Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 17 novembre 2018

Marco Orioles - “L’attuale sistema multilaterale libero, aperto e basato sulle regole, su cui si è fondata la crescita e la stabilità dell’Asean, è finito sotto stress. Non è chiaro se il mondo si accorderà su nuove regole e norme di impegno internazionale o se l’ordine internazionale si frammenterà in blocchi rivali”

Perché i Paesi Asean sono stretti tra l’incudine americana e il martello cinese



Che cosa è successo al summit dell’Asean a Singapore? Il Punto di Marco Orioles

Il summit dell’Asean a Singapore si conclude con un nulla di fatto: il progetto di creare la più grande area di libero scambio al mondo, la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), che oltre ai dieci Paesi Asean avrebbe compreso altri sei nazioni della regione tra cui i giganti cinese, indiano e giapponese, si arena sui dettagli. Se ne riparlerà al vertice del prossimo anno a Bangkok, dove l’Asean è stata fondata nel 1967.

Se il tentativo è naufragato, parte delle responsabilità devono essere attribuite alle tensioni che pervadono questa zona del mondo. La rivalità tra Cina e Stati Uniti, cui tutti guardano con timore, si gioca infatti anche su questo terreno, fatto di reti commerciali ma anche di rivendicazioni territoriali e di manovre per consolidare la propria influenza. In un momento in cui la Cina palesa le sue ambizioni di controllo del Mar Cinese Meridionale, e gli Stati Uniti sembrano voltare le spalle al sistema di libero commercio in nome di un’agenda protezionista e del nazionalismo economico, i Paesi Asean si trovano incapaci di prendere alcuna decisione sul proprio futuro.

L’agitazione che caratterizza questo momento storico era ben visibile nell’indirizzo di saluto che il primo ministro di Singapore, Lee Hsien Loong, ha formulato ai capi di Stato e di governo presenti al summit. “L’attuale sistema multilaterale libero, aperto e basato sulle regole, su cui si è fondata la crescita e la stabilità dell’Asean, è finito sotto stress”, ha sottolineato Lee. “Non è chiaro”, ha aggiunto il premier, toccando il nodo della questione, “se il mondo si accorderà su nuove regole e norme di impegno internazionale o se l’ordine internazionale si frammenterà in blocchi rivali”.

La preoccupazione di Lee, che accomuna tutti i leader Asean, è giustificata dalle posizioni dell’amministrazione Trump, in particolare dalla sua volontà di ricollocare il sistema di libero scambio globale nel più rassicurante, per Washington, alveo delle relazioni bilaterali. Una volontà evidenziata sin dalle prime battute, con il clamoroso ripudio del Tpp, e la rimodulazione di tutte le intese con alleati e partner in funzione di un rafforzamento dei legami uno a uno e di uno stralcio degli accordi multilaterali che, nella visione del governo Usa, penalizzerebbero l’America. Di qui il rimpianto di Lee per i bei tempi in cui gli Usa difendevano a spada tratta il multilateralismo e il libero scambio: tempi in cui gli americani “sono stati generosi, hanno aperto i loro mercati, fatto investimenti, garantito la sicurezza regionale, e con i benefici indiretti di una regione prospera gli Usa hanno a loro volta prosperato”.

Ma in cima alle preoccupazioni dell’Asean non c’è solo l’incertezza sul futuro di un sistema commerciale che tanto ha contributo sviluppo dei paesi del blocco. Al principio della lista c’è la rivalità strategica tra Stati Uniti e Cina, che prima o poi potrebbe costringere le nazioni Asean a fare una scelta di campo. “È più facile non schierarsi”, ha osservato infatti Lee, “quando tutti gli altri sono dalla stessa parte. Ma se si è amici di due paesi che sono schierati su posizioni differenti, allora qualche volta è possibile andare d’accordo con entrambi, qualche volta invece è più difficile cercare di andare d’accordo con tutti e due”. Molto presto, ha preconizzato Lee, “potrebbero crearsi le circostanze per cui l’Asean sia costretta a scegliere tra l’uno e l’altro. Spero che non accada presto”.

L’assenza di Donald Trump dal summit di Singapore non ha certo contribuito ad allentare l’inquietudine dei Paesi Asean. La partecipazione del numero due della Casa Bianca, Mike Pence, ha rappresentato in questo senso un segnale ambivalente, che non è valso a fugare il timore di una fuga dell’America dalla sua storica responsabilità di assicurare pace, sicurezza e benessere nella regione del Pacifico.

Le parole proferite da Pence al vertice sono servite, semmai, a incrementare la preoccupazione dei paesi dell’area. Al di là delle rassicurazioni di rito sull’impegno americano “risoluto e duraturo” nella regione, il vicepresidente Usa ha infatti lanciato parole affilate rivolte all’avversario cinese. Nell’Indo-Pacifico, secondo Pence, non c’è posto per “impero e aggressione”. Parole il cui senso non è sfuggito a nessuno, e che un successivo chiarimento di un portavoce del Dipartimento di Stato hanno inquadrato con maggior precisione: “Diamo il benvenuto ai contributi della Cina allo sviluppo regionale, fin quando essa aderisce ai più alti standard che i popoli della regione domandano. Siamo preoccupati dall’uso da parte della Cina della coercizione, di operazioni di influenza, e di implicite minacce militari per persuadere altri stati a ubbidire all’agenda strategica cinese”.

Al dardo scagliato da Pence, il premier cinese Li Keqiang ha replicato esaltando il ruolo della Cina come fondamentale partner commerciale dei paesi Asean. Partner che guarda con grande interesse al progetto della Regional Comprehensive Economic Partnership, che secondo Li porterà “reali benefici ai popoli della nostra regione”. Li ha buon gioco nell’interpretare il ruolo di “portatore di standard del libero commercio globale” a fronte del ripiego degli Usa e della guerra dei dazi voluta dal presidente Trump. “Ora il mondo”, ha spiegato Li ai partner Asan, “sta affrontando un crescente protezionismo, È sempre più importante per noi unirci e rispondere a questa situazione mondiale complessa mantenendo il multilateralismo e il libero commercio”.

Gli auspici cinesi devono fare i conti, tuttavia, con la preoccupazione dell’Asean per le manovre sempre più esplicite dell’ex Celeste Impero per dispiegare la propria potenza nella regione. Manovre che gli Usa cercano a loro volta di contrastare forgiando un’alleanza più stretta con i paesi dell’area. Strette in questa morsa, le nazioni del Sud-Est asiatico non sempre si comportano in modo lineare, oscillando tra il desiderio di rafforzare i legami con lo storico partner a stelle e strisce e l’attrazione verso le potenzialità di una più robusta cooperazione economica con la Cina.

Non è facile, in queste circostanze, definire chi sia il nemico e chi l’alleato. E se alcuni Paesi Asean sembrano non volersi discostare dal sentiero tradizionale della partnership con gli Usa, altri sembrano preoccupati soprattutto di non irritare il colosso cinese, i cui investimenti fanno gola. Ecco così che, dinanzi alle sempre più frequenti incursioni della marina americana nel Mar Cinese Meridionale, finalizzate a far valere il principio della libertà di navigazione in un’area su cui si appuntano le rivendicazioni cinesi, alcune nazioni prendono posizioni ambigue. È il caso del premier malese Mahathir Mohamed: “Siamo stati tutti d’accordo”, ha detto a Singapore, “sui modi e mezzi per non incrementare le tensioni nel Mar Cinese Meridionale. E questo significa non portarci navi da guerra” che “possono causare incidenti”. Oppure del presidente filippino Rodrigo Duterte, che a proposito delle esercitazioni della marina Usa, si è chiesto: “Perché devi creare frizioni (…) che provocheranno una risposta da parte della Cina?”

È un sentiero stretto, insomma, quello dei Paesi Asean, stretti tra l’incudine dell’unilateralismo americano e il martello della politica di potenza cinese. E prima o poi, come ha riconosciuto il premier di Singapore, una scelta di campo s’imporrà.

17 novembre 2018 - Cottarelli, Sallusti, Travaglio e Damilano si confrontano sulla manovra

Gli ebrei nelle terre di Palestina sono un cancro da estirpare - anche un albergo a Gesusarelle Est

Israele pianifica la costruzione di hotel nella Gerusalemme occupata

Gerusalemme News - 16/11/2018


Gerusalemme occupata-PIC. La municipalità israeliana della Gerusalemme occupata ha annunciato un piano per costruire un hotel sulle colline del quartiere di Jabel Mukaber, nel sud-est della Città Santa. 

Il piano farà parte di un progetto per costruire una serie di hotel che si affacciano sulla Città Vecchia di Gerusalemme. Il numero totale di camere negli hotel in programma sarà di 20 mila. 

Khalil al-Tafkaji, un esperto sulla questione delle terre, ha avvertito che questo hotel e l’intero progetto distruggeranno i monti della Gerusalemme meridionale e ridisegneranno sensibilmente l’area sud, aggiungendo che gli hotel saranno costruiti a spese delle terre palestinesi nelle cittadine di as-Sawahira e Sur Baher. 

Tafkaji ha anche sottolineato l’esistenza di piani israeliani per costruire unità abitative e strutture pubbliche, tra cui un asilo nido ed una sinagoga, nella zona di Jabel Mukaber. 

