Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 24 novembre 2018

Antonio Carlo - Il Lavoro è la vera ricchezza di ogni Nazione e il Capitalismo ha perso la capacità di crearlo

ESTRATTO da:

Capitalismo 2018. L’anno delle ricette impossibili e delle paure riemergenti


3) La UE. Il problema di sempre non si può andare avanti, non si può tornare indietro, non si può restare fermi

Nel corso del 2017 l’Eurozona cresce al ritmo del 2,4% (sia pure con forti differenze interne), la crescita è robusta dice Draghi43 , ma questa crescita basta appena a pagare gli interessi sul debito pubblico e nasconde una disoccupazione reale che per la stessa BCE è al 18,5% contro il 9,5% ufficiale nel 2017, come si è visto; tuttavia due mesi dopo Draghi dovrà rivedere i precedenti toni trionfalistici44 : i problemi ci sono la disoccupazione cala all’8,5% ma è il dato ufficiale, il che significa che a livello reale siamo attorno al 17% ed entrambe queste cifre sono tali da destare preoccupazione; la Commissione europea nell’estate 2018 fornisce le previsioni di sviluppo per l’Eurozona che crescerà del 2,1% nel 2018 e del 2% nel 2019 (Francia 1,7% e 1,7%; Germania 1,9 % e 1,9%, Italia 1,3% e 1,1%), inutile dire che per l’Italia la realizzazione di questo obiettivo modestissimo appare problematica. Inoltre la UE è totalmente priva di una politica comune (a parte i vincoli posti ai bilanci in tema di austerità, vincoli più volte violati e derogati)45 , ma il caso più clamoroso è quello dell’immigrazione in cui l’Italia è stata lasciata sola a sbrogliare la matassa46 , non diversamente in tema di politica del lavoro dove ogni Stato si muove (poco e male) senza alcuna visione che non sia quella nazionale o delle prossime elezioni locali. Non meno clamorosa è l’assenza di una politica comune nel campo fiscale dove la lotta all’evasione ed elusione fiscale dovrebbe essere la stella polare per governi con bilanci in rosso ed un conto di interessi annui da pagare da brividi. Esemplare è la vicenda della Apple, che dovrebbe pagare per tasse evase ed interessi maturati ben 14,3 miliardi di euro al governo irlandese, somma che ha dovuto versare in un conto vincolato in attesa della conclusione della vertenza in atto con la UE. Se a tutte le multinazionali operanti in Europa e con sedi in paradisi fiscali (Lussemburgo, Isole Inglesi e francesi della Manica, Gibilterra, Irlanda etc.) si applicassero i criteri che hanno portato alla condanna della Apple i problemi di bilancio degli Stati europei sarebbero risolti; il fatto è che la vicenda Apple è un’eccezione in controtendenza dovuta alla caparbietà della signora Verstager (Commissaria europea alla concorrenza) e non corrispondente affatto alla genuflessione dei governi UE verso i signori delle IM. La stessa Commissaria danese non contesta il diritto dell’Irlanda a mettere tasse quanto mai basse sui profitti delle IM, che ora sono tassati al 12,5%, ma che potrebbero ridursi legalmente anche al 10 o al 5%, in questa materia il governo e il parlamento irlandesi sono sovrani, come tutti gli altri governi, e la UE non può nulla.

Il debito della Apple nasce dal fatto, come rilevavo due anni or sono, che questa IM con astuti giochi di bilancio ha finito col pagare solo lo 0,005%47 , ciò era una violazione della parità di trattamento delle imprese operanti in Irlanda: si poteva anche stabilire una tassa sui profitti dello 0,005% ma doveva essere una regola eguale per tutti.

Ancora. La pretese della UE è minata alla base dall’atteggiamento del governo irlandese che, caso unico al mondo, è un creditore (per 14,3 miliardi di euro!) schierato fino in fondo dalla parte del debitore: se anche la vertenza si chiudesse con la vittoria della UE nessuno potrebbe impedire al governo irlandese di stabilire un tipo di rimborso simile a quello previsto in Italia per il noto debito della Lega di Salvini e cioè una rateizzazione pressoché secolare con tassi di interesse bassissimi.

Ma contro l’iniziativa isolata della caparbia signora danese militano i 545 accordi segreti stipulati con le IM negli anni passati e concernenti regimi fiscali di favore tenuti segreti per prevenire rivolte popolari48 . Emblematica è la vicenda del Lussemburgo notissimo paradiso fiscale ma non certo l’unico operante della UE, come si è rilevato: in un lontano convegno tenutosi alla fine degli anni ’70 del secolo scorso un esponente del vecchio PRI dichiarò apertamente, nell’indifferenza generale, che il Lussemburgo era tollerato nella CEE (allora la UE si chiamava così) perché in caso contrario le IM che avevano sede in quel paese, avrebbero abbandonato l’Europa con conseguenze pesantissime49 ; sono passati 40 anni e la situazione permane immutata, tutti sanno cos’è il Lussemburgo ma nessuno osa toccarlo e nel frattempo il piccolo Granducato si è affollato anche di IM cinesi50 .

Non meno emblematica è la vicenda della recente legge italiana sulla residenza dei Paperoni (legge copiata da altre di diversi paesi): il riccone che mette la residenza da noi pagherà, per i redditi prodotti all’estero, solo € 100.000: un esempio, secondo fonti giornalistiche, sarebbe Cristiano Ronaldo, neoacquisto della Juventus, costui guadagnerebbe, con le sponsorizzazioni, oltre 50 milioni di dollari all’estero (cifra verosimile per la fama del personaggio) e pagherebbe per questi redditi solo € 100.000 (tra lo 0,2% e lo 0,3% del reddito). Sono ben 227 i Paperoni in fila per ottenere la residenza da noi51 , il che permetterà al nostro fisco di guadagnare meno di 23 milioni, legalizzando una evasione enorme come dimostra l’esempio fatto. Gli Stati sono nella situazione umiliante di un povero mendicante che per pochi spiccioli perde faccia e dignità. Si noti, poi, che non sono solo i Paperoni ad essere contesi ma anche i pensionati con poche migliaia di euro mensili che, se si sposteranno in Portogallo, Bulgaria, Canarie etc., avranno regimi fiscali di assoluto vantaggio52 . Gli Stati europei si comportano come i disoccupati della Grande Depressione che, secondo le cronache del tempo, si contendevano gli avanzi di cibo davanti ai contenitori dell’immondizia, parlare di una politica monetaria e fiscale unica per l’Europa in questo contesto è solo una battuta da umorismo nero.

Gli europeisti tuttavia non demordono ed anche di recente si ripropone il mantra di più Europa per uscire dalla crisi, ci vorrebbe insomma un vero governo e una vera Federazione europea, cui i singoli Stati nazionali dovrebbero cedere buona parte dei propri poteri53 .

Il guaio è che questi poteri in larga misura non ci sono più nel senso che il potere di imporre tasse è vanificato dall’arroganza delle IM e dal loro ricatto (“Con queste tasse delocalizzo”), per cui il peso fiscale ricade sui lavoratori-consumatori europei soffocando i loro redditi e i loro consumi. Inoltre una simile cessione di potere da parte degli Stati nazionali avrebbe un senso (lo rilevo da anni) se a fronte del loro sacrificio vi fosse una potenziale politica, praticabile in sede UE, per uscire dalla crisi. Tale politica però non si vede da nessuna parte, per un motivo molto semplice, non esiste, e anche per tentarla solamente ci vorrebbe una soluzione mondiale ai problemi, che esigerebbe un potere non europeo ma mondiale, cosa che non esiste da nessuna parte.

A questo punto per la UE c’è una situazione in cui non si vede alcuna via d’uscita: non si può andare avanti, non si può rimanere fermi, ma non si può neppure tornare indietro. Quando i difensori dell’Europa sostengono che uscire dall’Euro o dalla UE avrebbe dei costi enormi (per noi si porrebbe il problema della svalutazione della lira e del rimborso in euro dei nostri debiti) hanno perfettamente ragione, ma i costi sono enormi anche se si rimane dentro l’Europa e comunque il problema è mal posto perché quello che sta avvenendo è lo sgretolamento di una costruzione che non regge più: una moneta senza Stato è un aborto e la politica comune della UE non esiste e non può esistere in questa situazione di crisi senza uscita del capitalismo mondiale. In altre parole è la UE che sta uscendo dalla scena della storia e non sono i vari Salvini che vogliono minare la costruzione europea, se non ci fosse una crisi irreversibile della costruzione europea Salvini non conterebbe alcunché.

Guido Salerno Maria - Brexit e il gioco del cerino, ancora domina l'Euroimbecillità nei suoi pieni poteri

Vi spiego l’azzardo di May sulla Brexit

24 novembre 2018


Finale di partita incandescente sulla Brexit. L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

Finale di partita incandescente sulla Brexit. Può succedere tutto. A Londra, infatti, è scoppiata la guerriglia sulla bozza di accordo siglata con il negoziatore europeo. La premier Theresa May ha ripetuto lo stesso errore che commise mesi fa, quando forzò l’approvazione da parte del suo Gabinetto del Chequers Plan, il documento che aveva elaborato all’insaputa financo del ministro incaricato del dossier, David Davis. Il consenso non resse che poche ore: l’indomani si dimisero per protesta sia Davis che Boris Johnson, il ministro degli Esteri.

