Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 3 novembre 2018

I nodi vengono al pettine e i calcoli elettorali della Lega potrebbero bloccare l'azione di governo. Il mandato è chiaro mettere in Sicurezza l'Italia

Allarme Lega a Salvini: "Sulla Tav ci giochiamo le elezioni"


Gli esponenti piemontesi del Carroccio temono ripercussioni alle regionali: "Stiamo facendo risorgere Chiamparino". Le rassicurazioni di Molinari non bastano. Pressing sul Capitano perché argini i grillini e sblocchi l'opera. Rapporti tesi tra Maccanti e Casolati


Sulla Tav c’è un’analisi costi-benefici che non è quella prevista dal contratto di Governo. Alla Lega non serve una commissione per valutare il costo politico che pagherebbe già alle prossime elezioni regionali in Piemonte nel caso si piegasse al volere grillino di bloccare la Torino-Lione ottenendo il beneficio di salvaguardare l’alleanza di Governo, almeno fino all’appuntamento delle europee. Se si aggiungesse pure l'analisi dei rischi, al primo posto da perdere ci sarebbero un bel po' di voti e, come ammette sottovoce più di un esponente del Carroccio, soprattutto la faccia.


Il richiamo all’accordo su cui si basa l’alleanza gialloverde viene citato, ancora una volta da Matteo Salvini, questa volta in un passaggio del libro Rivoluzione di Bruno Vespa: "Noi non rinunciamo alla nostra grande visione sulle opere pubbliche strategiche. Ma – avverte il leader leghista –ci siamo impegnati per contratto a guardare i numeri. I numeri non mentono e ci diranno se bloccare quest'opera ci costerà troppo o no e se è al passo con i tempi". Un’eventualità che il Capitano non riserva, tuttavia, ad altri progetti: “dopo il Tap, si faranno anche il Terzo Valico, le pedemontane, le superstrade, il tunnel del Brennero”, promette Salvini lasciando, appunto, l’unica incertezza sulla Torino-Lione.


Tra gli esponenti della Lega piemontese, inzia a farsi largo il timore che non siano più sufficienti le dichiarazioni pubbliche in cui si ribadisce il sostegno alla Tav. Le posizioni intransigenti dei grillini con le reiterate affermazioni del vicepremier Luigi Di Maio, oltre a quelle del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli insieme alla mozione votata dalla maggioranza pentastellata in Consiglio comunale a Torino, ha già dato ai leghisti un chiaro assaggio del gusto amaro che uno stop all’opera potrebbe facilmente avere per loro nelle urne di maggio. Lo stesso Riccardo Molinari, segretario del partito in Piemonte e capogruppo alla Camera, fatica non poco a essere convincente nei suoi quotidiani tentativi di rassicurare quanti paventano una resa all’alleato idi governo.


Il miracolo di unire tutte le associazioni imprenditoriali e i sindacati (eccetto l’anomala e ideologica posizione della Cgiltorinese) a sostegno della linea ferroviaria rischia di suonare una scomunica nei confronti del Carroccio proprio da parte di quei mondi tradizionalmente vicini, ma nient’affatto disposti a barattare l’alleanza di governo con la cancellazione della tratta internazionale e magari di altri interventi volti allo sviluppo economico e a impedire un isolamento della regione. Sul piano ancor più strettamente politico non sta sfuggendo, in questi giorni, a parlamentari e dirigenti della Lega la “resurrezione” dell’avversario Sergio Chiamparino sempre più riconosciuto come riferimento dell’ampio fronte favorevole, senza titubanze o condizioni, alla Tav. Offrire un’ulteriore ribalta all’attuale presidente della Regione, soprattutto ricandidato, non è cosa sottovalutata da chi si mostra in qualche modo costretto a dipendere dal mantra grillino dell’analisi costi-benefici.


Analisi che la deputata di Forza Italia Claudia Porchietto definisce “drogata da un approccio ideologico, viste le continue dichiarazioni che producono Di Maio, Toninelli e i tecnici”. Porchietto è convinta che si “utilizzeranno alcuni numeri e non tutti con l'unico obiettivo di bloccare la Tav per non far perdere la faccia ai leader nazionali e locali grillini”. Detto ciò l’esponente azzurra torinese chiede a Salvini che “si renda garante dei numeri per il bene del Piemonte, del Nord Italia e del Paese, visto che i numeri sulla Tav non mentono e ci sono stati negli anni innumerevoli studi nazionali e internazionali che comprovano l'utilità dell'opera".


Ma nello stesso Carroccio non tutte le posizioni formano la testuggine evocata da Di Maio: ormai nessuno nega il rapporto burrascoso che si racconta intercorra tra la deputata Elena Maccanti la quale, insieme al collega Alessandro Benvenuto, aveva garantito con una nota ufficiale il massimo sostegno al partner grillino nella gestione del dossier Tav in attesa dell’analisi voluta da Toninelli, e l’altra parlamentare torinese Marzia Casolati,che i voti li ha presi in Val Susa proprio per la sua posizione Si Tav, senza se e senza ma.

Non solo scazzi, ma anche posizioni le cui differenze potrebbero sintetizzarsi in due linee all’interno della Lega: quella più filogovernativa e quindi non propensa ad alzare i toni in difesa dell’opera per non irritare l’alleato e l’altra più territoriale o comunque interprete di un elettorato che di bocciare una grande opera non ne vuole proprio sentir parlare.

È chiaro che la tenuta del punto sullo stop alla Torino-Lione da parte del M5s si è fatta ancora più rigida dopo la retromarcia sull’Ilva appena passata ufficialmente in mani indiane, il via libera al gasdotto Tap e, nelle ultime ore, di un altro probabile crollo di un baluardo pentastellato: l’ok al Muos, la stazione radar americana in Sicilia che i grillini avevano promesso di smantellare.


Difficile dire quanto faccia pendere a favore della Lega e, quindi della Tav, la sensazione colta dagli uomini di Salvini di un minore impegno grillino nel sostenere nelle riunioni di maggioranza il loro no, rispetto ai messaggi che quotidianamente arrivano dai loro vertici. Forse è solo tattica. Di certo la Torino-Lione è l’unico scalpo che Di Maio e i suoi potrebbero, ormai, mostrare al loro elettorale per non perdere la faccia. Lo stesso rischio che corre la Lega, aggiungendo pure la perdita di voti, incominciando proprio dal Piemonte nel caso Salvini decida, costretto dalla ragion di stato, di sacrificare la Tav. Magari cercando di nascondersi dietro il fragile paravento dell’analisi costi-benefici.

Giorgetti e Salvini giocano sporco, molto sporco

Reddito di cittadinanza, Giorgetti frena. Irritazione di Conte, Di Maio e Fraccaro: "Si farà"


Il sottosegretario a Palazzo Chigi: "Complicazioni non indifferenti". Il ministro per i rapporti con il Parlamento lo gela: "Complicazioni da chi insinua dubbi". Il vicepremier: "I soldi ci sono". E il premier: "Lega in piazza? Legittimo, ma con l'Ue parlo io". In serata faccia a faccia Conte-Giorgetti

02 novembre 2018

Tensione altissima, tra Lega e 5Stelle, sul reddito di cittadinanza. E non solo. Tanto che in serata si rende necessario un incontro tra il premier Conte e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti.
Di Maio: "I soldi per il reddito di cittadinanza ci sono"Sul reddito di cittadinanza il vicepremier Luigi Di Maio interviene in diretta Facebook per escludere qualsiasi rallentamento. E annuncia che si procederà per decreto: "Reddito di cittadinanza, pensioni di cittadinanza e quota 100 ci sono nella legge di bilancio: chi dice che non ci sono sta dicendo bugie", perché "in manovra ci sono i soldi, c'è la ciccia", afferma. "Ma le norme regolamentari non possono stare lì" perciò "dopo la legge di bilancio, magari a Natale o subito dopo, si fa un decreto con le norme per reddito e pensioni di cittadinanza e riforma della Fornero. Lo faremo con un decreto, non un ddl perché ci vorrebbe troppo e c'è emergenza povertà".

Giorgetti: "Complicazioni attuative non indifferenti"Una dichiarazione che sembra la risposta a un coinquilino del governo, Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio della Lega, che nell'ultimo libro di Bruno Vespa dice: "Il reddito di cittadinanza ha complicazioni attuative non indifferenti. Se riuscirà a produrre posti di lavoro, bene. Altrimenti resterà un provvedimento fine a se stesso".

Un giudizio tranchant, cui fa seguito un'altra riflessione che rimette distanza rispetto all'alleato M5s. "Ritengo che lo Stato debba fare la sua parte, visto che il credito e il risparmio sono protetti dalla Costituzione", sostiene Giorgetti. "Lo stato - aggiunge - deve perciò ricapitalizzare le banche che ne hanno bisogno, salvo uscire quando si sono risanate. Si è fatto spesso storicamente, nei momenti di crisi finanziaria". Di Maio ha apertamente detto in passato che non intende mettere "un soldo dei cittadini" nelle banche.
Conte: "La riforma partirà. Con l'Ue parlo io"A Giorgetti, dalla Tunisia, dov'è in visita, risponde anche il premier Giuseppe Conte: "La riforma del reddito di cittadinanza partirà l'anno prossimo. Siamo ben consapevoli tutti che va fatta con molta attenzione: è la ragione per cui non è stata inserita adesso, teniamo farla bene e con tutti i dettagli. Non entro nel merito delle cifrè a copertura del reddito di cittadinanza, c'è la libertà di stampa: quello che conta è quello che scrive il governo. Le cifre le facciamo noi, avendo contezza dei dati Istat decidendo noi la platea: le altre non contano. Ci sono le risorse per finanziare il reddito che vogliamo sia per finanziare le riforma della legge Fornero"

Giuseppe Conte con il premier tunisino Yousseff Chahed

"Le lettere il governo italiano le spedisce, ma incontrerò Juncker e gli spiegherò il senso della manovra", ha aggiunto Conte. "Tutti possono fare manifestazioni - ha aggiunto parlando dell'iniziativa di Salvini del prossimo 8 dicembre - ma è il governo a interloquire con le istituzioni europee".

