Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 10 novembre 2018

l'Unione Europea non ha niente di omogeneo, solo gruppi arruffati e arruffoni in cerca di potere o di mantenerlo, succhiano sangue un pò di qua un pò di là dove capita, niente progetti, niente idee, per carità niente visioni, campicchiano alla giornata

Nebbia in Europa

di Pierluigi Fagan
8 novembre 2018

E così, anche dieci paesi del nord Europa si sono visti, parlati e si son trovati d’accordo su qualcosa, lasciamo perdere cosa. Sono stati battezzati gli “anseatici” riprendendo una antica alleanza commerciale in voga nel nord Europa dal XII al XVI secolo.

Lo hanno fatto da tempo anche i quattro di Visegrad che però sono anche i quattro del segmento centro-nord dell’Europa dell’est, quattro più dieci fa quattordici.

Gli stessi di Visegrad poi, cercano affinità con un area più grande che ricorrendo alle tracce storiche geopolitiche (Intermarium polacco) è stato ribattezzato gruppo del Trimarium, sono altri otto, quattordici più otto fa ventidue (alcuni si sovrappongono con il gruppo del nord). In pratica, quelli del Trimarium, sono gruppi a differente composizione dei paesi dell’Europa dell’est.

Con Brexit, i britannici o più che altro gli inglesi (Remain vinse in tutta la Scozia, l’Irlanda del Nord e parte del Galles), ci hanno fatto sapere che loro sono inglesi ed inglese ed europeo sono insiemi che hanno qualche sovrapposizione ma non tanto da fare cose importanti assieme. Bastava leggere un libro di storia per saperlo in anticipo ma finché faremo commentare la storia a gli economisti non capiremo un tubo. Così l’UE scenderà da 28 paesi a 27.

C’è poi il gruppo EU MED composto dai sette paesi di antica cultura geografica mediterranea (a parte il Portogallo) e greco-romana (incluso quindi il Portogallo), fondato nel 2013, si è riunito già qualche volta ma qualcuno ne frena l’impeto e quindi è poco presente, ma c’è. Sette più ventidue fa ventinove e sembrano di più dei 28-27 dell’UE perché come detto alcuni li abbiamo conteggiati due volte, nell’area nord ed in quella est.

Riepilogando, pur convergenti su temi differenti, ci sono unioni naturali tra europei del nord, dell’est e del sud-ovest, perché? It’s Geo-History stupid!

Il mondo vi parrà in un modo se mettete gli occhiali polarizzati per l’ economia, o in un altro con lenti per la geopolitica, per la religione o per la cultura materiale, insomma più in generale per la “politica”. Qual è l’occhiale giusto? Dipende ovviamente dall’intento.

Cosa cercate, una unione economica? Potrete farla più o meno con chi vi pare, come si è fatto nella stessa Europa centro-occidentale con i paesi dell’ex Patto di Varsavia o come alcuni volevano a loro volta fare anche con la Turchia e perché no, anche Israele.

Se però volete fare una unione politica, allora è facile che per ragioni geopolitiche (geo sta per geografia) e storiche, quindi anche – se non soprattutto – culturali (dalla tradizione giuridica a quella etico-religiosa, dalla cultura alta a quella bassa, inclusa quella materiale, abitudini, valori, stili di vita, regolamenti sociali, mentalità, narrazioni e miti), non potrete prescindere dal principio di omogeneità relativa. Una unione politica non è niente di più e niente di meno che uno stato, il che presuppone un popolo che deve convivere sotto le stesse leggi. Poi lo potete fare più o meno federale o centralizzato ma questo viene dopo, prima dovete fare uno stato. Come si fanno gli stati?

Quando gli abitanti di quella che poi sarà chiamata Francia, il primo stato-nazionale europeo, si misero finalmente d’accordo, volenti o nolenti dopo la Guerra dei Cent’anni, di smettere di farsi concorrenza gli uni con gli altri, non andarono oltre i Pirenei o il Reno. Non è che fossero tutti davvero “francesi” in potenza, avevano belle differenze che poi nel tempo vennero omogeneizzate, ma secondo il principio di omogeneità relativa unirono quello che era relativamente meno differente e quello che era relativamente meno differente stava dentro un’area segnata dai tipici confini geografici, fiumi, mari, monti. Può sembrare strano ma nel mondo reale che è più nitido di quello mentale, gli esseri umani non camminano sulle acque e non si arrampicano facilmente su per tornanti quindi, nel tempo, si finisce per avere a che fare con Altri più facilmente raggiungibili, quindi quelli che tra noi e loro non oppongono significative barriere geografiche.

Dovrai poi pure fare delle forzature poiché i Bretoni si sentono parenti dei Cornish (Cornovaglia) o perché la differenza coi belgi valloni in effetti non esiste o perché nella Sars – Ruhr (Alsazia e Lorena) sono in pratica tedeschi o perché hai baschi che però sono anche in Spagna o corsi mezzi italici come a Nizza, ma insomma se vuoi fare una unità con intenti politici, non ti unirai certo con gli scandinavi, no? Sembra ovvio.

Eppure non è ovvio affatto soprattutto se continui a pretendere di guardare il mondo con occhiali economici riferendoti a progetti politici, una forma di delirio percettivo indotto da una ideologia purtroppo assai diffusa proprio in Europa: la tradizione “liberale” (che infatti è di origine inglese nella sua architettura dominante, quindi non prettamente europea).

Così non ti accorgi che, nei fatti, per molte delle normali decisioni che dovrebbe prendere una “unione”, l’Europa è una collezione di gruppi geostorici naturali tutti intorno all’unico paese che non è membro naturale di alcun sistema, la Germania. L’Europa è tutta quella confusa roba intorno alla Germania che non ne è il baricentro, ma il problema. Guardando cose lontane con occhiali correttivi per guardare da vicino sei come un miope che scruta l’orizzonte per cercare una visione ispirante, ma l’unica cosa che vedrai è nebbia.

Noi siamo in quella nebbia, l’attuale “Unione Europea” è quella nebbia, Bruxelles è il porto delle nebbie, il nostro modo di pensare al futuro dei paesi europei è annebbiato i concetti dati in pasto al dibattito pubblico per cui ti iscrivi a gli “europeisti” o ai “nazionalisti” sono nebbiosi, il primo molto più del secondo.

Guidare i nostri destini nella nebbia, in un mondo multipolare che va a duecento all’ora, è da incoscienti.

Te lo dice la geo-storia che forse conta un po’ più “dell’Europa”. Vai da un buon ottico e mettiti in asse lenti e cervello, vedere è la radice di conoscere.

Immigrazione di Rimpiazzo - I belgi, ma l'Unione Europea tutta quella dei burocrati, con i soldi di Gheddafi hanno finanziato i mercenari tagliagola terroristi, al Qaeda, Isis e vattelapesca

Il Belgio ha usato i soldi di Gheddafi per favorire l’immigrazione in Europa

di Mauro Indelicato
9 novembre 2018

Quando scoppia il caos in Libia nel 2011 e la Francia assieme alla Gran Bretagna iniziano a preannunciare un intervento bellico, nelle tv di tutta Europa vengono annunciati a più riprese alcuni provvedimenti che scattano contro Gheddafi. In primo luogo vengono congelati i beni del rais in Europa. Non sono certamente pochi: tra fondi di investimento statali, partecipazioni, quote e società, in ballo ci sono miliardi di Euro custoditi nelle banche di buona parte del vecchio continente. Si tratta, nella realtà, non tanto di beni privati della famiglia di Gheddafi bensì di soldi dei libici. Con la stessa imprecisione con la quale all’epoca si dà notizia di fosse comuni e bombardamenti sui manifestanti attuati da Gheddafi, si definisce “tesoro” del rais quello che in realtà costituisce un blocco di beni e denaro di fondi di investimenti sovrani e non solo. Tutto però viene congelato, in attesa di sviluppi. O almeno così pare: dal Belgio infatti emerge l’ombra di uno scandalo riferibile proprio ai soldi libici congelati.

Lo scandalo che imbarazza Bruxelles

A congelare quei beni contribuiscono anche alcune risoluzioni dell’Onu. Questo non è un episodio di poco conto nell’economia della guerra che si sviluppa poi con l’intervento Nato.

Il governo libico, non personalmente Gheddafi, si ritrova con miliardi di euro bloccati e Tripoli inizia a far fatica nel finanziare la propria economia di guerra. Si hanno meno soldi per pagare i soldati, per mettere carburante a carri armati ed aerei, la situazione quindi inizia a sfuggire di mano al rais ed al suo entourage. Se già di per sé il congelamento dei fondi libici appare come un’intromissione dell’Onu e della comunità internazionale in un conflitto che, in teoria, ha come obiettivo la “tutela” dei civili e non il regime change, quello che in queste settimane si scopre in Belgio è ancora più grave.

