Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 11 agosto 2018

11 agosto 2018 - Due mesi di Governo, il videomessaggio del Presidente Conte

11 agosto 2018 - il caro pedaggi in autostrada

Alceste il poeta - ci serve il ricordo per capire l'oggi.

Monarchia Universalis


Roma, 7 agosto 2018

Certe questioni andrebbero adagiate sul lettino dell'anatomista; spesso, però, si preferisce un coltello da squartatore.

La questione della globalizzazione, a esempio. Sarebbe bene eliminare questo termine, ormai usurato da vani e opposti estremismi.
Le parole vanno e vengono.
Sostituirei globalizzazione con Monarchia. Universale.
Monarchia è ciò che ci attende, al di là degli strepiti decennali che ci hanno ingannato.

Ricordo, in una tramissione di RAI3 del 1992, Milano, Italia, un neroricciuto Gad Lerner esibire sul palco, come fa l'imbonitore coi propri mostriciattoli, Maurizio Boccacci, allora guida spirituale del movimento Meridiano Zero, di matrice filofascista o parafascista (o consonante a quel che rimaneva del fascismo).
Nel 1992 si stava cucinando, almeno per l'Italia, provincia ancora opulenta, ma arretrata ideologicamente, il Mondo Nuovo a venire.

Lerner aveva il compito di introdurre, al pubblico esterreffatto dal crollo del regime post ’45, un nuovissimo dramatis personae (ovvero i soggetti che avrebbero dominato la scena sino a oggi) apprestando, al contempo, con finta premura, l'exeunt omnes di ciò che più non sarebbe servito alla Monarchia incipiente.

Da una parte si ebbe, quindi: la Lega Nord, i vagiti berlusconiani, i cattolici dialoganti all'acqua di rose, i sindacalisti con l'asso della pace sociale nella manica sinistra, i socialisti a pois rosa; dall'altra la garbata damnatio memoriae del comunismo, del fascismo e del popolarismo cattolico ovvero dei tre pilastri ideologici del secolo - un recare all’uscita della Storia che Lerner approntava con qualche salamelecchio e un furbesco accento liquidatorio grazie all’esibito anacronismo dei rappresentanti più estremi o più irriducibili.
In uno di tali caravanserragli in seconda serata comparve il predetto Boccacci, un po' impacciato, e sicuramente emozionato nel vedersi catapultato agli onori del disonore, e buono a declamare la propria ribellione antitecnocratica, antiusuraia, antimondialista. La globalizzazione, lui, infatti, la chiamava mondialismo. Lerner lo mise, ovviamente, sui ferri roventi dell'antisemitismo, come un San Lorenzo martire, stuzzicandolo su banche, usura e compagnia cantante. L'intento era quello di ricondurlo alla zuppa fascista (a ciò che gli antifascisti credono sia il fascismo), ricca di Pound, Jünger, Mussolini, Bombacci, fagioli e patate, in modo da rassicurare l'elettore babbeo allora in incubatrice: visto? son sempre gli stessi, le minestre non cambiano, dio che noia questi fascistoni, dobbiamo liberarci da tale vecchio ordine che appesantisce il passo al nostro paese e rinnovarci con gli stivali delle sette leghe dell’apertura al mondo! La speranza sorge davanti a noi! Avanti coi referendum e la concertazione! Dopo il gelo degli anni di piombo scaldiamoci al sole del progresso!

Boccacci e il mondialismo esaurirono le comparsate in breve tempo.
Da destra si comprese poco del rischio Monarchia.
Si era ancora prigionieri di una visione angusta, ottocentesca, del potere. Si andava avanti colla benzina dell’anticomunismo.

Fu poi la volta dei compagni. Nel 2001, a Genova, il mondialismo fu ribattezzato, in pompa magna, globalizzazione. Lì si cambiava il mondo! Naomi Klein! La decrescita felice! José Bové! Slow food! Orti urbani! Bandiera arcobaleno!
Qui la storia ebbe maggior successo di vendita.
L'antiglobalizzazione a sinistra permetteva discrete tirature e vendite in crescita di fanzine, magliette e spray.
I no-global durarono almeno tre anni, poi divennero global e si limitarono a condolersi sul cadavere di Carlo Giuliani.
Anche qui si era prigionieri, tuttavia, di una credenza inscalfibile: a destra sono tutti cattivi e Bush è il più cattivo di tutti. Anche Clinton è cattivo, in fondo, ma un po’ meno.

Intanto, nel mondo reale, grazie ai referendum usa e getta di Mariotto Segni (debitamente filtrati da Sergio Mattarella) e all'inchiesta ciclonica Mani Pulite, la Repubblica era stata rifondata secondo i dettami della pace e della bontà. A Gianfranco Fini, D'Alema, Berlusconi, Bertinotti, Bossi, Buttiglione e compagnia era stato affittato una magnifica ribalta da Pulcinella su cui menare fendenti con randelli di gommapiuma. Sinistra e destra, destra e sinistra, va bene, scanniamoci pure, e mi raccomando: nel tiro alla fune tiriamo su un bel polverone. E poi il conflitto d'interessi! Le 35 ore! Le cartolarizzazioni! Tutte barzellette per distrarre una opinione pubblica che ancora credeva a tali furiose ammucchiate wrestling dove The Ultimate Warrior e The Millior Dollar Man, debitamente attizzati, si affrontavano con gran spreco di versacci e sudore, davanti a un pubblico di babbei strabuzzati, prima di farsi assieme una bella pizza ristoratrice: debitamente rimossi belletti e truci vociferazioni.

Intanto, oltre Giove e l'infinito, il potere, dietro la cortina di urla e cannoneggiamenti, masticava lentamente il boccone.
L'Utopia. La Monarchia.
Dominare il mondo riducendolo all'unità irreversibile; alla pace eterna; un mondo senza più dissensi al suo esterno poiché senza più esterno; e senza dissensi al proprio interno grazie ai nuovi ritrovati: diritti civili estremi, soppressione del passato, pornografia, legalizzazione del crimine, sdoganamento delle perversioni quali nuances della personalità, fine dell'economia statale e inizio del regno dei mercanti ubiqui, denaro digitale, assistenzialismo a doppio taglio.
Le guerre in Jugoslavia e in Medio Oriente, la pressione politica durissima contro l'Iran e i dissidenti di regime (Corea, Cuba et cetera), la liquidazione degli antichi complici e delle vecchie parole d'ordine, ormai consunte; il politicamente corretto come censura totale; lo svuotamento controllato degli Stati nazionali. Gli Stati: eviscerati dei loro afflati socialisti (scuola, lavoro, salute) propri agli ordinamenti del dopoguerra e tenuti in vita solo per utilizzarne le bocche da fuoco repressive - fisco, magistratura e polizie - le uniche ancora effettive, in modo da tenere a bada la crescente pauperclass (e in attesa della sublimazione in un fisco, in una magistratura e in una polizia a livello centralistico: europeo; e poi mondiale).
Qui si alzò una nuova cortina fumogena.
Se da una parte ci si accapigliava fra destri e sinistri, dall'altra, in parallelo, ci si scontrava fra liberali liberisti e socialisti statalisti. I primi si dolevano dell'invadenza statale in tema di tasse e regole addebitandola ai "comunisti" regolamentatori; dall'altra si piangeva sulla scomparsa del welfare ascrivendo tale colpa al thatcherismo d'assalto.
L'oppressione fiscale (Equitalia!) e la distruzione del regime pensionistico (le riforme!), a esempio, avanzavano indisturbate sotto la stessa bandiera; i capponi della controinformazione, tuttavia, invece di individuare il quartier generale comune dell’offensiva, continuavano a beccarsi tra di loro rinfacciandosi colpe in nome di un'ideologia consunta e inesistente. Statalista! Ladro di economia! gridava il liberista con la fabbrichetta a Belluno. Affamatori del popolo! Reaganiani! urlacchiava il dirimpettaio con la pensione retributiva ministeriale.

In tale marasma non potevano mancare i Soloni: debito, diagrammi, statistiche, moneta, contromoneta, inflazione, cambio ... il suk del depistaggio, ipnotico e assordante, si arricchì dei protagonisti d'un Grand Guignol esilarante fissato, nella consuetudine televisiva, in maschere simboliche da commedia dell’arte: il ribellista, il conservatore, l’alto studioso con la cattedra di Equilibrismo Dinamico Monetario all'Università di Freedonia o di Alto Intrallazzo Macroeconomico nel Centro Studi della Fondazione Ausonia, il tradizionalista, lo squatter, il reazionario, il rivoluzionario di destra, il rivoluzionario da terrazzo, il filomigrante, i chattatori compulsivi, gli svizzeri ecumenici, i bastonatori della Suburra, gl’incensieri vaticani, i prodiani dialoganti a destra, i pontieri berlusconiani col volto da manichino psicopatico.
Lo spettatore aveva una scelta infinita di guitti per non capire nulla del gioco sotteso; un gioco da bambini, semplice, semplicissimo, una verità esposta in evidenza, eppure sistematicamente ignorata: e il gioco avanzava le sue pedine, dal Vicolo Corto al Parco della Vittoria, impassibile e indisturbato.

Ormai è troppo tardi. Si può solo rimanere stupefatti della velocità del corso degli eventi. Ma anche questo è comprensibile se ricordiamo la fulminea risposta di quel personaggio di Maupassant o di Hemingway: "Come ti sei ridotto così?", gli domandano. E lui: "Un poco alla volta. E poi tutto insieme".
Un lavorìo di decenni, e poi tutto insieme.