Cosa intende Conte lo precisa meglio subito dopo: "Nelle prossime settimane ci tengo a illustrare personalmente i contenuti della manovra a Juncker e a spiegare come sia il frutto di un lavoro serio e responsabile. Ma - conclude Conte - rimane il fatto che io come Presidente del Consiglio interloquisco con le istituzioni europee, mi siedo io al tavolo con loro e caratterizzo io il tono dell'interlocuzione con loro, con cui, come ho già detto, ho avviato un dialogo costruttivo".
Fraccaro: "Complicazioni se si insinuano dubbi"Qualche ora dopo interviene il ministro per i rapporti con il Parlamento e la democrazia diretta, Riccardo Fraccaro. Ed è ancora più esplicito: "Le complicazioni nascono quando si provano a insinuare dubbi sui punti inseriti nel contratto, che stiamo portando avanti come maggioranza contro tutto e tutti", dice con riferimento alle parole di Giorgetti. "Il Governo non arretrerà di un solo millimetro, porteremo a casa uno ad uno tutti i punti del contratto. Chi non è convinto fino in fondo di ciò che facciamo è destinato a ricredersi. Il cambiamento va avanti senza se e senza ma", aggiunge.

La Lega costretta a una precisazioneLa tensione è tale che fonti della Lega, a metà pomeriggio, sono costrette a precisare: "Non c'è nessuno stop al reddito di cittadinanza". Dopo l'incontro con Conte, Giorgetti dice: "Siamo al lavoro per risolvere i problemi del paese. Siamo sorpresi dalle polemiche inutili e pretestuose. Il governo va avanti unito con Lega e 5 stelle sulle cose da fare a cominciare dal dossier alluvioni, bilancio. Con l'Europa discuteremo con tranquillità e con le idee chiare senza arretramenti".
Tensione Lega-5S sull'anticorruzioneMa è scontro anche sull'anticorruzione: "Non faremo alcun passo indietro sulla norma che riguarda la trasparenza dei partiti e dei loro finanziamenti contenuta nel ddl anticorruzione", dice la capogruppo M5S in commissione Affari Costituzionali della Camera Anna Macina. E il riferimento sembra essere alla decisione della Lega di presentare emendamenti al ddl soppressivi proprio delle norme del testo che riguardano i partiti e le Fondazioni.

Editoria, nuovo attacco di Di Maio ai giornaliOggi intanto, sempre dai social, Di Maio torna anche sul tema dei vitalizi e sulla misura prevista dalla legge di Bilancio. Con la manovra "diciamo ai consiglieri regionali che o si tagliano i vitalizi o noi tagliamo i trasferimenti per le spese di funzionamento, se i consiglieri non si tagliano il vitalizio noi tagliamo ai consiglieri regionali gli stipendi".

E in merito ai tagli all'editoria, un tema su cui anche il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha raccomandato cautela in difesa della libertà di stampa, aggiunge: "Li vedrete nella legge di bilancio nei prossimi giorni. Non li abbiamo approvati in Cdm perché stiamo vedendo bene le norme: qualcosa sarà aggiunto con emendamento nella piena autonomia del Parlamento". Poi lancia l'ennesimo attacco ai giornali: "Anche i fondi alle testate locali vanno erogati in modo meritorio, voglio investire magari per far nascere nuovi giornali e non per tenere quelli che restano aperti solo per prendere i finanziamenti".

Brasile - Il ciclo si chiude il Partito dei Giudici al governo, distrutta la classe politica che tentava di ridistribuire un pò di ricchezza è salito al potere il rappresentante dell'élite mondiale

Brasile: accettando di diventare super-ministro per Bolsonaro, Sergio Moro ha perso la faccia


Mondo | 2 novembre 2018

“Não, jamais, jamais”. No, mai, mai. Così, il 5 novembre del 2016, quando l’inchiesta Lava Jato era ancora ai suoi albori, il giudice Sergio Moro aveva risposto a Fausto Acevedo, un giornalista de O Estado de S. Paulo, che gli chiedeva se avesse qualche intenzione, nell’immediato o in futuro, di cavalcare l’onda della sua improvvisa popolarità per “darsi alla politica”. “Io – aveva senza esitazioni risposto – faccio un altro mestiere”. Ed aveva aggiunto: “Rispetto la politica e chi fa politica, ma sono un uomo di giustizia. E giustizia e politica devono restare separate”.

Altri tempi, altre parole. Ieri, quasi esattamente due anni più tardi, Sergio Moro si è, contraddicendo se stesso, “dato alla politica”. Più che “darsi”, anzi, si è letteralmente e con molto sbracata incoerenza buttato via, accettando la proposta di diventare super-ministro della Giustizia (ed una sorta di “zar anticorruzione”) nel governo del neo-eletto presidente Jair Messias Bolsonaro. Ovvero: mettendo se stesso e la propria fama (di prestigio, ormai, non è più davvero il caso di parlare) non solo al servizio della politica, ma d’una politica che, prendendo come parametro quello che Bolsonaro ha detto e fatto negli ultimi 30 anni, con la Giustizia – se per Giustizia s’intende la difesa dello stato di diritto, dei diritti umani e della legge – poco o nulla (molto più nulla che poco) ha a che fare.

Una cosa va subito detta. Per quanto disgraziata si possa considerare la scelta di Moro, l’ingresso dell’ormai ex giudice nel governo Bolsonaro in nulla modifica il giudizio sulle inchieste che sono state fin qui da lui condotte, in rossiniano crescendo, partendo da quello che sembrava un banalissimo caso di riciclaggio consumato in un centro di lavaggio d’auto (di qui il nome dell’inchiesta) in una stazione di servizio di Curitiba. I fatti restano fatti, i corrotti restano corrotti, le bustarelle restano bustarelle, i colpevoli, colpevoli, gli innocenti, innocenti. Nel bene o nel male, tutte le certezze e tutti i dubbi che hanno accompagnato l’intero processo restano tali. E tale – un alibi nefasto che ha finito per favorire l’ascesa di Bolsonaro – resta la pretesa d’una parte della sinistra brasiliana d’attribuire ad una cosmica congiura anti-PT il cataclisma politico-giudiziario che, in due anni, ha di fatto demolito l’intera classe politica brasiliana.

Quello che cambia – e non è cosa da poco – è il fatto che, accettando la proposta di diventare super-ministro della Giustizia, Moro ha, come in un rituale di pubblica e vassallesca sottomissione, offerto tutto questo al nuovo sovrano. E che ha, così facendo, spogliato l’intero processo della sua veste di “apolitica” neutralità. Il Lava Jato è, da ieri, proprietà di Bolsonaro. E, sebbene nell’accettare il nuovo incarico, quest’ultimo abbia, com’è ovvio, annunciato le sue dimissioni dalla magistratura – e sebbene Bolsonaro gli abbia formalmente garantito “carta bianca” – nessuno potrà, d’ora in poi, seriamente guardare alle inchieste in corso (o a quelle già concluse) come a un atto di pura e credibile giustizia. Con Bolsonaro alla presidenza e con Moro ministro tutto il Lava Jato entra – ed entra nel modo peggiore – nel tritacarne della politica brasiliana. Più brutalmente: Sergio Moro s’è guadagnato ieri una poltrona nel rinnovato “salotto buono” del potere politico, ma ha, una volta per tutte, perso la faccia.

Va da sé che Moro entra nel nuovo governo del fascista Jair Bolsonaro sventolando il vessillo – quello della lotta alla corruzione – che lo ha fin qui definito di fronte alla pubblica opinione. Lo stesso vessillo che, con una mossa propagandistica tanto scontata quanto strumentale, ha spinto Bolsonaro a chiamarlo a corte. Ed è più che possibile che davvero l’ex giudice sia ora convinto di poter usare le sue nuove funzioni politiche per risanare, finalmente, uno dei mali storici del Paese. Quel che accadrà, si vedrà. E, come in ogni processo che si rispetti, saranno i fatti a determinare, anche in questo caso, la sentenza. Se però la Storia del Brasile e la biografia politica di Bolsonaro sono di qualche indizio, molto difficile è immaginare che il nuovo presidente abbia davvero qualche serio proposito di sradicare la malapianta.

Il nuovo governo in via di formazione si presenta fin d’ora come una rinnovata ma non meno disgustosa miscela delle tradizionali tre “B” – biblia (bibbia, il fondamentalismo cristiano), bala (pallottola, violenza di Stato) e boi (bue, laddove il pio animale sta per la vecchia e feroce oligarchia agraria latifondista – che da sempre definisce (e quasi sempre definisce nel sangue) la destra brasiliana. Il che oggi significa essenzialmente due cose: un ritorno al potere dei militari, accompagnato da una gestione “liberista” dell’economia, pratica che, affidata alla fantasia dell’ormai stagionato “Chicago Boy” Paulo Guedes, vanta illustri precedenti di armoniosa alleanza (vedi il caso del Cile di Pinochet) con le più cruente forme di dispotismo politico. Una cosa viene data per certa. Petrobras – l’ente petrolifero statale che è al centro dello scandalo che sconvolge il Brasile e mezza America Latina – non passerà, come vorrebbe la dottrina liberista, in mani private, ma andrà, per l’appunto, sotto il controllo dei militari.

