Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 28 luglio 2018

Gli ebrei nelle terre di Palestina sono un cancro da estirpare - Gaza la prigione a cielo aperto - Ancora due morti le bestie sono continuamente affamate di sangue

Vi racconto la giornata dei martiri bambini. Reportage da Gaza est

28.07.2018 - Patrizia Cecconi


Sono le 3 del pomeriggio. Il sole anche oggi brucia la pelle e fa stringere gli occhi. Qui a Malaqa a quest’ora siamo ancora pochissimi e nessuno è vicino alla rete. Si sentono tre, quattro, cinque colpi secchi. Vengono dalla parte israeliana. Ma non c’è ancora nessuno, che fanno i killer? Scaldano i fucili?

Roger, il ragazzo che mi accompagna, uno degli skater più bravi di Gaza e, quando può, anche studente di italiano, mi dice che oggi sarà una giornata molto rischiosa anche se ci saranno molti bambini perché il tema della Grande marcia oggi è l’omaggio ai martiri bambini che Israele ha ucciso in questi mesi. Tutti i venerdì mi dicono che è molto pericoloso e lo so. Staremo attenti. Come sempre del resto. Oggi non vorrei rilasciare interviste ma farne. Comincio proprio con Roger chiedendogli “Ma tu perché sei qui?” la sua risposta è precisa, formata da tre frasi “Per condividere con gli altri il mio desiderio di libertà” poi gira la testa verso il confine e aggiunge “la mia libertà è oltre la rete, dove c’è la nostra terra che abbiamo il diritto di recuperare”. Bene, in tre frasi ha citato la risoluzione Onu 194 e la necessità di rompere l’assedio, praticamente gli obiettivi per cui è nata la grande marcia del ritorno.

Intanto i cecchini seguitano a sparare. L’orecchio ormai è abituato e sa distinguere il rumore dei colpi sparati dalle jeep da quello dei fucili degli snipers. Forse veramente si stanno allenando al tirassegno perché non c’è motivo di sparare, le migliaia di persone arriveranno dopo.

A fine giornata si conteranno lungo tutto il confine due morti e circa 160 feriti. I martiri sono Ghazi Abu Mustafa, un uomo di 43 anni che camminava sulle stampelle, perché già ferito in precedenza da questi soldati, e che voleva avvicinarsi alla recinzione. Sua moglie, un’infermiera che partecipava alla marcia occupandosi dei feriti lo aveva dissuaso, ma deve essere stato un boccone molto ghiotto per il killer con la divisa dello Stato ebraico che lo ha mirato alla testa. Succedeva più a sud, al border di Khan Younis e la notizia è arrivata tramite gli altoparlanti proprio mentre a Malaqa un cecchino colpiva un ragazzo a pochi metri dalla rete e i soccorsi correvano verso di lui caricandolo in ambulanza. Poi, più tardi, arrivava la notizia del secondo martire, quasi un bambino, al border di Rafah, Madj Ramzi Al Sarri, quattordici anni. I cecchini hanno sparato alla testa anche a lui.

I cecchini israeliani possono farlo, nessuno li accuserà per questo. Insieme al bambino e all’uomo uccisi vengono scarnificati piano piano i principi base della moderna democrazia, ma il mondo sembra non accorgersene e seguita a tenere regolari rapporti con questo Stato di Israele, ormai per sua propria legge Stato Ebraico, quindi etnico-religioso, rendendo impunito ogni crimine che oltre a massacrare il popolo palestinese ferisce, portando gradualmente al suo annichilimento, il Diritto internazionale.

A Malaqa è andata meglio che a al sud. Si pensava a un morto ma era “solo” gravemente ferito. I colpi secchi hanno accompagnato l’intero pomeriggio, intervallati da quelli più gonfi e più sordi sparati dalle jeep e provocando diversi feriti, sia per proiettili vivi che per inspirazione di tear gaz. I copertoni bruciati, il cui fumo nero e tossico ha sollecitato l’attenzione ecologista di alcuni sionisti nostrani, hanno salvato anche oggi parecchie vite, ma le ambulanze hanno fatto comunque molti viaggi.
Le ambulanze! Sì, una delle cose impressionanti di questa Grande marcia è il numero delle ambulanze. Un numero altissimo perché è dato per scontato che ci saranno ogni volta centinaia di feriti. Lo sanno le organizzazioni internazionali e sovranazionali, lo sanno e ne conoscono l’essenza criminale ma sono impotenti. O conniventi.

A Malaqa i tear gaz, oggi, sono arrivati da terra e dal cielo ed hanno colpito anche il personale di un’ambulanza. La scena sembrava da film: l’ambulanza corre nel budello sterrato che dal confine porta alla strada principale, è il percorso normale. Ma si ferma e si buttano fuori, sdraiandosi a terra, gli operatori sanitari. Stanno male, hanno inspirato il gas tossico dei lacrimogeni israeliani. Arrivano le barelle di altre ambulanze che caricano i più gravi e partono al volo verso l’ospedale. Intanto in cielo si sono levati gli aquiloni. Alcuni hanno la fiammella in fondo alla coda. I ragazzi che ne manovrano il filo li lasceranno al vento quando saranno sulla rete dell’assedio. Da quel momento andranno liberi e porteranno il loro messaggio attraverso quella fiammella. Forse bruceranno qualche stoppia e gli agricoltori chiederanno il rimborso alle assicurazioni dichiarando danni esagerati. Ormai le compagnie assicuratrici hanno scoperto il gioco, ma a Netanyahu è più utile far credere che siano stati gli aquiloni a bruciare ettari di campi. Se così fosse Gaza avrebbe un’arma semplice e imbattibile e forse Israele sarebbe costretto, finalmente, a rispettare la legalità internazionale come mandano a dire proprio quegli aquiloni che vorrebbero tornare ad essere solo un gioco.

Ma qui di voci straniere che rinforzino il messaggio degli aquiloni non ce ne sono, solo oggi finalmente ho visto un altro internazionale, rispondeva ai giornalisti palestinesi. Stampa e Tv era in grande abbondanza oggi. Ma tutta informazione interna. Per l’estero è routine e quindi non ci sono inviati. Quelli che ne parlano – a parte pochissime eccezioni – le notizie le ricevono normalmente dall’IDF e non corrono rischi di carriera nel trasmetterle in quella versione.

Oggi non voglio rilasciare interviste ma farne e mi dirigo verso un gruppo di donne. In realtà sono stata catturata dall’attenzione che loro mi hanno rivolto e vogliono farmi delle domande. In fondo è normale, gli stranieri sono una rarità. Faremo delle interviste incrociate. Una delle donne porta il niqab ed ha una gruccia alla quale si appoggia per camminare. E’ stata ferita due settimane fa ma appena ha potuto è tornata alla Great march. Si chiama Samia, Samia Jaber e non ha problemi a darmi il suo nome intero. Suo marito è stato imprigionato dagli israeliani per 12 anni. Ha 7 figli e il più grande, 13 anni, partecipa regolarmente alla marcia. Tutte le donne del gruppo mi danno il loro nome e mi raccontano qualcosa della loro storia. Etaf, Ilaf, Tagreed, Nabila, Ridah, Nashreeem, tutte sono passate per l’ospedale in uno di questi 18 venerdì, ma tutte stanno qui. Sono “hard” le donne di Gaza! Tutte vogliono foto ricordo, le facciamo. Mi chiedono di portare la loro voce in Italia. Ecco, lo sto facendo, anche se la mia non è una voce molto alta. Mi dicono di mettere anche il loro nome, non hanno problemi ad essere pubblicate, vogliono solo che si sappia cosa significa vivere a Gaza e cosa significa chiedere la pace e avere come risposta l’esercito pronto a uccidere. Tra loro c’è una donna più avanti negli anni, una donna molto magra, con un viso ossuto e volitivo. Porta un cappello con la visiera parasole sopra l’ijiab e parla, parla ininterrottamente e non lascia quasi il tempo a Roger di tradurre. E’ Etaf e tutte la rispettano riconoscendola come “l’organizzatrice del caucciù”, un vero boss che coordina l’arrivo e la distribuzione dei copertoni che ormai possono essere chiamati salvavita dato che disorientano la mira dei cecchini. Chiedo loro quale futuro prevedono per la grande marcia. Le risposte sono comuni, “la grande marcia non si può fermare”, ok, ma questo non è il futuro. Mi rispondono ancora che non si fermeranno allora devo cambiare domanda, chiedo se sono affiliate a qualche fazione politica e ridono. Una di loro risponde che la politica che le interessa è il recupero della libertà dall’assedio. Le altre annuiscono. In un’altra intervista una giovane donna, quella che in realtà mi avvicina per intervistarmi ma, appunto, è una giornata di interviste incrociate, mi dice che lei è di Giaffa. Avrà al massimo 35 anni e quindi non è possibile sia nata a Giaffa, ormai israeliana fin dal 1948. Ma la marcia del ritorno è per il rispetto della Risoluzione 194, quella che appunto riconosce il diritto a tornare nelle case da cui sono stati cacciati i palestinesi nel “48, e la sua famiglia è stata cacciata da Giaffa. Quella è la sua origine. Mi presenta le sue amiche, due giornaliste e una docente universitaria. Il loro inglese non è migliore del mio ma ci si intende. Dove l’inglese arranca usano l’arabo e Roger traduce. Faccio anche a loro la stessa domanda che faccio a tutti: cosa vi aspettate dal futuro della grande marcia. Tutte e tutti mi sembra abbiano chiaro che con la grande marcia, sul breve periodo, non otterranno nulla. Eppure, e qui c’è un’altra prova della straordinarietà di questo popolo, eppure si fa. Si fa perché ci sono dei principi irrinunciabili. Si fa perché farla sedimenta il diritto a far riconoscere i propri diritti.