Un’inchiesta della Rtbf, la radio televisione belga in lingua francese, svela come in realtà l’esecutivo di Bruxelles non abbia affatto all’epoca congelato i fondi. Anzi, una fetta di quei soldi sarebbe servita a finanziare una miriade di sigle, formazioni e gruppi spesso anche ricollegabili alla galassia jihadista. Secondo la tv belga, un totale di 14 miliardi ricollegabili ai conti di Gheddafi risulta presente nel 2011 in alcune banche belghe. I soldi sono ripartiti tra la sedi locali di Bnp Paribas Fortis, Ing, Kbc e Euroclear Bank. Da queste somme si sarebbe generato un flusso di denaro non indifferente finito nelle tasche di svariati gruppi libici. Fondi dispersi, utilizzati per armare e finanziare chi successivamente ha contribuito a destabilizzare la Libia. Il reportage in questione cita anche fonti rimaste anonime dei servizi segreti: “La guerra civile in Libia ha determinato una grande crisi migratoria – dichiarano tali fonti – Secondo una fonte vicina ad agenti segreti, il ruolo del Belgio non è neutro”. Il riferimento dunque è chiaro: con i soldi che dovevano rimanere congelati, Bruxelles ha finanziato gruppi terroristici ma anche trafficanti di esseri umani. Il Belgio quindi, secondo quanto trapelato dal reportage, sarebbe complice della destabilizzazione della Libia e dell’impennata di sbarchi in Italia.

Adesso in Belgio la questione è anche politica

Di fronte ad uno scenario del genere, ovviamente anche la politica nel paese è andata in subbuglio. A sollevare il caso è il parlamentare dei Verdi Georges Gilkinet. Il deputato accusa apertamente l’esecutivo di allora di aver finanziato terroristi e trafficanti di esseri umani con i soldi libici che in teoria dovevano rimanere congelati nelle banche belghe. Lo stesso Gilkinet, come si legge su LaPresse, punta il dito contro Didier Reynder. Si tratta dell’attuale ministro degli esteri, all’epoca però ministro delle finanze: “In qualità di titolare del ministero delle finanze – dichiara il deputato verde – era Reynder che aveva il potere di decidere sul destino di quei fondi”. Anche i socialisti, per bocca del deputato Dirk Van der Maelen, accusano il governo di allora ed alcuni membri di quello di oggi.

In particolare, il socialista fiammingo punta il dito sia contro Reynder che contro Johan Van Overtveldt, attuale ministro delle finanze: “Le loro spiegazioni non convincono”, afferma Van der Maelen. I diretti interessati ovviamente si difendono, ma il dato di fatto che emerge è che, alla fine, da Bruxelles qualcuno ha dato l’ordine di scongelare quei beni e dirottare miliardi di Dollari in Libia. E quei soldi sono finiti nelle tasche di criminali e terroristi.

Emerge anche un inquietante rapporto Onu

A ribadire quest’ultima circostanza è anche un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a settembre: “Nel rapporto Onu ci si accorge di un traffico di armi per alimentare le fazioni armate”. A sottolinearlo è il professor Robert Witterwulghe, dell’università di Lovanio: “Esiste tutto un mercato – prosegue il docente – che punta a far venire migranti e ingaggiare nigeriane nella rete di prostituzione. È un’impresa mafiosa che si appoggia su tutte le milizie in questione. Ricevono fondi esterni”.

E questi fondi arrivano dal Belgio. E forse non solo da qui. Per adesso è Bruxelles, intesa come capitale del Belgio, ad essere stata scovata e ad essere quindi sotto accusa. Ma la mole di denaro arrivata in Libia suggerisce che le responsabilità forse siano da ravvisare anche nella Bruxelles che ospita le istituzioni europee. Dal vecchio continente, in nome della guerra a Gheddafi, sono stati stornati fiumi di denaro ai più disparati gruppi. Fazioni che, oltre ad imbottire di terroristi la Libia, hanno riempito il Mediterraneo di barconi pieni di migranti.

Marcello Veneziani - A 88 anni vedendo Mattarella Mattarella si ha l'impressione di vedere una mummia che parla, un marziano sceso per caso sulla Terra

MATTARELLA AMMONITORE

Maurizio Blondet 9 novembre 2018 

di Marcello Veneziani

Non so di quali gravi problemi psicologici io soffra ma ogni volta che vedo in tv il presidente Mattarella mi sento uno straniero in patria. Anzi peggio, sento lui come il commissario, il proconsole inviato dalla Ue nel protettorato dell’Italistan per sedare le popolazioni ribelli. Nel mio stato allucinatorio lo vedo come un regnante assiro-babilonese, frutto di altre epoche e di altri mondi e il suo stile, il suo linguaggio, il suo incedere, il suo sontuoso copricapo bianco mi sembrano confermarlo. Sarà sicuramente una mia debolezza mentale, un trauma infantile o prenatale, ma non riesco mai a riconoscermi in quello che dice. Anzi penso quasi sempre il contrario di quel che dice, a parte il fondo inevitabile di ovvietà atmosferica e istituzionale con cui incarta il tutto e che è retaggio del suo ruolo protocollare.

Ma è possibile, mi chiedo preoccupato, che tutto quel che dice e persino il tono con cui lo dice, mi sembra sempre negare quel che mi sembra la realtà dei fatti, la storia vissuta, la vita reale dei popoli, il sentire comune, il disagio diffuso, la memoria storica, la percezione comune della realtà, oltre che le mie convinzioni ideali? Possibile che anche quando affronta temi che dovrebbero essere condivisi, come l’amor patrio o la celebrazione delle feste nazionali, lui riesca a dire il contrario di quel che mi aspetto da un Capo dello Stato e dal presidente degli italiani? L’Italia per lui non è la nostra patria ma il luogo d’accoglienza universale, una specie di gigantesca tenda da campo predisposta dalle autorità europee. Le identità dei popoli, per lui, sono un cancro da sradicare, un muro da abbattere. Vanno bene le identità individuali o di genere, ma non quelle nazionali, popolari, civili. Le migrazioni per lui vanno accolte e benedette; le diversità culturali e religiose vanno ammesse se riguardano gli stranieri, vanno invece rimosse se ricordano le nostre radici, altrimenti siamo intolleranti. Le nazioni per lui sono solo il preambolo funesto ai nazionalismi che sono la vera piaga del mondo; quando a me pare invece che i mali della nostra epoca siano piuttosto legati al suo contrario, allo sradicamento universale, alla cancellazione forzata delle identità, dei popoli e dei territori, al dominio cinico e apolide del capitale finanziario che non ha patria ma solo profitti; e ai flussi migratori incontrollati che in generale impoveriscono i paesi che lasciano e inguaiano quelli che invadono. Se un gruppo di migranti stupra una ragazza lui tace, se gli italiani dicono una sciocchezza contro i migranti o le donne, lui interviene per condannare. Non si perde mezza celebrazione che riguardi l’antifascismo e l’antirazzismo, è sempre lì a commemorare coi suoi discorsi, mentre salta vagoni di ricorrenze cruciali, di anniversari patriottici, di caduti per l’Italia, di vittime del comunismo, dei bombardamenti alleati, delle dominazioni altrui.

Se gli capita un IV novembre tra i piedi lui non ricorda la Vittoria ma solo la fine della guerra e non commemora l’Italia e i suoi soldati ma l’Europa. E se proprio deve celebrare un patriota, celebra l’eroe nazionale degli albanesi o di chivoletevoi, non un patriota dell’Italia. E sostiene come l’ultimo militante dell’Anpi che il fascismo è il male assoluto e non ha fatto neanche una cosa buona, negando l’evidenza storica: una cosa del genere non riuscirei a dirla neanche di Mao e Stalin che sono i recordman mondiali di sterminio, per giunta dei propri connazionali e per colmo in tempo di pace; notizie che al Quirinale non risultano mai pervenute.

E non c’è giorno che non ci sia una sua dichiarazione ecumenica e curiale nella forma ma velenosa e ostile nella sostanza contro il Demonio Assoluto: il populismo e il sovranismo, ossia il governo in carica, e tutto sommato, il voto maggioritario degli italiani. È una continua allusione polemica a ogni cosa che dice, fa e pensa Salvini. Poco manca che non insignisca la Isoardi di un cavalierato al merito per aver scacciato il drago da casa sua.

Ma possibile che il Capo dello Stato debba essere così opposto al comune sentire? Non mi aspetterei certo che dicesse il contrario di quel che pensa e del materiale bio-storico di cui è composto; non chiedo che si metta a gareggiare in demagogia tribunizia, ma è possibile che il presidente degli italiani la pensa solo come quelli che votano Pd, e sempre dalla parte opposta dei restanti italiani? Non è stato informato che quel Renzi che lo volle al Quirinale nel frattempo è caduto e non lo vogliono neanche nel Pd? Non sa che in Italia, in Europa, nel Mondo, quella visione politica che lui depreca ogni giorno, conquista maggioranze di consensi popolari in libere elezioni democratiche ed esprime i maggiori governi e capi dello stato? Mai uno sforzo, lui che dovrebbe essere l’arbitro super partes, garante di tutti, per capire e riconoscere quell’altra Italia, quell’altro mondo, che non la pensa come lui. Sta lì, nel cuore di Roma, come se il Quirinale fosse uno Stato Vaticano ai tempi del non expedit, rispetto all’Italia che lo circonda.