Ovvero: tornerà alle origini. Perché chiunque conosca la storia del Brasile – ed in particolare quella della sua corruzione, splendidamente raccontata da Alex Cuadros nel libro “Brazillionaires” – sa come la malattia sia in effetti cominciata, in un perverso intrecciarsi di interessi pubblici e privati, proprio sotto la dittatura militare che tanto struggenti nostalgie suscita nel nuovo presidente. Fu proprio sotto i militari che un altro dei protagonisti del Lava Jato, Odebrecht – così come molti altri potentati economici e centri d’infezione, vedi il caso di Eike Batista– si trasfigurò appalto dopo appalto, bustarella dopo bustarella, da piccola impresa in un mostro divora-tutto…

Lotta alla corruzione? Se qualcuno ci crede, si faccia vivo. Ho da vendergli, a prezzi stracciati, una bellissima ed antica fontana nel centro di Roma…

NoTap - maggio 2012 attentato alla scuola a Brindisi. Li si è deciso il Tap. Una consolazione ci si può innestare il Turkish Stream


TAP: Alcune (impopolari) considerazioni

Davide 2 novembre 2018 , 8:37 

DI FRANCESCO SANTOIANNI


Ma davvero dietro l’OK del Governo Conte al TAP ci sarebbe una marchetta che il Movimento Cinque Stelle ha dovuto pagare a Trump? La “notizia” (che ribalta la vulgata, finora dominante, di un Movimento Cinque Stelle asservito a Putin) dilaga su tutti i mainstream, insieme alle farneticazioni secondo le quali non ci sarebbe stata nessuna “penale” (termine inesatto utilizzato da di Maio che, verosimilmente avrebbe dovuto parlare di risarcimento dei danni economici, anche se la sostanza non cambia) da pagare in caso di blocco del TAP. Ma come stanno davvero le cose? Prima, alcune considerazioni (spero non troppo impopolari negli ambienti che frequento) sul famigerato TAP (imposto dal governo Monti e ratificato con un Trattato dal governo Letta) e su alcune argomentazioni – per me poco convincenti – dei suoi oppositori.

Per quanto riguarda quelle paesaggistiche va detto che, a Marina di Melendugno, la spiaggia di San Foca (punto di approdo del gasdotto) non ha affatto quelle caratteristiche naturalistiche e paesaggistiche di molte altre aree della costa salentina e non si comprende perché mai l’interramento, a dieci metri di profondità, di tubi, del diametro di 120 centimetri, potrebbe arrecare una compromissione paesaggistica o naturalistica considerando, ad esempio, i tanti gasdotti che approdano oggi in Italia o i tanti scavi che vengono effettuati, senza particolari remore, nei centri storici delle nostre città o nelle nostre coste.

Analoghe considerazioni per i restanti otto chilometri di gasdotto TAP e del successivo gasdotto SNAM (56 km) che si collegherà al Terminale di Ricezione alla rete nazionale di Snam a Mesagne. Sull’intero tracciato del gasdotto dovrebbero essere spiantati, e poi ripiantati a fine lavori, sul tracciato TAP circa 1.900 ulivi e sul tracciato SNAM, 8.000 ulivi. Una operazione di routine e senza particolari rischi per questi alberi, in una regione (60 milioni di alberi di ulivi) che ha già visto, nel solo 2017, 2.500 ulivi spostati, per far posto alle nuove condutture dell’Acquedotto pugliese. Per quanto riguarda, invece, il rischio di davvero improbabili disastri connessi al gasdotto (che si direbbero enfatizzati anche dalle lobby del carbone dopo l’incidente di Baumgarten) è da notare che nessuno, o quasi, finora si è preoccupato dei quasi 40mila chilometri di grandi metanodotti dorsali in alta pressione che da decenni attraversano l’Italia, anche in aree fortemente sismiche.

Più convincenti, invece, appaiono altre critiche al TAP quali, ad esempio, l’antiecomomicità dell’opera (attualmente, in Italia c’è già un eccesso di offerta di gas), e, la probabile destinazione del gas nella stagione estiva (periodo di basso utilizzo): i pozzi di gas esausto nella Val Padana. Uno stoccaggio denso di pericoli ma che non ha suscitato nessun movimento di protesta degno di nota.

Si, ma allora perché – con davvero flebili argomentazioni – è cresciuto il Movimento No-TAP? Sostanzialmente perché vivendo di luce riflessa dal ben più poderoso Movimento No-TAV (che, giustamente, si batte da anni contro un progetto molto più devastante di quello del gasdotto salentino) ha suscitato l’attenzione di molti sindaci salentini che, verosimilmente, speravano e sperano di ricevere, anch’essi per il loro Comune, i 500.000 euro ogni anno previsti per il Comune di Melendugno. Ad alimentare ulteriormente questo movimento: il suggerimento del Governatore della Puglia, Michele Emiliano, di cambiare l’approdo del TAP da Marina di Melendugno al Porto di Brindisi (una proposta certamente ragionevole se non fosse che era avanzata da Emiliano DOPO l’emanazione del decreto imposto dal PD “Sblocca Italia” che estrometteva le Regioni da qualsiasi ruolo nella realizzazione di “opere strategiche”); il tracotante diniego delle autorità ad attuare la VIA e a concedere, l’Accesso agli Atti (concesso dal Ministero dell’Ambiente solo nel settembre di quest’anno) e, soprattutto, le promesse preelettorali di sospendere subito i lavori del TAP da parte di attivisti Cinque Stelle, divenuti poi parlamentari o ministri.

Promesse svanite dopo l’incontro tra Mattarella e Aliyev (presidente dell’Azerbaijan, dove si trovano i giacimenti di gas) che chiedeva il rapido completamento del gasdotto, e l’annuncio di Conte, che evidenziava i danni economici (20-35 miliardi di euro) da pagare a seguito dell’interruzione dei lavori. A questo punto, tutti i media mainstream e pure la “sinistra antagonista” a sghignazzare che, per il nostro Paese, “non ci sarebbe stata nessuna penale“ . In più, come già detto, il no allo stop dei lavori veniva addebitato ad un inconfessabile accordo tra Conte e Trump incontratisi qualche settimana prima. Ovviamente, su questo ultimo punto, nessuno si degnava di segnalare che il gasdotto TAP è di una portata inconsistente rispetto all’approvigionamento di gas che la Russia garantisce oggi all’Europa e che la stessa Russia è interessata alla realizzazione del TAP, sia per collegarci il suo gasdotto North Stream 2, sia per limitare il business della navi gasiere (che si apprestano a soppiantare i gasdotti) saldamente tenuto in mano dagli USA.

Tra l’altro, è davvero surreale che le critiche al Governo Conte di arrendersi davanti ai danni economici di una disdetta del contratto provengano da quegli stessi “rivoluzionari” che – in nome dello “Stato di Diritto” criticavano l’impegno del Governo a disdire unilateralmente il contratto con Atlantia ai tempi del crollo del Ponte di Genova.

Ben altre sarebbero le considerazioni da fare, soprattutto dopo la bocciatura della TAV voluta dai Cinque Stelle al Comune di Genova. Ad esempio, denunciare l’illusione dei Cinque Stelle di poter portare avanti un programma a difesa delle masse popolari “soltanto” con una maggioranza parlamentare e stando al governo. Senza, cioè, preoccuparsi di neutralizzare i veri poteri del Capitale che stanno annidati nei Consigli di amministrazione, nella “giustizia borghese”, nella burocrazia, nei media… Sarebbe stata una operazione salutare per i milioni di italiani che hanno votato Movimento Cinque Stelle e per le migliaia di suoi sinceri attivisti.

Sarebbe stata una salutare iniziativa, ma non lo è stata. Anche perché, qui sul web, l’unica cosa che la “sinistra antagonista” riesce oggi a dire è chiedere le “dimissioni del Governo” e annunciare controproducenti manifestazioni “contro il razzismo e il fascismo”.

Francesco Santoianni



1.11.2018

Sempre più convinti di mettere sotto tutela la Francia, soprattutto se continua ad esprimere Presidenti come Sarkozy, Hollande, fanfulla Macron


CAOS LIBIA/ Luttwak: così la Francia vuole boicottare la pace dell’Italia

Ancora una volta la Francia cerca di sostituirsi all’Italia nella situazione libica, convocando un vertice a sorpresa pochi giorni prima di quello italiano

02.11.2018 - int. Edward Luttwak

Carri armati a Tripoli (LaPresse)

L’ennesimo colpo basso di Macron all’Italia? L’Italia ha organizzato per 12 e 13 novembre a Palermo un vertice mondiale sulla Libia, con la presenza del generale Khalifa Haftar che ormai è diventato l’unico referente per il paese nordafricano, dopo gli scontri a Tripoli che hanno reso irrisorio il ruolo di Fayez al Serraj. Un vertice a cui prenderanno parte Russia e Stati Uniti, anche se non saranno presenti Putin e Trump, ma i loro massimi rappresentanti, e Angela Merkel fra i molti altri. Oggi tuttavia si è saputo, dal ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian, di un vertice previsto il prossimo 8 ottobre a Parigi in cui sono invitate non specificate “personalità di Misurata” fino a ieri schierate con Serraj. “Un evidente sgarbo all’Italia, dopo molti altri, di Macron” ha detto al Sussidiario l’opinionista americano Edward Luttwak, “ma nessuno si faccia più illusioni: in Libia comandano dozzine di milizie indipendenti che fanno il bello e cattivo tempo. L’unica strada per risolvere il caos libico è inviare 50mila soldati di una coalizione europea in grado di disarmare le milizie”.