La Monarchia è a un passo dalla vittoria finale. Ci sono da dirimere alcune questioni, è vero, da ultimare trattative ... da tratteggiare zone d’influenza … un decennio, due ... poi vivremo una notte infinita.
La dittatura edonista. La Monarchia altruista.

Mi ricordo un romanzo di James G. Ballard, Deserto d'acqua (The drowned world, 1962). Tradotto in seguito, più adeguatamente, come Il mondo sommerso.
Le calotte si sono sciolte ai Poli, la Terra è invasa dalle acque, la civiltà termina il proprio ciclo. I sopravvissuti si adattano lentamente al nuovo ambiente, ricco di una vegetazione mostruosa – giganteschi cespugli di gimnosperme, felci - e di una fauna che, lentamente, grazie al ritorno d’un clima antidiluviano, si accresce di entità anfibie triassiche che preannunciano l'era dei dinosauri: lucertole con pinne dorsali, alligatori, zanzare grandi come libellule. Un sole infuocato domina su distese d'acqua indifferenti: water, water everywhere! … tempeste termiche si gonfiano e svaporano sopra lussuosi hotel dai corridoi liberty insidiati dalla putrescenza: residui dell'edonismo turistico.
Kerans, il protagonista, si aggira fra le macerie di ciò che fu registrando la regressione dell'umanità a pulsioni primeve. I cambiamenti esterni si riflettono nell'interiorità. L’orizzonte desolato, sterminato, umido e marcescente, rotto solo dallo sciaguattio dei pelicosauri, rovista nell’animo degli ultimi uomini predisponendoli a una inevitabile regressione morale e intellettuale. Si torna a ciò che si era stati, devoluzione. Vorrei essere un paio di ruvide chele trasportate sul fondo dei mari, cantava Thomas Eliot, l'altro profeta inascoltato, mentre presagiva baluginanti immagini del Mondo Nuovo.

Per cambiare una società alle radici non occorre indottrinare i suoi componenti. Basta mutare il panorama morale e intellettuale. Gli uomini si sono adattati alle felci e alle gimnosperme del politicamente corretto di loro spontanea volontà. Equivocano tutto ciò come scelta: è questo, infatti, il demonico retaggio dello Spirito dei Tempi che aleggia in alcune epoche come un soffio avvelenato e mortifero. Si crede di agire; in realtà si è agiti dai fondali psicostorici dipinti dal sabba dei persuasori occulti. Oggi gridiamo all’accoglienza, all’apertura, all’immoralità morale per gli stessi motivi. Per questo il politicamente corretto della massa a volte s’indurisce come fanatismo: ognuno crede d’essere la espressione pura della libertà, ma quando è interrogato a fondo non può che mostrare o smarrimento (e negare l’innegabile) o una plateale arroganza. Questo il Mondo Nuovo! L’abbiamo voluto noi! Inutile mostrargli gli strappi nelle quinte, i cieli di cartapesta, i pupazzi seduti in platea; essi hanno fede: è lo Spirito dei Tempi che lo esige.

Noi Italiani viviamo ciò che gli Americani, più avanzati nella fase della distruzione umana, hanno vissuto prima di noi. È bastato importare quello stile di vita, quel deserto d'acqua, in cui già era tutta la Monarchia Edonista, e l'Italiano ha cominciato a mutare velocemente: ed eccoci qua, prigionieri di comportamenti che ci erano sconosciuti: insofferenza l'uno all'altro, solitudine, isteria, malattia mentale, stress, voglia d'escapismo, ansia di dissoluzione, tentativi di costruire, all'interno del sistema, una società alternativa, estremizzazioni di comunità chiuse, voglia di riarmo, di survivalismo.
Ma quella non era l'America come questa non è l'Italia. Sono esperimenti sociali, riuscitissimi, tanto che, senza spargere una goccia di sangue, si sono mansuefatte intere moltitudini.

E il progetto va avanti! Senza violenza interna. Quella va riservata solo ai residui barbari. Questione di anni, ormai.

Cambia il mondo attorno a noi e noi regrediamo con esso.
Cosa gli si può opporre? Il sistema censorio ci bracca da vicino, i rifugi prossimi sono stati sterilizzati.

Essere completamente soli, senza alcuna responsabilità verso nessuno: questa una soluzione.
Scappare sulle vette: giusto.
Vivere una doppia vita.
Relegarsi in una sparuta colonia di nostri pari, onde aspettare la morte psicologica senza troppe ansie.
Ma sono tutte variazioni sulla sconfitta.

Un sole a picco su di noi, sferzante. Nessuna ombra. L’avvento dello Zarathustra di Nietzsche, della liberazione totale dell'uomo, della trasvalutazione di tutti i valori. Quand'ombra non rendono gli alberi.
(Mezzogiorno; momento dell’ombra più corta, fine del lunghissimo errore; apogeo dell’umanità: INCIPIT ZARATHUSTRA) ...
Ma il lunghissimo errore era la vita; e ciò che permetteva la vita … chiuso l’errore finisce l’antica umanità. E la nuova non sorge libera, bensì schiava e senz’anima. Iloti.
L'uomo nuovo non ha sotterfugi da opporre al potere, è lì, sul tavolo operatorio, esposto a qualsiasi gioco. La trasvalutazione dei valori c'é stata! Certo!
Ora siamo assolutamente amorali e, perciò, assolutamente impotenti. Persi nel labirinto più sottile che si conosca: il deserto.
Inutile trovarvi punti di riferimento. Una torre, un cespuglio, un albero, un sasso qualsiasi! Non ce ne sono!
Siamo liberi, non vi sono impacci!
Siamo liberi ... e terrorizzati da tanta libertà tanto da anelare il nuovo guinzaglio.
Liberi di servire … 

Liberi servi è il titolo del saggio che Gustavo Zagrebelski dedica alla leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij ... Dostoevskij: Cristo non vuole la pace, ma la spada. E concede la vera libertà, attraverso la porta stretta o la cruna di un ago. Ma l'uomo vuole il pane, non la vera libertà. E vuole l'autorità che glielo provveda. Meglio servire, allora, un Cristo meno esigente, un Cristo al contrario, ovvero il Grande Inquisitore, che visse nel deserto come il Maestro e lo abiurò. E ora? Come un Monarca l'Inquisitore regna sugli uomini, assicurandosene la fedeltà totale in cambio d'una manciata di granaglie.

Qualcuno fugge ... o tenta di farlo ... ma dove può rifugiarsi in una Monarchia ove non cala mai il sole? Come un pollo all'ingrasso nel gallinaio universale ... magari qualcuno si appiatta in un angolo, per un po' ... ma il destino, alla lunga, lo segna ... stia buono, il pollacchione, il Buon Pastore al Contrario pastura tutti i giorni la granaglia del reddito digitale, e assicura il ricambio dell'acqua e un minimo di pulizia, persino la rete poliziesca contro le faine ... lo fa vivere insomma, senza troppi pensieri ... e nessuna voglia di ribellarsi, anche perché, per ribellarsi, occorre pensare molto e perdere tutto ... certo, qualche versaccio ogni tanto va emesso per far capire che si è liberi ... il chicchirichì … un sommesso chiocciolìo … lo scatto breve e furente d’un pollo con le ali mozze … in una pioggia di penne e polvere ... il gallo si becca con i concorrenti ... un po’ d’agitazione … il Buon Pastore intanto ride e raccoglie le uova ... una frittatina stasera, un arrosto con patate domenica prossima ... il Buon Pastore, che dona la vita per le sue pecore ... o galline, per coerenza con la metafora ...

Questo il governo zootecnico, la Monarchia Universalis che da tutti verrà accettata poiché non avrà le sembianze del dispotismo, ma dell’apertura e della tolleranza.
Non ci sarà bisogno nemmeno di forzare troppo l’uniformità, almeno i primi tempi … bastando l’inflessibilità della legge universale.
Il lavoro parrà estinguersi naturalmente così come i commerci fra privati.
Poche multinazionali, che non avranno bisogno di guadagnare o di farsi concorrenza, forniranno l'adeguato pastone spirituale e fisico.

Il Grande Fratello, il Benefattore, Ford, Coordinatore Mondiale, Joh Fredersen, Pacificatore - tanti nomi ha già avuto il Monarca. Quando la distopia sembrava lontanissima ne eravamo terrorizzati; ora che è realtà vi aderiamo con quel fatalismo in cui, inevitabile, si insinua un compiaciuto servilismo.

Paolo Becchi - L'euroimbecillità è il carburante che fa crescere le coscienze dei popoli europei sulla sua architettura piena di contraddizioni che impoverisce i poveri e arricchisce le multinazionali, il Sistema finanziario-bancario


Il governo M5S-Lega ha fatto nascere la Terza Repubblica. Becchi spiega perché 



Il sovranismo gialloverde, la rimodulazione del bipolarismo italiano, la frontiera europea ma anche il nodo Rai. Intervista al professor Paolo Becchi sul suo ultimo libro, “Dalla Seconda alla Terza Repubblica. Come nasce il governo Lega-M5S” 

“Così come Salvini chiede tolleranza zero sulla migrazione clandestina, ci vuole al pari tolleranza zero nei confronti di qualsiasi manifestazione, sia pure embrionale, di razzismo”. Paolo Becchi, filoso e saggista, dapprima molto vicino al Movimento 5 Stelle e ora simpatizzante della Lega di Matteo Salvini parla, in una conversazione con Formiche.net, del manifesto politico del leader della Lega, pubblicato gli scorsi giorni su Libero e tratto dalla prefazione del libro “Dalla Seconda alla Terza Repubblica. Come nasce il governo Lega-M5S” scritto a quattro mani dallo stesso Becchi e dal giurista Giuseppe Palma. Migrazioni, sovranità monetaria, priorità del Paese, scomparsa della sinistra (e della destra), nuova contrapposizione fra sovranismo e globalismo e poi ancora uscita dall’euro sono solo alcuni dei temi trattati dal professore, che spiega: “Prima gli italiani vuol dire porre al centro dell’attenzione dello Stato il cittadino italiano. Cosa deve fare un governo o uno Stato se non occuparsi prima di tutto dei suoi cittadini?”.