Stavolta la May ha sottoposto ai ministri il documento già concordato a livello tecnico, oltre cinquecento pagine tra articolato, allegati e annessi, presentandolo con la solita formula ultimativa: Buy or Die. L’accordo trovato mercoledì 14, dopo cinque ore di estenuanti discussioni, all’alba era già sfumato. Sono cominciate a fioccare le dimissioni: hanno sbattuto la porta il nuovo ministro incaricato di gestire le trattative con l’Ue, Dominic Raab, e la sua sottosegretaria Suella Braverman; poi è stata la volta di quello per l’Irlanda del Nord, Shailesh Vara, e infine di quella del Lavoro Ester McVey.

A Westminster, intanto, il leader della fronda dei Conservatori pro-Brexit, Jacob Rees-Mogg, ha cominciato a raccogliere altre firme per arrivare a un voto di sfiducia contro la premier: la soluzione concordata con Bruxelles è inaccettabile, e per l’Irlanda del Nord rappresenta una grave minaccia all’integrità del Regno Unito. Giovedì 15, poi, c’è stato addirittura chi ha accusato la premier britannica di pavidità nelle trattative, paragonando il suo comportamento a quello tenuto a Monaco nel 1938 da Neville Chamberlain, il premier britannico che non si oppose all’occupazione nazista dei Sudeti. La premier ha replicato con forza, assicurando che con questo accordo «la Gran Bretagna controllerà le proprie frontiere, tornerà sovrana dal punto di vista legislativo e uscirà sia dal mercato interno europeo sia dalla Unione doganale».

Comunque sia, la trappola tesa da Bruxelles per esasperare i conflitti interni alla Gran Bretagna ha funzionato alla perfezione. Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha fatto finta di nulla, confermando per il 25 novembre la riunione in cui il testo concordato sarà portato all’approvazione. Altri leader, Angela Merkel ed Edouard Philippe, gongolano: «Non c’è niente da rinegoziare» ha affermato la Cancelliera tedesca, mettendo le mani avanti; secondo il primo ministro francese, ora i rischi di un no-deal nascono solo dalle incertezze politiche della Gran Bretagna. In queste condizioni, qualsiasi approvazione a Bruxelles sul testo finora concordato sarebbe velleitaria, vista la debolezza della May.

A Westminster sono pronti a stravolgerlo, aggiungendo incertezze a incertezze: il documento che verrà proposto dal governo per la Brexit sarà esaminato secondo le procedure ordinarie sia da parte dei Comuni che dei Lord, che prevedono la possibilità di emendamenti. È stato infatti escluso che si possa procedere con un voto di mera approvazione. Si è ribadito il principio, già affermato in precedenza, quando il governo aveva ritenuto di poter procedere autonomamente alla definizione dell’Accordo sulla Brexit, prescindendo da un voto parlamentare: queste sono le regole della democrazia rappresentativa.

L’incertezza e le divisioni di questi giorni si ritrovano pari pari negli slogan lanciati in passato: da «Brexit means Brexit» che preconizzava posizioni negoziali maschie, a «Brexit in name only», che sottolineava invece il rischio di un’uscita solo fittizia dall’Ue. E ancora, stando alle parole della May, si è andati dal «Meglio nessun accordo che un cattivo accordo», che sottendeva l’accettazione del rischio di caos determinato da un no-deal, alla recentissima posizione con cui aveva convinto i membri del suo gabinetto ad approvare il testo concordato con i negoziatore dell’Unione: «Meglio questo accordo che una no-Brexit». Sullo sfondo, c’è sempre un secondo referendum, per la «Brexin».

E soprattutto c’è chi punta su un processo di uscita talmente lungo da poter essere ribaltato nel maggio 2022, quando si terranno le prossime elezioni politiche secondo la loro naturale scadenza. O anche prima, in caso di una caduta rovinosa del governo in carica. Più che cambiare strategie, la May ha semplicemente subito la «questione irlandese», il cuneo usato per dividere il Regno Unito: uscire dall’Ue non significa solo uscire da un mercato interno ma soprattutto, se si vuole riconquistare autonomia nelle relazioni internazionali, uscire da un’Unione doganale. Per fare questo, deve però accettare una frontiera fisica tra l’Ulster e l’Eire, violando l’Accordo del Venerdì Santo che ha riportato la pace tra le due parti dell’Irlanda.

A Londra si sta combattendo, con alterne vicende, un conflitto ormai endemico tra coloro che rivendicano la sovranità nazionale e coloro che preferiscono una sua progressiva diluizione all’interno della Unione. Secondo i rispettivi detrattori, si combatte tra sovranisti e globalisti. C’è da ricordare che è stata Londra ad aver preceduto tutti, ivi compresi gli americani che ora tifano per Donald Trump. Molto prima del Gruppo di Visegrad, e con una determinazione che fa impallidire le pur estenuanti resistenze del governo italiano in carica rispetto alle pressioni della Commissione europea per modificare la politica di bilancio, fu il premier conservatore britannico David Cameron a pronunciare per primo nel 2013 le fatidiche parole: «Questa Europa non ci piace!». E fu lui stesso, disapprovando il Fiscal Compact nel 2015, ad aprire la seconda frattura insanabile con l’Ue, dopo la mancata adesione di Margaret Thatcher alla moneta unica. Sapeva costei che l’euro sarebbe stata una gabbia: voleva solo una moneta comune, un «Hard-Ecu», aggiuntiva rispetto a quelle nazionali.

L’indizione del referendum sulla Brexit, svoltosi nel giugno del 2016, non è stato altro che l’ultimo strappo, chissà se davvero definitivo. Prosegue intanto l’affievolimento delle istituzioni create nel secondo dopoguerra: l’Onu, il Wto, gli Accordi di Bretton Woods e il Fmi sono ferri vecchi. L’idea stessa di trasformare l’Esm in un Fondo monetario europeo dà il senso dello sbriciolamento di quell’assetto. La stessa costruzione di un esercito europeo, invocata all’unisono in questi giorni dal presidente francese Emmanuel Macron e dalla Merkel, che costituirebbe una necessaria alternativa alla Nato visto che non si può più appaltare agli Usa la sicurezza del nostro Continente, è un altro segnale di un sistema che va in pezzi. La particolare cautela dimostrata di recente da Theresa May riflette il timore che un no-deal provochi una crisi finanziaria internazionale. È una preoccupazione diffusa, ma esorcizzata. Alcuni cercano di cautelarsi tornando indietro rispetto al multilateralismo e al globalismo incontrollabile, altri invece rafforzando le misure di controllo per disinnescare i numerosi fattori di rischio, come il debito pubblico italiano.

Paradossalmente, qualcuno invoca la clava dei mercati, affinché portino lo spread sui nostri titoli di Stato a livelli insostenibili, provocando una crisi dapprima finanziaria e poi politica, al fine di sottometterci finalmente alla disciplina dell’Esm. Si comportano esattamente come i politici «sonnambuli» che condussero alla Prima Guerra Mondiale. Evocano, folli, l’intervento di forze senza volto, poi incontrollabili (giornalisti giornaloni Tv). A Londra, per rimettere insieme i cocci, ai Conservatori e al Dup, il Partito Unionista irlandese che sostiene con i suoi voti determinanti l’attuale governo, non resta che trovare un accordo politico su un documento di principi che la May dovrebbe condividere, e poi portarlo a Bruxelles per riaprire la negoziazione. Comunque, solo un voto di Westminster, che rinnovasse la fiducia al Governo di Theresa May, la legittimerebbe a rilanciare le trattative. La palla tornerebbe in gioco sul campo europeo, e così anche la responsabilità di un «no deal».

Disarcionare la Premier May comporta invece il rischio di nuove elezioni, con un possibile ribaltamento della maggioranza parlamentare a favore dei Laburisti di Jeremy Corbyn e, chissà, anche di una piattaforma molto più pro-europea in vista di un nuovo referendum. A Londra, si sta decidendo il futuro. Fino alle 23 del 29 marzo 2019, ora e data della uscita formale della Gran Bretagna dall’Unione, ci saranno ancora chissà quante sorprese.

Repetita Iuvant - La Fed alza i tassi d'interessi, vuole consapevolmente creare una crisi, Loro pensano di controllarla, in cui gli Stati e le aziende indebitate in dollari non riescono a più pagare gli interessi. L'Argentina è stata la prima a capitolare sotto le cure del Fmi l'austerità impoverirà sempre di più gli argentini. Sotto la mannaia ci sono la Turchia, l'Indonesia, il Sudafrica, il Brasile, Malesia e altri sono in lista di attesa. Per quanto riguarda le aziende la General Eletric sarà la prima a cadere e produrrà una valanga. Nel Caos volutamente creato la Banca centrale statunitense pensa-spera di aggiustare i conti economici degli Stati Uniti mai come oggi nella peste nera, la Bilancia dei pagamenti sta lì a dimostrarlo

Vi racconto la bomba General Electric che rischia di scoppiare

24 novembre 2018


Il commento di Fabio Dragoni su General Electric, su Lehman Brothers

Le vecchie miniere di carbone non avevano sistemi di ventilazione e i minatori portavano quindi con sé un canarino in gabbia. Particolarmente sensibile al metano e al monossido di carbone, il canarino involontariamente rivelava la presenza di gas pericolosi. Fino a che si sentiva il cinguettio vi era la certezza che l’ aria fosse respirabile e sicura. La morte del canarino segnalava invece l’ allarme rosso di immediata evacuazione.

