Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 6 ottobre 2018

6 ottobre 2018 - Cottarelli, star tv e baby pensionato

Guido Salerno Aletta - quello che gli euroimbecilli di tutte le razze non sanno, anche quelli a capo dell'Inps sullo spread

Tutte le frottole su spread e rendimenti

6 ottobre 2018



L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta su titoli di Stato, rendimenti, asset dei fondi pensioni e spread

Ormai lo spread è come il prezzemolo: entra dappertutto, anche nei calcoli delle pensioni.

CHE COSA HA DETTO BOERI DELL’INPS SULLO SPREAD

A Venezia, il Presidente dell’Inps Tito Boeri ha infatti affermato che: “l’aumento dello spread porta alla riduzione dei rendimenti di molti fondi pensione; ciò significa pensioni minori per molti lavoratori e in prospettiva quindi una situazione di maggiore difficoltà per la crescita, con minori possibilità di finanziamenti e liquidità per le imprese”. Ed ancora, ha aggiunto: “Se si tratta di tutelare il potere di acquisto dei pensionati e rafforzare la loro posizione bisogna pensare a misure di crescita che assegnino maggiore importanza al lavoro e all’aumento della produttività”.

LE BIZZARRIE SULL’ALTALENA DELLO SPREAD

La cosa strana è che in questi ultimi anni nessuno ha mai sentito fare la valutazione opposta, e cioè che un abbassamento degli spread migliorava i conti dei Fondi pensione. Al contrario, in relazione alla liquidità immessa dalla Bce con il Qe, con il conseguente abbattimento degli spread in tutto il continente e dei tassi di interesse sui titoli obbligazionari, sono stati unanimi gli allarmi lanciati sulla stampa dagli stessi Fondi, per le conseguenze nefaste che ne derivavano. PensionsEurope, l’associazione che riunisce gestori di fondi che detengono asset per 3,5 miliardi di euro, con 65 milioni di contribuenti iscritti e 27 milioni di beneficiari delle prestazioni è stata chiara: c’è una tendenziale insostenibilità del rapporto tra prestazioni promesse o attese in un contesto di tassi correnti tendenti allo zero.

LA QUESTIONE DEI RENDIMENTI

Basta un esempio: se una rendita pensionistica per uno schema di tipo Defined Benefit (DB) era stata contrattata sulla base di un rendimento medio del 5% sui titoli, quando questo si dimezza occorre raddoppiare il capitale. Se il rendimento tende allo zero, o addirittura è negativo come accade per una lunga parte della curva dei titoli di Stato tedeschi, ci si rimette anche il capitale. Anche gli schemi più recenti, del tipo Defined Contribution (DC), non sono esenti da questa tendenza al collasso: la ricerca di rendimenti elevati espone a rischi esponenzialmente più elevati. L’allarme non poteva essere più deciso.

ECCO SU COSA INFLUISCE DAVVERO LO SPREAD

La questione dell’aumento dello spread sui titoli di Stato italiani, che costituisce potenzialmente un dato premonitore rispetto ad un incremento dei tassi richiesti dal mercato sulle emissioni successive, può influire al massimo sulla valutazione del mark-to-market degli asset detenuti in portafoglio dai Fondi, ma non ha alcun impatto sul rendimento. L’aumento dello spread, se venisse seguito da un aumento dei tassi di interesse sulle nuove emissioni, non può invece che contribuire ad una gestione più solida dei Fondi pensione e dar luogo a prestazioni pensionistiche più elevate.

EFFETTO DECRESCITA?

È dubitabile anche la seconda considerazione, quella per cui da un aumento dello spread deriverebbe una situazione di maggiore difficoltà per la crescita, con minori possibilità di finanziamenti e liquidità per le imprese: l’ultimo Monthly Rewiew dell’Abi fornisce dati incontrovertibili al riguardo, visto che nel corso dei due anni passati gli impieghi delle banche italiane a favore del settore privato dell’economia sono diminuiti dai 1.537 miliardi di euro dell’agosto 2016 ai 1.470 miliardi dell’agosto scorso. Si tratta di 67 miliardi di euro di credito in meno, pari ad oltre 4 punti percentuali di pil. Neanche a dire che ne hanno beneficiato le Pubbliche amministrazioni, visto che il totale degli impieghi è diminuito dello stesso importo, passando da 1.800 a 1.734 miliardi di euro.

Def - niente di nuovo sotto il sole gli euroimbecilli non si smentiscono ... e ancora non rispondono alla proposta di Savona sulla Bce e sul debito pubblico

Def: Bruxelles strattona l’Italia, il governo Conte commenta (e mormora). Tutti i dettagli

6 Ottobre 2018


La lettera tosta della Commissione europea sul Def, la reazione ufficiale del governo Conte, umori e malumori nella maggioranza M5s-Lega. Ecco il punto della situazione.

LA LETTERA DELLA COMMISSIONE EUROPEA

La Commissione europea non molla sul deficit. La risposta alla lettera di Tria è arrivata in 24 ore, tempi rapidi per Bruxelles, spia di una certa fretta di dare un segnale e indurre il governo a cambiare impostazione. Non è un atto di routine, come accaduto negli anni scorsi, notano gli addetti ai lavori a Bruxelles.

La lettera dell’Ue fornisce un primo giudizio negativo dei piani di politica economica dell’esecutivo M5s-Lega. Invitandolo a scrivere una manovra accettabile, perché strutturandola attorno alle cifre nel Def rischia la bocciatura immediata.

I TIMORI DI BRUXELLES

La lettera del ministro Tria ha confermato alla Ue ciò che più temeva, e che sottolinea nella sua risposta: il deficit 2019 salirà al 2,4%, e il saldo strutturale peggiorerà di 0,8 punti, invece di migliorare come ci si aspettava e come richiesto dalle regole.

I commissari Dombrovskis e Moscovici ricordano all’Italia le sue responsabilità in sede europea: ci sono delle raccomandazioni, approvate dal Consiglio, Italia compresa, il 13 luglio, che chiedono al Paese “di assicurare che il tasso di crescita nominale della spesa netta primaria non superi lo 0,1% nel 2019, che corrisponde ad un aggiustamento strutturale di 0,6% del pil nel 2019”. E’ per questo, sottolineano i commissari, che i nuovi target suscitano “seria preoccupazione”.

I NUMERI SOTTOLINEATI DAI COMMISSARI

Il tutto con una stima di crescita all’1,5%, in controtendenza rispetto alle revisioni al ribasso dell’economia attese dal Fondo monetario internazionale e già previste di recente da Confindustria e dalle agenzie di rating. Un quadro preoccupante per Bruxelles, che vede il rischio di uno scostamento significativo dall’obiettivo di medio termine, cioè il pareggio di bilancio in termini strutturali.

La seria deviazione, per la Ue, indica che il debito non scende al ritmo concordato e che quindi l’Italia non sta rispettando gli impegni presi. E le misure pro-crescita descritte dal ministro nella sua lettera non bastano a rassicurare. I commissari chiedono quindi al governo di agire prima che sia troppo tardi, cioè prima che la violazione degli impegni finisca nella legge di stabilità, cosa che costringerebbe Bruxelles a rigettarla subito, chiedendone una nuova al Parlamento entro fine ottobre.

CHE COSA AVEVA DETTO TRIA

“Sono ottimista”, assicura il ministro Tria, che si dice convinto che si aprirà un “confronto costruttivo”. Anche perché “i deficit fanno parte degli strumenti di politica economica consentiti dalla prassi”. Tria spiega la necessità, in un contesto di una congiuntura che rallenta, di fare una manovra espansiva. Ma questo – scrive il governo nel Def – solo in parte poggerà sull’aumento del deficit. Investimenti, sostegno al reddito, politiche a favore delle imprese consentiranno di spingere sull’acceleratore del Pil, richiedono risorse. Per far quadrare i conti bisognerà anche tirare la cinghia su altri fronti, a partire dai tagli di spesa, nei ministeri e non solo, e da una nuova, inaspettata, stretta fiscale: dalla cancellazione di incentivi all’aumento degli acconti delle imposte sui redditi.

LA REAZIONE DI PALAZZO CHIGI

Subito dopo la lettera di Bruxelles, sono arrivate le prime reazioni da parte della presidenza del Consiglio. “In merito alla lettera di risposta inviata al ministro Tria, fonti di Palazzo Chigi fanno presente che non c’è stata alcuna bocciatura da parte dell’Ue, anche perché non è stata ancora avviata – né poteva essere – alcuna interlocuzione formale. La valutazione della Commissione Ue, si ricorda, avverrà in base al documento “draft budgetary plan” che sarà inviato dal governo italiano entro il 15 ottobre.

Il governo, inoltre, secondo Palazzo Chigi, rimane fortemente convinto della bontà delle misure che andranno a costituire la manovra economica. Altrettanto forte è la volontà ad avviare un dialogo costruttivo con l’Ue, hanno aggiunto fonti di Palazzo Chigi in merito alla lettera inviata dall’Ue al ministro del Tesoro Tria sul Def.