Professor Becchi, si è parlato molto del suo ultimo libro, “Dalla Seconda alla Terza Repubblica. Come nasce il governo Lega-M5S“, che ospita la prefazione del ministro Matteo Salvini. Com’è nato?

Il libro, nato dall’incontro con l’avvocato Palma, raccoglie molti dei nostri articoli pubblicati su Libero; articoli in cui anticipavamo in qualche modo i risultati elettorali, prefigurando anche i possibili scenari futuri. L’idea era quella di offrire una riflessione generale su quello che è avvenuto prima delle elezioni, dopo le elezioni, e su quanto avviene oggi. Abbiamo dunque scelto di seguire un filo logico, partendo dal periodo pre-elettorale, con l’analisi dei programmi che erano stati presentati dalle diverse forze politiche, sino alla previsione, che allora poteva comprensibilmente apparire infondata, di un governo giallo-verde.

Cosa è accaduto, dunque, nei 90 giorni intercorsi fra elezioni e giuramento? Nel libro ci sono parecchi aneddoti…

Durante quel periodo mi facevo della grasse risate, perché i giornali non riuscivano a capire cosa stesse accadendo. La mia paura era che un capo di governo non abbastanza forte minasse il lavoro svolto sino ad allora. Per questo proposi l’idea della staffetta, che divideva la presidenza fra Salvini e Di Maio. Il dubbio insormontabile, però, era capire chi avrebbe cominciato. L’idea, allora, sfumò. Oggi è sicuramente troppo presto per dare un giudizio complessivo, ma credo che Conte riesca a esercitare quel ruolo di sintesi di cui aveva bisogno questo governo.

Lei ha sempre sostenuto che destra e sinistra non esistono più… Sarebbe sbagliato, invece, dire che è sparita solo la sinistra, mentre la destra è ancora viva e più forte che mai?

È molto difficile che possa esistere uno dei poli senza l’altro. I poli, per esistere, devono necessariamente essere due. Se uno viene meno, il polo antagonista non ha ragion d’essere. Oggi è in atto una rivoluzione di paradigmi. Questo non vuol dire che non vigano più differenze, lotte, dicotomie e contrapposizioni politiche, ma solo che quella fra destra e sinistra non è più quella decisiva. La sinistra ha esaurito la sua funzione, come potrebbe il centrodestra averne una sua?

Le ultime elezioni, però, sembrano suggerire altro…

Chi è che l’elettorato ha punito in queste elezioni? Ha punito, sì, la sinistra di Renzi, ma anche la destra tradizionale di Berlusconi. Credo dunque che sia proprio il risultato elettorale a farci capire come la contrapposizione fra destra e sinistra si sia trasformata in una contrapposizione fra sovranisti e globalisti. E credo sarà questa, almeno nel medio termine, la contrapposizione politica del futuro.

A proposito del cleavage sovranismo/globalismo, la retorica del “prima gli italiani” che Salvini ha fatto sua e che ritroviamo anche nella prefazione del suo libro, non rischia di generare forme di razzismo come quelle riportate quotidianamente dai giornali?

Non credo. Dire prima gli italiani vuol dire porre al centro dell’attenzione dello Stato italiano il cittadino italiano, per cui non vi trovo una forma di esclusione degli altri. Prima gli italiani significa dire che prima mi devo occupare degli italiani. Cosa deve fare un governo o uno Stato se non occuparsi prima di tutto dei suoi cittadini? Mi sembra un’affermazione in stretta aderenza con il discorso del sovranismo. Non è rivolto contro qualcuno, bensì a favore di qualcuno.

Certo, ma le conseguenze rischiano di essere pericolose…

È vero, bisogna mettere in guardia Salvini, e io l’ho fatto. Alcuni ridicolizzano la questione sostenendo che nella nostra società il razzismo non esiste. Io credo invece che il fenomeno non vada sottovalutato, seppure fosse marginale. Come dice Salvini, ci vuole tolleranza zero nei confronti dell’immigrazione clandestina, ma ci vuole al pari tolleranza zero nei confronti di qualsiasi manifestazione, sia pure embrionale, di razzismo. Ma il sovranismo non ha niente a che fare con il razzismo, o qualunque sua deriva. Sovranismo vuol dire stare con chi si vuole, e stare con chi ci vuole. E in questa espressione non c’è forma di razzismo, ma solo l’affermazione della propria identità.

Un commento alle parole di Moavero Milanesi, con cui ricordava che in passato anche gli italiani sono stati migranti economici…

Il parallelo credo non sussista: certamente si tratta in entrambi i casi di fenomeni di migrazione, ma gli italiani non sono mai stati clandestini. Il problema, ad ogni modo, non è la migrazione in sé, bensì la condizione di clandestinità. Guardo sicuramente con profondo rammarico a quanto accade a tutte le persone che soffrono e muoiono per emigrare, ma l’Italia, al momento, non è in grado di dare loro una vita non dico dignitosa, ma quantomeno decente, né di sottrarli a dinamiche perverse come quelle del caporalato. Non è l’immigrazione in sé ad essere sbagliata, ma la sua gestione, nella quale l’Italia si è già dimostrata non sufficientemente preparata.

Lei ha detto che Movimento 5 Stelle e Lega convivranno ancora per molto tempo. Gli scorsi giorni, però, il prof. Magatti, in una intervista a Formiche.net sulla prefazione al suo libro, ha parlato della possibile scomparsa del M5S a favore della Lega. Lei sembra avere un’idea opposta, eppure, anche lei ha abbandonato a suo tempo il Movimento 5 Stelle per passare a quello di Salvini…

Ci sono molte persone che parlano senza conoscere bene la situazione dal suo interno. Sono un fermo sostenitore di questo governo poiché conosco entrambi i movimenti che lo compongono. Essi si compenetrano perfettamente l’un con l’altro. E vi dico di più: si tratta di un’esperienza rivoluzionaria poiché mette insieme, per la prima volta nel nostro Paese, due diversi aspetti del sovranismo: il sovranismo identitario, quindi il richiamo alle radici nazionali, e il sovranismo sociale, che riguarda il tema del lavoro. Non è un caso che da una parte abbiamo come Matteo Salvini come ministro dell’Interno e Luigi Di Maio come Ministro del Lavoro. Questo governo sarà un successo ed è destinato a durare a lungo, o quantomeno almeno fino alle europee. Questo governo ora deve solo fare una cosa…

Ossia?

Mettere a posto la questione Rai entro settembre. Perché il servizio pubblico radiotelevisivo non deve certo essere a favore del governo, ma senz’altro non può nemmeno essergli contrario.

Quanto conta nel successo dei movimenti populisti la crisi economica che stiamo vivendo? Non c’è il rischio che una congiuntura economica positiva “sgonfi” questa bolla?

Io ritengo che finché rimarremo nell’euro, il populismo in Europa non si esaurirà. La moneta unica doveva portare unità, e invece ha portato solo disgregazione. Le esperienze populiste in Europa mirano al recupero della sovranità e, in particolare, a quella monetaria. Tutti i movimenti populisti in Europa partono dal rigetto della moneta unica. E finché ci sarà la moneta unica, il sovranismo in Italia e in Europa non farà che aumentare, unificandosi sempre di più. Alle prossime europee non se la giocheranno il partito popolare e i partiti socialisti, ma sicuramente ci sarà un’internazionale sovranista. E Salvini potrebbe essere a capo di quest’ultima. Il successo di Salvini probabilmente scaturisce anche dalla sua capacità di incarnare quella figura euroscettica ed eurocritica di cui gli italiani avevano bisogno.

PTV News 09.08.18 - Raid israeliano a Gaza

Le banche Centrali hanno usato tutti gli strumenti a disposizione per difendere gli interessi dell'1%, l'Alto, e ora sprovvisti di cartucce fanno contorsioni contro ogni logica aumentando i tassi d'interessi. Cialtrone incapace neanche di essere serve

L'inflazione non sale ma le banche centrali aumentano i tassi di interesse. Il perché di un paradosso

9 Agosto, 2018
Mondo Moneta & Mercati Giornalistica Analisi e dati Banche centrali


Alcune tra le più importanti banche centrali del mondo hanno aumentato i tassi di interesse (o dichiarato di volerlo fare), nonostante le incerte previsioni sull'inflazione suggerirebbero di procedere con più cautela.

L’incremento dei tassi si traduce in un aumento dei risparmi (che diventano più remunerativi) e, quindi, in una riduzione dei consumi. Ma il livello dei prezzi si muove verso l'alto con (troppa) lentezza.