Mentre tutti i mezzi di informazione si perdono nel guardarsi l’ombelico favoleggiando di come lo spread potrebbe irrimediabilmente sconvolgere l’ economia italiana, quella che per decenni è stata un caso di scuola nelle più importanti scuole di management del pianeta oggi rischia di fare la fine del canarino preannunciando forse l’ arrivo di una prossima crisi planetaria a dieci anni esatti di distanza dal crack Lehman Brothers.

Con divisioni che spaziano dall’aviazione all’ energia, passando per i servizi finanziari e le apparecchiature biomedicali senza dimenticare il gioiello delle turbine a gas prodotte dalla controllata Nuovo Pignone acquisita nei primi anni novanta, la conglomerata General Electric è passata non solo di moda come modello di business nelle aule universitarie ma è stata di fatto esclusa dal novero delle aziende titolate a finanziarsi nel liquido mercato delle commercial papers.

Titoli a scadenza inferiore ai 12 mesi in tutto e per tutto simili alle cambiali ed emesse dalle imprese più importanti per finanziare la propria attività a tassi particolarmente bassi. Il rating di Standard and Poors è stato abbassato alla Bbb+ (un gradino sopra la Bbb dell’ Italia). Una reputazione inadeguata per continuare a far parte del club.

Il più pronto a darne notizia e ad approfondire la cosa è stato Zerohedge, uno dei blog finanziari più apprezzati anche se meno allineati della business community stelle e strisce e non solo. Con i suoi quasi 120 miliardi di debito, altrettanti di fatturato, oltre tre volte di totale attivo e più di 300.000 dipendenti, General Electric non è più il simbolo del grande sogno americano.

Pur continuando ad avere un rating non speculativo, il suo debito sta iniziando a pagare rendimenti equiparabili alle obbligazioni cosiddette spazzatura (ovvero con rating inferiore a Bbb-). I suoi bilanci non sono quelli di un’azienda decotta come del resto però quasi mai lo sembrano quelli delle imprese prossime a gettare la spugna. I bilanci si fanno sulla base del principio della competenza economica. I fallimenti sempre per cassa, insegna il professor Valerio Malvezzi. Ge condivide certo con il meglio del made in Usa pesanti ribassi nei prezzi delle proprie azioni.

Nell’ultimo trimestre Facebook, Amazon e Netflix hanno perso circa un quarto del proprio valore. Apple quasi un quinto mentre Google resiste con un eroico -15%. Ma General electric veleggia intorno ai 7,80 dollari. Valori che toccava soltanto negli anni Novanta e pericolosamente non troppo lontani dal minimo storico di 6,66 dollari del 2009 nel pieno della bufera finanziaria.

Ma mentre allora Ge era uno dei tanti contagiati dal morbo della crisi oggi sembra quasi esserne l’epicentro. Il canarino dentro la miniera. I suoi numeri non sono troppo lontani da quelli di Lehman Brothers.

L’ America invece sì. Quella crisi la ricorda ancora eccome e i suoi vigilantes (Tesoro e la Federal reserve in primis) non si farebbero cogliere così impreparati come avvenne il 15 settembre di dieci anni fa. Gli strumenti finanziari che sarebbero capaci di mettere in campo la Banca centrale da un lato (emissione di base monetaria senza limiti) e la Casa Bianca dall’altro (acquisto di crediti problematici nei portafogli delle banche) sarebbero forse tali da evitare l’effetto domino in casa ma sicuramente non sufficienti ad impedire il propagare della crisi ad est dell’Atlantico.

Qui un’ Europa incapace e deforme ancora si gingilla mettendo sul banco degli imputati l’Italia con il suo debito pubblico. Dimostrando quindi di non aver imparato nulla dalla storia. Il debito pubblico non è mai la causa bensì la conseguenza di una crisi; anche per paesi monetariamente castrati e quindi incapaci di controllare direttamente la valuta in cui è denominato il loro debito come quelli dell’eurozona.

Non è un caso che Irlanda e Spagna con debiti inferiori al 60% del Pil sono stati fra i primi ad entrare in crisi nel 2009 e per salvare i quali sono stato necessari sostegni di tutti gli altri Paesi fra i quali l’ Italia.

Vengono proposte sanzioni per quest’ultima che sta rispettando alla lettera i Maastricht e Lisbona, con la sola scusa di non essersi adeguata ad un regolamento di rango inferiore (il Fiscal compact) che si preoccupa solo ed esclusivamente di stabilità finanziaria peraltro generando disordine.

E quindi palesemente in contrasto con gli obiettivi di Maastricht e Lisbona che pongono incredibilmente al centro della propria identità anche il sviluppo e la crescita dei Paesi aderenti lasciando almeno in origine a questi ultimi margini di flessibilità nell’impostazione della politica economica.

E nel mentre l’Europa si occupa di un non problema (il nostro debito) che potrebbe invece ben presto diventare un grosso problema per le Francia (le cui banche sono esposte nei confronti dell’ economia italiana per quasi 320 miliardi a fronte di un patrimonio di quasi 500) finge beatamente di ignorare l’ agonia di un secondo canarino che da tempo ha smesso di cinguettare segnalando ai minatori l’ arrivo di una possibile tragedia.

I poco più di 8 euro cui veleggia il titolo di Deutsche Bank sono infatti il minimo storico mai toccato da sempre. Una banca di fatto già bocciata negli stress test prima dalla Federal Reserve nel giugno 2018 e poi ai primi di novembre dalla Banca Centrale Europea. Quella stessa istituzione che con scarso senso del ridicolo annuncia per bocca di una sua funzionaria di «incrociare le dita» per sperare nella salvezza delle banche italiane lasciando intendere che su queste ultime stia per abbattersi chissà quale cataclisma a causa del governo dei populisti mentre dovrà invece inventarsi qualcosa per rianimare il canarino tedesco nel frattempo toccato da inchieste riguardanti un sospetto riciclaggio di denaro di circa 150 miliardi.

Africa - tutti tramano e bramano le risorse naturali, la spoliazione dei popoli continua



Tempi duri per la Francia in Africa La Francia di Emmanuel Macron in Africa è circondata, minacciata da Stati Uniti, Cina, Russia. Le solide fondamenta della FranceAfrique si stanno trasformando in pantano

DI FULVIO BELTRAMI SU 23 NOVEMBRE 2018 16:00

I ‘possedimenti d’oltre mare’, le ex colonie della Francia in Africa, servono all’economia della Madre Patria (valgono il 42% dell’economia francese), quindi, il controllo neocoloniale delle risorse naturali, della finanza, dell’economia, della politica, non è terminato con le varie indipendenze acquisite negli anni Sessanta. La Cellula Africana dell’Eliseo, nota come FranceAfrique, dopo aver constatato l’impossibilità militare di mantenere il controllo delle colonie (la guerra d’Algeria è la più drammatica prova di questa impossibilità), ha lavorato incessantemente per mantenere il controllo indiretto tramite Capi di Stato e regimi di comodo. Per quarant’anni la Francia ha fatto il bel e cattivo tempo nei Paesi francofoni africani, decidendo chi accedeva alla Presidenza e quali politiche economiche dovevano essere promesse. Le relazioni Francia-Africa sono state caratterizzate, per quasi mezzo secolo, dal paternalismo, ‘amicizie’ con dittatori psicopatici, sfruttamento di minerali e idrocarburi ai danni dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente, colpi di Stato, trattative segrete, finanziamento di ribellioni e guerre civili, controllo dei prezzi mondiali di importanti prodotti di esportazione, tra cui il cacao.

I primi quarant’anni di FranceAfrique sono stati caratterizzati da una brutalità che ricordava molto da vicino quella nazista durante la Seconda Guerra Mondiale, o Grande Guerra Patriottica come è denominata dai russi. Impresentabili e sanguinari dittatori erano i benvenuti all’Eliseo in quanto garanti degli interessi francesi. Mobutu Sese Seko nello Zaire (ora Repubblica Democratica del Congo), Jean-Bedel Bokassanella Repubblica Centrafricana, Idri Deby Itno nel Ciad, Omar Bongo Odinga in Gabon, Juvenal Habyarimana nel Rwanda. 