I TWEET EMBLEMATICI DI BAGNAI (LEGA)

Emblematico degli umori e dei malumori in casa della Lega di Matteo Salvini è il tweet di Alberto Bagnai, presidente della commissione Bilancio del Senato e portavoce della Lega su questioni economiche.


Sono ridicoli. Imporci l’austerità ha creato sufficienti problemi anche a casa loro. Questi padri dell’Europa che credono che la loro figlia correrà più in fretta alleggerendosi col taglio di una delle due gambe manifatturiere sono pericolosi, ma soprattutto ridicoli.






LA REAZIONE DI BARRA CARACCIOLO, SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI EUROPEI

Ancor più diretto il tweet di Luciano Barra Caracciolo, giurista, sottosegretario della presidenza del Consiglio agli Affari europei, dicastero retto da Paolo Savona:



Rassicurare i mercati con atteggiamenti di buon senso macroeconomico 
La Commissione cita le "raccomandazioni del Consiglio"...
Ma davvero credono che la crescita e quindi il rapporto debito/PIL migliorino con deficit a 1 virgola mai ottenuto prima (e certo non da FRA e ESP)?


L’INTERVENTO DI SAVONA

D’altronde la posizione del governo sul merito della lettera giunta da Bruxelles è rintracciabile in un recente intervento del ministro Paolo Savona pubblicato da Mf/Milano Finanza, Italia Oggi e Start Magazine.

Ecco i passi salienti dell’intervento con un raffronto Italia-Francia e gli auspici per un cambio di impostazione nei palazzi europei:

“Si sente ripetere che la Francia può programmare un deficit di bilancio per il 2,8% del suo PIL, mentre l’Italia non potrebbe, perché il suo debito pubblico è inferiore al nostro. Queste affermazioni sono fuori da ogni schema logico di macroeconomia e paiono frutto di ideologia e superficiale valutazione della realtà. La Francia ha un doppio (twin) deficit, di bilancia estera e pubblica, accompagnato da un aumento dei prezzi al consumo che ha recentemente superato il tetto stabilito dalla BCE. Unica nei principali paesi dell’euroarea, il suo disavanzo estero di parte corrente è dell’1,1% del Pil, seguita solo dalla Grecia con il con l’1,2%. Vive cioè al di sopra delle proprie risorse. Il suo deficit di bilancio pubblico è del 2,4%, a livello di quello preventivato per il 2019 dall’Italia, attualmente al 2%. I dati sono quelli del The Economist che sono ben standardizzati per i confronti internazionali.

Questa condizione richiederebbe una stretta fiscale, ma il saggio di crescita reale della Francia è nell’ordine dell’1,7%, leggermente superiore al nostro, comunque insufficiente per affrontare la sua disoccupazione del 9,2%, non discosta dal 10,4% dell’Italia; ha dovuto pertanto scegliere se procedere nella direzione della stretta fiscale o puntare alla ripresa produttiva. Si può discutere se ha scelto di attivare lo strumento adatto, ossia la riduzione delle tasse, ma si deve ritenere che, se ha deciso di aumentare il deficit pubblico, la sua scelta è comprensibile, pur essendo conscia che il risultato sarà un peggioramento dei due deficit. Essa porta quest’onere a carico del resto del mondo assorbendo risparmio estero.

L’Italia ha invece un avanzo di parte corrente sull’estero del 2,5%, vive cioè al di sotto delle sue risorse, e ha un 2% per cento di deficit pubblico. La concezione più elementare di politica economica suggerisce di espandere la domanda interna; secondo i canoni più classici anche “scavando fosse o costruendo piramidi”. Intende invece affrontare la sua crisi di crescita, attualmente la più bassa dei principali paesi dell’eurozona, puntando a un mix tra investimenti, per stimolare la crescita, e spese correnti per combattere, in particolare, la povertà e la disoccupazione giovanile. Essa non chiede di assorbire risparmio estero, ossia portare il peso dell’aggiustamento sugli altri. Anche per l’Italia si può discutere se ha scelto gli strumenti adatti, ma la discussione deve avvenire nel quadro della dinamica politica che deve affrontare“.

Immigrazione di Rimpiazzo - degli imbecilli italiani vogliono fare la tratta di schiavi ma sono completamente impreparati. Sicuramente è un'azione di propaganda politica del Politicamente Corretto

VENERDÌ 5 OTTOBRE 2018
Cos’è Mare Jonio, la nuova nave di soccorso nel Mediterraneo

Batte bandiera italiana ed è un progetto «di disobbedienza morale» di ong, associazioni e politici di sinistra, che fa discutere

 
L'armatore della nave di Mediterranea, Alessandro Metz, al centro, posa nella foto di un gruppo di sostenitori al termine della conferenza stampa di presentazione dell'iniziativa e del progetto Mediterranea

Roma, 4 ottobre 2018 (ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

All’alba di giovedì 4 ottobre la nave Mare Jonio è salpata dal porto di Augusta, in Sicilia, diretta verso le acque internazionali del Mediterraneo centrale nell’ambito della missione “Mediterranea”. La nave Mare Jonio, battente bandiera italiana, è al centro di un progetto promosso da diverse associazioni, ong e parlamentari italiani di sinistra per «svolgere attività di monitoraggio, testimonianza e denuncia della drammatica situazione» in cui si trovano i migranti che «in assenza di soccorsi» tentano di raggiungere le coste italiane dalla Libia. Nella conferenza stampa di presentazione della nave, la prima di questo tipo battente bandiera italiana, il progetto è stato definito«un’azione non governativa, di disobbedienza morale e obbedienza civile».



Non possiamo stare a guardare
È ora di una nave italiana
È ora di riprenderci la nostra umanità#savinghumans

Il progetto Mediterranea è molto particolare e molto diverso dalle tradizionali missioni svolte dalle navi delle ong che si occupano di soccorso in mare: sulla sua efficacia è stato espresso anche più di un dubbio.

L’idea è nata a luglio, quando il governo Lega-M5S ha cominciato a chiudere i porti alle navi delle ong e a cambiare il modo in cui era stato interpretato fino a quel momento il concetto di “porto sicuro”. Il progetto è stato appoggiato da organizzazioni di tipo diverso – Arci, Ya Basta Bologna, il magazine online I Diavoli, imprese sociali come Moltivolti di Palermo, tra gli altri – e da alcune ong, come la tedesca Sea-Watch. I garanti dell’operazione – resa possibile grazie a un prestito di 465mila euro di Banca Etica e altri 70mila euro raccolti con un crowdfunding – sono Nicola Fratoianni (segretario di Sinistra Italiana, eletto deputato con Liberi e Uguali), Rossella Muroni (ex presidente di Legambiente, deputata di Liberi e Uguali), Erasmo Palazzotto (deputato di Liberi e Uguali) e Nichi Vendola (ex presidente della Puglia e fondatore di SEL).

La missione ruota attorno a Mare Jonio, una nave lunga 37 metri e larga 9 che può tenere a bordo un centinaio di persone. Insieme a Mare Jonio, ieri sono salpate due altre imbarcazioni di appoggio con a bordo attivisti e giornalisti: una delle due è la nave Astral dell’ong spagnola Open Arms, che fornirà sostegno tecnico alla missione. Non è chiaro quale sia il principale obiettivo di Mare Jonio: dal video di presentazione della missione (nel tweet sopra) e da alcune dichiarazioni dei suoi promotori, l’obiettivo sembra essere il soccorso in mare, anche se alcuni osservatori hanno sottolineato come la nave non sembri essere in condizione di fare grosse operazioni di salvataggio e di garantire la sicurezza agli eventuali migranti salvati per lunghi periodi di tempo. Anche le due imbarcazioni di supporto hanno avuto diversi problemi prima della partenza, a causa della rottura di un timone e di un motore. Di certo c’è che la missione Mediterranea si è data l’obiettivo di denunciare la mancanza di soccorsi nel Mediterraneo e di essere testimone di eventuali naufragi.

Le politiche adottate negli ultimi mesi dal governo Lega-M5S, infatti, hanno ridotto ulteriormente gli sbarchi di migranti in Italia, ma allo stesso tempo hanno fatto aumentare in maniera significativa i morti in mare. Oggi nel Mediterraneo centrale non c’è più alcuna missione di soccorso non militare: Aquarius, la nave di SOS Mediterranée e Medici senza Frontiere, è arrivata al porto di Marsiglia e per il momento non può più ripartire, visto che Panama le ha revocato l’iscrizione nei suoi registri navali; Open Arms si è spostata nel Mediterraneo occidentale, tra il Marocco e la Spagna; altre due navi umanitarie sono bloccate da mesi nel porto della Valletta, a Malta. Il deputato Erasmo Palazzotto, uno dei garanti del progetto, ha detto riferendosi alla politica di chiusura dei porti alle ong inaugurata dall’attuale governo: «La bandiera italiana ci dovrebbe permettere di entrare nei porti italiani, è un escamotage del diritto per riaprire i porti italiani».