La Banca d'Inghilterra ha alzato i tassi di interesse la scorsa settimana, anche se il Governatore Mark Carney si è detto preoccupato per una possibile hard-Brexit. La Banca del Giappone mantiene un massiccio programma di stimolo a fronte di una debole dinamica inflattiva. La Bce, spaventata dal neo-protezionismo, sta per concludere la sua politica espansiva attraverso il quantitative easing - a dicembre il Qe avrà raggiunto il livello di 2,6 trilioni di euro - e ha già annunciato che ad ottobre 2019 aumenterà i tassi

Il tasso di riferimento nell'eurozona è al minimo storico dello 0,4% e l'inflazione ha cominciato a salire. Ma Draghi sa che l'incremento è perlopiù dovuto alla crescita del prezzo del petrolio. Nonostante ciò, la Bce conferma il piano di uscita dagli acquisti netti di titoli a partire da gennaio, anche se "il Consiglio direttivo ha confermato che un ampio grado di accomodamento monetario è ancora necessario" per spingere i prezzi di fronte ad una ripresa dell'economia che prosegue ad un ritmo più lento. È quanto si legge nell'ultimo bollettino della Bce, dove si spiega che "i consumi in Italia e in Spagna non hanno ancora evidenziato una completa ripresa, mentre in Germania e Francia sono di circa il 10% più alti rispetto al periodo pre-crisi". 

Tre delle principali banche centrali al mondo hanno, quindi, ritoccato i tassi al rialzo (o annunciato di volerlo fare) nonostante le condizioni macroeconomiche. Infatti, l’inflazione resta ancora troppo bassa. 

E allora perché far salire i tassi? Dopo dieci anni a livelli bassissimi, in un momento nel quale gli equilibri economici mondiali sono sempre più messi in duscussione, i governatori delle banche centrali hanno in realtà due (buoni) motivi per accrescere i tassi. Credono che la ripresa economica globale possa prima o poi riaccendere i prezzi al consumo. Ma sopratutto temono di non poter ridurre i tassi qualora dovesse giungere una nuova recessione.

C'è, in realtà, un terzo motivo. L'impressione è che la maggior parte dei banchieri centrali delle economie avanzate abbia accettato, senza però volerlo ammettere pubblicamente, che un obiettivo di inflazione del 2% è difficile da raggiungere su una base duratura in un mondo globalizzato e digitalizzato. Che sia tutta colpa di Amazon?

Senza i media in mano il governo verde-oro "è esposto" a menzogne e non ha strumenti per spiegare la realtà

Perché non siamo la Turchia. E il crollo turco è un argomento contro il globalismo.

Maurizio Blondet 11 agosto 2018 

Sapete qual è il debito pubblico della Turchia? Il 30% sul PIL. Un paese modello secondo la dogmatica dell’ordoliberismo. E il deficit pubblico? 1.5% sul PIL.

Per i dogmatici del “Restiamo nell’euro perché noi abbiamo un debito pubblico del 130%”, il bassissimo debito pubblico turco sarebbe stato una “garanzia contro la speculazione”, e “l’attacco dei mercati”:

Invece la Turchia è stata travolta dalla speculazione. E tutti i media idioti e i piddini, e gli economisti che non hanno studiato: “Ecco cosa succede se torniamo alla nostra moneta sovrana! La lira turca si è svalutata del 30%!e si chiama lira, come la nostra!”.

Hanno pensato davvero così, certi direttori di giornali.



Perché la moneta turca si chiama “lira”. L’assonanza, non gli studi economici monetari, li hanno indotti a strombazzare che se anche noi tornassimo alla lira (italiana) i mercati ci attaccherebbero.

Ma sapete dove la Turchia era attaccabile dai “mercati” (ossia da quelli che le hanno prestato denaro?). Dal deficit commerciale. Attenzione: non il deficit pubblico, che è bassissimo. Il deficit commerciale: la Turchia importa troppo, da troppi anni, costantemente, a credito.


Turchia eccesso di importazioni commerciali. Spende soldi che non ha per comprare auto (tedesche) eccetera. A credito. Con soldi prestati da banche spagnole, francesi, tedesche, italiane.

L’Italia invece è in attivo commerciale:



Siccome i disegnini e i grafici gli ignoranti non li capiscono,

riporto fra frase (esasperata) del senatore Claudio Borghi

MA SVEGLIA!!! Siamo in SURPLUS!!! Lo capisce? Già oggi gli altri depositano nelle nostre casse per comprare i nostri prodotti PIU’ MONETE STRANIERE DI QUANTE NE SPENDIAMO PER COMPRARE QUELLO CHE CI SERVE. E’ il CONTRARIO della Turchia. SVEGLIA!!!

E’ una differenza fondamentale. Vuol dire che – grazie ai nostri esportatori – noi non ci indebitiamo con le banche estere per comprare all’estero auto, telefonini, eccetera.

Adesso sono queste banche estere che corrono all’uscita, sono loro “i mercati” che, avendo idiotamente prestato ai turchi, adesso scappano – e fanno crollare la lira turca.

E sapete quali sono le banche più esposte?


La banche estere più esposte al crollo della moneta turca: al primo posto le spagnole (BBVA) poi le francesi. Per l’Italia, Unicredit.

Adesso sono problemi per le banche spagnole e francesi, anzitutto. Vedrete che fra poco, Macron chiederà un aiutino alla UE – che chiuda un occhio sui suoi sforamenti. Perché deve fare un salvataggio di stato delle sue banche incaute.


La Spagna è esposta per oltre 82 miliardi con la Turchia, la Francia per 38…. Idiozia.

Ma noi ci domandiamo: com’è che le banche spagnole – specie il Banco de Bilbao, Vizvaya e Argentaria, hanno tanti soldi? Tantissimi, nonostante che la Spagna nella morsa dell’austerità non stia affatto bene?
Semplice risposta: le banche spagnole hanno i soldi del Quantitative Easing (la “stampa” della BCE di Mario Draghi), miliardi a tasso zero. E invece di investirli in Spagna, li hanno prestati ai turchi per comprarsi i telefonini e le auto. E perché? Perché lì ricavavano interessi più alti. Nel loro gergo: “Un impiego più remunerativo”. Hanno prestato a un paese e governato da un dittatore, impegnato in avventure belliche, dove lo stato di diritto arretra, soldi stampati dal nulla per la economia europea. E ovviamente, Draghi (la BCE) non ci ha trovato nulla da eccepire.
Lo stesso le banche francesi. Meno, le italiane. Adesso tutte le banche sono nei guai, è il famigerato “effetto contagio” che rischia di far crollare tutto il sistema – ma perché? perché il sistema è “interdipendente”, un problema là contagia anche qui. In realtà, il crollo turco è un argomento contro la globalizzazione e a favore delle economie nazionali, più possibile autosufficienti. Non c’è alcun bisogno di esportare capitali ai turchi, quando si possono (devono) usare all’interno per la propria economia. Questa globalizzazione alla ricerca di profitti finanziari rende tutte le economie fragili ed esposte non solo ai propri fallimenti, ma a quelli esteri.

Ma naturalmente tutta questa spiegazione è inutile: i telegiornali tutti PD, ripeteranno per terrorizzarci: “Ecco cosa capiterà a noi, se questo governo esce dalll’euro”. Senza i media in mano, questo governo “è esposto” alle menzogne e non può spiegare la realtà.

Africa - se non si piegano le multinazionali e gli stati che li sostengono non si va da nessuna parte


L’oro blu può salvare l’Africa

AGO 9, 2018 

E se il futuro dell’Africa fossero le acque che la bagnano e l’attraversano? È questo il grande tema e interrogativo che nell’ultimo anno ha visto stati africani, economisti, enti privati e organizzazioni di settore confrontarsi. Tavole rotonde e forum inerenti “l’economia blu” hanno caratterizzato il 2018 perché, come l’Unione Africana ha dichiarato, l’acqua potrebbe essere la nuova frontiera della rinascita.

L’economia blu infatti non si limita a pesca e turismo ma interessa anche l’estrazione, il trasporto e l’energia e riguarda laghi, fiumi e soprattutto i mari.

Il continente africano è circondato dal mare, 38 dei 54 Stati sono costieri e le coste dell’Africa sono bagnate dall’Oceano Atlantico, da quello Pacifico, da quello Indiano e da mari strategicamente ed economicamente preziosi come il Mar Rosso e il Mar Mediterraneo.

Le coste africane sono lunghe oltre 31mila chilometri, le zone marittime sotto la giurisdizione africana, secondo le Nazioni Unite, ammontano a 13 milioni di chilometri. Parlando sempre attraverso i numeri, è necessario, per comprendere l’entità del potenziale idrico dell’Africa, sottolineare che le aree lacustri africane coprono 240mila chilometri quadrati e i bacini fluviali transfrontalieri interessano il 64% della superficie terrestre del continente.

Dopo anni di disinteresse verso questo tesoro, adesso l’Africa guarda con sempre maggior attenzione al forziere d’acqua che dispone e, per rendersi conto di quali risorse e ricchezze questo scrigno d’acqua potrebbe fornire agli Stati africani, basta considerare che, secondo l’International Energy Agency, l’energia rinnovabile negli oceani ha il potenziale di soddisfare fino al 400% dell’attuale domanda gobale di energia

Inoltre, già adesso una nuova industria mineraria offshore in alto mare sta prendendo forma in Namibia per l’estrazione diamantifera. E così, mentre i giacimenti si esauriscono sul continente, ecco che gli esperti vedono un mare quanto mai brillante al largo delle coste dell’Africa australe. Sempre per rendersi conto del potenziale che hanno le acque africane si può prendere in esame Mauritius, uno dei più piccoli Stati africani, che dispone però di un bacino d’acqua delle dimensioni dell’intero Sud Africa ed è ricco di minerali, petrolio e gas.