“Si fa perché i figli non abbiano da vergognarsi dei genitori” mi dice Tagreed. Si fa perché a Gaza non si può vivere così,” i nostri giovani vogliono scappare. Viviamo di sussidi. I nostri giovani hanno un livello di istruzione generalmente molto alto ma sono disoccupati perché l’economia di Gaza è morta.” Vogliamo la libertà, come aveva detto Etaf, “la boss del caucciù” con aria definitoria “o libertà o morte” e Ridah aveva aggiunto “raggiungeremo una delle due”.

Intanto i cecchini sparano, le ambulanze corrono, i gas si infittiscono. Ci avviciniamo un po’ al border, restando sempre a non meno di cento metri. I ragazzini sono tanti, onorano i loro coetanei caduti ma in realtà per loro è quasi un gioco. Roger scruta sempre il cielo e a un certo punto dice che dobbiamo allontanarci e tornare nella zona delle tende. Mi dice una cosa incomprensibile sia in arabo, e questo è abbastanza normale, che in inglese. Ho imparato, in questi tanti venerdì passati al border, a dare ascolto ai miei accompagnatori, tutti nel ruolo affettuoso di bodyguard. Ho fatto bene e l’unico danno riportato è stata qualche leggera inalazione di gas. Non riesco a capire cosa mi dice indicando il cielo, credo voglia mostrarmi un aquilone e invece ora lo vedo, è un puntino lontano, sembra un ragno, è un drone che si sta avvicinando. I droni possono portare la morte e comunque qui porteranno i gas lanciati dal cielo che si sommeranno a quelli delle jeep. Ora lo vedono anche gli altri. Tutti provano a capire dove si dirige per allontanarsi. Riesco a prendere qualche foto mentre lancia i gas. Torniamo alle tende.

Sotto il grande tendone delle conferenze i bambini hanno le foto dei loro coetanei uccisi appese ai palloncini che lasceranno volare. Non portano fiammelle, non sono pericolosi. Portano una condanna morale ma i soldati dell’IDF “rispettano gli ordini” e quindi non si sentono condannabili, non conoscono né scrupolo, né rimorso. Sono la perfetta rappresentazione di cui Hanna Arendt ha dato magistrale spiegazione ne “La banalità del male”. Comunque i palloncini volano con i loro ritratti appesi andando verso il cielo.

Sul palco si alternano bambini e adulti e infine un bambino di una decina d’anni considerato un enfant prodige per la sua voce canterà. Lo avevo conosciuto in un’altra occasione, si chiama Mohammad e canta una canzone ritmata e coinvolgente. Chiedo a Roger cosa significhino alcune strofe che sembrano coinvolgere più di altre. “Al Gazaw alh soet” mi scrive sul mio blocco. Mi dice che la traduzione non rende e mi aggiunge un’altra frase. Nell’insieme il significato sembra essere più o meno questo: “Alziamo le nostre voci, i gazawi non hanno paura, solleviamo le nostre voci, non abbiamo paura di Israele”. Già, questo è il clima che in tutti questi venerdì ho respirato lungo il border. A Rafah o a Khuza’a o ad Abu Safia o a Malaqa o ad Al Bureji il clima sostanzialmente è stato questo. Le parole iniziali di Roger alla mia domanda “perché stai qui” completano la canzone del bambino sul palco: “per condividere col popolo il mio sogno di libertà”.

Ancora due morti uccisi per pura crudeltà ancora tanti feriti, ma la marcia continua. Sotto una sola bandiera: quella palestinese. Perché, come canta il piccolo Mohammed, i gazawi non hanno paura.

L'euroimbecillità sarà sostituita dall'islamizzazione, fulcro è l'arcipelago della Fratellanza Musulmana

LETTURE/ I petrodollari del Golfo finanziano l'invasione islamista dell'Europa

"Allarme Europa" di Stefano Piazza fa luce in modo approfondito sulla diffusione in Europa dell'islamismo fondamentalista, finanziato dagli Stati del Golfo e dalla Turchia. MICHELA MERCURI

28 LUGLIO 2018 MICHELA MERCURI

Membri della famiglia reale saudita (LaPresse)

"Allarme Europa". Questo è il titolo del libro di Stefano Piazza (in collaborazione con Osvaldo Migotto, Allarme Europa: Il fondamentalismo islamico nella nostra società, Paesi edizioni, 2017), giornalista, imprenditore svizzero ed esperto di sicurezza. Due parole che senza mezzi termini scuotono il lettore fin dall'inizio e trovano inesorabile conferma in ogni pagina del testo. 

Inizia così la rigorosa analisi dell'autore. C'è un pericolo in Europa e questo pericolo ha un nome che troppo spesso facciamo fatica a pronunciare: il fondamentalismo islamico. Non si tratta, però, di una semplice affermazione ma di una teoria che nasce da un'analisi corroborata dallo studio inedito, attento e minuzioso di numerosi casi europei. Dalla Norvegia alla Spagna, passando per la Francia e la Gran Bretagna — senza tralasciare i Balcani — il "viaggio" di Stefano Piazza tra i movimenti ispirati al salafismo è tanto realistico quanto impietoso: la penetrazione jihadista in Europa è in crescita perché può contare su un bacino pressoché illimitato di petrodollari, di milioni di euro provenienti dal governo turco e sulla "sprovvedutezza delle classi dirigenti di molti paesi del continente europeo, succubi del denaro proveniente dal Golfo persico" e miopi dinnanzi alla diffusione del wahhabismo che ha trovato terrene fertile nelle periferie disagiate di molte capitali europee. 

A chi potrebbe avere qualcosa da eccepire su questa affermazione, Piazza, con l'esperienza di chi da anni è impegnato nella causa della sicurezza nazionale ed europea, risponde con una corposa analisi di "casi studio", senza lesinare su nomi e cognomi dei più attivi predicatori dell'odio sparsi per l'Europa e sui dettagli della loro attività. Non si può che restare stupiti dai risultati delle indagini. A partire da quello che l'autore chiama "il fallimento tedesco", il fallimento di una Germania che sembra non capire che il radicalismo islamico rappresenta la minaccia più impellente. Nelle strade di Berlino e di altre importanti città si sono mossi indisturbati, solo per fare alcuni dei molti nomi riportati nel libro, Sven Lau, predicatore tedesco convertitosi all'islam, considerato uno dei volti più noti del salafismo locale che, prima di essere arrestato nel 2015 con l'accusa di aver supportato l'organizzazione Jamwa legata allo stato islamico, ha più volte realizzato, in tutta libertà, nutriti comizi nelle strade e nelle piazze. Come lui anche Pierre Vogel, nome assai noto nel web per i video caricati su Youtube con la missione di convertire i giovani tedeschi. 

Non va meglio in Belgio, definito un vero e proprio "laboratorio del jihadismo". Anche qui le storie sono tanto numerose quanto temibili, come quella di Khalid Zerkani detto anche "l'emiro di Molenbeek", salafita e uomo dalla fortissima personalità che ha "traviato", secondo gli inquirenti, una lunga lista di giovani. Non mancano neppure le storie di molte organizzazioni radicali, più o meno note, come quella della Sharia4Belgium che ha operato nel paese per molti anni e che, nelle intenzioni del suo fondatore, Abu Imran, avrebbe dovuto trasformare il paese in un emirato islamico salafita. 

Nulla sembra sfuggire all'analisi e anche il caso italiano è esaminato nel dettaglio. Qui sono i petrodollari in prevalenza qatarioti a farla da padrone. Basta passeggiare per le note vie dello shopping milanese per notare i mega-investimenti immobiliari del piccolo ma potente Stato del Golfo. C'è però, fa notare Piazza, una contropartita: gli emiri del Qatar, di stretta osservanza wahhabita, finanziano anche decine di moschee e centri culturali assieme ai sauditi e alla Turchia, con l'obiettivo di diffondere la loro ideologia nel paese e, dunque, con il rischio di immancabili derive estremiste. 