Sulla missione e sulla sua efficacia ci sono diversi dubbi, soprattutto di natura tecnica e di opportunità politica: le critiche si sono concentrate soprattutto sulle dubbie condizioni di Mare Jonio, la cui partenza fino all’ultimo giorno è stata in forse, ma anche sulla composizione dell’equipaggio e sui soldi spesi per la missione, che secondo alcuni avrebbero potuto essere usati in maniera diversa.

L’analista che finora si è espresso in maniera più critica nei confronti del progetto è stato Matteo Villa, esperto di migrazioni per l’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI), autore di frequenti report sui flussi migratori nel Mediterraneo centrale. Villa ha elencato su Twitter alcuni dei problemi della missione: personale impreparato, navi scassate che contengono a malapena l’equipaggio, missione solo con intenti politici senza possibilità di salvare vite e «con lo scopo di forzare, portando violenza dove dovrebbe esserci soccorso». Contattato dal Post, Villa ha sottolineato il carattere «amatoriale» e rischioso della missione e la generale impreparazione di diverse persone a bordo nello svolgere soccorsi in mare. Secondo Villa, se l’obiettivo era segnalare imbarcazioni in difficoltà, raccogliere dati sui migranti nel Mediterraneo centrale e testimoniare la mancanza di soccorsi, si potevano prendere altre strade più efficaci, per esempio quella del soccorso aereo. Un esempio di soccorso aereo nel Mediterraneo è quello svolto dall’organizzazione francese Pilotes Volontaire, che con l’aereo Colibri segnala efficacemente alle autorità competenti le imbarcazioni in difficoltà. Colibri, in grado di volare 9 ore al giorno, costa 150 euro all’ora (PDF), una spesa enormemente inferiore a quella pagata dai promotori della missione Mediterranea per tenere Mare Jonio in acqua.

Non è facile dire ora cosa potrà fare o meno Mare Jonio nel Mediterraneo centrale, né sapere quali difficoltà incontrerà sia nell’attività di soccorso che in quella di “denuncia” e “testimonianza”. Non si sa nemmeno come reagirà il governo italiano nel caso in cui la nave di Mediterranea – battente bandiera italiana – dovesse soccorrere dei migranti e chiedere l’autorizzazione ad attraccare in un porto italiano: sarebbe uno scenario inedito, che potrebbe dare inizio all’ennesima crisi sui migranti con al centro il governo Lega-M5S.

5 Ottobre 2018 - Internet scontato per i disabili

La politica industriale dell'auto non può essere delegata alle singole regioni

Blocco Euro 3, a rimetterci saranno i poveri

DI Luca Telese

Oggi prendo la parola in difesa dell’Euro. Ma intendo l’euro numero tre. Quello che costerà carissimo a 13 milioni di italiani, un quarto della popolazione attiva. Che da gennaio saranno vittime di una patrimoniale occulta, sulla povertà.

Euro 3 – infatti – è la categoria delle macchine (una su tre del parco auto degli italiani!) che presto diventerà il pretesto per una enorme rottamazione coatta. Mentre questa “patrimoniale” indiretta – quotazioni di listino di Quattroruote alla mano – costerà alle famiglie povere un prelievo forzoso che va da mille a quattromila euro a testa (la cifra di valore distrutta dal provvedimento) e una spesa obbligata da cinque a diecimila (quello che serve per comprarmene una nuova). Un capolavoro, una mazzata inferta con la solita burocratica irresponsabilità.

È davvero curioso: proprio nell‘anno in cui destra e sinistra si sono riempite la bocca di impegni contro la povertà, nel nome di una presunta emergenza ecologica, si fa pagare a tredici milioni di italiani una doppia tassa mascherata, sulla loro condizione economico-sociale, senza che nessun politico dica una sola parola. Senza dibattiti, senza valutare gli effetti.

Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto annunciano di comune accordo (seguite da Roma e Lazio per conto loro) lo stop indiscriminato a tutti gli autoveicoli che fino a ieri circolavano legalmente. Numeri incredibili: un terzo del nostro parco auto attualmente circolante (37 milioni di veicoli) è a rischio da subito. Gli euro 4 seguiranno in due anni. Parliamo di 13 milioni di macchine (o furgoni) che non si potranno di fatto più usare, da un giorno all’altro, pena il rischio di una salata e reiterabile multa (80 euro a constatazione) per tutti.

La cosa incredibile è che per un effetto depressivo per ora la guerra al diesel sta producendo il calo di tutto il mercato. Ma il punto di iniquità riguarda i diritti e la condizione di chi una macchina l’ha comprata già. Parliamo di pensionati che non hanno i soldi per comprare una auto nuova e percorrono pochissimi chilometri l’anno (quindi inquinano pochissimo). Di ragazzi, di famiglie, o pendolari a basso reddito che hanno potuto dotarsi di un’auto solo sul mercato della cosiddetta “seconda mano”. Sulla testa di questo popolo, dalla mattina alla sera si abbatte questa tassa, senza nulla in cambio: senza incentivi, senza un piano traffico, senza alternative. Per Piemonte, Lombardia e Veneto (metà del paese a quattroruote) il bando colpirà dal gennaio 2019 le vetture Euro 0, 1, 2 e 3 a gasolio. Secondo l’accordo di programma sulla qualità dell’aria nel cosiddetto “bacino padano”, ci saranno blocchi della circolazione auto solo per il diesel. Le prossime tappe, prevedono il blocco delle Euro 4 (a prescindere dal fatto di essere dotati o no di filtro antiparticolato) entro il 2020 e delle Euro 5 (immatricolate teoricamente tra il 2011 e l’agosto 2015) entro il 2025. In Emilia-Romagna, il sono è addirittura già scattato il 1 ottobre.

La prima domanda è: si può accettare una violazione così plateale del diritto di proprietà? Una norma di questo tipo può essere decisa dagli enti locali? Se parto da Reggio Calabria e arrivo a Milano in alcuni comuni sono nella norma e in altri un fuorilegge che deve pagare un fiorino? Legislazione da neurodeliri.

Senza – non dico averlo attuato – ma nemmeno aver ipotizzato un piano straordinario del trasporto pubblico? Si può farlo senza preavviso (visto che ottobre è già passato e gennaio è dietro l’angolo)? Non voglio nemmeno addentrarmi nel discorso sulla presunta tossicità del diesel (anche se lo contestano, con ottimi argomenti, studi di serissimi) né sul costo più alto delle alternative (se avessi da 30mila a 60 mila euro e le colonnine per rifornire che non ci sono comprerei subito una elettrica).

Dico solo che se io con l’auto ci vado al lavoro, ci campo, ci sfamo la mia famiglia, ci risolvo il mio problema di mobilità (dove lo Stato latita), nessuno può cambiarmi le regole del gioco sotto il naso mentre il campionato è il corso. Nessuno può violare il mio diritto di proprietà ex post. Se devo vendere o buttare l’auto con cui vado al lavoro entro gennaio, nessuno può impormi una spesa (da quattromila euro o in su) per sostituire la mia auto, quando vuole lui.

Parliamo da mesi del reddito di cittadinanza, e poi chiediamo alle famiglie di ricomprare 13 milioni di nuove auto messe fuori legge con un comunicato stampa?

Qui si mettano le ganasce bollate alle ruote delle macchine di chi guadagna meno. Io non voglio uno Stato che si finge virtuoso ed ecosostenibile con i soldi degli altri. Sulle teste degli italiani, stiamo passando dal dibattito sul reddito di cittadinanza a quello sul salario di mobilità: e il bello è che – sia per il primo, che per il secondo – la soluzione è euro zero.

Luca Telese, 4 ottobre 2018

(MB – Oltre agli ottimi motivi elencati da Telese per essere contro questa rottamazione pseudo-ecologista, ne aggiungo uno: dato che di fatto la maggior parte delle auto sono fabbricate all’estero, a cominciare dalla Germania, ciò porterà ad una gigantesca e del tutto inutile impennata dell’import, e al passivo della nostra bilancia commerciale, finora miracolosamente attiva).

Rai - o sei a favore dei governi che ci hanno massacrato o non ti fanno parlare

INTERVISTA
Antonio Ricci censurato dalla Rai: scoppia la bomba, il caso arriva in Parlamento

5 Ottobre 2018


Il caso dell'intervista ad Antonio Ricci censurata dalla Rai continua a tenere banco. Ieri un gruppo di parlamentari del Movimento 5 Stelle (tra questi Elio Lannutti, Primo Di Nicola, vice presidente della Commissione di Vigilanza Rai, e Gianluigi Paragone, capogruppo 5 Stelle in Vigilanza) ha presentato un’interrogazione al Ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio dopo che Andrea Fabiano, direttore di Rai2, ha bloccato un’intervista già concordata con Antonio Ricci per una trasmissione su Enzo Trapani.