E non è finita perché il Kenya, che oggi accusa gravi perdite nel settore agricolo, è tra i Paesi africani che stanno sviluppando strategie per integrare l’economia blu nel suo piano economico nazionale insieme a Tanzania, Mauritius appunto, Comore, Madagascar, Seychelles e Sudafrica. E quest’ultimo Stato nel piano di sviluppo nazionale, denominato Operazione Phakisa, ha inserito anche l’economia blu poiché si prevede che creerà un milione di nuovi posti di lavoro entro il 2030 e aggiungerà circa 13 miliardi di dollari all’economia del paese.

Tutto pronto quindi per un cambio di rotta che porti i Paesi africani a investire nelle acque per rilanciare situazioni economiche difficili? La risposta è no. O per lo meno, non ancora. La volontà e l’interesse al cambiamento ci sono, e la riprova è la Conferenza sull’economia blu sostenibile, che sarà ospitata congiuntamente da Kenya e Canada a novembre, a Nairobi, durante la quale l’auspicio è che venga promossa un’agenda globale sullo sfruttamento sostenibile di oceani, mari, fiumi e laghi.

E anche il fatto che l’Unione africana abbia lanciato la sua strategia marittima integrata, che punta a fornire un ampio programma di intervento per la protezione e lo sfruttamento sostenibile delle risorse marine dell’Africa, è un importante segnale della volontà africana e non solo, di muoversi verso le acque.

Ma coni d’ombra e incognite ancora permangono. I timori soprattutto sono relativi alla sostenibilità ambientale, alla carenza di dati fruibili, al rischio di corruzione che affligge i Paesi africani e anche sulla disponibilità di risorse delle nazioni africane per affrontare interventi che interessano vaste aree del proprio territorio.

A riguardo, nel mese di giugno, a Londra, è andato in scena il Forum Africa Blue Economy, in cui i politici e le imprese si sono incontrati per tracciare una strada da seguire, e quello che ha dichiarato Paul Holthus, presidente e amministratore delegato del World Ocean Council, è stato: “Occorre prima di tutto un ambiente operativo basato sulla sicurezza, sullo stato di diritto e su una serie di politiche attuate e applicate come fondamentale struttura. Esistono chiaramente alcune sfide significative che riguardano: la pesca illegale e non regolamentata, la pirateria in relazione alle spedizioni e le questioni relative al petrolio e al gas. Toccare questi problemi è fondamentale per il futuro della blue economy africana”. E quindi l’Africa ha davanti a sé un appuntamento a cui non può mancare e una scommessa che non può fallire: risollevare la sua terra grazie alla propria acqua.

10 agosto 2018 - Alvise Maniero ospite a Tgcom24

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venerdì 10 agosto 2018

10 agosto 2018 - Alberto Bagnai- Dissonanze - Periferie voto PD Si - P/Iva - Immigrazione...

E' da imbecilli farsi dettare l'agenda energetica dagli Stati Uniti che guardano ai loro interessi e non quelli dell'Italia. Il South Stream non voluto neanche dalla Germania ci avrebbe portato più di 30 miliardi di metri cubi l'anno


Se le sanzioni all’Iran salvano il Corridoio meridionale del gas 

9 AGOSTO 2018 


La deroga concessa da Trump è motivata da ragioni di sicurezza e indipendenza energetica dalla Russia di Turchia ed Europa

Il Corridoio meridionale del gas che collegherà l’Europa con i giacimenti del Mar Caspio per rifornire di gas il Vecchio Continente, ha ottenuto una deroga dalle sanzioni statunitensi nei confronti dell’Iran e di tutti coloro che intrattengono affari con Teheran. Per il progetto e i 16 miliardi di metri cubi l’anno di forniture, si tratta di una vera e propria vittoria.

LA FIRMA DI DONALD TRUMP. POCA CHIAREZZA PER SHAH DENIZ


La deroga, informa S&P Global Platts, è comparsa in un ordine esecutivo firmato dal presidente Donald Trump lunedì sera. BP aveva già chiesto di procedere in modo simile anche per lo sviluppo dei giacimenti azeri di Shah Deniz. La compagnia iraniana National Iranian Oil Company (NIOC) detiene, infatti, una quota del 10% nello sviluppo della fase 2 del giacimento che potrebbe portare uno stop anche agli investimenti azeri. Le sanzioni statunitensi per il settore dell’energia, che prenderanno il via il prossimo 4 novembre proibiranno alle società di operare nel sistema finanziario statunitense se continueranno a fare affari con l’Iran. Per questo i paesi che dipendono dalle importazioni di petrolio iraniano continuano a esercitare pressioni sul governo statunitense affinché conceda deroghe.

NESSUNA CHIAREZZA NEMMENO PER IL MARE DEL NORD

L’ordine esecutivo firmato lunedì da Trump, tuttavia, non ha apportato la stessa chiarezza nemmeno per la richiesta di BP di un’esenzione dalle sanzioni per il suo giacimento di gas naturale di Rhum nel Mare del Nord, sul quale condivide la proprietà con la National Iranian Oil Company. L’accordo di BP dell’anno scorso per la vendita del campo a Serica Energy era subordinato proprio all’ottenimento di una deroga dalle sanzioni.

SI IPOTIZZA FLESSIBILITÀ PER I CONDENSATI PETROLIFERI

Stesso discorso per i prodotti di lavorazione derivanti dal petrolio in particolare i condensati. L’ordinanza della Casa Bianca introduce i “prodotti petroliferi” inclusi i “prodotti vari ottenuti dalla lavorazione di: petrolio greggio (compreso il condensato di leasing), gas naturale, e altri idrocarburi composti” all’interno dell’elenco dei beni coinvolti dalle sanzioni. Ma negli Stati Uniti si ipotizza che il Dipartimento di Stato potrebbe introdurre una certa flessibilità riguardo lo status dei condensati.

L’ECCEZIONE AL CORRIDOIO SUD MOTIVATA DALL’INDIPENDENZA ENERGETICA DALLA RUSSIA


L’ordine di Trump contiene invece una “eccezione per il progetto del gas naturale” del Corridoio meridionale del gas a cui il documento fa allusione senza nominarlo. L’ordinanza fa riferimento, infatti, all’Iran Threat Reduction and Syria Human Rights Act del 2012, una legge statunitense che prevede un’esenzione per “lo sviluppo del gas naturale e la costruzione e la gestione di un gasdotto per il trasporto di gas naturale dall’Azerbaigian alla Turchia e all’Europa”. In questo caso la norma introduce una deroga perché il corridoio “fornisce alla Turchia e ai paesi in Europa sicurezza e indipendenza energetica” dalla Russia.

OBIETTIVO USA AZZERARE EXPORT GREGGIO IRANIANO MA POSSIBILI DELLE DEROGHE

Le sanzioni statunitensi contro gli acquirenti di petrolio iraniani dovrebbero eliminare fino a 1 milione di barili al giorno dall’approvvigionamento globale di petrolio. Il governo degli Stati Uniti sta spingendo i paesi a ridurre a zero le importazioni di greggio da Teheran, ma i funzionari hanno ammesso che alcune deroghe limitate possono essere concesse. Inoltre, i principali clienti, come la Cina e l’India, dovrebbero trovare il modo di continuare a trattare nonostante le sanzioni. “Il nostro obiettivo è azzerare le importazioni di petrolio iraniano – ha dichiarato lunedì un alto funzionario dell’amministrazione statunitense -. Non intendiamo concedere esenzioni o rinunce, ma siamo lieti di discutere le richieste ed esaminarle caso per caso”.

ZARIF: USA NON RIUSCIRANNO A BLOCCARE EXPORT PETROLIO

Nel frattempo il capo della diplomazia di Teheran, Mohammad Javad Zarif ha ammonito gli Usa che non riusciranno ad azzerare i proventi petroliferi dell’Iran: “Se gli americani vogliono tenere viva nelle loro menti questa idea semplicistica e impossibile da realizzare devono anche essere consapevoli delle conseguenze – ha detto Zarif nell’intervista al quotidiano ‘Iran‘ -. Non possono pensare che l’Iran non esporti petrolio e gli altri sì”. Una delle possibili ritorsioni potrebbe essere il blocco dello Stretto di Hormuz, il braccio di mare da cui passano ogni giorno milioni di barili di greggio, minacciato lo scorso mese dai Guardiani della Rivoluzione dopo il monito del presidente Hassan Rohani.


NEGRI (ISPI): A ITALIA POTREBBERO COSTARE 27 MLD

Ma le sanzioni contro l’Iran rischiano di costare caro anche all’Italia. A fare i conti ci ha pensato Alberto Negri, analista dell’Ispi che, in un’intervista al Sir, ha commentato l’entrata in vigore delle sanzioni “secondarie”. Le sanzioni, infatti, colpiscono anche quei Paesi, tra cui l’Italia, che intrattengono relazioni con l’Iran. E “l’Italia – spiega l’analista – è il primo partner commerciale dell’Iran, davanti a Francia e Germania. L’interscambio annuo è di circa 5 miliardi di euro. Ogni anno le imprese italiane esportano merci da 1,8 a 2 miliardi di euro. Si tratta per lo più di piccole e medie imprese con conseguenze negative in questo settore. Poi ci sono le grandi commesse: parliamo in questo caso di 26-27 miliardi di dollari di commesse che potrebbero finire congelate dalle sanzioni americane. Sarebbe un danno gravissimo per l’Italia e per gli altri Paesi europei che in questi anni, vista l’assenza di sanzioni, avevano ripreso le relazioni commerciali, compresa l’importazione di petrolio”. Per Negri l’entrata in vigore del “regolamento di blocco” dell’Ue non servirà a tutelare le aziende italiane ed europee: “Le banche europee con queste sanzioni non possono operare negli Usa se fanno affari con l’Iran”. Da qui, aggiunge Negri, “l’esigenza di creare una istituzione bancaria ‘in euro’ per fare transazioni solo nella divisa europea per non cadere sotto la scure americana. Questa è la sfida che attende l’Italia e questo è il senso di una proposta che ho avanzato, di concerto con Unioncamere e Confindustria, al nostro Governo due settimane fa”.