Luttwak, siamo davanti all’ennesimo colpo basso di Macron di ostacolare l’Italia nel tentativo di pacificare la situazione libica?

Queste attività diplomatiche sono tutte di natura aleatoria.

Cosa intende dire esattamente?

Sono marginali rispetto alla verità della situazione libica. In Libia chi detiene il potere sul territorio sono un numero indeterminato di cosiddette milizie grandi e piccole che funzionano a livello di zone grandi come l’Italia o piccole come una strada, le quali sono armate e non sono controllate da nessuno. L’unica soluzione del caos della Libia richiede un minimo di 50mila soldati europei ben armati e pronti a sparare così che possano disarmare le milizie senza sangue.

Non crede che invece sarebbe proprio un bagno di sangue?

Se ne metti 5mila come sta facendo l’Onu, i soliti soldati demotivati e male addestrati che arrivano da tutto il mondo senza sapere esattamente cosa fare, allora ci sarebbe il bagno di sangue. Ma se mandi 50mila soldati ben motivati, ben preparati, possono ottenere il disarmo senza morti.

Una opzione difficile da realizzare. Intanto Macron continua a manovrare nell’ombra, che ne pensa?

Se i francesi sono pronti a mandare 50mila soldati, allora hanno diritto di parlare, ma convocare un altro vertice senza coinvolgere l’Italia è fare apposta per disturbare l’iniziativa italiana. Un tempo la Francia era una grande potenza, oggi si è ridotta a questi sistemi balordi.

Cosa deve fare l’Italia per mandare a buon fine la conferenza di Palermo?

Nessuno può far qualcosa a livello esclusivamente diplomatico. E’ stato invitato Haftar, ma neanche lui può controllare le milizie. E’ vero però che l’Italia è l’unico paese al mondo che conosce la Libia ed è legittimata a trattare con lei. Ma bisogna tener conto che la Francia ha sfasciato un paese che si reggeva in modo pacifico, grazie anche alle tre terribili signore americane.

Chi sarebbero?

Hillary Clinton, Susan Rice (ex consigliere per la sicurezza nazionale) e Samantha Power (ex rappresentante permanente per gli Stati Uniti d’America alle Nazioni Unite). Queste donne hanno deciso quel giorno alle sei di sera ora di Parigi, mezzogiorno a Washington, che gli Usa dovevano rovesciare Gheddafi, dopo che l’allora segretario della Difesa aveva deciso con i capi di stato maggiore dell’esercito americano di non intervenire in Libia. Ci fu una dichiarazione autorizzata da Obama del non intervento americano diffusa alle 11 di mattina ora di Washington. Lo stesso giorno, un’ora dopo, Hillary Clinton decide che gli americani intervengono. Obama cambiava idea a seconda dell’ultima persona che incontrava. E aveva incontrato la Clinton.

Ha detto che l’Italia è il solo paese al mondo che può trattare con la Libia, cosa deve fare in concreto?

Può ignorare lo sgambetto francese e dire che è una cosa indegna ma non deve scaldarsi troppo. Deve contattare i suoi amici in sede europea, chiedere di fare una coalizione europea, ritirandosi da attività militari di scarsa importanza come quella in Afghanistan. Di soldati europei che non fanno niente ce ne sono dappertutto.

Anche la Russia è coinvolta in Libia, che ruolo può svolgere?

Non è coinvolta per niente, fanno solo piccoli affari sporchi, non ci sono truppe russe. Tutte le attività in Libia sono da considerare infantili o commerciali, non sono cose serie. Chi controlla la Libia sono le milizie armate, gli unici che hanno potere sul territorio. Gli altri fanno solo affari sporchi con i migranti o rubano petrolio.

Tra Francia e Italia invece, Trump da che parte sta?

I capi di stato maggiore americani non volevano intervenire in Libia grazie al parere dei loro colleghi italiani, che sconsigliavano di farlo. Ancora oggi pensano che solo l’Italia deve intervenire in Libia, e quindi gli unici che sono autorizzati sono gli italiani. Non gli inglesi e non i francesi. Era così quella mattina che si decise l’intervento ed è ancora così oggi.

(Paolo Vites)

Patrizia Cecconi - Gli ebrei nelle terre di Palestina sono un cancro da estirpare - rapiscano all'aeroporto scrittrice statunitense, il popolo eletto continua a seminare odio paura terrore

Aeroporto Ben Gurion. Il volto democratico di Israele

02.11.2018 - Patrizia Cecconi

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

(Foto di Wikimedia Commons)

Domani 3 novembre inizia a Gerusalemme il Festival della letteratura palestinese e scrittori di origine palestinese, provenienti da vari paesi del mondo in cui vivono in seguito alla diaspora seguita al “48, arrivano o tentano di arrivare nella “città santa”.

Anche Susan Abulhawa, autrice, tra l’altro, del famosissimo “Ogni mattina a Jenin”, il romanzo-saga di una famiglia palestinese con cui l’autrice ricostruisce la storia della Palestina dal 1947 al 2002, provava ad arrivare a Gerusalemme. Provava, provenendo dagli Stati Uniti in cui vive, ma al Ben Gurion è stata fermata, praticamente detenuta in attesa di essere estradata perché Israele non la considera persona gradita.


E’ d’obbligo una precisazione: la scrittrice non intendeva andare in Israele, ma visto che la Palestina TUTTA, senza alcuna eccezione, ma solo con modalità diverse, è ASSEDIATA dallo Stato ebraico il quale, infatti, detiene le chiavi di accesso e decide arbitrariamente chi può entrare e chi no, è stata bloccata ed ora è detenuta arbitrariamente e le si vuole impedire di partecipare al festival palestinese.

Una strana democrazia quella israeliana! Non si limita ad aver paura del dissenso, non si limita a commettere crimini quotidiani contro i palestinesi sotto occupazione e sotto assedio, ma mostra il suo biglietto da visita di Stato che ignora, anzi calpesta la libertà di espressione, fin da quando si scende (quando ci si riesce, perché a volte si viene addirittura bloccati in partenza) nell’aeroporto dedicato a Ben Gurion. Il padre di questo Stato, l’uomo che un giorno prima della fine del Mandato britannico sulla Palestina AUTOPROCLAMO’ la nascita di Israele andando fuori della stessa Risoluzione Onu 181 che proponeva la partizione della Palestina storica in tre aree.

Con quale diritto Israele, che avendo chiuso quel che resta della Palestina nel suo illegale assedio sotto la sua illegale occupazione militare, può decidere chi far entrare e chi no? La risposta è semplice: con nessun diritto, ma solo con l’arroganza della forza che gli deriva dalla benevolenza internazionale verso il suo agire arbitrario e i suoi continui reati.

La società civile, avvertita dell’abuso dal comunicato di Mondoweiss (organizzazione statunitense di ebrei ortodossi critici di Israele) si sta muovendo con una petizione per l’immediato rilascio della scrittrice.

Pochi giorni fa la stessa cosa successe con un’altra cittadina americana e fece notizia. Ma quasi ogni giorno questo succede con persone non famose che Israele, nel silenzio mediatico, può senza disturbo detenere e/o estradare a suo libero arbitrio.

Se si dovesse seguire l’esempio israeliano verrebbe meno uno dei fondamenti della Costituzione italiana (l’articolo 21 e non solo quello). Consentire a Israele di seguitare ad agire al di fuori della normativa internazionale sui diritti umani, inoltre, fa venir meno l’autorevolezza delle stesse istituzioni internazionali, aprendo pericolosamente la strada alla demolizione dell’impianto giuridico su cui poggia la stessa Onu.

Se la petizione lanciata paradossalmente proprio da un’organizzazione ebraica avrà successo, la scrittrice potrà partecipare all’importante iniziativa culturale che si svolgerà nei prossimi giorni a Gerusalemme e di cui vi daremo notizia.

La nostra testata ritiene importante aderire alla petizione citata e invita i propri lettori a fare altrettanto. La cultura non può essere blindata, né possono esserlo le vite umane e Israele, purtroppo, mostrando al mondo che questo è possibile senza pagare sanzioni, diventa un oggettivo nemico non solo dei palestinesi, ma di tutta la comunità mondiale che si riconosce nelle norme del Diritto umanitario internazionale.

Chi vuole firmare la petizione di Mondoweiss può andare qui.