L'Italia non è neppure immune dalla cosiddetta "Balcan connection" che è tanto virtuale quanto reale. I rischi passano per il web e le "stanze segrete virtuali" che vanno dai Balcani verso il nord Europa, transitano per le regioni italiane di frontiera e poi diventano terribilmente reali, dando vita a basi logistiche per i terroristi. 

Gli esempi potrebbero continuare e per questo si consiglia la lettura di questo testo, avvincente e concreto, per avere un quadro esaustivo della situazione. Ognuno potrà trarre le proprie conclusioni. Chi scrive, però, non può esimersi dal rimarcare le importanti considerazioni che emergono anche nelle due interviste realizzate dallo scrittore — e riportate nel testo — a Massimo D'Alema e Edward Luttwak. In primo luogo, come sottolinea l'economista americano, ci sono ancora Stati europei che, nonostante gli attentati subiti e la conclamata presenza di personalità estremiste all'interno dei loro territori, non sono in grado di costruire "sistemi di protezione funzionanti", lasciando colpevolmente che al loro interno pullulino zone grigie palesemente incontrollate; in secondo luogo, ricorda l'ex ministro degli Esteri, è necessario che il mondo islamico non estremista reagisca con maggiore determinazione. 

Infine, ammonisce Stefano Piazza, con coraggioso realismo, ben pochi hanno la voglia di delegittimare personaggi che, sfruttando le nostre debolezze, "ogni giorno approfittano del buonismo della nostra società per spargere odio". Sarà forse questo il vero grande problema?

Il corrotto euroimbecille Pd comincia a realizzare che la perdita di potere è inarrestabile e quindi anche quel coacervo di clan, famigli, massoneria, mafia, cordate, clientele, consorterie si squaglieranno come neve al sole

CAMPAGNA DI LINCIAGGIO DELLE SINISTRE CONTRO FOA

Maurizio Blondet 28 luglio 2018 


Il capogruppo del Pd a Palazzo Madama, Andrea Marcucci, afferma: “Ci opporremo in tutti i modi all’elezione di Marcello Foa a presidente della Rai. Ci appelliamo a tutte le forze di opposizione affinché impediscano che un amico di Putin, un giornalista-editore che ha fatto campagne contro i vaccini, diffuso fake news, ingiuriato il capo dello Stato, possa presiedere il servizio pubblico. Come ha detto il collega Faraone, il 1 agosto daremo battaglia“. In una nota, invece, Leu si rivolge agli azzurri: “Forza Italia non voti in Commissione di Vigilanza Rai Marcello Foa Presidente della Rai“, scrive il capogruppo di Leu alla Camera, Federico Fornaro. “Un voto favorevole rappresenterebbe un clamoroso regalo alla destra sovranista e populista, a meno che Forza Italia non voglia definitivamente arrendersi e consegnarsi a Salvini“. E ancora: “La legge assegna un compito fondamentale alla Commissione di Vigilanza Rai nella individuazione di un Presidente della Rai di equilibrio e garanzia e non palesemente di parte: l’esatto contrario del profilo di Marcello Foa. Mercoledì prossimo questo compito la Commissione di Vigilanza Rai può e deve esercitarlo fino in fondo“.

Toni da linciaggio – e da querela per diffamazione calunnia: quando mai Foa ha “diffuso fake news”? Spero proprio che quereli questi forsennati. Che accusano di lottizzaizone quando loro hanno lottizzato persino i sottoscala, alla Rai e non solo.


SEGUISEGUI @EMANUELEFIANO
Altro
Chi firma questo post potrebbe essere il Presidente #Rai. Sostanzialmente uno che vilipendia [sic!] il Capo dello Stato. Al governo abbiamo gente senza senso dello Stato, della Legge e dell’umanità. Svegliamoci. Vogliono calpestare questo stato. Noi lo difenderemo dai nuovi #barbari

(gli rimproverano di aver criticato Mattarella nei giorni in cui si oppose alla nomina di Savona . Lesa Maestà…un presidente così di parte non può non aspettarsi di essere criticato. D’altra parte, sembra che debbano salire ai vertici della RAI solo “giornalisti” che non esprimono opinioni, pesci in barile, sepolcri imbiancati. Ma magari invitati al Bilderberg come Monica MAggioni.

Nicola Gratteri - combattere le mafie si può, si deve avere il coraggio di razionalizzare le risorse

Gratteri: «Le mafie si combattono razionando le risorse»

Il procuratore di Catanzaro invita il nuovo ministro della giustizia a seguire quanto hanno fatto i suoi colleghi Orlando e Severino.

28 luglio 2018, 21:38


FIRENZE Per contrastare la mafia occorrerebbe: «Innanzitutto, razionalizzare le risorse, come hanno fatto i ministri Severino e Orlando. Ci sono degli uffici che andrebbero tagliati, delle sedi in cui andrebbero diminuiti il numero dei magistrati e altri in cui andrebbero aumentati». Così il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, prima di salire sul palco di Capalbio Libri, la storica manifestazione del borgo maremmano che stasera ha preso il via proprio con la presentazione del suo ultimo libro, ‘Fiumi d’oro. Come la ‘ndrangheta investe i soldi della cocaina nell’economia legale’ (Mondadori). Gratteri, secondo quanto riportato in una nota, ha poi spiegato che occorrerebbe essere molto più rigidi «Sui fuoriruolo, ossia su quei magistrati che vanno in altri ministeri per fare altre cose, seppur importanti. Penso che si possano assumere, al loro posto, anche professori universitari, associati o ricercatori». Ma la ‘ricetta’ indicata dal procuratore di Catanzaro per combattere le mafie, prevede anche di: «Cominciare a pensare ad abolire la procura generale, in modo da risparmiare 320 magistrati che potremmo far lavorare a regime. Si potrebbe anche pensare di eliminare il Tribunale di Sorveglianza, con tutte le risorse impiegate». Una volta fatto tutto questo, ha aggiunto Gratteri, secondo quanto riportato nella nota, «Occorre mettere mano al Codice di Procedura Penale e all’Ordinamento Penitenziario, cominciando ad informatizzare il processo penale, applicando la tecnologia oggi disponibile al processo. Uno dei motivi principali per cui i reati si prescrivono, infatti, è la lentezza del dibattimento. Giusto per fare un esempio, se facessimo la videoregistrazione del teste, assieme a tanti altri piccoli accorgimenti ovvi, si potrebbero abbattere i tempi del processo anche del 60%».

Immigrazione di Rimpiazzo - hanno cambiato rotta, adesso si dirigono in Spagna che non riesce a reggerne il ritmo

Quasi mille migranti abbattono le barriere. E la Spagna già "collassa" per l'accoglienza

La nuova ondata di sbarchi travolge Madrid. Che adesso dà la colpa all'Italia 


Gian Micalessin - Ven, 27/07/2018 - 09:13

La «fiesta» è finita. Per anni gli spagnoli hanno assistito compiaciuti e indifferenti all'effetto «spugna» di una Libia senza più confini.


Una Libia capace di assorbire i flussi di migranti in arrivo dall'Africa sub sahariana e riversarli sull'Italia. Per anni grazie alle «distrazioni» dell'Europa han potuto respingere a suon di manganellate, proiettili di gomma e retate i disgraziati infilatisi sopra e sotto le barriere di sei metri innalzate nelle enclavi di Ceuta e Melilla in territorio marocchino. Per almeno un decennio si sono disinteressati della sorte di barconi e gommoni colati a picco tentando di raggiungere le loro coste. Ora la pacchia è finita. Grazie ad un effetto che ricorda i vasi comunicanti il contenimento della rotta libica sposta i flussi dell'Africa sub sahariana verso il Marocco. E quindi verso la Spagna. La manifestazione più tangibile di quest'effetto va in scena ieri mattina nell'enclave di Ceuta. Alle sette di mattina 800 migranti, avvicinatisi alle recinzioni nelle ore notturne sfruttando i punti ciechi non inquadrati dalle telecamere, si lanciano all' assalto delle barriere. Mentre centinaia di scalmanati lanciano sassi e calce viva sui poliziotti spagnoli altri sfondano le reti utilizzando come arieti dei grossi pali di cemento. E così mentre 22 agenti e più di 130 attaccanti cadono feriti circa 700 migranti penetrano in territorio spagnolo. Ma lo spettacolare assalto di Ceuta è solo la punta dell'iceberg. Nelle piccole enclavi di Ceuta e Melilla è, infatti, abbastanza agevole grazie agli accordi con il Marocco - arrestare gli intrusi e riconsegnarli a Rabat. Ben più difficile è, invece, contenere gli arrivi concentrati lungo le coste dell'Andalusia.