Negli anni Novanta si è assistito al primo ‘attacco’ all’‘Impero francese in Africa’, attuato da Stati Uniti e Gran Bretagna. 
Tutto inizia con i tre rivoluzionari africani: Yoweri Kaguta Museveni Uganda, Paul Kagame in Rwanda, Meles Zenawi in Etiopia. Uomini nuovi sulla scena africana che propongono una politica mista tra rigore marxista e libero mercato. Il primo a prendere il potere è Museveni, nel 1987, seguito da Melezev, nel 1991. Paul Kagame sarà l’ultimo ad arrivare alla Presidenza, dopo che i francesi, nel tentativo di mantenere il Rwanda francofono, idearono e permisero il genocidio
Dopo il Rwanda cade lo Zaire. La giovane Repubblica Democratica del Congo diventa teatro di due guerre pan-africane (dal 96 al ‘97, e dal 1998 al 2003) e tre grandi ribellioni. Una serie di guerre civili che continua tutt’ora, coinvolgendo i Paesi vicini: Burundi e Rwanda, il primo in mano ad un regime razial-nazista HutuPower, il secondo costantemente minacciato di invasioni delle FDLR, il gruppo terroristico ruandese creato nel 2000, da Parigi, raggruppando tutte le forze HutuPower che avevano scatenato l’Olocausto nel 1994. È proprio il Congo che ferma la guerra per procura tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. L’impossibilità di vittoria dei fronti contrapposti fa comprendere a Washington e Londra la necessità di accordi con Parigi per spartirsi le risorse naturali africane.

Il secondo attacco all’Impero Francese proviene dalla Libia di Gheddafi. Presso la Banca Centrale di Tripoli erano stati accumulati 143 tonnellate d’oro e una enorme quantità di argento che dovevano servire alla creazione di una moneta panafricana basata sul dinaro libico che potesse rappresentare una valida alternativa al Franco CFA dei Paesi africani francofoni. Alla scoperta di questo piano, il Presidente Nicolas Sarkozy sostiene una finta ribellione e attacca militarmente la Libia per interrompere il processo avviato da Gheddafi di indipendenza finanziaria ed economica delle sue ‘colonie’ africane. Ora la Libia, Paese economicamente avanzato sotto il Colonnello, è diventato un inferno, dove decine di milizie si stanno scontrando, ponendolo in una situazione di caos somalo che durerà per decenni.

La caduta della Libia ha aperto le porte per una controffensiva francese in Africa. Prima si creano pericolosi gruppi islamici legati ad Al Qaeda, Daesh e Arabia Saudita, poi si invadono i Paesi con il pretesto di combattere il terrorismo internazionale. Mali e Repubblica Centrafricana diventano le vittime più esemplari. In questa ‘opera’, Parigi associa Washington, che ora inizia a dar segni di stanchezza. 
Constatando che la lotta contro un fantomatico terrorismo internazionale nel Sahara favorisce solo la Francia, ora il Presidente Donald Trump sta progressivamente ritirando le sue truppe dal fronte sahariano, lasciando il compito di controllo del territorio ai soldati francesi. 
Per tentare di contro-bilanciare la perdita dell’alleato e condividere le spese dello sforzo bellico, la Francia ha convinto la Germania all’avventura d’oltre mare. Il primo contingente di soldati tedeschi giunge in Niger per partecipare alla lotta internazionale contro il terrorismo, ovvero dividersi le risorse naturali della regione con la Francia.

La terza minaccia è rappresentata dall’espansionismo economico della Cina. Una potenza troppo forte per tentare colpi di mano diretti nei Paesi francofoni ,che sono oggetto delle proposte di cooperazione economica e militare di Pechino. Difronte al peso politico internazionale e alla potenza militare della Cina, Parigi è costretta ad una politica di compromessi nel tentativo di limitare i danni e mantenere l’egemonia nella regione. Dopo Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, la FranceAfrique è costretta ad accettare un nuovo e ingombrante ospite: la Cina.

La quarta minaccia all’Impero d’Oltremare, quella più pericolosa in quanto determinata, guerrafondaia e aggressiva, è la Russia, che ritorna in Africa dopo il crollo dell’Unione Sovietica determinata a conquistare l’impero francese. 
Dal 2017 al 2018 le visite di Stato della diplomazia russa in Rwanda e altri Paesi africani si sono susseguite senza sosta. Sono stati firmati decine di contratti di vendita di armi, estrazione di minerali e idrocarburi, cooperazione militare, economica, scientifica, arrivando agli studi di realizzazione delle prime centrali nucleari. Mosca ha speso milioni per aumentare la sua influenza politica e culturale in Africa. L’obiettivo è chiaro: estromettere Francia, Europa e Stati Uniti e dividere l’Africa solo con la Cina. Una divisione che si basa su alleanze politiche ed economiche e non sul neocolonialismo di stampo occidentale, quindi conveniente per molti Paesi africani.

Mosca protegge il regime di Kabila in Congo e quello di Nkurunziza in Burundi, impedendo alla Francia di attuare un cambiamento di regime più favorevole e meno pericoloso di quello cleptomane congolese e potenzialmente genocidario burundese. Ma è in Centrafrica che la Russia si è impegnata a buttare fuori i francesi, prendendo le redini del destino del martoriato Paese cascato in guerra civile permanente grazie agli intrighi internazionali di Parigi. Soldati, mercenari, imprenditori russi stanno letteralmente invadendo il Centrafrica con l’obiettivo di rafforzare un Governo loro amico e sbattere fuori i francesi. 
La prima e scontata risposta di Parigi è stata quella di impedire il processo di pace russo, supportato da vari Paesi africani, e di riavviare la guerra civile utilizzando le milizie cristiane Anti Balaka nell’intento di regalare ai russi un Afghanistan in versione africana. 
La seconda risposta è stata quella di minacciare il Cremlino, invitandolo a non interferire nei territori francesi d’oltre mare. La reazione russa non si è fatta attendere. La minaccia lanciata da Parigi ha fatto aumentare la guerra fredda in Africa e risvegliato l’Orso sovietico. «Dopo aver terminato la liberazione della Repubblica Centrafricana dalle mani della Francia, continueremo con una vasta operazione di liberazione dell’Africa tutta intera», ha dichiarato due settimane fa un diplomatico russo sui media africani.

Durante il recente incontro dei Capi di Stato in Francia (in occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale), il Presidente Vladimir Putin avrebbe parlato chiaro al suo omonimo francese. La Francia deve mettere un termine allo sfruttamento disumano delle risorse subsahariane. Una richiesta che non può essere accettata, in quanto le colonie africane rappresentano il 42% dell’economia francese. Chiedere il ritiro della Francia dall’Africa equivale a richiedere il fallimento economico e il declassamento da potenza mondiale a Paese di secondaria importanza sul scacchiere internazionale.

La guerra fredda tra Russia e Francia in Africa è iniziata. Le modalità di questa guerra non sono al momento facilmente prevedibili, ma le conseguenze potrebbero essere enormi. La Russia ha una diplomazia e proposte economiche meno raffinate di quelle cinesi, ma si presenta ai governi africani come un potenza del Sud, ‘amica’ e determinata a mettere fine al neocolonialismo occidentale, offrendo protezione, collaborazione economica, giusti accordi commerciali, trasferimento di tecnologia, avvio della rivoluzione industriale. Questo in contemporanea con l’offensiva economica cinese nel Continente in chiave anti-occidentale. 
Tempi duri per l’Europa debole, divisa e in preda all’ascesa al potere di movimenti di destra, sovranisti se non fascisti.

Dall’altra parte dell’oceano, l’America di Trump è confusa. Ha avviato un nuovo corso della sua politica estera in Africa e tende a riprendere la guerra fredda con la Francia, in quanto le risorse naturali servono all’industria americana, forse più che a quella francese. Ma gli Stati Uniti del 2018 non sono più la potenza vincitrice del ‘45, dove potenza militare si coniugava con potenza industriale e boom economico. Gli Stati Uniti del 2018 sono una potenza in declino che ha fallito il progetto di Nuovo Ordine Mondiale ideato dalla famiglia Bush, in stretta collaborazione con il capitalismo americano. Le guerre fino ad ora fatte per questo ‘mitico’ ordine mondiale hanno dissanguato le casse dello Stato: 6 mila miliardi di dollari spesi nei fronti Afghanistan, Iraq, guerre segrete o di procure in Siria, Yemen, piani eversivi in Venezuela, Nicaragua e altri Paesi. Donald Trump è in rotta di collisione con la Francia, che ha ravvivato la proposta di un esercito europeo indipendente dal Patto Atlantico: la NATO.

La Francia di Macron sembra essere un governo di fine epoca, piuttosto che un moderno governo capace di far risorgere il Grandeur Francese. Sempre più le proteste popolari interne che, in mancanza di una chiara alternativa di sinistra, stanno spostando la popolazione a favore del fascismo di Le Pen. Una Francia che deve equilibrare la potenza della Grande Germania e continua la guerra fredda mai dichiarata con l’Italia per questioni economiche e migratorie. Guerra fredda di cui teatro principale è la Libia e quello secondario il Niger.

La Francia di Emmanuel Macron è circondata in Africa. Il terreno inizia a mancare sotto i piedi. Le solide fondamenta della FranceAfrique si stanno trasformando in pantano. L’Impero francese è minacciato da Stati Uniti, Cina, Russia mentre i governi delle sue ‘colonie’ diventano sempre più aggressivi e imprevedibili. Tira aria di ribellione e sconvolgimenti epocali, Parigi potrebbe essere, per la prima volta, la vittima di un futuro da incubo, dove le sconfitte subite in Indocina e Algeria riaffiorano triplicate per porre il colpo mortale ai territori d’oltremare. Anche la risposta militare è sempre più debole, come dimostra il Centrafrica e il Mali. Ora anche la Famiglia Bongo in Gabon è in bilico, la sta tenendo in piedi il lavoro della massoneria con FranceAfrique, e altri soldati francesi sono stati inviati per difendere l’Impero. Tempi duri per la FranceAfrique.