Mauro Bottarelli - nel caldo a volte si perdono di vista i punti di riferimenti certi. Mattarella che rifiuta Savona come ministro dell'economia per poi dopo 12 ore dopo telefonare a Di Maio e concordare una via d'uscita dall'impasse che lui stesso aveva creato ... Andare avanti con un incaricato Presidente del Consiglio, Cottarelli, che voleva/vuole solo ancora austerità per uscire fuori dalla Grande Recessione, sapendo fin dall'inizio che non ha una maggioranza parlamentare. La verità è solo una che il voto del 4 marzo ha destabilizzato il modo di pensare corrente e si fa fatica a trovare una direttiva di pensiero che comprenda il nuovo che tenta di emergere con molta ma molta fatica avendo chiaramente tutti ma proprio tutti contro. D'altra parte se l'opposizione è capace di tirare fuori contro Di Maio, sull'Ilva, solo il fatto che si sono letti ventimila pagine che in sei anni, legasi sei anni, in cui il corrotto euroimbecille Pd ha fatto il peggio del peggio procrastinando sempre in avanti alla soluzione tra la salute e il lavoro

SPY FINANZA/ Per l'Italia è pronto l'arrivo di un Prefetto tedesco

Il declino dell'Italia potrebbe essere a un momento decisivo. Il Governo potrebbe di fatto aprire le porte al Prefetto tedesco in diverse occasioni evocato. MAURO BOTTARELLI

10 AGOSTO 2018 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

Cari lettori, vi voglio dare un consiglio, se permettete. E lo faccio dal cuore e con il cuore: fate come me, mettetevi l'animo in pace, armatevi di pop-corn e patatine e godetevi con il distacco tipico di una liberatoria ineluttabilità, la fine di questo Paese. È giusto così. Anzi, è addirittura auspicabile. Una dignitosa eutanasia politico-economica, tanto per non tirare in lungo un'agonia che sta perdendo anche i crismi della tragicità, l'epica decadente ma maestosa della "caduta degli dei" e sta letteralmente tracimando in barzelletta, oltretutto scontata e sconcia. E la politica, la tanto vituperata politica, è solo la cartina di tornasole di un degrado generale, talmente ampio, ramificato, esteso e dilagante da tramutarsi giorno dopo giorno in metastasi: vale per tutto, informazione come cultura, senso civico come coesione sociale, tenuta etica come profilo valoriale. 

Basta guardarsi attorno: aprire un giornale, guardare la tv, fare una passeggiata nel centro storico, ascoltare i discorsi al bar. Fino a poco tempo fa temevo che il Paese fosse ormai sul baratro, destinato a una titanica lotta per sopravvivere: mi sbagliavo, siamo come un golfista improvvisato e saccente che non riesce a uscire dal bunker e se la prende, nell'ordine, con mazza, pallina, vento, sabbia, green. Tutto, tranne ammettere la propria incapacità. Nell’intervista che ieri apriva IlSussidiario, Mario Sechi sintetizzava in questo modo quella che a suo modo di vedere è l'unica, possibile via d'uscita a un epilogo tragico per governo e Paese, determinato dal caos dei mercati in autunno: «Un New Deal italiano in cui Salvini e Di Maio smettono di fare campagna elettorale e mettono insieme un trust di persone pensanti con il compito di elaborare un accordo rooseveltiano coerente che unisca Nord e Sud». Mi piace pensare che in questo Paese ci sia ancora gente che sogna, però il tempo dei sogni è finito. Game over. Salvini e Di Maio non possono smettere di fare campagna elettorale, per il semplice motivo che un istante dopo sparirebbero, fagocitati dal nulla che li contraddistingue, al netto di sparate buone per rappresentanti di padelle anti-aderenti in un mercato rionale. 

Guardate solo le ultime 36 ore, un esempio disarmante di come in realtà questo governo del cambiamento sia niente più e niente meno che un governo di cialtroni. Sul Def abbiamo sentito e letto tutto e il contrario di tutto: sì all'aumento dell'Iva per finanziare la flat tax, poi no all'aumento dell'Iva. Via gli 80 euro per finanziare la flat tax, poi marcia indietro. Per carità di patria taccio su questioni come l'obbligo vaccinale o la Tav o il fondo per le periferie, semplicemente perché il solo fatto di discuterle ci qualifica per quello che siamo in realtà: un Paese in via di sviluppo. E in grave ritardo, anche. 

Scusate, ma se voi foste la Commissione Ue o la Bce (e ho citato due organismi di fatto benevoli nei nostri confronti, ben altra cosa sono gli investitori privati, i mitici "mercati"), come valutereste un operato simile, al netto di un debito monstre e di dinamiche macro di una debolezza imbarazzante? Guardate questa schermata, è tratta dall'ultimo bollettino dell'Istat: se cala la domanda estera, leggi export, siamo al palo. Morti, abbracciati al nostro zero virgola di crescita come Leonardo Di Caprio al suo pezzo di scialuppa nella scena finale di Titanic. 


E in una situazione simile (ovviamente non imputabile al Governo attuale), con oltretutto la fine del Qe alle porte (quindi con pesanti ripercussioni sul servizio del debito, visto che l'80% delle nostre emissioni l'anno prossimo dovrà essere assorbito da soggetti privati e sul finanziamento extra-bancario delle imprese più grandi che non potranno più contare su emissioni allegre acquistate da Draghi), voi pensate di uscire dallo stallo e ripartire con il reddito di cittadinanza o la scritta "Nuoce gravemente alla salute" stampata sui Gratta e vinci? Per favore, siamo seri. Qui siamo di fronte a uno snodo che renderà il 2011-2012 una passeggiata nel parco e diamo il Paese in mano a Salvini e Di Maio? Dei 5 Stelle nemmeno parlo, visto che li ritengo la versione eterodiretta e meno intelligente di Scientology, ma della Lega sì, non fosse altro perché la conosco bene, avendoci vissuto all'interno per anni come giornalista de La Padania. E posso dirvi una cosa, mai cambiata di una virgola: si tratta di un partito a tre strati, come una torta. 

Ha una leadership mediamente incapace e infarcita di arrivisti e professionisti dell'accoltellamento alle spalle, una base fideistica che vive nel culto acritico della leadership di turno, ma ha la fortuna di avere uno strato intermedio di amministratori locali - anche ai massimi livelli, come i governatori di Regione - con i fiocchi. Davvero con i fiocchi. Non a caso, sono quelli maggiormente colpiti dalle purghe dei vertici, ontologicamente allergici alle persone capaci e ai non leccapiedi del capo di turno in via Bellerio. Si fa un gran parlare, probabilmente a ragione, del presunto esodo di parlamentari e amministratori da Forza Italia proprio verso il partito di Matteo Salvini, ma nessuno si è posto il problema più grande, nessuno ha davvero voluto fare la prova del nove: chiedere a governatori, sindaci, assessori o semplici consiglieri comunali cosa pensano del reddito di cittadinanza, della messa in discussione dei piani infrastrutturali e delle Grandi Opere, del "Decreto dignità" e della sue ricadute sul piano occupazionale. 

E sapete perché? Perché per quanto possano pubblicamente difendere la linea del partito e del governo, nel chiuso dei loro uffici e dei consigli comunali, si mettono le mani nei capelli. Per una semplice ragione: a differenza di chi sta a Roma e può permettersi il lusso di discettare sul sesso degli angeli o sul superamento del Parlamento per approdare alla democrazia diretta e di massa della Rete, alternando le discussioni con l'apologia del decotto di ali di pipistrello come rimedio naturale contro il morbillo, chi sta sul territorio deve preoccuparsi di far funzionare i mezzi pubblici, la raccolta dei rifiuti, l'erogazione dei servizi primari ai cittadini. E, nei centri più piccoli, magari di sostituire le lampadine e le panchine nel parchetto. Devono faree non parlare. 

Ecco perché quando sento avanzare l'ipotesi di cessare la campagna elettorale permanente, mi viene da ridere: e di cosa parlerebbero, di grazia, Salvini e Di Maio? Il primo campa a colpi di tweet da 13enne, neppure particolarmente intelligente, dalla spiaggia o dai comizi, mostrandoci cosa sta mangiando o cosa sta facendo ogni 30 secondi, come mostra plasticamente questa perla pubblicata ieri e destinata a finire nei libri di storiografia politica 





Brioche alla #Nutella, io vado!
Per rimediare agli errori del PD e aiutare gli Italiani c’è bisogno di tanta energia...



Vi pare che il ministro dell'Interno di un Paese del G7 possa mettere in Rete una decina di idiozie simili al giorno, al netto di quanto sta accadendo nel Paese e del minimo sindacale di dignità professionale richiesta dal ruolo che ricopre? 