Naturalmente nei momenti di lucidità capisco che tutto questo è frutto di un mio stato di alterazione mentale, gli italiani invece sono entusiasti di Nuvola Bianca e dei suoi moniti, si bevono come oro colato le sue prediche indispensabili e lo considerano un santo, un sapiente e un oracolo. Però, non capisco perché quella mia allucinazione presidenziale mi fa quell’effetto eversivo-lassativo…

MV, Il Tempo 9 novembre 2018

Brasile - il cerchio diventa sempre più chiaro i veleni in agricoltura saranno liberalizzati

Annunciato il nome del ministro per l’agricoltura brasiliano: Tereza Cristina, la “Musa do veneno”

09.11.2018 - Roma - Mariapaola Boselli

(Foto di Flickr)

Mercoledì 7 novembre il neo presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha annunciato un altro nome che farà parte della compagine di governo; l’attuale presidente del Fronte parlamentare agricolo e zootecnico del Congresso nazionale, Tereza Cristina, è stata nominata dall’FPA (Frente Parlamentar Agropecuária) per la carica di ministro dell’agricoltura. Come già era stato previsto, la neo ministra appartiene al mondo dell’agribusiness, è ingegnere agrario e importante donna d’affari.

Non stupisce che Tereza Cristina sia stata una delle principali sostenitrici del dibattito che ha portato il progetto di legge 6.299 del 2002[1] (PL do Veneno) a fare enormi passi avanti nel dibattito parlamentare. La Lei 6.299 rende molto più flessibili le norme per l’utilizzo di prodotti chimici in Brasile, di fatto arricchendo le grandi aziende produttrici di questo prodotti. Questo progetto di legge, che per 16 anni era stato bloccato grazie alle continue pressioni di ambientalisti ed esperti sanitari, oggi sembra molto vicino ad ottenere l’approvazione da parte dei due rami del parlamento. Come sempre le argomentazioni a sostegno dell’approvazione della legge si sono focalizzate sulla necessaria modernizzazione dell’agricoltura brasiliana, che deve essere più competitiva, e sui grandi benefici economici che ne deriverebbero per il paese nel suo complesso.

Il ruolo di primo piano di T. Cristina in questa vicenda le è valso il soprannome “Musa do Veneno”, “onorificenza” conferitale dai colleghi del Frente Parlamentar da Agropecuária di cui è leader.

Secondo Reporter Brasil[2] la deputata federale ora ministra dell’agricoltura ha ricevuto diversi finanziamenti e donazioni da parte di aziende produttrici di erbicidi e pesticidi, come ad esempio la cooperativa industriale Coplana, azienda che distribuisce prodotti chimici in sette città nello stato di San Paolo. La stessa cooperativa già aveva sostenuto Tereza Cristina nelle elezioni del 2014 con ingenti finanziamenti. In questa tornata elettorale, sempre secondo Reporter Brasil, il maggior finanziatore della campagna della ministra è stato Celso Grieseand, uno dei proprietari di Sementes Tropical[3], gigante agricolo della produzione di soia, grano, fagioli e cotone che, peraltro, commercializza prodotti chimici della multinazionale Syngenta. Altri finanziamenti sono stati concessi dal Presidente della Commissione nazionale per i cereali, le fibre e piante oleose della confederazione nazionale dell’agricoltura[4], Luis Alberto Moraes Novaes. Quest’ultimo è inoltre membro del consiglio di amministrazione della Fundação MS, dello stato del Mato Grosso do Sul[5]. La fondazione si occupa di efficienza dei pesticidi e di altri prodotti chimici utilizzati in agricoltura, spesso fornendo supporto scientifico e di ricerca alle aziende produttrici di tali prodotti.

Sono molti i sostenitori di Cristina; la ministra ha infatti ricevuto finanziamenti anche dal vice presidente della Sociedade Rural Brasileira, dal vice presidente della Cooperativa dos Cotonicultores de Campo Verde (Cooperfibra) e da altri privati legati al mondo degli agrochimici.

Come promesso da Bolsonaro, la produzione agricola brasiliana è stata posta nelle mani delle grandi aziende agricole e delle multinazionali agrochimiche. Ciò che è certo è che i danni che potrebbero essere causati da questa infelice congiuntura politico-economica non sono quantificabili e non saranno limitati ai vasti confini brasiliani.

[1] Legge “sulla ricerca, la sperimentazione, la produzione, il packaging e l’etichettatura, trasporto, magazzinaggio, commercializzazione, propaganda commerciale, utilizzo, importazione, esportazione, rifiuti finali e imballaggi, registrazione, classificazione, controllo, ispezione e controllo degli agrochimici, dei loro componenti e affini”



[4] Comissão Nacional de Cereais, Fibras e Oleaginosas da Confederação Nacional da Agricultura e Agropecuária (CNA)


L'Arabia Saudita , con i soldi, tiene al guinzaglio l'Occidente, la sharia entra come nel burro in una Unione Europea che non ha anima

ARABIA SAUDITA – LA COSCIENZA SPORCA DELL’OCCIDENTE

Maurizio Blondet 9 novembre 2018 
di ROBERTO PECCHIOLI

L’assassinio del giornalista dissidente Kashoggi nell’ambasciata dell’Arabia Saudita in Turchia, con le modalità efferate e le evidenti complicità di alto livello, ha posto in luce il ruolo internazionale della monarchia petrolifera di Riad e riaperto il dibattito sul suo regime, alleato di ferro degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e, obliquamente, di Israele. Negli stessi giorni del caso Kashoggi si è svolta a Riad la cosiddetta Davos del deserto, un’assise delle oligarchie economiche e finanziarie mondialiste cui ha partecipato senza rossore Christine Lagarde, direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale. La Spagna ha rapidamente confermato, nonostante qualche malumore parlamentare, la vendita di armi all’esercito saudita, mentre gli Stati Uniti hanno scelto una linea di imbarazzata prudenza.

Siamo assai lontani da ogni islamofobia, convinti dell’enorme valore delle tradizioni religiose e spirituali di ogni popolo, smarrite in Occidente sull’altare di un materialismo che riconosce solo il denaro e la ragione utilitaria. Pensiamo che sia la nostra Europa a dover recuperare i principi morali e religiosi smarriti. Tuttavia, nella relazione con il mondo medio orientale che ci vende il petrolio e investe denaro nelle nostre economie, abbiamo perduto l’anima e svenduto i principi sui quali la nostra civiltà è sorta e si è sviluppata. La devastante guerra condotta nella penisola arabica contro lo Yemen è circondata dal più rigoroso silenzio di un Occidente sempre pronto a indignarsi per ogni reazione palestinese alla sanguinosa occupazione israeliana di Gaza e della Cisgiordania. Analogo silenzio circonda gli emirati del Golfo Persico, fonti di lucrosi affari, nonostante quei regimi rappresentino l’assoluta negazione dei valori ai quali l’Occidente afferma di credere.

E’ opportuno un riassunto della storia dell’Arabia Saudita e del ruolo che vi gioca una delle più importanti scuole religiose e culturali del mondo islamico, il wahabismo che ha investito larga parte del mondo mussulmano, penetrando ampiamente, grazie all’immigrazione e ai petrodollari sauditi, nel cuore stesso dell’Europa. Sin dall’inizio della sua storia, la dinastia reale saudita è legata all’Islam più radicale. Il primo fondamentalista islamico fu Muhammad Ibn Abdal Wahhab, un mercante di cammelli nativo di un villaggio presso la Mecca, predicatore del secolo XVIII nemico dell’impero ottomano, da lui considerato usurpatore della custodia dei luoghi santi dell’Islam. Wahhab propugnava la purificazione della società islamica attraverso le rigide tradizioni della scuola giuridica sunnita e basava il suo movimento su una rigida interpretazione letterale del Corano, più severa di quella tradizionale, sul recupero dei principi comunitari dell’Islam delle origini e sull’impulso al jihad, la guerra santa.

Il movimento wahabita tentò di unificare la penisola arabica sotto un unico potere politico e riprendere la custodia dei luoghi sacri dell’Islam. A tale scopo proclamò la guerra santa contro i turchi e le tribù che li appoggiavano. Il clan Saud si legò presto a Wahhab, che sposò una figlia di Ibn Saud; da allora l’alleanza politico religiosa tra il movimento wahabita e i Saud accompagnò il processo di formazione dell’Arabia Saudita. Dopo le fallite insurrezioni del secolo XIX, all’inizio del XX il clan Saud, appoggiato da un esercito di fanatici wahabiti, sconfisse il clan rivale Rashid e conquistò Riad, conquistando l’egemonia nella penisola arabica. Il processo culminò nel 1934, quando fu proclamato il regno dell’Arabia Saudita. Il regime, al di là dell’integralismo islamico, si caratterizzò per il carattere feudale e il potere assoluto della casa regnante.