Grazie all'ondata di sbarchi registrata proprio in quelle zone i numeri si stanno letteralmente moltiplicando. Dall'inizio dell'anno sono entrati in Spagna 22.711 migranti mentre, solo a luglio, i nuovi arrivi hanno superato quota 4.500. Cifre risibili per un'Italia misuratasi con 94mila sbarchi a fine luglio 2016 e ben 95mila nello stesso periodo del 2017, ma terribili per una Spagna abituata a confrontarsi con gli appena 13mila 246 migranti del 2016 e i 28mila 587 dell'anno scorso. Ma chi è colpa del proprio mal deve solo piangere se stesso. Compiaciuta della propria immeritata, ma provvisoria immunità Madrid si è ben guardata, in questi anni, dal garantire un minimo di solidarietà all'Italia sul fronte europeo. Non paga ha anche tralasciato qualsiasi investimento sul fronte dell'accoglienza. Quando ha potuto ha, piuttosto, tagliato i fondi destinati ai centri di accettazione e identificazione. E così ora si ritrova totalmente impreparata a fronteggiare l'arrivo di poche decine di migliaia di intrusi. Da settimane torme di migranti vagano senza meta per Medina, Sidonia, Chiclana de la Frontera e altre città del sud. Ad Algeciras centinaia di nuovi arrivati dormono sui ponti delle navi di soccorso o bivaccano nel cortile della stazione di polizia. Il vero problema è però la mancata identificazione. L'assenza di strutture adeguate rende impossibile la registrazione di generalità e impronte digitali. Il tutto mentre masse sempre più consistenti di fantasmi privi di documenti muovono verso il confine con la Francia.

Ma il governo guidato dal premier socialista Pedro Sanchez anziché rimediare alle proprie inefficienze preferisce puntare il dito contro il nostro Paese. L'Italia ha chiuso le porte ai migranti in arrivo dalla Libia «in un modo discutibile, che creerà indubbiamente problemi a livello europeo più gravi di quelli creati dai paesi dell'Est» è arrivato a dire il ministro degli Esteri Josep Borrell prima di appellarsi all'Europa per invocare nuove e più serie politiche di redistribuzione dei migranti. Esattamente quello che l'Italia ha chiesto per anni mentre la Spagna preferiva far orecchie da mercante.

Savona facci sognare - l'Euroimbecillità d'oltre Alpi ha scatenato le truppe cammellate traditrici italiane che vivono in quelle terre


Poteri forti contro il Governo. Con lo zampino di Letta jr. Il Centro Studi Eurasia attacca Savona. Ma la struttura ha come advisor l’ex premier 


28 luglio 2018 di Stefano Sansonetti


I soliti “poteri” forti internazionali, con qualche bell’aggancio in Italia, vanno in pressing sul Governo gialloverde, in particolare con un’azione di disturbo nei confronti del ministro per gli Affari Europei, Paolo Savona. L’altro ieri Eurasia Group, centro di analisi geopolitiche con base a New York, ha sfornato un agilissimo rapportino in cui di fatto si mette in guardia da una sorta di “rischio Savona”. L’ostracismo nei confronti del ministro è già ben rappresentato dal titolo: “L’influenza di Savona sulle politiche economiche ed europee resta un rischio”. Un messaggio tutt’altro che accomodante, se solo si considera che i dossier elaborati dal centro sono molto diffusi tra investitori e istituzioni pubbliche e private di mezzo mondo (Italia compresa).

I passaggi – La premessa è che “il mandato del ministro per gli affari europei si è esteso oltre le sue formali competenze”. Dopo aver ricordato che Savona “è un euroscettico che rappresentava la prima scelta della Lega per il ministero dell’economia”, il rapporto prosegue sostenendo che il ministro “adesso assisterà proprio il titolare dell’Economia nella predisposizione delle linee guida per le politiche economiche, fiscali e di investimento”. Di conseguenza “è probabile che conservi una voce influente e critica sulle decisioni di budget del Governo nei contesti Ue”. A tal proposito, addirittura, si citano non meglio precisate fonti di Bruxelles secondo le quale “il dicastero del ministro ha una forte impronta economica. E questo ci preoccupa”. Per non parlare del fatto che “il mandato di Savona prevede la partecipazione a un numero sempre più grande di Consigli europei, specialmente quelli legati alle riforme dell’Eurozona”. In conclusione, “sebbene Savona non stia più evocando l’uscita dall’euro, è stato il coautore di una exit strategy e resta un critico schietto delle regole fiscali dell’Eurozona e della Banca centrale europea”. Al punto che “soltanto il 10 luglio scorso ha parlato della necessità per il Governo di tenersi pronto per qualsiasi eventualità”.

Il dettaglio – Ora, è bene ricordare che Eurasia Group, autrice di questo documento, due anni fa ha nominato senior advisor l’ex premier Enrico Letta, che dalle sue esperienze estere sta guardando con occhio particolarmente critico il percorso di Governo pentaleghista. Ma Eurasia in Italia ha anche numerosi clienti che si affidano alla sua reportistica. Uno di questi è l’Eni, il colosso petrolifero oggi guidato da Claudio Descalzi.Ancora oggi, peraltro, nell’advisory board del centro con sede a New York siede una vecchia conoscenza del Cane a sei zampe, Enzo Viscusi, un tempo vicepresidente del colosso di Stato. Insomma, non può che far riflettere l’attacco portato da Eurasia a Savona e per il suo tramite al Governo. Chissà cosa ne penserà il ministro, che oggi è anche vicepresidente dell’Aspen, il think tank filoamericano nei cui organi direttivi lo stesso Letta junior è stato inquadrato per tanti anni.

Oro - La Russia sostituisce le riserve spostandolo sul metallo giallo diminuendo drasticamente i dollari


Lingotti al posto dei dollari: Russia ha portato la propria riserva aurea a livello record

10:29 27.07.2018

La riserva aurea russa ha quasi raggiunto le 2000 tonnellate. Nel primo semestre di quest’anno la Banca centrale russa ha acquistato circa 106 tonnellate di metalli preziosi, il che le ha permesso di raggiungere il 18% delle riserve a livello internazionale.

Al tempo stesso la Banca ha effettuato una vendita massiccia di titoli di stato statunitensi svendendo praticamente l'intero debito pubblico americano. Sputnik vi spiega perché la Banca centrale russa sta aumentando la sua riserva aurea, di quanti lingotti ha bisogno e perché la Russia rifugge dagli attivi in dollari.


Al momento le riserve internazionali sono pari a 460 miliardi di dollari, il livello indicato dalla Banca centrale russa è di 500 miliardi. La struttura delle riserve nell'ultimo decennio è cambiata radicalmente: la quota dell'oro è decuplicata, mentre gli investimenti nei titoli di debito del Tesoro USA sono calati al minimo. Già nel 2010 il volume degli investimenti nel debito pubblico americano aveva raggiunto i 176 miliardi di dollari. La questione della dedollarizzazione e della riduzione degli attivi corrispondenti non è nuova.

Svendita massiccia

Dopo che gli USA hanno avviato la politica sanzionatoria e hanno minacciato di escludere la Russia dal sistema internazionale per la gestione delle negoziazioni del debito pubblico russo, la Banca centrale russa ha agito con prontezza. In particolare, in 6 mesi ha ridotto gli investimenti in Treasuries alla misera cifra di 15 miliardi di dollari.

© AFP 2018 / PAUL J. RICHARDS


Preferire altri beni come l'oro è una strategia più che sensata. Il mondo sta per vivere una nuova fase di instabilità: infatti, sempre maggiore è la possibilità che si ripeta una crisi mondiale dovuta a guerre commerciali e per l'influenza geopolitica. I metalli preziosi sono un bene di rifugio che permettono di diversificare il rischio.

I Treasuries e i dollari vengono ritenuti i beni più liquidi e affidabili al mondo, ma l'emissione incontrollata di denaro, di cui peccano oltre agli USA anche altre banche centrali, potrebbe portare a un futuro crollo.

Una montagna di debiti

Nel mondo sono stati accumulati troppi debiti non garantiti (oggi il debito mondiale complessivo è pari a 247 trilioni di dollari, ovvero il 318% del PIL mondiale). In tali condizioni le riserve auree rappresentano una base solida perché non si deprezzano facilmente a differenza dei Treasuries.

Riprendiamo il caso del 2008: il fatto che alcuni Paesi, fra cui la Cina, facessero crollare il valore del debito pubblico americano si rivelò un rischio concreto.

La stessa cosa potrebbe avvenire anche oggi sullo sfondo della guerra commerciale avviata da Trump.

"Se improvvisamente per qualche ragione una serie di Paesi chiedesse agli USA di pagare i titoli, questi si deprezzerebbero. È una vera e propria montagna perché gli USA molto probabilmente non estingueranno mai il proprio debito. Questo sistema funzionerà finché gli altri continueranno a crederci", osserva Aleksandr Egorov, stratega valutario di TeleTrade.

Di questi rischi può risentire anche l'oro. Ovviamente un metallo prezioso è meno liquido dei titoli di stato statunitensi o tedeschi, può apprezzarsi o deprezzarsi. Ma in caso di bancarotta del sistema del dollaro l'oro non perderà valore. Conservando la funzione di mezzo di pagamento nel commercio mondiale, questo bene ridurrà la propria dipendenza da qualsivoglia valuta.