NoTav - i vermi della terra li aspettano dopo 30 anni che hanno giocato con i buchi inutili costosi e dannosi delle nostre montagne

Torino, 8 Dicembre: per la terra in cui si vive, per l’acqua senza la quale non si vive



Il Movimento per l’acqua pubblica è impegnato da anni per difendere un bene essenziale alla vita da chi intende farne una merce.

Abbiamo percorso la strada della tutela di una risorsa che deve essere gestita fuori dalla logiche del profitto, nei limiti delle effettive esigenze, per conservarla integra per le generazioni future. Con un’impostazione basata sul rispetto di quei beni comuni che tali sono perché i cittadini sono partecipi della loro gestione.

Il Movimento No Tav da quasi trent’anni difende la Valsusa dall’attacco del grande potere economico-finanziario, interessato alla realizzazione di una grande opera a prescindere dall’effettiva utilità, incurante della devastazione ambientale e della perdita dei diritti di chi vi abita. Una lotta condotta dal basso, da giovani, famiglie, anziani, per salvaguardare l’aria, la terra, le sorgenti da danni irreparabili, che certo non possono essere ripagati dalle compensazioni offerte da chi ritiene che tutto possa essere comprato.

L’impegno per l’acqua bene comune e la lotta No Tav si muovono nella stessa direzione. Con una logica che, lungi da essere quella del No a tutto, propone una ben precisa visione della società e del mondo. Dove i SI sono tanti: Si alla cura e al ripristino di un ambiente maltrattato, Si al risparmio energetico, Si ad una mobilità davvero sostenibile, Si alla manutenzione e al rifacimento degli acquedotti. Insomma, SI agli investimenti utili per tutti, No a quelli nell’interesse di pochi.

Ci accomuna anche l’essere bersaglio di un‘opera di disinformazione e disconoscimento delle idee e delle proposte delle quali siamo portatori. Conoscenze maturate in anni di studio, liquidate con l’arroganza di chi si sente portatore della verità assoluta: quella del libero mercato. Conoscenze che non devono diffondersi perché rischierebbero di travolgere chi vi si oppone.

Ci accomuna anche l’attacco mediatico cui siamo sottoposti: pur se non nelle dimensioni abnormi e con la faziosità scandalosa e inquietante che in questi giorni ha coinvolto i No Tav, anche la legge sulla ripubblicizzazione del servizio idrico, in discussione in questi giorni Parlamento è attaccata, spesso con l’uso della disinformazione, perché la sua approvazione metterebbe fine alla gestione mercantilistica, sottraendo ai potentati economici la sostanziosa torta dei profitti sull’acqua.

Tutto questo ci unisce. Per questo Il Comitato Acqua Pubblica Torino sarà in piazza l’8 dicembre. Per dire: ” Non Tav, ma opere di bene comune”.

Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua – Comitato provinciale Acqua Pubblica Torino

Il South Stream fu fatto fallire dagli euroimbecilli ma poi costruiscono il Nord Stram 2 e il Turkish Stream incombe con la sua struttura già pronta. Il Tap imposto dagli Stati Uniti all'Italia a maggio del 2012 è il cavallo di Troia per importare il gas russo

Saipem e non solo, chi punta in Italia sul TurkStream

23 novembre 2018


Con il TurkStream rivive il South Stream: il percorso è simile. E forse anche questa volta le aziende italiane come Saipem avranno un ruolo per la costruzione per la costruzione

La Russia non molla. E se Mosca, nel 2014, ha dovuto rinunciare al South Stream, ora 4 anni dopo riprova a portare gas dalla rotta sud con il TurkStream. La rotta è simile: l’infrastruttura interesserà Bulgaria, Serbia, Ungheria e Slovacchia.

Cosa cambia: nel 2014 la Bulgaria si era opposta al progetto, ora è ben felice di accogliere il gas russo. Andiamo per gradi.

LO STOP AL SOUTH STREAM

Era il 2 dicembre 2014 quando il presidente russo Vladimir Putin, ad Ankara, annunciava lo stop alla realizzazione del gasdotto. Il progetto era stato avviato nel 2007, per bypassare l’Ucraina e i problemi geopolitici tra Kiev e Mosca.

Il gasdotto che avrebbe dovuto portare in Europa il metano russo avrebbe avuto la Bulgaria come punto d’accesso. Ma proprio la capitale Sofia, pressata dall’Ue, ha negato a Mosca il permesso al passaggio del gasdotto sul proprio territorio. I bulgari, aveva detto in quell’occasione Putin, “dovrebbero chiedere i danni all’Ue per i mancati guadagni che avrebbero con South Stream, 400 milioni di euro all’anno per il transito del gas”.

Tra le vittime dello stop al progetto vi era anche Saipem, che vide togliersi tutte le concessioni ai lavori mentre le sue navi erano già pronte a posare i primi tubi nel Mar Nero.

IL GASDOTTO “DI RISERVA”

La Russia, in realtà, già nel 2014 sapeva che non avrebbe mollato la presa. E mentre rinunciava ad un’infrastruttura, progettava già il TurkStream: primo approdo in Turchia, per poi proseguire la rotta del gas verso l’Europa.

Solo 4 anni dopo, il South Stream sembra rivivere proprio in questo progetto. La seconda rotta del TurkStream passerà proprio da Bulgaria, Serbia, Ungheria e Slovacchia, seguendo grosso modo il vecchio tracciato.

ASTE GIA’ AVVIATE

Ad annunciare la rotta è stato il quotidiano russo Kommersant, secondo cui Serbia, Ungheria e Slovacchia hanno già avviato delle gare d’appalto per le condotte, mentre l’operatore bulgaro, Bulgartransgaz intende tenere un’asta a dicembre sulle future capacità della rete bulgara in ingresso dalla Turchia e in uscita verso la Serbia.

Le prime forniture di gas in Bulgaria e Serbia sono previste per il 2020, in Ungheria nel 2021, e in Slovacchia nella seconda metà del 2022. La tratta, inizialmente, verrà caricata solo parzialmente e raggiungerà il suo pieno carico nel 2022.

UNA SOLUZIONE COMPETITIVA

La rinascita del progetto conviene agli stati balcanici. “Il TurkStream offre agli stati balcanici un’opzione molto competitiva e sostenibile per l’approvvigionamento del gas e la sua integrazione nel mercato europeo, mentre nuove infrastrutture collegheranno la Bulgaria e la Grecia con l’hub austriaco di Baumgarten”, ha commentato all’Ansa Alexei Grivach, vice direttore del Centro russo di Sicurezza Energetica Nazionale.

IL NODO GRECIA

Come sottolinea il quotidiano russo Kommersant, resta ancora l’incognita Grecia. Come il gas russo arriverà ad Atene? Il Paese, infatti, fa parte con Depa (ed Edison Italia) del consorzio Poseidon, firmatario di un memorandum proprio con Gazprom. Le forniture, come ipotizza il quotidiano russo, potrebbero arrivare nell’immediato, grazie al gas azero attraverso il gasdotto TAP.

ITALIA DENTRO ANCHE QUESTA VOLTA?

Come dicevamo tra le vittime dello stop del South Stream c’è stata l’italiana Saipem, concessionaria dei lavori del gasdotto. Ed ora, che ruolo avranno le aziende del Bel Paese?

Qualche possibilità di inclusione c’è: “Sono allo studio le possibilità, a livello societario, di coinvolgere aziende italiane nella costruzione dell’infrastruttura per il trasporto del gas, nell’ambito della ‘rotta meridionale’ delle forniture di gas russo ai Paesi europei”, ha detto il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, in un’intervista esclusiva rilasciata all‘Agi.

“L’energia è un settore strategico della nostra multiforme cooperazione”, ha ricordato il ministro. “La Russia rimane il più importante fornitore di gas naturale dell’Italia, alla quale garantisce circa il 35% del fabbisogno di ‘combustibile azzurro'”.

La sharia entra come nel burro nella città di Firenze - Izzedin Elzir eleva la Dissimulazione ad arte. Essere Politicamente Scorretti è buono è giusto

TAVOLA ROTONDA ALL'ISTITUTO SANGALLI
MOSCHEA DI SESTO FIORENTINO, IZZEDIN ELZIR: «PROCEDIAMO POSITIVAMENTE. POI QUELLA DI FIRENZE»

DI REDAZIONE - GIOVEDÌ, 22 NOVEMBRE 2018 23:32 - 

L’Imam di Firenze, Izzedin Elzir

FIRENZE – Izzedin Elzir, imam di Firenze, annuncia: «Sulla questione della moschea di Sesto Fiorentino stiamo andando avanti in maniera molto positiva, a Firenze per il momento le nostre energie non
possono essere divise, ci concentriamo su Sesto poi, strada facendo, lavoreremo anche su Firenze». L’occasione nella quale l’imam si è espresso è stata la tavola rotonda: «1938-1948. Dalla discriminazione alle tutela dei diritti», che si è svolta oggi all’istituto Sangalli.

