostrani, che nel periodo contestato – dal 2005 al 2013 – ricoprivano i quadri dirigenti nel gruppo di credito.

Le indagini partono da una denuncia presentata nel giugno del 2017 dall’azienda Engineering srl.

E ora la pm Rossana Venditti chiede per i 23 indagati una proroga delle indagini di sei mesi. La richiesta è stata inoltrata il 19 luglio all’ufficio Giudice per le indagini preliminari e non è stata ancora accettata: l’iscrizione nel registro degli indagati risale perciò probabilmente a qualche mese fa.

Gli ebrei hanno perso la testa, sono accecati da un furore suicida incontenibile

GIUDICE GIULIANO AMATO, ECCO QUAL E’ LO STATO RAZZISTA

Maurizio Blondet 20 luglio 2018 

“In Israele sorge un razzismo simile a quello del nazismo ai suoi inizi”. A dirlo non è un suprematista ariano, ma Zeev Sternhell, una delle grandi figure della cultura ebraica: membro dell’Accademia ebraica, docente all’università ebraica di Gerusalemme, storico di valore mondiale – i suoi saggi sulla storia dei fascismi europei sono fonti di riferimento esemplari sul tema. Adesso, in un intervento su Le Monde, Sternhell si domanda: quando precisamente questo stato “nato nel 1948, fondato sulle rovine dell’ebraismo europeo e a prezzo del sangue dell’1% della sua popolazione, fra cui migliaia di sopravvissuti alla Shoah, è divenuto – per i non ebrei sotto il suo dominio – un mostro?”.

Zeev Sternhell – AFP PHOTO / THOMAS COEX / AFP PHOTO / THOMAS COEX

Se il nostro gran giurista costituzionale Giuliano David Amato vuole cercare uno stato dove il Sovranismo è identico al Razzismo più virulento ed esibito, invece che al governo Salvini-Di Maio dovrebbe additare Israele.

Giovedì 19 luglio 2018, nel cuore della notte, il parlamento israeliano ha approvato la legge che definisce Israele “lo Stato-nazione degli ebrei”: con ciò, Israele diventa l’unico stato razziale al mondo, in cui solo gli ebrei hanno piena cittadinanza. Dovremmo precisare: unico stato razziale basato sul fondamentalismo religioso al mondo, perché a decidere chi è ebreo (dunque cittadino) e chi no, sono i rabbini, in base alle genealogie.

Con la stessa legge la Knesset ha dichiarato di conseguenza l’ebraico la sola lingua ufficiale (togliendo questo status all’arabo, che precedentemente gli era riconosciuto): dichiara le colonie di occupazione illegali che hanno costruito sui Territori Palestinesi, “valore nazionale”: come prescrive il fondamentalismo, “l’integralità dell’ebraismo è integralità del territorio” dato da YHVH.

Ovviamente quasi due milioni di non-ebrei viventi in Sion, musulmani ma anche cristiani (cattolici, ortodossi, armeni) da cittadini diventano “ospiti”: sgraditi, da cacciar via alla svelta. Gerusalemme, città santa per le tre religioni monoteiste, viene dichiarata solo e integralmente proprietà di Israele – compresa dunque la parte orientale della città, abitata da arabi ed annessa con la violenza.

Dovrebbero preoccuparsi Amato, Saviano, Ferrara, i Cerasa (de Il Foglio) tanto urlanti per il supposto “razzismo” di Salvini: già dal 2 gennaio scorso la Knesset ha vietato ogni cessione della parte occupata di Gerusalemme, abitata dagli arabi, case ed terreni, senza l’assenso dei due terzi del parlamento stesso: in pratica l’esproprio puro e semplice di immobili arabi, la presa di possesso “integrale” della città divisa, che gli ingenui, ciechi volontari del giudeo-nazismo ora denunciato da Sternhell, sognavano potesse un giorno diventare “capitale” anche di uno stato palestinese di là da venire.
Le bombe su Gaza del 14 luglio. Questa ha ucciso due bambini. Nessuna ONG al soccorso.

Invece, Israele sta accelerando l’eliminazione fisica anche dei Palestinesi che ha rinchiuso a Gazza: nei giorni scorsi essa ha subito (nel silenzio dei media) colossali bombardamenti, mirati sapientemente a distruggere le poche attività produttive rimaste. Sono, per stessa ammissione dell’armata giudaica, i più violenti bombardamenti effettuati sulla Striscia dal 2014, sono la risposta alle manifestazioni de palestinesi contro il blocco disumano di Gaza, a cui Israele ha risposto con uccisioni mirate dei suoi cecchini: almeno 141 morti ammazzati dal 30 marzo.