Ha aggiunto che il comune israeliano intende avviare la costruzione di strutture speciali utilizzate per la gestione del tram nella Gerusalemme settentrionale e nel quartiere di Shu’fat. 

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

17 novembre 2018 - Virginia Raggi a Sky TG24 (INTEGRALE)

Diego Fusaro su ipotesi di sua candidatura a Firenze notificato da Parenzo Cruciani accetta e si propone in diretta a La Zanzara

DESTRA E SINISTRA
Diego Fusaro turbo-sindaco: si candida a Firenze e umilia in diretta Matteo Renzi e David Parenzo

16 Novembre 2018


Si candida, Diego Fusaro: un turbo-sindaco sovranista contro il turbo-capitalismo all'italiana. Dove? A Firenze, una delle ultime roccaforti del renzismo. Il filosofo di sinistra più amato dall'ultra-destra ha confermato a La Zanzara su Radio 24 le voci uscite su qualche quotidiano locale terrorizzando David Parenzo e Giuseppe Cruciani: "Non ne sapevo nulla fino a due secondi fa. Ciò detto accoglierei con sommo piacere questa proposta perché è importantissimo debellare i germi di questo nichilismo di cui certa sinistra, invece di Marx e di Gramsci, è portatrice. Bisogna ripartire dai temi fondamentali di Gramsci che sono il lavoro, la sovranità come base nazionale e popolare". 

Ma con chi scenderebbe in campo? Con un ancora imprecisato "polo sovranista". Meloni? Salvini? Casapound? In ogni caso, chiarisce, "con la mia compostezza olimpica sarà una occasione per debellare questi sostenitori del verbo eurocratico, della globalizzazione infelice, che io chiamo glebalizzazione per i suoi effetti nefasti. Quella glebalizzazione che viene difesa dalla elite finanziaria e dallo stesso turbo Parenzo. Il tosco nichilista Renzi e il successore Nardella sono le propaggini estreme di questo nichilismo che sta appestando l’Europa tutta e che di fatto è un vuoto valoriale". "Oggi – è il suo programma-manifesto - Firenze è ridotta a una sorta di bazar privo di cultura e post identitario. Speriamo di ripartire dalla grande cultura rinascimentale della Firenze medicea, che invece oggi sta decadendo mentre la città si è svuotata della sua cultura. Io do la mia disponibilità a tutte le forze culturali che partano dalla cultura come baluardo resistenziale".

Antonino Galloni - Moneta non a debito, nazionale, pubblica. Debito pubblico e debito privato 200-400% in linea di massima al 500% ci dobbiamo pensare. Ma è la Bilancia Commerciale è la vera cartina di tornasole. Abbiamo un tessuto piccolo medio tessuto industriale che è un gigante. Grazie

L'intervista, l'economista Galloni: «Nel 2019 aspettiamoci un calo in borsa»

La previsione è stata formulata durante un incontro a Molvena durante il quale si è parlato «della vera natura del debito pubblico»

Marco Milioni15 novembre 2018 14:37

«Debito pubblico e altre assurdità».

È questo il titolo di un incontro organizzato a Molvena dall’associazione romana Rinascimento pentastellato che ha visto protagonista l’economista Nino Galloni del quale sta curando la presentazione in tutta Italia dell’ultimo libro, «L’inganno e la sfida» che lo stesso economista ha recentemente dato alle stampe con Arianna editrice.

La serata, iniziata con con l’introduzione curata da Fabio Castellucci e con la moderazione di Riccardo Di Martiis, ha affrontato una molteplicità di argomenti dal debito pubblico alla politica monetaria. «In un momento come questo dobbiamo essere in grado di distinguere i problemi veri da quelli minori» ha spiegato Galloni.

Durante l’incontro l’economista che ha parlato di un mondo in cui la massa finanziaria è diventata «54 volte il pil globale» ha definito il capitalismo attuale come un «capitalismo ultra-finanziario» descrivendo il sistema del denaro e il sistema del debito pubblico ad esso collegato come un vero e proprio «strumento di potere» all'interno del quale lo sforzo per il «risanamento dei conti pubblici» in realtà è pensato non per risanarli «ma per peggiorarli» poiché questo sistema può funzionare solo «se il debitore sta male».

In un contesto del genere una via d’uscita potrebbe essere anche quello dell’utilizzo di monete complementari, pratiche che in qualche maniera «già si stanno affermando». Galloni per vero dopo dopo aver delineato per sommi capi un quadro internazionale ha fatto una previsione tutto sommato pessimistica per quando riguarda i valori di borsa che sono attesi nel 2019. Sempre Galloni a fine serata si è detto disponibile a ritornare per parlare nello specifico di piccola impresa e di crac bancari che hanno colpito recentemente il Veneto.

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NoTav - quando gli euroimbecilli affermano qualcosa è il momento di alzare ancora maggiormente l'attenzione. Dopo 30 anni 30 anni ancora non hanno dato i soldi, e d'improviso si deve chiudere entro questo dicembre. L'Euroimbecillità all'ennesima potenza

Tav Torino Lione: richiamo Ue sui tempi. Foietta: appalti a dicembre o parte ‘tassametro’

Di Redazione Quotidiano Piemontese
14 novembre 2018


Richiami sui tempi di realizzazione dell’Alta Velocità Torino – Lione. Il primo arriva da un portavoce della Commissione Ue dopo l’ultimo incontro tra il ministro dei trasporti Danilo Toninelli e l’omologa francese: “È importante che tutte le parti facciano sforzi per completare nei tempi” la Tav, in quanto “come per tutti i progetti della Connecting Europe Facility se ci sono ritardi nella loro realizzazione questi possono vedere una riduzione dei fondi forniti” da Bruxelles.

Foietta: appalti a dicembre o parte ‘tassametro’
“A dicembre devono partire le gare di appalto” per la Torino-Lione “altrimenti parte il tassametro e ci sarà un danno erariale di 75 milioni di euro al mese”. A dichiararlo è stato Paolo Foietta, commissario straordinario di governo per la ferrovia Torino-Lione. “Non c’è nessun atto che blocchi l’opera, ad ora, solo parole in libertà. Ci sono invece gli impegni presi per gli appalti”.

Ultima modifica: 14 novembre 2018

No Tav - dopo che ci hanno speso 30 anni 30 anni ancora ci vorrebbero pendere in giro. Costosa, dannosa, inutile

Tav, le ragioni del “Sì” e del “No” in un incontro a Mongrando


Pubblicato il 14/11/2018
Ultima modifica il 14/11/2018 alle ore 15:30
EMANUELA BERTOLONE
MONGRANDO

Salone affollato alla biblioteca comunale di Mongrando in occasione del dibattito sulla Tav. L’altra sera il sindaco Antonio Filoni, a distanza di poche ore dall'iniziativa di Torino, ha radunato in paese gli esponenti «Sì Tav» (il consigliere regionale del Piemonte Gabriele Molinari, l'ex senatore Gaetano Daniele Borioli e il presidente del comitato cittadino Corrado Ceria) e quelli «No Tav» rappresentati dal sindaco di Venaus Nilo Durbiano e dai componenti della Commissione tecnica per l'Unione Montana della Valle di Susa, Luca Giunti e Alberto Poggio. L'incontro era incentrato sulla possibilità o meno di potenziare l'attuale linea ferroviaria invece di realizzarne una nuova da 27 miliardi di euro. «Il mondo vuole infrastrutture e dove non arriviamo noi arriverà qualcun altro: questa linea ferroviaria è la possibilità per tornare a essere competitivi» ha detto Molinari. Alle sue parole sono seguite quelle di Durbiano: «Negli ultimi anni i passeggeri verso Lione sono diminuiti. Cosa ce ne facciamo di una nuova linea? Noi siamo a favore di un progresso utile, come ad esempio l'autostrada che conduce a Biella». Dopo l’intervento, che ha suscitato entusiasmo dei presenti hanno parlato Ceria: «L’attuale linea ferroviaria non è economica, ecco perchè nessuno la usa» e poi Borioli: «Tav significa meno inquinamento, meno frammentazione dei trasporti e rischi d'incidenti». Alle parole è seguita una serie di slide proposte dalla Commissione tecnica che illustrava gli svantaggi dell’opera: a fronte di un calo drastico del trasporto merci su rotaia, la Tav comporterebbe comunque costi esagerati a carico dell'Italia per un progetto che, nella migliore delle ipotesi, si concluderebbe nel 2030. Il dibattito è quindi proseguito rimbalzando fra ragioni tecniche e opinioni politiche, moderato dallo stesso primo cittadino che non ha mai fatto mistero di essere contrario alla realizzazione della Tav, ma a cui va il merito di essere stato il primo, nel Biellese, ad aver dato vita a un confronto.

NoTav - dopo 30 anni 30 anni è diventato una questione ideologica separata dalla realtà

Tav, Toninelli non arretra: «Analisi costi-benefici entro dicembre»

Roma - «Il Tav non ha ancora visto costruire un centimetro del tunnel di base», insiste annunciando che i risultati preliminari dell’analisi costi-benefici saranno pronti entro dicembre.