Nell’interrogazione, i parlamentari 5 Stelle ricostruiscono il caso e chiedono: "Se risulti al Ministro che per ogni intervista del servizio pubblico Rai, pagato col canone dei cittadini sulle bollette elettriche, venga richiesto il consenso preventivo dei direttori di rete o di testata, censurando a priori personaggi pubblici poco graditi, violando in tal modo la principale missione del servizio pubblico ed il pluralismo dell’informazione".

Chiedono poi quali iniziative intenda prendere il Ministro e se sia il caso di mandare un’ispezione per "ripristinare all’interno della Rai la libertà di stampa e rimuovendo le eventuali censure".


Rai la sua faziosità, insieme alle Tv private, è arrivata a livelli catastrofici, ormai Tg e trasmissioni inguardabili

RAI, il monopolio della Tv pubblica di sinistra è uno spettacolo indecente

NEWS, Tv & Spettacolo venerdì, 5, ottobre, 2018
Di Marcello Veneziani

C’è in Italia un’emergenza tra le altre, non la più importante, ci mancherebbe, ma forse la più vistosa. È il monopolio del racconto pubblico, uno spettacolo indecente. L’informazione di Stato, e larga parte di quella privata, sforna ogni giorno a senso unico la versione dei fatti secondo il canone ideologico-politico della sinistra. Anche ora che la sinistra non governa e rappresenta una quota fortemente minoritaria dei cittadini italiani. Anzi, il collasso di consensi e credibilità accentua anziché attenuare la faziosità dell’informazione, anche per precostituirsi un alibi: i nominati vogliono passare per vittime d’epurazione quando si procederà a nuove nomine, visto che è cambiato l’azionista politico di riferimento che da sempre nomina i vertici. E allora a scopo preventivo rincarano le dosi della loro faziosità per passare poi come martiri dell’Idea e della Professione.

Vi faccio due esempi del racconto a senso unico. Manifestazione del Pd di domenica scorsa. Tutti i telegiornali della Rai – ma anche i privati- le dedicano l’apertura euforica del tg, considerando una modesta manifestazione di un partito di netta minoranza come l’evento principale della giornata.

Secondo caso, il sindaco di Riace arrestato: gli stessi tg danno compatti la notizia della sua incriminazione apertamente parteggiando per l’incriminato, intervistando lui, i suoi sostenitori, i migranti. E a seguito, interi tg, a cominciare dal tg1, sono costruiti sul tema migranti, accoglienza, razzismo, declinati in tutte le salse ma sempre con una sola chiave di lettura.

Intanto, il carneade che dirige il tg1, insediato nell’era renziana, Andrea Montanari, reagisce sdegnato alle critiche dicendo che vogliono inventare uno scandalo politico per colpire lui, “un direttore autonomo” e per sostituirlo evidentemente con un servo della politica. Lui invece no, è Puro, è lì al tg1 perché è un gigante del giornalismo, è Indro Montanari, una specie di Montanelli della tv. Sulla stessa lunghezza d’onda la direttrice del tg2 Ida Colucci che fa un telegiornale imbarazzante e dedica servizi interi a irrilevanti menate politically correct, ma poi censura un’intervista di interesse pubblico a Steve Bannon, leader ideologico del movimento sovranista che spopola in mezzo mondo. Era un bel colpo, ma lui non è della parrocchietta, anzi è anti. Ieri al tg2 dell’una il caso Riace è risolto con un’intervista al sindaco arrestato e un servizio sulle manifestazioni di sinistra e migranti in suo favore. Nessun’altra notizia, voce, parere diverso; in questo caso chi se ne frega della legalità.

I miracolati della sinistra vogliono far credere di essere diventati direttori in virtù dello Spirito Santo e perché campioni del giornalismo televisivo, spiriti liberi e indipendenti, mentre quelli che verranno saranno asserviti, lottizzati, scadenti. Naturalmente sono spalleggiati dalla cupola dei giornaloni, che proseguono il Racconto a senso unico della tv su carta stampata. Ora mi pare di vedere in tutto questo teatrino tre palesi violazioni.

La prima, grande quanto una casa, è la loro vistosa, pacchiana, faziosità partigiana, che ha un senso se dirigi il manifesto, un giornale che definisce apertamente la sua identità e si rivolge a un suo pubblico; ma non se dirigi il telegiornale di un servizio pubblico, che vedono e pagano tutti. E ancor più grave diventa la prevaricazione faziosa se non c’è nemmeno la suddivisione dei tg, come ai tempi della becera lottizzazione: uno governativo, il secondo di centrodestra e il terzo di sinistra. No, ora sono tutti dalla stessa parte.

La seconda violazione è che l’informazione va da una parte e il popolo italiano, la sua maggioranza, va dall’altra, vede e pensa in modo opposto al soviet della tv. Per dirla all’ingrosso, un terzo della gente è con la Lega, un terzo è coi grillini, e il terzo che resta è diviso tra centro-destra e sinistra, più rivoli sparsi. Ma è quest’ultima a detenere il monopolio del racconto pubblico in tema di attualità e politica, d’economia e di mondo, di storia e cultura, di società e costume. Eppure due terzi degli italiani non sopportano più il Racconto Unico della sinistra.

La terza violazione è nel gratuito e grottesco complesso di superiorità indotto dall’incarico. A molti miracolati la funzione di direttore non sviluppa l’organo ma la presunzione. C’è tanta gente che sta ai vertici dell’informazione solo perché così ha deciso il padrone politico, che a volte arrivava a dettare i titoli dei tg. E non perché fossero i più bravi e a volte nemmeno semplicemente bravi. E ora non accettano che altri arrivino (si spera meglio di loro) con criteri analoghi a quelli che portarono alla loro nomina, ad opera dei nuovi azionisti politici di maggioranza.

Siamo alla dittatura del Racconto gestito dai mediocri. Ma vedrete che finimondo si scatenerà appena qualcuno oserà rimuoverli. Diventeranno tutti sindaci di Riace, Vittime dell’Orco razzista e populista, scenderanno in campo anche i santi e le madonne pellegrine della sinistra piangente, ci saranno le grida della Saviana. Eccoli, i Raibelli.

MV, Il Tempo 5 ottobre 2018

Arezzo - dove si aggiustano i processi

Bancarotta Eutelia: pena limata a Samuele Landi e tre assolti in appello

CRONACA
Bancarotta Eutelia: pena limata a Samuele Landi e tre assolti in appello

Ma l'impianto accusatorio regge: per l'ex uomo forte dell'azienda restano otto anni di carcere, cinque al fratello Isacco e tre e 4 mesi a Sauro. Condanna confermata anche a Giacomini

di Salvatore Mannino
Pubblicato il 4 ottobre 2018 
Ultimo aggiornamento: 5 ottobre 2018 ore 06:42

Samuele Landi

Arezzo, 5 ottobre 2018 - C’è un po' meno meno di cicuta (ma appena appena) nella sentenza d’appello del crac Eutelia. Samuele Landi, l’uomo forte di quella che fu la quarta compagnia telefonica d’Italia, si vede leggermente limare la pena (da nove anni a otto), escono dall’elenco dei condannati Giuseppe Maranghi, Maurizio Bartolomei Corsi e Roberto Rondoni (tutti assolti) più Andrea Iorio (prescritto).

Il resto è la conferma della stangata inflitta dal tribunale di Arezzo in primo grado: cinque anni a Isacco Landi, fratello di Samuele, quattro anni e otto mesi a Walter Giacomini, uno dei partner dell’avventura finita nel disastro, tre anni e quattro mesi a Sauro Landi, il più giovane della generazione di mezzo della famiglia. Più le pene accessorie dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici per Samuele e Isacco.

Manca rispetto al primo grado un imputato eccellente, Angelo Landi, il decano della dinasty, cui la morte non ha consentito di arrivare fino a questa sentenza d’appello, tre anni e mezzo dopo la mazzata nell’aula della Vela. Un verdetto che comunque fa paura a molti. Non solo perchè conferma in gran parte l’impianto d’accusa allestito a suo tempo dall’allora Pm e adesso procuratore capo Roberto Rossi, ma anche perchè le condanne sono tutte di quelle che consentono poche via d’uscita: siamo sopra i tre anni, il che significa niente condizionale e niente pene alternative come l’affido in prova ai servizi sociali ma carcere.

Più vicino adesso che manca solo la cassazione perchè la sentenza diventi definitiva. Il solo che può infischiarsene è appunto Samuele: lui è espatriato a Dubai almeno dal 2010, il che significa che può continuare la sua vita da latitante, nelle more di un trattato di estradizione con gli Emirati che stenta a diventare effettivo.

Il mini-sconto che la corte d’appello gli serve intorno all’ora di pranzo è legato tutto al non doversi procedere per le frodi carosello che gli erano contestate. Il che gli consente di tornare ai livelli di pena chiesti allora (era l’aprile 2015) dal Pm Rossi, rispetto ai quali i giudici del tribunale avevano aggiunto un anno come sovrapprezzo.