Il nuovo ordine internazionale successivo alla seconda guerra mondiale, caratterizzato dall’ egemonia americana sull’Occidente e dalle economie dipendenti dal petrolio di cui la penisola arabica è ricchissima, proiettò l’Arabia Saudita al centro delle relazioni internazionali. Il nuovo regno non disponeva delle conoscenze e delle tecnologie per estrarre e sfruttare le immense risorse petrolifere del sottosuolo. Ci pensarono le multinazionali americane. La Standard Oil stabilì una filiale fin dal 1933, la California Arabian American Oil Company (Casos) nella quale entrò la Texaco nel 1936. La Casos si trasformò nel 1944 nella potentissima Aramco (Arabian American Oil Company), ora interamente in mani saudite.

Questi enormi interessi economici e geostrategici consolidarono le relazioni tra gli Stati Uniti e la famiglia reale saudita, allo scopo di rafforzare la sfera d’influenza americana in concorrenza con i britannici, le cui compagnie petrolifere sostenevano le monarchie rivali della regione. Dopo l’inizio della guerra fredda e il trionfo dei nazionalismi arabi in Egitto Siria e Irak, appoggiati dall’URSS, l’Arabia Saudita divenne l’alleato chiave dell’Occidente in Medio Oriente. Dopo la crisi petrolifera degli anni 70 e l’aumento dei prezzi del greggio, Riad, gonfia di petrodollari, si trasformò in potenza finanziaria, sostenuta da entrate petrolifere gigantesche (115 miliardi di dollari annui al valore dell’epoca).

La pioggia di petrodollari rese possibili piani di sviluppo e di modernizzazione dell’economia. Furono costruiti stabilimenti petrolchimici, di fertilizzanti, di ferro, acciaio e cemento. Il paese divenne un cliente privilegiato delle grandi imprese americane ed europee, procurando affari sempre più redditizi. L’abbondanza di denaro liquido costituiva una grande attrattiva per il sistema bancario occidentale, destinatario di circa il 90 per cento degli investimenti sauditi, che ne influenzano profondamente le scelte.

Le politiche occidentali hanno quindi mantenuto una politica di laissez faire riguardo alla mancanza di democrazia del regime saudita, alla violazione dei diritti umani, all'applicazione della sharia (legge coranica), alle pratiche medievali della polizia religiosa. Con il trionfo della rivoluzione islamica in Iran nel 1979, l’Arabia divenne il più importante alleato degli interessi occidentali in Medio Oriente. Le guerre in Afghanistan e in Irak ne rafforzarono il ruolo, con l’aggiunta della vendita di armi all'esercito saudita. La convergenza di interessi era chiara: si trattava di sostenere un regime che contrastava le tendenze anti occidentali nella regione, rendeva possibile la stabilità del mercato del petrolio e si era trasformato in una potenza finanziaria con grandi interessi in Usa, Europa e Giappone. Gli eccessi della numerosa famiglia reale, gli abusi feudali in politica interna non importavano a nessuno, nell'interessata illusione che il crescente livello di vita e le politiche che cambiavano il volto del paese e creavano una numerosa classe media inaugurassero un’epoca di rinnovamento civile e culturale.

Il difficile equilibrio tra modernità, alleanza con l’occidente, feudalesimo e fondamentalismo religioso generò malcontento interno. Ampi settori religiosi, le classi popolari e un gran numero di intellettuali pensavano che la monarchia saudita stesse tradendo l’islam. In Occidente, per interesse e incapacità di comprendere una cultura tanto diversa, si è sottovalutata l’importanza dell’elemento religioso, fortemente intrecciato nel mondo islamico al fattore politico. Poi arrivò il 1979, la rivoluzione islamica in Iran che ha prodotto la recrudescenza della lotta per la guida morale del mondo mussulmano tra le due tendenze, sunnita e sciita.

L’Arabia Saudita sunnita, con il prestigio di guardiana del luoghi santi si è contrapposta all’Iran sciita per il predominio presso l’Ummah, la comunità dei credenti. I sauditi hanno iniziato vasti programmi di educazione religiosa all'interno e all'estero. Fondi miliardari sono stati spesi per diffondere la visione wahabita dell’Islam sunnita. Seminari, fondazioni, giornali islamici, opere benefiche, borse di studio, costruzione di moschee, scuole coraniche, università costituirono i pilastri di un’espansione religiosa di ampio respiro. Nel 2017 la rivista The Globalist ha stimato in 100 miliardi di dollari l’investimento saudita. In Asia, il Pakistan ha un programma di assistenza educativa saudita da oltre 6 miliardi. In Banglaesh più di 500 moschee sono completamente finanziate da Riad. In Indonesia è stata fondata un’università in cui la lingua di insegnamento è l’arabo. Analoga attenzione dei chierici wahabiti è rivolta in India, Filippine, Daghestan, Cecenia e Azerbaijan.

In Africa, oltre alla costruzione di moschee e scuole islamiche (madrasse), l’Arabia saudita distribuisce libri scolastici, invia maestri e predicatori e conferisce migliaia di borse di studio per le università saudite. Nel Mali e nel Niger l’influenza qatariota e saudita ha creato una coscienza politica islamica che sta radicalizzando la popolazione. Muhammad Yusuf, fondatore della feroce organizzazione nigeriana Boko Haram, ricevette asilo dai sauditi nel 2004. L’amministrazione americana, dopo aver studiato 80 Stati con presenza mussulmana, ha concluso che l’influenza wahabita è una presenza insidiosa, tesa a cambiare l’identità locale, a modificare le pratiche islamiche consolidate, raggiungendo vaste fasce di popolazione, comprese le élite culturali, politiche e economiche. In Indonesia, Habib Rizieq, fondatore del Fronte di Difesa dell’Islam e Jaffar Umar Thalib, che ha costituito la milizia anticristiana Laskar Jihad, sono usciti da scuole wahabite.

L’organizzazione Human Rights Watch afferma che i testi di insegnamento sauditi contengono incitamenti all'odio religioso verso i cristiani e gli ebrei. La britannica Henry Jackson Society nel 2017 accusò il governo saudita di finanziare nel Regno Unito scuole islamiche che usano testi dell’editoria rigorista wahabita, gli stessi adottati dall’Isis nelle scuole del cosiddetto Califfato islamico. In Europa il wahabismo si è imposto come ortodossia sunnita. Si calcola che almeno 25 milioni di immigrati mussulmani vivano legalmente nell'Unione Europea, a cui va aggiunto un numero indeterminato di illegali e coloro che hanno ottenuto la cittadinanza di un paese europeo. Tra loro, il 90 per cento sono sunniti. Le loro condizioni sociali, specialmente in ghetti etnici come Molenbeck in Belgio, costituiscono il brodo di coltura per la diffusione del radicalismo islamico attraverso l’attenta strategia di influenza culturale e religiosa wahabita.

Riad ha finanziato 1300 moschee nel territorio europeo e americano oltre a 2.000 centri islamici, nell'ambito di un progetto miliardario per esportare l’islam wahabita in tutto il mondo musulmano. Più di 5.000 musulmani provenienti dall'Europa si sono uniti alle file jihadiste in Medio Oriente e 700 persone sono morte dentro le nostre frontiere in conseguenza di attentati islamisti. Tuttavia l’Occidente, nonostante il conto salato in termini di radicalismo e terrorismo nel suo stesso territorio, continua con la politica di laissez faire nei confronti di Riad. I sauditi acquistano influenza politica attraverso investimenti strategici nei paesi occidentali, il che trasforma i governi in ostaggi degli interessi economici e finanziari.

La tolleranza del proselitismo wahabita è elevata, benché le autorità occidentali conoscano perfettamente la strategia di penetrazione in Europa e nel resto del mondo, come ha dimostrato il giornale Suddeutsche Zeitung, citando fonti dei servizi segreti tedeschi. Ignoriamo i mezzi finanziari investiti nei mezzi di comunicazione sociale occidentale e nelle reti sociali, ma si tratta certamente di molti milioni. Questo spiega la censura di Twitter alle critiche contro l’Islam e l’impegno a ripulire l’immagine dell’islamismo di media come BBC e CNN.

E’ forte il sospetto che sauditi e monarchie del Golfo aumentino la loro influenza politica e ideologica attraverso una rete di sostenitori occidentali che occupano posizioni strategiche. Gli interessi economici spingono molti a girarsi dall'altra parte, ma altrettanto forte è la tenaglia del mondialismo, impegnato a creare una società multiculturale che prescinda dall'identità europea di ascendenza cristiana, accusando di razzismo e di islamofobia qualunque critica, indagine storica e libera informazione.

La Francia e la Germania ci odiano perchè abbiamo capito il loro gioco e ce ne stiamo liberando

IN FRANCIA INVECE TUTTO BENE. COME IN GERMANIA.

Maurizio Blondet 9 novembre 2018 

Macron una ne fa e una ne pensa. Come saprete, lui l’anti-fasci-razzista , è riuscito a lodare il maresciallo Pétain, il capo del governo di Vichy, collaborazionista con Hitler, suscitando proteste internazionali. Praticamente, ogni volta che apre bocca, sbotta in qualche involontaria provocazione. Usa spesso parole inventate , distorte (croquignolet), gergali da teppista (”bordel”, “pognon de dingue”) o enigmatiche (“essence c’est pas bibi”). A giudicare dai social media, contro di lui monta una rabbia popolare, condita di insulti e di disprezzo, per le sue riforme economiche. Il rincaro dei carburanti, specie sul diesel, che ha decretato, gli provocherà contro, il 17 novembre, una manifestazione di protesta nazionale di effetto imprevedibile: migliaia di appelli sui social invitano il popolo a bloccare le strade indossando i gilet gialli del soccorso stradale.