NOVEMBRE 15, 2018


Roma - Terrà conto anche dei costi derivanti da un eventuale stop ai lavori relativi a una decisione del governo sulla Torino-Lione. «Non rientrano nell’analisi costi benefici in senso proprio, ma la struttura tecnica di missione è ugualmente incaricata di valutarli attraverso una ulteriore e distinta analisi», spiega il ministro Danilo Toninelli, tornato a parlare dell’infrastruttura al Question Time del Senato a due giorni dalla nuova manifestazione Sì Tav prevista a Torino. Ad organizzarla, questa volta, è Forza Italia e sarà presente anche il presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani. «La battaglia sulla Tav è anche una battaglia simbolica», dice non a caso il leader degli azzurri, Silvio Berlusconi, al termine della riunione di questa sera a Roma con i coordinatori del partito.

L’ex premier distingue «tra quelli come noi che credono nello sviluppo del nostro Paese, nella crescita attraverso gli investimenti e le infrastrutture, in un’integrazione con l’Europa anche dal punto di vista dei collegamenti e delle grandi reti». E, «dall’altra parte, i grillini, con la loro cultura del No, le loro deliranti teorie sulla decrescita, il tentativo di isolare l’Italia politicamente ed anche fisicamente dagli altri Paesi europei». Al tema infrastrutture guarda «con preoccupazione» anche il sindaco Pd di Milano, Giuseppe Sala: «ci vantiamo di essere la seconda manifattura in Europa e produciamo per distribuire. Quindi tutto ciò che è rete, logistica e distribuzione serve». Dopo la visita degli industriali al cantiere francese di Saint-Martin-La-Porte, domani una delegazione di Fratelli d’Italia consegnerà agli operai di Chiomonte alcuni prodotti d’eccellenza piemontesi. «Un gesto simbolico per ribadire che realizzare la Tav vuol dire più ricchezza, nuovi posti di lavoro e avere uno strumento fondamentale per aumentare le esportazioni dei nostri prodotti», spiega la leader del partito, Giorgia Meloni.

Tira dritto per la sua strada il ministro Toninelli: «Il Tav non ha ancora visto costruire un centimetro del tunnel di base», insiste annunciando che i risultati preliminari dell’analisi costi-benefici saranno pronti entro dicembre. E che saranno pubblici, sia quelli dell’analisi “in senso tecnico” sia quelli “paralleli” degli oneri in caso di blocco derivanti da accordi internazionali.

Oggi la scienza è uno dei strumenti dell'élite del Pensiero Unico del Politicamente Corretto


Scienza: il pomeriggio di una giornata di ordinaria intimidazione (con video girato da CS) 

Maurizio Blondet 16 novembre 2018 
di Enzo Pennetta

Una conferenza tenuta da professori universitari sarebbe un fatto normale, ma non oggi non lo è, viene impedita ed ostacolata con ogni sorta di intimidazione.
Questa è la situazione nella società del politicamente corretto, il fascismo alla saccarina del terzo millennio.

Ne avevo parlato in “Global warming: qualcosa di inaspettato accade a Roma“, avevo salutato con grande interesse l’iniziativa di tenere una conferenza sul clima dove le voci critiche verso la teoria della causa antropogenica dei cambiamenti climatici avessero la possibilità di esporre le proprie ragioni, ma le cose si sono rivelate molto peggiori di quanto sembrasse.

Le prime ombre arrivano dalla conferenza organizzata al Senato della Repubblica dal Sen. Franco Ortolani (M5S), già Direttore del dipartimento di scienza e politica del territorio dell’Università Federico II di Napoli e programmata per la mattina del giorno 13 novembre presso una sala a Piazza Capranica 72. Un’iniziativa che però, per non chiariti motivi organizzativi, veniva cancellata nell’imminenza dello svolgimento. Motivi curiosi, i relatori erano a Roma e la sala non risultava avere problemi di alcun tipo, reale appare invece la presenza di un clima ostile che ha mirato a mettere sotto pressione l’organizzatore, un clima rivelato da un titolo dell’Inkiesta apparso il giorno 13: “I Cinque Stelle ci ricascano: il cambiamento climatico è un complotto (o non esiste)“, un articolo dai toni aggressivi dove la minaccia di essere ridicolizzati è concreta e in un momento di forti tensioni politiche nessuno si sente di correre il rischio:

Che esista ancora una frangia di negazionisti del clima nel nostro paese è cosa assodata. Cittadini che non credono nella stampa, nella scienza e nei poteri forti se ne trovano un po’ ovunque. La retorica è mutata nel tempo: da “i cambiamenti climatici non esistono” si è passati, a fronte della schiacciante evidenza scientifica che il climate change esiste, a due nuove versioni: una pseudoscientifica dove “il clima cambia ma non per colpa dell’uomo” e una complottistica dove “il clima cambia per un progetto globalista per controllare il mondo”, in cui si incunea anche la stupidaggine delle scie chimiche. Soggetti che sposano queste due visioni se ne incontrano spesso sui social, ma anche per strada. Capita ancora il tassista che ti dice “ma sta qua è tutta ‘na balla”.

Ben più grave è quando il climanegazionismo, ovvero il negare l’esistenza del cambiamento climatico e la sua origine antropica, coinvolge istituzioni e forze politiche

Il termine “negazionista” è un neologismo infamante che dovrebbe essere messo tra le accuse passibili di querela per diffamazione, il negazionista è infatti qualcuno in malafede che quindi è assimilato al truffatore, e questo detto a mezzo stampa non può restare senza conseguenze. Ma ovviamente l’autore dell’articolo non ha nessun elemento per provare che i professori partecipanti siano negazionisti, infatti anziché smontarne le affermazioni si limita a colpirli pregiudizialmente. La derisione, l’invenzione di complottismi che non esistono è un’aggressione, non una critica. Sta di fatto che la conferenza al Senato viene annullata. Poi sarà anche Repubblica ad usare il termine “negazionisti” così come l’Huffington Post.

Poche ore e si giunge all’appuntamento del pomeriggio presso una sala dell’Istituto di geologia dell’università La Sapienza di Roma, l’appuntamento è alle 15,30 e io mi reco dopo il lavoro non senza qualche contrattempo e arrivo con qualche minuto di ritardo trovando un’inaspettata folla davanti all’aula 9 sede della conferenza. Ci vuole poco a capire che non si tratta di spettatori che non trovano posto in aula ma di contestatori che non vorrebbero far entrare nessuno e che tentano di impedire lo svolgimento della conferenza stessa. Volano inulti, “buffoni”, “venduti”, “vergogna”… poi si allontanano mentre una ragazza cerca di calmare gli animi dicendo “lasciamoli con l’aula vuota…”, ma l’aula non è vuota, ci sono persone che vogliono ascoltare compresi alcuni del collettivo, tanto che fatico a trovare un posto a sedere.

La conferenza ha inizio in una evidente tensione, davanti a me dei docenti avanti negli anni che hanno lavorato una vita nelle università e che devono difendersi da un’aggressione ingiusta e da accuse immeritate.

Questo è quanto si sta preparando nel mondo retto dalla tecnocrazia, reagire subito è necessario per fermare questa deriva liberticida, nel nome della “scienza” si riduce al silenzio, si minaccia e si fanno intimidazioni, è il fondamentalismo scientifico che come tutti i fondamentalismi è sicuro di detenere la verità e di esser per questo autorizzato a tappare la bocca a chi ha un pensiero differente. Ma il fondamentalismo scientifico ha una caratteristica nuova rispetto a tutti gli altri, ritiene di non esserlo perché lo dice la scienza. Ma la scienza dice solamente quello che loro le impongono di dire, un ostaggio non è libero di parlare e le sue affermazioni non hanno valore.

Per restituire libertà di parola a chi è stata negata o ridotta e per dare modo a tutti di confrontarsi con gli argomenti dei relatori censurati ho realizzato alcuni video degli interventi alla Sapienza e li rendo qui disponibili in esclusiva. A seguire un breve ma significativo scambio verbale con dei contestatori dove emerge l’intolleranza dei secondi contrapposta alla disponibilità dei primi e a seguire l’intervento del Prof. Battaglia.

Nei prossimi giorni seguirà l’intervento del Prof. Giaccio sull’importante pasto del “Carbon trading”, lo scandalo del mercato delle emissioni.


Alberto Prestininzi commenta le azioni di disturbo contro la conferenza e spiega i problemi di un allarmismo sul clima.


Dopo che il Collettivo di scienze ha cercato di impedire la conferenza questa si è svolta regolarmente, l’intervento del Prof. Battaglia ha messo in evidenza degli elementi interessanti su cui vale la pena riflettere e che non andavano sottratti al confronto.


E' guerra vera - sanzioni dazi aumenti degli interessi della Fed ( stati e aziende con debiti in dollari fanno default, Argentina, General Eletric docet)


L’Iran è disconnesso dal sistema SWIFT – cosa ancora ci si può aspettare?

Rosanna 15 novembre 2018 , 18:36 



Se la Russia sarà la prossima, quanto è pronta alla disconnessione?

Il 5 novembre è entrata in vigore una nuova serie di sanzioni economiche contro l’Iran da parte di Washington. Include il blocco delle riserve internazionali di Teheran, il divieto dell’uso dei porti iraniani e l’esportazione di petrolio iraniano. Ha avuto luogo anche la disconnessione delle organizzazioni finanziarie iraniane dal sistema di trasferimento delle comunicazioni di pagamento SWIFT.