«Firenze – ha aggiunto l”imam – è una realtà dove attualmente abbiamo diverse sale di preghiera, dovremo però portare i fedeli in una moschea degna della nostra città e della bellezza di Firenze».

Banca d'Italia con i suoi studi di parte alimenta la speculazione sui tassi d'interessi dei titoli di stato italiani, quindi lavora fattivamente contro gli Interessi Nazionali. C'è una guerra in atto con l'Euroimbecillità ed è palese di come si schiera la banca centrale privata

Bankitalia presenta il "conto" dello spread: le famiglie italiane sono già più povere

Economia / Italia

Lo spread ci è già costato circa 145 miliardi di euro e secondo la Banca d'Italia l'incremento del rischio sui titoli di Stato ostacolano il calo del rapporto debito/PIL, riduce la ricchezza delle famiglie e rende oneroso il credito

Al.Be.23 novembre 2018 17:33

Un operatore di Borsa di una banca davanti ai monitor, Milano, 19 Ottobre 2018. ANSA / MATTEO BAZZI

I rialzi dello spread rischiano di "vanificare" l'impatto sulla crescita della manovra: l'andamento del differenziale che è già costato alle famiglie italiane circa 145 miliardi di euro e, se non cala, nel 2019 potrebbe pesare nelle tasche dei contribuenti per oltre 5 miliardi in più di spesa per gli interessi.

Il quadro tratteggiato dalla Banca d'Italia nell'ultimo rapporto sulla Stabilità finanziaria è tutt'altro che incoraggiante: il rialzo dei tassi registrato da maggio "rischia di vanificare l'impulso espansivo atteso dalla politica di bilancio", avverte l'istituto di via Nazionale, additando tra le cause dell'impennata del differenziale tra il Bund tedesco e Btp a 10 anni "l'incertezza sull'orientamento delle politiche economiche e di bilancio" del governo giallo-verde, oltre ai "timori degli investitori" di un'ipotetica uscita dell'Italia dall'euro, con la quota estera che nel secondo trimestre dell'anno si è ridotta di circa tre punti percentuali, al 24%, la variazione negativa più alta dal secondo trimestre del 2012.

Non solo flat tax, superamento della legge Fornero e reddito di cittadinanza, sul fronte delle uscite la manovra per il 2019 dovrà quindi fare i conti con una spesa per interessi sul debito pubblico che torna a crescere interrompendo un percorso di progressivo calo che dura da sei anni.

Come avevamo già spiegato l'aumento dei tassi d'interesse sui Btp e l'allargamento dello spread hanno un impatto immediato sulla spesa con un effetto anticiclico sui conti pubblici: negli ultimi sei anni infatti è stato questo capitolo di spesa a generare il progressivo miglioramento del livello del rapporto deficit. Nel 2012 l'Italia ha sostenuto 83 miliardi di spesa per interessi sul debito e nel Def firmato dal precedente governo l'indicazione era per il 2018 un nuovo calo a 63 miliardi.

E se il governo aveva fatto i conti con un Pil in crescita, lo scenario di base gioca tutto a sfavore. "I rischi per la stabilità finanziaria derivanti dall'evoluzione dell'economia mondiale sono in aumento". Ma meglio di ogni altra parola lo mostra il seguente grafico elaborato dalla Banca d'Italia.

"Il protrarsi dei contrasti commerciali può avere conseguenze negative sulla crescita e le delle condizioni finanziarie a livello globale sono divenute meno espansive", spiega Bankitalia. Secondo gli analisti di via Nazionale i maggiori rischi per la stabilità finanziaria del nostro Paese derivano dalla bassa crescitae dall’alto debito pubblico. L’incertezza sull’orientamento delle politiche economiche e di bilancio ha determinato forti rialzi dei rendimenti dei titoli pubblici.

Dalla traiettoria del debito ai risparmi delle famiglie, passando per i bilanci di banche e assicurazioni, secondo il documento, uno spread a livelli elevati in modo persistente colpisce ogni aspetto dell'economia.

I rialzi "ostacolano il calo del rapporto debito-pil, riducono il valore della ricchezza delle famiglie, frenano e rendono più oneroso il credito al settore privato, peggiorano le condizioni di liquidità e la patrimonializzazione di banche e assicurazioni".

Le analisi dell'istituto centrale tirano le prime somme. Cifre alla mano i rialzi dello spread ad oggi hanno eroso la ricchezza delle famiglie italiane di circa il 3,5%, pari a una cifra intorno a 145 miliardi: si tratta infatti di un calo lievemente inferiore al 2% (poco meno di 85 miliardi) a fine giugno, più il peggioramento degli ultimi mesi dei corsi azionari e obbligazionari che "sarebbe riflesso in un'ulteriore perdita di valore di circa l'1,5%", intorno ai 60 miliardi.

Sul fronte della spesa per interessi, si registra un aggravio pari a 1,5 mld negli ultimi sei mesi e il costo sarebbe di oltre 5 miliardi in più nel 2019 e circa 9 miliardi in più nel 2020 se i tassi dovessero restare coerenti con le attuali aspettative dei mercati. Qualche mese fa un'analisi dell'Ufficio parlamentare di bilancio indicava che uno spread superiore all'area dei 300 punti base comporterebbe per il 2019 la spesa per interessi aumenterebbe di circa 9 miliardi (quasi un reddito di cittadinanza) per superare i 13 miliardi nel 2020.

A risentirne negativamente anche il processo di rafforzamento dei bilanci delle banche con relativo "peggioramento degli indicatori di liquidità e di patrimonializzazione ed un aumento dei rischi di mercato", avverte Via Nazionale. Rischi infine anche per le assicurazioni con effetti rilevanti sulla loro posizione di solvibilità.

Comunque l'Istituto rileva come in Europa le principali banche siano solide, anche se permangono alcune aree di vulnerabilità e rimane elevata l’incertezza sull’esito dei negoziati per la Brexit. Promosso il settore bancario italiano: secondo la Banca d'Italia prosegue infatti il miglioramento della qualità del credito e il recupero della redditività. Tuttavia anche il processo di rafforzamento dei bilanci delle banche risente negativamente delle tensioni sul mercato del debito sovrano.

Pirolizzatori su due brevetti italiani, alla politica a questa politica manca il coraggio per risolvere alla radice il problema monnezza

Pirolisi, cos’è e chi la usa per smaltire i rifiuti

24 novembre 2018


Il dibattito sugli inceneritori sta squassando il Governo. Al leader della Lega Matteo Salvini che ha “sdoganato” gli impianti, ha risposto la controparte grillina Luigi Di Maio, bollandoli come “vintage” e dettando la linea del M5S: puntare sulla differenziata.

INCENERITORI E TERMOVALORIZZATORI

In realtà sul tema dello smaltimento rifiuti la confusione regna sovrana. Gli impianti sono di varia natura. Come ha scritto l’economista Nino Galloni su Startmag, da un lato abbiamo gli inceneritori, strutture dalla tecnologia piuttosto vecchia che di fatto bruciavano l’immondizia rilasciando nell’aria importanti quantità di sostanze nocive, su tutte le diossine. Dall’altro, i termovalorizzatori, sistemi che prevedono la produzione di energia a partire dalla combustione dei rifiuti e che sono dotati di filtri capaci di abbattere il livello delle dispersioni di materiale dannoso in atmosfera. Uno dei più grandi termovalorizzatori, in Italia, è a Brescia. Ma anche Torino, Parma e altre città ne hanno uno.

I PIROLIZZATORI

Galloni evidenzia che la tecnologia offre un terzo tipo di impianti: i pirolizzatori. Si tratta di impianti nei quali i rifiuti vengono trattati attraverso la pirolisi, o dissociazione molecolare. «È un processo di degradazione termica in assenza di ossigeno, che, sotto particolari condizioni di pressione e temperatura (circa 450-500° c di temperatura, pressione inferiore a quella atmosferica di circa 10 mm di mercurio) trasforma le sostanze organiche presenti nel rifiuto in prodotti solidi, liquidi e gassosi combustibili», ha spiegato l’economista Giuseppe Pennisi in un suo recente scritto. In sostanza si tratta di separare le molecole di cui sono composti i rifiuti senza bruciarli, almeno nel senso più comune del termine. «Attraverso questa conversione termochimica si perviene, alla rottura dei legami chimici (fenomeno di piroscissione) con formazione di una componente gassosa combustibile (gas da pirolisi o syngas in quantitativo pari al 70% in massa dei rifiuti immessi) ed una componente solida (coal o char da pirolisi) in quantitativo pari al 30% in massa dei rifiuti immessi. Il gas prodotto viene recuperato in energia mediante processi a ciclo di vapore, mentre il carbone prodotto può essere utilizzato in cementifici, centrali a carbone o ulteriormente trattato in una apposita sezione dell’impianto per il suo recupero energetico. In sintesi attraverso un processo che non prevede né la combustione diretta del rifiuto né la presenza di ossigeno, circa il 90% del volume totale può essere utilizzato per la produzione di energia (trasyngas e carbone da pirolisi). Il restante 10%, che è rappresentato dal prodotto di scarto, è la sola parte del sacchetto di immondizia che lascia la nostra pattumiera per finire in discarica. La “pirolisi” avviene senza la combustione diretta dei rifiuti ed in assenza di ossigeno. Quindi, non si formano diossina o altre sostanze velenose». Galloni ha indicato due brevetti, in Italia, che hanno le aziende Italgas e Ansaldo.