Escono di scena invece i tre consiglieri d’amministrazione che in primo grado avevano avuto quattro anni ciascuno: Maranghi, appunto, il più noto, fratello di Vincenzo che fu il delfino e successore di Enrico Cuccia a Mediobanca, l’uomo di collegamento fra i Landi e la grande finanza milanese, Bartolomei Corsi e Rondoni.

Passa la tesi difensiva degli avvocati Antonio Bonacci (per Maranghi), Luca Fanfani e Giuseppe Iannaccone (per gli altri due): erano membri del Cda non delegati, non potevano valutare l’operazione Immopregnana, attraverso la quale un terreno dell’Expo fu rivenduto da Eutelia a Finital, direttamente legata alla famiglia Landi. La bancarotta c’è ma non per loro.

Così come resta la bancarotta per le due questioni principali: una trentina di milioni di triangolazioni con Sofia e Bucarest per il traffico telefonico e soprattutto i 60 milioni della cessione di Voiceplus. Finì tutto sotto inchiesta nel 2008, anno in cui Eutelia era ancora quotata in borsa. E fu l’inizio della fine.

e non c'è ne frega niente! ci bocciano a prescindere, cialtroni euroimbecilli è dir poco, è guerra vera e lo stregone maledetto non fa gli Interessi Nazionali ma quelli degli stranieri. Si attende risposta a proposta Savona, ma continuano a fare pesci in barile

Manovra, la Ue boccia il Def. Lettera della Commissione europea: "Seria preoccupazione sul deficit"


Dombrovskis e Moscovici scrivono a Tria: "Le previsioni dal 2019 al 2021 ""deviano dal percorso di convergenza annunciato dall'Italia". Fonti di Palazzo Chigi: nessuna bocciatura perché il confronto non è stato neppure avviato dal nostro corrispondente 

ALBERTO D'ARGENIO
05 Ottobre 2018

BRUXELLES - Due pagine per bocciare il Documento di economia e finanza appena approvato e per dire al governo italiano che i suoi numeri non vanno inseriti nella manovra, altrimenti l'Europa sarà costretta a respingerla. Così la Commissione europea dopo giorni di schermaglie con un primo atto formale indica a Di Maio e Salvini che finanziare in deficit reddito di cittadinanza e flat tax è contrario alle regole del Patto di stabilità. Lo fa con la lettera di risposta alla missiva con la quale ieri Giovanni Tria aveva illustrato all'esecutivo comunitario i cardini del Def. 



di TOMMASO CIRIACO"
Il Def a prima vista sembra costituire una deviazione significativa dal percorso di bilancio indicato dal Consiglio Ue il che è motivo di seria preoccupazione", scrivono il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis e il titolare agli Affari economici Pierre Moscovici. Che aggiungono: "Chiediamo alle autorità italiane di assicurare che la manovra sia in linea con le regole fiscali comuni" della zona euro.

Insomma, un ultimatum a cambiare politica economica per il 2019 entro il 15 ottobre, giorno in cui la Legge di bilancio dovrà essere notificata a Bruxelles. Se così non sarà, il messaggio implicito, la Commissione boccerà la manovra e aprirà una procedura su debito e deficit. Ai primi di settembre la Ue aveva concesso all'Italia uno sconto sul risanamento, facendo sapere che si sarebbe accontentata di un deficit pari all'1,6% del Pil, comunque 9 miliardi in meno di correzione del deficit strutturale da spendere nella finanziaria. Il governo però ha deciso di portare l'indebitamento al 2,4% nel 2019, violando palesemente le regole della moneta unica studiate per tenere a bada il debito pubblico dei partner della zona euro. L'Italia è il terzo paese più indebitato del mondo, il secondo d'Europa dopo la Grecia, con un livello intorno al 132% del Prodotto interno lordo.

Nessun commento ufficiale, ma fonti di Palazzo Chigi in serata hanno affermato che "non c'è stata alcuna bocciatura da parte dell'Ue, anche perché non è stata ancora avviata - né poteva essere - alcuna interlocuzione formale". La valutazione della Commissione Ue, fanno presente le fonti in questione, avverrà in base al documento "draft budgetary plan" che sarà inviato dal Governo italiano entro il 15 ottobre. "Dal canto suo il Governo rimane fortemente convinto della bontà delle misure che andranno a costituire la manovra economica. Altrettanto forte è la volontà ad avviare un dialogo costruttivo con l'Ue", concludono le fonti della presidenza del consiglio.

Il testo della lettera

Bruxelles, 5 ottobre 2018

Caro ministro,

grazie per la lettera di ieri 4 ottobre, che comunica alla Commissione la presentazione al Parlamento italiano dei nuovi obiettivi di bilancio contenuti nelll'aggiornamento al documento di economia e finanza (Def) previsto dalla legislazione italiana.

Come sa, le raccomandazioni inviate all'Italia circa le richieste del Patto di stabilità e crescita, come per tutti gli Stati membri, sono state approvate all'unanimità dal Consiglio europeo del 28 giugno 2018 e adottate dal Consiglio dei ministri dell'Unione il 13 luglio 2018, Italia compresa.

La verifica da parte della Commissione del rispetto delle raccomandazioni del Consiglio da parte dell'Italia inizierà quando la bozza di bilancio sarà trasmessa alla Commissione, il che dovrà avvenire il 15 ottobre. Qualunque passo formale nell'ambito di questa procedura avverrà dopo quella data e entro le scadenze stabilite dalle leggi dell'Unione.


Pensione a quota 100, le regole del reddito di cittadinanza, la rottamazione delle cartelle. Tutti i numeri della manovraIn attesa della bozza, prendiamo atto dell'intenzione del governo contenuta nell'aggiornamento al Def di rivedere gli obiettivi fiscali per il 2019-2021 (toccare un tetto del deficit rispettivamente del 2,4%, 2,1% e 1,8% del pil) e di deviare dall'annunciato percorso di convergenza verso l'obiettivo di medio termine di un equilibrio di bilancio in termini strutturali.

Prendiamo atto inoltre che, secondo le previsioni del governo italiano, i nuovi obiettivi corrisponderebbero a un deterioramento strutturale dello 0,8% del pil nel 2019 e a un equilibrio strutturale stabile nel 2020-2021. Le suddette raccomandazioni del Consiglio chiedono all'Italia di assicurare che il tasso nominale di crescita della spesa pubblica al netto degli interessi non superi lo 0,1% nel 2019, che corrisponde a un aggiustamento strutturale annuo dello 0,6% del pil per il 2019. Tutto ciò considerato, gli obiettivi di bilancio rivisti dell'Italia sembrano puntare verso una significativa deviazione dal percorso fiscale raccomandato dal Consiglio. Questo è pertanto fonte di seria preoccupazione.

Chiediamo alle autorità italiane di assicurarsi che la bozza di legge di bilancio sia coerente con le regole fiscali comuni e attendiamo di vedere nel dettaglio le misure che conterrà. Nel frattempo, come negli anni e nei mesi trascorsi, restiamo a disposizione per un dialogo costruttivo.

Sinceramente suoi,

Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici

Alceste il poeta - ci rassicura con la sua bontà

Stragisti e pappemolli


Roma, ore 11, 4 ottobre 2018 

E chi lo sa.
La castrazione chimico-digitale ha ottenuto effetti di sorprendente efficacia.
Non se ne trova uno.
Conculcare la “mano morta” ha prodotto un doppio effetto: creare esserini asessuati o degli squallidi libidinosi.
I primi sono quello che sono: li riconosci dal ciuffo ingelatinato; i secondi sono sprofondati in una sorta di cupio dissovi bestiale, buono per essere stigmatizzato dal MeToo.
I controinformatori e i controinformati continuano a tifare Putin contro Nato, ma la realtà, micidiale, è che il tifo cela la totale, irrevocabile, mancanza di materiale umano adatto a una rivoluzione. Macché: pure a un tafferuglio. Senza maschi non c'è rivolta, questa una verità umana, troppo umana; talmente semplice da sfiorare il becero e il crasso (maschilismo).
Dire: la situazione nelle periferie è esplosiva, significa nulla. Il potere, nella esplosiva situazione delle periferie, nei ceffoni tra Singh, De Rossi e Seferovic ci sguazza alla grande; come nelle vetrine sfondate, nei bancomat schiantati, nei supermercati svuotati. Un’ondata di risse e mischie, con sottofondo razziale, è, anzi, auspicabile per chi voglia celare la questione primaria: Usura e Identità.
Eviscerare testicoli e ovaie culturali ai giovani italiani ha prodotto dei cretini. Ne abbiamo già parlato, anzi: ne parlo da sempre. Castrare i maschi, grazie al possente chiacchiericcio politicamente corretto, senza soste, ha immesso sul mercato della resistenza controculturale dei goffi nerdacchioni. Castrati di tutto, ovviamente. Le automobili le sanno più riparare? La caccia? La zappa sanno cos'è? Le armi, in generale? Coltelli, spade, fionde, balestre, una volta sogni dei ragazzini? Conoscono il funzionamento d'un generatore? Sanno quando maturano certi frutti? E le patate? Si piantano? Crescono sugli alberi o sottoterra? A lacci per cinghiali come stiamo? Arti marziali? Lotta? Orientamento nei boschi? Marce, gerarchia? Come si cucinano i gamberi di fiume? Vendemmia, seminagione, castagne, olive? Il nodo alla cravatta? A sport di squadra come stiamo? La pallavolo ... la pallavolo ... la pallavolo ... ma che pallavolo! A pallone si gioca! E i fucili? Sanno di cosa si parla? Le molotov? E pisciare? Il getto è dritto o moscetto, da prostata malinconica pure a vent'anni? Si fanno più le gare a chi piscia o sputa più lontano? Bullismo? Come stiamo con gli scherzi feroci nelle camerate? Capisco ... non ci sono più le camerate ... a pugni, allora, si fa più a pugni? Si gioca per la strada? Si spaccano crani? Okkio ... si palpano, in corsa, le chiappe delle sconosciute?