L’Iran ci è abituato: le prime sanzioni anti-Iran di Washington sono state imposte quasi quattro decenni fa, nel 1979. Per quasi quattro decenni, non c’è stato un giorno in cui le sanzioni siano state revocate per intero. Nel 2015, dopo la firma di un accordo multilaterale sul programma nucleare iraniano, è iniziata una riduzione graduale delle sanzioni, ma non è stata completata (in particolare, tutte le riserve internazionali dell’Iran bloccate non sono state scongelate). E ora, a causa del ritiro degli Stati Uniti da questo accordo, è iniziato un nuovo ciclo di sanzioni.

Voglio soffermarmi su una sanzione come il blocco del sistema SWIFT. Il blocco comprende le operazioni di 70 organizzazioni finanziarie iraniane, incluse le 14 maggiori banche del Paese. Questo è il secondo blocco nella storia delle sanzioni economiche statunitensi contro l’Iran (il primo è stato nel 2012). Questa sanzione è una delle più dure ed è stata in vigore fino al 2016.

Il sistema SWIFT non è sotto la giurisdizione americana, è governato da una società cooperativa registrata in Belgio. I membri della società e gli utenti sono istituzioni finanziarie della maggior parte dei Paesi del mondo. Ad oggi, oltre 10.800 tra le più grandi organizzazioni (principalmente bancarie) in più di 200 Paesi sono collegate a SWIFT. Washington ha dovuto fare molti sforzi per assicurare che la società bloccasse le operazioni dell’Iran. Si è dovuto agire attraverso gli organi direttivi dell’UE e le autorità del Belgio, che hanno dato l’ordine finale per il blocco.

Quando nel maggio 2018, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha reso pubblico il suo ultimatum sull’Iran, è stato accolto con ostilità non solo a Teheran. Sono contrari in modo categorico l’Europa e altri Paesi, con i quali in Iran si sono iniziati a strutturare scambi e relazioni economiche, dopo la stipula dell’accordo sul nucleare. Inoltre, la società SWIFT ha ripetutamente affermato che è fuori dalla politica, che non rischierà la sua reputazione e non si accingerà a disconnettere nuovamente l’Iran dal sistema. Ma no! Si è dovuto procedere.

Di conseguenza, in estate l’Europa ha dichiarato che avrebbe urgentemente creato un sistema SWIFT alternativo sotto il pieno controllo di Bruxelles. Il Ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha annunciato, ad agosto, che erano iniziate le proposte di creazione di sistemi di pagamento indipendenti in Europa. Questa affermazione era alquanto strana, poiché il sistema esistente è generalmente sotto la giurisdizione europea. E se verrà creato il sistema SWIFT-2, dov’è la garanzia che anche questo non “cederà” sotto la pressione di Washington?

Dopo il discorso di Heiko Maas, alcuni dettagli sono apparsi sui media. Gli Europei hanno concordato di creare una struttura speciale (special purpose vehicle, SPV) per eludere le sanzioni anti-Iran, attraverso la quale sarebbero effettuati pagamenti per operazioni di esportazione-importazione. Il Ministro degli Esteri della UE, Federica Mogherini, insieme al Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, il 24 settembre ha annunciato la creazione di una SPV. Secondo Mogherini, il piano per creare una SPV “significherà che gli Stati membri dell’UE creeranno un’entità legale per facilitare transazioni finanziarie legittime con l’Iran, e ciò consentirà alle compagnie europee di continuare a commerciare con l’Iran”, nonostante l’opposizione degli Stati Uniti. La nuova struttura di intermediazione finanziaria multinazionale, creata dai Paesi europei, si occuperà delle società interessate alle transazioni con le controparti iraniane. Tali transazioni, presumibilmente in euro e sterline inglesi, non saranno trasparenti per le autorità americane. Le aziende europee che hanno a che fare con un mediatore governativo, non possono essere tecnicamente accusate da Trump di aver violato le sanzioni statunitensi.

Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha immediatamente risposto all’iniziativa dell’Unione Europea. Ha dichiarato che la creazione di una struttura speciale per eludere le sanzioni è “una delle soluzioni più controproducenti che si possono immaginare dal punto di vista della sicurezza globale e regionale”.

La Russia ha mostrato immediatamente interesse per la creazione di una struttura speciale e ha espresso la volontà di aderire al progetto. “Questa sarà una via d’uscita e una risposta alle restrizioni che gli Stati Uniti introducono, sia per le imprese che per le istituzioni finanziarie regolate nella valuta statunitense”, ha detto il 5 ottobre il Primo Vice Primo Ministro, il Ministro delle Finanze Anton Siluanov. Tuttavia, la Banca Centrale della Federazione Russa non ha ancora ricevuto l’invito ad aderire alla controparte europea del sistema di pagamento SWIFT. Come si è scoperto un po’ più tardi, non c’era nulla a cui aderire. Alla fine di ottobre, è stato reso chiaro che il piano della creazione della SPV non sarebbe stato realizzato. I media hanno detto: nessun Paese dell’UE ha accettato di collocare sotto la sua giurisdizione la struttura speciale per eludere le restrizioni nei confronti di Teheran.

Le imprese europee hanno reagito con molta mestizia alla decisione di Washington di bloccare le operazioni con il sistema SWIFT dell’Iran, e al fallimento dei tentativi di Bruxelles nell’organizzare il sistema SWIFT-2. L’agenzia di stampa Bloomberg ha diffuso una dichiarazione del 9 ottobre di Thilo Brodtmann, Direttore esecutivo del VDMA (Verband Deutscher Maschinen- und Anlagenbau),secondo il quale la federazione è preoccupata che la Russia possa essere il prossimo Paese, dopo dell’Iran,che verrà disconnesso dal sistema internazionale di trasmissione dei dati interbancari. “Oggi tocca all’Iran, domani alla Russia e poi alla Cina?”, ha detto il capo del VDMA, il quale ha affermato che circa 3.200 ditte che hanno stipulato transazioni internazionali, compresa la Russia, potrebbero subire una crisi a causa della decisione di SWIFT.

La dichiarazione di Thilo Brodtman fa ancora riflettere: quanto è probabile che la Russia venga disconnessa dal sistema SWIFT? Quali potrebbero essere le conseguenze per la Russia? Quanto è pronta la Russia alla disconnessione?

La probabilità che la Russia venga disconnessa da SWIFT non è così minimale. Un’opzione del genere, come il blocco del sistema SWIFT, è nei piani del Dipartimento del Tesoro statunitense. Prendo atto che per la prima volta per Washington è stato più difficile scardinare la leadership della società SWIFT; per la seconda volta non c’è stata quasi opposizione. Quindi, se lo desiderasse, Washington sarà in grado di giungere al blocco della Russia. Ci sarà anche un effetto collaterale negativo per gli Stati Uniti, ma mi sembra che Washington abbia smesso di contabilizzare le conseguenze di alcune delle sue azioni.

A Mosca hanno iniziato dal 2014 a prepararsi alla disconnessione dal sistema SWIFT. Ha avuto inizio la creazione di un’alternativa russa a SWIFT, chiamata SPFS (Система передачи финансовых сообщений – Sistema di trasferimento delle comunicazioni finanziarie). Dalla fine del 2016 è iniziata l’implementazione graduale. Tuttavia, per il momento, il SPFS è dedicato quasi esclusivamente agli addebiti e ai pagamenti che avvengono tra le organizzazioni russe, ovvero, i rischi di disconnessione del sistema SWIFT per il mercato interno sono ridotti. I rischi associati al servizio di pagamenti internazionali rimangono elevati. Sono stati fatti tentativi per rendere l’SPFS un sistema internazionale. Il Primo Vicepresidente della Banca Centrale della Federazione Russa, Olga Skorobogatova, nel maggio 2018, affermava che la Banca di Russia stava valutando la possibilità di connettere i non residenti all’SPFS. Tecnicamente, le aziende e le banche non residenti possono connettersi al sistema russo già ora; sono in corso negoziati con le banche centrali straniere.

I piani della Banca Centrale, che sovrintende all’SPFS, sono tali che, nella prima fase, perseguono la transizione alla messa in servizio, da parte di questo sistema, di società e banche dei Paesi limitrofi, in primo luogo dell’Unione Economica Eurasiatica. Nella seconda fase, è previsto di trasformare l’SPFS in un analogo del sistema SWIFT per essere a servizio dei pagamenti della Russia con i Paesi membri del BRICS. Tra gli altri Stati, potenziali partecipanti al SPFS, la Banca di Russia nomina Iran e Turchia. Tuttavia, l’espansione della portata internazionale dell’SPFS dovrebbe avvenire rapidamente. Altrimenti, le perdite economiche della Russia saranno enormi, le transazioni del commercio estero potrebbero essere bloccate o estremamente difficili (lo scambio commerciale con l’estero russo per il 2017 è stato di 584 miliardi di dollari, pari a quasi il 37% del PIL).

P.S. Un’ulteriore protezione dal blocco del sistema SWIFT per la Russia potrebbe essere un uso più ampio dei sistemi di scambio commerciale (accordi sui beni di scambio). Qui torna utile l’esperienza dell’Iran, che ha già fatto uso del meccanismo dello scambio commerciale.Presumibilmente, nel prossimo futuro, una parte significativa del commercio russo-iraniano sarà effettuata sulla base dello scambio commerciale, cioè senza l’uso di valuta. Mosca sta anche discutendo la possibilità di un più ampio uso di sistemi di scambio, nel commercio con partner come la Cina e la Turchia.