Il governo ha giustificato i rincari con motivazioni ecologiste, la transizione all’auto elettrica…ma il portavoce del governo Benjamin Griveaux , in un dibattito, ha unito nello stesso disprezzo “quelli che sfumacchiano (dispregiativo: clopent) e quelli che vanno col diesel”. Avesse aggiunto: “..e che sbevazzano”, avrebbe fatto il ritratto collettivo di quella società di francesi sfavoriti, che devono abitare lontani dalle metropoli perché non si possono pagare gli affitti proibitivi, MA nemmeno nelle banlieues etnicizzate perché sono francesi bianchi, e quindi abitano in campagna o in villaggi ex rurali desertificati, lontanissime da tutti i servizi; una ex classe media di operai e in degrado sociale, che ogni giorno si fa 40 chilometri “col diesel” per andare e tornare dal lavoro, fuma 40 Gauloises, affonda spesso nell’alcolismo disperato nello squallore di vecchi centri industriali abbandonati dalle industrie chiuse e non raggiunti dl terziario avanzato– e che ora viene taglieggiata, e pure insultata e offesa perché “va col diesel” e “clope”.

E’ la “Francia periferica” la classe popolare sacrificata e dimenticata, rivelata dal sociologo Christophe Guilly. O come scrive Le Figaro, “la Francia fratturata, marginalizzata dalle elites, in lotta economicamente e socialmente per la sopravvivenza, malata e affaticata; la si sperava, cinicamente, fatalista e rassegnata; eccola eruttiva”.


Già. Perché se la UE controlla con odio l’Italia e la sua crisi economica ormai permanente (facendo di tutto perché non si rialzi), dovrebbe allarmarsi della “salute” sociale e della Francia. Ecco perché il vostro cronista segue la collera che monta tra i francesi, perché è esattamente il risultato di quelle politiche di austerità e smantellamento sociale che la UE pretende che il nostro attuale governo continui ed aggravi – anche in questa congiuntura di seconda depressione economica.

Vediamo:

L’Insee (il loro Istat ) ha segnalato ufficialmente che il primo trimestre dell’anno il potere d’acquisto dei francesi è sceso dello 0,6% , “fatto rarissimo nella storia statistica del paese”.

Dagli ultimi sondaggi: l’84% dei francesi non hanno più alcuna fiducia che Macron alzerà il loro potere d’acquisto. Il 72% pensa che il proprio potere d’acquisto è diminuito dalla sua elezione, solo il 6% dice che è aumentato. Dalle “riforme” del governo, ad averci guadagnato è lo 0,01 per cento degli ultraricchi (circa 5 mila signori) che hanno intascato, in riduzioni di tasse e varie misure “pro-mercati”, 1,27 miliardi di euro, il che fa 250 mila euro a persona. E il ministro de conti pubblici Gérald Darmanin ha avuto la faccia di dichiarare che “questo è il contrario del governo dei ricchi” – e in fondo ha ragione, è il governo degli ultra-ricchi.

Cinque anni di “politica dell’offerta” neoliberista con la speranza di assorbire la disoccupazione a forza di tagli al diritto del lavoro e di decine di miliardi di tagli di imposte sulle aziende ha ottenuto – com’era da prevedere – i risultati contrari. Il numero di disoccupati totali (categoria A) è aumentato nel terzo trimestre dello 05%, a 3,7 milioni. Con le altre categorie (che hanno lavorato 78 ore al mese), il numero dei senza lavoro è cresciuto dello 0,4%, a 5,9 milioni: e in un solo trimestre. Il numero dei disoccupati di lunga durata non fa che aumentare: più 6,4% nell’anno, complessivamente sono 2,6 milioni di persone.

Un francese su cinque attualmente cerca lavoro, Moscovici!


“La Francia ha perso 10 anni ad applicare le pozioni neoliberali”, commenta l’economista e blogger Laurent Herblay. “Dall’alto del suo Olimpo, “Giove” sperava di mettere un po’ di burro negli spinaci dei francesi con la soppressione dell’imposta sulla casa d’abitazione e una fiscalizzazione parziale dei contributi sociali; ha sperato che lo smantellamento del diritto del lavoro e i benefici fiscali alle imprese riuscissero ad abbassare la disoccupazione. Ecco i risultati”.


E si capisce il rincaro dei carburanti abbia fatto infuriare questi francesi socialmente periferici – per i quali l’auto è il solo mezzo per giungere al lavoro o cercarlo, e incide per il 10 per cento sui magri redditi. Anche il moderato Figaro scrive che “è un paese estraneo agli occhi dell’elite, che si trova di colpo davanti a questi “indigeni” sociali , questo “terzo stato” territoriale. Ripeto, con queste parole non si intendono gli arrabbiati nichilisti di colore che abitano nelle banlieues, che in fondo sono favoriti dalla vicinanza ai centri urbani dove si lavora, e dall’esistenza delle metropolitane o mezzi pubblici. Qui si parla dell’ex piccola borghesia e egli operai bianchi, francesi di nascita, confinati nella miseria e squallore dei centri secondari de-industrializzati. I veri derelitti, molto più dei colorati distruttori, una massa silenziosa la cui forza e rabbia ancora non s’è sfogata. Macron e i suoi ministri hanno offerto alcune compensazioni del rincaro, del diesel, 20 euro qua e 20 euro là a chi deve fare più di tot chilometri al giorno. Vedremo il 17 novembre se ciò basterà ad ammansire questo “terzo stato”, o a renderlo rivoluzionario.

La Germania in pre-recessione

“Gli affitti-casa nelle grandi città stanno esplodendo. A Monaco di Baviera, sono aumentati del 58% dal 2010, a Berlino anche del 73 %. L’aumento degli affitti sta diventando dinamite politica e sociale” (Holger Zschaepitz)


I lavoratori sottopagati, dalla cui moderazione salariale dipendono i successi nell’export tedesco (oltre che dall’euro sottovalutato), stanno cominciando a chiedersi qualcosa?

Ovviamente è la politica di “tutto per l’export” a mostrare la vulnerabilità della potenza tedesca, in questa fase di ricaduta delle recessione globale, di calo della domanda globale, di guerre commerciali e di de-globalizzazione avviata da Donald – che è più solido alla Casa Bianca.

“A settembre, le esportazioni sono calate dello 0,8% mese su mese. Le esportazioni tedesche sono ora scese in 4 degli ultimi 6 mesi. Nello stesso tempo, le importazioni sono diminuite di 0,4%. Tutto ciò ha ridotto la bilancia commerciale a € 17,6 miliardi di € 18,2 miliardi, molto al di sotto delle previsioni di € 18 miliardi. I cali si più rilevanti si registrano nel settore auto e in quello della chimica, i settori legati all’export.

“Il Consiglio tedesco degli esperti di ECON (i cosiddetti 5 saggi) taglia le previsioni tedesche di sviluppo del P.I.L. per 2018 di un grave 0,7% , da 2.3 s a 1.6 a. La previsione per il 2019 è calata da 1,8 o a 1.5 di crescita”.

In questa congiuntura, come si comporta la classe politica tedesca, così forte e unita?

Il 6 novembre, la polizia ha fatto irruzione negli uffici tedeschi della BlackRock, alla ricerca di prove di un grossissimo affare di evasione fiscale ( diverse banche tedesche avevano sfruttato una scappatoia legale che consentiva a due parti contemporaneamente di rivendicare la proprietà delle stesse azioni, consentendo a entrambe le parti di richiedere rimborsi fiscali). Grosso scandalo, ma l’inchiesta è aperta dal 2016. L’irruzione nella BlackRock, che è la finanziaria di cui è presidente Friedrich Merz, l’avversario della Merkel le cui fortune stavano crscendo, ci fa indovinare che la magistratura germanica è capace di intervenire nella politica, ad orologeria, come e meglio dei valorosi giudici nostrani. Merz non c’entra con lo scandalo, almeno così hanno detto i magistrati, ma certo le sue possibilità come cancelliere sono state molto oscurate..

“Attaccala!”, dice Schauble a Merz, il suo Dobermann. Ma a ha attaccato prima lei, coi suoi giudici.


E cosa fanno in questa fine di regime i parlamentari tedeschi? Si scannano sulla ratifica o meno del Global Migration Compact, una direttiva dell’ONU che pretende di dare a tutti gli stati il criterio di trattamento dei migranti. Ora, non solo questo Compact non fa alcuna distinzione giuridica fra profugo di guerra, emigrante economico, richiedente asilo, rifugiato – insomma sembra scritto da Soros e da “Francesco” – per cui già molte nazioni si sono rifiutate di adottarlo, Polonia, Austria, Ungheria, Stati Uniti per primi, e quindi non passerà. Nonostante questo i globalisti e socialisti residui nel parlamento si litigano, si prendono per il bavero, si sbattono sul banco – una furia incomprensibile, se non coi motivi spiegati dal professor Mela: “ per i liberal socialisti questo è un salvagente lanciato ad un naufrago che stia per annegare: spererebbero infatti di potersi far scudo di un patto internazionale” che giustifichi, a posteriori, le loro politiche di “accoglienza” senza limiti.