La Fed è decisa a scaricare la crisi statunitense sul resto del mondo, da qui l'aumento dei tassi d'interessi, la stessa General Elettric accusa crisi di liquidità, sarà seguita da altre società, l'Argentina è il primo stato a cadere sotto la mannaia dei debiti in dollari e il prestito preso dal Fmi affosserà sempre di più il suo popolo. Morte e distruzioni ci attendono. Il governo verde-oro ha il mandato di mettere l'Italia in sicurezza, Moneta Complementare cercasi

[L’analisi] Quei problemi dell’America che preoccupano il governo del Cambiamento

La politica monetaria restrittiva della Fed non dovrebbe intaccare la crescita dell’economia ma sta mandando al tappeto le Borse. Alcuni analisti temono che possa nascere una nuova grave crisi finanziaria. Ancora una volta i nodi da sciogliere sono debito e banche. Se Oltreoceano la situazione dovesse precipitare la politica economica del nuovo esecutivo gialloverde sarebbe destinata a un clamoroso insuccesso con gravi ripercussioni sui conti pubblici





L’esito della sfida lanciata all’Europa dal governo del Cambiamento (manovra con deficit nettamente superiore rispetto a quanto concordato precedentemente) potrebbe dipendere da quanto accadrà negli Stati Uniti nei prossimi mesi. L’America sta vivendo una fase economica molto particolare. La politica monetaria restrittiva della Federal Reserve (che a settembre ha aumentato i tassi di interesse per l’ottava volta dal dicembre 2015, ben tre volte nel solo 2018) sta producendo effetti collaterali sull’economia che stanno allarmando più di un economista.

Stime sul Pil riviste al rialzo 

Il giro di vite sul costo del denaro (necessario per tenere sotto controllo l’inflazione dopo anni di quantitative easing) non dovrebbe produrre effetti particolari sulla crescita economica. Lo scorso settembre, annunciando il rialzo dei tassi di 25 punti base in un intervallo tra 2 e 2,25%, la Fed ha rivisto al rialzo le stime sulla crescita del Pil nel 2018 e nel 2019. Quest’anno dovrebbe attestarsi al 3,1%, l’anno prossimo al 2,5%.

Ottobre nero per Dow Jones e Nasdaq 

Se dalla stretta monetaria l’economia reale dovrebbe uscire indenne (o con danni contenuti) lo stesso non si può dire per il settore finanziario che ha già iniziato a pagare un costo salato. Nel mese di ottobre severe correzioni hanno colpito sia il Dow Jones che il Nasdaq, ovvero i due principali indici borsistici americani. Il Dow Jones (l’indice dei titoli industriali) ha perso quasi il 6% rispetto ai massimi. Il Nasdaq (l’indice dei titoli tecnologici) quasi il 9%.

Andamento del Dow Jones nell'ultimo anno
Andamento del Nasdaq nell'ultimo anno

Gli analisti hanno iniziato ad interrogarsi se si tratta di una semplice correzione o di un cambio di tendenza dopo la lunga corsa iniziata nel 2010 quando Wall Street iniziò a mettersi alle spalle la crisi finanziaria dei subprime che portò al fallimento di Lehman Brothers.
Ancora una volta è un problema di debiti

Scheletri che tuttavia potrebbero riemergere dato che a preoccupare gli economisti sono proprio alcuni nodi finanziari pericolosi quanto quelli di undici anni fa. Il primo è il debito corporate, ovvero il debito delle aziende private, cresciuto notevolmente negli anni del quantitative easing. Una montagna di 2400 miliardi che potrebbe esplodere come una mina vagante. La punta dell’icerberg della crisi è stata il colosso industriale General Electric che recentemente ha annunciato un drastico taglio del dividendo (da 12 a 1 centesimo) ed è stata colpita da un downgrade di Moody’s.
.. e di banche 

Altro nodo delicato è poi quello delle banche regionali. In questo caso a far drizzare le orecchie è stata la decisione della Fed di ammorbidire i requisiti di liquidità. Un regalo che ha fatto gridare allo scandalo uno dei membri del board della banca centrale americana, che senza mezzi termini ha parlato di “rischio per i contribuenti americani di dover pagare un’altra volta per il salvataggio delle banche”.

L'America potrebbe mandare gambe all'aria Salvini e Di Maio 

Purtroppo per noi le vicende di Oltreoceano riguardano anche il nostro Paese. La grande scommessa del governo del Cambiamento è che la manovra in deficit non farà aumentare il debito pubblico grazie alla maggiore crescita economica. Ma questo scenario si basa sull’ipotesi che non ci siano shock economici esterni, cosa che ovviamente non sarebbe vera se gli Stati Uniti dovessero trovarsi alla prese con una nuova severa crisi finanziaria. L’America è la più grande economia del mondo e come noto quando starnutisce le altre nazioni si beccano un raffreddore. Quanto succede a Washington è cruciale per l’Europa e ovviamente per l’Italia. Proprio per questo motivo diversi economisti italiani hanno consigliato l’esecutivo di non fare una manovra in deficit per prevenire eventuali crisi indipendenti dalla nostra politica economica. I conti pubblici in ordine ci avrebbero aiutato ad affrontare meglio un nuovo (eventuale) shock sui mercati finanziari. Salvini e Di Maio hanno deciso di far finta di niente e giocare ugualmente d’azzardo gonfiando il deficit nel prossimo triennio. La speranza è che per i cittadini non ci sia un conto salato da pagare.


Gli ebrei nelle di Palestina sono un cancro da estirpare - rapiscono una scrittrice statunitense, feccia della peggiore specie


02 nov 2018
by Redazione

Fermata ieri allo scalo di Tel Aviv, potrebbe essere deportata. L’autrice di “Ogni mattina a Jenin” avrebbe dovuto partecipare al Festival di Letteratura Palestinese di Gerusalemme


AGGIORNAMENTI

Sarà deportata questa sera la scrittrice Susan AbulHawa

Susan Abulhawa, bloccata all’aeroporto di Tel Aviv, sarà deportata questa sera. Lo ha deciso una corte israeliana. La scrittrice è accusata di “violazione le procedure” non avendo “coordinato in anticipo” il suo arrivo come aveva imposto Israele nel 2015 quando già non fu fatta entrare mentre dalla Giordania si accingeva ad entrare in Cisgiordania

della redazione

Roma, 2 novembre 2018, Nena News – Ieri mattina la scrittrice palestinese-americana Susan Abulhawa è stata fermata al suo arrivo all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv ed è ora detenuta dalle autorità israeliane. A dare la notizia è un’amica dell’autrice, Linda Hanna, che ha parlato con il suo legale. Secondo Hanna, Abulhawa potrebbe essere deportata: non le sono state fatte domande al momento della detenzione ma le è stato fatto presente che il fermo è dovuto all’assenza di un visto.

Il visto non è necessario ai cittadini statunitensi. Ma, avrebbero detto le autorità israeliane, avendo l’autrice già subito una deportazione tre anni fa, avrebbe dovuto richiederlo. Abulhawa, secondo Mondoweiss, sarebbe dovuta apparire di fronte a una corte ieri sera, ma non si hanno altre informazioni in merito.

Questa mattina il quotidiano israeliano Haaretz riporta le dichiarazioni della portavoce dell’Autorità per la popolazione, l’immigrazione e i confini, secondo cui la ragione del fermo non è relativa alle attività che Abulhawa avrebbe svolto ma al fatto che non ha in precedenza coordinato il suo ingresso: “Alla fine di luglio 2015 – ha detto la portavoce – Abulhawa è arrivata al valico di Allenby e ha avuto un atteggiamento iroso e volgare e soprattutto si è rifiutata di cooperare quando le è stata chiesta la ragione della sua visita. Da quel momento le è stato reso chiaro che ogni ingresso futuro sarebbe dovuto essere coordinato in anticipo”.

La scrittrice stava raggiungendo Gerusalemme per partecipare al Palestinian Literature Festival, festival di letteratura che inizierà domani e si concluderà il 7 novembre, sponsorizzato dal British Council. Per lei si sono già mobilitati in tanti: una raccolta firme per chiederne il rilascio è partita online e numerosi attivisti stanno lanciando appelli sui social.

Abulhawa è tra le più note scrittrici palestinesi al mondo. Tra le sue opere più note, “Ogni mattina a Jenin” e “Nel blu tra il cielo e il mare”. E’ la fondatrice dell’ong Playground for Palestine, organizzazione che si occupa della costruzione di parchi gioco sia in Palestina che nei campi profughi dell’agenzia dell’Onu Unrwa in Libano.

I genitori sono nati ad a-Tur, a Gerusalemme, da cui sono stati cacciati con la forza nel 1967, durante la guerra dei Sei Giorni, diventando rifugiati. Prima in Giordania, poi in Kuwait dove Susan è nata. Abulhawa è inoltre un’attivista della campagna Bds – Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni – contro cui Israele ha messo in campo energie e milioni di dollari. Dopo l’approvazione della legge che criminalizza il boicottaggio, le autorità israeliane hanno enormemente ristretto gli spazi per gli individui e le associazioni che promuovono la campagna, nata nel 2005 su spinta della società civile palestinese.

Negli ultimi mesi sono stati numerosi gli attivisti, anche ebrei, detenuti e in alcuni casi espulsi all’aeroporto Ben Gurion. Tra loro l’americana ebrea Ariel Gold di CodePink; la professoressa e membro di Jewish Voice for Peace, Katherine Frank; e l’attivista ebreo americano Simone Zimmerman, del movimento contro l’occupazione IfNotNow. Nena News

Il governo italiano può stampare moneta, e voilà ci sono i soldi per gli investimenti


La mossa del cavallo con la UE

Fabio Conditi 2 novembre 2018 , 4:43 


Nel gioco degli scacchi, il cavallo è l’unico pezzo della scacchiera che può scavalcare gli altri pezzi, ma con un movimento ad “elle” che permette mosse imprevedibili, da cui deriva la consuetudine di chiamare “mossa del cavallo”, in senso figurato, una iniziativa abile e inattesa, che permette di liberarsi da un impedimento o di uscire da una situazione critica.