11.11.2018
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da NICKAL88

Gli Stati Uniti vogliono dominare il Mondo, con le guerre, dazi, sanzioni, dollaro, non si fermano davanti a niente. Rivoluzioni colorate, strategia della Paura e del Caos. Tutto serve per continuare a trarre vantaggio nonostante i suoi 50 milioni di poveri e il precariato a vita per le sue genti

Usa-Cina, sale la tensione

ESTERI

(FOTOGRAMMA/IPA)

Pubblicato il: 17/11/2018 07:35

Tensione Pechino-Washington. Il vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, ha attaccato la Cina per aver promosso "pratiche commerciali scorrette", ribadendo la posizione dura della Casa Bianca nello scontro commerciale in corso tra le due principali economie mondiali.

"Gli Stati Uniti non cambieranno rotta a meno che la Cina non cambi la propria" ha detto Pence al summit della Cooperazione economica Asia-Pacifico (APEC) a Port Moresby, capitale di Papua Nuova Guinea. "Abbiamo preso misure decisive per risolvere il nostro squilibrio con la Cina", ha aggiunto il vice presidente Usa, che ha anche attaccato Pechino aver concesso a numerose economie emergenti prestiti infrastrutturali con termini che nel migliore dei casi sono "opachi" e "troppo spesso condizionati".

PECHINO - "Il protezionismo e l'unilateralismo danneggiano la crescita globale. La guerra commerciale non produrrà vincitori" ha detto il presidente cinese Xi Jinping, nel suo intervento al summit. Xi ha preso la parola prima del vicepresidente Usa Pence che, davanti alla platea, ha stigmatizzato le "pratiche commerciali scorrette" adottate da Pechino.

NoTav e Salvini che segue le sirene, e queste se lo mettono in tasca, dimenticando facilmente il popolo le persone che non dimenticano. Sbagliare si può perseverare è da ... imbecilli

 Vero, falso, realtà e ideologia di una Grande Opera

Facciamo un po’ di chiarezza sulle tante bufale e informazioni errate sul progetto Tav e sul perché non vogliamo la Torino Lione. Lo abbiamo fatto anche in conferenza stampa questa mattina al Circolo della Stampa con la Commissione Tecnica Torino Lione, qui i materiali :

Un rapporto basato su dati e argomentazioni relativi ai diversi aspetti del progetto TAV Torino-Lione:

– una realtà che continua a smentire affermazioni ideologiche prive di riscontri,

– notizie false che non vengono mai smentite,

– cifre fantasiose prive di riscontri,

– accordi Italia-Francia squilibrati a vantaggio dello stato francese che peraltro li disattende,

– un promotore pubblico che pretenderebbe di utilizzare finanziamenti italiani per opere di competenza francese.

NoTav e non solo l'8 dicembre 2018 come sempre a Torino senza una tantum esaltata, evidente, dai giornalisti giornaloni Tv

post — 8 novembre 2018 at 16:26
In piazza l’8 dicembre a Torino! Comunicato No Tav


Il Movimento No Tav da quasi 30 anni promuove le ragioni dell’opposizione alla Torino-Lione, con manifestazioni, azioni di lotta, studi e documentazioni, libri e conferenze pubbliche.
Dal principio si è chiesto un confronto tecnico che, privo di pregiudizi ed interessi di sorta, potesse confrontarsi sui dati e prevedere tra i diversi esiti quello dell'”opzione zero”. Tutto questo non è mai stato permesso dai vari governi che negli ultimi trent’anni si sono susseguiti nel nostro paese, senza alcuna distinzione di bandiera od orientamento. Per contro, laddove le ragioni non venivano ascoltate, si è deciso di imporre l’opera con la forza, sulla testa di decine di migliaia di valsusini.

In queste ultime settimane, partiti, sindacati e lobby industriali e di categoria con l’appoggio sfrontato e interessato di tutti i maggiori media, hanno deciso di attaccare il movimento No Tav, a livello ideologico, negando quelle ragioni documentabili per anni diffuse e pensando di strumentalizzare una vicenda tanto delicata quanto fondamentale per il futuro del nostro territorio e delle nostre vite.
C’è chi cerca di nascondere le proprie responsabilità sul saccheggio e la devastazione dei nostri territori, su una politica dei governi che non ha investito sulla messa in sicurezza e sulla tutela dell’ambiente, sullo sperpero di risorse pubbliche a favore di grandi opere inutili togliendo risorse a sanità, emergenza abitativa, welfare, scuola, ricerca e lavoro.

Mentre in Italia si continua a morire per il maltempo e intere aree del paese vengono messe in ginocchio, c’è ancora chi nega quale siano le vere priorità della collettività, provando a mettere avanti a tutto gli interessi delle grandi aziende e dei profitti di pochi.

Non ci siamo mai fatti ingannare e continueremo a lottare per la nostra terra e per un modello di sviluppo sostenibile per tutti.

Pertanto comunichiamo che l’8 dicembre 2018, data storica per il nostro movimento, scenderemo nuovamente in piazza a Torino per una grande manifestazione No Tav.
In contemporanea a noi, poiché l’8 dicembre dal 2010 è la Giornata Internazionale contro le Grandi Opere Inutili e Imposte e in difesa del pianeta, molti altri movimenti sul territorio italiano si mobiliteranno per la tutela dei territori e contro lo spreco di risorse pubbliche.

C ERAVAMO, CI SIAMO E CI SAREMO SEMPRE.

Movimento NO TAV

http://www.notav.info/post/in-piazza-l8-dicembre-a-torino-comunicato-no-tav/

NoTav - Le ultime bufale dei giornaloni e tv spacciando una riunioni di amici per una marcia che ha eliminato la Fiat dall'Italia, singolare similitudine

post — 11 novembre 2018 at 17:40


di Paolo Mattone, Livio Pepino e Angelo Tartaglia

Il “contratto di governo” tra M5Stelle e Lega prevede, con riguardo alla Nuova linea ferroviaria Torino-Lione, «l’impegno a ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia». A ciò il ministro delle infrastrutture Toninelli ha aggiunto l’ovvio: cioè che, in attesa di tale confronto, ogni determinazione diretta a realizzare un avanzamento dell’opera sarebbe considerata dal Governo «un atto ostile». Indicazioni assai caute, dunque, ben lungi da una dichiarazione di ostilità al Tav. Poi silenzio e rinvio all’analisi costi-benefici in corso di elaborazione da parte di una apposita commissione. Il tutto lasciando al loro posto, come rappresentanti del Governo, sfegatati supporter della nuova linea ferroviaria come Mario Virano, direttore generale di Telt (promotore pubblico responsabile della realizzazione e della gestione della sezione transfrontaliera della futura linea Torino-Lione), e Paolo Foietta, commissario straordinario del Governo per l’asse ferroviario Torino-Lione e presidente dell’Osservatorio della Presidenza del Consiglio originariamente costituito come luogo di studio e di confronto tra le parti interessate (e diventato ormai l’ultima ridotta dei sostenitori del Tav senza se e senza ma).

Tanto è bastato, peraltro, a produrre un duplice effetto. Da un lato ha finalmente aperto un dibattito sulla effettiva utilità dell’opera, fino a ieri esorcizzato dalla rappresentazione del movimento No Tav, complice la Procura della Repubblica di Torino, come un insieme di trogloditi e di terroristi. Dall’altro ha mandato in fibrillazione i promotori (pubblici e privati) dell’opera, l’establishment affaristico, finanziario e politico che la sostiene e i grandi media che ne sono espressione (Stampa e Repubblica in testa) che, non paghi di ripetere luoghi comuni ultraventennali sulla necessità dell’opera per evitare l’isolamento del Piemonte dall’Europa (sic!), hanno cominciato ad evocare fantasiose penali in caso di recesso dell’Italia.

In questo contesto e per consentire un confronto razionale, in attesa delle indicazioni della commissione preposta all’analisi costi benefici e delle conseguenti decisioni politiche, è, dunque, utile fare il punto sulla situazione, partendo dall’esame delle affermazioni più diffuse circa l’utilità dell’opera. 

Primo. «La nuova linea ha una valenza strategica e unirà l’Europa da est a ovest».
Prospettiva da statisti, che il governatore del Piemonte, Chiamparino sottolinea, con slancio futurista, evocando un collegamento tra l’Atlantico e il Pacifico (senza considerare che la stazione atlantica è scomparsa nel 2012, con la rinuncia del Portogallo, e che dalla prevista stazione finale di Kiev mancano, per arrivare a Vladivostok e al Pacifico, oltre 7.000 km…). Prospettiva, comunque, priva di ogni riscontro reale, posto che una linea ferroviaria ad alta capacità/velocità non è prevista in modo compiuto neppure in Lombardia e Veneto, che il tratto sloveno non esiste nemmeno sulla carta, che in Ungheria e Ucraina nessuno sa che cosa sia il Corridoio 5, come inizialmente si chiamava la linea (cose tutte documentate, con una accurata indagine in loco, in un servizio giornalistico di Andrea De Benedetti e Luca Rastello pubblicato su Repubblica e diventato poi un libro edito da Chiare Lettere con il titolo Binario morto). La realtà dunque, al netto di bufale interessate e di anacronistici sogni di grandeur, non è quella di una nuova “via della seta” ma, assai più prosaicamente, del solo collegamento ferroviario tra Torino e Lione (235 chilometri, comprensivi di un tunnel di 57 chilometri), già coperto da una linea ripetutamente ammodernata e utilizzata per un sesto delle sue potenzialità. Di ciò, non di altro, si deve, dunque, discutere valutandone costi e benefici. Il resto è fuffa, chiacchiera senza fondamento o, peggio, specchietto per allodole.