C'è ancora chi crede che il gender sia stato introdotto per rispettare le donne?

Siamo diventati più rispettabili, più azzimati, amanti del galateo. Anzi, nemmeno di quello, più asettici e neutri. In trent'anni. Trent'anni ... allora è vero che il comunismo serviva a qualcosa, mi ha recentemente detto un vecchio fascistone. Sì, a tenere alto il conflitto. Almeno c'era un po' d'azione, ha concluso con un sorriso da pugile suonato. Il comunismo era ciò che tratteneva, ora nulla trattiene, siamo entrati nel Mondo Nuovo, Unico. Poca violenza, molta repressione interiore, monodimensionalità ... in nome della Bontà, ovvio.
In Italia non potremmo fare la rivoluzione manco se risorgessero Che Guevara, Caio Mario, Garibaldi e Spartaco mettendosi al nostro servizio. Non esiste più il maschio. E nemmeno la femmina, peraltro, almeno a guardare il trio di punta del MeToo: Asia Argento, su cui taccio; Rose McGowan, una lesbica fidanzata con Rain Dove, una modella (di largo successo) che è una donna che è convinta di essere un uomo che è convinto di essere una donna e, forse, è davvero così.
Dopo aver visto Rain (al nome credevo fosse una pornostar: l'avevo scambiat* per Misty Rain) sono corso a prendere il DVD di Roma ore 11: solo la contemporanea presenza di Carla Del Poggio, Lucia Bosé, Elena Varzi, Lea Padovani e Delia Scala ha fornito il litio necessario a superare la depressione.
No, non c'è speranza, non venitemi a commentare sotto casa o a ciarlare di speranza che vi cancello ... bestemmiate, magari ... è più costruttivo.

Pure Luca Traini, l'estraneo, legge un pappone in aula per scusarsi di ciò che ha fatto, come un Homer Simpson che abbia preso gusto alla ciambella dell'ecumenismo. Anche i razzisti e gli stragisti qui sono mansuefatti, addomesticati: hanno sbagliato, ma non sbaglieranno più! Giusto! Questa è l'età della scusa. Non si può prendere a sberle la moglie fedifraga, o il figlio somaro, o il rivale in amore o quello che ti riga la macchina al parcheggio ... si debbono intavolare trattative democratiche ... la moglie è a letto con un*altr*? Si porga il biglietto da visita. Il figlio è uno scemo con l'occhio languido? Lo si impasticca o lo si manda dallo psicologo infantile ... i ceffoni sono fascisti ... il padre legittimo divorzia? Esca a fare bisboccia col cazzon successore.
A leggere i commenti online sulla resipiscenza di Traini che legge le sue scuse alla nazione, ai nigeriani, al mondo corretto e al cielo dei migranti ci si accorge di cosa è successo ... la svirilizzazione del maschio è totale ... in nome della legge e della correttezza, beninteso ...aveva ragione, ancora unavolta, Jean Raspail ... presto entreranno in casa un paio di belinoni nigeriani, attaccheranno un pistolotto boldriniano sull'ingiustizia dei bianchi contro i neri e i bianchi lasceranno le stanze di loro spontanea volontà, felici di aver ottemperato alla bellezza del Nuovo Mondo imparziale ... le donne, pure loro, senza ovaie ... sono state svuotate della femminilità e infarcite di bei diritti ... e ora possono godersi l'indipendenza ... isteriche, istruite, civilizzate dal progresso e col lamento incorporato ... come le vecchie bambole col disco nel dorso ... emancipate, emancipatissime, a sei euro l'ora, in carriera nei supermercati, nel terziario avanzato, nelle pulizie, nei CAF sindacali ... a riempire moduli a cottimo per far ottenere a Chin Chan Pai la pensione, l'indennizzo, la 104 ... sfinite già a trent'anni ... coi mariti gonfi di popcorn e depressione post partum ... se sono fortunate ... altrimenti c'è il simulatore fallico sul comodino.

Le femministe al corteo dell'UDI: col dito! col dito! Ma il progresso, in tale campo, avanza. 

Traini, cattivissimo, quello che svuotò un caricatore senza prenderci mai ... anzi, no, qualcuno lo prese ... per fortuna della vittima: così il vulnus può risanarsi con qualche centinaio di migliaia di talleri ... tutti i cattivi debbono andare in galera ... i cattivi in quanto cattivi e, perciò, poiché cattivi, in quanto fascisti. Dal primo all'ultimo, sono d'accordo. Il mondo non dovrà avere più cattivi: e non li avrà, ve lo prometto! D'altra parte, ragionate: come si fa a essere cattivi col ciuffo ingelatinato sulla fronte? La barba scolpita? Quando, la sera, si programmano - fra maschi! - nottate davanti al videogame? Come si chiamava, Fortnite? Proprio ieri ho sorpreso dei venticinquenni a litigare (litigare!) perché uno di loro, nel gioco, era troppo veloce ... e lasciava i compagni indietro ... e, quindi, i compagni digitali eran caduti in un agguato ... agguato digitale ... e uccisi ... roba da chiodi ... roba da depressione caspica.

Quell'altro tizio di Riace, faccia dai tratti rilasciati e indistinti, sta in galera, pure lui. Ma é un gioco di specchi. Traduco: voi lo vedete in galera, ma, in realtà, è sugli allori. Presto arriverà la consacrazione. Aspettate, con calma, in poltrona. Se c'è una cosa che sa fare l'Italiano senza coglioni è cambiare rotta con cautela ... all'inizio si tratta di millesimi di centimetro ... poi, col tempo, il divario fra ciò che dovrebbe essere e ciò che effettivamente è, si allarga ... e alla fine chi è al gabbio si ritroverà, dopo tante scuse, in Parlamento. 

I cattivi, i maschi ... dove saranno andati a finire? Residuano nella bassa criminalità. Quello che ha dato una capocciata al free lance a Ostia ... Spada ... un diecimila di quei tipi sotto casa di Moscovici e le cose prenderebbero una diversa piega ... c'è poco da cianciare ... le rivoluzioni nascono nel sangue ... Robespierre era un avvocato, cioè un criminale del linguaggio, e agiva fomentando gaglioffi e tricoteuses. Ammetto che non è più tempo di sangue e cordite, è tempo di ragionevolezza ... di veri e propri déjeuner sur l'herbe ... a ingoiare crostini da concertazione dei sensi ... ci siamo fatti più scettici, disillusi, distaccati ... e non perché lo siamo davvero: scettici, disillusi, distaccati ... ma solo perché non siamo capaci di fare nulla ... la correttezza, il volemose bene alla John Lennon, la tolleranza, l'accoglienza non derivano da una riflessione profonda sulle istanze metafisiche dell'animo, ma da un crollo antropologico e fisico ... lungamente perseguito da chi sa ... e sa molto più di noi, per istinto ... quando tutto ciò che definisce un essere umano viene incasellato nel "male" non ci resta che divenire ragionevoli, di venire a patti, chini sotto le forche caudine ... ragionevoli, non razionali ... che la razionalità è da uomini ... ragionevoli e impotenti, vestiti dell'organza della sottomissione a un corollario di valori anemici, eterocliti, stranieri alla nostra vera essenza.

A Caudio, oggi provincia di Benevento, il sannita Gaio Ponzio fa erigere gioghi sotto cui si umiliano i comandanti romani. Alcuni di loro vengono sodomizzati. L'orrore per l'ignominia propagherà le sue onde psicologiche per secoli.

L'ultimo uomo e la trasvalutazione di tutti i valori sono davvero realtà!
Appunti per letture a venire: razze di cani create tramite mansuefazione. Manualetto.
Si reprime un istinto, tramite uno spietato e accorto gioco di premi e castighi, e si crea una seconda natura. Le femmine, intanto, vengono accoppiate con altre razze, scelte per la bisogna, più adatte ai fini dei domatori. La risultante: cani da compagnia, da caccia ai fagiani, da tartufi. Eugenetica e nuova etica: altri cani. Più utili, più buoni.