"Sono convinto che la situazione cambierà quando i governi del mondo saranno costretti a sbarazzarsi dei debiti e si baseranno sulla quotazione dell'oro. Ecco perché Paesi come la Russia e la Cina stanno accumulando oro: sanno che cosa potrebbe accadere nel giro di qualche anno", afferma Keith Neumeyer, presidente del CdA della First Mining Gold.

© AP PHOTO / ITSUO INOUYE


Già a febbraio la Russia era fra i primi cinque Paesi al mondo per riserva aurea superando per la prima volta la Cina. Se manterrà questi ritmi di acquisto la Russia fra tre anni occuperà la terza posizione fra i maggiori possessori di oro. E fra 10-15 anni ripeterà il record sovietico di 2800 tonnellate, secondo Timur Nigmatullin, osservatore della società "Otkrytie Broker".

Tuttavia, liberarsi completamente del dollaro non sarà possibile. Il sistema finanziario mondiale è strutturato in modo tale che il 70% di tutti i pagamenti viene effettuato in dollari.

"La Russia commercia petrolio e questo viene venduto in dollari. Dunque, per sostenere le operazioni di import-export, una quota considerevole di riserve dev'essere in valuta americana", osserva l'esperto.

I prezzi dell'oro subiranno un'impennata

© SPUTNIK . SERGEY MAMONTOV


Emettere in continuazione nuova moneta costituisce una minaccia sempre più concreta alla stabilità dell'economia mondiale e farà accelerare i prezzi dell'oro. A tal fine concorreranno non solo fattori monetari ma anche problemi di fornitura.

Secondo le previsioni di Goldman Sachs nei prossimi anni i volumi mondiali di estrazione aurea cominceranno a subire una riduzione ed entro il 2022, stando alle stime di Goldcorp, una delle maggiori società estrattrici di oro, la produzione di questo metallo prezioso scenderà ai livelli di inizio XX secolo.

La Società geologica statunitense prevede che le riserve auree nel sottosuolo si esauriranno già entro il 2034.

Gli esperti sono convinti che sarà un insieme di fattori a scatenare l'impennata dei prezzi dell'oro fino a 2000 o persino 3000 dollari all'oncia.

Gli ebrei nelle terre di Palestina sono un cancro da estirpare - continuano a rubare terra e a scacciare i palestinesi

Israele ha annunciato la costruzione di 400 nuovi insediamenti: “Miglior risposta al terrorismo”

A dare la notizia su Twitter il ministro della difesa israeliano, Avigdor Lieberman, come risposta all'uccisione da parte di un palestinese di un cittadino ebraico in una colonia vicino a Gerusalemme

27 Lug. 2018

Credit: Afp

Il ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, ha annunciato la costruzione di 400 nuovi insediamenti per coloni nei territori della Cisgiordania.

Secondo quanto riportato dal ministro sul suo account Twitter, “la miglior risposta al terrorismo è il rafforzamento degli insediamenti”.

La misura è stata presa in risposta all’uccisione da parte di un palestinese armato di coltello di un cittadino ebraico e al ferimento di altri due in seguito ad un attacco avvenuto nella notte nell’insediamento di Adam, vicino Ramallah.

L’assalitore, un uomo di 31 anni, è stato poi ucciso dalle forze dell’ordine israeliane.




Commissione bilaterale sul Sistema bancario e finanziario cuore del Sistema massonico mafioso politico


Vigilanza sulle banche, Paragone verso la presidenza. Al Senato la legge per istituire la commissione. Avrà poteri più ampi rispetto al passato 

27 luglio 2018 di Federico Gatta


E ora il Movimento 5 Stelle punta dritto al cuore del sistema. Al Senato è stato proposto di istituire una commissione d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario. Che i pentastellati pensano di affidare a Gianluigi Paragone, giornalista fino a poco prima delle elezioni politiche di marzo e autore del libro Gangbank, sull’intreccio (perverso) tra politica e finanza che “ci frega il portafoglio e la vita”. A Palazzo Madama c’è stato nei giorni scorsi un gran lavorio per mettere a punto la legge istitutiva in cui sono indicate le funzioni e gli obiettivi da perseguire.

Le novità – L’organismo avrà funzioni sensibilmente diverse da quello presieduto da Pier Ferdinando Casini che il Pd aveva indicato per il seggio più importante a Palazzo San Macuto nello scorcio legislatura segnata dall’esplosione di alcuni casi simbolo: da Vicenza a Mps, per passare naturalmente al bubbone di Banca Etruria. Alla fine dei lavori, a gennaio 2018, il Movimento aveva presentato una relazione di minoranza: 100 pagine in cui venivano denunciate diverse storture, tra cui quelle relative alla mancata interazione delle autorità di vigilanza. Per migliorare la quale “si reputano necessarie modifiche sostanziali che da un lato consentano alle medesime autorità di vigilanza di comunicare reciprocamente in modo chiaro e privo di vincoli di carattere formale (abolendo eventualmente anche il segreto d’ufficio) e dall’altro garantiscano al legislatore di valutare progressivamente l’adeguatezza della normativa nazionale rispetto alle esigenze” delle autorità stesse di vigilanza. Come? Quanto al primo aspetto attraverso la costituzione di un Comitato presieduto dalla Banca d’Italia e che “potrebbe coinvolgere oltre alla Consob anche l’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione e, in qualità di osservatori, il ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Autorità garante della concorrenza e del mercato”. In ossequio alle indicazioni del Comitato europeo per il rischio sistemico (Cers), che sin dal 2011 ha invitato gli Stati membri a designare nella legislazione nazionale un’autorità a cui affidare la conduzione delle politiche macroprudenziali. Un organismo deputato a “verificare l’andamento e i rischi della stabilità del sistema finanziario italiano” e destinato riferire al Parlamento sull’andamento dell’esercizio delle proprie funzioni di vigilanza: ecco dunque da dove nasce l’esigenza di una bicamerale indispensabile per consentire al “legislatore di valutare progressivamente l’adeguatezza della normativa nazionale rispetto alle esigenze” delle autorità stesse. Le cui fragilità sono state messe alla prova da casi devastanti per i risparmiatori. Come quello delle Banche Venete. Il sindaco di Vicenza, Francesco Rucco nella relazione sull’impatto socio-economico della crisi del sistema bancario sul territorio che verrà presto posta all’attenzione del Governo, ha certificato che la perdita complessiva dello stock di attività finanziarie è stata di almeno 5 miliardi di euro, pari a circa il 3,4% del Pil regionale.

Il Partito dei Giudici sa che quel giorno c'è stato il terrorismo di stato che dovevano mettere a soqquadro Milano per tacere per sempre l'opposizione all'Expo 2015 dove hanno fatto strame di regole e gli abusi considerati normali

Giudici ostinati coi poliziotti, morbidi con gli antagonisti

Ancora "perseguitati" il vicequestore e i 3 agenti che l'1 maggio 2015 fermarono un autonomo, poi assolto 

Luca Fazzo - Ven, 27/07/2018 - 09:02

Sono passati più di tre anni dal giorno in cui i No Expo misero a Milano a ferro e fuoco, le indagini sulle devastazioni hanno portato a condanne lievi, nessuno è finito in galera.


Ma per quattro poliziotti che quel Primo Maggio erano in piazza a fronteggiare l'onda nera impegnata a incendiare e distruggere i guai con la giustizia non sono finiti. Per quattro di loro il giudice Raffaella Mascarino non ha accolto la richiesta di archiviazione del procedimento aperto dalla Procura della Repubblica. La versione dei fatti fornita dai poliziotti non ha convinto il giudice. E ora il pm Marcello Musso dovrà continuare a indagare su di loro, interrogando altri colleghi. Se neanche i nuovi accertamenti convinceranno il giudice, i quattro rischiano di finire sotto processo.

I quattro sono il dirigente del commissariato di Greco-Turro, vicequestore Angelo De Simone, e tre agenti che erano con lui in via Mario Pagano, nella fase finale del corteo, quando i black block si preparavano a sciogliersi. Fu lì che arrestarono Mirko Leoni, un giovane antagonista, che riconobbero come quello che aveva lanciato un blocco di cemento che aveva sfiorato il casco di De Simone. Ma al processo l'estremista fu dichiarato innocente. I giudici non si limitarono ad assolverlo e trasmisero alla Procura gli atti perché indagasse per falsa testimonianza i poliziotti venuti in aula ad accusarlo. Lo stesso Leoni, poi, aggiunse una denuncia per calunnia e falso ideologico contro gli stessi quattro, e anche contro altri quattro loro colleghi che lo avevano arrestato.