LA COMPETITIVITÀ DEI PIROLIZZATORI

Secondo Galloni, i pirolizzatori sono competitivi rispetto ai termovalorizzatori per motivi ambientali ma anche economici. La ragione è che, pur avendo le due tecnologie un costo simile, la prima funziona anche in impianti piccoli, laddove il termovalorizzatore sfrutta maggiormente “l’effetto scala”. «Basta scorrere Internet per vedere come la tecnologia si sta diffondendo in Italia, soprattutto nelle regioni settentrionali».

LE COMUNITÀ CONTRARIE AGLI IMPIANTI

Se è vero che al nord si parla molto di pirolisi, c’è anche da dire che non mancano le polemiche. In Italia non esistono, ad oggi, impianti pirolizzatori di portata paragonabile a quella dei termovalorizzatori. Nel 2011 si è incominciato a parlare della realizzazione di un impianto “pulito” a Reggio Emilia che, basandosi su un brevetto dell’azienda 4HT di Novara, avrebbe dovuto smaltire 130mila tonnellate di rifiuti a emissioni zero. Tuttavia, presto il progetto è tornato nell’oblio.

Di progetti simili – spesso su scala più ridotta – si è discusso molto, e in vari casi le comunità locali sono insorte, segno che il messaggio dell’impatto zero della pirolisi non è passato. Si tratta soprattutto di impianti privati, contro i quali sindaci e comuni, assieme a vari comitati spontanei, hanno levato la voce e in certi casi alzato barricate.

Nel 2017 a Cernusco sul Naviglio il sindaco, su pressione dei cittadini, ha chiesto chiarimenti sulla realizzazione di un pirolizzatore per rifiuti non pericolosi. Nel 2015 a Retorbido, nel Pavese, sindaco e cittadinanza si sono mobilitati in un comitato contro una struttura analoga. Qualcosa di simile era successo nel 2013 a Casalino, nel novarese, per un impianto di smaltimento di pneumatici.

A proposito di Casalino, fra gli altri contestatori del progetto figura il M5S di Novara, che in un post sul suo blog ha argomentato come la diffusione dei piccoli pirolizzatori domestici (“non certo la via perfetta”) potrebbe affossare la differenziata.



L'Apple sta veramente a pezzi per far intervenire il governo in suo soccorso

La pazzia degli Stati Uniti continua: bloccate Huawei in Germania, Giappone e Italia
-23 novembre 2018


Prosegue senza timore di rendersi ridicoli la battaglia degli Stati Uniti contro i produttori di smartphone cinesi, in particolare Huawei. Una vera messinscena con poche luci e tante ombre. Una sorta di farsa in più atti che è iniziata la scorsa primavera, è continuata in estate con il tentativo dei legislatori statunitensi di bloccare la partnership tra Google e Huawei (ne abbiamo diffusamente parlato in questo articolo) e ha trovato momenti di assoluta comicità quando l’intelligence made in Usa ha invitato a non acquistare prodotti di Huawei per evitare di essere spiati (ne abbiamo parlato qui).

La progressiva perdita di senno delle figure politiche statunitensi è proporzionale a un ritorno del maccartismo in salsa social e a un protezionismo strisciante da film comico secondo una trama alla dottor Stranamore ma radicata nei tempi moderni. Ci sarebbe da ridere, se non fosse tutto vero. Una surrealtà che trova nuovo sfogo nel recente invito o richiesta, a seconda di come si intenda, da parte del Governo degli Stati Uniti a tutti gli alleati affinché smettano di usare Huawei.

Ora, il problema su cui Washington pone l’accento, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, è relativo a una iniziativa straordinaria per persuadere aziende, operatori telefonici e addetti ai lavori ad affidarsi alle infrastrutture cinesi per “potenziali pericoli di sicurezza e di spionaggio” da parte della Cina. Sotto accusa non solo gli smartphone ma anche e soprattutto le infrastrutture di rete attuali e in vista dell’arrivo del 5G, utilizzate nei Paesi sia a scopo commerciale sia per portare la connettività nelle basi e nei siti militari.
Un invito stranamente puntuale

L’invito è stato mandato per interposta persona attraverso le controparti governative a tutti i “Paesi amici” tra cui Germania, Giappone (chiamare “amica” una nazione che è stata annientata da ben due bombe atomiche rientra nel classico schema della sostituzione semantica tipica del popolo americano) e Italia. Ovviamente ci siamo anche noi: i nostri alleati d’Oltreoceano si ricordano dello Stivale solo quando fa comodo a loro calzarlo e sfoggiarlo. In questo caso siamo addirittura un tassello chiave, in quanto alleati Nato, ospitanti basi aeree e balistiche e, soprattutto, essendo il secondo Paese al mondo per quota di mercato di Huawei (dopo la Cina).

L’amarezza regna sovrana in questo banale atteggiamento non già volto a preservare la sicurezza degli Stati Uniti, ma soprattutto a boicottare a livello commerciale aziende che stanno crescendo troppo rapidamente in altri Continenti e per cui non bastano due Oceani per bloccare la domanda dal basso dei consumatori. Tant’è che la principale preoccupazione non risiederebbe nella scalata in corso di Huawei nei confronti di Samsung (a cui è del tutto indifferente il Governo Trump), quanto piuttosto alla debole domanda di smartphone di produttori made in Usa, vedasi Apple.

Guarda che caso, la sollecitazione arriva in un momento in cui gli iPhone faticano e Huawei è in libera ascesa in tutti i Paesi, soprattutto quelli indicati dalla sollecitazione di Washington. L’ipotesi che utilizzando apparati cinesi si possano semplificare le operazioni di intelligence da parte della Cina è ridicola. In modo particolare detta da un Paese, gli Stati Uniti d’America, che hanno fatto di questa attività un asset politico, commerciale e finanziario portante e di vitale importanza per il successo complessivo del sistema United States.
Risposta eclatante

L’ideatore di questa “campagna di sensibilizzazione” è nientemeno che Trump, a cui fa eco il vertice dell’Fbi rappresentato da Chris Wray: “Le apparecchiature Huawei consentirebbero di modificare o rubare informazioni e fare spionaggio senza essere scoperti”. Se si inseriscono questi concetti in una visone di Paese che vive di intelligence perlopiù clandestina, c’è da domandarsi se davvero non si rendano conto della inconsistenza intrinseca di ogni ulteriore ragionamento.

Huawei è perfino cortese nel rispondere per fare notare che è “sorpresa dai comportamenti del governo statunitense”, soprattutto è stimabile che l’azienda faccia notare una realtà sacrosanta: “Se il comportamento di un Governo si estende oltre la propria giurisdizione, tale attività non dovrebbe essere incoraggiata”. Applausi.


NoTav - i Chiamparino sono trent'anni che corrono corrono e non fanno niente oggi gli ha preso la smania

Chiamparino contro il Governo: "Nessun rispetto istituzionale"


Il presidente del Piemonte torna ad attaccare l'esecutivo a margine della firma del patto per il territorio, sulle opere compensative della Torino-Lione. "Continuano a posticipare la decisione e non danno risposte sull'Asti-Cuneo"


“Viva Toninelli”. Sostiene di essere pronto a dirlo, Sergio Chiamparino, ben sapendo che difficilmente correrà il rischio di doverlo fare quel plauso al ministro grillino delle Infrastrutture. “Mi aspetterei che di fronte a parte di coloro che hanno organizzato la piazza del 10 novembre il governo sciogliesse le riserva alla realizzazione del tunnel di base, ma temo che questo non avverrà” sostiene il presidente del Piemonte, augurandosi “di essere smentito”, nel qual caso “sarei pronto a dire viva Toninelli”.


Il governatore è tornato a puntare il dito contro il Governo con alcune dichiarazioni a margine della firma sull’intesa per le opere compensative della Torino-Lione. Un “Patto del territorio” strettamente vincolato alla realizzazione della Tav. Si tratta di 98 milioni di euro spalmati su 22 Comuni, per opere “non solo di arredo urbano - è stato rimarcato - ma anche e soprattutto di progetti per uno sviluppo durevole del territorio”. La somma deriva da uno stanziamento Cipe del 2015 e da un successivo impegno del 2018. Dieci milioni sono stati già spesi, e 32 sono ora disponibili per partire con i primi cantieri nei prossimi mesi.

“Non è una provocazione o un atto di sfida - ha chiarito Chiamparino in occasione della firma - ma piuttosto un gesto di fiducia. La firma di oggi mi pare un segnale inequivocabile della volontà di realizzare quest’opera”. “Temo che questo continuo rimbalzare l'analisi costi benefici, che un giorno c'è e un altro sparisce, sia un modo per allungare i tempi di decisione”, ha osservato avvalorando la tesi sempre più diffusa di un’azione dilatoria da parte della componente pentastellata dell’esecutivo sulla grande opera ferroviaria. Un procrastinare l’esito del rapporto per nulla ben digerito anche dalla Lega che, non a caso, con il suo leader Matteo Salvini, ancora l’altro giorno ha auspicato che questa fase “si concluda in fretta”.