Il secondo, invece, vive come in Truman Show solo attraverso le dirette Facebook, grazie alle quali sappiamo anche quante volte va in bagno e se ha digerito bene il pranzo, salvo poi chiedere tempo e pazienza a chi ha l'ardire di ricordargli che, finora, parole tante ma fatti concreti pochini: insomma, tutto trasparente e in tempo reale, senza filtri oppure mediato dal buon senso, magari un po' novecentesco, dei tempi necessari per fare le cose per bene? Ah, dilemma. Ma un dilemma utile, perché altrimenti si correrebbe il rischio di guardare in faccia la realtà. La quale, ad esempio, nel caso di Salvini ci direbbe che - proclami e tweets a parte - gli sbarchi erano già calati a livello record con Minniti al Viminale (basta pagare i libici, non ci vuole l'acume di Churchill o l'arte mediatoria di Kohl per risolvere certi problemi, vedi la ricetta europea con la Turchia per blindare la "rotta balcanica") e, al netto delle chiacchiere, il tanto pubblicizzato direttorio con Austria e Germania è passato in cavalleria, così come il grande successo ottenuto da Conte al Consiglio europeo, quello del "su base volontaria" che ci ha relegato a ruolo di potenziale hotspot d'Europa. 

Peccato che non più tardi di ieri la Germania abbia siglato un patto per il ricollocamento con la Spagna, alla vigilia dell'incontro fra Pedro Sanchez e Angela Merkel: e se il Paese che sta pagando maggiormente in termini di sbarchi la guerra interna all'Ue e quella personale del governo contro le Ong, si riavvicina a chi vuole blindare la frontiera Nord (con la Francia già in modalità fortezza), dubito che la missione Sophia - quella che, di fatto, vede i nostri porti aperti per legge - sarà cambiata in senso favorevole all'Italia, come millantato dal Governo. Ma non è questo il problema: il problema per Salvini è passare indenne l'estate e la sua emergenza sbarchi, arrivare con i consensi alle stelle in autunno. Poi si vedrà, magari pur di non dover affrontare l'umiliazione di dover ammettere che flat tax e rottamazione della Legge Fornero non si faranno mai, troverà l'alibi per rompere e tornare all'ovile, quello nei dintorni di Monza. 

È la realtà, signori: altrove i politici fanno i fatti, qui si limitano ai tweet e i post, cavalcando l'onda lunga del populismo. Di Maio, poi, non solo ha dato vita a un decreto che è riuscito nel miracolo di mettere d'accordo - nel giudizio negativo al riguardo - chiunque abbia lavorato realmente almeno 10 minuti in vita sua, ma ha anche trasformato il tavolo negoziale sul futuro della principale industria siderurgica italiana in una sagra di Paese, a cui erano invitati tutti. Talmente intelligente, come idea, da aver spinto il sindaco di Taranto, personalità vagamente parte in causa, a disertare direttamente l'appuntamento. 

E questi dovrebbero dar vita a un New Deal, capitanando un trust di cervelli competenti? Temo sia più facile che l'Udinese compri Messi e Mbappè insieme, giusto per farli allenare ma tenendoli poi in panchina, preferendo Behrami e Lasagna. Quindi, cari lettori e amici, mettetevi davvero l'animo in pace e, paradossalmente, sperate che i mercati facciano ciò che devono fare in autunno: ovvero, liberarci da questa fase terminale e farsesca di un declino che, questo va ammesso, ha radici lontane e non va certamente imputato interamente agli ultimi arrivati al potere. Sono solo dei curatori fallimentari da film di Totò, capaci però di fare danni accessori, visto che vogliono mettere mano e becco in cose da grandi, mentre mandano in malora il Paese: vedi l'indegno spettacolo da lottizzazione vecchia maniera delle nomine negli Enti e nelle aziende a controllo pubblico. 

Qualcuno, non mi ricordo chi, disse che l'Italia è un Paese straordinario che però necessita di un prefetto tedesco per tenerlo a bada e farlo funzionare. Lo penso anch'io e, forse, stavolta ci siamo davvero. E tranquilli, perché a pensarla così, con il passare ormai delle ore e nemmeno più dei giorni, sono sempre più elettori anche della Lega, fidatevi. Perché chi lavora e deve far quadrare i conti non ha tempo da perdere con la decrescita felice e la democrazia del web degli alleati di turno: deve pagare affitto o mutuo, bollette, rette scolastiche e spesa al supermercato. Attività terribilmente noiose e borghesi per le menti illuminate della Casaleggio Associati, forse, ma che restano il fondamento di ogni società civile e Paese sviluppato. Piaccia o meno. 

Dai, abbiate pazienza ancora qualche settimana. Poi, forse, insieme al clima più fresco arriverà finalmente anche il prefetto tedesco. E, stante la realtà, sarà molto meno cattivo di quanto non vi abbiano sempre raccontato. Soprattutto se sarete così rivoluzionari da vivere compiendo quotidianamente, nel vostro piccolo, un atto che ormai in questo Paese è visto come un'attività eversiva: fare il proprio dovere. Ma, soprattutto, fare.

Gli ebrei nelle terre di Palestina sono un cancro da estirpare - calpestano il diritto internazionale uccidono sperando di rompere la Resistenza e annettersi la Cisgiordania, Gaza

Copione rispettato: missili su Israele, bombardamento su Gaza

09.08.2018 - Patrizia Cecconi


Possiamo ben dire “noi lo sapevano”. Sapevamo che il copione anche stavolta sarebbe stato rispettato. Possiamo dirlo per averlo scritto, su questa stessa testata, proprio ieri per l’ultima volta.

Il copione consisteva nell’ottenere la risposta armata contro Israele da parte della resistenza gazawa provocata dalle uccisioni gratuite e dai bombardamenti a singhiozzo degli aerei da ricognizione. Gli ultimi due ragazzi, militanti delle brigate al Qasam, sono stati uccisi ieri. A freddo, non in uno scontro a fuoco o in una qualche manifestazione ostile. Uccisione gratuita. Uccisione “preventiva” si potrebbe dire, per sviare, con quel “preventiva” l’attenzione dall’omicidio. Omicidio premeditato sarebbe invece la definizione giusta anche se Israele, dopo aver ricevuto l’ovvia minaccia di vendetta, ha dichiarato con leggerezza di esserci sbagliato.

Comunque la reazione è arrivata. Da Gaza sono partiti alcuni missili verso Israele, le sirene hanno iniziato a suonare, il panico si è diffuso al punto giusto per poter assecondare le proposte genocidarie di Lieberman, Bennet e altri campioni della democrazia ebraico-israeliana raccolti nel governo Netanyahu e in buona parte del parlamento israeliano.

Israele ha bombardato dal mare distruggendo il Navy club gazawo e diffondendo il terrore in tutta la zona del porto, ha bombardato dal cielo distruggendo molte case definite “postazioni di Hamas”, come se fosse normale distruggere le postazioni della forza politica che governa una regione, insoddisfatti di tenerla sotto assedio, ha bombardato da nord a sud le “postazioni di Hamas”. Ci chiediamo quante persone, udendo nei notiziari “postazione di Hamas” siano in grado di capire che postazione di Hamas è anche un normale ufficio catastale o una sezione del ministero del lavoro o la sede del municipio, essendo Hamas il partito unico al governo. Ma nel gioco manipolativo anche questo ci sta bene e l’ascoltatore poco attento penserà che Israele ha “giustamente” il diritto di difendersi da questo mostro terribile costi quel che costi.

In realtà, a nostro avviso, Israele voleva impedire che la tregua gestita dall’Egitto potesse realizzarsi. Una tregua capestro per Gaza e uno scherno per la Palestina tutta, ma con la popolazione affamata Hamas ha finito per accettarla. A quel punto Israele, dopo aver alzato e nuovamente alzato il prezzo fino ad avere una risposta negativa e ricominciare i negoziati, ha ripreso la vecchia strada dello stillicidio di vite umane palestinesi, quello ignorato dai media ma ben gestito dallo Stato Ebraico il quale sa che prima o poi avrà la risposta con i missili scacciacane, cioè i razzi di cui dispone la Striscia di Gaza, che riescono a spaventare e qualche volta persino a ferire, ma che hanno il potere di far scattare la premeditata rappresaglia con missili veri e perdite di vite umane in misura variabile ma, sempre, con l’assoluzione di Israele considerato soltanto povera vittima che agisce per legittima difesa.

Intanto, mentre i missili gazawi cadevano a decine e decine su Israele provocando tanta paura e 11 feriti tutti non gravi, i missili israeliani devastavano ampie zone in tutta la Striscia e facevano diversi feriti e tre vittime, forse sarebbe più giusto dire 4 perché ha ucciso Inas Khammash, una giovane mamma di appena 23 anni al nono mese di gravidanza uccidendo anche la creaturina che portava in grembo, oltre alla figlioletta Bayan di un anno e mezzo.

Succedeva a Deir El Balah, a sud di Gaza. Più a nord invece veniva ucciso Ali Alghandoor30 anni. Ora è notte, i gazawi non dormono, inviano continuamente notizie e ne chiedono, temono un nuovo attacco come quello del 2009 o del 2014 di cui moltissimi portano ancora i segni. Sia fisici, sia psicologici per il terrore e il dolore di aver visto centinaia di corpi di fratelli, amici, genitori dilaniati dalle bombe israeliane.

Ma cosa vuole Israele? questa resta la domanda a cui dare risposta. Vuole ridurre Gaza a livello tale da mangiarsela in un boccone indebolendo ulteriormente la situazione palestinese nei suoi confronti e arrivare all’annessione della Cisgiordania in contemporanea con la totale separazione di Gaza facendola scivolare dall’Asia all’Africa con consenso della sua stessa popolazione ridotta allo stremo?