L’Italia è sicuramente oggi in una situazione critica, perché certamente gli italiani hanno scelto un Governo sovranista e populista, che aveva nel suo programma di Governo l’intenzione di fare finalmente politiche espansive.

Ma nel momento in cui si è cercato di tradurre questo programma in numeri all’interno del DEF, il Documento di Economia e Finanza dello Stato, ci si è resi conto che le regole ed i vincoli dell’Unione Europea, sono tali da impedire di fatto la realizzazione di questo tipo di politiche.

Per uscire dalla crisi economica è necessario fare investimenti, sui quali siamo tutti d’accordo, ma per fare investimenti servono soldi, per cui in questo momento la discussione politica è diventata uno scontro tra due opposte fazioni che sostengono politiche economiche completamente diverse.

Politiche di austerity

Da una parte ci sono i sostenitori delle politiche di austerity, che ritengono sia necessario fare investimenti senza fare nuovo debito pubblico, quindi rimanendo all’interno del pareggio di bilancio, che significa comunque togliere soldi a qualcuno con le tasse o la riduzione della spesa.

Queste persone credono di poter ridurre il rapporto Debito/PIL operando soprattutto sul numeratore, cioè sul Debito riducendo il deficit, cercando di mantenere comunque alto il PIL.

L’esperienza di questi anni ha però ampiamente dimostrato che la riduzione del deficit produce una maggiore riduzione del PIL, che comunque fa aumentare il rapporto Debito/PIL.

Politiche espansive

Dall’altra ci sono i sostenitori delle politiche espansive, cioè l’attuale Governo, che ritengono sia necessario fare investimenti aumentando i deficit, cioè aumentando il debito pubblico con l’emissione di nuovi Titoli di Stato.

Queste persone credono di poter ridurre il rapporto Debito/PIL operando soprattutto sul denominatore, cioè sul PIL aumentando la spesa, cercando di mantenere comunque basso l’aumento del Debito.

L’esperienza di questi anni in altri paesi ha ampiamente dimostrato che l’aumento della spesa a deficit produce una crescita del PIL ma non necessariamente una riduzione del rapporto debito/PIL, da qui derivano le critiche alla manovra da parte delle istituzioni europee che chiedono a gran voce il rispetto tassativo dei vincoli previsti dai trattati.

La “mossa del cavallo” dello Stato

In realtà c’è una terza via per lo Stato, che equivale alla “mossa del cavallo”, perché non ha bisogno di coperture finanziarie e non richiede l’emissione di Titoli di Stato che aumentano il debito pubblico.

La soluzione è quella di utilizzare la propria sovranità monetaria e fiscale, senza violare i Trattati Europei, ma emettendo direttamente nuova moneta per finanziare gli investimenti, che non sia gravata né da debito, né da interessi. In questo modo è anche possibile rispettare più facilmente i vincoli europei.

Questa semplice ipotesi si basa su una analisi approfondita della nostra Costituzione e dei Trattati Europei, per capire quali poteri sono stati effettivamente ceduti e quali rimangono ancora di competenza esclusiva dello Stato.

Purtroppo questa possibilità non viene neanche presa in considerazione e/o discussa, tanto è radicata la ferrea convinzione che non si possa realizzare, e questo per due motivi fondamentali, di cui sono tutti ferventi sostenitori:
lo Stato non può emettere moneta, perché ha ceduto la sovranità monetaria e i Trattati Europei lo impediscono;
se anche lo Stato potesse emettere moneta, la sua creazione provocherebbe inflazione.

Lo Stato può emettere moneta

Questa ipotesi è facilmente dimostrabile se solo consideriamo il fatto che il signoraggio, sia sulle monete metalliche che sulle banconote, viene comunque percepito ancora dagli Stati.

Infatti, come dichiara giustamente la Banca d’Italia “Oggi, quindi, il signoraggio viene percepito in prima battuta dalle banche centrali, le quali tuttavia lo riversano poi agli Stati, titolari ultimi della sovranità monetaria”.

Se volete approfondire questo argomento potete leggere due miei articoli precedenti su questo tema :
  1. sulla sovranità monetaria >>>QUI, con le dichiarazioni di Olli Rehn sulla proprietà della moneta euro;
  2. su Costituzione e Trattati Europei >>>QUI con il contributo del Presidente Emerito della Corte Costituzionale Paolo Maddalena.

In questa sede mi basta riepilogare alcune delle argomentazioni principali :
  • la proprietà delle monete in euro ed il signoraggio relativo appartengono allo Stato;
  • la proprietà delle banconote ed il signoraggio relativo appartiene all’Eurosistema, ma viene comunque girato allo Stato attraverso la Banca d’Italia;
  • la BCE ha l’esclusiva delle politiche monetarie per influenzare il costo e la disponibilità del denaro nell’economia, anche con misure non convenzionali come QE, LTRO e TLTRO;
  • la BCE ha solo l’esclusiva dell’emissione di banconote e l’approvazione del volume di conio delle monete metalliche, ma crea la moneta al passivo del proprio bilancio e quindi può solo prestarla;
  • lo Stato ha ancora la sovranità monetaria, per l’art.1 della nostra Costituzione, e secondo i Trattati Europei ha ancora la competenza esclusiva delle politiche fiscali ed economiche.

Che lo Stato possa creare moneta, lo ha detto anche il Prof. Alberto Bagnai a Roma, il 26 settembre 2018:


“… se c’è una pesante crisi di investimenti come oggi, invece di ammettere quello che è assolutamente ovvio, cioè che lo Stato potrebbe tranquillamente emettere moneta per finanziarsi, … ti vengono a parlare di “coperture” … una strana cosa della quale uno Stato sovrano … potrebbe tranquillamente aggirare attraverso il finanziamento monetario degli investimenti“.

Consiglio comunque di ascoltare attentamente tutta questa parte dell’intervento del Prof. Alberto Bagnai, ringraziando come al solito Claudio Messora e ByoBlu per la loro grande opera di documentazione giornalistica di questi eventi.

Quindi, escludendo solo le banconote, che per l’art.128 del TFUE sono di competenza esclusiva della BCE, qualunque altro strumento di scambio monetario e/o fiscale può essere emesso dallo Stato ed utilizzato per le proprie politiche economiche:


monete metalliche a corso legale, anche superiori a 2 euro, come fanno ad esempio Germania e Finlandia, e anche noi con la moneta da 5 euro su Amatrice;
biglietti di Stato a corso legale di qualunque cifra, che è l’equivalente cartaceo delle monete metalliche;
moneta elettronica, creata con le banche pubbliche, come fanno Germania e Francia, o direttamente utilizzando l’art.114bis del Testo Unico Bancario;
moneta fiscale, cioè strumenti di scambio alternativi e validi sul territorio nazionale, che hanno valenza fiscale ed accettazione volontaria.

Quindi visto che lo Stato è l’unico soggetto che può creare moneta e spenderla nell’economia, senza doverla prestare necessariamente, in una situazione di recessione come questa, ha il dovere ed il diritto di utilizzare la propria sovranità monetaria e fiscale per raggiungere non solo gli obiettivi sanciti dalla nostra Costituzione, ma anche e soprattutto quelli previsti dai Trattati Europei all’art.3 comma 3 del TUE, piena occupazione, progresso sociale e crescita economica equilibrata.

La creazione di moneta genera inflazione

Questo argomento richiede un minimo di onestà intellettuale che la maggioranza dei cosiddetti esperti economici non ha, perchè per loro se lo Stato stampa soldi, ammesso che lo possa fare, si genera sicuramente inflazione.

Tutti seguitano a fare riferimento alla famosa formula di Fisher, che mette in relazione l’offerta di moneta, data dalla massa monetaria M moltiplicata per la sua velocità di circolazione V, con il livello generale dei prezzi P moltiplicato per la somma delle quantità di beni prodotti e scambiati T:

M x V = P x T

dimenticando però che l’aumento di moneta genera un aumento generalizzato dei prezzi solo in una condizione di piena occupazione e di massima produzione, entrambe caratteristiche ben lontane nella situazione attuale.

Infatti è chiaro che l’aumento di moneta in circolazione provoca inflazione solo a parità di quantità di beni e servizi prodotti, mentre se è in grado di aumentare l’occupazione e la produzione, l’aumento dei beni e servizi disponibili mantiene i prezzi invariati.

Tra l’altro attualmente stiamo assistendo al fenomeno inverso, cioè quello di una inflazione troppo bassa, inferiore al livello considerato “ottimale” del 2%, e questo deriva da un aumento della capacità produttiva delle aziende con meno occupati, che non solo aumenta la disponibilità potenziale di beni e servizi, ma riduce al contempo la domanda interna per il calo del reddito disponibile ai consumi.

La dimostrazione l’abbiamo avuta in questi ultimi anni con il Quantitative Easing della BCE, che nonostante l’incredibile aumento della quantità di moneta in circolazione, ha dimostrato di non riuscire a raggiungere facilmente l’obiettivo dell’inflazione vicina al 2%.


Ormai anche un bambino capisce che non c’è alcun legame diretto tra emissione di nuova moneta e inflazione, come dimostra questa semplice tabella realizzata da Giovanni Zibordi.

La verità è che questi interventi di creazione di moneta attraverso il QE, o i prestiti al sistema bancario LTRO e TLTRO, avevano ben altri obiettivi, perché sono serviti a sostenere i mercati finanziari e le banche che erano crollati dopo la crisi dei mutui sub-prime del 2007-2008.