Pulizia etnica

Con una crudeltà tale, che ha suscitato persino la protesta di Pechino: il ministro degli esteri cinese ha chiesto l’istituzione di una Conferenza Internazionale per assicurare il diritto dei palestinesi ad uno Stato.

Dal 16 luglio, Israele ha interrotto la fornitura di carburanti e gas da cucina a Gaza, con la scusa di eliminare la patetica “offensiva” ideata dagli assediati, bottiglie molotov attaccate ad aquiloni o palloni. Da allora le autorità di Gaza hanno indicato come prioritarie per il poco carburante rimasto, le panetterie.


Anzi, con questa scusa, Israele si prepara ad un attacco su larga scala contro Gaza: ha dato ad Hamas un ultimatum ha tempo fino a venerdì per cessare di spedire oltre il Muro gli aquiloni incendiari, altrimenti sarà colpita con le artiglierie. “Siamo in una campagna militare in cui ci sono scambi di colpi”, ha dichiarato Netanyahu, con sprezzo razzista ebraico del ridicolo e della logica: “L’esercito israeliano è pronto ad ogni scenario”. https://sputniknews.com/military/201807181066451127-israel-gaza-offensive/

L’armata di Sion ha persino richiamato i riservisti per accrescere la difesa aerea contro questa ridicola minaccia.


E’ chiara la volontà di ripulire anche gli ultimi angoli di razza impura superstiti sul sacro territorio. Secondo Sternhell, non c’è dubbio che questa accelerazione è dovuta alla decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele nel dicembre scorso; l’ambasciata Usa sarà spostata da Tel Aviv nella città santa prima della fine del 2019; il razzismo ebraico si affretta a fare le ultime pulizie etniche, prima dell’atto finale dell’Amageddon voluto dai neonon e dai cristianisti americani (ma anche europei), l’aggressione totale all’Iran.


Gli ebrei sempre più pezzenti hanno smarrito l'anima

Israele non è più una 'democrazia' nemmeno formalmente


Con la legge approvata dalla Knesset che definisce Israele ‘Stato nazionale per il popolo ebraico’ cade anche la formalità della democrazia a Tel Aviv

di Fabrizio Verde

«Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente». Questa è la risposta pressoché immediata riservata a chi avanzi anche il minimo dubbio sull’azione repressiva e criminale che compie lo Stato ebraico nei confronti del popolo palestinese. Un tipo di argomentazione assai fallace utilizzata come fosse un mantra da tutto il mondo intellettuale e politico che sostiene l’illegale azione sionista. Da Saviano fino a Fiamma Nirenstein.

Adesso, con la legge approvata dalla Knesset, il parlamento israeliano, che definisce Israele ‘Stato nazionale per il popolo ebraico’ cade anche la formalità della democrazia a Tel Aviv. Perché se lo Stato è ebraico per definizione non può essere democratico. 

A spiegarlo attraverso le colonne del quotidiano israeliano Hareetz è Gideon Levy. Scrive il giornalista israeliano: «La legge sullo stato-nazione (che definisce Israele come la patria storica del popolo ebraico, incoraggia la creazione di comunità riservate agli ebrei, declassa l’arabo da lingua ufficiale a lingua a statuto speciale) mette fine al generico nazionalismo di Israele e presenta il sionismo per quello che è. La legge mette fine anche alla farsa di uno stato israeliano “ebraico e democratico”, una combinazione che non è mai esistita e non sarebbe mai potuta esistere per l’intrinseca contraddizione tra questi due valori, impossibili da conciliare se non con l’inganno».

Il perché ci sia assenza di democrazia è presto detto: «Se lo stato è ebraico non può essere democratico, perché non esiste uguaglianza. Se è democratico, non può essere ebraico, poiché una democrazia non garantisce privilegi sulla base dell’origine etnica. Quindi la Knesset ha deciso: Israele è ebraica. Israele dichiara di essere lo stato nazione del popolo ebraico, non uno stato formato dai suoi cittadini, non uno stato di due popoli che convivono al suo interno, e ha quindi smesso di essere una democrazia egualitaria, non soltanto in pratica ma anche in teoria. È per questo che questa legge è così importante. È una legge sincera».

Israele è mai stato democratico?

Come sottolineato dal giornalista di Hareetz, la presunta democraticità di Israele non è mai esistita. A confermarlo è un altro israeliano. Il professor Ilan Pappe. Lo storico e attivista in un articolo di appena un mese fa dall’eloquente titolo ‘No, Israele non è una democrazia’, spiega infatti perché la politica adottata dal regime di Tel Aviv può essere definita in molti modi, ma di certo non democratica. 