Ma c’è uno zoccolo duro, lo abbiamo già scritto più volte, uno zoccolo duro che non rispetterà neanche gli eventuali compromessi accettati da Hamas, ammesso che li accetti, e che seguiterà ad essere l’incubo del paese eventualmente vincitore – per indiscussa superiorità in armi e sostegno internazionale – e che, per dissolversi, chiede soltanto l’applicazione onesta del Diritto internazionale, quel fantasma che Israele calpesta da sempre mentre il mondo non capisce o finge di non capire che è l’unica condizione per porre fine a questa tragedia che rende Israele un paese canaglia con la maschera da vittima le cui azioni le pagano direttamente i palestinesi e, indirettamente, l’intera comunità mondiale che scivola sempre più nella barbarie assecondando Israele e imitandolo nel suo agire profondamente criminale ammantato di quella legalità di facciata che fa tornare alla mente lo stesso tipo di legalità che in Italia molti anni fa partorì le leggi razziali del 1938.

Se la legalità internazionale non vuole definitivamente perire sotto i colpi di Israele è ora che batta un colpo, scrollandosi di dosso il potere dei “padroni del mondo”. Il tempo forse non è ancora scaduto ma è prossimo ad esserlo.

Intanto in Palestina si piangono calde lacrime sugli ultimi martiri, in particolare sulla mamma uccisa insieme alla sua bambina e al bambino che portava in grembo e che non potendo essere definiti militanti o terroristi, finiranno di sicuro nel novero degli scudi umani. Anche questo è un copione conosciuto e ignobile, ma i tanti valletti che Israele conta nei media mainstream siamo certi che lo reciteranno senza provare vergogna.


Marcello Foa, direttore di Rai 1 non dispiacerebbe, anzi

ATTENZIONE...
Paolo Becchi avverte Matteo Salvini: a Marcello Foa in Rai non si deve rinunciare

9 Agosto 2018


A Foa non si rinuncia. Dopo che Pd e sodali hanno fatto della Rai carne di porco, non vediamo perché Salvini e Di Maio debbano rinunciare ad avere all’interno della Tv pubblica una persona perbene, oltre che competente, come Marcello Foa. Ma serve un sano realismo. Brevemente anzitutto i fatti.

Il Consiglio di Amministrazione Rai ha nominato pochi giorni fa Marcello Foa suo presidente. La Commissione parlamentare di vigilanza, alla quale spetta la ratifica nei confronti della persona eletta dal Cda, non ha raggiunto la soglia dei due 2/3 dei voti dei suoi componenti, causa il No di Forza Italia. Sui motivi del dissenso ci sono versioni contrastanti, ma non vale la pena ora insistere sul punto, se non per dire che forse il complotto internazionale di cui qualcuno ha parlato è opera di una fantasia molto sviluppata.

Come che sia, per effetto di una norma dello statuto sul vicepresidente, Foa è attualmente Presidente “facente funzioni” in quanto consigliere più anziano del CdA.


“FACENTE FUNZIONI”
Adesso è intervenuto un fatto nuovo. La Commissione parlamentare di vigilanza ha inviato una lettera al CdA in cui chiede che questo «si pronunci sulla scelta di un nuovo Presidente». Foa esercita, sì, le funzioni di presidente, ma i suoi atti - benché a nostro avviso del tutto legittimi - potrebbero comunque essere soggetti a continui ricorsi da parte delle opposizioni. Non è realistico pensare che Foa possa restare un “facente funzioni” per cinque anni: tra ricorsi e impugnazioni non sarebbe in grado né lavorare serenamente, né di dare l’impulso necessario di cui l’azienda ha bisogno. Occorre trovare una soluzione. Due scenari sono possibili.

Il CdA, a seguito della recente richiesta della Commissione di vigilanza potrebbe confermare, con un nuovo voto, l’elezione di Foa presidente. Si tratterebbe di un atto giuridico ex novo. A quel punto la Commissione, se Salvini e Berlusconi si chiarissero e trovassero l’accordo, potrebbe rivotare e ratificare la nomina, coi 2/3 dei componenti. Sarebbe la soluzione più semplice. Ma non è detto che Berlusconi faccia passi indietro. E allora secondo noi ha poco senso insistere.

ALTERNATIVA
Ci vuole un piano B. A Foa non si rinuncia, abbiamo scritto. Ma invece di insistere sul suo nome per la presidenza del CdA, Salvini potrebbe trovare con Berlusconi una convergenza su un altro nome condiviso e spostare Foa ad un incarico ancora più incisivo rispetto alla presidenza del CdA. Pensiamo ad esempio a una direzione di rete. Non tutto il male vien per nuocere. Salvini è ancora in tempo per portare a casa un grande risultato politico.

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma

Lo zombi Renzi alza barriere giudiziarie per incutere paura affinchè non si parli delle vicende familiari giudiziarie in cui la sua famiglia puntualmente incorre


Renzi, querelo chi mi cita su inchiesta

Vicenda legata a familiare, "processi in aula non su media"

© ANSA
Redazione ANSAROMA

09 agosto 201817:25NEWS

(ANSA) - ROMA, 9 AGO - "Il senatore Matteo Renzi ha dato mandato ai propri legali di procedere in sede civile e penale contro chiunque accosti il suo nome a una vicenda giudiziaria che da due anni ciclicamente viene rilanciata sulla stampa e che riguarderebbe un fratello del marito di una sorella di Renzi. I processi si fanno in aula, non sui media. Al termine del processo si fanno le sentenze. E le sentenze si rispettano.

Anche quelle sui risarcimenti". È quanto si legge in una nota dell'ufficio stampa di Matteo Renzi.

Mala genia, girano intorno allo stato a istituzioni per mantecare soldi per il proprio tornaconto è la punta dell'iceberg del corrotto euroimbecille Pd

IL CASO

I pm all’Unicef: denunciate i parenti di Renzi o non potrete avere i soldi
Secondo l’accusa parte dei fondi finì alla società amministrata dalla madre dell’ex segretario pd



La richiesta di rogatoria è partita tre giorni fa. Si tratta di un vero e proprio avviso alle organizzazioni umanitarie che avevano donato alla società di Alessandro Conticini denaro da destinare ai bimbi africani. L’uomo è accusato di appropriazione indebita con il fratello Luca, mentre il terzo fratello Andrea, cognato di Matteo Renzi perché marito di sua sorella Matilde, deve rispondere del reimpiego illecito di capitali. Il messaggio dei magistrati di Firenze alle organizzazioni internazionali è chiaro: «In Italia la legge è cambiata, se non presenterete una denuncia non potremo proseguire l’inchiesta per appropriazione indebita. E dunque non avrete alcuna possibilità di reclamare i soldi elargiti».

Sono 10 milioni di dollari versati tra il 2008 e il 2013 per sostenere progetti in favore dell’infanzia in difficoltà. Di questi, 6 milioni e 600mila dollari sarebbero però finiti sui conti personali degli imprenditori, e in parte anche nelle casse della «Eventi6», società amministrata dalla mamma di Renzi, Tiziana Bovoli. L’ex premier dichiara con una nota di voler «procedere in sede civile e penale contro chiunque accosti il suo nome a una vicenda giudiziaria che riguarderebbe un fratello del marito di una sorella di Renzi». Due giorni fa era stato proprio lui ad annunciare con un video su Facebook la fine dell’attuale governo perché «ci sarà da divertirsi con le inchieste sui fondi della Lega a Genova e sull’attacco via Twitter al presidente Mattarella». Adesso Renzi dice che «i processi si fanno in aula, non sui media. Al termine del processo si fanno le sentenze. E le sentenze si rispettano. Anche quelle sui risarcimenti».

La rogatoria alle autorità statunitensi ha come destinatari «l’Unicef, fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia; la Fondazione Pulitzer» e sei associazioni australiane e statunitensi che avevano elargito alla “Play Therapy Africa Limited” e ad altre due organizzazioni no profit di Alessandro Conticini, che è stato per anni direttore Unicef di Addis Abeba e poi è rientrato in Italia. Tutte queste organizzazioni internazionali sono informate dell’inchiesta avviata a Firenze dai magistrati coordinati dal procuratore Giuseppe Creazzo e nei mesi scorsi hanno messo a disposizione i propri bilanci proprio per consentire agli investigatori di ricostruire il percorso dei soldi. Gli amministratori non sono però informati che per procedere dovranno presentare formale denuncia — dopo la riforma varata lo scorso aprile dall’allora ministro Andrea Orlando — e per questo si è deciso di trasmettere formale avviso. Altrimenti si dovrà procedere solo per riciclaggio e reimpiego illecito di fondi.

I pubblici ministeri hanno già rintracciato le somme e accusano Andrea Conticini di aver «agito come procuratore speciale del fratello» Alessandro: «Impiegava parte del denaro provento del delitto in attività economiche, procedendo all’acquisto di partecipazioni societarie e all’esecuzione di finanziamenti in conto soci» prelevando 267mila e 800 euro dai conti e dividendoli così: alla «Eventi6» di Rignano — finita in un’altra indagine per false fatturazioni dove sono indagati la madre e il padre di Renzi — 133.900 euro nel 2011; alla Quality Press Italia, 129.900 euro; alla Dot Media di Firenze, 4.000 euro. I fratelli Alessandro e Luca avrebbero invece reimpiegato il resto tra l’altro con un «investimento immobiliare in Portogallo» da quasi 2 milioni di euro.

9 agosto 2018 (modifica il 10 agosto 2018 | 07:57)