Naturalmente, i media invece lanciano l’allarme sul rinascente “razzismo” dei tedeschi che nei sondaggi dicono che molti stranieri sono qui solo per godere del nostro stato sociale – espressioni che vengono dipinte come naziste. Grande clamore ha fatto un sondaggio dove il 19,4% per cento dei tedeschi si dice completamente d’accordo con la frase “La Germania oggi ha bisogno di un partito forte che rappresenti unitariamente la comunità Volkisch”. Naturalmente è un allarme artificioso , volto a colpire lo AfD, che non è stato il gran vincitore dlele ultime elezioni. Lo sono stati invece i Grunen, in Verdi. Questi “hanno tratto vantaggio dalla narrativa mediatica che li ha fatti apparire come l’esatto opposto degli AfD: apertura ai migranti contro chiusura, eccetera. Ma le loro proposte reali sono molto meno radicali…stanno andando alla deriva verso un centro informe”, così il Guardian, deluso nel suo sinistrismo: insomma, i Veri faranno quello che faceva lo SPD, il partito che hanno sostituito: un accordo col “centro” democristiano, Merkel o no.

In questa, Harald Malmgren, un economista tedesco che insegna in Virginia, la butta là: “La Germania ha un per piano per il ritorno al marco tedesco fin dal 2012. Lo ha messo a punto al culmine della crisi Lehman, perché non si sa mai. I tedeschi fanno sempre piani del genere. Hanno anche tonnellate di carta….”.


Germans always make contingency plans. At peak of post-Lehman EMS crises Germany developed plans for return to DeutschMark, just in case. Am also sensing high level Berlin thinking now about possibility of Germany on its own once again



In Germania tutto bene. In Francia benone. E’ l’Italia il problema per l’UE, e i suoi complici interni.

Gli ebrei nelle terre di Palestina sono un cancro da estirpare - sequestrato un bambino di otto anni


Le forze di occupazione arrestano bambino palestinese di 8 anni 

- 9/11/2018


Hebron-Imemc. Venerdì, i soldati israeliani hanno rapito un bambino di otto anni, Omar Rabea’ Abu Ayyash, all’ingresso della città di Beit Ummar, nel nord di Hebron, nella Cisgiordania occupata. 

I soldati hanno affermato che stavano inseguendo giovani palestinesi che lanciavano pietre contro le jeep militari corazzate. 

Il padre del bambino ha dichiarato che l’esercito di occupazione prende costantemente di mira i bambini palestinesi, che rappresentano la futura generazione della Palestina, nel tentativo di schiacciare la volontà e la determinazione del popolo.

Ormai è diventato un luogo comune, la crisi è scientemente provocata dal combinato disposto tra gli aumenti dei tassi d'interessi della Fed e i dazi di Trump. La caduta del Dio Mercato a ottobre non è altro che l'assaggio di quello che verrà, Grande Depressione, Grande Recessione, Grande...


“Ottobre nero”: il crollo dei mercati azionari sarà l’inizio di una nuova crisi
© Fotolia / Andrey Burmakin
07:10 08.11.2018(aggiornato 10:57 08.11.2018)

A ottobre le perdite totali sui mercati azionari statunitense, asiatico ed europeo in seguito a svendite importanti hanno superato i 5 trilioni di euro. È il crollo maggiore dai tempi del crack della Lehman Brothers nel 2008. L’indice americano S&P 500 ha chiuso a ottobre con un calo dell’8%, il peggiore risultato degli ultimi 10 anni.

I titoli tecnologici del Nasdaq sono calati del 9,2% stabilendo una sorta di antirecord dal novembre del 2008. Mentre l'indice azionario MSCI World, che comprende titoli negoziati in 23 Paesi del mondo, dall'inizio dell'anno ha perso il 15%. Proprio il crollo dei mercati azionari è per gli economisti la causa primaria di una possibile nuova crisi. E le grandi banche ammoniscono: il mercato è entrato in una fase di elevata volatilità, l'economia mondiale potrebbe cadere in un baratro già nel 2020.

Cosa è successo

© SPUTNIK . ILYA PITALEV


Perché sui mercati azionari statunitensi hanno cominciato a svendere titoli? Il mercato è stato scosso dalle notizie della possibile uscita dell'Italia dall'UE e dell'omicidio del giornalista Jamal Khashoggi al consolato dell'Arabia Saudita in Turchia.

Ma la ragione principale sono i timori degli investitori riguardo all'aumento dei tassi di interesse negli USA e alla complicazione delle relazioni commerciali tra Washington e Pechino. Il giro di vite della politica della Fed (quest'anno l'ente regolatore americano ha triplicato il suo tasso di interesse chiave) ha portato all'aumento dei tassi ipotecari e, di conseguenza, alla riduzione degli acquisti di immobili. Mentre le guerre commerciali hanno rallentato l'economia cinese.

Gli analisti mettono in guarda: i tassi di interesse continueranno ad aumentare grazie all'inflazione. Secondo gli economisti dell'Università di Yale il ciclo dell'inflazione negli USA registrerà l'avvio di un periodo di crescita anche a causa delle controversie commerciali sempre più aspre. Ciò significa che la Fed dovrà aumentare ulteriormente i tassi di interesse.

Tassi di interesse e protezionismo commerciale

È stata una delle maggiori banche di investimento americane, la Bank of America Merrill Lynch, a indicare che il giro di vite alla politica creditizia statunitense avrebbe scatenato una nuova crisi. Quest'anno gli investitori stanno vendendo i titoli dei mercati in via di formazione. La ragione? L'aumento dei tassi di interesse operato dalla Fed che dovrebbe rafforzare il dollaro.

La politica protezionistica di Washington è considerata un'altra minaccia alla stabilità finanziaria globale. Le guerre commerciali danneggiano in modo importante il commercio internazionale con ricadute sui prezzi e sull'accessibilità dei prodotti nelle catene di consegna. Questo colpisce pesantemente l'intera economia.

In tali condizioni soffre molto il mercato dei prodotti alimentari, come affermano gli esperti dell'Istituto internazionale di ricerca sulle politiche alimentari (IFPRI). Come sostengono gli esperti in una recente relazione, le guerre commerciali minano le fondamenta della sicurezza alimentare: la presenza di cibo, l'accesso al cibo, l'utilizzo e la regolarità delle forniture.

"Alla fine queste limitazioni porteranno all'aumento dei prezzi per i consumatori e renderanno più complicato l'accesso ai mercati per i produttori dei Paesi in via di sviluppo, il che andrà ad esercitare ulteriore pressione sulla sicurezza alimentare", osservano all'IFPRI.

© SPUTNIK . ILYA PITALEV


Il celebre economista e investitore americano, James Richards, sostiene che l'attuale impennata dell'economia statunitense ed europea potrebbe tramutarsi in un enorme crack finanziario simile a quello del 1929. E allora sarebbe inevitabile una prolungata recessione in tutto il mondo.

Proprio questi timori vengono considerati dagli analisti una delle ragioni del crollo dei mercati di ottobre.

"La preoccupazione per il fatto che l'economia statunitense stia per esplodere ha portato all'aumento del rendimento delle obbligazioni e ha scatenato una potente ondata di volatilità sul mercato azionario", scrive The Wall Street Journal.

Il futuro ci riserva il peggio

© SPUTNIK . SERGEY GUNEEV


Secondo le stime di un'altra grande banda di investimento americana, JP Morgan Chase, l'attuale crollo sul mercato azionario statunitense non è che un assaggio. Il mercato cade per l'abbondanza di fondi indicizzati, di borsa e di altro tipo che sono gestiti passivamente. Ad oggi fino all'80% di tutte le attività sono gestite passivamente mentre prima della crisi del 2008 la loro quota non superava il 30%.

La Goldman Sachs ha già stimato come potrebbe influire una serie di crolli del mercato azionario sull'economia statunitense.

Secondo le stime degli esperti della banca di investimento, se la svendita continuerà e i prezzi delle azioni nell'ultimo trimestre scenderanno ancora del 10%, l'economica del secondo trimestre del 2019 perderà circa lo 0,75% del PIL.

La banca sostiene, inoltre, che la Fed entro la fine del 2019 quintuplicherà il tasso chiave, cioè lo aumenterà di due volte di più rispetto a quanto si aspetta al momento il mercato.

E poi?

Secondo JP Morgan Chase è prevista una crisi globale per il 2020: sarà preceduta da una serie di crolli degli indici americani. Gli analisti della banca sostengono che durante la crisi del 2007-2008 l'indice S&P 500 è crollato del 54% rispetto ai suoi valori massimi.

Si ipotizza che il futuro crollo del mercato azionario globale non sarà tanto significativo in quanto il valore delle attività nei Paesi in via di sviluppo è al momento considerevolmente inferiore a quanto, invece, fosse nel 2008.