Ci sono comunque anche altri motivi per cui l’emissione di moneta da parte dello Stato non genera automaticamente inflazione, anche senza scomodare la completa assenza delle ipotesi che rendono valida la formula di Fisher, cioè la piena occupazione e la massima produzione, accenniamoli solamente :
considerato che la maggior parte della moneta che usiamo è endogena, perchè viene creata con i prestiti solo se viene richiesta da qualcuno, l’aumento di “moneta a corso legale” senza debito da parte dello Stato, provocherebbe sicuramente una minore necessità di credito bancario, e quindi questo calo compensa l’aumento;
una delle funzioni principali dei Titoli di Stato, è l’utilizzo come garanzia per la creazione di moneta bancaria, per cui se lo Stato, invece di prendere soldi in prestito dai mercati finanziari, attraverso l’emissione dei Titoli di Stato, crea direttamente il denaro, anche in questo caso i due effetti possono equilibrarsi.

Conclusioni

Dopo aver stabilito che lo Stato può creare moneta senza violare i Trattati Europei, perchè anzi può in questo modo raggiungere facilmente i suoi obiettivi, abbiamo anche dimostrato che non c’è un legame diretto tra creazione di moneta ed inflazione, almeno entro certi limiti che in Italia oggi sono ampiamente verificati.

Inoltre negli ultimi decenni è avvenuta una grande rivoluzione in campo monetario, della quale non siamo ancora pienamente consapevoli, perché seguitiamo a comportarci come se non fosse mai avvenuta : ci siamo liberati di un qualsiasi legame tra la moneta e l’oro, per cui oggi siamo in grado di creare moneta senza alcun limite fisico.

Come diceva Nino Galloni in uno dei suoi primi libri “L’economia monetaria vera e propria è il sistema limitato non dalle disponibilità di terreni, materie prime o mezzi monetari, ma dalla disponibilità delle risorse umane; vale a dire che esso può svilupparsi fino al limite dato dalla valorizzazione del lavoro“.

Invece siamo ancora qui a fare i conti con la scarsità monetaria, mentre il denaro oggi si può creare con un clic del computer, solo perché non riusciamo ad immaginare un modo diverso di creare il denaro che non sia attraverso il debito e gli interessi.

È arrivato il momento di metterci intorno ad un tavolo per valutare la possibilità di che lo Stato crei direttamente i soldi che gli servono per realizzare politiche espansive, senza generare ulteriore debito e senza violare i Trattati Europei.

Ma soprattutto vogliamo provare a riflettere su quale modello di società vogliamo realizzare, su quale tipo di economia riteniamo più adatta per realizzare maggiore equità e giustizia per tutti. 

L’Italia potrebbe diventare un laboratorio di un nuovo modo di concepire la società e l’economia, partendo dallo strumento più semplice e più importante che ne condiziona lo sviluppo: la moneta.

Questa sarebbe una vera e propria “mossa del cavallo”: mentre ci ordinano di fare politiche di austerity perchè abbiamo un grande debito pubblico e quindi non possiamo fare deficit, noi scavalchiamo il problema creando moneta senza debito e senza necessità di emettere Titoli di Stato da dare in pasto ai mercati finanziari.


Di questo e di molto altro parleremo diffusamente nel Convegno “Società, economia e moneta positiva“, il 23 novembre 2018 ore 15,30 a Roma, nell’Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati.

Con me ci saranno alcuni amici che condividono questa battaglia per l’utilizzo della nostra sovranità monetaria e fiscale, Antonino Galloni, Antonio Rinaldi, Giovanni Zibordi, Marco Cattaneo, Orango Riso e Steve Keen.

Analizzeremo cosa succede ad una società che si è liberata finalmente del concetto di scarsità dello strumento monetario, quali conseguenze si possono prevedere in relazione all’applicazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione, ma anche come sia possibile raggiungere gli obiettivi sanciti dall’art.3 comma 3 del Trattato sull’Unione Europea, che prevede tra gli altri la piena occupazione ed il pregresso sociale, oltre che una crescita economica equilibrata.

I posti sono solo 280 e siamo oltre la metà, affrettatevi a prenotare.

Infatti è obbligatorio l’accredito mandando una mail a moneta.positiva@gmail.com, indicando nome e cognome, comune di residenza di ciascun partecipante. Obbligatoria la giacca per gli uomini, ma comunque a tutti è richiesto un abbigliamento consono al decoro dell’istituzione parlamentare.

La moneta deve essere di proprietà dei cittadini e libera dal debito.

Fabio Conditi – Presidente dell’associazione Moneta Positiva



Gli ebrei nelle terre di Palestina sono un cancro da estirpare - attendiamo la prossima guerra al popolo libanese

L’EVENTUALITÀ DI UNA TERZA GUERRA LIBANESE


(di Tiziano Ciocchetti)
02/11/18 

Il quadro strategico mediorientale vede la concreta possibilità di un nuovo intervento di Israele contro gli Hezbollah in Libano.

Se ciò si dovesse verificare, contrariamente a quanto successo nel 2006 (operazione PIOGGIA D’ESTATE), le IDF si potrebbero trovare di fronte le Forze Armate libanesi, schierate a fianco delle milizie sciite. Ipotesi quanto meno plausibile dal momento in cui le elezioni legislative del 6 maggio scorso hanno visto conquistare, da parte di Hezbollah e i suoi alleati, la maggior parte dei seggi nel Parlamento libanese. Inoltre, nel 2016, è stato eletto alla carica di presidente Michel Aoun, soprattutto grazie al fondamentale appoggio di Hassan Nashrallah, segretario generale di Hezbollah.

Ovviamente l’esercito di Beirut non sarebbe in grado di costituire una seria minaccia per il Tsahal, sia in termini di potenza di fuoco che di organici, tuttavia i reparti corazzati-meccanizzati libanesi potrebbero comunque rallentare fortemente la spinta offensiva di una eventuale incursione israeliana, visto anche l’elevato numero di missili filoguidati controcarro BGM-71 TOW e MILAN a disposizione della fanteria libanese.

Il parco corazzato di Beirut è composto principalmente da vecchi T-54/55 e M-48A1/A5, più alcune decine di M-60A1. I reparti corazzati verrebbero comunque impiegati come componente d’appoggio alle operazioni e non come forza d’urto vera e propria.


Le caratteristiche montuose del territorio libanese limitano fortemente il dispiegamento di una componente corazzata delle dimensioni di un battaglione, inoltre l’assoluta superiorità aerea israeliana imporrebbe un dispiegamento a macchia di leopardo in modo tale da ridurre le perdite. Quindi l’unità da combattimento di riferimento dovrebbe essere a livello di plotone, la quale può confondersi più facilmente con l’ambiente e schierarsi con maggiore celerità per tendere agguati alle forze avanzanti.

Nonostante l’eventuale appoggio di reparti meccanizzati, le tattiche più efficaci delle milizie sciite risiedono nello schierare piccole squadre armate di sistemi anticarro assai difficili da individuare e colpire, così come avvenuto nella seconda guerra libanese, nel corso della quale il bilancio delle perdite subite dai reparti corazzati israeliani è stato di 52 MERKAVA messi fuori combattimento (anche se la maggior parte recuperati mentre le perdite tra gli equipaggi sono state di sole 23 unità). L’esperienza maturata dalle IDF in questo conflitto ha portato ad un drastico cambiamento delle dottrine d’impiego dei reparti corazzati per adattarle al concetto di guerra asimmetrica. In più l’entrata in servizio del MERKAVA IVM equipaggiato con il sistema di protezione attiva TROPHY (conosciuto come ASPRO-A nella denominazione del Tsahal). Nell’operazione MARGINE DI PROTEZIONE nel luglio-agosto 2014 nella striscia di Gaza, il TROPHY ha intercettato con successo razzi e missili controcarro, anche gli AT-14 SPRIGGAN, sparati dai miliziani di Hamas.

Nell’eventualità di un nuovo attacco da parte di Israele in territorio libanese, è molto probabile che le IDF lancino una offensiva meccanizzata/corazzata al fine di smantellare le infrastrutture e distruggere i depositi di armamenti degli Hezbollah.

(foto: IDF / LAF)

3 novembre 2018 - Buttando la spazzatura penso che...

Bolsonaro la grande non speranza del Brasile

Aree protette e biodiversità | Geopolitica

Già in campagna elettorale la deforestazione in Amazzonia è aumentata del 36%

Il Brasile dopo le elezioni, spiegato da chi ci vive lottando per ambiente e diritti

«Abbiamo perso le elezioni ma non abbiamo perso la forza per continuare a lottare per un Brasile che sia uguale per tutti. Continueremo le nostre lotte, organizzandoci collettivamente. La collettività è la forma migliore per mantenerci fermi e conquistare diritti e uguaglianza. Non dobbiamo disanimarci»

[2 novembre 2018]


Brasile, 28/10/2018, ore 19.00, escono i risultati del 2° turno delle elezioni presidenziali: Jair Bolsonaro del Partido Social Liberal – PSL, ex militare, è eletto presidente del Brasile, con il 55,13% dei voti validi contro il 44,87% del suo avversario Fernando Haddad, del Partito dos Trabalhadores – PT, il partito di Lula, che per 14 anni è stato al potere.