Il pm Musso nel novembre scorso aveva chiesto il proscioglimento di tutti gli indagati: non c'era alcuna prova, scrisse, che Leoni non fosse davvero l'autore del lancio del cemento; che poi avesse fatto resistenza al momento dell'arresto lo dimostra un video scovato dal vicequestore De Simone su Youtube e mai acquisito agli atti dell'inchiesta ufficiale. In ogni caso, pretendere assoluta precisione di ricordi da uomini che avevano vissuto una giornata lunga e dura, sotto il lancio di pietre e molotov, sarebbe eccessivo.

In base alle stesse considerazioni, il giudice Mascarino archivia le accuse più gravi, il falso e la calunnia. Ma tiene aperto il procedimento contro De Simone e gli altri tre venuti in aula a testimoniare contro Leoni. Uno il passagio cruciale: Leoni sarebbe stato fermato in «piazza Pagano» (una piazza che in realtà non esiste, e anche questo può avere ingenerato confusione, ndr) da altri poliziotti, e quindi era impossibile che quando arrivarono De Simone e gli altri abbia opposto resistenza. Quindi dovranno essere interrogati i primi poliziotti che fermarono l'autonomo: cui ora toccherà inguaiare i colleghi o rischiare anche loro l'incriminazione. E il video su Youtube? Troppo confuso, dice il giudice: e farlo analizzare da un perito costerebbe troppo.

27 luglio 2018 - Paolo Savona: "Se ci fosse un magistrato appena intelligente metterebbe ...

27 luglio 2018 - Salini e Foa ci daranno una Rai migliore

27 luglio 2018 - DIEGO FUSARO: Interventi a "L'aria che tira" (La7)

26 luglio 2018 - Diego Fusaro: Roberto Saviano, bardo cosmopolita dall'attico di Nuova York

... da cui nasce l'accordo con l'Eritrea. Certamente non finiranno le pratiche di land grabbing (accaparramento delle terre), nel caso le multinazionali sono italiane, olandesi, indiane


Come il gruppo etnico Oromo sta cambiando l’Etiopia a costo della vita

PUBBLICATO 26 luglio 2018
Di Sara Sucato – 

(per il dossier Violenze Invisibili) Feyisa Lilesa, secondo classificato nella maratona delle Olimpiadi di Rio del 2016, ha permesso al mondo di conoscere la guerra che sta distruggendo l’Etiopia e dimezzando il gruppo etnico Oromo, colpito anche dal punto di vista economico e sociale.

L’atleta, una volta sul podio, ha incrociato i polsi disegnando una X come se gli fossero appena state messe delle manette. Il mondo non ne era cosciente, ma in quel momento Feyisa Lilesa ha rischiato la vita, ha messo a repentaglio la sicurezza della sua famiglia detenuta in Etiopia.


«I miei parenti sono in prigione e se si mettono a parlare di diritti democratici verranno ammazzati» ha dichiarato, «se torno in patria, rischio la vita. E se non vengo ucciso, potrei finire in prigione. Non ho ancora deciso cosa fare, ma forse andrò direttamente in un altro Paese».

Questa la condizione che accomuna 24 milioni di Oromo, l’etnia maggioritaria dell’Etiopia che ne costituisce il 32% della popolazione. L’Oromia è la più estesa regione all’interno del confine etiope e circonda la capitale Addis Abeba; il Congresso Federalista Oromo (Ofc) è il più grande partito dell’Oromia ma non ha seggi in Parlamento.

Gli scontri tra il governo centrale, che rappresenta la minoranza etnica tigrina stanziata nella regione dei Tigrè, e la popolazione Oromo e la contestuale protesta anti-governativa che ha visto il supporto dell’etnia Amhara, hanno avuto inizio tra l’ottobre e il novembre del 2015: in quell’anno, l’esecutivo guidato dal Fronte Rivoluzionario del Popolo Etiopicoaveva approvato un piano di espropriazione delle terre oromo, conosciuto come Integrated Development Master Plan, per espandere il confine amministrativo della capitale. I membri dell’etnia Oromo sono scesi in strada per chiedere riforme politiche e più diritti, denunciando anni di abusi da parte del governo.

Il 9 ottobre 2016 venne dichiarato lo stato d’emergenza, durato sei mesi, poiché alle proteste oromo si unirono le rivendicazioni degli abitanti della regione dell’Amhara, i quali costituiscono il 27% della popolazione etiope e la seconda etnia più numerosa dello Stato del Corno d’Africa. Questa solidarietà ha portato ad una profonda crisi governativa dal momento che il Fronte Rivoluzionario aveva acquisito e mantenuto, nel corso degli anni, il proprio potere puntando sulla divisione tra Oromo e Amhara, che presentava radice storiche.


Nel contesto delle proteste, l’episodio più grave si è verificato il 2 ottobre 2016 durante l’annuale raduno religioso a Bishoftu, in Oromia, a 40 chilometri dalla capitale Addis Abeba. La polizia è intervenuta esplodendo colpi d’arma da fuoco e gas lacrimogeni sulla folla, in mezzo alla quale c’era anche chi scandiva slogan anti-governativi. Uomini, donne e bambini sono morti calpestati nella calca. Secondo il governo le vittime sono state 52. Secondo Human Rights Watch le vittime sono state 500 e 1600 gli arresti. Cifre esagerate per il governo e prontamente smentite.

In base al rapporto della stessa HRW, dopo aver ascoltato le testimonianze di un centinaio di persone, la polizia e l’esercito avrebbero fatto un uso eccessivo della forza, sia durante le manifestazioni che contro i detenuti, dall’inizio delle proteste. Molte donne hanno raccontato di essere state molestate e violentate, coloro che si trovavano in carcere di essere stati torturati e appesi per le caviglie, altri ancora di aver ricevuto scosse elettriche. Decine di migliaia di persone sono state arrestate e centinaia sono scomparse.

Nonostante l’Etiopia sia sempre stata vista dalle maggiori potenze internazionali come garante di stabilità nel Corno d’Africa, il governo sembra aver fatto più affidamento sulla violenza e la repressione del dissenso, piuttosto che sul dialogo, aggiungendo a tutte le limitazioni imposte alla libertà di opinione e di stampa la censura del web. Bloccando gli accessi a internet, l’esecutivo puntava a impedire l’organizzazione di nuove proteste di piazza. Le strade, costantemente presidiate da militari e polizia, non permettevano gli spostamenti in sicurezza per i membri delle etnie Oromo e Amhara.

Le proteste oromo, nel febbraio 2018, hanno portato alle dimissioni del primo ministro Hailemariam Desalegn e all’elezione parlamentare del successore Abiy Ahmed. Ahmed, ex ufficiale dell’esercito e ministro per la scienza e la tecnologia, è anche il primo politico Oromo a diventare premier in territorio etiope. La sua elezione costituisce una speranza per la fine degli scontri e delle violenze, in un Paese che soffre anche a causa di frequenti carestie dovute alla pratica del land grabbing, ovvero l’espropriazione da parte di multinazionali estere (principalmente olandesi, indiane e italiane) di territori coltivati o abitati dalla popolazione locale.

Ilva - noi ci auguriamo la decarbonizzazione unico modo per sanificare il processo di produzione. Si può si deve

Linz, 27 luglio 2018 

Austria come la Svezia: verso un’industria siderurgica a idrogeno 

Per renderlo possibile, Siemens ha sviluppato quello che è attualmente il più grande modulo elettrolizzatore PEM al mondo 


L’industria siderurgica di Linz cerca di smarcarsi dal coke

(Rinnovabili.it) – Dopo la prima acciaieria a idrogeno nata in Svezia, l’industria siderurgica è pronta a fare nuovamente incursione nel mondo delle zero emissioni. Stavolta la protagonista è un’acciaieria di Linz, in Austria, al centro delle attenzioni del progetto europeo H2Future. L’iniziativa, frutto del bando Fuel Cells and Hydrogen Joint Undertaking, mira a testare le prestazioni del vettore energetico per ridurre l’impronta di carbonio del comparto. Ed esattamente come nel progetto svedese, l’idrogeno verrebbe impiegato per ridurre i minerali ad alto contenuto di ferro (che si trovano in natura in genere come ossidi), sostituendosi così all’opzione dell’alto forno e all’utilizzo del coke.

“Circa il 7% delle emissioni globali di CO2 sono legate all’industria dell’acciaio, principalmente a causa del carbonio necessario per estrarre l’ossigeno dall’ossido di ferro”, si legge nel sito del progetto. “La crescente domanda di acciaio come materiale metallico più importante per la mobilità, la produzione di energia, l’edilizia e l’ingegneria meccanica non può essere coperta da ulteriori fonti di scarto e richiede ossidi di ferro naturali come materie prime”.

Per assicurare una conversione davvero sostenibile per l’industria siderurgica, i partner di H2Future – voestalpine, Siemens, VERBUND e Austrian Power Grid, K1-MET ed ECN – hanno realizzato una centrale di produzione a idrogeno alimentata da rinnovabili. Siemens ha sviluppato quello che è attualmente il più grande modulo elettrolizzatore PEM (membrana a scambio di protoni) al mondo per il centro di ricerca di Linz.