© SPUTNIK . ALEXEY MALGAVKO


E sebbene i mercati in via di sviluppo, di norma, soffrono per primi dei processi negativi a livello globale, un recente studio degli economisti di Harward ha dimostrato che le economie di questi Paesi non sono poi tanto indifese di fronte alle turbolenze esterne.

In primo luogo, i Paesi con un elevato debito hanno dovuto ritardare l'estinzione dei loro debiti ai prossimi decenni nell'attesa di condizioni più favorevoli. In secondo luogo, i Paesi in via di sviluppo con un maggiore rischio di default hanno sviluppato una resistenza a politiche creditizie più stringenti grazie alla riduzione del disavanzo commerciale e di bilancio.

In tal modo, la crisi di una singola economia, sia pur grande come quella americana, non sarà più in grado di scatenare una reazione a catena incontrollata. I default sovrani diverranno meno ingenti, più isolati e non porteranno alle conseguenze sistemiche che abbiamo osservato in passato.

Debito esplicito e implicito

Il debito italiano e la porcata della Banda Juncker

By Redazione on 9 novembre 2018


Tutti hanno sentito parlare del “debito pubblico italiano secondo, in Europa, solo alla Grecia.: giunto agilmente al 132% grazie a quelli bravi di prima, è fonte di preoccupazione per il PD (ma non se ne poteva preoccupare prima ?) che vedono nella manovra al 2.4% l’abisso entro il quale l’Italia precipiterà ( se dovesse andare all’1.9% il “risparmio” sarebbe irrisorio ed è quindi evidente che si tratta di una sorta di ricatto politico di quelli che si dichiarano amici … a parole). In Economia questo debito va sotto la voce “debito pubblico esplicito”, cioè evidente: ma noi che non ci facciamo mancare niente, abbiamo anche un “debito pubblico implicito” che fra poco cercherò di spiegare. Pensate ad una famiglia che ha un debito e faticosamente cerca di pagarlo o di ridurlo: cosa fa? Prevede altri debiti? Forse sì perché necessari, indispensabili ma sempre tenendo conto del debito preesistente: ebbene l’Italia ha anche questo sdebito di cui nessuno ha parlato o parla: ciò significa che stiamo conciati peggio di quanto i “forzaspread” lamentano. La Banda Bassotti di Juncker certamente non ignora questo ulteriore debito italiano ma non lo cita, non ne fa mai menzione: e neanche i vari commissari più o meno economici a cominciare da quel nazista collaborazionista di Moscovici, lo ignorano … ed io mi sono chiesto perché. Intanto cosa è il “debito pubblico implicito”: è dato dagli impegni futuri dello Stato (tutti gli stati europei) in tema di previdenza, assistenza e sanità. Proviamo a fare dunque questa somma e, “incredibile dictu” (come dicevano i latini mentre noi ci limitiamo ad un prosaico “cacchio”) cviene fuori che l’Italia si posizione ai primi posti. Una classifica riscritta aggregando i due tipi di debito vede l’Italia primeggiare con un rassicurante 57%, mentre quello tedesco arriva quasi al 149%. Per tacitare in partenza i “forzaspread” e i buffoni della Commissione Europea preciso che questi dati provengono da fonte assolutamente insospettabile di simpatie verso questo governo, sono i dati riportati dal presidente dell’Inps Tito Boeri in un incontro dal titolo «Esplicitare il debito implicito», a cui ha partecipato anche il professore Laurence Kotlikoff della Boston University che ha condotto numerosi studi sul tema. Per completare questa nota aggiungo che la Francia ha un debito aggregato del 291% e la Spagna arriva al 592% mentre la media Ue è del 266%.
Elio Bitritto

L'Euroimbecillità da fondo alle sue energie si accaparra posti per resistere al voto di maggio 2019, non capisce che tutto può essere messo in discussione niente è per sempre

Banche italiane, il regalo avvelenato dall’Europa sulla Vigilanza al governo Conte




Articolo tratto da: www.investireoggi.it
https://www.investireoggi.it/economia/banche-italiane-il-regalo-avvelenato-dalleuropa-sulla-vigilanza-al-governo-conte/

Sarà Andrea Enria il successo di Danielle Nouy a capo della Vigilanza della BCE. Il suo nome ha battuto quello di Sharon Donnery, vice-governatore della banca centrale irlandese, data per favorita alla vigilia dopo che l’assenza proprio di un europarlamentare italiano, quel Marco Zanni vicino a Matteo Salvini e già grillino, aveva creato una situazione di parità tra i due candidati, mentre non c’era stato niente da fare per Robert Ophele, presidente della Consob francese. Ad avere votato in maggioranza Enria è stato il board della BCE, composto dai 19 governatori centrali dell’Eurozona e dai 6 membri esecutivi. Dunque, adesso per il governatore centrale irlandese Philip Lane si spalancano le porte di Francoforte per la nomina a capo-economista dell’istituto, un ruolo assai ambito, perché di fatto affianca il numero uno nelle sue decisioni di politica monetaria. Quanto al successore di Mario Draghi, invece, tutte le ipotesi restano in auge, anche se sembra sfumare quella di un prossimo governatore tedesco, visto che la Germania si candida per guidare la prossima Commissione UE, schierando Manfred Weber per il PPE. In teoria, ciò incrementerebbe le chance francesi, sebbene Parigi abbia avuto un suo uomo a capo della BCE fino al 2011 con Jean-Claude Trichet.

Un italiano alla Vigilanza per difendere le nostre banche? Con i BTp ci andò male
Per l’Italia non è stato un successo, contrariamente a quanto possiate immaginare. Vero, abbiamo un nostro connazionale a sorvegliare le banche nell’Eurozona, ma la nomina è avvenuta senza un appoggio esplicito da parte del governo Conte. Anzi, se vogliamo dircela tutta, negli ambienti leghisti e grillini, il nome di Enria non è mai piaciuto e a ragion veduta, come segnala il caso Zanni. L’uomo è il presidente dell’Eba, l’authority bancaria europea. Nel 2011, in piena crisi dello spread, si distinse non già per una capacità di tutela del nostro sistema bancario e italiano nel suo complesso, quanto per la sciagurata accettazione del diktat franco-tedesco di imporre agli istituti l’iscrizione dei bond sovrani ai valori di mercato (“mark-to-market”) del 30 settembre di quell’anno. I mercati reagirono fuggendo dai BTp, visto che infliggevano perdite a carico delle banche che li detenevano e fiutando il rischio di un default di Roma nella decisioni europee. Ne seguì l’esplosione paurosa dello spread, con tanto di dimissioni del premier Silvio Berlusconi.

Un italiano eletto contro l’Italia? E allora, come mai proprio l’Europa anti-sovranista ha votato un italiano per il delicato ruolo di sorvegliante delle banche, quando i tedeschi temono regole troppo morbide sui crediti deteriorati e sul legame tra banche e debiti sovrani? La risposta sta nella ridisegnazione della mappa delle cariche in Europa, che dovrà avvenire da qui a un anno. Eleggendo adesso un italiano in una carica certamente importante, ma non così politicamente significativa, formalmente Bruxelles si è tolta dai piedi l’Italia, terza economia dell’area. Il nostro Paese ha ottenuto un contentino, per cui d’ora in avanti le cariche che contano verranno spartite da Germania, Francia e tutti gli altri. Chiamatelo regalo avvelenato, anche perché con l’uscita di scena tra un anno esatto di Draghi dalla BCE, dentro l’istituto non avremo alcun connazionale nelle posizioni decisionali. Non ci sarà un italiano nel comitato esecutivo per la prima volta dalla nascita dell’istituto, non avremo certamente il capo-economista e non potremo esprimere il governatore. Peseremo quanto Malta, Cipro, la Grecia inviando ogni sei settimane il governatore di Bankitalia in qualità di membro votante a rotazione.

E se è vero che la Vigilanza sotto la Nouy ha assunto un peso importante nelle scelte che impattano il sistema bancario europeo, è altrettanto vero che le decisioni che contano sono state già adottate, sottraendole al successore italiano. Parliamo degli Npl, il cui abbattimento è stato deciso nei giorni scorsi, seppure ancora in via ufficiosa, che avverrà in futuro a condizioni più favorevoli per le banche italiane rispetto alle indicazioni di marzo della Commissione europea. Insomma, il lavoro è stato svolto e l’Italia non potrà fare danni, anche perché Enria non risponderà, nel caso in cui si aprissero dossier scottanti, alle direttive di Roma, non essendo un burocrate voluto dal governo giallo-verde, bensì un “Draghi boy”
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Lo spread buono si allarga, per le banche italiane altra bella notizia che si aggiunge agli Npl
Questo non significa chiaramente che le sue decisioni saranno prese contro l’interesse dell’Italia, semplicemente che l’Italia sul piano politico non ha ottenuto ieri nulla con la sua nomina, anzi ha appreso indirettamente che verrà tagliata fuori dai giochi per la spartizione delle cariche più importanti, ossia: presidenza Commissione UE, presidenza Europarlamento, capo-economista BCE, governatore BCE, presidenza UE. Paradossale che possa apparire, i due governi in caduta libera, Berlino e Parigi, che si avviano a una sonora bocciatura alle prossime elezioni europee, potrebbero accordarsi per prendersi tutto, a dispetto di quanto diranno i cittadini alle urne. L’establishment uscente prova a ipotecare il futuro dell’euro e delle istituzioni comunitarie, piazzando i propri uomini prima di essere verosimilmente travolto sul piano dei consensi.
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All'Euroimbecillità vissuta in malafede solo per truffare imbrogliare l'Italia non si può rispondere che con una semplice manovra contabile

Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Bnl. Ecco come le banche faranno marameo allo spread

9 novembre 2018


Ecco come Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Bnl-Bnp Paribas e non solo in Italia stanno cercando di evitare contraccolpi negativi dallo spread alto sui titoli di Stato in portafoglio. L’approfondimento di Alessandro Plateroti pubblicato oggi sul Sole 24 Ore

Banche italiane in azione per scongiurare effetti negativi dello spread sui conti. E’ la strategia avviata da tempo dagli istituti di credito italiani, come ha svelato oggi il Sole 24 Ore.