Su una cosa Nietzsche ha ragione da vendere: la maleducazione, il rilievo urtante della personalità, la vitalità volgare, hanno, quasi sempre, i tratti genuini della forza, di ciò cheascende.

Leggo che un capostipite dei Casamonica era sposato a una Spada, Teresa.
I Casamonica, gente d'Abruzzo, di origine sinti, come il calciatore Andrea Pirlo, l'ultimo vero fuoriclasse, avevano in mano il territorio del Mandrione, una borgata romana estrema e poverissima.
Uno dei pezzi più significativi di Carlo Emilio Gadda in Le meraviglie d'Italia: Genti d'Abruzzo. La canzone più bella scritta da Pasolini: Cristo al Mandrione. Ne esiste una bella versione di Gabriella Ferri.
Sia Pasolini che Gadda vantano un fratello morto, un fantasma nell'ombra. Come Catullo.
Solitari, misantropi: in grado diverso. Rifiutati dall'Italia. Fecero una brutta fine, infatti. 

Di gente in gente, di mare in mare ho viaggiato,
o fratello, e giungo a questa mesta cerimonia
per consegnarti il funereo dono supremo
e per parlare invano con le tue ceneri mute,
poiché la sorte mi ha rapito te, proprio te,
o infelice fratello precocemente strappato al mio affetto.
Ora queste offerte, che io porgo, come comanda l'antico
rito degli avi, dono dolente per la cerimonia,
gradisci; sono madide di molto pianto fraterno;
ti saluto per sempre, o fratello, addio. 

Caro Lei ... anzi, caro Voi (mi rivolgo, infatti, al fascistone anzidetto) ... qui ci vuole una guerra ... stragi, morti, ustioni, cancrene, case che crollano ... non siete d'accordo, caro il mio Farinacci degli stivali?
Certo! Sono con Voi, tovarisch ... mi risponde quello. E obietta, giustamente: e però, ... Vos quoque ... cadete nella sindrome del Grande Botto ... siccome siete sempre lì a digitare e a masturbarVi, caro Voi, sulla tastiera del nulla ... vi siete ridotto a tifare la catastrofe! Un comportamento che prima addebitavate ai coglioni ... e ora ... non sarà che vi state rammollendo?
Colpito, affondato! ... Touché! Ma cosa volete che faccia ... che mi metta a gridare "Vogliamo i colonnelli" dal balcone? I colonnelli, ormai, rubano nelle furerie ...
Allora non fate niente, amico mio, e scusatevi. Avete pargoli? Meglio non mischiarsi alle retroguardie ...
Giusto! Non resta che scusarsi, allora ... non del nostro comportamento, ma della nostra stessa esistenza! Annusare gli angoli, prepararsi alla successione ... con un bel testamento ... lascio ... a chi se la prende ... una casa A2, media periferia, garage, termoautonoma item magione rustica in piena Tuscia ... item terreni con seminativo e frutteto e servitù prediale annessa ... item casaletto magazzino ... item un gallo ad Asclepio ...

Pubblicato da Alceste a 10:16

Brasile al voto il 7 ottobre

Arriva in Italia il portavoce del consiglio quilombola della Bacia e Vale do Iguape
Il ruolo della battaglia quilombolas per la redistribuzione terriera nel Brasile al voto
In 250 anni la tratta degli schiavi ha portato nel Paese 3 milioni di africani, i cui discendenti lottano ancora per il diritto alla terra e contro la disuguaglianza: oggi appena l’1% dei brasiliani possiede il 60% dei terreni

[5 ottobre 2018]


Quella dei quilombolas è una storia lunga secoli, segnata dalla sofferenza e dai soprusi, e che solo negli ultimi anni sta conoscendo delle conquiste, anche se la strada verso il riconoscimento dei diritti e la piena libertà è ancora lunga.

I quilombolas vivono in Brasile e sono comunità di afro-discendenti che si sono formate dalla fuga degli schiavi dalle piantagioni, o in seguito all’abolizione della schiavitù. La parola “quilombo”, da cui nasce il loro nome, deriva dalla lingua angolana “bantu” e significa proprio “insediamento”.

La tratta di schiavi, durata 250 anni, ha portato in Brasile circa tre milioni di africani, tutti destinati al lavoro nelle piantagioni e nelle miniere, la cui presenza ha dato la forma e le fondamenta alla struttura lavorativa del territorio. Molti di loro, stanchi delle condizioni di vita e di lavoro a cui erano costretti hanno deciso di fuggire per ritirarsi in comunità isolate e nascoste, vivendo nell’anonimato. La loro vita si è basata dunque sull’auto-sussistenza e sulla riscoperta di riti e tecniche provenienti dalla tradizione africana da cui discendevano. I fuggitivi sono stati costretti a vivere nascosti, in condizioni di insicurezza e a convivere costantemente con la paura di essere scoperti e puniti dai loro ex padroni, desiderosi di vendicare la loro fuga.

L’abolizione della schiavitù nel 1888 è stato il primo passo verso un’apertura nei confronti delle comunità quilombolas, ma ci sono voluti altri cento anni prima di vedere riconosciuta la loro esistenza e i loro diritti terrieri. Due conquiste importanti sono state fatte nei secoli successivi: nel 1988 quando la Costituzione brasiliana ha stabilito che le comunità quilombola hanno il diritto a ottenere le loro “terre ancestrali”, e nel 2003 quando un decreto del presidente Lula ha precisato che può definirsi “quilombo” ogni gruppo che abbia una “discendenza africana connessa a una storia di resistenza e oppressione”. Da quel momento in poi, un importate percorso di identificazione e riconoscimento di queste comunità è andato avanti, non senza ostacoli.

Molte comunità ad oggi cercano di ottenere questa identificazione che molto spesso richiede un iter lungo e complicato, intriso di incertezza e problemi, in quanto è necessario dimostrare con delle prove la relazione ancestrale con la terra ed il territorio. Una volta ottenuto questo riconoscimento, le comunità hanno il diritto all’assegnazione di alcuni terreni, ed è qui che i quilombolas incontrano il secondo grande ostacolo. Le terre disponibili non sono in grado di soddisfare la richiesta, o meglio, appartengono già a grandi latifondisti a cui è difficile sottrarle: il processo di riconoscimento terriero, o di un indennizzo in sostituzione, potrebbe dunque richiedere decenni. Se questi diritti venissero riconosciuti a pieno, le comunità quilombolas avrebbero contribuito ad un’importante conquista: nel Paese, infatti, l’1% della popolazione possiede il 60% delle terre e l’azione di rivendicazione dei quilombolas potrebbe dunque essere un passo importante verso la redistribuzione terriera.

Il Brasile sta inoltre vivendo un momento politico delicato: le elezioni presidenziali si terranno il prossimo 7 ottobre, in un Paese profondamente spaccato in due nelle sue posizioni politiche. In un quadro complicato, fatto di forze avversarie che si scontrano aspramente, la battaglia dei quilombolas diventa strumento politico: impugnata da chi vuole difendere le minoranze e portare queste questioni al centro di un dibattito politico costruttivo, e respinta invece, da chi difende i grandi proprietari terrieri, interessato piuttosto a soffocare queste voci lontane.

Le comunità quilombolas, ad oggi, stanno continuando la loro battaglia per il riconoscimento dei diritti e, in seguito alle prime conquiste, non sono certo disposti a fare passi indietro. Reclamano le terre dove hanno vissuto e lavorato i loro antenati e in cui loro stessi stanno portando avanti un’economia basata sull’agro-ecologia (si producono miele, olio di palma e ostriche) e sull’ecoturismo.

Ananias Viania (nella foto, ndr) è il portavoce del consiglio quilombola della Bacia e Vale do Iguape, una rete di 17 comunità del Recôncavo baiano (nel nord-est del Brasile) riunitesi per combattere insieme questa battaglia. Ananias sarà ospite di tre incontri in Italia in questo mese, dove porterà la sua energia e le sue idee, per trasmettere una testimonianza di impegno attivo e di lotta per i diritti umani.

Il 6 ottobre sarà ospite al Festival di Internazionale a Ferrara in un incontro intitolato “La resistenza dei quilombolas” insieme alla giornalista brasiliana Janania Cesar. L’incontro sarà moderato e presentato da Stefano Liberti, autore di un reportage sui quilombolas uscito lo scorso 1 ottobre su Internazionale.

Durante l’incontro sarà proiettato anche il video Quilombos dell’Iguape: una storia di vita, di terra, di diritti” di Lula Oliveira, realizzato nell’ambito del progetto Cospe “Terra dei Direiros” e in programma al Terra di Tutti Film Festival. Proprio in occasione del Festival, Ananias sarà presente a Firenze l’11 ottobre al cinema Stensen e il 12 ottobre al cinema Lumière a Bologna. Il video racconta la storia dei quilombolas, la loro lotta per la riappropriazione delle terre, che è anche una lotta contro l’espansione delle grandi imprese, minaccia per l’equilibrio del territorio del Recôncavo baiano.