Scrive Ilan Pappe: «Lo stato ebraico non può, neanche con le più astruse contorsioni mentali, essere considerato una democrazia». Qualcuno afferma che prima del 1967 Israele fosse democratico. Anche in questo caso lo storico Ilan Pappe, interviene per smentire: «Prima del 1967, Israele non avrebbe assolutamente potuto essere definito una democrazia. (…) lo stato aveva sottoposto un quinto della sua popolazione alla legge marziale, basata sulle draconiane normative di emergenza mandatorie inglesi, che privavano i Palestinesi dei diritti fondamentali, umani e civili.

I governatori militari locali erano dei monarchi assoluti che dominavano l’esistenza di questi cittadini: potevano instaurare leggi speciali solo per loro, distruggere le loro case, i loro mezzi di sostentamento e incarcerarli a loro piacimento».

Altro esempio è la politica territoriale imposta a danno del popolo arabo e palestinese: «Oggi, più del 90% del territorio è di proprietà del Jewish National Fund (JNF). Ai proprietari terrieri è vietato impegnarsi in transazioni commerciali con cittadini non-ebrei e sul suolo pubblico hanno la priorità i progetti di interesse nazionale, il che significa che vengono costruiti nuovi insediamenti per gli Ebrei, mentre, in pratica, non ne esistono di recenti per i Palestinesi. Perciò, la più grande città palestinese, Nazaret, nonostante che dal 1948 abbia triplicato la sua popolazione, non si è espansa neanche di un chilometro quadrato, mentre la città di sviluppo costruita più in alto, Nazaret Superiore, ha triplicato le sue dimensioni, grazie ai territori espropriati ai proprietari terrieri palestinesi.

Altri esempi di questa politica si possono trovare nei villaggi palestinesi dell’intera Galilea, e tutti raccontano la stessa storia: di come siano stati ridimensionati del 40%, e talvolta anche del 60%, dal 1948 in poi e di come i nuovi insediamento ebraici siano stati edificati sui terreni espropriati.

Altrove, tutto questo ha dato inizio a tentativi di “ebraizzazione” totale. Dopo il 1967, il governo israeliano si era reso conto della scarsità di Ebrei a nord e a sud della nazione e così aveva cercato un modo per incrementare la popolazione in queste aree. Per una modifica demografica del genere, e la successiva edificazione di insediamenti ebraici, era indispensabile la confisca del territorio palestinese».

Senza dimenticare le incarcerazioni senza processo. Si calcola che un palestinese su cinque nella West Bank e nella Striscia di Gaza abbia subito questa esperienza. 

1,8 milioni di cittadini israeliani non sono ebrei ma arabo-israeliani. Questi si trovano in una condizione di non rappresentanza. Il ‘popolo invisibile’ lo ha definito lo scrittore David Grossman. 

Non hanno mai avuto, e mai avranno rappresentanza governativa. Pur se la loro coalizione, la Union List, nelle elezioni del 2015 è riuscita a conquistare ben 14 seggi divenendo la terza forza politica in Israele, l’identità ebraica risulta essere un requisito fondamentale per accedere al governo in quel di Tel Aviv. 

Vi sono alcune cifre reperibili in una relazione dell’Adva Centre di Tel Aviv risalente al 1998 che raccontano bene la condizione in cui sono costretti a vivere questi cittadini evidentemente di serie B, gli arabo-israeliani: il loro reddito medio è quello più basso tra tutti i gruppi etnici che popolano il paese; 

il 42% di essi abbandona precocemente gli studi;

il tasso di mortalità infantile è doppio rispetto ai cittadini ebraici. 

Dopo vent’anni dalla redazione di questo illuminante rapporto la situazione dei cittadini arabo-palestinesi è notevolmente peggiorata. 

Con la legge che istituzionalizza l’apartheid la definizione formale di democrazia per lo Stato di Israele viene definitivamente a cadere. E con essa la residua credibilità dei difensori d’ufficio dei crimini sionisti. 

Notizia del: 19/07/2018

Il livore nei confronti del governo diventa incontenibile e scopertamente si alleano per fare un tentativo di eversione. Stanno male di cervello

IL PD, LE ONG E CONFINDUSTRIA MINACCIANO IL GOVERNO

19 luglio 2018


Le ultime vicende di cronaca politico-economica fanno riflettere su chi davvero possa governare l’Italia (o anche altre nazioni) senza condizionamenti di organizzazioni sovrannazionali. Queste ultime (ed è più grave) sono spesso soggetti privati o privatistici che, in forza dell’autorevolezza che godono presso istituzioni europee e mondiali, riescono a piegare alle loro ragioni la politica interna di stati sotto scacco finanziario come l’Italia (ma anche Grecia, Spagna, Portogallo). E la guerra che Unione europea e Confindustria muovono al governo è imperniata sul fatto che Luigi Di Maio e Danilo Toninelli vogliono rilanciare la nazionalizzazione di Alitalia e, soprattutto, osteggiare (se non vietare) l’industria delle “slot machine” (in Confindustria è forte la lobby di “gioco e scommesse” appoggiata da direttive europee).