Con una capacità di 6 MW, l’impianto sarà in grado di produrre 1.200 metri cubi di idrogeno “verde”all’ora. L’obiettivo è raggiungere un’efficienza record dell’80 percento nella produzione del vettore. Una volta che la centrale sarà pienamente operativa, nel 2019, i ricercatori olandesi dell’ECN coordineranno, studieranno e tenteranno di replicare tutti i risultati su scala industriale. “La costruzione del nuovo impianto pilota per la produzione di idrogeno verde ci sta portando avanti nella realizzazione a lungo termine di una trasformazione tecnologica dell’industria siderurgica”, spiega Wolfgang Eder, presidente del consiglio di amministrazione di voestalpine AG. “L’obiettivo è quello di ricercare tecnologie rivoluzionarie reali che siano applicabili su scala industriale nei prossimi vent’anni”.


Polemica minore ma strategicamente fondamentale. Fontana ha ragione c'è una madre, un padre e un figlio. Spadafora deve imparare che vivere il proprio tempo può anche significare lottare contro le barbarie che avanzano che hanno una radice che affonda nel nichilismo


Perché concordo con il ministro Fontana. Contro l’ideologia del gender 



L’ideologia del gender e la mercificazione dei bambini è antropologicamente sempre inaccettabile, e lo è anche quando, nel singolo caso specifico, essa rappresenta un rimedio talvolta concesso per evitare il peggio 

Hanno fatto discutere le affermazioni sulle adozioni espresse ieri dal ministro per la famiglia e la disabilità Lorenzo Fontana. Hanno creato clamore perché il tema è bioetico prima ancora che etico, ed è legale prima ancora che politico.

La legge 40, attualmente in vigore, riconosce diritti alle coppie gay, ma non prevede in alcun modo l’equiparazione delle coppie omosessuali alla famiglia, per quanto attiene alla maternità e alla paternità. Il dilemma esiste ed il conflitto è creato prevalentemente da coloro che applicano all’estero tale azione soggettiva, chiedendo poi la ratifica legale in Italia. La decisione in merito riguarda giudici e sindaci, divisi tra loro nel riconoscere o non riconoscere questo irregolare stato di cose.

Parlare del problema, d’altronde, è molto complesso, anche se le idee possono essere molto chiare, come chiare sono, in effetti, le posizioni del Pd a favore dei nuovi diritti, e contrarie quelle di Fontana, della Lega e anche di Matteo Salvini. Il vicepresidente del Consiglio ha corroborato efficacemente le tesi del suo ministro, affermando: “Fino a quando io sarò al governo gameti in vendita ed utero in affitto non esisteranno come pratica, sono reati. Difenderemo in ogni sede immaginabile il diritto del bambino di avere una mamma ed un papà”.

Il punto vero sta esattamente qui. In gioco vi sono diritti diversi, quello dei genitori e quello dei bambini, ma soprattutto la necessità di combattere duramente la mercificazione della vita umana, confermata dalle tante agenzie che si occupano, fuori dall’Italia, di mettere ignobilmente a disposizione per acquirenti volenterosi dei bambini, come se si trattasse di piccoli allevamenti di animali o oggetti da catalogo.

Il nodo è dato dal conflitto esistente tra diritti volontari e involontari di ordine naturale, relativi alle persone, condizioni che precedono e seguono la creazione di una regolamentazione giuridica adeguata di carattere generale, la quale deve lasciare aperta successivamente la deroga per i singoli casi particolari.

Quando parliamo della famiglia naturale dobbiamo subito intenderci su cosa significa natura. Anche perché la natura, nel caso dell’uomo, indica sia quello che l’essere umano è sulla base di un ordine necessario e sia quanto emerge con la crescita e l’esercizio progressivo della libertà individuale. La persona, infatti, è per natura libera, essendo razionale, ma non tutto quello che una persona è si esaurisce nella sua libertà. Certamente non è autodeterminata la sua dignità, legata a quello che un essere umano è e non a quello che un essere umano può fare, come si vede nella tutela riconosciuta ad un malato privo di coscienza e libertà.

Esiste una base ontologica, morfologica e psicofisica involontaria e determinata che fa da fondamento agli atti razionalmente consapevoli e volontari che derivano dall’autodeterminazione singola, come vi è un “Io incosciente” che precede un “Io cosciente”.

Chi sostiene il diritto di due persone, a prescindere dalla differenza sessuale, a poter avere i figli si rivolge esclusivamente all’ambito volontario; chi invece difende il diritto del bambino ad avere due genitori di sesso diverso guarda alla parte biologica e non libera che contraddistingue nel profondo l’essenza umana.

Bene. L’ideologia del gender rappresenta la massima forma riduzionista di attuazione di un paradigma antropologico volontaristico, legato alla logica dei soli diritti unilaterali dei richiedenti, tanto che non soltanto neutralizza in partenza i dati eterosessuali necessariamente indispensabili, essendo essi per l’appunto involontari, ma concepisce il desiderio individuale come pretesa affettiva di modificazione dell’essenza umana e d’incremento infinito della soddisfazione dell’Io, in qualità di norma giuridica valevole di per sé.

La preminenza data all’opposto ai diritti umani come sfera d’essere che attiene all’involontario riconosce un ambito di prerogative vincolanti che esistono in ogni essere umano anteriormente, cioè prima di tutto il resto: diritti originari che sono come tali da identificare e garantire per legge, non perché sono voluti da qualcuno ma perché, come nel caso di un bambino, essi costituiscono una premessa indispensabile per la formazione della sua identità ontologica personale, ben prima che vengano reclamati o concessi dalla collettività. Tali diritti naturali sono, perciò, dei doveri normativi che devono regolare entro limiti restrittivi i desideri e le libertà soggettive degli altri, in primis dei genitori richiedenti che ne hanno la tutela.

Facciamo un esempio. Se per la mia impresa è utile inquinare per fare profitto, io non posso farlo perché tale diritto volontario si scontra con i “diritti” dell’ambiente, che per me diventano doveri limitanti. Ancor più, se alla mia azienda è utile sottopagare gli operai, non posso farlo, non solo perché la legge e i sindacati me lo impediscano, ma perché sfruttare la mercede degli operai è intaccare comunque un diritto umano che esiste a prescindere dalla mia volontà ed è superiore alla mia e loro volontà: anche in quest’ultimo caso tale diritto assoluto è il fatto che ogni persona umana è un fine e mai un mezzo per un’altra.

Il caso delle adizioni gay sta sullo stesso piano, sia pure ad un livello molto più originario e fondamentale, riguardando appunto l’infanzia. Una persona umana, prima ancora di richiederlo o volerlo, ha per natura, ossia non in virtù di un un atto volontario, il diritto ad esistere, ad avere due genitori di sesso diverso, ad essere nutrito e curato, perché questo orizzonte ontologico rende possibile socialmente l’esistenza stessa di una persona. Ledere tale diritto, attraverso ulteriori diritti volontari, in contraddizione con i precedenti, come il desiderio di avere un figlio, tra l’altro fuori dalle condizioni eterosessuali concesse per natura, è illegittimo, trasformando inevitabilmente il proprio desiderio volontario in una lesione dei diritti involontari di altri soggetti umani indifesi. Questo limite, d’altronde, non può essere varcato neanche dalle coppie eterosessuali, le quali se per natura possono generare ed essere famiglia, non possono però pretendere di avere su un figlio un diritto assoluto e illimitato, valevole cioè a tutti i costi, in tutti i casi. Non a caso la legge prevede, in situazioni particolari, la perdita della potestà genitoriale.

Adozioni gay, dunque, sfruttamento della persona, possibilità di trasformare la famiglia naturale in associazione volontaria non è consentito eticamente, anche perché la genitorialità di padre e madre è così per natura, e così per natura rappresenta un diritto cui il bambino non può sottrarsi e a cui i genitori devono attenersi.

Si ricordi sempre: tra il volontario e l’involontario, per natura l’involontario ha un primato, perché regola anticipatamente la liceità del volontario, dandogli un limite etico. Se si esce da questa demarcazione, si esce dall’umanesimo e si va verso una deriva ideologica post umana.

Bravo ministro Fontana, dunque. L’ideologia del gender e la mercificazione dei bambini, infatti, è antropologicamente sempre inaccettabile, e lo è anche quando, nel singolo caso specifico, essa rappresenta un rimedio talvolta concesso per evitare il peggio.

Se il Presidente della Repubblica non sostiene le istituzioni significa che ne sta contro. Non dimentichiamo

Sabato, 21 luglio 2018 - 14:54:00
Il silenzio del Presidente della Repubblica alle offese a Salvini
Un trattamento differente per Boldrini e Fornero?di Daniele Rosa


'Malavitoso, barbaro, ignorante, violento, una merda’ una serie inimmaginabile di epiteti e di offese continuano ad arrivare al nostro Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, da parte del solito Roberto Saviano ed ora pure dalla caricatissima attrice Asia Argento.