Il progetto di Cospe “Terra e Diritti”, da cui nasce il video, si occupa proprio di sostenere e appoggiare le comunità quilombolas nel loro percorso di riconoscimento dei diritti. Le azioni che il progetto genera sul territorio sono mirate a promuovere la protezione e la difesa di questi diritti e vogliono consolidare nelle comunità gli strumenti necessari per migliorare la loro capacità di incidere politicamente e aumentare la visibilità della battaglia quilombolas, per raggiungere importanti traguardi sociali e politici.

di Cospe per greenreport.it 

Per decenni il corrotto euroimbecille Pd e il partito dello zombi Berlusconi hanno permesso ai privati di saccheggiare lo stato: di massacrare gli automobilisti, creare monopoli delle acque pubbliche i cui costi sono diventati proibitivi (tra cui le acque minerali) , regalare le concessioni demaniali delle spiagge

05 ottobre 2018
Perché le concessioni non sono un affare per lo Stato
Con il 5G lo Stato ha staccato un assegno da oltre 6 mld. Ma non sempre va così. Tutti gli affari persi a favore dei privati: autostrade, tivù, ma anche stabilimenti balneari e acque minerali.


Che bello (per lo Stato) se fosse sempre come per il 5G: nelle casse pubbliche entreranno la bellezza di 6,55 miliardi versati dalle compagnie telefoniche per aggiudicarsi le frequenze. Una cifra monstre ottenuta grazie a una asta pubblicacombattuta a colpi di rilanci e che ha finito per costare molto cara alle compagnie telefoniche, tanto che adesso i sindacati temono ripercussioni sull'occupazione. Nelle casse pubbliche, invece, è arrivato più del doppio di quanto messo a bilancio nella manovra del 2018. Ma lo Stato non è sempre stato altrettanto oculato quando si trattava di mettere a reddito i propri beni pubblici: dalle tivù alle autostrade, per passare alle concessioni per gli ambulanti, quelle balneari, perfino le acque minerali. I soldi persi per strada sono molti. In alcuni casi per tutelare posizioni di rendita, in altri casi per incapacità, spesso per connivenze politiche.

BERLUSCONI E I BEAUTY CONTEST

Una delle storie più intricate riguarda, ovviamente, Silvio Berlusconi e le televisioni. Il vizio originale, come ricorda l'economista Carlo Scarpa, fu l'entrata nel mercato in una «situazione di totale illegalità, per mancanza di regole ma anche per la non applicazione di quelle che c'erano». La vicenda è nota: Berlusconi che trasmette in chiaro sfidando il monopolio pubblico, il prefetto che oscura le trasmissioni, il governo Craxi che interviene in fretta e furia per riportare Mike Bongiorno nelle case degli italiani. Siamo alla fine degli Anni 80, primi 90. Ma mica è stata l'unica occasione: nel 2011, si tratta di assegnare le frequenze per il digitale terrestre. Gara pubblica, quindi? Macché. Il governo Berlusconi preferisce il “beauty contest”, un modo carino per dire che non si paga. Ci penserà poi il governo Monti, tra molti mal di pancia, a cambiare rotta e a imporre il bando: fino al 2012, Mediaset pagava 55 milioni di euro l'anno, l'1% del fatturato. E qui si arriva ai giorni nostri perché il sottosegretario Giancarlo Giorgetti ha annunciato di voler mettere nel mirino i pacchetti multiplex, forse in occasione della ridistribuzione delle frequenze per far spazio a Telecom. Vedremo se le intenzioni saranno rispettate, oppure se anche questa partita rientra nell'accordo che ha portato Marcello Foa alla presidenza della Rai.

Silvio Berlusconi.

Sulle autostrade, molto si è detto e scritto. Certamente fa impallidire il fatto che, nel 1999, per aggiudicarsi il pacchetto di controllo di Autostrade, la cordata guidata dai Benetton abbia sborsato poco più di 5 miliardi di lire (altri 8 furono ottenuti dall'Ipo delle restante azioni) per poi incassare, dal 2001 al 2017, la bellezza di 43,7 miliardi di euro di ricavi da pedaggi che valgono, al netto di oneri, costi e investimenti, 13 miliardi di margine. «Ma almeno in quel caso», spiega Scarpa a Lettera43.it, «ci fu il pagamento allo Stato per rilevare una concessione che prima era pubblica: ci sono altri casi in cui le autostrade sono state semplicemente assegnate a chi le aveva costruite, non mi risultano gare». Qui, però, più di mancate entrate per lo Stato dovremmo parlare di salasso ai danni degli automobilisti. Per quanto riguarda potenziali connivenze politiche, è un dato di fatto che i Benetton, ma anche i Gavio, abbiano finanziato gran parte dell'arco parlamentare, in maniera bipartisan.

Ci sono però altri casi, meno noti, che meritano attenzione. Carlo Stagnaro dell'Istituto Bruno Leoni ricorda, per esempio, le concessioni demaniali degli stabilimenti balneari, «dove le gare proprio non sono state fatte e le aggiudicazioni dirette risalgono a decine di anni fa». Il tira e molla con l'Unione europea su questo campo è, come noto, infinito. «I canoni sono irrisori», sottolinea Stagnaro, «basti pensare che lo Stato incassa ogni anno circa 100 milioni, poche migliaia di euro per ogni stabilimento». Ma l'Italia è sotto procedura di infrazione europea per mancato rispetto delle regole sulla concorrenza anche per le concessioni idroelettriche, perlopiù in mano a Enel, ex municipalizzate (A2A, Iren e altre) ed Edison. Ma il caso più clamoroso, svelato l'anno scorso da un'indagine del Mef stesso, è quello che riguarda le acque minerali. Secondo i dati del ministero dell'Economia, per ogni euro di canone di concessione le società che imbottigliano l'acqua (di tutti, fino a prova contraria) ne ricavano 191,35. I dati sono riferiti al 2015: il fatturato dell'imbottigliamento vale in Italia 2,7 miliardi. Ma nelle casse dello Stato entrano appena 18,4 milioni. Fare affari con lo Stato, a quanto pare, per alcuni imprenditori è facile come bere un bicchier d'acqua.

Maggio 2019 elezioni europee - Moscovici vuole far guardare il dito e non la luna, cosa risponde alla proposta italiana fatta attraverso Savona sulla Bce non prestatore di ultima istanza e sul debito pubblico?

Moscovici, Di Maio e Salvini sono figli diseguaglianze

Ue rischia di implodere con segretario Lega e Le Pen

04 ottobre, 16:45

Moscovici, Di Maio e Salvini sono figli diseguaglianze


PARIGI - "Si ha la sensazione che a vincere siano sempre gli stessi, quelli del nord, e a perdere quelli del sud. Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono figli delle diseguaglianze e delle divergenze, il che non giustifica i loro eccessi. Nella zona euro bisogna ricostruire convergenza, abbiamo bisogno di uno strumento di politica economica dinamico e redistributivo": lo dice il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici in un'intervista al quotidiano Le Monde. Moscovici invoca poi la costruzione di "un blocco solido di forze di sinistra pro-europee e progressiste in Europa"."Ad un'Europa populista - prosegue - bisogna opporre un'Europa popolare, con più trasparenza democratica, in particolare, all'Eurogruppo: decidere del destino della Grecia a porte chiuse, lo dico, è uno scandalo democratico".

"Il partito socialista non ha misurato la sfida esistenziale a cui deve far fronte l'Europa. Per la prima volta nella storia, la sua esistenza è minacciata: può implodere o essere sovvertita da responsabili di estrema destra, Matteo Salvini, Marine Le Pen o Viktor Orban": lo dice il commissario Pierre Moscovici, annunciando che non si candiderà con il Partito socialista francese alle prossime elezioni europee. "In un momento simile - ha aggiunto - bisogna promuovere l'unità di un'Europa potente, più integrata. Non è il momento di indietreggiare o tergiversare".

Alla domanda se non si sentisse più vicino ai Macron che ai socialisti francesi, Moscovici risponde: "Mi sono sempre sentito vicino a una cosa sola, la social-democrazia. La domanda dovrebbe essere piuttosto: chi tra Macron o il Ps è più vicino alla social-democrazia?". Sarebbe pronto a candidarsi in in una lista progressista su proposta di Macron? "Non è la questione. "Non (candidandomi con il Partito socialista,ndr.) non sto rinunciando alle mie convinzioni (...) Riprendo semplicemente la mia libertà di pensiero e di parola". Non voterà socialista? "Il mio voto - risponde Mosovici sarà un voto di convinzione europea".

"L'Europa è a un bivio: se non facciamo niente, gli Orban, i Salvini, i Kaczyinski, i Le Pen disegneranno un'Europa dove la giustizia e la stampa saranno sotto controllo, gli stranieri stigmatizzati, le minoranze minacciate. Populisti per gli uni, nazionalisti per gli altri, tutti questi leader di estrema destra sono per me i nemici delle democrazie aperte e liberali che abbiamo costruito dal 1945 per garantire la pace". Così Pierre Moscovici in un messaggio destinato al suo blog.