Ma il vicepremier ha parlato di un “impegno in prima persona per garantire un futuro alla compagnia e tutelare i suoi lavoratori”: parole che non sono piaciute agli industriali. Il ministro delle Infrastrutture ha sottolineato di voler tutelare l’italianità dell’azienda che, dice Toninelli, “dovrà tornare ad essere la compagnia di bandiera, con il 51 per cento in capo al nostro Paese”. Insomma, ci sono strutture che remano contro gli interessi nazionali. Tre esempi per tutti: Confindustria, le Ong e le multinazionali. L’ultima scaramuccia tra il vicepremier Di Maio (ministro del Lavoro) e Confindustria ha origine già nelle parole d’insediamento di questo esecutivo, quando Di Maio ebbe a dire che sarebbero stati tolti gli aiuti alle imprese che delocalizzano gli impianti: ovvero industrie che mantengono eleganti sedi di rappresentanza in Italia ma poi trasferiscono la produzione (le fabbriche) fuori dal territorio nazionale. Già all’indomani di quell’affermazione partiva il siluro dalla componente confindustriale del Pd che, come suo solito, affermava che certe affermazioni del vice premier avrebbero fatto impennare lo spread: come a dire che fa male all’economia (e ci rende finanziariamente vulnerabili) la politica che premia le aziende che non trasferiscono all’estero le produzioni. C’è un certo controsenso in queste frasi del Pd, quasi che certe sinistre parteggino perché il lavoro italiano premi altre nazioni. Ma la storia è nota, perché questa sinistra è da tempo inveterato venduta alla finanza internazionale, che la foraggia sin dagli anni Settanta, quando gli Agnelli e i De Benedetti prezzolavano il centrosinistra per ottenere leggi a loro favore, anche nel senso di portare fuori dall’Italia le fabbriche. Oggi Di Maio ha detto di voler invertire la rotta, quindi negare gli aiuti a chi delocalizza, e subito il salotto dell’economia antitaliana ha fatto alzare lo spread, quindi ha azionato i collegamenti con i burocrati europei pronti a sanzionare l’Italia per le scelte di politica economica. Siamo al ricatto confindustriale, vecchia storia.

Ironia della sorte, a finanziare le Ong che “soccorrono” i migranti ci sono fondazioni bancarie europee, multinazionali ed aziende italiane che operano nel mondo: tutte strutture che alle scorse elezioni speravano in una vittoria del Partito democratico. Tertium non datur, è facilmente comprensibile come le Ong arrivino con grande disinvoltura presso le corti internazionali, dove stanno alzando il polverone dei “crimini verso l’umanità”. Particolare non secondario è che molte di queste multinazionali hanno capitale francese, tedesco e olandese: se ne deduce come le denunce siano faziose, tese solo a mettere nell’angolo l’Italia.

Il problema è che il Pd ha svenduto il Paese alle multinazionali, infatti in questi sei anni di “governi tecnici” (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni) sono stati siglati gli accordi che cedevano quota parte del Mar Tirreno alla Francia, per ricerche energetiche, estrattive e in campo ittico. In questi sei anni è stato perfezionato il contratto per far passare l’oleodotto dalla Puglia e, soprattutto, l’estrazione petrolifera straniera in Basilicata e nell’alto Adriatico. E senza considerare i tantissimi “regali” fatti dai singoli ministri dei passati governi alle multinazionali farmaceutiche, chimiche e siderurgiche. Allora chi ha svenduto l’Italia domandiamo al dem Ivan Scalfarotto? Che come al solito l’ha buttata in caciara dando dell’incapace a Di Maio perché è contro le delocalizzazioni. Non paghi dei danni fatti alla Nazione fino a tre mesi fa, ora poltiglia Pd, confindustriali, Ong, multinazionali e banche tentano la via giudiziaria per liquidare il governo gialloverde. Ci conforta non poco sapere che Matteo Salvini se ne infischi di sanzioni e condanne europee, che al momento sono solo minacce. Queste ultime finiranno a barzelletta tra meno d’un anno, quando l’Europa che guarda a Visegrad avrà la maggioranza nell’emiciclo di Strasburgo.