Il telegiornale trasmette immagini del popolo brasiliano in festa, con la maglietta giallo-verde, quasi rivendicando le celebrazioni mancate degli ultimi due mondiali di calcio. A Salvador, invece, città del Nord-est e la più afro-discendente del Brasile, qualche macchina suonano il clacson e dalle finestre si sentono solamente poche urla di felicità. Nello stato di Bahia Haddad riceve il 70% dei voti, registrando uno dei suoi migliori risultati, purtroppo insufficiente dentro lo scenario nazionale. Un dato importante di queste elezioni è la percentuale del numero di astenuti, la più alta dal 1998: 31.370.371 (DatiTVBRASIL), corrispondente al 21,3% dell’elettorato che sommato al 2,14% di voti in bianco e 7,43% di voti nulli, arriva a un 30,87%, che forse avrebbe potuto cambiare l’esito del voto.

Difficile comprendere e commentare un risultato del genere, viste le contraddizioni che hanno caratterizzato la campagna politica del nuovo presidente che – anche se non apparso in dibattiti tanto quanto gli altri candidati – è sempre stato presente nelle reti social, rilasciando forti dichiarazioni, il più delle volte criticate dall’opposizione e, in alcuni casi, ritrattate da lui stesso.

Un’elezione caratterizzata più dall’odio nei confronti dell’avversario che da un’attenta analisi delle proposte del proprio candidato. Il rancore contro il PT e i suoi scandali legati alla corruzione ha avuto la meglio rispetto alla paura di avere come presidente una persona che troppe volte si è lasciata andare in dichiarazioni razziste, misogine, omofobiche e a favore della tortura.

È difficile poter prevedere quale sarà il nuovo scenario politico nazionale e internazionale. Il piano di governo del nuovo presidente eletto, registrato ufficialmente nel Supremo Tribunale Elettorale,critica il PT, dice quello che si dovrebbe risolvere ma non descrive come. Alcune questioni, come quella ambientale, sono poco dettagliate, mentre altre non vengono nemmeno citate.

Se Haddad, nel suo piano, parla di adozione di tecnologie verdi e energie pulite, di riforma fiscale verde per aumentare i costi dell’inquinamento e premiare investimenti e innovazioni a basso tenore di carbonio, sembrerebbe che la questione ambientale non sia prioritaria nel programma di Bolsonaro.

Sulla scia della sburocratizzazione e riduzione del numero dei ministeri, nel suo piano propone la creazione di un nuovo organo federale agropastorale, che riunisce al suo interno competenze che prima erano separate, come: politica e economia agricola, risorse naturali e ambiente naturale; difesa agropastorale e sicurezza alimentare, pesca e piscicoltura, sviluppo rurale sostenibile; innovazione e tecnologie.

Seguendo le orme del suo predecessore Michel Temer che, subito dopo aver preso il posto dell’allora presidentessa Dilma Rousseff, che ha subito un impeachment per “pedalata fiscale”, chiuse il ministero dello Sviluppo agrario (MDA – Ministero do Desenvolvimento Agrario), Bolsonaro ha preannunciato che il ministero dell’Ambiente sarà unificato con quello dell’Agricoltura, provocando critiche da parte degli ambientalisti e favorendo, invece, la lobby dell’agroindustria, che ha piùvolte appoggiato la sua candidatura durante la campagna elettorale.

Nel documento non compaiono riferimenti a questioni cruciali come la preservazione dei biomi brasiliani, deforestazione, riscaldamento globale, riduzione e compensazione dell’emissioni del carbonio. A livello internazionale, dopo aver sempre sostenuto che una volta eletto sarebbe uscito dall’Accordo di Parigi, considerandolo un attentato contro la sovranità nazionale del Paese, a pochi giorni dalle elezioni ritorna indietro sui suoi passi, dichiarando che non uscirà dall’Accordo ma che il Brasile dovrà mantenere la propria autonomia nella gestione delle questioni interne, tra queste la questione dell’Amazzonia. La stessa parola Amazzonia non appare nel suo programma mentre, sempre dalle sue dichiarazioni, risulta chiara la volontà di sfruttarne le risorse naturali, come il niobio e il grafene, e di avanzare nel processo di deforestazione per ottenere più terra per l’allevamento bovino e la produzione della soia, a scapito delle aree di protezione ambientale e riserve indigene.

Tra le tante dichiarazioni lasciate, Bolsonaro aveva promesso che, se eletto, l’avrebbe fatta finita con le terre indigene e quilombolas, che taglierà i finanziamenti alle Ong e che non ci sarebbe più stato un centimetro di terra demarcato per indigeni e quilombolas. Tra giugno e settembre del 2018, l’Istituto nazionale di ricerche spaziali del Brasile (Instituto de PesquisasEspaciais – Inpe) ha registrato un aumento dell’36% di deforestazione in più rispetto al 2017, ovvero già in campagna elettorale si è assistito ad une forte depredazione ambientale.

Chiaro è invece il messaggio del piano di governo sulle licenze ambientali che, per non avere dubbi, cita come esempio le idroelettriche, criticando la rigida legislazione brasiliana, che necessita anche di dieci anni per il rilascio delle concessioni. Nonostante la recente tragedia di Mariana nello stato di Minas Gerais, nel 2015, il più grande disastro ambientale nella storia del Brasile, dovuto al cedimento di un bacino di decantazione di una miniera di ferro, dove più controlli invece sarebbero stati necessari per prevenire il disastro, Bolsonaro suggerisce di diminuire a 3 mesi il periodo per il rilascio delle licenze, passati i quali sono rilasciate automaticamente. Come più volte ha sostenuto, le multe e fiscalizzazioni degli organi ambientali federali soffocano l’espansione dell’agroindustria e alimentano il business delle multe, riferendosi apertamente all’Istituto brasiliano dell’ambiente e delle risorse naturali rinnovabili (Ibama) e Istituto Chico Mendes per la conservazione della biodiversitá, organi federali di preservazione e fiscalizzazione ambientale. Insomma, più produzione, meno ambiente.

Durante il suo secondo discorso ufficiale come presidente rivolto all’intera popolazione (mentre il primo è stato via internet e rivolto ai suoi militanti) Bolsonaro torna a parlare di proprietà privata, come aveva fatto il giorno prima delle elezioni su twitter. In un’intervista Bolsonaro ha dichiarato: “Il tuo cellulare, la tua terra sono frutti del tuo lavoro e delle tue scelte! Sono sacri e non possono essere rubati, invasi o espropriati”. Qualsiasi invasione di proprietà privata, indipendentemente dal fatto di essere improduttiva o di non compiere la sua funzione sociale, sarà considerata quindi come crimine di terrorismo, citando come esempio il Movimento dei Lavoratori senza Tetto (MTST, Movimento dos Trabalhadores Sem Teto. Propone di facilitare l’acquisto delle armi da fuoco, affinché ogni cittadino possa difendere la sua proprietà privata da invasori e occupazioni, che potremmo anche leggere come una minaccia non solo ai processi di occupazione, ma anche ai processi di demarcazione di terre indigene e titolazione di terre quilombolas.

I quilombolas, che quotidianamente affrontano forti tensioni e conflitti locali, dovuti principalmente all’installazione di grandi imprese nelle comunità circostanti ed al confronto con gli ex proprietari dei terreni, rappresentano una delle minoranze frequentemente attaccate dal nuovo presidente. Ad ottobre del 2017 Bolsonaro era già stato condannato dalla Giustizia Federale di Rio De Janeiro a pagare una multa di 50.000 reais come indennizzo per danni morali collettivi alle comunità quilombolas e alla popolazione afro discendente in generale, per dichiarazioni razziste rilasciate durante un evento pubblico. Ciò complica una situazione abbastanza delicata, visto che nonostante i progressi nella legislazione e nei programmi di sviluppo socioeconomico delle comunità quilombolas, appoggiati dal partito sconfitto, paradossalmente, non sono state sconfitte le dinamiche di potere locali che mettono in discussione la realizzazione dei diritti dei quilombolas

Dopo poche ore dalla nomina del nuovo presidente del Brasile, frasi di conforto e protezione si moltiplicano nelle reti social, tra chi ha lottato tanto contro un ritorno della dittatura e ondata di violenza nel paese: “Ninguem solta a mão de ninguem”,“Protejaseusamigos”. I quilombolas sono coscienti del fatto che i loro diritti difficilmente saranno garantiti e che molte delle conquiste ottenute rischiano di retrocedere. Secondo i dati della Commissione Pastorale della Terra, nel 2017, 71 persone sono state uccise per conflitti legati alla terra. Nella maggior parte dei casi i colpevoli non sono stati identificati. L’indice di violenza sarà purtroppo destinato a crescere, come già sta succedendo a poche ore dal post elezione. In un momento dove le comunità si trovano sprotette, l’unica arma possibile per difendersi è la coesione e partecipazione a reti nazionali e internazionale di difesa.

Oggi mi sono svegliato ricevendo un messaggio de Ananias Viana, attivista quilombola, che ha inviato ai rappresentanti delle comunità quilombolas, partner e amici: “Stimati compagni e compagne, abbiamo perso le elezioni ma non abbiamo perso la forza per continuare a lottare per un Brasile che sia uguale per tutti. Continueremo le nostre lotte, organizzandoci collettivamente. La collettività è la forma migliore per mantenerci fermi e conquistare diritti e uguaglianza. Non dobbiamo disanimarci. La nostra vita non è mai stata facile, fin dall’epoca della schiavitù, ma abbiamo superato molte difficoltà e sfide. Manteniamo la fede in Dio, negli Orixas e lottiamo insieme. Abbiamo perso ma non siamo caduti. Siamo ancora in piedi per continuare a lottare con forza, seguendo il cammino per una vita degna e egualitaria per tutti”.

di Leonardo di Blanda, responsabile progetto Cospe in Brasile, per greenreport.it