Secondo. «La nuova linea creerà nuovi orizzonti di traffico».
Non è così. I traffici merci su rotaia attraverso il Frejus (ché di persone non si parla più da vent’anni) sono in caduta libera dal 1997. Da allora si sono ridotti del 71 per cento. Lo ammette persino l’Osservatorio istituito presso la Presidenza del Consiglio riconoscendo che «molte previsioni fatte 10 anni fa, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, sono state smentite dai fatti». Nello stesso periodo i traffici nella direzione Italia-Svizzera hanno continuato a crescere: del 43 per cento nel periodo 1997-2007, quando pure le linee ferroviarie italo svizzere passavano attraverso tunnel ad altitudine e con pendenze analoghi a quelli del Frejus (il tunnel del Lötschberg, lungo 14,6 km ad una altitudine di 1400 metri, e quello storico del S. Gottardo, lungo 15 km ad una altitudine di 1151 metri, in uso fino al 2016). Parallelamente il volume del traffico complessivo (compreso quello su strada) attraverso la frontiera italo-francese è diminuito del 17,7 per cento. Ciò dimostra che le ragioni della caduta di traffico sono strutturali e non hanno nulla a che vedere con le caratteristiche tecniche della linea ferroviaria, il cui ammodernamento non attira di per sé solo nuovo traffico (come l’ampliamento del letto di un fiume non produce magicamente l’aumento del flusso dell’acqua). Più specificamente il quadro d’insieme dice che lungo la direttrice transalpina est-ovest è in atto da tempo una tendenza al calo del flusso di merci o quanto meno a una sua stagnazione, laddove lungo le direttrici nord-sud (frontiere italo-svizzera e italo-austriaca) il traffico ha continuato a crescere, anche se, dopo il 2010, la crescita risulta meno vivace che prima della crisi finanziaria del 2008. Una interpretazione ragionevole di questa differenza è che le direttrici nord-sud collegano il cuore dell’Europa con i porti della sponda nord del Mediterraneo e da lì con l’estremo oriente. I mercati della Cina e del sudest asiatico sono lontani dalla saturazione e per di più quel sistema produttivo è in grado di fornire merci di rimpiazzo delle nostre a prezzi nettamente più bassi. Viceversa l’asse est-ovest collega mercati intereuropei fra loro simili e in condizioni di saturazione materiale: guardando a ciò che si trova in una tipica casa italiana (o francese o britannica o spagnola) è difficile pensare di poter aggiungere molte cose; al più si può pensare di rimpiazzare le dotazioni con manufatti più moderni o di migliore qualità. Tutto questo si traduce in una stabilizzazione dei flussi materiali che si mantengono a un livello elevato, ma senza particolari prospettive di crescita.

Terzo. «Il collegamento ferroviario Italia-Francia deve essere ammodernato perché obsoleto e fuori mercato a causa di limiti strutturali inemendabili».
Dopo la favola dell’imminente saturazione della linea storica, sostenuta contro ogni evidenza per vent’anni, i proponenti dell’opera e i loro sponsor politici si attestano ora su presunte esigenze dettate dalla modernità, che imporrebbe di «trasformare – con il tunnel transfrontaliero di 57 chilometri – l’attuale tratta di valico in una linea di pianura, così permettendo l’attraversamento di treni merci aventi masse di carico pari a quasi il triplo di quelle consentite dal Frejus» (così la relazione scritta al disegno di legge di ratifica degli accordi intergovernativi tra Italia e Francia del 2015-16, depositata alla Camera dal relatore di maggioranza, on. Marco Causi, il 19 dicembre 2016). La debolezza della tesi è di tutta evidenza, anche a prescindere dalla determinazione fantasiosa dei carichi destinati a transitare nel nuovo tunnel. Se, infatti, il traffico è in costante diminuzione e agevolmente assorbito dalla linea storica con le pendenze che la caratterizzano (e che per di più – come si è visto – non sono state di ostacolo all’aumento del traffico ferroviario tra Italia e Svizzera) a che serve un intervento modificativo che comporta rischi ambientali enormi e una spesa di miliardi? A giustificarlo c’è soltanto una cultura sviluppista senza limiti, sempre più anacronistica ma non intaccata, agli occhi dei suoi epigoni, neppure da una tragedia come quella del ponte Morandi di Genova, decantato per decenni come simbolo della capacità della tecnica di superare città e montagne. Non sussistono infatti, a sostegno dell’opera, nemmeno ragioni legate a una non meglio precisata normativa, ogni tanto evocata ma sempre senza riferimenti specifici, in forza della quale il tunnel storico sarebbe presto “fuori norma” (come, se così fosse, tutte le gallerie ferroviarie e buona parte di quelle autostradali del Paese…).

Quarto. «I costi dell’opera sono assai più ridotti di quanto si dica, ammontando, per l’Italia, a soli 2, massimo 3 miliardi di euro».
Siamo di fronte a una sorta di “gioco delle tre carte”, assai poco rispettoso della verità e dell’intelligenza degli italiani (e dei francesi). Il costo dell’intera opera, infatti, è stato determinato dalla Corte dei conti francese nel 2012 – senza successivi aggiornamenti o rettifiche – in 26 miliardi di euro, di cui 8,6 miliardi destinati alla tratta transnazionale (per la quale è previsto un finanziamento europeo pari, nella ipotesi più favorevole, al 40 per cento del valore e cioè a 3,32 miliardi di euro). I dati diffusi dai fautori dell’opera, invece, riguardano la sola tratta internazionale, che, data la scelta del Governo italiano di proceder per fasi (cd. progetto low cost), dovrebbe essere costruita per prima. Ma ciò, anche a prescindere dalla prevedibile dilatazione dei costi rispetto a quelli preventivati (basti pensare che il 28 febbraio 2018 Cipe ha portato a 6,3 miliardi di euro il «costo complessivo di competenza italiana per la sezione transfrontaliera», indicato poco più di due anni prima in 2,56 miliardi…), realizza un puro artificio contabile ché l’ulteriore spesa (salva l’ipotesi, del tutto fuori dalla realtà, di realizzare un tunnel senza le necessarie adduzioni) non viene affatto annullata ma semplicemente differita.

Quinto. «Il potenziamento del trasporto su rotaia è, finalmente, una scelta di tutela dell’ambiente».
Siamo alla variante ecologista, tanto suggestiva quanto infondata. Essa, infatti, muove dal rilievo, in linea di principio esatto, che il trasporto su rotaia è meno inquinante di quello su strada. Ma non tiene conto del fatto che ciò vale solo in una situazione data, cioè con riferimento alle ferrovie e alle autostrade esistenti, mentre del tutto diverso è il caso specifico, in cui si prevede la costruzione ex novo di un’opera ciclopica. Con alcuni dati che modificano totalmente lo scenario: gli effetti dello scavo di un tunnel di 57 chilometri in una montagna a forte presenza di amianto e uranio con un cantiere ventennale che produrrà un inquinamento certo, a fronte di un recupero successivo del tutto incerto; gli ingenti consumi energetici per il sistema di raffreddamento del tunnel la cui temperatura interna sarà superiore a 50 gradi, e via elencando. Si noti che le emissioni in atmosfera nella fase di realizzazione (e quindi in tempi vicini) dovrebbero essere compensate dalle minori emissioni del trasporto ferroviario in un arco di decenni, mentre gli obiettivi internazionali per contenere il mutamento climatico globale richiedono una drastica riduzione delle emissioni nell’immediato: non per caso ma perché l’atmosfera ha un comportamento tutt’altro che lineare. In altre parole ciò che si immette nell’atmosfera sarà riassorbito in tempi estremamente lunghi e gli impatti perdureranno anche in assenza di nuove immissioni.

Sesto. «Con il Tav diminuiranno, comunque, i Tir sull’autostrada e il connesso inquinamento».
Anche questa è una pura petizione di principio con la quale si dà per certo un fatto (lo spontaneo abbandono dell’autostrada da parte dei Tir e il loro passaggio alla ferrovia) tutto da dimostrare e legato a variabili future e incerte in punto costi (e non solo). Ma c’è di più. Se davvero si volesse realizzare uno spostamento consistente del traffico dalla gomma alla rotaia la strada maestra sarebbe quella (sperimentata con successo e a costo pubblico zero in Svizzera) di imporre pedaggi significativi per il traffico stradale (proporzionati al tipo di veicolo, al carico e alla distanza) e di prevedere tariffe agevolate per quello ferroviario. La soluzione è semplice e poco costosa, ma va in direzione opposta alle politiche adottate, nel nostro Paese, da tutti i Governi (di ogni colore) succedutisi negli ultimi decenni, che prevedono incentivi per il carburante e i pedaggi autostradali in favore dei camionisti… Passare dagli incentivi alle penalizzazioni sarebbe certo una sfida complessa, foriera di aspri conflitti e con rischi di blocchi delle forniture di cilena memoria. Ma millantare aspirazioni ecologiste mentre si praticano politiche contrarie non è operazione spendibile!