ECCO CHE COSA STANNO FACENDO INTESA SANPAOLO, UNICREDIT, BANCO BPM E NON SOLO

Da Intesa Sanpaolo a Unicredit, da Banco Bpm a Bnl-Bnp Paribas, sono già diverse le banche che stanno cambiando dal punto di vista contabile la collocazione dei titoli di Stato italiani in portafoglio per evitare di svalutare i bond a causa dell’incremento dello spread.

TUTTI I DETTAGLI SULL’ESCAMOTAGE AVVIATO DALLE BANCHE PER EVITARE L’EFFETTO SPREAD SUI CONTI

Come? Trasferendo titoli di Stato dal portafoglio di trading (dove si contabilizzano i titoli disponibili per la vendita) al portafoglio in cui vengono custodite le obbligazioni liquidabili solo alla loro scadenza.

ECCO L’EFFETTO DELLE MOSSE DELLE BANCHE SUI BOND ITALIANI

In questo modo l’obbligo imposto dalla Bce di “ri-prezzare” le obbligazioni al variare del loro valore (se il prezzo di mercato sale c’è una rivalutazione, se scende una svalutazione in bilancio) non si applica sul portafoglio dei bond vendibili solo a fine scadenza.

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Ecco un estratto dell’approfondimento di Alessandro Plateroti pubblicato oggi sul Sole 24 Ore:

Per quanto provate dalla grande crisi del debito e da due recessioni in 10 anni, il sistema non è affatto il Jurassic Park del credito europeo: non solo per la sua resilienza ai danni collaterali dell’instabilità politica, ma soprattutto per la competenza e l’astuzia con cui sta utilizzando un’importante innovazione contabile introdotta in Italia dal fine dell’anno scorso.

COME FUNZIONA IL TRASFERIMENTO

Si tratta della possibilità di trasferire quantità consistenti di Titoli di Stato dal portafoglio di trading (dove si contabilizzano i titoli disponibili per la vendita) al portafoglio in cui vengono custodite le obbligazioni liquidabili solo alla loro scadenza. La differenza è sostanziale: l’obbligo imposto dalla Bce di “ri-prezzare” le obbligazioni al variare del loro valore (se il prezzo di mercato sale c’è una rivalutazione, se scende una svalutazione in bilancio) non si applica sul portafoglio dei bond vendibili solo a fine scadenza.

GLI EFFETTI CONTABILI

Poiché il «mark-to-market» è richiesto solo sul primo dei due portafogli, è sufficiente spostare nel “reparto protetto” del bilancio percentuali crescenti di BTP posseduti dalla banca per eliminare o almeno ridurre notevolmente il rischio di avvitamento patrimoniale generato dal «doom loop», l’erosione del capitale innescata dal crollo prolungato dei prezzi dei bond. Il modo è molto semplice: quando i bond nel portafoglio di trading vanno in scadenza, i proventi vengono reinvestiti in altri Titoli di Stato che vengono poi ricontabilizzati nel portafoglio di lungo termine dove non c’è obbligo di svalutare.

I NUMERI IN BALLO

Per aver un’idea del fenomeno in atto, basti pensare che alla fine del secondo trimestre 2018, meno del 9% delle obbligazioni sovrane italiane erano detenute fino alla scadenza: alla fine del terzo trimestre, la quota era già salita al 14%. Ma la strada da colmare rispetto ai concorrenti esteri e soprattutto europei (solo in Italia non era di fatto consentito) è ancora lunga.

GLI STRESS TEST

Ed è bene tenere presente che negli stress test dell’Eba non è neppure prevista: è ovvio che in una simulazione di grave shock finanziario, è inevitabile il crollo patrimoniale della banca. In America, al contrario, la Fed si è guardata bene dall’imporre procedure di questo genere.

COME SI COMPORTA UNICREDIT

Per quanto riguarda i casi concreti, le banche italiane che hanno rivelato di aver cominciato a utilizzare lo scudo contabile sui BTP sono per ora le più grandi. Unicredit, per esempio, mira a ridurre l’esposizione del bilancio alla variazione dei tassi sui titoli di stato di oltre un terzo il prossimo anno: ciò significa che qualsiasi ulteriore aumento dei rendimenti le costerà meno in termini di minusvalenze.

COSA FANNO INTESA SANPAOLO E BANCO BPM

Anche il Banco BPM ha confermato la stessa scelta, portando nella sezione a valore protetto oltre il 50% dei bond posseduti, mentre Intesa Sanpaolo ha classificato il 32% del debito italiano in bilancio nella sezione vincolata alla scadenza, una quota leggermente superiore a quella del trimestre precedente.

DOSSIER BNL-BNP PARIBAS

Nel bilancio della BNL, banca del gruppo francese BNP Paribas, tutte le obbligazioni italiane sono detenute fino alla scadenza, il che significa che non ha registrato finora alcuna perdita dovuta al rischio-Italia.

Quando si escludono i pregiudizi, questa la realtà sulla resilienza delle banche italiane. Se anche gli investitori prestassero più attenzione, avrebbero certamente meno motivi per preoccuparsi delle nostre banche.

Brasile - è formalmente palese che il Partito dei Giudici ha fatto un golpe per fermare una distribuzione della ricchezza un pochino più equa

Vi racconto le prime mosse del presidente Bolsonaro in Brasile

9 novembre 2018


Il commento del giornalista Livio Zanotti, già in Rai e alla Stampa, per anni corrispondente dall’America Latina e inviato speciale di esteri, sulle prime mosse del neo eletto presidente Bolsonaro in Brasile 

Il giudice brasiliano che ha condannato a 9 anni e mezzo di carcere per corruzione l’ex Presidente Lula da Silva assumerà come ministro della Giustizia del suo più acerrimo nemico politico, il neo capo di Stato Jair Bolsonaro. La notizia è ufficiale, diffusa e confermata dallo stesso diretto interessato già nei giorni scorsi. E come ci si poteva aspettare, ha suscitato polemiche aspre e insinuazioni d’ogni tipo, anche in ambienti che apprezzamento per Lula non ne hanno mai avuto. Ma ancora tengono un po’ alle forme. In primis, non pochi colleghi del magistrato.

In via di diritto, infatti, nulla vieta a Sergio Moro di svestirsi della toga e di quanto nell’opinione brasiliana prevalente gli resta della terzietà del giudice, per mettersi in politica e assumere un ruolo tanto significativo nel governo dell’estremista di destra Bolsonaro. Tanto più se -come ha detto e non era difficile intuire- ne condivide da sempre il programma di compressione dei diritti. Hanno provocato nondimeno sorpresa e disagio tempi e modi della sua decisione. Dal processo sostanzialmente indiziario a Lula è trascorso poco più d’un anno e ancora recentemente egli riaffermava di voler restare nell’ordine giudiziario.

A Curitiba, dove Moro ha vissuto e svolto il suo ufficio d’inquirente e giudicante, ricordano che egli ha sempre tenuto ad apparire oltre che essere imparziale, anche per mitigare l’impressione di forte severità spesso accusata di volontà persecutoria non soltanto dagli accusati. Negli ambienti politici di Rio spiegano però che a mettergli fretta fino al punto di indurlo a rompere immediatamente ogni indugio, sarebbe stato Bolsonaro in persona. Il Presidente è interessato a giustificare con la lotta alla corruzione il suo programma marcatamente repressivo. E il volto del magistrato delle “mani pulite” brasiliane gli presta credibilità.

In un messaggio all’Associazione Nazionale dei Giudici Federali, Moro si è giustificato l’altro giorno affermando di identificarsi con l’italiano Giovanni Falcone, del quale intende seguire l’esempio. Ha fatto però un po’ di confusione. Poiché Falcone ha sacrificato la vita nell’affrontare non la pur nefasta corruzione tra affari e politica, bensì i vertici della mafia siciliana al massimo del loro più feroce potere militare. Nonostante ciò, egli non ha mai abbandonato la sua funzione per la politica. In un periodo particolarmente ingrato e pericoloso del lavoro d’inquirente, ha accettato un incarico senz’altro prestigioso ma di carattere giuridico. Sono stati i suoi avversari, con l’intenzione di screditarlo, ad attribuirgli il valore d’una scelta di parte.