Non solo loro, certo, ma i due incarnano non il senso di un’opposizione dura, trasparente, attiva, ma una voglia di violenza personale verbale insolita contro la persona Matteo Salvini.
Le offese a Salvini. Le risposte del Ministro sempre educate.

L’uomo è forte, integro e, a differenza di tanti altri suoi colleghi, non ha proprio nulla da nascondere. Le risposte ad offese così forti e dirette sono sempre state garbate e sagaci.

L’ultima, quella data alla Argento , è parsa davvero divertente ‘ non sei cattiva come sembri, ti offro un caffè, anzi una camomilla , vedo se posso aiutarti’.

Salvini ha perfettamente capito che se gli attacchi continuano su questi toni il consenso della stragrande maggioranza degli italiani si muoverà in un’unica direzione: quella di una crescita esponenziale.

Probabilmente della querela fatta su carta ufficiale del Ministero dell’Interno a Roberto Saviano, Salvini ne avrebbe fatto volentieri a meno ma, quando si dichiara che l’uomo che ha la carica di Ministro dell’Interno è una capo malavitoso, o giù di lì, l’offesa non è più riferita all’uomo ma è innegabilmente legata anche al Ministro.

Le offese a Salvini. Gli oltraggi ad una carica dello Stato.

E fino a prova contraria non è ancora permesso, in questo nostro ordinamento, oltraggiare una carica pubblica di così alto livello.

Da non dimenticare in aggiunta il fatto che il Ministro dell’Interno è pure Vicepremier.

Doverosa quindi la denuncia ma quello che lascia un po’ sorpresi è l’assordante silenzio del Capo dello Stato e conseguentemente l’assoluta assenza di posizione del Viminale a questo proposito.

Un silenzio assordante.

Sarebbe bastato, e se è stato fatto ce ne scusiamo, un semplice riferimento durante uno dei tanti discorsi pubblici, all’obbligo sacrosanto di rispettare i membri del Governo e indirettamente pure lo Stato nella sua interezza.

A ben ricordare quando Laura Boldrini e la professoressa Elsa Fornero furono caricate di insulti irripetibili, in qualche occasione ci furono giuste prese di posizione in loro difesa.
Le offese a Salvini. Un silenzio assordante.

Nel caso di Salvini, nulla.

D’accordo che l’uomo non ha bisogno di alcuna difesa d’ufficio e più lo offendi più si rafforza però qualche perplessità sul fatto che nessuna voce ufficiale da parte della più alta carica dello Stato si sia fatta sentire salta all’occhio.

Forse perché l’uomo non ha fatto del buonismo a un tanto al chilo il suo cavallo di battaglia e sta con fermezza sposando i 'desiderata' di una larga parte del popolo italiano sui temi di sua competenza? O è solo una dimenticanza?

Le anime belle si diano pace, si comincia a delineare con chiarezza la nostra politica estera-difesa che con il corrotto euroimbecille Pd navigava nell'aleatorietà del nulla, solo servi degli stranieri e niente iniziative


Afghanistan, Niger e operazione Sophia. La tabella di marcia del ministro Trenta (e la punzecchiata a Macron) 



Per le missioni internazionali la linea sembra quella della continuità e del rispetto degli impegni presi. Sul fronte europeo, il ministro ha chiarito il perché del "no" italiano all'iniziativa francese dell'European Intervention Initiative 

Continuità con il passato e rispetto degli impegni presi. Potrebbe essere riassunta così la strategia del ministro della Difesa Elisabetta Trenta per le missioni internazionali, spiegata nel corso dell’audizione di fronte alla commissioni Difesa riunite di Camera e Senato e arrivata a due giorni dal viaggio in Tunisia e Libia, servito a puntellare il ruolo italiano nel nord Africa. Se per l’Afghanistan è stata confermata l’intenzione di ridurre il contingente italiano, e per il Niger prosegue il dialogo con Niamey per “una missione molto importante”, su EuNavFor-Med l’obiettivo è far accettare ad altri Paesi la redistribuzione dei migranti. In fase di valutazione anche l’eventuale partecipazione all’iniziativa francese Ei2, a cui l’Italia non ha aderito per “dare priorità alla Pesco”, ma anche per divergenze (finalmente spiegate) sulle finalità del progetto.

UNA RIVALUTAZIONE SULL’INTERESSE NAZIONALE

Sulle missioni internazionali, l’attesa per una maggiore chiarezza sul programma di governo era alta, considerando la “rivalutazione” non proprio chiara prevista dal contratto Lega-M5S, ma anche la tradizionale critica ad alcuni impegni da parte di diversi esponenti dell’attuale maggioranza. Per tale rivalutazione, ha spiegato la Trenta, “il riferimento è l’interesse nazionale, ma anche la valorizzazione degli accordi e la responsabilità nei confronti degli impegni presi, i quali non si possono rivedere di punto in bianco”.

TRA AFGHANISTAN…

Per l’Afghanistan, è stata ribadita l’intenzione di ridurre il contingente, scendendo da 900 a 700 unità come già annunciato dal precedente esecutivo. L’idea, ha rimarcato la titolare del dicastero Difesa, “è mantenere l’impegno richiesto dagli afghani e in particolare la capacità operativa nel training e nell’advising (la più importante) riducendo magari l’attività logistica per cui è poca la differenza a seconda del Paese che la svolge”. Perciò, “stiamo chiedendo ad altri Paesi di sostituirci, fieri del lavoro che è stato fatto”.

…E NIGER

Ribadita la continuità anche sulla missione in Niger, “molto importante per il controllo dell’immigrazione”. Ci sono stati dei ritardi, ha notato Trenta, “non dipesi da noi ma dal fatto che il governo del Niger si è tirato indietro”. Adesso quindi “stiamo parlando” con Niamey, dicendoci “disponibili al tipo di presenza che vogliono loro”. Un’ipotesi è inviare “piccole unità formative di training”, sempre con l’obiettivo di “migliorare le capacità del sistema della difesa locale”.

LA MISSIONE SOPHIA NEL MEDITERRANEO

Sotto la lente d’ingrandimento c’è intanto la missione europea nel Mediterraneo (EuNavFor-Med, Sophia). Anche questa è “una missione molto rilevante per ciò che riguarda controllo dei traffici”, ha chiarito il ministro. Nessun passo indietro dunque circa la partecipazione italiana, ma “resta un problema, legato al fatto che se la missione prende dei migranti, li deve far sbarcare sul territorio italiano, e questo perché non è stata attuata la norma relativa alla distribuzione in altri Paesi”. In tal senso, “siamo riusciti al Consiglio europeo a far passare un principio diverso”. Adesso, occorre “rivedere le linee sulla base di tale principio che è stato accettato dai vari Paesi”, ma per farlo “serve il tempo necessario, il tempo diplomatico” che non sempre segue i ritmi veloci della politica. Per ora, l’Italia ha incassato “la disponibilità dell’Altro rappresentante Federica Mogherini ad accorciare i tempi e credo che entro l’autunno riusciremo ad avere il cambiamento della norma per cui siamo costretti a tenere sul suolo italiano tutti i migranti che vi arrivano”.

“PERCHE’ HO DETTO NO ALL’INIZIATIVA FRANCESE”

Sollecitata da Maurizio Gasparri, componente in quota Forza Italia della commissione Difesa di palazzo Madama, il ministro Trenta è intervenuta anche sull’European intervention iniziative (Ei2), lanciata dal presidente francese già lo scorso anno, e concretizzatasi nella firma di un accordo a fine giugno tra i ministri della Difesa di nove Paesi europei. L’Italia, a differenza di tutti gli altri maggiori Stati del Vecchio continente, non ne fa parte. “Esiste un accordo in Europa che si chiama Pesco, e l’Ei2 altro non fa che prendere i Paesi che vi aderiscono più la Gran Bretagna e dargli una missione simile”, ha spiegato Trenta. Il piano d’oltralpe, le ha fatto eco il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, è “un’iniziativa parzialmente europea”, che il governo ha dunque accolto con “cauta e doverosa prudenza”. Così,”diamo priorità a quanto deciso in ambito europeo, diamo priorità alla Pesco”, ha notato ancora la Trenta citando “la paura di un’iniziativa che invece di unire l’Ue possa diventare un’iniziativa divisiva”. D’altra parte, “il contenuto dell’Ei2 è anche accettabile, ma l’Italia ha una sua dignità e se chiedo che si cambi il titolo non si può rispondere che non ho capito”. Il problema, ha rimarcato, è la presenza del termine intervention, che lascia qualche incertezza circa le finalità dell’iniziativa (civile o militare?). “Se l’intervento è civile, l’accordo non lo firmano i ministri della Difesa”, ha chiosato la Trenta. Comunque, non si esclude “la possibilità di aderire in un secondo momento”, in attesa “che ci sia un titolo corrispondente al contenuto del documento, su cui siamo disponibili a lavorare”.