Settimo. «La realizzazione della Torino-Lione è una straordinaria occasione di crescita occupazionale che sarebbe assurdo accantonare, soprattutto in epoca di crisi economica».
L’affermazione è un caso scolastico di mezza verità trasformata in colossale inganno. Che la costruzione di un’opera – grande o piccola, utile o dannosa – produca posti di lavoro è incontestabile (accade anche se si scavano buche al solo scopo di provvedere poi a riempirle…). Il punto dirimente non è, dunque, questo, ma l’utilità sociale dell’opera e la quantità e qualità dei posti di lavoro da essa generati comparativamente con altri possibili investimenti. Soprattutto in una situazione di difficoltà economica, come quella attuale, in cui non ci sono risorse per tutto e un investimento ne esclude altri. Orbene, l’esperienza dimostra in modo inoppugnabile che un piano di messa in sicurezza del territorio è molto più utile (superfluo ricordarlo nell’Italia dei crolli, delle frane e delle esondazioni) e assai più efficace in termini di creazione di posti di lavoro di qualunque infrastruttura ciclopica. Le grandi opere sono, infatti, investimenti ad alta intensità di capitale e a bassa intensità di mano d’opera (con pochi posti di lavoro per miliardo investito e per un tempo limitato) mentre gli interventi diffusi di riqualificazione del territorio e di aumento dell’efficienza energetica producono un’alta intensità di manodopera a fronte di una relativamente bassa intensità di capitale (con creazione di più posti di lavoro per miliardo investito e per durata indeterminata). Sia sul versante dell’utilità sociale che su quello della crescita occupazionale, dunque, la nuova linea ferroviaria Torino-Lione è tutt’altro che l’affare evocato dai proponenti e dai loro sponsor politici.

Ottavo. «Trent’anni fa si sarebbe potuto discutere ma oggi i lavori sono ormai in uno stato di avanzata realizzazione e non si può tornare indietro».
Con questa considerazione, ripetuta nei varî salotti televisivi, provano a salvare la propria immagine anche molti sedicenti ambientalisti. Invano, ché l’affermazione è priva di ogni consistenza. Del tunnel transfrontaliero, infatti, non è stato a tutt’oggi scavato neppure un centimetro. Certo sono state realizzate delle opere preparatorie, tra cui lo scavo, in territorio francese, di cinque chilometri di tunnel geognostico impropriamente spacciato, in decine di filmati e interviste a tecnici e politici, per l’inizio del traforo ferroviario. E sono state spese, per esse, ingenti risorse (circa un miliardo e 500 milioni di euro). Ma ciò rende solo più urgente una decisione, che deve intervenire prima dell’inizio dei lavori per la realizzazione del tunnel di base e i cui termini sono drammaticamente semplici: a fronte di un’opera dannosa per gli equilibri ambientali e per le finanze pubbliche (come dimostrato dalle analisi di costi e benefici effettuate da studiosi accreditati come il francese Prud’Homme e gli italiani Debernardi e Ponti), conviene di più contenere i danni (mettendo una croce sul miliardo e mezzo colpevolmente speso sino ad oggi) o continuare in uno spreco di miliardi?

Nono. «L’uscita dal progetto comporterebbe per l’Italia il pagamento di penali (o un dovere di restituzioni) elevatissime, fino a un ammontare di due miliardi e 500 milioni».
Qui siamo di fronte a una bufala allo stato puro. Non esiste, infatti, alcun documento europeo sottoscritto dall’Italia che preveda penali o risarcimenti di qualsivoglia tipo in caso di ritiro dal progetto; gli accordi bilaterali tra Francia e Italia non prevedono alcuna clausola che accolli a una delle parti, in caso di recesso, compensazioni per lavori fatti dall’altra parte sul proprio territorio; il nostro codice civile prevede, in caso di appalti aggiudicati che, ove il soggetto appaltante decida di annullarli, le imprese danneggiate hanno diritto a un risarcimento comprensivo della perdita subita e del mancato guadagno che ne sia conseguenza immediata (per un ammontare che, di regola, non supera il 10 per cento del valore dell’appalto), ma, ad oggi, non sono stati banditi né, tanto meno, aggiudicati appalti per opere relative alla costruzione del tunnel di base; il Grant Agreement del 25 novembre 2015, sottoscritto da Italia, Francia e Unione europea, dispone, nell’allegato II, articoli 16 e 17, che «nessuna delle parti ha diritto di chiedere un risarcimento in seguito alla risoluzione ad opera di un’altra parte», prevedendo sanzioni amministrative e pecuniarie nel solo caso in cui il beneficiario di un contributo abbia commesso irregolarità o frodi (o altre analoghe scorrettezze); i finanziamenti europei sono erogati solo in base all’avanzamento dei lavori (e vengono persi in caso di mancato completamento nei termini prefissati), sì che la rinuncia di una delle parti non comporta alcun dovere di restituzione di contributi ‒ mai ricevuti ‒ bensì, semplicemente, il mancato versamento da parte dell’Europa dei contributi previsti (e ciò anche a prescindere dal fatto che ad oggi i finanziamenti europei ipotizzati sono una minima parte del 40 per cento del valore del tunnel di base e che ulteriori eventuali stanziamenti dovranno essere decisi solo dopo la conclusione del settennato di programmazione in corso, cioè dopo il 2021).

Decimo. «Per mettere in sicurezza il tunnel storico del Fréjus serviranno a breve da 1,4 a 1,7 miliardi di euro: meglio, anche sul piano economico, costruirne uno nuovo».
L’ultimo nato delle motivazioni pro Tav è la sicurezza: «il tunnel esistente dovrebbe essere adeguato a caro prezzo in quanto a canna singola e doppio binario e senza vie di fuga intermedie; non ne vale la pena e tanto vale abbandonarlo per sostituirlo con il nuovo super tunnel di base». Il tema della sicurezza è certamente un argomento sensibile in particolare dopo qualche disastro. Ma quello che non viene considerato è che se le motivazioni fossero quelle addotte, un intervento ben più urgente ‒ a cui destinare le scarse risorse disponibili e del quale, curiosamente, nessuno parla – dovrebbe essere effettuato sulla linea ad alta velocità Bologna-Firenze che comprende quasi 74 chilometri di gallerie (la più lunga, quella di Vaglia, di 18,713 chilometri, cinque in più del Fréjus) tutte a canna singola e doppio binario, senza tunnel di soccorso, con un traffico molto più intenso che al Fréjus e in buona parte ad alta velocità. Né va dimenticato che nella galleria del Fréjus sono stati effettuati lavori di adeguamento tra il 2003 e il 2011 spendendo qualche centinaio di milioni di euro e si può evidenziare come, per la parte francese, l’intervento è stato effettuato al risparmio e in difformità da quanto correttamente (una volta tanto) fatto nella parte italiana. Ai francesi, che già hanno provveduto ad addossare all’Italia (col consenso di un nostro distratto Parlamento) una parte dell’eventuale costo del nuovo tunnel di base decisamente sbilanciata a loro favore, occorrerebbe chieder conto delle carenze del tunnel “storico” dovute al loro modo di lavorare.

La conclusione è evidente.

La prosecuzione del progetto non ha alcuna utilità economica o necessità giuridica e si spiega solo con gli interessi di gruppi finanziari privati e con le esigenze di immagine di un ceto politico che sarebbe definitivamente travolto dal suo abbandono. Perché, dunque, continuare?

NoTav - la ricordiamo la marcia dei 40.000 della Fiat che ci porta ad oggi l'azienda non esiste più in Italia e Rivalta diventa un deposito di smistamento di pezzi per automobili

post — 9 novembre 2018 at 11:03


Questa lettera è indirizzata a chi abita a Torino, a chi in questi giorni è bombardato da notizie relative al Tav Torino Lione e ha voglia di provare a capire il perché di tuttaquesta enfasi di alcuni notabili della città per la manifestazione di sabato.

Avrete letto i giornali o visto i Tg, e avrete visto che il consiglio comunale di Torino ha approvato un ordine del giorno che qualifica il comune di Torino come comune notav. Un atto politico che segna un primo vero passo di discontinuità rispetto ai tanti sindaci passati da Torino in questi anni.

Da quel giorno è ripresa la campagna elettorale e i politici di professione della nostra città, hanno deciso di buttarsi a pesce per provare a guadagnare un po’ di nuovo consenso rispetto ai tanti danni fatti in tutti questi anni.

Hanno individuato il Tav come panacea di tutti i mali della città, con il solito modo: prendendo in giro i cittadini! E sapete perché? Perché la linea Torino Lione non risolverà neanche uno dei problemi della nostra città.

Volete davvero credere che un tunnel a più di 50 km da Torino, destinato perlopiù a trasportare merci (che non ci sono!), risveglierebbe l’economia della nostra città?

Sapete quanto influisce il Tav sul traffico in piazza Baldissera o in corso Grosseto? Nulla!

Non vi sembra strano che le categorie di commercianti, industriali, architetti ecc… si trovino d’accordo con il Pd ed altri partiti a marciare insieme rispolverando un “orgoglio” che non abbiamo visto in tutti questi anni passati?

Sì è molto strano! E queste persone non sono semplici torinesi “stufi della situazione” sono gli stessi che ci hanno portato in questa situazione, mangiando il più possibile da Torino, indebitandola e consumandola fino all’osso.