Chiamparino è tornato pure a denunciare “l'assoluta mancanza di rispetto istituzionale con cui sta lavorando questo governo che procede o per filiere di appartenenza politica o cercando di rapportarsi direttamente con una parte delle piazza ignorando quelle che sono le regole minime di una democrazia partecipata e libera”. Il presidente ricorda che “ci sono istituzioni che fino a prova contraria rappresentano i cittadini e che sono sei mesi che aspettano, ad esempio per avere risposte all'Asti-Cuneo, senza averne”.

Commentando la firma dell’intesa tra Regione, Telt e commissario per la Torino-Lione, Chiamparino l’ha definita "un segnale inequivocabile della volontà di realizzare quest'opera”, pur ammettendo di non essere “così tranquillo che avvenga”.

Fallito il Globalismo ha lasciato una strategia del mordi e fuggi. Il combinato disposto degli aumenti dei tassi d'interessi della Fed i dazi e sanzioni di Trump con accordi bilaterali sconvolgono l'automatismo mentale inculcato in anni e anni e allora bisogna saper navigare in mare aperto a vista, noi italiani siamo bravissimi

Stelle innumerabili. Altrettanti mondi simili a questo

Alessandro Fugnoli
Trend Online23 novembre 2018


La grandezza di Giordano Bruno è di avere spalancato con audacia e irrequietezza gli orizzonti mentali chiusi fin dai tempi di Aristotele in un universo finito, ordinato e antropocentrico. L’universo, dice Bruno con violenta passione, non è la stellifera concavità degli aristotelici. È al contrario infinito e la nostra Terra non è al suo centro. Esistono d’altra parte infiniti corpi celesti e l’uomo è solo una delle infinite manifestazioni di Dio. Visionario, non scienziato, Bruno porta all’estremo le idee che Copernico, mezzo secolo prima, aveva mantenuto prudentemente in un ambito ipotetico, e finisce sul rogo il primo febbraio 1600.

Per un lungo decennio, dal 2009 a oggi, abbiamo vissuto nella stellifera concavità di un mondo artificiale, una specie di globo trasparente in cui la complessità del reale veniva rinchiusa e semplificata. La politica si è ritirata sullo sfondo, le banche centrali hanno preso in mano la conduzione dell’economia e dei mercati e con il Quantitative easing hanno pianificato nei dettagli i livelli di crescita e la rivalutazione generalizzata degli asset finanziari.

Fare previsioni, in questi anni, è stato relativamente semplice. C’è stata una sola variabile da analizzare, la propensione delle banche centrali a mantenere, allargare o restringere il Qe. È stato a suo modo un mondo aristotelico, ordinato, intuitivo, chiuso e facile da capire. Operare sui mercati è stato come guidare un tram su un binario rettilineo. Il tram può solo andare avanti o fermarsi e vive in un mondo a due dimensioni. Chi investe deve solo regolare la velocità del tram, ovvero il profilo di rischio, ma non ha bisogno di scegliere tra long e short perché la sua posizione netta rimane sempre rialzista.

Due anni fa questo modello ha iniziato a entrare in crisi. Trump ha riportato la politica sulla scena e se non fosse stato lui, se le primarie democratiche fossero state più corrette, sarebbe stato Sanders a farlo. In tutto l’Occidente la politica mainstream è arroccata sulla difensiva e la possibilità che gli elettori compiano scelte radicali, in una direzione o nell’altra, continua a crescere. Questo rende più difficile fare previsioni.

Non bastasse, le banche centrali sono diventate impazienti di svezzare i mercati. Uno dopo l’altro tutori e stampelle vengono ritirati. I prezzi artificiali di bond e azioni diventano gradualmente e faticosamente prezzi naturali. Vengono ripristinati i premi per il rischio che erano stati soppressi dall’azione delle banche centrali. I premi per il rischio, a loro volta, vanno a insistere su una struttura dei tassi che si muove quando possibile al rialzo, con un doppio effetto negativo sui prezzi degli asset finanziari.

Molti investitori, formatisi nel clima tolemaico degli anni scorsi, faticano comprensibilmente ad adattarsi agli infiniti mondi possibili che cominciano a delinearsi per i prossimi anni. La possibilità di una Casa Bianca socialista nel 2020, le reversibilità dell’euro un tempo impensabile e oggi quanto meno pensabile, il rischio di una guerra fredda tra Stati Uniti e Cina, la possibilità di una nuova deflazione da debito nel prossimo decennio o di reflazioni aggressive a furor di popolo, tutto questo apre la strada a una serie di scenari non più lineari ma basati sulla logica del se/allora.

Nessun utilizzatore di previsioni ha mai amato gli scenari se/allora. A un analista si chiede di sbilanciarsi, non di disegnare mondi possibili alternativi l’uno all’altro. Quando però vediamo un David Kostin, brillante strategist azionario di Goldman Sachs (NYSE: GS-PB - notizie) , abbandonare la classica previsione puntuale di dove sarà il mercato alla fine dell’anno prossimo e adottare invece tre scenari, abbiamo la conferma che siamo entrati in tempi nuovi e nebbiosi.

E del resto, per prevedere dove starà l’SP 500 a fine 2019 bisogna avere un’idea di come allora si vedrà il 2020, un anno in cui potrebbe esserci, ma anche non esserci, una recessione negli Stati Uniti (e quindi nel mondo). Negli anni scorsi, quando il ciclo era più giovane, nessuno si poneva seriamente la questione. Oggi ha perfettamente senso porsela, anche se le probabilità, al momento, non sono alte.

Gestire un portafoglio, in pratica, non è più come guidare un tram e sta diventando difficile come pilotare un caccia che si muove veloce in uno spazio tridimensionale.

Apple c'è molto che non funziona in azienda per questo il governo statunitense attacca Huawey

STRATEGIE
Apple mette “in saldo” i nuovi iPhone: sussidi alle telco in Giappone

Prezzi scontati sul mercato giapponese dalla prossima settimana; primo obiettivo: sostenere gli ultimi modelli che hanno convinto poco i consumatori. Il partner dell’assemblaggio Foxconn conferma il taglio degli ordini, ma la Mela rimette in produzione i “vecchi” smartphone

23 Nov 2018
Patrizia Licata
giornalista

Apple sarebbe pronta a contrastare la debolezza delle vendite dei nuovi modelli di iPhone offrendo – per ora solo sul mercato giapponese – sussidi alle telco per offrire i suoi dispositivi a prezzo scontato. Lo riporta il Wall Street Journal scrivendo che i principali operatori mobili del Giappone taglieranno dalla prossima settimana il prezzo di tutti gli Apple iPhone 2018.

L’indiscrezione arriva a pochi giorni dalla nota di Goldman Sachs che ha tagliato il target di prezzo sul titolo Apple per le prestazioni deludenti dei nuovi modelli di iPhone, in particolare il meno costoso (750 dollari) iPhone Xr.

Lo sconto sul prezzo finale renderà particolarmente conveniente proprio l’Xr e dimostrerebbe, secondo il WSJ, che i consumatori sono poco attratti da un iPhone che comunque è caro ma ha meno funzioni rispetto alle versioni nuove o a modelli più vecchi, ma di grande successo, come l’iPhone 8. Apple stessa ha lanciato un warning nell’ultima trimestrale con un outook negativo sulle vendite natalizie.

I media Usa avevano riportato nei giorni scorsi che la Mela stava ridimensionando gli ordini ai partner dell’assemblaggio dei nuovi modelli presentati a settembre (iPhone Xr, Xs e Xs Max). Ieri la Foxconn, il principale dei contractor, ha confermato ieri che Apple ha ridotto le richieste di iPhone Xs, Xs Max e Xr.

Il WSJ nota però che Apple ha ripreso a produrre l’iPhone X del 2017,in parte per rispettare il contratto con Samsung, che le fornisce i display: all’azienda coreana la Mela deve infatti comprare un numero predeterminato di schermi Oled. Produrre il modello dell’anno scorso è meno costoso che produrre l’Xs e l’Xs Max, osserva il WSJ.

Nei giorni scorsi Goldman Sachs ha tagliato il suo target di prezzo sul titolo Apple portandolo a 182 dollari dal precedente obiettivo di 209 dollari (che già rappresentava una sforbiciata rispetto ai 222 dollari indicati a inizio mese). Il rating resta neutrale ma per gli analisti le vendite di nuovi iPhone sono destinate a deteriorarsi. Sul giudizio di Goldman Sachs ha pesato in particolare la valutazione delle prospettive del nuovo iPhone Xr, che secondo gli esperti ha “un equilibrio tra prezzo e funzionalità” non convincente, soprattutto per gli utenti fuori dagli Stati Uniti.

Goldman Sachs ha anche scritto che il successo dell’iPhone X quest’estate e il discreto avvio per l’Xs in autunno lasciavano pensare che il potere di Apple di applicare prezzi elevati fosse intatto. Tuttavia, l’andamento attuale spinge a credere che Apple sia arrivata al limite della sua capacità di imporre un prezzo sempre più alto sugli iPhone:“Nella nostra esperienza del mercato dei telefoni cellulari, quando un’azienda perde il pricing power vede assottigliarsi anche i margini o la quota di mercato. O entrambi”.