Oggi vedono uno spiraglio per ritornare sulla breccia e lo prendono al volo, usando la vicenda Tav per dare battaglia alla giunta Appendino.

Ci sarebbero mille motivi per manifestare contro questa giunta, che poco ha fatto di diverso rispetto al passato, ma sicuramente non sulla decisione di esprimersi contro il Tav.

Sabato ci sarà una manifestazione che vuole richiamare alla memoria la marcia dei 40.000 della Fiat (esercizio consueto del Sistema Torino…), quando quadri e impiegati furono assoldati per manifestare contro le rivendicazioni operaie e supportare il proprio padrone. Si richiama sempre alla memoria quella marcia ma nessuno spiega poi com’è finita. La Fiat fece quello che voleva del suo personale e della “sua”città, usandoli ad uso e consumo dei propri interessi, arrivando oggi, dopo aver campato del contributo statale per una vita, a scaricare tutto e tutti perché non più utili al progetto.

Come allora, anche sabato i numeri saranno alti, anche perché i giornali li hanno già dati, hanno anche già battezzato la protesta con termini carini e coccolosi.

Ma avete mai visto tutto questo schieramento scendere in piazza quando le nostre scuole cadevano a pezzi, quando le code per una visita aumentavano, quando il lavoro mancava sempre più a tanti?

In tutte queste occasioni avremmo avuto bisogno di vedere tutti questi “amanti di Torino” impegnarsi per far ripartire la città, invece erano sempre occupati a gestire il proprio “ruolo in società”, magari guardando tutti dall’alto della collina torinese.

Essere contro il Tav è atto di puro buonsenso e in Valle di Susa sono quasi trent’anni che ci si oppone perché si è deciso di non accettare più né lo spreco di denaro pubblico né le scelte di chi guadagna sempre sulle disgrazie altrui.

Rappresenta un esercizio semplice che facciamo tutti: in base al denaro che abbiamo facciamo delle scelte di buon senso per arrivare a fine mese, non sprecando i nostri pochi soldi in qualcosa che non ci serve e ci farà indebitare.

Lo state vedendo di come sia diventato pericoloso un temporale per il nostro Paese? E lo sapete perché? Perché gli stessi che oggi parlano della necessità del Tav hanno favorito, in tutti questi anni, la costruzione di opere inutili a discapito di tutte quelle piccole e tante opere utili a tutti come la messa in sicurezza del territorio e tanti altri interventi di manutenzione che darebbero sicurezza e lavoro al nostro Paese.

Il Tav non porterà nessun beneficio a nessun torinese, mentre non fare il Tav e usare quei soldi per cose utili invece sarà positivo per tutti, da Barriera di Milano a Piazza Castello.

Il nostro movimento ha prodotto tantissimi studi in merito e potete vederli sui nostri siti perché non fanno mai notizia, ma v’invitiamo a farlo, perchè ci capireste di più.

Non so quante volte abbiamo manifestato in questi anni con numeri incredibili ma siamo sempre rimasti quattro gatti per i giornali, che invece vedrete che sabato sapranno moltiplicare ogni persona presente per tre.

Essere notav è un investimento per il futuro di tutti e tutti, lo abbiamo dimostrato più volte e lo dimostreremo fermando quest’opera inutile e dannosa.

Lele Rizzo, notav

Ma la nostra cultura era quella, è che è stata cambiata da dentro e noi c'è ne siamo trovati un'altra, appunto integrata al cinismo del Pensiero Unico del Politicamente Corretto

LA NEGRETTA SAGGIA. E GLI ITALIANI STOLTI.

Maurizio Blondet 16 novembre 2018 

(MB. Vi giro qui un post che mi è stato girato a mia volta da un amico sapiente e filosofo. Non ne conosco l’autore. M a le circostanze sono chiare. Il titolo originale:)

QUANDO IL SUCCESSO E’ UN FALLIMENTO

Federico Leo Renzi

Riporto qui quello che mi ha detto una diciottenne L, italo-ivoriana (cioè figlia di immigrati ivoriani ma nata in Italia) durante una lezione che ho tenuto su trap e new economy in un istituto tecnico per ragionieri, e dell’interessante reazione dei suoi compagni e dell’insegnante a quello che la ragazza ha espresso. E’ un frammento che ritengo prezioso, perché mostra come il successo dell’integrazione possa risolversi in un rifiuto del life style occidentale.

Avevo appena finito di analizzare il testo di Ninna Nanna di Ghali (vedi nota), il cui il trapper italo-tunisino si chiede se alla fine della fiera, una volta arrivati soldi e successo, fosse effettivamente questo che voleva, fosse questa la (sua) felicità. Chiedo ai ragazzi cosa ne pensano, ed alza la mano L
L: “No, non è quello che voleva. E’ quello che credeva di volere, perché qui lo vogliono tutti. Io ad esempio sto 9 mesi qui, poi torno in Costa d’Avorio l’estate e ci passo 3 mesi tutti gli anni. Lì siamo più poveri, ma non siamo soli.”
A questo punto interviene F suo compagno, e gli chiede cosa vuole dire
L:”Nella pratica ad esempio qui quando uno si ammala nessuno lo va’ a trovare, nessuno lo chiama, ci si manda un messaggio su whatsapp e quando torna torna. Non solo in Italia, io ho un cugino a Parigi e un altro a Londra, ed è uguale per loro. Poi penso a questo da un po’: quando finirò le superiori, se mi va bene andrò a lavorare da ragioniera in ufficio, per uno stipendio che basta per vivere, e dopo che faccio? Mia sorella lo fa da 3 anni, e
fuori-lavoro passa il tempo in palestra e a mettere foto su Instagram. E dopo? E’ sempre sola, come le sue amiche; da noi invece una donna a 21 anni ha una famiglia, sta sempre insieme ad altre donne, aiuta gli altri, non è mai sola.”
Io: “Scusa se te lo chiedo dato che non ci conosciamo, ma è per capire. Ti senti discriminata? Pensi che questa che dici sarà la tua vita sarà così perché sei di origine africana?”
L: “No, non sono discriminata, è uguale per tutti, qui è così per tutti, come dice Ghali. Non cambia se sei nero o bianco. Per voi questa è la vita, per cui se ci riesco preso il diploma me ne torno in Costa d’Avorio, e vedo cosa riesco a fare lì”.
Vedo i suoi compagni perplessi, uno sembra mormorare una cosa tipo “e allora tornatene a casa tua”, ma l’insegnante lo zittisce subito.
finita l’ora, esco dall’aula e l’insegnante d’italiano -la chiameremo M- della classe mi ferma
M, l’insegnante “Mi spiace per quello che ha detto L, in classe non l’aveva mai detto, ma è da un po’ che è inquieta”
Io: “Perché va male a scuola?”
M: “No, ma molto bene, meglio dei suoi compagni”
Io: “Comunque non mi sembra abbia detto nulla di strano”
M: “Sì, ma vuole tornare da sola in Africa, c‘è qualcosa che non va’”
Io: “No, io credo al contrario, che vada tutto bene. E’ piccola, ma ha scelto”
M: “Sì ma non è stata integrata, per questo se ne va”
Io: “No, è proprio perché è integrata che se va. Quando ho parlato di Ghali, lei si è riconosciuta nella sua storia, perché Ghali è un ragazzo della seconda generazione che ce l’ha fatta, si è integrato e ha avuto quello che gli dicevano essere il successo. Ma scopre che alla fine qui c’è solo la solitudine, che i nostri valori sono una maschera per nascondere che siamo abbandonati a noi stessi. Anche lei si sente integrata, quella che immagina e rifiuta è la vita ovvia di un italiano che fa il suo stesso lavoro. Non si sente vittima di nulla.”
M: “Sì ma…. si poteva far di più, magari ha sbagliato scuola…”
Io: “E se provassimo a pensarla in altra maniera, cioè che lei sia più libera di noi? Lei ha visto due modelli diversi, quello europeo e quello africano, ha l’intelligenza critica per capire la coerenza fra i valori e la vita concreta a cui questi valori portano. E ha scelto, semplicemente non ha scelto il nostro modello, quello che lei e io crediamo “superiore” perché non riusciamo nemmeno a immaginarne un altro”
M: ” Sì, forse… però magari se facesse l’università qui…”
Io: “Mi scusi, ma sono in ritardo e devo andare. Ha fatto un ottimo lavoro, non si senta in colpa”


Note

Per le parole della Ninna Nanna di Ghali, qui:


Non commento. Posto due video
Global compact: il piano ONU per invadere l’Italia con gli immigrati da dicembre 2018


Ha ragione Trump.

“La carovana dei disperati” che marcia verso gli USA? Perfettamente organizzata e fortemente finanziata, con distribuzione di pasti alle tappe, decine di pullmann noleggiati, un itinerario studiato a tavolino – il 90-95% sono maschi giovani.


Ami Horowitz, cineasta, ha seguito la carovana per mostrare la verità. Che il TG non vi darà. L’artificialità della cosa salta agli occhi. O dovrebbe saltare agli occhi dei giornalisti – che invece gabellano questa come una vera marcia dei disperati bisognosi di accoglienza, che lo spietato Trump gli nega.. Lo stesso avviene per l’invasione in Europa. Chi la sta pagando? Va considerata o no un atto di guerra? Ibrida, naturalmente, come sono le guerre del ventunesimo secolo.